lunedì 18 agosto 2008

Il punto sul ROF

Attualmente a Pesaro sono di turno le repliche dei titoli operistici , i concerti di canto ( fungono da prova per i futuri cantanti per le future produzioni operistiche di Pesaro?) oltre agli immancabili Stabat Mater e Viaggio a Reims dei giovani. Come se, tanto per principiare le polemiche, un titolo, scritto e pensato per le stelle del des Italiens, possa essere affidato a principianti in via di formazione. Comportamento e scelta, però, connotante queste ultime edizioni del Festival, che hanno visto perigliosi ed incerti debuttanti in ruoli di assoluta difficoltà.

Le critiche, rivolte al Festival, dalla critica ufficiale piuttosto che sui fori, precipuamente di lingua francese o spagnola, non sono stati affatto lusinghieri. Anzi. E con fondamento, aggiungiamo.
Le riflessione riferite al ROF sono le stesse da tempo. Per parte nostra sin dall’inizio o quesi della manifestazione.
Lo scopo, ab origine, anno 1980, era fondato e nobile: proporre sistematicamente tutti i titoli del maestro pesarese, oltre a quelli consueti comici ed ai pochi seri, che intraprendenti direttori artistici ( fra cui il solito Rodolfo Celletti in quel di Martina Franca) o primedonne alle ricerca di mezzi, che ne esaltassero l’arte, proponevano.
Questo primo scopo statutario è stato portato a termine. Abbiamo compreso appieno, o quasi, la genialità di Rossini e che il suo catalogo è fra i più interessanti e di livello nella storia dell’opera.
A sostegno dell’operazione dovevano essere le edizioni critiche del catalogo ed una perfetta o, quanto meno, coerente esecuzione. Vocale in primis. Talvolta l’edizione critica è più differente a realizzarsi e necessaria per titoli di prolungata circolazione come Barbiere, che non per alcuni di limitata o nulla circolazione come Ermione. In altri casi, invece, è inutile e strumentale come quella italiana, riferita più di tutto alla traduzione, del Tell, atteso che la traduzione, che sempre aveva circolato ed era stata rappresentata nei teatri per oltre un secolo era quella voluta ed approvata da Rossini.
E qui, però, con i problemi di congrua rappresentazione, nascono i problemi di corretta e coerente applicazione della filologia.
A lato pratico abbiamo assistito a risistemazioni di spartiti, che sembrano essere la negazione di una coerente rappresentazione della volontà dell’autore, come accadde con la parte di Corinna del Viaggio, scritta per un soprano centrale come la Pasta e adattata per un soprano leggero senza acuti come la Gasdia. Altre volte l’operazione è stata seria e ben realizzata. Ma si trattava di Marilyn Horne nei panni di Falliero.
E questa è stata la prima deviazione del ROF, in nome di quel dovere di “andare in scena, sempre e comunque”. Dovere, che non dimentichiamolo, è proficuo e redditizio.
Perché, poi, oltre ad esecuzioni poco rispettose del dettato vocale o riadattate malamente in assenza (reale o derivata da scelte poco oculate degli esecutori) di interpreti degni, il ROF – ed è l’attualità da più edizioni- è giunto a rinnegare i propri principi e le proprie scelte del recente passato. Da qualche edizione il problema investe ed in maniera preoccupante anche i direttori d’orchestra, inidonei tanto o più dei cantanti.
Sia chiaro il canto rossiniano richiede supreme doti tecniche, mancando le quali non si è né esecutore né interpreti (ed a Rossini piacevano questi), richiede anche studio ed applicazione costante, nessuna o minimale frequentazione di stabilimenti balneari e struscio festivaliero. Inoltre spesso il repertorio rossiniano mal si concilia, per sue caratteristiche vocali in primis e poetiche, poi, con i repertori successivi compresi i finitimi Donizetti e primo Verdi. A conforto che l’opinione non è il delirio di vociomani sia che nell’800 allorchè Giulia Grisi ritornò al des italiens,dopo otto anni di assenza, con il suo titolo, Semiramide, e dopo molte cantanti di altrettanta fama e levatura, la critica osservò che il tempo era passato, ma la vocalizzazione il virtuosismo e la bellezza del suono (ossia i cardini del canto rossiniano) erano intatti.
Il virtuosismo portato all’estremo, l’intervento costante e copioso ogni qual volta il testo musicale lo richieda, la scelta di versioni consone ai cantanti scritturati (perché un Festival per essere tale deve proporre quello che non propongono i teatri come il Tancredi della Pasta, la versione napoletana della Gazza Ladra o la Semiramide trasformata in grand-opéra per le Marchisio) non sono edonismo, vocio mania sono semplicemente mezzi per servire Rossini, come Rossini ed il gusto suo proprio voleva. Non dimentichiamo che Rossini è l’autore che, con risultati drammatici e musicali felicissimi, traslocava interi passi da lavori comici a tragici e viceversa, autorizzava o provvedeva lui stesso ad auto impresti e si prendeva la briga di ritoccare le parti per il cantante di turno o addirittura di ringraziare quello (nel caso Henriette Sontag) che aveva inserito una azzeccata cadenza.
E, al contrario, siccome le disponibilità vocali sono misere e le scelte sono pari, incoerenti, spesso strumentali a ragioni metartistiche abbiamo dovuto sentire la storiella di un Rossini diverso da quello dei grandi rossiniani, meno acrobatico, ma più drammatico ed interpretato, con la presunzioni che queste striminzite esecuzioni siano le autentiche rossiniane.
Scusate, ma sembra di sentire le teorie dei barocchismi o baroccari, che non voglio rendersi conto di quel che si scriveva sui trattati di canto, per il semplice fatto che non sono in grado di cantare con la tecnica di quei cantanti e di quei trattati.
Parlando di un Ciro in Babilonia parigino, sotto l’egida di autentica ispirazione baroccara di Malgoire e dello strazio e dell’antistoricità delle esecuzioni di Cencic abbiamo rilevato che ormai anche per Rossini erano arrivate le esecuzione vandaliche dei baroccari.
Però sopranini corti ed alle prime armi; contralti, ormai alla fine ed anche nel momento di sanità vocale poco preparati tecnicamente e, quindi, scarsamente rossiniani; bassi buffi che scimmiottano per sistema zia Fidalma o madame De l’Haltiere; tenori di mezzo carattere investiti di ruoli tragici, baritenori, che sarebbero tenori lirici ( se sapessero cantare o se non fossero decotti..), e soprattutto il ritenere indispensabile al Festival ed alla sua “rossinianità” un cantante che funzionerebbe nell’Opéra Comique ante Ory; direttori incapaci di condurre in porto l’orchestra ( di mettere mano allo spartito o capire qualcosa di voci non è il caso nemmeno di parlare…); esecuzioni letterali o quasi, con riduzione a zero della meraviglia, del magniloquente, dell’aulico che sono la sigla interpretativa più autentica di Rossini (e del suo periodo storico) sono quanto a vandalismo identiche a quelle dei baroccari che invadano l’Europa.
Sarà la terza generazione dei cantanti rossiniani, ma per noi è la scuola della crisi e del grido e, quindi, non possiamo, per l’amore e la venerazione verso il maestro pesarese, che continuare a ritenere il vero Rossini, confortati anche dagli esegeti a lui contemporanei, quello dei misconosciuti, talora dimenticati, maltrattati Merritt, Blake, Horne, Dupuy, Anderson, Ramey, Cuberli, Matteuzzi e pochi altri.

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domenica 17 agosto 2008

Contro ROF, parte terza: La Pietra del Paragone

La terza proposta del nostro Contro ROF è dedicata a un titolo tanto celebre e celebrato nel corso di tutto l'Ottocento, quanto in seguito negletto e abbandonato, salvo sporadiche riprese (anche se, a onor del vero, il letargo delle manifestazioni "ufficiali" e delle case discografiche sembra essersi concluso nei primi anni del nuovo secolo, peraltro senza risultati interpretativi degni di nota).


L'entusiasmo testimoniato da Stendhal nei confronti del Sigillara (questo il titolo non ufficiale con cui l'opera era conosciuta e amata in tutto il Lombardo-Veneto) trova certo un gran perché nella bellezza dell'opera. Scritta su un libretto una volta tanto davvero magnifico (di Luigi Romanelli), vivacissima, a tratti frenetica, fresca e tenera nei momenti sentimentali, graffiante nella critica di costumi che vanno ben al di là dell'epoca raffigurata (dalle ridicolaggini delle arrampicatrici sociali all'idiozia dei giornalisti prezzolati), La Pietra presenta indubbie difficoltà di esecuzione, visto che prevede cinque prime parti (un contralto, un tenore, un basso "nobile" e due buffi) e due parti di seconda donna cui si richiede di cantare, in assieme, per buona metà dell'opera (una delle due, inoltre, ha la sua brava aria del sorbetto). E a concertare il tutto è indispensabile un direttore attento alle ragioni dei cantanti non meno che a quelle della partitura.

A Bologna, nella primavera del 1986, la bacchetta di Tiziano Severini non sembrò la più adeguata né all'una né all'altra bisogna. Basti sentire le frequenti sbavature di un'orchestra di solito valente come quella del Comunale. Per fortuna il palcoscenico parlava tutt'altro linguaggio, a partire dalla protagonista, che regala alla marchesa Clarice quel brio e quell'eleganza che solo il canto all'italiana, morbido rotondo e sul fiato, può conferire. Attorno a lei due eccellenti declamatori (a dimostrazione del fatto che declamatore e urlatore non sono sinonimi), esperti del sillabato e scenicamente irresistibili, e un tenore contraltino che, nelle parti di mezzo carattere, ha avuto e seguita ad avere ben pochi termini di paragone. Non solo e non tanto per la prodigiosa estensione in acuto, quanto per la perfetta proiezione e dominio tecnico di una voce in natura davvero modesta. Il basso, sebbene suoni a più riprese come un tenore accorciato, sfoggia proprietà di accento e fraseggio e, confrontato con quello che abbiamo sentito in anni recenti, sembra Samuel Ramey. Ma più della somma dei singoli elementi è l'insieme a convincere: libera da assurdi timori "filologici", e al tempo stesso inderogabilmente fedele a quell'eleganza aristocratica che è la cifra caratteristica del Pesarese, questa esecuzione è (salvo che... nella bacchetta!) un compendio della Rossini-Renaissance applicata al repertorio buffo e una terribile "pietra di paragone" per tutte le esecuzioni successive, anche per quelle benedette da autorevoli pulpiti.



Rossini - La Pietra del Paragone

Atto I

Mille vati al suolo io stendo - Enzo Dara & William Matteuzzi
Quel dirmi, oh Dio! non t'amo - Martine Dupuy & Simone Alaimo
Ombretta sdegnosa del Missipipì - Alessandro Corbelli
Chi è colei che si avvicina? - Enzo Dara
Su queste piante incisi - Martine Dupuy, Anna Caterina Antonacci, Gloria Banditelli, Simone Alaimo, Alessandro Corbelli, Enzo Dara, William Matteuzzi & Tito Tortura

Atto II

Quell'alme pupille - William Matteuzzi
Prima fra voi coll'armi - Simone Alaimo, Enzo Dara & William Matteuzzi
Se per voi le care io torno - Martine Dupuy
Ah! se destarti in seno - Simone Alaimo

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venerdì 15 agosto 2008

Gran concerto... ferragostano!!!



Ferragosto è festa celebrata in tutto il mondo che abbia legami e con quello antico e con quello cristiano.

Quindi si segue il sorger del sole ed i festeggiamenti cominciano nella Santa Madre Russia, terra di bassi e quindi ,andando indietro di quasi cento anni, il grande innovatore Feodor Chaliapin che canta Massenet, ossia l'autore che scrisse per lui un'opera e Alexander Kipnis, ucraino di Kiev per la precisione, quindi suddito di Francesco Giuseppe e poi costretto alla fuga per la sua religione alle prese con una canzone popolare. Canzone che il grande vocalista trasforma in un autentico pezzo di bravura sfoggiando una mezza voce e pianissimi ignoti a tutti i bassi degli ultimi cinquant'anni.

E poi una signora della vocalità molto ammirata nel nostro blog perchè continuò a rappresentare il legame del mondo russo con l'Europa al tempo in cui questo legame si voleva reciso o limitato (ed infatti limitata fu la sua carriera oltre cortina) Zara Doloukhanova che si mette al pari delle grando vocaliste e concertiste in un'aria che può essere il decalogo della grande concertista.

Il sole poi sorge sulle terre dell'impero d'Austria e di Prussia.
Terre religiose ed ecco la più celebrata cantante di area tedesca del XIX secolo - Lilli Lehmann - che canta l'Ave Maria, ossia il brano religioso per antonomasia.

Il contraltare è lo jodel intonato da una storica prima donna , anch'essa oggetto di venerazione o quasi, Ernestine Schumann-Heink. Eccezionale con una canzoncina rende l'immagine, certo letteraria di un mondo e di una cultura. Con una canzoncina Frau Ernestine riesce a far vedere all'ascoltatore le imamgine che l'iconografia tradizionale ci da del Tirolo e della Baviera. Questo è, anche con riferimento ad un dettaglio essere un'interprete.

Mitteleuropa terra di operetta, anzi luogo della sua nascita e allora l'omaggio ad uno degli autori di operetta per eccellenza, come Lehar, è affidato al Suo tenore Tauber, primo esecutore, spesso inspiratore e cooautore, come si conviene ai più grandi cantanti. E con lui una grande primadonna, Marcella Sembrich. Altra grande prima donna Selma Kurz alle prese con un brano ancora una volta eminentemente virtuosistico.

Il paese del melodramma è anche il paese della romanza da salotto e della canzone, napoletana sopratttutto. Ai napoletani veraci, quand'anche immigrati (ed allora per una certa iconografia, più italiani degli italiani, nati in Italia) l'onore e l'onere di cantare Napoli. E così per Ferragosto si esibiscono DON Fernando de Lucia e Rosa Ponzillo, in arte e nella storia la PONSELLE.

Anche Tito Schipa, nato in una delle grandi capitali del Mezzogiorno d'Italia -Lecce-monta in cattedra con i doppi sensi e le allusioni di "Comme facette mammeta".

Il brano è stato spessisimo eseguito da cantanti di musica leggera o del caffè concerto ( a partire da Elvira Donnarumma), ma Schipa riesce ad essere aulico, popolare ed insinuante al tempo stesso. Si narra che, uomo tutt'altro che avvenente, Schipa mietesse stragi di cuori femminili.

Altre erano le sue armi di seduzione, probabilmente. Per certo il canto. Basta ascoltarlo.

Alla scuola di Fernando de Lucia si era formata Gianna Pederzini. Il Tosti della Pederzini è esemplare. Nata nelle terre della repubblica di San Marco applica ad una canzoncina, diciamo ammiccante, tutti gli stilemi interpretativi della grande cantante attrice quale, e non solo per Carmen, la Pederzini fu.

L'intervento di divi come Titta Ruffo, Ezio Pinza e Luisa Tetrazzini è l'omaggio al DIVO. Ossia a quell'essere che rappresenta, a nostro avviso, il motore, che regge e sostiene il melodramma, la sua genesi e la sua sopravvivenza esenza il quale sarebbe lecito, storico ed onesto chiudere i teatri d'opera.

Diversa, invece, la scelta di Madga Olivero. Tutti sanno che la divina Olivero da sempre ha cantato alla messa grande di Ferragosto nella chiesa di Solda. Sappiamo anche che la signora Olivero, come moltissimi colleghi, si è sempre esibita in chiesa nelle occasioni, che richiedono per essere solennizzate anche il canto. Anche noi abbiamo voluto, in omaggio ad una delle più grandi cantanti d'opera che mai il mondo abbia conosciuto, creare nel blog una sorta di chiesa di santa Gertrude in Solda virtuale.

I francesi, si sa sono sempre patriottici o patriottardi. Magari a sproposito.
Allora la più famosa cantante francese del passato remoto deve intonare la Marsigliese.
Due fini dicitori, in corda di tenore, cesellano due fra i più eseguiti brani dei salotti fra ottocento e novecento, mentre la più italiana fra le cantanti francesi Martine Dupuy canta un brano che potrebbe essere una romanza da salotto e che invece fu pensato da Costa per Marietta Alboni come couplet per il don Carlos di Costa, appunto, dove l'opulenta Marietta vestiva i panni della principessa Eboli.
Inghilterra, ossia Commonwealth, ossia Australia, ossia Nellie Melba e Joan Sutherland. Entrambe alle prese con Arditi, direttore d'orchestra i cui presupposti artistici dovevano essere molto lontani da quelle dei suoi attuali colleghi, ascoltando walzer e polke dedicati a tutte le cantanti più in vista del suo tempo. Melba in primo luogo, destinataria del brano che proponiamo.

Il ferragosto spagnolo evoca immagini di calura estrema, di climi torridi, di corrida e di gaspazho, ma anche di ombrosi patii dove dame di rango si dilettano, come dona Teresa Berganza, in brani della zarzuela, con l'ironia misurata e dovuta nel cantare di domestiche di mano lesta e dove le nostre dame sognano amore ed erotismo con le canzoni sussurrate da un maestro della seduzione di nome Miguel Fleta. Fuori al caldo un pescatore delle Asturie canta un'aria d'amore che avvicina per difficoltà ed esibizionismo vocale alla sortita di un primo uomo rossinano. Potenza delle capacità di un grande tenore. Gayarre, ossia Hipólito Lázaro!

Seguendo il sorger del sole approdiamo nel nuovo Mondo. L'esecuzione di Danny Boy di Eleanor Steber, che vogliamo immaginare in una villa agli Hampton fra barbecue di T bone steack e lobsters, è straordinaria. La grande cantante è grandissima interprete; l'esecuzione di Danny Boy dimostra a che cosa serva la tecnica di canto. Ad essere un interprete elegante, nobile, sfumato, attento alla parola.
In questo Ferragosto USA abbiamo poi eleganti signori e signore che in proprietà vicine cantano brani folk ora privilegiando l'aspetto nostalgico come Amelita Galli-Curci, ora quello popolaresco come Marilyn Horne o esibiscono la loro arte canora in couplet di marca europea.
Nel Sud il confronto più divertente. Rossella e Mamy alle prese con lo straordinario Summertime. Anche se Rossella canta splendidamente e sembra persino imitare un poco la voce di Mamy, Summertime è pensato per Mamy o per voci analoghe.

BUON FERRAGOSTO !!!

FERRAGOSTO NEL MONDO

America

Danny boy (tradizionale) - Eleanor Steber

Copland: I bought me a cat - Marilyn Horne

Gershwin: Porgy & Bess - Summertime - Lella Cuberli, Leontyne Price

Foster: Beautiful dreamer - Rockwell Blake

Leigh: Man of La Mancha - The impossible dream - Samuel Ramey

Delibes: Les filles de Cadix - Beverly Sills

Foster: My old Kentucky home - Amelita Galli-Curci


Spagna

Arrieta: Marina - Costa la de Levante - Hipólito Lázaro

Palomero y Padilla: Princesita - Miguel Fleta

Chueca: La Gran Vía - Tango de la Menegilda - Teresa Berganza

Mein Schatzli (tradizionale) - Montserrat Caballé

Caballero: El Cabo Primero - María Barrientos

Vives: Doña Francisquita - Por el humo se sabe - Alfredo Kraus


Francia

Costa: A cheval - Martine Dupuy

Rouget de Lisle: La Marseillaise – Emma Calvé

Gastaldon: Musica proibita – Alain Vanzo

Tosti: Si vous l’aviez compris – André D’Arkor

Les filles de la Rochelle (tradizionale) - Edmond Clement


Italia

Di Capua: Maria, Marì – Rosa Ponselle

Costa: Era de maggio – Fernando De Lucia

Gambardella: Comme facette mammeta – Tito Schipa

Lerdo de Tejada: Perjura – Titta Ruffo

Sibella: La Girometta – Ezio Pinza

Benedict: Il Carnevale di Venezia – Luisa Tetrazzini

Sadero: La gondoliera – Gianna Pederzini

Händel: Largo - Magda Olivero


Commonwealth

Arditi: Se saran rose - Nellie Melba

Arditi: Parla – Joan Sutherland


Mitteleuropa

Millocker: I und mei Bua – Ernestine Schumann-Heink

Bach-Gounod: Ave Maria – Lilli Lehmann

Lehár: Das Land des Lächelns – Dein ist mein ganzes Herz – Richard Tauber

Schubert: Der Hirt auf dem Felsen – Elisabeth Schumann

Lehár: Die lustige Witwe - Pot-pourri - Marcella Sembrich

Strauss jr. - Draussen im Sievering - Cristina Deutekom

Dell'Acqua: Villanelle - Selma Kurz


Russia

Mozart: Ridente la calma - Zara Dolukhanova

Larënov: Kalinka– Alexander Kipnis

Massenet: Elegie – Feodor Chaliapin

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mercoledì 13 agosto 2008

Contro ROF, parte seconda: L'Assedio di Corinto

L’assedio di Corinto, proposto alla Scala nell’aprile-maggio 1969, rappresenta un passo fondamentale nella storia dell’opera. E sotto differenti profili.

Il primo e più importante perché prima proposizione di un Rossini tragico con un notevole rispetto dell’autore, della sua poetica e della sua vocalità, almeno femminile. Il secondo fu la consacrazione di due autentiche prime donne, una Marylin Horne, già nota anche se non ancora universalmente riconosciuta, l’altra Beverly Sills, assolutamente sconosciuta, attesa una carriera solo statunitense e a ritmo ridotto, per tristi vicende familiari. Il terzo la direzione di Thomas Schippers, lui già famosissimo, stimato ed introdotto negli ambienti musicali, che contavano, ma, a differenza degli attuali colleghi di identica provenienza, di grandissima cultura e capacità direttoriali. Schippers, a distanza di quasi quarant’anni, rimane insuperato esempio del direttore rossiniano in perfetto equilibrio fra il rispetto delle esigenze belcantistiche e vocali da un lato e la capacità di creare l’atmosfera di cupa tragedia fra classico e romantico, che dell’Assedio (ma anche del Maometto) è cifra peculiare. Quarto la proposizione di uno spartito che mai era stato rappresentato, atteso l’inserimento in chiave belcantistica, di passi del Maometto, che per l’Assedio, anzi le Siege, erano stati espunti da Rossini stesso. Tale scelta venne censurata e mai più ripresa ed applicata. Nulla di più sbagliato. La storia dell’opera, mossa da principi ben diversi dagli attuali, è costellata di titoli rossiniani e non circolati con auto ed etero impresti. In fondo quando Giuditta Pasta cantava il Tancredi di Rossini, dell’opera rappresentata a Venezia nel febbraio 1813 ne rimaneva poco.
Oggi deve però essere rimarcato l’aspetto rivoluzionario di quell’edizione, se si pensa che allora i maggiori direttori d’orchestra, contemporanei di Schippers, non accettavano l’esecuzione di varianti ed abbellimenti.
Come la storia dell’opera insegna i rapporti fra le due protagoniste tutto furono fuorchè idilliaci. Le versioni dei fatti differiscono radicalmente a seconda che si leggano le biografie o autobiografie di Beverly Sills o di Marilyn Horne. Sicchè quando dopo anni di militanza alla porta accanto (ossia alla New York City opera) la Sills ebbe il suo trionfale ingresso al Met, con il titolo che voleva: la scelta cadde sull’Assedio, senza Marylin Horne. Quest’ultima nella stagione 1974-75 al Met dovette accontentarsi di cantare uno dei suoi cavalli di battaglia, Isabella dell’Italiana in Algeri.
In luogo della Horne ,Shirley Verrett, vocalmente sempre alla ricerca di ruoli, altalenante fra il soprano ed il mezzo per il solo motivo che le opere del cosiddetto soprano Falcon erano e sono da tempo in disuso.
Al Met la Sills non era quella della Scala, ma sempre efficientissima e protagonista. Diva conclamata ed acclamata, esercitò in forma ancora più visibile ed udibili i diritti conseguenti il proprio status di diva, inserendo quei numeri che compaiono anche nella edizione discografica. Nessuno ha mai raccontato l’approdo all’Assedio della cabaletta “ Parmi vederlo ahi misero” che non è dell’Assedio e neppure credo di Rossini. Ma la scelta è solo plausibile e rossinianamente condivisibile. Non trovo, invece, felicissimo l’inserimento della cabaletta (di cui in teatro la Sills eseguiva una sola strofe) del Ciro, che era già transitata nel Mosè in Egitto. La vocalità è quella del primo Rossini, quello amato da Stendhal, diverge e molto da quella del tardo Rossini. Basta confrontare la cabaletta che sarebbe propria dell’Assedio, ma che non poteva eseguire per il semplice fatto che è la stessa, modificato il testo, che esegue Neocle e che proviene direttamente dal Maometto.
Forse questa proposta quale Contro ROF vi parrà scontata e nota, ma siamo certi che la gioia del riascolto rallegrerà la vostra estate e potrà darvi motivo di riflessione oltre che di chiacchiere vacanziere e melomaniache.

Rossini - L'assedio di Corinto

Ouverture - Thomas Schippers

Atto I

Oh ciel! propizio - Beverly Sills, Shirley Verrett & Harry Theyard

Atto II

Dal soggiorno degli estinti - Beverly Sills
Qual mai tumulto? - Beverly Sills, Shirley Verrett, Justino Díaz, Betsy Norden & Richard Best

Atto III

Non temer: d'un basso affetto - Shirley Verrett
Pria svenar con ferme ciglia - Shirley Verrett, Justino Díaz & Harry Theyard
Celeste Provvidenza - Beverly Sills, Shirley Verrett & Harry Theyard
Giusto Ciel! In tal periglio ... Parmi vederlo, ahi misero - Beverly Sills




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Maometto II a Pesaro

La terza opera del festival è Maometto II, che ebbe anche una certa circolazione durante la Rossini renaissance, complici i soliti cantanti americani, Ramey, Horne, Merritt e Anderson..Oggi possiamo anche dire che alcuni cantanti rossiniani mancarono l’appuntamento del Maometto II.
Oggi Michele Pertusi è ritornato per la seconda volta a Maometto, in compagnia di Francesco Meli, Erisso, Daniela Barcellona, Calbo e la giovane e sconosciuta, prodotto della Accademia rossiniana, Marina Rebeka quale Anna. A distanza di ventun’anni, forse anche per i rapporti con l’orchestra, il maestro Gustav Kuhn, già fallimentare bacchetta della prima produzione pesarese di Ermione, che ha saputo bissare la scadente prova di allora.
In sintesi circa i cantanti vi diciamo che la serata è stata dominata dagli uomini. In particolare dalla freschezza e dall’idoneità al ruolo di Francesco Meli, capace di accentare con esattezza e di eseguire bene la coloratura; dal mestiere e dalla professionalità sapiente di Pertusi, che, sebbene appesantito, ha cantato con stile e senso rossiniano del canto e del personaggio.
Le donne, invece, sono state, come prevedibile, il punto debole della serata, una per decozione e consunzione dei mezzi, mai sorretti da vera tecnica di canto; l’altra per inadeguatezza di partenza, in voce, tecnica, esperienza professionale del canto. Un vero azzardo collocare su Anna Erisso una cantante così estranea a questo ruolo monumentale, che è stata regolarmente al di sotto di quanto esso richieda. Una giovane poco più che debuttante, sopranino leggero carente nell’esecuzione della coloratura, in difficoltà negli acuti anche a causa del peso della parte, buttata allo sbaraglio su un ruolo della primadonna tragica per definizione, la Colbran. Un vero coerente omaggio del festival alla vocalità tanto decantata della prima moglie e musa di Rossini!


I dettagli
La breve introduzione ha dato subito modo di capire quale bacchetta “pestona” sia G. Kuhn, che scambia il clangore per senso tragico. Il coro successivo, che dovrebbe introdurre al clima della tragedia imminente è diretta, ovviamente !, in modo velocissimo e meccanico.
Francesco Meli attacca bene e con facilità il suo recitativo, voce bella, sonora, dizione chiarissima e accento giusto per il personaggio. E così resta sino alla fine dell’opera, fatto salvo il suo solito modo di cantare con le a apertissime, per nulla utili né gradevoli da udire. Replica un Coldumiero, dalla vocina anche educata, ma che pasticcia la coloratura. Quando poi tocca a Daniela Barcellona si stenta a riconoscere un contralto all’altezza di ricoprire da anni i title role en travestì ad un festival Rossiniano. Il legato è compromesso quasi del tutto, non regge i salti della scrittura, che risolve di puro petto sotto e con voce fissa e dura in alto. Peccato che Meli si strozzi alla puntatura in chiusa.
Il successivo Giuramento è diretto in modo marziale e monotono da Kuhn: Meli regge bene e stupisce perché anche l’esecuzione della coloratura è buona e non sbaglia, stavolta, la puntatura in chiusa.

La cavatina di Anna è più che sufficiente a guardare le carte in mano alla signorina Rebeka. Vocina da soubrettina neoliberty, coloratura tedeschissimamente aspirata e scarse capacità di darle senso, mai eseguendola di forza; scarsa estensione in alto e assenza del giusto peso specifico che la parte, abbastanza centrale, richiederebbe. La cavatina, che meriterebbe qualche intervento ad personam del soprano, è eseguita praticamene letterale, senza inserimenti in seconda strofa. La coloratura, che qui consiste in una serie di tre terzine seguita tre sestine su “ondeggia il cor” è ridotta all’esecuzione pasticciata di quest’ultime.
Al successivo terzetto, che di peso tragico comincia a richiederne chiaramente, la Rebeka pare davvero pigolante nel rispondere all’Erisso di Meli, che domina lei e il Calbo della Barcellona, che canta con un “buco” al centro evidentissimo. Al racconto di Anna che si confessa al padre fa seguito un replica troppo agitata e verista del tenore, che si fa prendere la mano, mentre il soprano procede con un accento tanto aulico da sembrare Nannetta più che un soprano Colbran. Kunh non li aiuta certo, rumoreggiando orrendamente nella buca, mentre la povera Rebeka frana per impossibilità di accentare ed eseguire senza aspirare la coloratura in “Conquisa ho l’alma”. Un po’ tanto al chilo anche la coloratura di Meli, ma nulla a confronto del canto durissimo di Calbo, una vera catastrofe qui, pure nel canto d’agilità, che dovrebbe essere il suo terreno d’elezione. Terribile la sua cadenza in chiusa di scena.

Un’altra brutta scena corale femminile, davvero mal diretta, introduce alla grande scena della preghiera di Anna. L’esecuzione scolastica, imprecisa ( le acciaccature spazzate via, le sestine spiaccicate, le forcelle ignorate, maluccio i mezzi trilli aggiunti in seconda strofa ) non sono state sorrette dall’orchestra, troppo veloce per creare qualsiasi atmosfera, complici anche le puntature bruttine inserite nella ripetizione. Una delusione per una pagina che potrebbe anche essere risolta di puro timbro.
All’allegro successivo Meli canta bene, accenta correttamente, esegue bene anche le quartine di “dover m’invita”, sebbene resti un po’ pesante sulle frasi “la patria non sarà” e si strozza un po’ nell’acuto in chiusa, mentre la Rebeka non riesce a replicargli con giusto accento, dando al pezzo un carattere che è più che altro da….mezzo carattere!
Si arriva al grandioso terzetto Calbo Anna Erisso.L’ingresso di Calbo, “Mira signor quel pianto”, è spettrale, duro l‘attacco, privo di legato, con la voce in sofferenza nel centro, dove la voce non c’è più. Il tempo sostenuto aiuta la Barcellona, che si sente però poco alle sestine di “cor pietà ”.
Successivamente Meli canta con eccesso di irruenza “ Ah corri a piè dell’ara”, mentre la Rebeka, anche lei in affanno, replica pure stonacchiata, “ Dicesti assai l’intendo” ma…l’effetto è quello di Adina, che replica ai tentativi di seduzione di Belcore, e per non parlare del da capo, dove sfocia davvero nell’accento da operetta. Kuhn, da par suo, li segue con una vera bandaccia.

L’ingresso di Maometto introduce una voce, certo senescente, ma…una voce vera, almeno alla radio. Si sentono chiaramente certe oscillazioni e la coloratura è appesantita. L’accento è giusto sebbene l’aria venga cantata tutta forte, con esperti accomodamenti qua e là. E’ chiaro che Pertusi è acciaccato, che soffra di senescenza e gli anni ( di carriera ) si facciano sentire. Ma l’esperienza e il professionismo saldissimo gli consentono di gestire la serata e, soprattutto, di essere Maometto, a cominciare dai recitativi. La cabaletta, “Duce di tanti eroi” è staccata con un tempo abbastanza comodo: la coloratura non è precisissima, mentre la radio restituisce una zona alta della voce facilissima e saldissima. Nel da capo, infatti, punta in alto nelle variazioni e spiana un po’ la scrittura.Nel successivo recitativo sia Meli che Pertusi sono vari ed eloquenti., ed è un vero peccato che Meli non copra a dovere i suoni in zona di passaggio.

Nel terzetto successivo Pertusi è in difficoltà per l’alta scrittura delle quartine. Nulla davanti alla voce dura e vuota al centro della Barcellona , che qui canta da mezzo acuto, quale non è.
Gli uomini “tirano “ il terzetto e questa sarà la caratteristica di tutti gli assieme della serata.

Finale Primo
L’ingresso della Rebeka è al limite del ridicolo per il timbro infantile e bianco e l’assenza di accento; Meli al “ qual colpo è questo” eccede in accessi veristi e la scrittura in zona alta lo costringe a parecchi falsetti, mentre la signora Barcellona è dura e stonata.
L’idea che si tratti di un brano tragico, nel senso classico del termine è affidata alle voci maschil anche perché le sestine che chiudono l’adagio affidate ad Anna Erisso come le esegue la Rebeka sono da pulcin e non da tragedienne.
La stretta del concertato mette in difficoltà per l’ esecuzione della coloratura le voci maschili, nulla confronto ad un soprano senza il peso il colore e l’accento della parte ed a un contralto di fatto afona.
Lo strilletto di Marina Rebeka in chiusa è esemplare della imperizia tecnica di una cantante con colore e peso da soprano di coloratura e senza la principale caratteristica della categorie i sovracuti.

Il secondo atto apre con lo sgraziatissimo coro delle donne turche accompagnato da un’orchestra che potrebbe essere ben confusa con la banda.
Nel recitativo la Rebeka è forzata e sgraziata. All’attacco dell’andante “ Anna tu piangi” che di fatto è l’incipit di un duetto d’amore la voce di Pertusi è poco fluida e la Rebeka assolutamente insignificante nel rifiuto delle profferte d’amore. L’esecuzione della coloratura di “il cor mi scoppia” da parte di Anna è scolastica e l’accento è, come per tutta la serata da opera di mezzo carattere. “Lieta innocente un giorno” va un po’ meglio all’attacco, poi le frasi di scrittura bassa che dovrebbero connotare l’intimo dramma di Anna naufragano. Alla stretta del duetto Anna dovrebbe esibire un canto di maggior vigore e Maometto maggior fluidità. Per giunta la Rebeka nel tentativo di avere volume e vigore drammatico apre i suoni.
Detta fuor di metafora sarebbero ben più adatti al duetto Adina – Dulcamara.

Aria di Maometto.
L’aria non doveva essere considerata da Rossini un capolavoro perché sparì nel passaggio da Maometto ad Assedio. Venne sostituita dal grandioso finale secondo dell’Assedio, che è un capolavoro. Inoltre è molto difficile e, credo, pochi cantanti dopo Filippo Galli sarebbero sati in grado di reggerla. Pertusi è in difficoltà alla quartine di “miei guerrieri” il fa acuto di “viltà “ è appena toccato e fatica nel moto discendente delle “spade al lampo”
Quando nella ripresa interna esegue varianti sono facili e anche gli acuti. Il problema è che la voce suona stimbrata e opaca negli acuti. Pertusi gestisce l’accento rossiniano meglio di tutti i compagni di viaggio, ma in Rossini l’emissione di suoni non morbidi e timbrati lede la resa del personaggio.
In più dalla buca ben poco aiuto con una marcetta per nulla marziale, ma paesana.
La Rebeka, chiamata ai pertichini mostra voce ed accento da autentica, comprimaria.
Emette, poi qui come alla chiusa del duetto con Maometto, un si nat duro e bianchiccio. Ripeto la perplessità proposta con riferimento alla chiusa del concertato atto primo.

Aria di Calbo.
L’introduzione ricorda un’altra grande scena di tomba rossiniana, ossia quella di Arsace che scende nei sotterranei del tempio. Un’introduzione affrettata e sbrigativa, anche se l’oboe solista suona bene, toglie l’aspetto notturno e misterioso .
Meli esibisce i soliti difetti dal do centrale in su; se cerca di cantare piano emetti falsetti, però il timbro per natura è bello e svetta nella frase “tenera sposa” in tempo di andante. Gli replica la voce sgraziata di Daniela Barcellona alle prese con un momento solistico fra i più complessi di Rossini per il continuo chiamare in causa le zone estreme della voce, ossia quelle più disastrate della cantante a soli dieci anni dal debutto, come i premurosi cronisti della radio hanno ricordato.
In fondo si potrebbe anche smettere qua, se non fosse che tutti gli ascoltatori dell’Adriatica Arena, abbiamo gridato al miracolo, applaudito dopo una esecuzione che del canto rossiniano è la negazione. E dell’assunto credo di averne prove oggettive.
Nel dettaglio: attacco con voce dura e fibrosa (la voce di chi non canta in maschera) ai salti di “non fu mai” grida in alto suoni afoni in basso; prese di fiato abusive dopo la volata di “la tua pace”; l’ultima serie di volate “ non comprar con la viltà” è palesemente semplificata come pure la cadenza. Che la cantante non sia idonea alla parte non ci vuole molto a capirlo, che necessiti di aggiusti è lecito o lo sarebbe se almeno la signora mostrasse una tecnica acconcia, ma è assolutamente antirossiniano davanti ad una coloratura che a ciascuna ripetizione si infittisce ridurre e semplificare le ultime ripetizioni.
Arrivate la quartine di “bella fedeltà” o le pasticcia o le semplifica o le arronza. Omessa la cadenza sul punto coronato del sol grave di “fedeltà”. La cabaletta che insiste nelle zone estreme è coronata da note basse stimbrate, talvolta stonate e urlate e bianche a partire dal fa acuto.
Arrivato il da capo la prima sezione “e d’un trono alla speranza” sembra quasi un’omofonia, alla chiusa quando si dovrebbe dar fuoco alle polveri per la progressione drammatica, che la vocalità deve esemplificare compaiono urla in luogo di acuti e, supremo antirossinismo, le code sono eseguite alla lettera. Di cadenza o acuto in chiusa neppure l’ombra tanto esausta è la cantante.

Terzetto “ in questi estremi istanti”
Siccome lo attacca Calbo, i vizi e difetti della signora Barcellona sono in vetrina a solo titolo di esempio quando sulla parola “affanno” compare un fa è duro e opaco, quanto alla ripetizione si tocca il sol un grido. E siamo davanti a tre persone, consce della morte imminente e che rivolgono l’ultima preghiera che impone nell’estetica classica suoni dolci, morbidi, raccolti. Scusate, basta sentire l’orchestra!

Grande scena di Anna Erisso e finale
Siccome sino a questo momento donna Isabella aveva cantato due ariette ed assiemi, il finale doveva essere suo e Rossini predispose una scena di ampiezza tale da avere pochi confronti nella proprio catalogo. Forse Ermione, per certo Armida e, parte non Colbran Falliero incatenato.
A questo momento la Rebeka arriva sprovvista delle doti naturali e tecniche per eseguirla e stanca dalla serata. Sin dal recitativo si percepisce il fuori ruolo vistoso della protagonista, che tuba artificiosamente la voce nell’illusione di dare una sostanza che non c’è. Anche il coretto di dame che l’accompagna non l’aiuta, privato come è dalla bacchetta di ogni vigore drammatico. La coloratura ha un significato tragico come raramente Rossini ha scritto per un soprano. Le riescono le terzine discendenti di “Ai codardi serba”, ma subito dopo alle frasi “ dell’unica mia speme”…”non mi resta” et consimilia si mangia tutti i trilli scritti ( salvi forse quelli su “l’iniquo affetto” ). Il terribile “Si ferite il chieggo il merto”, che la storia del canto, ironia della sorte, ci ha consegnato in una impareggiabile esecuzione proprio da parte di una voce che soprano Cobran non era per nulla, ossia Beverly Sills, ( a provare che si può barare e simulare accento e vigore drammatico solo se si è dei mostri di tecnica e di intelligenza ), è uno scoglio davvero troppo grande per la giovane russa. Le urla arrivano puntali, sin dalle prime battute, e la coloratura, sebbene eseguita con una certa precisione, c’entra poco o nulla con l’isteria tragica ed estrema del momento: le agilità aspirate, un po’ gogogogogo, non consentono di rendere quello che Rossini esige. Maestro e soprano scelgono poi un tempo veloce che sorregge le poche energie rimaste alla ragazza nel “Madre a te che nell’empireo”, introdotto da un flauto celerissimo in un clima che nemmeno qui è quello che ci si aspetta. L’aria, tra il bucolico e l’agreste ,esce come una bella….canzone, cantata da una vocina querula, stanca, con le sestine scritte da Rossini eseguite alla comeposso. E così, tra lo sfinito suicidio di Anna e le brutte ultime battute del Maometto di Pertusi, la tragedia vocale di questo serata si chiude.

Gli ascolti

Rossini - Maometto II

Atto I

Ohimé! qual fulmine!...Conquisa l'anima - June Anderson, Chris Merritt & Marilyn Horne

Atto II

Non temer, d'un basso affetto - Marilyn Horne
Quella morte che s'avanza...Sì, ferite : il chieggo, il merto...Madre, a te che sull'Empireo - June Anderson

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lunedì 11 agosto 2008

L'Equivoco stravagante a Pesaro

Equivoco stravagante, di fatto la prima opera di Rossini dopo le farse è il secondo titolo del ROF 2008.
E’ una ripresa di un precedente allestimento e di un titolo che il medesimo direttore artistico del Festival ha fatto intendere di non particolare pregio e per giunta con il difetto di un libretto, diciamo, pecoreccio. Scusi maestro Zedda, ma ha mai letto il libretto di un quasi capolavoro come Pietra di paragone? E anche l’Italiana non scherza. Forse era l’opera buffa che imponeva certe scelte e certe “finezze”.

Poi Rossini, benché diciannovenne, ce ne ha messo del suo in quel processo, che porterà sotto il profilo vocale ad una assoluta coincidenza fra l’opera serie quella comica e quindi a superare un’immagine volgarotta ed ordinaria del genere comico. Insomma Rossini lo nobilita sino in fondo. Devo però dire che già quel capolavoro assoluto del Matrimonio segreto (dotato della sua giusta dose di doppi sensi per giunta affidati ad una donna) aveva segnato un avvicinamento fra i due generi. E forse, ma la dubitativa Rossini mettendo soprattutto al primo atto due coppie i signori ed i servi aveva reso omaggio al ratto dal Serraglio? E’ un dubbio non una certezza, ma il nostro ragazzino divorava le musiche tedesche disponibili in conservatorio e anche in questo primo titolo l’omaggio a Mozart c’è.
Quando, poi, penso al primo Rossini penso soprattutto al problema degli inserimenti cui gli interpreti erano tenuti, atteso che la coloratura poteva ancora ritenersi lata e non minuta. Sarà anche lata la coloratura di questo titolo, meriterà, per buona filologia inserimenti superiori rispetto a quelli realizzati in corrispondenza dei segni di corona, disseminati per lo spartito e forse le varianti già previste da Rossini non sono definitive, ma la falsa riga per l’esecutore però è già tale da creare problemi al cast assemblato dal ROF.
Ieri sera passando in rassegna Ermione lo abbiamo fatto con l’esame dell’esecuzione dei numeri questa sera cambiamo. Esaminiamo i cantanti.
Quattro i ruoli protagonistici ossia Ernestina, Ermanno e i due buffi Buralicchio e Gamberotto,più prossimo al buffo parlato il secondo, a quello cantante ed anche attestato su una tessitura più bassa il secondo.
Marco Vinco nel ruolo di Buralicchio ha esibito una voce dura ed ingolata, nello stomaco nel vano tentativo di sembrare quello che non è ossia un basso. Alla cavatina di sortita, oltretutto è privo di colori e dell’ironia che il personaggio deve involontariamente esprime neppure l’ombra. Le cose non vanno meglio quando in coppia con de Simone al duetto del primo atto dovrebbero fare il verso ai duetti dell’opera seria
Bruno de Simone nella ancor più vasta parte di Gamberotto destinatario di due arie è molto peggio. La voce ha colore quasi tenorile, ma è sgraziata, spinta senza colori e senza dinamica. Alle prese con la grande aria del secondo atto che prevede anche qualche passo di coloratura le terzine sono eseguite in maniera dilettantesca. Tralascio il commento sul mezzuccio di far cadere il fa acuto della chiusa della seconda aria su una “i” in luogo della prescritta “e”. Il problema è che il cambiamento è proprio brutto musicalmente.
Nel quintetto del secondo atto, forse il passo migliore del secondo atto, presago del grande quintetto del Turco, i nostri due signori suonano bianco e stimbrato quanto a de Simone, strozzato e prossimo all’urlo (la scrittura è abbastanza alta) quanto a Vinco.
Le cose non vanno molto meglio con la coppia protagonistica.
La signora Prudenskaja, importata dalla Deutsche Oper di Berlino (ove abitualmente dirige il direttore artistico del Festival, come chiunque può verificare mediante accesso in internet), teatro dove canta ruoli di Wagner, Verdi e Puccini ha esibito una voce che nei suoni centrali potrebbe essere anche di qualità. Però in basso suona tubata e fissa , quando sale nei pochi acuti previsti per Marietta Marcolini suona fissa, bianca e spinta. Il tutto è già evidente nella cavatina di sortita, evidentissimo, poi, nel rondò finale, che passò nella Pietra del paragone, dove fra l’altro alla chiusa della prima sezione omette l’esecuzione della cadenza, pur prevista.
Il fatto di avere una cognizione tecnica piuttosto peregrina e di affidarsi alla natura, piuttosto che alla tecnica comporta la difficoltà nelle’esecuzione dei passi di agilità l’assenza di un timbro stilizzato e l’incapacità di esibire una vera dinamica. Non solo, ma l’accento manca di grazia e di malizia e non si può certo parlare di un interpretazione, perché i problemi vocali sono preponderanti.
Del medesimo livello l’Ermanno di Dimitri Korchak. La parte richiederebbe sia il virtuosismo che l’accento elegiaco-patetico, che connotano l’amoroso dell’opera comica o di mezzo carattere. L’emissione di Korchak è poco ortodossa, quindi i suoni sono duri e spinti in alto e la voce, poco immascherata nel centro, non consente un canto stilizzato ed elegante. Il difetto tecnico di base impedisce l’esecuzione dei passi acrobatici. Alla seconda aria del secondo atto, priva di agilità Korchak stanco è quasi sempre stonato. Nell’esecuzione della prima aria del secondo atto, complessa per struttura e per scrittura vocale Korchak non brilla nell’andante, dove stenta a legare i suoni e nei due allegri dove pasticcia le agilità soprattutto se terzinate.
Il secondo tenore è un secondo tenore in ogni senso.
Il meglio orchestra e direttore. Benedetti Michelangeli accompagna i cantanti nonostante le loro difficoltà vocali e connota bene le differenti sezioni dei numeri. Poi certo con altri cantanti i risultati sarebbero molto diversi.

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Dessay & Kaufmann in concerto, stasera su France Musique

Questa sera alle ore 20 France Musique trasmette un concerto di canto di Natalie Dessay e Jonas Kaufmann, registrato lo scorso 31 luglio a Montpellier. I due celebri e celebrati cantanti affrontano, fra le altre, pagine tratte da Manon di Massenet (opera che li vedrà impegnati prossimamente a Chicago), Rigoletto, Traviata (il debutto a Santa Fe sarà l'evento clou del 2009 di Mme Dessay) e Roméo et Juliette.
Fedeli al metodo dell'ascolto comparato, abbiamo pensato di "ripassare" i grandi duetti in programma e pertanto vi proponiamo i brani che seguono. Brani da cui, alla luce delle più recenti esperienze di ascolto, i Divi di stasera potrebbero trarre partito.


Gounod: Roméo et Juliette

Atto IV: Va, je t'ai pardonné... Nuit d'hyménée - Andrée Esposito & Alain Vanzo

Verdi: Rigoletto

Atto I: E' il sol dell'anima - Cristina Deutekom & Giuliano Ciannella

Massenet: Manon

Atto III: Toi! Vous!... N'est-ce plus ma main - Maria Chiara & Alfredo Kraus

Verdi: La Traviata

Atto I: Un dì felice, eterea - Leyla Gencer & Flaviano Labò

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