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venerdì 29 luglio 2011

Attila alla Scala: secondo cast

Quel che si è udito la sera della prima ha convinto alcuni di noi a rigettare senza appello l’eventualità di assistere al secondo cast di Attila. D’altra parte, la compagnia titolare ha espresso così chiaramente la propria estraneità non solo al concetto di esecuzione verdiana ma al canto tout court da poter ambire alla palma della peggiore produzione stagionale del teatro. Produzione accolta, ricordiamolo (ma che sorpresa), da generale, robusta approvazione. La stessa che ha a sua volta premiato direttore e “secondi” cantanti, oltre ad aver lasciato più di un dubbio a chi fra i compilatori del Corrierino ha deciso di mettere alla prova una volta in più orecchie e onestà di cronaca.

Attila, frutto degli anni “di galera”, non è certo prodotto di immensa scrittura orchestrale, almeno per quanto riguarda la sfida alla tradizione e il rispetto delle forme canoniche del melodramma. Detto questo, non mi pare meriti di essere trattato col battipanni anziché con la bacchetta. Anche perché all’interno di quelle regole consolidate rimane un’opera fortemente meditata – lunghissima la gestazione – e amata, tant’è che lo stesso Verdi fece pervenire all’editore francese Escudier la richiesta di poterla convertire in un grand-opéra da allestire nella capitale. Non sottovaluterei poi nemmeno l’efficacia “fuori norma” del concertato del Finale Primo, la scrittura vocale di alcuni protagonisti – Odabella e Attila in primis – e lo splendido terzetto del terzo atto. Luisotti invece prende la solita via del sensazionalismo a buon mercato, delle scudisciate da parata militare, forse confondendo appunto il clima marziale invero presente – pensiamo all’ingresso di Odabella, nel prologo – con la celebrazione del santo patrono di Legnano o di Cerro Maggiore. A suo favore va accreditata la perizia nel mantenere omogenea la pasta orchestrale – lavoro affatto semplice, tenuto conto del livello della compagine in questione – e la capacità di smussare le spigolosità narrative del libretto dilatando le pause (spesso concentrate durante i passaggi in cui è presente il condottiero, come l’entrata nel prologo o la catarsi successiva all’intervento di Leone nel primo atto) e accelerando i momenti di fulgore patriottico (la cabaletta di Foresto in coda al prologo). Peccato che il meccanismo appaia però esasperato, con effetti da una parte letargici e dall’altra di puro ammiccamento a ritmi più consoni alle comiche del cinema muto. Manca poi di nerbo nell’agogica, finendo per trattenersi proprio laddove il momento chiederebbe maggiore respiro. Si pensi ancora al prologo, in particolare al primo confronto tra Attila e Ezio. Il generale romano dopo aver attaccato il tema “Tardo per gli anni” lascia spazio all’intervento dell’unno (“Dove l’eroe più valido”), null’altro che una variante del motivo di Ezio. Ci si aspetterebbe pertanto un mutamento di intensità anche in buca che sappia rimarcare a fini espressivi l’impeto di Attila nel ricusare l’offerta di armistizio proposta da Ezio. Lo comprendevano bene i vari “menarisotti” della tradizione recente, alla Nello Santi, per intenderci. Luisotti invece no. E allora ne vien fuori una direzione greve, confusa, inficiata peraltro dall’aggravante della recidiva: l’Aida londinese, e la rispettiva scena del trionfo, è ancora scolpita nella nostra memoria a riprova che l’enfasi roboante si è fatta – o è sempre stata? – cifra autoriale, fuori dall’occasionalità di una dubbia visione interpretativa. A voler tirar le fila, Luisotti non sa resistere al feticcio dell’effettaccio, all’imprudente trastullo con l’atomica, al richiamo del pestacarne. Di fatto, la sua Venusberg. La sua Disneyland.
Della performance di Lucrecia Garcia ha già ben detto a suo tempo la collega Giulia. Le magagne, quando frutto di carenze tecniche e non già di un’indisposizione passeggera, è naturale vengano riconfermate la sera, i mesi, addirittura gli anni a venire (fa sorridere in questo senso l’ingenuità – per non dire altro – di chi si ostina ancora a parlare di “serata sì, serata no”). Odabella, ancor più che Abigaille, è parte per artiste complete, capaci cioè di destreggiarsi con una scrittura che prevede scansioni belcantistiche su tutto il pentagramma e un legato da autentico soprano lirico. Che è poi quel che serve a definire un personaggio che passa appunto da momenti di veemenza ero(t)ica – è ciò che seduce Attila – ad altri di totale abbandono sentimentale, caratteristiche ben individuate rispettivamente dall’aria di sortita e da quella in apertura del secondo atto. Detto questo, il soprano venezuelano è manchevole su entrambi i versanti. La voce gira piuttosto bene in zona centro-acuta (l’attacco sul fa4 di «SAnto», la salita su «barbARO», l’esternazione “grandiosa e fiera” – come da spartito – in corrispondenza di «noi donne italiche»). Però già l’aggancio degli estremi acuti (strilla il do5 di «indefiniTO») è difficoltoso, come sfiatata è la vorticosa picchiata in semicrome discendenti che toccano il si grave, nella fattispecie sbracatissimo. In difficoltà anche nell’incipit dell’Andantino (“Allor che i forti corrono”), che insiste sulla prima ottava, sempre tubata (grottesche le terzine di «sempre vedrai pugnar»). Qualcuno dalle gallerie grida “Bravo Maestro!” (?). Riesce tuttavia ad essere espressiva, pur con un suono lievemente metallico, nel recitativo del primo atto “Liberamente or piangi”, in cui stupisce l’accento sospeso, adatto al clima di dolore e malinconia (efficace la forcella su «inVOco»). Censurabile però in toto il “fuggente nuvolo”, aria che esalta la perizia nella gestione delle arcate di fiato su cui la Garcia scivola indecorosa, tra continue stimbrature e suonacci stridenti. Non aiuta poi la presenza scenica, sicuramente più adatta alla Cieca di ponchielliana memoria.
Per quanto riguarda Michele Pertusi ci chiediamo quale necessità lo porti a sostenere – dopo quasi trent’anni di carriera – due prime parti come Mustafà e Attila una sera sì e l’altra pure (correa la solita provincialità del teatro stesso). Se le cose vanno appena bene col bey d’Algeri, non possiamo dire lo stesso del capopopolo verdiano, la cui scrittura più spianata fa risaltare le pecche di una voce ormai alle soglie del collasso. A dispetto di un’impostazione corretta, che poggia sui dettami di una scuola che ancora sapeva insegnare, il centro rimane l’unica zona ancora presentabile, quando non inficiata da evidenti cali di intonazione. In basso risulta svuotato (la bemolle grave di «muor», nella sortita), peregrini i tentativi di smorzare il suono (oltretombale il do3 su cui accenna la mezzavoce in corrispondenza di «Ei mi parLO’», nel recitativo con Uldino nel primo atto) e gli acuti - benché sonori – soffrono nel vibrato largo i segni dell’usura. Pertusi resta tuttavia buon fraseggiatore, come provano per esempio i cantabili «Mentre gonfiarsi l’anima» e «Oh, miei prodi». Però troppo spesso l’accento risente di un pacchiano “furlanetteggiare”, ossia spinge la voce attraverso una vocalizzazione mutuata direttamente dal colpo di glottide. Risultato, un’Attila esteriore, imbrattato di greve naturalismo (è quindi d’uopo il confronto col vegliardo Christoff nell’edizione live diretta da Bartoletti a Firenze).
Dopo il forfait di Marcelo Alvarez, Fabio Sartori avrebbe dovuto sostenere tutte le recite del cavaliere aquileiese. Le condizioni disastrose del tenore la sera della prima avevano portato Corriere e amici a paventare l’impossibilità per Sartori di reggere il ruolo in tutte le date previste. Detto, fatto. Subentra di soppiatto Giuseppe Gipali, e va appena meglio. Foresto non è parte granché amata. E per la difficoltà della tessitura – le due arie sono state scritte per Carlo Guasco, tenore di grazia che diede voce al primo Riccardo nella Maria di Rohan di Donizetti e che con ogni evidenza padroneggiava il passaggio di registro, come tutti i cantanti degni di questo nome – e per il ruolo tutto sommato secondario, scomodo per tenori che ambiscono a trionfi personali. Gipali si barcamena bene nei recitativi che introducono i cantabili. Il timbro è notevole, l’emissione pulita al centro, sebbene la proiezione sia esangue, impiccata tra gli assi del palco. I problemi arrivano con la salita all’acuto, sempre strozzato e spinto (esemplare la ripresa del tema della seconda romanza, col verso «Perché fai pari agli angeli»), complici anche i tempi pachidermici staccati da Luisotti. Considerazioni applicabili in egual modo all’esecuzione delle strette.
…e infine Leo Nucci, su cui c’è poco da dire e ripetersi. Ad onta di un volume superiore ai tre colleghi messi insieme, non stupiscono più gli acuti berciati, il legato dissestato e quindi calante, i recitativi vociati, etc. Non stupisce nemmeno che il re degli unni, davanti a un Timur da bocciofila travestito da generale romano, rispedisca al mittente una proficua tregua e decida di combattere da solo per l’intero bottino. Insomma, un Ezio del tutto privo di credibilità, perché mai portatore della giusta austerità che la parte prevedrebbe: difatti, l’accento starebbe bene forse a un Gérard di bassa provincia. Straniante poi la richiesta di bis – prevedibili più del cantante a cui li si chiede – al termine degli “immortali vertici”.
Come accennato sopra, una serata di grande successo, decretata da un teatro gremito di turisti e di abbonati Aslico, traslati in Scala per le canoniche due opere l’anno. Quindi, vagonate, anzi “pullmanate” di applausi per tutti.

Verdi - Attila

Prologo


Allor che i forti corrono - Rita Orlandi-Malaspina (1975)


Atto III

Non involarti, seguimi - Nicolai Ghiaurov, Rita Orlandi-Malaspina, Piero Cappuccilli & Veriano Luchetti (1975)

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venerdì 1 luglio 2011

Italiana in Algeri alla Scala. Il significato dell'accademia, i tempi dei verbi

Ieri sera sul palcoscenico del Piermarini è ritornata, quale spettacolo dell’accademia scaligera, l’Italiana in Algeri di Rossini nell’allestimento, che inaugurò la stagione del 1973-74 con Teresa Berganza protagonista e la direzione di Claudio Abbado.

Spettacolo dell’accademia della Scala. Ho riflettuto sul fatto che, un tempo, diciamo nella Parigi di Rossini le Accademie erano le serate cui partecipavano i maggior musicisti, strumentisti e cantanti in casa di nobile esibendosi in uno o due brani sicchè poteva capitare di sentire la Grisi, che intonava bel raggio lusinghier accompagnata dall’autore o da Chopin. Adesso accademia dovrebbe significare, invece, il luogo dove si impara o meglio si perfeziona l’arte vuoi del canto solistico di quello coreutico o di uno strumento per poi affrontare la relativa carriera. Allora –concludo- dovrebbe essere una serata come quelle degli anni cinquanta in cui i cadetti della Scala a nome Ilva Ligabue, Luigi Alva, Paolo Montarsolo, Fiorenza Cossotto cantavamo “l’osteria di Marechiaro” o “la dama spagnola”.
Poi, letta la locandina e mi sono ricordato dei tempi dei verbi della lingua italiana. Solo che non ho pensato , come avrei dovuto per la sede in cui proposta questa Italiana, non al futuro, ma al passato vuoi remoto vuoi prossimo al presente ed infine, controvoglia e per caso al futuro. Il che significa che dell’accademia in senso moderno c’era nulla o poco. Tanto meno di quella in senso antico.
Passato remoto : l’allestimento di Jean Pierre Ponnelle, varato, appunto, nel 1973 ripetuto più volte in Scala ed in altri teatri di fama mondiale con protagoniste di notorietà planetaria e di rossinianità indiscussa ed indiscutibile. A distanza di anni questa Algeri, che richiama Granada, due o tre gag misurate e sopportabili dal testo (rammentiamo in quali anni nacque l’allestimento), la scelta bellissima dell’arrembaggio in scala ridotta, le prorompenti epe di plastica degli eunuchi sono ancora oggi inarrivabili. Insegnano come l’allestimento dell’opera debba essere, prima di tutto, misura e strumentale a sottolineare il testo musicale e magari anche quello poetico, essenziale nelle opere comiche di Rossini (soprattutto Pietra, Italiana e Turco). Nessuna volgarità in scena sempre e solo l’allusione, che è la realizzazione dell’allusione contenuta nel testo. Basta nel raffronto con l’Italiana pesarese a cura di Dario Fo e la differente realizzazione della metafora del palo.
Passato prossimo: Michele Pertusi da Parma, di anni 45, in carriera da 25 e con il pregio, per questa militanza di avere sentito e collaborato con parti della storia dell’interpretazione belcantistica e di avere studiato con chi ancora capace di trasmettere saldi fondamenti del mestiere. Difetto o meglio rovescio della medaglia l’evidente usura vocale di una voce mai ricca di armonici e che di vero basso non è mai stata e che oggi stenta negli acuti estremi vedi il fa di “pappataci Mustafa” al celebre terzetto o che non è più fluida nella sezione conclusiva dell’aria di Mustafà dove la manovra del fiato ed il legato denunciano anni e carriera. Poi siccome la voce il più delle volte sta al posto giusto Pertusi che non è – ripeto un superdotato- suona sempre avanti, proiettata e sonora. Questa che oggi è rarità è stata addirittura unicità nella compagnia assemblata dal teatro milanese.
Presente : Lawrence Brownlee, Antonello Allemandi ed Anita Rachvelishvili
Il primo è entrato in scena nella sortita con voce sonora ed ampia per essere un tenorino. La scrittura di Lindoro è acutissima (piaceva molto al Rubini prima maniera) ed all’orecchio allenato appare subito evidente che al nostro tenore manca la corretta salita agli acuti facili in apparenza, ma spinti al tempo stesso. Un tempo per esemplificare la salita corretta agli acuti i maestri di canto utilizzavano il termine “cupola” , “fai la cupola” metafora azzeccata anche per esemplificare che Brownlee non segue l’immagine della monta della cupola nel salire, ma una immagine di fissa verticalità. Ciò non di meno applausi dopo la sortita. Immediata la conseguenza dei limiti nel canto in quanto già al seguente duetto con Mustafà alla frase “ah mi perdo” dove la voce del tenore fraseggia sul fa3 sol3, il cantante è privo di smalto ed emette suoni difficoltosi perché mal proiettati. Non solo il volume via via nella serata si riduce, lo sforzo aumenta ed alla fine dell’aria del secondo atto puntuale ed inesorata arriva la stecca sull’acuto conclusivo un si nat. Puntuale, insipiente firma di un pubblico ignorante arriva il grido “bravo”.
Antonello Allemandi ha una sola attenuante ovvero quella di aver diretto una compagine di studenti o poco più. Nessun colore, nessuno slancio, nessuna sottigliezza o finezza, nessuna capacità di sottilineatura con fiati e legni, che sono un po’ la sigla dell’ironia del Rossini comico, un pesante finale primo (anche piuttosto lento) un “ognuno per conto suo” , “quasi tutti stonati” al quintetto “sento un fremito” dove il direttore si limitava a battere il tempo all’orchestra, dimentico del palcoscenico.
Anita Rachvelishvili è il dubbioso presente. Fisico, colore della voce evocano quelli che un tempo erano i soprani di forza ovvero quelle voci che affrontavano il tardo Verdi (dal Ballo in poi) Gioconda, Tosca, talvolta Fanciulla e Wally, Andrea Chenier. Solo che per affrontare quel repertorio occorre un sostegno della voce, che consenta di reggere le tessiture, definite da Lauri Volpi, gagliarde. In difetto si ripiega su una corda estranea per limiti tecnici. Basta sentire l’attacco di “cruda sorte” piuttosto che l’andante “per lui che adoro” (passato sotto silenzio) per rendersi conto che siamo dinnanzi ad una voce, che non sfrutta la risonanza della cosiddetta maschera e suona opaca, comune, priva di quella stilizzazione e aurea aulica, che sono la sigla del canto professionale e rossiniano in primo luogo. Al “per lui che adoro” per sola qualità tecnica voci in natura di soprano, pure modeste per volume e colore, come Teresa Berganza, Marylin Horne e Martyne Dupuy scrivevano pagine esaltanti ed irripetibili. Che, poi, in zona medio alta ovvero sul fa4 la signora emetta suoni di un certo volume ed ampiezza è solo per dote naturale come per dote naturale, aiutandosi con alleggerimenti di suono, semplificazioni dell’ornamentazione supera le agilità del rondò. Sotto il profilo dell’agilità le cose vanno peggio nell’ingresso di Isabella alla corte di Mustafà perché le agilità martellate richiedono un controllo del suono, ignoto alla principiante, seppure dotata. Il disagio vocale, poi, porta ad una linea interpretativa sciatta ed approsimativa. Dalla bocca di questa Isabella, che della proterva e sensuale eroina rossiniana avrebbe anche il fisico , non esce una frase che sia centrata sotto il profilo dell’accento. Invito l’ascoltatore, che non voglia fermarsi al solito e facilone “ a quelli della Grisi non va mai bene niente” a sentire il “dite che è quella femmina” della Horne piuttosto che il “mia signora favorite” o “in gabbia è già il merlotto” di Teresa Berganza o le “vicende della volubil sorte” di Martine Dupuy.
Ci sono con questi presupposti che la cantante georgiana passi presto dal tempo presente a quello passato sia pur prossimo di carriera.
Futuro: dovrebbero essere coloro che sono gli unici effettivi allievi dell’accademia della Scala, che non produce molto, tanto che si appoggia a veterani o cantanti in carriera o per lo spettacolo di fine anno. Talvolta ricorre a giovani non d’accademia come accade con Vincenzo Taormina, dimagrito rispetto alla mamma Agata, che propone zia Taddea, anziana parente di Isabella in odore di mezzana, tanto è sgraziato, sopra le righe ed incapace dell’autentico virtuosismo che è richiesto al buffo ossia il canto sillabato. Per anni abbiamo sentito la censura e la reprimenda del gusto dei Corena e dei buffi precedenti, per ritornare poi al punto di partenza! Ed è per questo che ho deciso di offrire ai nostri ascoltatori un'esecuzione d'epoca, datata e censurabile per il gusto, purtroppo attuale.
Ancor più futuro ed unica solista proveniente dall’accademia, Pretty Yende, che dopo il title role dell’Occasione fa il ladro, canta la parte breve, ma disagevole per un paio di do acuto nel concertato di Elvira, l’infelice moglie di Mustafà, due soli termini per la prestazione: vocia al centro e sbraita gli acuti !




Gli ascolti

Rossini - L'Italiana in Algeri


Atto I

Cruda sorte - Teresa Berganza (1973)

Oh che muso, che figura! - Teresa Berganza & Paolo Montarsolo (1973)

Atto II

Per lui che adoro - Zara Dolukhanova (1951)













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domenica 24 ottobre 2010

Gentile ed illustre signor Michele Pertusi

Gentile ed illustre signor Michele Pertusi,
non La conosciamo, neppure sappiamo se mai leggerà questa nostra, nata quale risposta ai Suoi interventi verso la poco felice, ma non prima in tal senso, edizione 2010 del Festival Verdi.

Raramente pensiamo sia opportuno che i cantanti esprimano il proprio sentire al di fuori del palcoscenico. Vi sono, però, situazioni contingenti e fasi della carriera, che lo consentono o, addirittura, lo propiziano in forza del privilegio dell'essere non scritturato per la presente edizione e parmigiano. A nostro avviso, infatti, anche nell'epoca in cui sono i media, in percentuale sempre più elevata, a determinare fortune e disgrazie delle carriere dei cantanti, quelli attivi e "calcanti" il palcoscenico dovrebbero dalle sole tavole dello stesso intervenire ed offrire risposte. Con i ferri del mestiere e null'altro, precisiamo.
Abbiamo, invece, assistito allo spettacolo, poco edificante, di interviste, interventi su siti internet amici, dichiarazioni e proclami, "j'accuse" e contestuali blandizie al pubblico, nonchè caccia alle streghe, ora diretta, ora indiretta a mezzo di prezzolati e raccogliticci mestatori, ricerche dei sedicenti perturbatori, animati da rissosi sentimenti extramusicali. Destinatario di tutta questa attività estranea alla musica il pubblico, loggione in particolare e foresti, ivi, allocati, rei soltanto di avere tenuto, fra l'altro con esemplare misura, il comportamento, che compete al pubblico, ossia dissentito e riprovato. Le agognate alternative sono i loggioni murati, le pubbliche liste di proscrizione.
Tutta questa farsa nulla ha a che vedere con il canto e tanto meno con l'ARTE.
Il cantante, come il direttore, come il regista, che accetta la scrittura e sale sul palcoscenico o sul podio, si assume ogni propria e conseguente responsabilità, che deriva da impreparazione o inadeguatezza al ruolo assegnatogli. E di impreparazione ed inadeguatezza, per regola antica e consuetudinaria quanto il teatro, non solo d'opera, ogni artista o denominato tale rende conto al pubblico.
I comportamenti fuori di questo canone, tanto copiosi in questi giorni nel corso del Festival offendono il pubblico e, più ancora, coprono di ridicolo chi li abbia posti in atto. Ripetiamo, non deve essere quella sopra descritta la difesa del buon cantante, del serio professionista. Ha bene detto un giovane loggionista scaligero, in trasferta a Parma: "Se canti bene non hai nulla da temere, tanto meno di questi tempi".
Come nulla avrebbe da temere chi, chiamato a reggere le sorte delle istituzioni musicali, le reggesse con perizia e rettitudine. Perdoni i termini arcaici e desueti, altri più appropriati non ce ne sono a nostro avviso nella pur ricca lingua italiana.
E' giusto, in primo luogo, domandarsi, come avevamo già proposto l'anno passato, il senso del festival Verdi, perchè Verdi, con Puccini e, fuor d'Italia, Wagner, detiene il 75% dei titoli usualmente in cartellone.
Se Festival Verdi ha da essere per superiore e, forse, non artistica statuizione sia, ma lo sia in modo tale che i titoli usuali non vengano eseguiti come accade negli altri e più grandi teatri al mondo. E' doveroso che venga rispettata ora l'integrità, ora la consolidata tradizione esecutiva, magari pretermessa e perduta, che del titolo popolare venga offerta la versione alternativa, che dei titoli rimaneggiati si possano esaminare alla resa teatrale entrambe le versioni. E tanto per ripeterci gli esempi possono essere Trovatore od Otello in francese, Ernani con i documenti accomodi di Donizetti o gli inserimenti dovuti alle scelte di grandi primedonne, i due Simone, l'Aida del Cairo e l'Aida di Milano (oggi ascoltiamo un bell'ibrido delle due versioni)...
Questa è musicologia, questa è filologia, è servire il pubblico e l'autore e tentare di essere artisti e persona di cultura, l'esatto opposto di chi spera di lucrare i consensi dei critici di professione, che, invece, prima di ogni altro aspetto esibiscono consonanza di bandiera politica.
In altro blog ( www.luigiboschi.it ) abbiamo letto, e non sappiamo sino a quando saranno disponibili, le cronache dei Vespri e le tragicommedie della ricerca di un tenore in luogo dello scritturato, ufficialmente malato, di fatto indicato come pesantemente inadeguato e politicamente malato. Vero o verisimile che sia la storia poco importa, anzi nulla rileva. Rileva, invece, povertà culturale, prono asservimento a chi dovrebbe servire ed invece viene tenuto "in alto onore" e seguito nelle proprie indicazioni di cast, che sono, invece, indicazioni di agenzia. A meno che poi, come adombrato dal blog, ci sia altra e reciproca forma di asservimento e servizio.
Il tutto è sempre esistito, giustamente ci verrà obiettato, ma in questo momento privo di risorse di ogni genere per il teatro d'opera essere messi a conoscenza di queste storie di faciloneria ed impreparazione palese suona di offesa e presa in giro per il pubblico. Ed anche per Verdi. Più grave in terra di Parma? Questo non lo sappiamo, forse, siccome si vorrebbe essere il Festival Verdi.
Ossequi e ringraziamenti da due colleghi, Giulia Grisi de Candia e Domenico Donzelli, spettrali... ma solo per motivi di anagrafe!


Gli ascolti

Verdi - Un ballo in maschera

Atto II


Ecco l'orrido campo...Ma dall'arido stelo divulsa - Antonietta Stella (1956)

Atto III

Forse la soglia attinse...Ma se m'è forza perderti - Bruno Prevedi (1968)


Verdi - Aida

Atto I


Ritorna vincitor - Maria Chiara (1984)


Verdi - La forza del destino

Atto III


La vita è inferno all'infelice...O tu, che in seno agli angeli - Francesco Merli (1926)

Nè gustare m'è dato...No, d'un imene il vincolo - Richard Tucker & Mario Sereni (1960)

Atto IV

Invano Alvaro...Le minacce, i fieri accenti - Aldo Protti & Mario del Monaco (1953)

Non imprecare, umiliati - Tancredi Pasero, Francesco Merli & Bianca Scacciati (1931)

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martedì 17 agosto 2010

Mese di agosto IX. 46° Festival di Macerata: la “Forza” di Leonora e la bella crociata dei “Lombardi”

Nessun “cornetto”, né di plastica, né d’argento (vero, signor Pizzi) può proteggere dalla funesta maledizione che aleggia sulla “Forza del destino”, la cui potenza si è manifestata in quel di Macerata durante lo svolgimento del 46° Festival estivo, dedicato quest’anno ai 400 anni dalla morte del grande intellettuale e religioso maceratese Padre Matteo Ricci, che ha dato l’ispirazione per il tema della manifestazione, cioè: “A maggior gloria di Dio”.
Quest’anno correva anche il 400° anniversario dal “Vespro della Beata Vergine” di Claudio Monteverdi, composizione scelta per inaugurare la rassegna il 29 Luglio, che ha proseguito con “Faust”, “Forza del destino”, “Lombardi alla prima crociata”, allestiti allo Sferisterio ed il dittico “Juditha triunphans” di Vivaldi e “Attila” di Verdi ospitati in forma “cameristica” (traduzione: orchestra ridotta e scena essenziale e fissa per entrambe le opere) nella bomboniera del Teatro Lauro Rossi.


Si parlava prima di sfortuna: alla prima del “Faust” una pioggia birichina ha fatto slittare la recita alla data successiva, lasciando alla “Forza” l’onore di aprire lo Sferisterio…purtroppo!
Nei primi anni 2000 sul palcoscenico del Festival di Macerata allestimenti sfarzosi, fantasiosi e sperimentali come la “Traviata” e la “Lucia di Lammermoor” con le scene di Svoboda, la “Butterfly” firmata Brockhaus, “Aida” e “Turandot” di De Ana lasciavano presagire futuri spettacoli del medesimo livello; con Pizzi siamo invece alla fiera del riciclaggio di se stesso e delle scene.
In periodo di crisi tale scelta può essere vista come una amministrazione intelligente e anzi auspicabile, dei mezzi a disposizione; il problema è che il palcoscenico diventa sempre più rachitico, sempre più anonimo e prevedibile, la regia, se di “regia” si può parlare, dilettantesca o imbarazzante, quindi: le passerelle inclinate già viste in “Europa riconosciuta”, “Maria Stuarda”, “Norma”, “Macbeth” etc., vengono solo rivestite di legno e cartapesta, ridipinte di ocra e spostate di posizione; i costumi vengono ripescati da “Gioconda” (Arena di Verona), “Il crociato in Egitto” (Venezia) e dagli allestimenti sopracitati.
Evidentemente la “Forza del destino” è un’opera che Pizzi non apprezza molto: una grande croce lignea sovrasta le tre aperture del gigantesco e spoglio muro dello sferisterio; due passerelle inclinate, scomode e scivolose (quanti capitomboli sia dei poveri coristi, sia di un po’ tutti i malcapitati cantanti) scendono dalle due aperture più piccole a cui lati due rialzi a forma anch’essi di croci formano l’unica decorazione della scena eccezion fatta per un tavolo di legno posto al centro del palco.
Mortificante la scena, mortificante l’incapacità di gestire le masse, mortificante la regia “faidate” dei singoli, limitati ad entrare, passeggiare o schierarsi al proscenio in un noioso, assurdo vuoto, imbarazzante la bandiera di luce proiettata sul muro dello Sferisterio durante il “Rataplan”, inutili i costumi evocanti il primo conflitto bellico e nulla possono fare le coreografie da sagra paesana ideate da un Gheorghe Iancu non particolarmente ispirato.
In un 2010 in cui l’aumento degli sponsor-mecenati, e quindi degli introiti e degli investimenti, è cresciuto a discapito del numero dei biglietti venduti, si poteva, anzi, doveva fare qualcosa di più per esaltare la strombazzata, a sproposito, qualità artistica che il Festival si sforza di raggiungere, e non sto parlando solo della pochezza scenica e pubblicitaria, ma anche di quella musicale e vocale.
Mettere insieme un cast sufficiente a sostenere un’opera come la “Forza del destino”, che pretende almeno sei voci vere, oggi è davvero una impresa temeraria a cui Macerata non si è sottratta:
insufficiente l’Alvaro di Zoran Todorovitch, sicuramente una voce importante e schiettamente tenorile, massacrata però dalla rozzezza di una emissione che prevede l’apertura innaturale delle vocali alla ricerca di una maggiore ampiezza, calante negli acuti per giunta, tutti rigorosamente sforzati, e deficitario nel fraseggio, ricondotto ad un lamento muscolare dal sapore molto vecchio e monocorde.
Prima vittima della “maledizione” il baritono Marco di Felice previsto nel ruolo di Don Carlo di Vargas, costretto al ritiro a causa di una indisposizione e sostituito praticamente all’ultimo momento da Elia Fabian il quale ha eroicamente salvato la serata “leggendo” il ruolo nella buca dell’orchestra e doppiato in scena da un mimo. Onore al merito dunque. Questo episodio fa però riflettere su un particolare: un teatro che punti alla qualità dovrebbe assicurare un adeguato sistema di copertura in caso di indisposizione nel rispetto dei cantanti e del pubblico, non ricorrere, se non in casi eccezionali, a soccorsi dell’ultimo minuto.
Tornando a Fabian, si fa ammirare per il timbro scuro, lo sforzo di rispettare la partitura, ma anche lo sforzo della linea di canto, l’acuto periglioso e la correttezza dell’interpretazione; peccato che la posizione lo rendesse quasi inudibile in alcuni momenti nei posti più estremi dello Sferisterio.
Seconda vittima della “maledizione” Elisabetta Fiorillo scritturata per il ruolo di Preziosilla, ma colpita da una indisposizione che ha costretto le maestranze a sostituirla con Anna Maria Chiuri.
Voluminosa la voce della Chiuri avvolta in un gigantesco e svolazzante camicione da notte dall’indefinibile colore, ma anche fissa e stonata nelle note sopra al rigo e gutturale nei centri e nelle note gravi; spigliata però nel fraseggio e riesce a coprirsi di gloria in un “Rataplan” diretto in maniera maldestra da Callegari ad una velocità semplicemente folle, in cui la cantante riesce con virtuosismo estremo ad inserirsi nell’agogica limitando i danni del registro acuto e riuscendo a cantare tutte le note previste: complimenti!
Più recitante che cantante il Fra Melitone del divertente Paolo Pecchioli e rispetto al suo Padre Guardiano fiorentino, Scandiuzzi sembra molto più solido e timbrato, anche se denota una certa durezza nell’emissione e qualche sbandamento nella regione acuta riuscendo però giustamente solenne e paterno nelle tre scene in cui è previsto.
Discreti Giacomo Medici (Trabuco) e Paulo Paolillo (Alcade), duro e intubato Luca Dall’Amico (Calatrava) ed emerge la voce sonora e sensibile di Annunziata Vestri nel ruolo di Curra.
L’unica vera sorprendente nota positiva è stata la prova del soprano Teresa Romano!
Irriconoscibile rispetto alla mediocre, verista, durissima Vitellia napoletana, la Romano dimostra, alla prima, di avere un ottimo controllo della propria voce sia nei centri che nei gravi ed un volume di tutto rispetto: buona la proiezione che permette alla voce di espandersi naturalmente, dolcissimo il timbro da soprano lirico che finalmente fa vibrare la corda adolescenziale nella voce di Leonora e timbratissime le note gravi e sotto il rigo che suonano sonore e rotonde.
Particolarmente riusciti momenti come “Me pellegrina ed orfana” in cui oltre ad uno puntuale ed espressivo legato si apprezza anche l’intimismo del fraseggio, che torna velato di nervosismo sia nella scena del convento che nel finale.
Tallone d’Achille, a volte pesante, rimane il registro acuto, tagliente e perennemente crescente, che non si salda affatto al registro centrale e rende spigolose ed aspre le note sopra al rigo.
Peccato.
Le auguro di essere costante, di non impelagarsi in ruoli troppo pesanti per la sua vocalità così lirica, di aggiustare la coloratura se vuole affrontare ruoli di tal genere e l’emissione del registro acuto, avremmo una bella conferma: per ora è una giovane promessa.
Funzionale e preciso il Coro Lirico Marchigiano "V. Bellini" che supera con somma professionalità la difficoltà di ascoltarsi quando è in maniera scellerata schierato lungo tutta la lunghezza del gigantesco palcoscenico senza perdere omogeneità e coesione.
La direzione di Daniele Callegari ondeggia tra tre poli agogici: lenta, veloce, velocissima.
Lenta per le arie e per aiutare i cantanti in difficoltà, veloce per tutti i duetti, velocissima al limite dell’incantabilità in tutte le scene in cui è prevista Preziosilla, il coro o Fra Melitone. A livello espressivo è sicuramente molto nazzionalpopolare, ma tale incoerenza di tempi unita ad un’orchestra in serata svogliata (agghiaccianti le stonature dei flauti!) si ripercuote sulla resa finale nonostante un preludio di ammirevole fattura ricco di energia e spigolosità volutamente sensuali e drammatiche.

Dalla pochezza della “Forza del destino” alla sorpresa de “I lombardi alla prima crociata” per la prima volta sul palco dello Sferisterio: una serata davvero ricca di interessi, finalmente, si riconosce addirittura la zampata del regista scenografo Pizzi e una maggiore attenzione alla scelta delle voci.
Prima di tutto la scena, ancora più scarnificata rispetto all’opera precedente, eppure resa più evocativa dalla felice ricchezza di idee:
ai lati delle due passerelle inclinate due piscine d’acqua evocano i bagliori del Siloe, al centro della scena un pulpito ligneo sarà il fulcro dei momenti più concitati o intimi e fungerà da piedistallo su cui adagiare una sottile croce lignea.
Condivisibile ed elegante la volontà di creare dei veri e propri “tableaux vivents” ispirati a certe pitture rinascimentali filtrate attraverso il gusto francese di David o all’essenzialità del Caravaggio grazie alla magnifica direzione delle luci di Sergio Rossi.
Pizzi sfrutta l’idea di grande suggestione di identificare le sofferenze del Cristo sulla croce con la sofferta evoluzione psicologica di Giselda, Arvino e Pagano i quali prendono il posto del simbolo religioso direttamente su quel pulpito durante i loro monologhi più intimi; Pagano addirittura diviene l’ombra stessa della croce morendo in posizione speculare al Redentore che lo sovrasta ricevendo il perdono del fratello.
Commovente la sequenza onirica del IV atto affidata ad un balletto in penombra che evoca gli amori di Giselda e Oronte ed il loro addio; soluzione semplicissima, ma al tempo stesso coinvolgente, che fa il paio con il “passo a due” tra la ballerina Anbeta Toromani e l’ottimo violinista Michelangelo Mazza, risolvendo l’intermezzo virtuosistico che Verdi ha dedicato al violino attraverso una coreografia che vuole rappresentare il tempo che scorre sulla storia; complimenti Maestro Iancu! Infine, “O signore dal tetto natio” vive dei bagliori del Siloe in cui il coro si immerge scambiandosi amare carezze e giocando con i riflessi, gli stessi che torneranno a concludere l’opera e che disegneranno sul muro dello Sferisterio le cupole lontane di Gerusalemme. Struggente.
Ingenue purtroppo le scene di combattimento al rallentatore e prive di interesse, oppure lo sbrigativo incendio al primo atto, ma sono particolari trascurabili di fronte alla voglia di fare un teatro semplice, ma palpitante e non banale avendo pochi (?) mezzi a disposizione e credendo nel lavoro, nell’opera e nel compositore.
Molto più equilibrato ed omogeneo il cast schierato:
emerge nel bene e nel male Dimitra Theodossiou, la quale ha negli anni scavato e approfondito il personaggio di Giselda, trasformandolo in uno dei suoi cavalli di battaglia cantandolo con i pregi e difetti che fanno ormai parte della sua organizzazione vocale.
Il timbro è come sempre leggermente acidulo, ma dalle pregevoli sonorità liriche, la buona proiezione permette agli armonici di espandersi con potenza e intensità nell’arena, il fraseggio ovunque non è mai becero né eccessivamente esteriore o plateale, anzi, come già dimostrato nei “Lombardi” fiorentini è capace di inflessioni dolcemente patetiche e fanciullesche, come nella splendida preghiera “Salve Maria” in cui la tessitura che gravita attorno registro centrale, nonostante il perenne sospetto di emissione “falsettante” in puro stile Caballé senescente, viene risolta con un attento controllo della linea di canto e del legato; stesso discorso per “Oh madre, dal cielo soccorri al mio pianto” in cui l’impiego dei pianissimi e della mezza voce, un po’ insistiti e ruffiani, hanno una loro efficacia sia canora che espressiva e si adattano benissimo all’angoscia della fanciulla; ma già dalla micidiale “No!... giusta causa - non è d'Iddio” i problemi diventano palesi e non mascherabili con un falsetto o un pianissimio: lo sforzo di dare mordente e precisione alle colorature è encomiabile, ma non sufficiente alle esigenze verdiane anche se il direttore Callegari stacca un tempo leggermente più lento per aiutare la cantante; purtroppo manca totalmente nel registro acuto rigorosamente strillato e costantemente urlato. La Theodossiou dimostra però grande temperamento sia in quest’aria, sia nel bellissimo duetto con Oronte in cui l’artista da sfogo alla sua vena più rilassata e romantica, che in “Non fu sogno!.. in fondo all'alma” aria acutissima, dunque semi urlata, ma di sicura efficacia.
Francesco Meli, Oronte, ammalia grazie alla bellezza personalissima del suo timbro, dolce e virile, allo scavo della dizione che offre alla parola uno sfaccettato bagaglio espressivo, all’abilità del ricchissimo fraseggio; meno per quanto riguarda certe emissioni di gola e per la mancanza di autentico squillo tenorile. Eppure la voce è potente, il personaggio romantico e accattivante fin da “La mia letizia infondere” e nella successiva “Come poteva un angelo” in cui sia il legato sia il registro centrale risultano solidi e l’accento assolutamente giusto; meno bene l’emissione degli acuti e la risoluzione del passaggio decisamente più duri e ingolfati. Molto meglio vanno le cose sia nel duetto con Giselda, sia nella scena della conversione e morte coronato da un terzetto con la Theodossiou e Pertusi al color bianco quanto a intensità e timbratura vocale.
Pertusi nel primo atto fatica non poco soprattutto nell’emissione delle note centrali che risultano traballanti e sfuocate come dimostrano l’aria ed il concertato del I atto; molto bene invece nel prosieguo in cui, se permane qualche durezza nell’omogeneità del registro centrale, la solidità della linea di canto sempre cauta, ma concentrata, riesce a risolvere le asprezze del III e IV atto arrivando freschissimo al finale. Si vorrebbe, magari, un fraseggio più variegato, ma il personaggio non fatica ad emergere per carisma e pertinenza.
Sfuocato e fragile l’Arvino di Alessandro Liberatore, come l’Acciano gutturale di Luca dall’Amico; funzionale Enrico Cossutta nel brevissimo ruolo del Priore, mentre da tenere d’occhio il Pirro di Andrea Mastroni dalla voce morbida e fonda.
Annunziata Vestri e Alexandra Zabala offrono gande rilievo scenico e vocale ai personaggi di Sofia e Viclinda dimostrando sicurezza di proiezione e luminosità timbrica.
Il Maestro del Coro Lirico Marchigiano "V. Bellini", David Crescenzi compie autentici prodigi nella “Forza del destino” visti i problemi che gli pongono la regia e la direzione, mentre accoglie qualche sbandamento soprattutto al I e II atto de “I Lombardi” soprattutto tra le fila dei Tenori e dei Bassi; ma si fa perdonare attraverso la sensibilità autentica dimostrata nei due atti successivi culminanti in un “O Signore, dal tetto natio” ed in un finale d’opera di cristallina purezza.
Se la sera precedente Callegari aveva parzialmente deluso, ne “I Lombardi” sia il direttore che l’orchestra risultano totalmente trasformati in meglio!
Poche le stonature nell’orchestra, non eccelsa, ma duttile e puntualissima grazie al grande senso narrativo atti ad esaltare i preziosismi rinascimentali di Verdi e non solo quelli più propriamente patriottici della partitura, trasformando l’opera in un romanzo popolare avulso da intellettualismi o inutili turgori bellici:
dunque agogica serrata, ad un passo dalla banda, ma è un rischio solo sfiorato in cui i momenti corali assumono elettrizzante carattere protagonistico e le arie quasi si distaccano dal contesto per assumere connotati più tardo romantici e strumenti come arpe e archi si coprono di gloria sotto la bacchetta ispirata di Callegari con un inedito gioco di continui richiami e sovrapposizioni.
Ingiustizia ha voluto che il pubblico accorresse numeroso per un titolo, in questo caso, completamente mancato come la “Forza” (con una sola eccezione) e disertasse in massa l’opera più riuscita; mi spiace per chi non c’era e non ha potuto partecipare all’entusiasmo finale, ed al successo personale della Theodossiou… nel senso che in un impeto di protagonismo si è letteralmente lanciata al proscenio, staccandosi dalla schiera degli artisti, per “rubarsi” il trionfo: uno “spettacolo” nello spettacolo. Che classe!

Gli ascolti

Giuseppe Verdi

I Lombardi alla prima crociata

Atto I


Te, Vergin Santa, invoco - Maria Vitale (1951)

Atto II

O madre, dal cielo...Se vano è il pregare...No, no giusta causa - Maria Vitale (1951)




La forza del destino

Atto I


Me pellegrina ed orfana - Susan Dunn (1988)

Atto II

Son giunta!...Madre, pietosa Vergine - Mirella Parutto (1963)

Atto IV

Pace, pace mio Dio! - Caterina Mancini (1963)

Non imprecare, umiliati - Zinka Milanov, Richard Tucker & Cesare Siepi (1956)



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sabato 3 luglio 2010

Le cronache di Giuditta Pasta. Basta Diva : la “Norma” di Cecilia Bartoli

Cari amici,
la nostra stimata Giuditta Pasta, divina cantatrice, non poteva mancare il debutto della "recording diva" Cecilia Bartoli nell'opera che più di ogni altra è legata al suo (di Madame Git, ovviamente) nome e mito: Norma. Cedo la parola alla Divina, che in quanto tale non può che esprimersi in lingua francese, come d'uso nei nostri salotti. Nel complesso, una serata piuttosto curiosa, con qualche luce, molte ombre e tante, troppe lacune... e una generale sensazione di assistere a un'opera, o più opere, radicalmente distinte e diverse dal capolavoro belliniano. E Giuditta non ha troppo gradito certe affermazioni circa la sua vocalità, ma di questo avremo occasione di riparlare.


Le 29 juin dans la salle magnifique du Konzerthaus de Dortmund s’est produit peut-être le grand et définitif tournant par excellence dans l’art du chant opératique qui déjà depuis des décennies avait embrassé une voie de développement assez funeste. Cecilia Bartoli a célébré son début dans le rôle de la Norma bellinienne. L’opéra a été représenté en forme de concert dans une collaboration avec le chef d’orchestre baroccaro Thomas Hengelbrock et son Balthasar-Neumann-Ensemble ainsi que le Balthasar-Neumann-Chor. Avant la première, beaucoup de mois à l’avance, cet « événement » causait déjà une curiosité au mieux desservie par tout un travail de propagande. Ainsi, la presse allemande anticipait la présence d’une trentaine de médias du monde entier et déclarait que les billets des deux uniques représentations étaient déjà complètement vendus et qu’on les revendait sur ebay à un prix encore plus élevé par rapport aux prix initiaux, assez couteux eux-mêmes jusque dans les dernières catégories. On parlait de révolution, des choses inouïes auparavant. Et voilà, la prima donna, la source unique de toute cette agitation et de tous les plaisirs anticipés, annonce elle-même aux médias allemands : « Ma Norma est jeune, fraîche et amoureuse, pour moi elle est comme Zerlina du « Don Giovanni » de Mozart ». Ce qui est à révolutionner, c’est alors la transformation du personnage de la Norma en une Zerlina. Bartoli prend comme modèle Giuditta Pasta, la première Norma qui, d’après toutes les données, n’était pas nécessairement la Norma la plus zerlinesque qui ait existé. Avec Hengelbrock elle s’engage dans un travail d’une prétendue « reconstruction » de la forme originelle de l’opéra et surtout du caractère vocal de la protagoniste. L’anecdote de la transposition du Casta Diva du Sol majeur en Fa majeur exigée par la Pasta elle-même, permet à Bartoli de considérer la Norma comme un rôle de mezzo-soprano et de s’en emparer, parce que… elle aussi est une mezzo-soprano… En outre, elle est une mezzo-soprano comme… Zerlina… Donc, c’est à la fois pour des raisons de la restitution de la vraie tessiture du rôle et de son caractère dramatique qu’elle décide de dépasser l’image de la Norma déterminée jusque dans nos jours par la prestation de Maria Callas. Sans même mentionner une Lili Lehmann ou une Rosa Ponselle, Bartoli déclare que c’est Callas qui a fait de Norma non seulement un rôle de soprano, mais au premier chef un rôle de soprano dramatique. Toujours d’après Bartoli, cela était également devenu le faux modèle pour les Sutherland, Caballe etc.
Comme par hasard l’actuelle réincarnation de la divine Pasta habite proche de Dortmund (NB : elle ne chante plus et ne fait pas d’enregistrements, contrairement aux réincarnations de Colbran, Rubini, Malibran et compagnie…) ! Ainsi elle a décidé d’aller écouter en vrai le résultat de toute cette campagne publicitaire. Elle s’est rendue le 1 juillet à la nouvelle Mecque du belcanto pour assister à la deuxième et ultime représentation de ce qui peut déjà être considéré comme l’événement opératique de l’année, jugé d’après l’énorme succès chez le public et les critiques (ou plutôt les dithyrambes et éloges) qu’il a reçus dans la presse allemande.

L’orchestre, le Balthasar-Neumann-Ensemble, célébré pendant la campagne comme un des plus nobles corps instrumentaux parmi les orchestres « authentiques », a démontré dès les premières mesures de l’ouverture quel était son idéal sonore pour les prochaines trois heures : un son complètement étranglé dans les tutti, usage exagéré des percussions, absence du vibrato chez les instruments à cordes (pour des raisons d’authenticité, bien entendu !) et des sons inadéquats et irritants poussés par les cuivres. Bref, un orchestre authentique comme tous les autres. Il se créait un fracas total chaque fois que les percussions intervenaient, comme, par exemple, dans les premières mesures de l’agitato de l’entrée de Pollione. Le chœur, le Balthasar-Neumann-Chor, était parfaitement correct, homogène et… stérile. L’absence de vibrato, particulièrement frappant chez les ténors, redoublait le caractère insipide de leur chant. Rien de la profondeur des mélodies et des gémissements des chœurs belliniens, s’élevant presque à l’hauteur des chœurs des tragédies antiques.
Michele Pertusi était l’Oroveso de la soirée. La toute première phrase de la cavatina de l’introduction lui a suffi pour démontrer milles sortes d’émission, commencée par un son projeté en avant et bien volumineux jusqu’aux sons complètement incolores et engorgés, surtout dans la zone centrale-aigue. Cette incohérence de l’émission est accompagnée par un manque total de sfumature quelconques. Tout est chanté ou bien aboyé sur forte et lorsqu’il essaie de faire un diminuendo, il ne reste plus rien que de l’air dans la voix. La même observation vaut pour son air du deuxième acte.
John Osborn, interprète de Pollione, était sûrement l’artiste le plus accompli du soir, sauf qu’il chantait un rôle qui dépassait la qualité naturellement lyrique de sa voix. Elle possède un timbre chaleureux, doux et elle est émise avec aisance. Les mezze voci et la gestion générale du registre central et aigu caractérisé par un usage extensif de falsettone, ressemblent à la voix gracieuse et légère de Stanford Olsen. Or, le rôle de Pollione étant écrit pour Domenico Donzelli qui était tout sauf un ténor lyrique et léger, pour Osborn la tessiture de Pollione s’avère être trop basse. Pour cela l’intonation devient instable et l’émission, forcée dans les phrases qui insistent dans le registre grave, comme « No, si vil non sono ». Par conséquent, conscient de ses cotés forts ainsi que faibles, Osborn n’a pas manqué de s’aventurer dans le registre suraigu lorsqu’arrivé à la coda de la stretta de sa cavatina et a fait des Si bémols ainsi qu’un formidable Do suraigu. Les passages d’agilità aussi étaient correctement appoggiati, sans que la voix sonne indietro. Même si dans le rôle de Pollione Osborn avait plutôt l’air d’un Lindoro rossinien que d’un guerrier apte pour le style « lourd » et énergique d’un Donzelli, il a tout de même été le seul chanteur à démontrer ce que c’est qu’une vraie voix. Pourtant il serait exagéré de dire qu’Osborn a chanté avec un legato parfait. Pas convaincant du tout dans le duo avec Adalgisa, timide dans la 1ère finale et mutilé, presque pleurnichard dans « In mia man alfin tu sei » et les suivants concertati. Quant à l’interprète de Flavio, dans le récitatif de la cavatina Tansel Akzeybek n’a pas réussi, comme lors de toutes ses interventions, à chanter au moins une seule phrase sans insécurités d’intonation.
Après l’entrée des druides qui ouvre la grande scène de la prima donna, les toutes premières phrases de la Bartoli ont fait comprendre pourquoi il avait fallu engager un Pollione lindoresque. Le récitatif de Norma était déclamé avec le pathos d’un personnage fâché d’une opera buffa. Soupirs, confusion de l’expressivité avec de la sentimentalité, comme c’est l’habitude chez la Bartoli, et beaucoup, beaucoup d’air qui glissait entre les consonnes qu’elle prononçait et la voix qui ne voulait pas les joindre. Malgré la transposition de Casta Diva de Sol à Fa par laquelle l’héritière de la Pasta cherchait à éviter les Si et les Do sur lesquels insiste la section culminante de la mélodie, ce « hit » n’a pas pu être sauvé. Dans la zone centrale-aigue, pour ne rien dire de la zone aigue, la voix commence à ressembler à un petit papillon de nuit qui se débat contre le feu d’une bougie. A partir du tout premier « A noi volgi » la voix perd toute homogénéité, devient fébrile, les ornementations vont dedans, plusieurs notes n’arrivent même pas à sortir de la gorge. Quand le forte et le chant di forza sont requis, Bartoli tend à détonner, perd complètement le contrôle et s’abandonne à un désespoir dans lequel elle pousse n’importe quelle note qui se trouve dans le voisinage de la zone aigue. Il faut remarquer qu’elle n’a pas chantée Casta Diva comme dans son enregistrement en studio où la prière devient un somnifère, chuchoté, sentimental et ennuyeux. Pour des raisons acoustiques il fallait, évidement, la chanter avec plus de consistance vocale. De sorte que l’exécution « live » de Casta Diva n’était ni chuchotée ni sentimentale, mais une suite des phrases inexpressives et manquant de vraie substance, parce que souffrant de respiration insuffisante – cette respiration qu’elle pouvait économiser à volonté dans une Casta Diva précisément chuchotée et digitalisée au studio. Même les bartoliens fanatiques qui criaient « Diva ! » à la fin de la représentation n’ont pas pu applaudir après la cavatina. Donc, Casta Diva, attendue avec autant d’impatience et couvert à l’avance de louanges par la machine publicitaire, est passée sous silence. Et ce n’est pas la réticence du public allemand à l’égard des applaudissements interrompant la musique qui les a freinés. On a abondamment applaudi à la fin de l’air de Pollione et dans une ville à coté on a passionnément applaudi à la fin de la Casta Diva d’une Edita Gruberova il y a quelques mois. A Dortmund le silence a donné l’impression qu’on attendait la cabaletta comme un dernier remède. Entre-temps, dans le tempo di mezzo – une désorientation complète à partir de « Dal druidico delubro ». C’était une des rares occasions où Bartoli a essayé de chanter avec force, de faire un crescendo, mais tout ce qui en a résulté a été la perte complète du contrôle. Ainsi, ces tentatives ne faisaient que démontrer sa désolation vocale et l’extrême fragilité de sa conception dramatique du personnage qui flottait entre une Zerlina (promise à l’avance) incarnant les sentiments sublimes de la druidesse et une druidesse exprimant sa rage ou sa douleur avec l’hystérie désespérée d’une mesquine caniche agressive.
« Ah bello a me ritorna » a été présenté dans l’habituelle façon chuchotée et mièvre et la reprise a été embellie avec un style qui nous a brusquement transporté du monde du belcanto bellinien dans le monde vulgarisé et acrobatique du baroque bartolien. Finalement Bartoli a trouvé sa niche chez Bellini, c’est-à-dire dans la reprise elle a pu être ce qu’elle est, ce qu’elle est toujours et sans modification aucune chez Vivaldi, Rossini, Bellini et Mozart – la petite voix inexpressive avec sa colorature acrobatique gargouillée entièrement dans la gorge, à peine suffisant pour le baroque minimaliste et quasiment inaudible dans les roulades monumentales d’une Norma. La voix elle-même étant incapable de chanter avec plus de volume qu’un mezzo-forte tiède et engorgé sans devenir fébrile et « spinta », la seule chose qui suggérait l’autorité de la druidesse était sa manière théâtralement agressive de feuilleter la partition. Le son le plus fort qu’elle a été capable de diffuser dans la salle pendant toute la soirée a été quand au deuxième acte elle a elle-même battu trois fois le gong pour rassembler les druides.

Après la Zerlina entre la… Zerlinetta. Quand l’Adalgisa de Rebeca Olvera ouvre sa bouche, la prima donna (qui vient de quitter la scène après des applaudissements pas excessifs) parait avoir le volume d’une Birgit Nilsson ! Adalgisa est une soubrette ou plutôt une soubrettine à coté de la prima donna-soubrette. La voix est incolore, le chant, indifférent. Avec la timidité du Pollione lindoresque et l’insipidité d’Adalgisa leur duo passe comme s’il n’avait même pas été exécuté.
Dans la scène suivante nous faisons la connaissance du dernier personnage de l’opéra, Clotilde. Il suffit de dire qu’il n’y a pas eu un seul son qu’Irène Friedli n’aurait pas émis en dehors du nez. Et pourtant, avec le volume de sa voix elle n’était en aucun cas inférieure à la prima donna. La narration d’Adalgisa est chantée par Olvera sans aucune passion ou engagement. « Ah si fa core » est exécuté avec la reprise originelle et – ô miracle ! – tout à coup on entend la Zerlinetta émettre deux Dos aigus qui sont dix fois plus longs, volumineux et métalliques que le son de la Bartoli qui était nominalement le Do aigu du « vivrai ancor ». « Oh non tremare » a été, à coté du « Solo ? Tutti ! I romani a cento etc. » la prestation la plus grotesque de la soirée, avec une colorature imprécise, chuchotée et engorgée, des sons éparpillés, des notes graves ridiculement forcées et gonflées. Le trio dans la version longue ne voulait pas finir et était tout aussi ennuyeux que la stretta également prolongée pour des raisons d’authenticité. Cet ajustement philologique qui consiste surtout à élargir la partie d’Adalgisa, n’a aucun sens avec une Adalgisa qui, sauf quelques Dos aigus réussis, n’apporte rien à la situation dramatique et ne fournit aucun nouveau matériau au niveau de vocalité non plus. Il faut prendre en considération que c’était la Pasta elle-même (à Londres) qui a fait accélérer « Oh di qual sei tu vittima » et abréger ce dernier ainsi que la stretta. N’est-ce pas la Pasta que la philologue Bartoli prend comme modèle d’authenticité ? A partir de l’injonction du chœur, du gong et des percussions, la stretta se noie dans un chaos total à travers lequel tentent de se faire entendre les cris détonnés et fébriles de la sublime druidesse enragée. Résultat : standing ovation à la fin du premier acte.
Dans le prélude du deuxième acte le thème mélancolique des violoncelles est repris par les bois, cela formant le quatrième ajustement philologique. Le monologue de Norma passe sous les soupirs et gémissements habituels de la Diva. Dans la première section du second duo avec Adalgisa c’est encore une fois Zerlinetta et non pas la Zerlina qui nous étonne par la force et résonance du Do aigu de la cadence « Tanto strazzio ». La même chose arrive à la fin du tempo di mezzo qui précède « Mira o Norma ». Par le Do de la cadence « Ah, no ! » la voix d’Olvera réussit à toucher physiquement aux oreilles. Dommage que le reste de la voix ne résonne jamais avec la même splendeur et plénitude. « Mira o Norma » et « Si fino all’ore » démontrent matériellement l’absurdité de la configuration de Norma-Bartoli et Adalgisa-Olvera. L’une est une chanteuse située entre mezzo-soprano extrêmement courte et soubrette, l’autre est une soprano pépiante dont la voix est encore plus mince, maigre, incolore et inexpressive que celle de la Bartoli, réussissant cependant de s’imposer avec plus de consistance vocale dans la zone aigue que la prima donna. Ainsi les chants à deux dans les deux dernières sections du second duo perdent toute structure parce que la synthèse de la « première » voix, chantée par une « mezzo » comme la Pasta, et de la « seconde » voix, chantée originellement par une soprano comme la Grisi, ne correspond avec son matériau vocal en aucune manière au tandem d’une Zerlina et d’une Zerlinetta. Ce duo réduit ad absurdum l’authenticité d’une Norma de mezzo-soprano et d’une Adalgisa de soprano, quand c’est une Bartoli qui fait la mezzo-soprano et Olvera, la soprano. Est-il possible que Bartoli se croie véritablement une mezzo-soprano, comme la Pasta est considérée par Stendhal d’en être une ? Est-il permis pour cette « reconstruction » de réduire à une mezzo courte l’étendue de la Pasta s’étalant d’après Stendhal du La grave jusqu’à Do dièse suraigu et même jusqu’à un Ré ? Bien que dans un des articles de la presse allemande on nous raconte des deux octaves et demie de la Bartoli, nous sommes sûrs de n’entendre en réalité que la modeste étendue d’une octave et demie. Deuxième question : Est-ce que Giulia Grisi était une soprano de type Rebeca Olvera ? Est-ce pour une sopranine comme elle que Bellini a écrit Elvira dont l’écriture parle d’elle-même ? Dans cette situation il devient tout à fait compréhensible qu’il fallait forcement raccourcir la « taille » de Pollione aussi, sinon à coté de Bartoli et Olvera même le Pollione d’un Zoran Todorovic engorgé (qui a chanté le rôle à coté d’Edita Gruberova à Duisburg) aurait fait l’impression d’un vrai schwerer Heldentenor à la Tristan ! Et pourtant quelle drôle de « Norma » où dans la bataille pour les Dos aigus c’est Pollione et Adalgisa qui sortent victorieux.
Pour en revenir brièvement aux dernières scènes du deuxième acte ajoutons encore que l’ultime ajustement philologique était l’exécution du chœur « Guerra, guerra » avec la répétition de la coda de l’ouverture à la fin. Pendant que le chœur d’une quarantaine de personnes et l’orchestre authentiquement modeste chantaient et jouaient fortissimo, on ne voyait que les lèvres de Bartoli bouger, parce que – quelle surprise ! – on ne l’entendait point. Quelle différence avec la Norma d’Edita Gruberova, souvent détonnée, certes, mais tout de même capable de couvrir le fortissimo d’un orchestre et d’un chœur deux fois plus grands. Dans « In mia man alfin tu sei » : des Do graves grotesques, l’absence complète d’un quelconque changement de couleurs et d’une véritable variété d’expression. « Qual cor tradisti » est à la limite d’avoir un impact de somnifère et « Deh non volerli vittime », joué par Hengelbrock dans un tempo exagérément lente, nous expose une dernière fois aux gémissements et aux soupirs interminables de la Bartoli dont la voix devient de moins en moins audible au fur et à mesure que le concertato atteint sa culmination dans un tutti de ff. Applaudissements triomphaux à la fin. Mais nous croyons quand même avoir entendu un enthousiasme moins excessif par rapport à la jubilation vue à la fin de son concert des airs baroques chanté également à Dortmund dix jours avant la première de « Norma ». Il faut noter qu’après le premier acte plusieurs places se sont vidées. Dans la partie droite de la gallérie où se trouvait la réincarnation de la sublime Pasta un bon quart des sièges ont été abandonnés. Ces gens étaient-ils peut-être venus juste pour écouter la Casta Diva ? Ou étaient-ils mécontents ? De toute façon, la presse allemande nous rapporte un seul « buuuh » que quelqu’un aurait crié à la fin de la prima. La Pasta est restée attristée et figée comme une Niobé, ayant l’impression d’avoir consciemment et délibérément bu une bouteille entière du vin falsifié. Entre-temps les solistes recevaient des applaudissements chaleureux – les solistes qui pendant l’exécution avaient ressemblés à des petits souris courants dans les vastes et majestueuses espaces d’un temple ancien.
Sur internet, à part une seule critique qui met en question la valeur du dépassement de l’idéal callassien au profit d’un idéal bartolien et qui souligne les problèmes vocaux de Bartoli, on ne trouve que des louanges, basées sur une ignorance totale de l’histoire de l’interprétation de « Norma » ou du véritable idéal belcantiste et répétant comme des perroquets ce que Bartoli a raconté à propos de la Pasta et de la forme originelle de l’œuvre. Certains critiques n’ont pas honte de dépasser les dernières limites du bon goût et de célébrer avec des paraphrases exaltées de Goethe « la Norma du XXI siècle » pour laquelle la Bartoli espère avoir frayé le chemin.
Nous avons cité et critiqué in extenso les théories de Cecilia Bartoli à propos de la façon authentique de chanter Norma, nous avons soulevé des questions à propos de sa réalisation vocale par la soprano romaine, nous avons condamné l’Adalgisa d’une Olvera… Mais de quelles questions ou solutions parle-t-on encore quand nous nous trouvons heurtés à la réalité de cette absurdité bunuelesque d’une Cecilia Bartoli chantant Norma ? Une réalité immédiatissime, qui s’est accomplie le 29 juin 2010 et qui inspire de l’angoisse non parce que quelque chose qui paraissait impossible auparavant est devenu réalité, mais en premier lieu parce que quelque chose dont le sauvetage paraissait encore possible jusqu’à ces jours, menace de se noyer dans une impasse sans plus aucun espoir de retour.


Giuditta Pasta










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domenica 28 marzo 2010

Elisir d'amore a Bologna

Vorremmo uniformarci al precetto pasquale di imminente applicazione e parlarvi con animo lieto e giocondo dell’Elisir d’amore andato in scena ieri sera al Comunale di Bologna. Purtroppo, come ci insegna la Storia, non sempre le aspirazioni individuali, neppure le più legittime, sono destinate a realizzarsi.
La settimana scorsa June Anderson ha dimostrato in terra felsinea che si può fare arte anche nel più minuscolo dei teatrini di provincia. Ieri sera la sovrintendenza bolognese ha ribadito, per l’ennesima volta, che il blasone di un teatro non lo mette automaticamente al riparo dal rischio di proporre spettacoli, a esser buoni, parrocchiali.

Non è questione, come sicuramente obietteranno i nostri più fidati lettori, di non sapere apprezzare l’apporto, magari claudicante ma così vitale, delle giovani forze destinate a portare nuova linfa al teatro. O magari di non voler bene al Teatro bolognese, quasi fosse un parente o un amico di vecchia data.
L’Elisir in questione, presentato alla stampa e dalla stampa come spettacolo dei cadetti della Scuola dell’opera, di scolastico ha in realtà ben poco. Di quattro prime parti ben tre sono state affidate a cantanti in piena carriera, per i quali le attenuanti legate alla scarsa esperienza sulle tavole del palcoscenico non possono e non debbono valere. Si conferma così la tendenza lanciata dal Don Pasquale dello scorso anno e ripresa in questa stagione dall’Idomeneo: si assembla un cast di professionisti, magari al debutto nelle rispettive parti, e lo si “tutela” affiancandovi, al massimo, una o due nuove leve. L’amore per i giovani, tanto sbandierato da questa sovrintendenza, ha molto della carità pelosa di dapontiana memoria.
Però poi nessuno si stupisca se il teatro, malgrado i prezzi stracciati, stenta a riempirsi. Ieri, all’abbassarsi delle luci, c’erano molti posti vuoti in platea e almeno quindici palchi completamente deserti. E questo certo non si può imputare alla rarità del titolo prescelto.
Venendo ai cantanti, la prova di Juan Francisco Gatell non riesce a dissipare le perplessità che questo giovane artista suscita a ogni nuova apparizione sui nostri palcoscenici. La voce è piccola, ma questo è un difetto che si avverte poco, in una sala dalle dimensioni contenute come quella del Bibiena. Assai più grave è che sia bianchiccia e tremolante, indice di un’emissione poco sicura e bloccata in gola. Quindi non solo poco squillo e nessuna espansione all’acuto (Nemorino sta in acuto assai poco, del resto), ma, e questo è decisamente più grave, una dinamica inesistente, bloccata su un costante “forte” (che poi, dato il ridotto spessore vocale, è di fatto un “mezzoforte”), nessun colore, nessuna smorzatura, nessuna idea di fraseggio degna di questo nome. Stenta e falsetta alla sortita, davvero spettrale, accenna al duetto con Adina, canta di dote naturale (che non è molta, ma è sufficiente in questo contesto) il duetto con Dulcamara e deve quindi tornare a suoni larvali per il finale d’atto, in cui si confonde letteralmente nel coro. Al secondo atto la musica non cambia: pallido e privo di poesia il duetto con Belcore, un poco meglio la scena con le ragazze in cui accenta se non altro con proprietà il passaggio “Io già m’immagino che cosa brami”. La “Furtiva lagrima” è cantata con voce un poco più piena e addirittura, nella seconda strofa, un accenno di forcella, risolta però malamente e con qualche scivolata d’intonazione. Il pubblico gli ha decretato un piccolo trionfo, anche per la buona resa scenica, ma di qui a parlare di grande prova… ci vuole un amore di cui, ahinoi, non disponiamo!
Gezim Myshketa, che un paio d’anni fa aveva dimostrato un certo garbo nello sciagurato adattamento dell’Orphée realizzato dai fratelli Alagna, ha inteso assecondare sul piano vocale la regia, che dipinge Belcore come una sorta di bulletto di periferia. La voce è grossa ma non ampia, per limiti tecnici più che per limitata natura, di colore chiaro, che il cantante si sforza di bitumare nel malinteso tentativo di renderla più seducente o magari più adatta a un “villain”, abbastanza squillante in acuto, tanto da suscitare il sospetto di trovarci di fronte all’ennesimo tenore, reso baritono dall’impossibilità di eseguire correttamente il passaggio di registro. La sortita dimostra l’assoluta incapacità del cantante di eseguire le agilità previste, risolte con un borbottio poco rassicurante. Nel canto del baritono albanese si cercherebbero invano la dinamica sfumata, le mezzevoci insinuanti, le mille inflessioni della seduzione baldanzosa, ma sempre elegantissima, dell’azzimato sergente. Quelle inflessioni che erano verosimilmente la cifra dei grandi Belcore ottocenteschi, da Tamburini a Battistini, sino a don Antonio Scotti, di cui proponiamo la sortita, per ogni opportuno confronto. Ora, senza arrivare a imitarli in tutto, Myshketa potrebbe trarre sicuro giovamento da una respirazione un poco più solida, sulla scorta di simili modelli. Ieri sera il suo voluminoso torace denotava, nella sua immobilità, una totale latitanza in tal senso.
Michele Pertusi, ormai, dopo l’esperienza del Don Pasquale, deputato “coach” della Scuola dell’Opera, ritorna a Bologna con una parte quanto mai acconcia alle sue attuali condizioni vocali. A poco serve ripulire il personaggio dalle caccole di tradizione, quando ciò che resta è un canto legnoso e opaco, privo della cavata del vero basso come della saldezza in alto del baritono, faticosissimo nei tanti sillabati previsti dal ruolo (segnatamente nei duetti). Anche lui, al pari di Gatell, in assieme fatica a spiccare ed è facilmente coperto dall’orchestra.
Veniamo ad Anna Corvino, unica vera allieva della serata fra le prime parti. L’anno scorso la giovane artista aveva cantato, sempre a Bologna, una recita di Rigoletto affidata (stavolta per davvero) ai cadetti della Scuola dell’Opera. Siccome, a dispetto della vulgata corrente, siamo davvero buoni e misericordiosi, ci eravamo astenuti dal recensire quella Gilda, diciamo, stentata. Nell’Elisir la Corvino trova una parte decisamente più consona ai suoni mezzi naturali, che sono quelli del soprano leggero. Di certi soprani leggeri del passato la cantante, sia detto en passant, possiede anche la giunonica complessione, che la regia non si perita di mettere in evidenza con minigonne e shorts. Purtroppo il parallelo termina qui, perché l’impostazione canora è meno che da principiante. La voce, in difetto di appoggio (un difetto che appare ricorrente fra le fila degli allievi bolognesi), suona chioccia al centro, prossima all’inesistente in basso, stridula in alto, fascia in cui l’intonazione non è sempre impeccabile, specie negli acuti generosamente interpolati in chiusura delle arie. L’assenza di una corretta emissione impedisce alla cantante di legare le frasi a dovere e all’interprete di delineare un personaggio che non sia smanceroso e manierato.
Si taccia della Giannetta di Anna Maria Sarra, poco o nulla udibile. Per fortuna.
Sotto la direzione di Daniele Rustioni l’orchestra e il coro hanno offerto una prova un poco più dignitosa di quella proposta nell’Idomeneo. Certo, malgrado la rotazione delle bacchette, la gestione dei concertati (stretta dell’introduzione, finale primo, scena delle fanciulle al secondo atto) rimane a dir poco problematica e induce a interrogarsi, prima ancora che sul livello di preparazione, sulla capacità di concentrazione della masse artistiche del Teatro. Poi, come per i cantanti, sarebbe vano attendersi una direzione capace di differenziare, nel duetto Adina-Nemorino, le frasi, musicalmente identiche, che accompagnano le frivole dichiarazioni della giovane e le malinconiche riflessioni del suo innamorato, o ancora, nel concertato “Adina credimi”, dinamiche e colori diversi per i differenti stati d’animo dei personaggi e del coro. Mancano poi completamente a questo Elisir la grazia della commedia fintamente popolaresca e l’elegia del personaggio di Nemorino, soprattutto al secondo atto. C’è un discreto ritmo, e nulla più. In una parola: routine. Di provincia, appunto.
La regia era affidata a Rosetta Cucchi, personalità poliedrica e poliforme, come ci svela il suo curriculum: regista, pianista accompagnatrice di numerosi cantanti, fra cui Mariella Devia, coordinatrice della preparazione musicale presso il ROF e il Festival di Wexford, di cui è anche segretario artistico e che coproduce con il Comunale questo nuovo allestimento di Elisir. La signora Cucchi è inoltre direttore artistico del Lugo Opera Festival e della Fondazione Toscanini di Parma. Ovvio che non le resti molto tempo per dedicarsi alla regia, e quindi non stupisce che questo Elisir ricicli la solita idea (già vista dozzine di volte, specie nei teatri tedeschi) dell’ambientazione moderna in un contesto scolastico, tra “Grease”, “Saranno famosi” e un film a caso di John Hugues. Il giochino funziona discretamente, se si eccettua il già citato fraintendimento della figura di Belcore, cui si sarebbe potuto rimediare facendo del reggimento una sorta di accademia militare, in modo da salvare i riferimenti al forzoso arruolamento di Nemorino e al “fatale contratto” riscattato da Adina. Resta però da chiarire come possano risultare credibili, in un contesto metropolitano e contemporaneo, i richiami ai “rustici” da parte di un Dulcamara vestito come un vecchio hippie e soprattutto la disarmante credulità di Nemorino, la cui limitata esperienza del mondo mal si addice a un teenager di oggi.
Chiudiamo, al solito, con qualche ascolto, precisando che le Furtive lagrime proposte appartengono a cantanti che si sono esibiti nel titolo a Bologna. Vorremmo dedicare questi ascolti non al sovrintendente e direttore artistico Marco Tutino, che sicuramente li conosce benissimo (è il suo lavoro) e che ieri sera sedeva nel suo palco, applaudendo con grande entusiasmo gli interpreti da lui stesso scelti, bensì a quegli spettatori, ieri sera in visibilio per le prodezze vocali e sceniche di questo Elisir, che forse ne ignorano anche l’esistenza. Speriamo vivamente che, ad ascolto avvenuto, qualcuno fra tali plaudenti possa, una volta censurata la cattiveria, malafede e presunzione che abbiamo dimostrato in queste poche righe, farci sapere se e come tale ascolto abbia modificato la percezione della serata di ieri.
Quasi dimenticavo: che bell’opera l’Elisir! Che bella musica!


Gli ascolti

Donizetti - L'elisir d'amore


Atto I

Come Paride vezzoso - Antonio Scotti (1905)

Udite, udite, o rustici - Gaetano Azzolini (1927)

Obbligato, ah sì, obbligato - Fernando De Lucia & Ernesto Badini (1907)

Adina credimi - Tito Schipa (1928)

Atto II

Venti scudi - Enrico Caruso & Giuseppe De Luca (1919)

Una furtiva lagrima - Alessandro Bonci (1918), Tito Schipa (1929), Cesare Valletti (1953)

Prendi, per me sei libero - Lina Pagliughi (1934)


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sabato 13 febbraio 2010

L'angolo dei lettori: La Sonnambula all'Opéra di Parigi



Cari amici,
dopo la felice esperienza del Ballo parigino di qualche mese fa, il Corriere dedica nuovamente spazio alle recensioni dei lettori, nella fattispecie Tripsinogeno e Fantedipicche, che hanno assistito per noi alla Sonnambula allestita all'Opéra di Parigi con Natalie Dessay, Javier Camarena, Michele Pertusi e la direzione di Evelino Pidò. Ringraziandoli per la disponibilità e...lo sprezzo del pericolo!, cediamo loro la parola.


“No, più non reggo”. La Sonnambula all’Opéra Bastille

Non è poi così difficile. Deludi un’aspettativa, la riconfermi pochi istanti dopo e ottieni pure la benevolenza dei battimani. E’ andata più o meno così alla prima della Sonnambula, all’Opéra Bastille di Parigi, nuovo ecomostro sorto ad affiancare il “vecchio” Palais Garnier. Un signora dal tono sconsolato esce sul palco: “Natalie Dessay est souffrante…”. Il pubblico: “Ohhhh!!”. Fischi e buu. Ma la signora, subito sorridente: “Mais malgré sa pharyngite, elle a decidé d’assurer la représentation…”. Boato e visibilio generale. Nulla di nuovo. Dai divi alle prese con repertori al limite delle proprie potenzialità vocali (Flórez a Bologna nel quasi debutto dei Puritani) ad altri artisti “in carriera” (Albelo, nella stessa occasione, ma senza portare a casa la recita…), la tentazione al facile procacciamento di indulgenze a buon mercato ha stuzzicato anche la furba stratega Dessay. Dunque, eccola in scena.
Dico subito che le condizioni vocali della diva mi sono sembrate peggiorate rispetto alla sua Amina newyorkese dello scorso anno, con cui non si possono evitare raffronti considerata la regolare riproposizione, per l’opera in questione, sia del direttore che di buona parte del cast, quasi si trattasse della tournée di una vecchia compagnia di teatro itinerante. Fin dall’entrata in scena, con la discesa su “compagne” nel verso di sortita, il soprano francese non riesce a nascondere le pecche di un mezzo vocale sbrindellato, dall’emissione piena d’aria, in particolare nei registri grave e centrale, che la tessitura della parte sollecita non poco. Ne vengono fuori dei recitativi monotoni, sbracati, completamente privi di qualsivoglia connotazione espressiva. Allora la sensazione è quella di trovarsi davanti a un personaggio volgarizzato nella parte (rischio peraltro ben diffuso quando si gigioneggia con le partiture belliniane). Una rozza, esangue pastorella – declinata per l’occasione nella mesta inserviente di un sanatorio – forse più vicina all’entourage un po’ ordinario del basco Nemorino che alla sublime solennità delle Alpi svizzere. Nella cadenza proposta nel secondo “da capo” nella cabaletta «Sovra il sen» (la prima ripresa è quasi priva di variazioni) produce un acuto stimbrato su «la man mi posa» e un altro gridato su «che i suoi contenti». Addirittura imbarazzante, come ulteriore prova del logoramento vocale in stato avanzato, gli accenti esibiti, nel duetto in coda alla cavatina di Elvino, su «Ah non ne ha d’uopo il core» e, poco dopo, su «il tuo con me restò», in chiusa, all’unisono. Il discorso non cambia su «Ah vorrei trovar parole» e sui due versi successivi, ad accompagnamento alla cabaletta del tenore, strascicati davvero con poco gusto (inutile dire che anche qui aspettarsi un suono rotondo, proiettato ed espressivo sarebbe grottesco come chiamare un miracolo a Lourdes). Stessa solfa nel recitativo e nell’aria «Ah non credea mirarti», in cui se aggiungete al solito centro dissestato qualche nota spoggiata e un’intonazione non certo indiscutibile… tirate voi le conclusioni! La parabola discendente termina (se dio vuole…) con l’esecuzione penosa del rondò. Dimenticatevi suoni fluidi, pienezza di cavata e disinvoltura nelle agilità. Solo affanno in gola e sgomento in volto.
Ma forse non tutto è da buttare. Perché se la voce è logora dal passaggio superiore in giù, in alto riesce ancora a produrre suoni puliti e sicuri, e il legato rimane ancora uno dei (pochi) punti di forza della signora. Ricordo con piacere la salita, senza debito di eleganza e raffinatezza, nella ripetizione di «amor la colorò», ancora nella cavatina di Elvino «Prendi l’anel ti dono». Così come le puntature, la più parte eseguite con una certa sicurezza (esemplare la chiusa, all’unisono col tenore, del duetto dello «zeffiro»). Anche il fraseggio e la dizione sarebbero considerevoli se non fossero intaccati da quei suoni asmatici, che non solo penalizzano il coté vocale, ma anche la resa drammaturgica del personaggio. Va detto, per onor del vero, che la signora pare ben consapevole delle condizioni in cui versa il suo mezzo vocale, tant’è che, a detta della cantante, questa parigina sarà la sua penultima Sonnambula e che i battenti, con le Amine, verranno chiusi a Vienna il prossimo aprile, a riprova che forse le perplessità che il Corriere ha sollevato in questi ultimi mesi non sono (state) poi così infondate…
A conti fatti, Dessay disegna un’orfanella completamente refrattaria all’abbandono, al “patetico”, all’elegia che una buona Sonnambula dovrebbe sempre almeno prendere in considerazione. Saranno pure evidenze e condizioni essenziali promosse da poveri passatisti, ancora attaccati alla sottana della Tetrazzini, ma sono questi i pilastri su cui deve poggiare ogni incursione nelle partiture di Bellini. Altrimenti, come in questo caso, ne vien fuori un’interpretazione un po’ forzata, nervosa, che in alcuni passaggi tradisce sul viso dell’interprete una tensione psicologica preoccupante, di cui solo dio può determinarne le cause: esuberanza registica o disagio dell’artista?

L’Elvino di Javier Camarena, tenore leggero avvezzo a ruoli donizettiani e rossiniani per la maggiore, ha un’emissione piuttosto morbida e limpida, almeno fino al passaggio superiore, oltre cui il suono si indurisce e la gola prende il sopravvento. Si esibisce in una cavatina con piglio passionale e una certa eleganza che mi ha fatto ben sperare. Peccato che da lì in poi la voce ha salutato platea e gallerie e il possidente svizzero si è trasformato in lupo mangiafrutta. Un esempio su tutti, l’attacco «No, più non reggo», che inframmezza l’aria finale di Amina, pronunciato con una durezza (e non sono andato a teatro sperando di sentire un Valletti o un Kraus…) tale da rendere quasi precario, per lo spavento, l’equilibrio della sonnambula, costretta a barcollare, per “esigenze registiche”, su una tavola messa a soqquadro da una tempesta di neve.

Michele Pertusi, promosso dall’establishment discografico come Conto Rodolfo di riferimento, è stato forse la vera delusione della serata. Non ha nulla della morbidezza di emissione e d’accento che dovrebbe possedere un autentico personaggio aristocratico, quale tradizionalmente si confà alla tessitura di basso. Eppure l’avevo trovato piuttosto in forma nel Don Pasquale bolognese, al suo debutto nel personaggio donizettiano. Qui, invece, il do3 sulla O dei «luoghi ameni» viene “dal profondo” e non è a fuoco, così come il reb3 su «io vi trovai» e il do3 sulla E di «a qual tu sei», nella cabaletta «Tu non sai con quei begl’occhi». Non solo. Oltre alla prima ottava sempre vuota, si esibisce con spavalderia grossolana, per altro con un declamato davvero volgare. Quando va bene, perché per la maggiore ho sentito una sorta di prova di scena di uno spettacolo preso direttamente dal teatro di prosa, cui mi aspetto venga presto destinato. Con i migliori auguri…
Sulle orme di una direzione artistica convinta che Lisa sia personaggio di contorno, alla stregua di una comprimaria di poco conto e non della vera antagonista, mi limito a constatare in Marie-Adeline Henry una voce acidula, refrattaria all’appoggio e berciante in acuto tre volte su tre. Misteriosa, considerata l’acerbità delle condizioni vocali della signora, la scelta di eseguire anche la seconda aria («De’ lieti auguri»), nel secondo atto, per altro con “da capo” (chiedere a Pidò).
Stesso discorso, ma di minor peso e quindi gravità, per la Teresa di Cornelia Oncioiu, che sarebbe scivolata via senza gravi danni se non avesse rovinato in toto, con urla da altoparlante al museo delle torture, il quartetto al secondo atto.
Nahuel Di Pierro (Alessio) è un (pessimo) attore di prosa.

La direzione di Evelino Pidò ha invece la responsabilità di aver diretto la baraonda vocale staccando tempi quasi sempre slentati, soporiferi. Nessuna traccia di soavità, anni luce da un accompagnamento etereo, che diventa addirittura greve quando i corni sparacchiano indefessi sotto «Prendi l’anel ti dono». Inspiegabile, se non per risonanza mediatica intorno alla diva Dessay, la decisione del doppio “da capo” in coda alla cabaletta di sortita di Amina. Come inspiegabile, se non per snellimento legato a questioni “ritmiche” (e in questo caso la prosa sarebbe davvero dietro l’angolo) il taglio netto del coro in apertura al secondo atto che, detto tra noi, non è proprio un mal sentire. Come inspiegabile, infine, se non per vera, autentica mancanza di lucidità, la decisione di non sopprimere la seconda aria di Lisa.
Gradimento del pubblico in sala: applausi scroscianti per tutti, Dessay in primis, e un paio di sacrosante sbuazzate rivolte a Pidò, al regista Marco Arturo Marelli e alla costumista Dagmar Niefind.

Tripsinogeno

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Sogno o son desto?

Varrebbe la pena, prima o poi, di cominciare ad affiancare alle recensioni degli spettacoli operistici tout court, anche una “nota a margine” di costume, un’appendice testuale birichina, dove poter rendere conto del corollario di bestialità e farneticazioni che si sono udite prima, durante, e dopo la rappresentazione, da parte di quel variopinto sottobosco umano che si è mobilitato per gremire, vestito a festa, la sala del teatro. Avanzo questa idea, certamente provocatoria, perché credo che, oltre a dar vita ad un impietoso frasario tragicomico sui “plaudenti della domenica”, si potrebbe, forse, avere un’ulteriore chiave interpretativa circa l’esito della serata. E forse adesso, a distanza di qualche giorno, sarei in grado di capacitarmi del trionfale esito con cui è stata salutata la première di La sonnambula (cui ho assistito).
Una première che ha rappresentato sicuramente, per me spettatore, un punto di non ritorno. Lo dirò francamente: non avrei mai immaginato di assistere ad uno scempio vocale e musicale di siffatta portata. Ma tanto più il mio sbigottimento è cresciuto col proceder della serata (mentre la partitura di Bellini (spietata !) si inghiottiva poco per volta tutti i suoi interpreti) tanto meno il pubblico sembrava accorgersene, deglutendo senza batter ciglio qualunque suono (o simil tale) provenisse dal palco, e riservando nel finale consensi incondizionati a tutti (o quasi).

E in particolare all’idolo nazionale Natalie Dessay. Che ha pensato bene, per la sua ultima sonnambula parigina, e secondo ormai prassi consumata tra divi starpagati e da palesi insicurezze tecniche, di incerottare preliminarmente il SUO pubblico, facendosi annunciare “souffrante” ma intenzionata a portare a termine la recita. Come dire: se il mio canto non sarà proprio ineccepibile, non vogliatemene (e soprattutto non fischiatemi!), canto solo per il rispetto che ho per voi-pubblico e per amore della partitura. La Amina della Dessay si è dimostrata sotto il profilo vocale non soltanto gravemente lacunosa, ma ha risentito in maniera progressiva delle mende vocali (ormai ai limiti dell’accettabile) della sua interprete. La voce del soprano è ormai un fantasma di sé stesso: piccola e ridotta al lumicino quanto a volume (faticosamente udibile nelle ultime file), è completamente svuotata nei gravi (inesistenti), migolante e malferma nei centri, e fibrosa nonché schiacciata nel registro acuto, dove peraltro, l’eccessivo fiato con cui articola, produce un fastidiosissimo sbiancamento del suono. Si ha perennemente l’impressione che ogni attacco, che ogni incipit di frase sia spoggiato e che il supporto del diaframma subentri solo in un secondo momento quasi fosse un orpello accessorio alla tecnica di canto dell’interprete. L’intonazione poi, diventa seriamente periclitante nei passaggi al sovracuto, che la signora ha garantito a tutti i costi producendosi in suoni spintissimi (in chiusa del primo atto), trasformatisi poi in vere e proprie grida nel finale. E proprio sul rondò conclusivo mi soffermo. La Dessay è arrivata all’ “Ah, non giunge” completamente sfiancata e sfibrata nella voce, dimostrando gravi carenze nella economizzazione delle proprie risorse. Energie che però non si è fatta mancare sotto il profilo interpretativo e fisico, secondo una logica di furbissima compensazione scenica: laddove non arriva la voce, arrivano le mossettine e le increspature del viso. Non è un caso che, degna figlia di Arturo Brachetti, è riuscita in 10 secondi ad uscire dalle quinte, a dismettere i panni di cameriera (!!!) (ah già, parleremo dell’allestimento!) a rientrare in scena e cantare, a sipario chiuso e con l’occhio di bue puntato, la cabaletta finale vestita da femme fatale con un abito rosso fuoco, sottratto forse al guardaroba di Rossella O’Hara. Certo, nel daccapo non ha eseguito alcuna variazione, e non c’era più un suono che non fosse strozzato e afono, ma volete mettere per i parigini vedere la loro Natalie dimenarsi come una bailaora de flamenco?

Dell’Elvino di Javier Camarena c’è poco da dire. La sua performance, più di tutte le altre forse, ha seguito una traiettoria parabolica discendente e precipitosa col progredire della serata. Se ho ammirato la freschezza della voce e lo splendido legato con cui ha interpretato “Prendi l’anel ti dono”, riuscendo a calibrare in maniera sorprendente, secondo me, fiato e mezzevoci sul tempo, troppo slentato che ha battuto Pidò, ha dimostrato tuttavia poco dopo, già a partire dalla cabaletta, tutte le mende tecniche del suo mezzo. A partire dai grossi problemi di intonazione che la sua linea di canto, tutta indietro e ingolata, presenta ogni due per tre. Problemi di intonazione che, se percepibili in maniera discontinua nel primo atto, sono lievitati mastodonticamente nel secondo, arrivando addirittura a ridestare la platea della Bastille dal torpore diffuso. Rumoreggiamento generale nell “Ah perché non posso odiarti”, dove Camarena ha pure “scragnato” nel ah del tutto ancora non sei/cancellata dal mio cor e ammutolimento collettivo con palpabile disagio, durante il quartetto, il momento sicuramente più buio e inquietante di tutta la serata.

Complici di questa “danse macabre a quattro” gli altri comprimari della serata, su cui veramente sarebbe educato censurarsi. Rimango tuttora basito dalla performance di uno che professionista, almeno sulla carta, dovrebbe esserlo, quale Michele Pertusi. Il basso parmense ha cantato un Conte Rodolfo intubatissimo e sfiaccato nella linea di canto, incapace di articolare i recitativi se non in un imbarazzante declamato e con grossi problemi di intonazione. Quanto alla Lisa della “vibrantissima” e petulante Marie-Adeline Henry e alla Teresa della rumena Cornelia Oncioiu mi auspico soltanto di rimuovere rapidamente e in maniera indolore il ricordo della loro “performance”. La dimostrazione più alta del pressapochismo canoro che soltanto un dilettante spudorato potrebbe oggi, così placidamente e in maniera altrettanto sfacciata, offrire ad un pubblico pagante. Davvero no comment.

Censurabile, e molto, la direzione di Pidò, che non a caso è stato buato dalle 4 teste pensanti (e dotate di un apparato uditivo funzionante) presenti in sala. A lui va imputata una direzione che non solo non è stata capace di restituire le infinite nuances presenti nella partitura di Bellini ma che non è stata nemmeno in grado di piegarsi alle mediocri risorse vocali del cast arruolato, con l’obiettivo di contenerne quantomeno le rispettive derive canore, puntualmente e immancabilmente verificatesi, al contrario. Slentato e piatto nella resa delle rarefazioni belliniane, fracassone e stordente nelle scene corali e nelle cabalette (al punto da creare un paradossale “effetto acquario” in scena), Pidò, ha impresso alla serata un ritmo sincopato e disomogeneo, mal amalgamando un’orchestra già di suo zoppicante (impressionanti i problemi di intonazione del comparto degli ottoni) e operando scelte musicali fortemente arbitrarie (come l’eliminazione tout court della scena corale ad inizio del secondo atto).

Un ultimo appunto sull’aspetto visivo. Non sono contrario alle messinscene che operano una qualche forma di slittamento temporale o simbolico rispetto alla drammaturgia di partenza; amo, tuttavia, in qualità di spettatore, che vengano rispettati quantomeno i cardini di coerenza logica che il libretto sollecita in maniera più o meno vincolante tra testo, azione drammatica, e potenziale trasposizione visiva. Ecco, mi chiedo se Marco Arturo Marelli, non avesse come riferimento Il viaggio a Reims quando ha pensato la scena per questa Sonnambula parigina. Non solo, infatti l’azione è traslata in un sanatorium di lusso anni 40-50, che tradisce visibilmente l’originaria location del villaggio svizzero (evidentemente poco à la page per Parigi), ma gli stessi personaggi perdono inevitabilmente i loro caratteri popolani e alpestri per adeguarsi a questa trasfigurazione che li catapulta nel “resort termale a 5 stelle”. Basti dire che Amina, in livrea nera e crestina bianca, diventa all’Opéra Bastille una femme de ménage al servizio della “locandiera” Lisa, che Alessio si tramuta in un sovreccitato lacché frenetico come solo le gag di Benny Hill possono rievocare, e che la stessa Lisa polarizza i suoi tratti riducendosi a frigida e cleptomane (ebbene sì!!) direttrice d’albergo. I momenti di disagio? Non si contano. A cominciare dal coro introduttivo “Viva! Viva Amina!” cantato da una schiera di cameriere dell’albergo in versione cheerleaders, sbandieranti manifesti e festoni pro-Amina, fino ad arrivare al “Vi ravviso o luoghi ameni” cantato da un Conte Rodolfo avventore per caso, seduto al bar dell’albergo e in contemplazione di bottiglie e di bicchieri di whisky . Il mulino, il fonte e il bosco invece, non pervenuti!

Fantedipicche






Gli ascolti

Bellini - La sonnambula


Atto I

Come per me sereno...Sovra il sen la man mi posa - Lina Pagliughi (1934)

Prendi, l'anel ti dono - Fernando de Lucia & María Galvany (1908)

Atto II

Ah, non credea mirarti - Luisa Tetrazzini (1909), Selma Kurz (1911)

Ah, non giunge uman pensiero - María Barrientos (1920)



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