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sabato 1 gennaio 2011

Concerto di Capodanno - Tito Schipa a New York (1962)

Per rifare il verso al celebre adagio goliardico, potremmo dire: "Chi non Schipa a Capodanno, sente cani tutto l'anno". In questo addio alle scene americane, il tenore leccese ci insegna che anche quando non c'è più la voce, rimane l'arte, perché la tecnica è sempre presente. Il suo Werther è un esempio per tutti i cantanti che oggi si esibiscono sui palcoscenici e nelle sale da concerto, così come esemplari sono e rimangono Fleta, Gigli, Lauri-Volpi, Lázaro e tanti altri. Scusateci, sapete bene che siamo passatisti!!!
Buon ascolto e Felice 2011 dal Corriere della Grisi!!!



Gli ascolti

Tito Schipa - Concerto d'addio agli Stati Uniti


Town Hall, New York
27/11/1962


Pianoforte: Albert Carlo Amato

Schubert: Ave Maria

Schubert: La serenata

Scarlatti: Pirro e Demetrio - Rugiadose, odorose ("Le Violette")

Haendel: Semele - Where'er you walk

Donizetti: L'elisir d'amore - Una furtiva lagrima

Donizetti: Don Pasquale - Povero Ernesto...Cercherò lontana terra

Flotow: Martha - M'apparì

Bixio: Torna piccina mia

Palacios: A Granada

Ruiz: Desesperadamente

Di Capua: I' te vurria vasa'

Bixio: Vivere

Tosti: Marechiare

Barthélemy: Chi se nne scorda cchiù

Scarpelli-Schipa: Manolita

Vento: Torna

Tosti: Malia

Cilea: L'Arlesiana - E' la solita storia (Lamento di Federico)

Massenet: Werther - Pourquoi me réveiller


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giovedì 29 luglio 2010

Il concerto di canto: Renata Scotto alla Carnegie Hall (1972)

Il concerto di questo fine luglio, in attesa dell'agosto "caldo", è dedicato ad una paradigmantica dicitrice: RENATA SCOTTO.

Una Scotto del 1972, ossia la cantante reduce dall'avventura Vespri Siciliani scaligeri, che se da un lato le chiuderà per più di un decennio i rapporti con il teatro milanese, dall'altro la consacrerà regina del Met. Renata Scotto, infatti, tornerà in Scala solo nel 1985 a polemiche ben sopite (il concerto fu accompagnato da applausi ora sentiti, ora di stima) e carriera di fatto conclusa.
Fine dicitrice, maestra e regina di eloquenza sono le più pregnanti qualificazioni per questa cantante. Nel concerto ne fa amplissima mostra, magari piegando a questa propria peculiarità altre qualità, che legittimamente si potrebbero richiedere. L'esecuzione di Handel, la dolorosa lamentazione di Cleopatra, è struggente e patetica, ma la Scotto non si pone e non risolve problemi di stile e di prassi esecutiva, che erano le ragioni di scelta, prima, e di ammirazione da parte del pubblico, poi, di Joan Sutherland o di Lella Cuberli. Accenta splendidamente. Anche con queste limitazioni i rimpianti sono, però, giusti e, poi, in concerto il cantante deve in primo luogo dimostrare la propria arte e bravura.
A questo requisito rispondono le esecuzioni delle arie di Vestale, personaggio cantato nel 1970 dalla Scotto in uno dei suoi, tanti, passi più lunghi della gamba. L'accento è personale, eloquente, irresistibile, ma il peso vocale e l'ampleur di Giulia sono quelli, a 78 giri, di Rosa Ponselle o di Ester Mazzoleni. Qui Mimì è sempre un po' in agguato e la scrittura sul passaggio ogni tanto costringe la Scotto a suoni un poco striduli sul forte. Sul piano e sul mezzoforte la voce è veramente bellissima e di gran timbro.
La qualità emerge oltre che negli andanti anche nella vocalizzazione dell'arietta (si fa per dire) "Ne ornerà la bruna chioma" o della grande scena di Virginia di Mercadante. Era quello del terzo e quarto decennio dell'Ottocento il repertorio naturale di Renata Scotto. Non condivido l'opinione del mio carissimo amico Semolino, che la Scotto fosse verista in quel repertorio. Se mai era una cantante che talvolta, praticando sistematicamente "il passo più lungo della gamba", incorreva per conseguenza in forzature, che snaturavano il timbro prezioso. Quanto al colorire ogni parola ed ogni frase pare fosse caratteristica di Giuseppina Ronzi de Begnis, creatrice di Elisabetta Tudor del Devereux e, quindi, il fraseggio eloquente non è invenzione del cantante verista, come non è monopolio del cantante da Donizetti o Bellini emettere bei suoni. Ascoltate, poi, la grande aria di Isabella del Roberto il diavolo: non un brutto suono, ciascun suono calibrato e librato sul fiato, un gioco di colori e di dinamica da interprete di levatura storica. Grandezza e levatura dell'interprete in questo repertorio non dipendono dal numero dei piani e delle forcelle o dalle puntature inserite, ma dal senso drammatico che questi elementi assumono nell'esecuzione. Infatti è arte, non mestiere!


Renata Scotto - New York 1972


Georg Friederich Handel

Giulio Cesare

Atto III - Piangerò la sorte mia

Gaspare Spontini

La Vestale

Atto II - O Nume tutelar

Atto III - Caro oggetto

Gioachino Rossini

La partenza

L'invito

Gaetano Donizetti

Ne ornerà la bruna chioma

Saverio Mercadante

Virginia

Atto I - Scena, Aria & Cabaletta

Giuseppe Verdi

Il Mistero

Stornello

Brindisi

Hector Berlioz

Les nuits d'été op. 7

Villanelle

Le spectre de la rose

Claude Debussy

Les ariettes oubliées

C'est l'extase

Maurice Ravel

Chanson

Ildebrando Pizzetti

I pastori

Giacomo Meyerbeer

Robert le diable

Atto IV - Roberto, tu che adoro

Gaetano Donizetti

Voga, voga

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mercoledì 5 maggio 2010

Grandi concerti di canto: Birgit Nilsson - New York 1969

Birgit Nilsson voce penetrante e temprata nell'ottava superiore, talvolta algida e sempre un poco nibelungica in certe zone della voce non è mai stata una reputata concertista e se concerto doveva essere in genere era concerto con orchestra ed in genere un tempo dedicato a Wagner.

Naturalmente con qualche eccezione come questa performance nell'hinterland, diciamo, di New York dove compaiono brani d'opera, qualche Lied e persino lo "scaldavoce" del marito di una grande maestra di canto, Salvatore Marchesi.
Due sono i brani che fanno della Nilsson una grande cantante ossia l'esecuzione della Folletta, lo scaldavoce del signor Marchesi ed il "babbino caro". Il "babbino caro" è uno dei più usati bis. Se escludo la Caballé o Leontyne Price finisce sempre male perchè la scrittura vocale porta, soprattutto in cantanti di precaria cognizione tecnica, ad emettere suono malfermi e ballanti o peggio ancora fissi. Esemplare in tal deteriore senso, mi sia concesso, l'esibizione di una Ricciarelli. La Nilsson, invece, monta in cattedra; certo la voce è quella della Nilsson, chiara, gelida per nulla italiana ed amorosa, ma la tecnica il controllo della respirazione, che non sono tutto, ma sono molto, assurgono ad autentico esempio.
Poi possiamo e con ragione ammirare il timbro della Price, però da una signora di cinquantuno anni, adusa a Turandot, Isotta, Brunilde ed anche Elettra..... che miracolo!!!


Gli ascolti

Birgit Nilsson in Concert



Christoph Willibald Gluck

Alceste - Atto I - Divinités du Styx

Hugo Wolf

Kennst du das Land

Richard Strauss

Allerseelen
Wiegenlied
Zueignung

Erkki Melartin

Gib mir deine Herze
Tjudo ar

Edvard Grieg

En drom

Alfredo Catalani

La Wally - Atto I - Ebben ne andrò lontana

Bis

Giacomo Puccini

Gianni Schicchi - O mio babbino caro

Salvatore Marchesi

La Folletta

Rudolf Sieczynski

Wien, du Stadt meiner Träume

Pianista : John Wustman

Great Neck, New York, 22 Novembre 1969

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mercoledì 3 febbraio 2010

Grandi concerti di canto: Beverly Sills, Chicago 1970.


Dopo la spedizione viennese di Antonio Tamburini ed il contenuto omaggio ad una delle ultime dive abbiamo sentito il dovere di rendere omaggio ad una diva amatissima dal pubblico, proposta in un momento magico della propria, per certi versi breve, ma grandissima carriera: Belle Silvermann in arte Beverly Sills.

La Sills un anno prima del concerto aveva fatto esplodere la Scala quale protagonista di Assedio di Corinto. Spartito alla mano, al pari delle non autentiche versioni Malibran dei lavori belliniani, si potrebbe parlare della versione Sills per il titolo rossiniano. Philip Gossett nel proprio "Divas & Scholars" lungamente discetta su una tale operazione, ma il risultato fu una performance di levatura storica.
Una cosa è certa: in quell'Assedio la scrittura centralizzante di Pamira divenne acutissima per esaltare le qualità della cantante prescelta. Il risultato non fu solo una esecuzione vocale unica, ma e soprattutto una delle più complete esemplificazioni del sublime tragico.
Nel concerto americano la Sills ovviamente rivela il suo meglio nei brani di coloratura, rendendo un omaggio ed una esemplificazione di quella che fu per il mondo francese del grand-opéra la grande chanteuse à roulades. Non solo, ma la Sills in due brani che da sempre identificano il cosiddetto soprano leggero riesce ad essere una interprete diversa ed assoluta. Mi spiego: mentre la Margherita di Valois è salottiera ed esteriore, qualità che è rimarcata da inserimenti che superano quelli documentati a 78 giri, Ofelia è intensamente drammatica, bastando a ciò come la Sills scandsce il ritornello della canzone, ossessione nella mente malata della protagonista.
Divenuta diva la Sills seguì nella scelta del repertorio le dive già affermate come la Callas e la Sutherland, eppure chi ascolta l'esecuzione delle arie da concerto mozartiane non può che rimpiangere una più lunga frequentazione (che forse avrebbe coinciso con una più lunga carriera) con il repertorio mozartiano. Ascoltare per credere il "Vorrei spiegarvi o Dio".



Gli ascolti

Beverly Sills - Recital in Chicago


Programma

Antonio Vivaldi

Sorge vermiglia in ciel - Cantata RV 667

Darius Milhaud

Chansons de Ronsard, op. 223

A une fontaine
A Cupidon
Tais-toi, Babillarde
Dieu vous garde

Wolfgang Amadeus Mozart

Vorrei spiegarvi, oh Dio K 418

Gabriel Fauré

Rencontre
Toujours
Adieu
Nocturne
Notre Amour

Camille Saint-Saëns

Le Rossignol et la Rose

Nikolai Rimsky-Korsakov

The Nightingale & the Rose

Enrique Granados

La maja y el ruseñor (da Goyescas)

Giacomo Meyerbeer

Les Huguenots - O beau pays de la Touraine

Ambroise Thomas

Hamlet - A vos jeux, mes amis

Gaetano Donizetti

Linda di Chamounix - O luce di quest'anima

Enrique Granados

Elegia Eterna

Roland Gagnon, piano

Chicago, Auditorium Theater, 26 Ottobre 1970

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martedì 25 agosto 2009

Grandi concerti di canto: Martine Dupuy, Nizza 1986

Agli insulti, si sa, non si deve reagire con l'insulto.
Poco tempo fa nella nostra chat un insipiente, che cercava rissa con alcuni di noi, che mai né qui né altrove hanno celato la propria ammirazione per Mademoiselle Dupuy, ha definito la cantante come capace solo di emettere suoni afoni o giù di lì.

In genere rispetto le altrui opinioni. A condizioni che siamo motivate e, quindi, attendo il chattatore con esempi dell'afonia della cantante marsigliese.
Credo che un ipotetico denigratore della signorina Dupuy (e tutti i grandi è normale ne abbiano) potrebbe, se dotato di buon orecchio ed allenamento all'ascolto invenire, in Rossini ed autori coevi, forse altri difetti.
Il principale potrebbe essere la voce molto sopranile. Se non fosse che avevamo sentito ed ammirato Teresa Berganza, ancor più sopranile di Martine Dupuy e che, oggi, siamo assediati da soprani lirici, che incapaci di eseguire correttamente il passaggio (primo) sono corte e sbiancate in alto e, quel che è peggio, non possono competere nè con la classe nè con la tecnica nè con il virtuosismo delle signore Berganza e Dupuy. A differenza di Teresa Berganza (ed anche di Marilyn Horne) Martine Dupuy, tendenzialmente schiva e timida, non amava esibirsi nel concerto di canto. Sbagliava. Era, al contrario, una splendida concertista. In primo luogo perché donna non bella, ma elegante sapeva con questa sola qualità "riempire" il palcoscenico. In secondo e, forse più importante luogo, perché era capace, principalmente per virtù tecnica, di toccare ed esprimere tutte le corde che la grande concertista deve, passando dalla tragedia, all'epica ed alla commedia. Sempre nel formato del salotto.
Non solo: a Nizza nel novembre 1986 lo fece con un solo autore. Il proprio o, quanto meno, quello che le era per voce, tecnica e frequentazione più congeniale, ovvero Rossini. Né la Horne, né la Berganza avevano mai proposto una simile scelta.
Quella di Martine Dupuy è la risposta più eloquente a certe serate dove il pubblico si infligge una ventina di Lieder dello stesso autore e deve essere soddisfatto perché culturalmente appagato.
Spiace per tale opinione, che per certo è quella del nostro chattatore con propensione a rissa ed insulto, ma la cultura, intesa come ricostruzione di un'epoca e di un gusto è appagata e soddisfatta anche con un recital olorossiniano.
E mi spiego. Passiamo dalla scena tragica Giovanna d'Arco, che ripercorre l'intera poetica e l'intera grammatica musicale rossiniana ai brani più squisitamente salottieri ed anche più "difficili", perchè tratti dai Péchés e non dalle arcinote Soirées, che in formato salotto ricordano la poetica dell'esilio (tanto di moda e praticata da frequentatori di casa Rossini come Mario de Candia ed il conte Pepoli), dello struggimento amoroso, del brano brillante e, magari, con quel pizzico di osè, che un salotto in crinolina imponeva.
Il tutto proposto con accento ora patetico, languido ed eroico (ed irrinunciabile, rossinianissima ostentazione di grande tecnica di canto) nei diciassette minuti della Giovanna d'Arco, con dinamica sfumata ne "L'esule" o ne "La separazione" e con divertimento in "A Grenade" e nella "Chanson du bébé".
I bis mi sembrano il giusto omaggio della primadonna a sè stessa e, quindi, i divertissements di Tirindelli e di Arditi, che di prime donne se ne intendevano e le composizioni di una assoluta ed indiscutibile divina come la Patti.


Gli ascolti

Gioachino Rossini


Arie da Camera

Giovanna d'Arco

L'esule

Mi lagnerò tacendo

La separazione

A Grenade

Odi d'un cor che muore

Addio alla vita

Se'l vuol la molinara

Addio ai parigini

La chanson du bébé

Bis :

Tirindelli - So

Arditi - Il gitano

Patti - On parting

Martine Dupuy, mezzosoprano

Vincenzo Scalera, pianoforte

Nizza, 1986

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giovedì 23 luglio 2009

Grandi concerti di canto: Kirsten Flagstad - La Havana, 24 Ottobre 1948

Il 1948 fu per Kirsten Flagstad l'anno del ritorno al pubblico internazionale dopo gli anni del ritorno in patria, avvenuto nel 1941. In seguito ad alcune esibizioni già nel 1947 a Londra e dopo il debutto alla Scala di Milano con Tristan und Isolde diretto da Victor de Sabata, Kirsten Flagstad intraprese nel 1948 una lunga tournée sudamericana, la seconda e ultima della sua carriera (la prima nel 1938), dove si esibì a fianco di altri due grandi direttori d'orchestra come Erich Kleiber e Clemens Krauss.

Come opere affrontò i suoi cavalli di battaglia di sempre, Isolde e la Brünnhilde del Götterdämmerung, oltre ai concerti dove trovava spazio anche il repertorio liederistico, sempre molto amato dalla Flagstad e da temere solo il confronto con il proprio eccezionale passato vocale. Di questa tournée rimangono fortunatamente alcune testimonianze sonore, una delle quali vi offriamo per onorare non solo il mito di Kirsten Flagstad ma anche il compositore a cui dedicò praticamente la maggior parte della sua carriera e a cui deve in sostanza la fama. A 53 anni e dopo una carriera che durava da 35, 18 dei quali dedicati al repertorio wagneriano, Kirsten Flagstad si presenta al pubblico con una maestria tecnica e una sontuosità vocale decisamente intatta. Nei primi due brani è possibile sentire maggiore prudenza rispetto a quanto facesse in passato, ma si rimane comunque impressionati da questa voce bellissima, sempre morbida e sicura in tutto lo snodarsi del gravoso programma scelto per questo concerto sudamericano, affrontato con la consueta impressionante facilità e perfezione vocale. Oggi più che mai l'ascolto di Kirsten Flagstad fa riflettere per la sicurezza tecnica e per una concezione del modo di eseguire Wagner partendo da un canto tecnicamente perfetto, che a nostro avviso facilita, e non sminuisce, l'interpretazione drammatica.


Gli ascolti

Kirsten Flagstad in Concert

La Havana, Cuba - 24 Ottobre 1948

Wagner - Der Fliegende Holländer

Atto II - Johohoe...Traft ihr das Schiff

Beethoven - Ah! Perfido

Wagner - Tristand und Isolde

Atto II - O sink hernieder (con Set Svanholm)

Atto III - Mild und leise

Wagner - Wesendonck Lieder

Der Engel
Stehe Still!
Im Treibhaus
Schmerzen
Träume

Havana Philarmonic Orchestra

Direttore d'orchestra: Clemens Krauss

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venerdì 1 maggio 2009

Bergonzi - Concerto verdiano ad Amsterdam


Anche nel mondo del melodramma è la festa del lavoro ed abbiamo pensato di celebrarla con un concerto di canto. Ovvio, questo è il nostro hobby e la nostra passione!

Il motivo della scelta è scontato: celebrare la festa del lavoro con un grandissimo "lavoratore".
Di Carlo Bergonzi tutto è stato detto e scritto: i suoi estimatori sulla perfezione tecnica, sull'accento sempre ben calibrato ed esaltante precipuamente nei titoli del conterraneo Verdi, i detrattori sul timbro baritonale (ma Bergonzi sino all'ultimo è rimasto tenore e ritorni alla propria corda originale non ne ha mai praticati e, forse, neppure pensati), sui suoni fissi e tubati della gamma acuta da un certo momento in poi della carriera.
Non è questa la sede per la disamina dei torti e ragioni. Nessuno può negare che Carlo Bergonzi per natura e per tecnica abbia però vantato la voce più ampia e sonora degli ultimi cinquant'anni. Si badi e ripetiamo ampia e sonora! E gli intenditori d'opera ben sanno il significato dei due termini.
Uso il termine "lavoratore" con la massima stima ed il più completo significato che lo stesso assume ossia come sinonimo di cantante sempre preparato, sempre al massimo livello quale che fosse il palcoscenico calcato, Metropolitan o teatro di provincia. Anche quando ripeteva i "soliti" titoli (Aida, Ballo, Forza, Lucia) Bergonzi aveva il guizzo, la fiammata del grande artista che è prima di tutto al servizio della musica nel rispetto del pubblico. Rispetto, stima, affezione che è tautologia dire veniva ricambiato. Basta sentire anche in questo concerto olandese la reazione del pubblico. Una perla deve essere segnalata ovvero l'aria di don Alvaro della versione originale di Forza, con il Ballo il capolavoro verdiano di Bergonzi.


Gli ascolti

Carlo Bergonzi - Concerto verdiano ad Amsterdam



Giuseppe Verdi


Giovanna d'Arco
Atto I - Sotto una quercia parvemi...Pondo è letal, martirio

I due Foscari
Atto II - Notte! Perpetua notte!...Non maledirmi, o prode

Attila
Prologo - Ella in poter del barbaro...Cara patria

Luisa Miller
Atto II - Quando le sere al placido...L'ara o l'avello apprestami

La forza del destino (1862)
Ouverture

La forza del destino (1862)
Atto III - Qual sangue sparsi...S'affronti la morte

Direttore d'orchestra: Michelangelo Veltri

Amsterdam 1973


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domenica 15 marzo 2009

Grandi concerti di canto: Grace Bumbry a Zurigo (29 giugno 1977)

I concerti di canto che Il Corriere della Grisi ha finora proposto sono stati espressione dell'arte di grandi Primedonne alle prese con il repertorio cameristico, in cui avevano modo di dimostrare ai massimi livelli non solo le loro capacità tecniche ma anche e soprattutto l'appropriatezza stilistica e la raffinatezza del gusto.
Per il concerto di questo mese invece abbiamo pensato di offrirvi qualcosa dal contenuto radicalmente opposto, ossia un concerto composto nella sua totalità di arie d'opera, interpretate dalla grandissima Grace Bumbry. La quale, vale la pena ricordarlo, sull'esempio della sua celebre maestra Lotte Lehmann, era e continua ad essere una raffinatissima interprete del repertorio cameristico nelle sue più diverse espressioni.
Nel concerto proposto Grace Bumbry si cimenta con i ruoli topici del soprano drammatico, quasi a voler dimostrare che l'aggiunta di ruoli sopranili al suo repertorio non era frutto di un divistico capriccio ma piuttosto una ponderata scelta cui rispondevano le effettive capacità dell'interprete e della cantante. Molte polemiche sono nate dalla scelta di Grace Bumbry di affrontare ruoli di tessitura sopranile e molte sono state le voci ibride che hanno pensato di seguire il suo esempio, senza però avere gli stessi risultati in mancanza di un adeguato sostegno tecnico. All'ascolto di un concerto composto da arie pesanti da soprano lirico-spinto e drammatico la Bumbry (che in teatro ha poi interpretato tutti i ruoli presenti nel programma del concerto con l'eccezione, se non sbaglio, della Maddalena di Coigny) mostra di aver avuto ragione nell'accostarsi a siffatti ruoli, che ha saputo cogliere e rendere vocalmente e nella loro essenza drammatica. Se qualche acuto può ogni tanto risultare spinto è però vero che l'interprete è attentissima al fraseggio e alle sfumature interpretative nei singoli brani in cui inoltre mantiene la dinamica più varia possibile (è il caso per esempio de "La mamma morta"), risultato questo conseguibile solo sulla base di un'organizzazione tecnica di prim'ordine che, come ha dichiarato più volte la stessa Bumbry e come ha dimostrato la sua lunga carriera, è stata la condicio sine qua non per poter essere un'Artista e una cantante. E questo travolgente concerto, se mai ce ne fosse bisogno, ne è l'ulteriore prova!


Gli ascolti

Grace Bumbry - Zurigo, 29 Giugno 1977

Ponchielli - La Gioconda
Atto IV - Suicidio

Giordano - Andrea Chénier
Atto III - La mamma morta

Verdi - Ernani
Atto I - Surta è la notte...Ernani, involami

Verdi - Aida
Atto I - Ritorna vincitor

Massenet - Le Cid
Atto III - Pleurez mes yeux

Verdi - Don Carlos
Atto IV - O don fatale

Bis

Puccini - Tosca
Atto II - Vissi d'arte

Mascagni - Cavalleria rusticana
Atto unico - Voi lo sapete, o mamma

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venerdì 7 novembre 2008

Parigi, 14 dicembre 1992: Rossini e le sue signore

L'idea di dedicare il concerto periodico ad una performance olorossiniana è assolutamente casuale e non voluta rispetto alla anteprima del Festival Rossini. Inattesa ed inaspettata in ogni senso.
E poi le due interpreti rossiniane non ebbero in Pesaro la fama e la presenza che la loro arte avrebbe meritato. Corsi e ricorsi storici si potrebbe dire.

Il concerto che per il bicentenario della nascita di Rossini offrirono al Teatro dello Châtelet è stato uno dei tanti del tempo. Per una certa generazione di ascoltatori era la norma e la regola. Sia il programma decisamente ricco e vario e con qualche novità come Martine Dupuy, che affrontava il rondò di Elena della Donna del Lago o l'inserimento alla fine della barcarola "Giorno d'orror" di una delle cadenze delle Marchisio, sia le modalità tecniche ed espressive aderenti a quello che doveva essere la poetica rossiniana. Poetica rossiniana che nella sua compiuta realizzazione, muoveva da un controllo dell'emissione e dalla qualità del suono per rendere poi, sempre nell'imprescindibile rispetto della grammatica, il senso del personaggio e della situazione. Era per quella generazione di cantanti imprescindibile la correttezza dell'emissione, l'inserimento di varianti ed abbellimenti, che conseguissero il duplice risultato di esprimere il personaggio ed esaltare l'esecutore ed interprete nel contempo, perchè in nessun autore come Rossini il legame esecutore-interprete è così imprescindibile. E per la coeva generazione di ascoltatori, allora come nel 1830, non si poteva pensare un'esecuzione che non fosse prima di tutto vocalmente e musicalmente "bella". Era talmente imprescindibile e impensabile che non fosse così che per questa generazione è impensabile ed inaccettabile un Rossini che non sia prima di tutto vocalmente bello, esatto e preciso.

Fin qui la presentazione di Donzelli, che, come alcuni di noi, ha avuto la ventura di assistere a questa e altre serate simbolo della Rossini-Renaissance. Quelle vere e non quelle finte. Ma chi, vuoi per l'età troppo tenera, vuoi perché in altre faccende affaccendato, non abbia sentito dal vivo le signore Cuberli e Dupuy, e oggi ascolti questi brani per la prima volta, che impressione ne ricaverà?
In fondo la registrazione poco toglie e poco regala alla performance: delle due la più avvantaggiata è Lella Cuberli, dal vivo penalizzata per il volume vocale ridotto, mentre il nastro è meno clemente con Martine Dupuy, il cui acuto risulta a tratti un po' spinto. Certo, per chi abbia in mente gli ultimi - in senso assoluto, c'è da temere - cimenti di celebrate rossiniane odierne, rose e fiori. Così come alcuni suoni fiochi e calanti della Cuberli sembrano brillanti e precisissimi se paragonati a quelli di recenti Folleville e Bianche e un po' meno recenti Semiramidi, anche e soprattutto pesaresi.
Quello che il nastro documenta fedelmente, e che è il vero portato storico del canto delle signore, è l'interpretazione, intesa non già come alternativa al canto di scuola, bensì come suo principale scopo e conseguenza. La vocalizzazione di forza, la precisione del virtuosismo, la dinamica mobilissima non sono fissazioni da melomani ottusamente conservatori, ma il solo modo di rispettare, nell'esecuzione, la poetica rossiniana, fatta - soprattutto nel Rossini tragico che di questo concerto costituisce l'ossatura - di slanci incandescenti, ma sempre calibratissimi, e languidi abbandoni, in cui il cantante occupa il centro della scena, a dispetto di registi e direttori che spesso si fanno scudo della supposta volontà dell'Autore solo per non farsi eclissare da chi sta sul palco.
E che i cantanti oggi accettino simili pretese, e riducano Rossini a un compitino da svolgere, nel bene o nel male (ma quasi sempre nel male), senza interesse per variazioni e cadenze, con l'unica preoccupazione di "giocare in difesa" e portare a casa la pelle, è per il pubblico, almeno per un pubblico che non si fermi all'epidermica simpatia per giovani buttati allo sbaraglio nell'arena rossiniana, una sofferenza non minore di quella procurata da sistematici squittii in acuto e gravi regolarmente intubati. Già, perché nel frattempo Rossini è diventato un autore da saggio d'accademia o da debutto di carriera. - AT



G. Rossini


Tancredi - Atto I: Tu che accendi...Di tanti palpiti - link alternativo

L'Assedio di Corinto - Atto III: Giusto Ciel, in tal periglio - link alternativo

Tancredi - Atto I: L'aura che intorno spiri - link alternativo

Il Viaggio a Reims - Atto unico: Partir, o ciel! desio - link alternativo

La Donna del Lago - Atto II: Tanti affetti - link alternativo

Bianca e Falliero - Atto I: Sappi che un rio dovere - link alternativo

Semiramide - Atto II: Giorno d'orror - link alternativo

Zelmira - Atto I: Perché mi guardi e piangi - link alternativo



Lella Cuberli - soprano
Martine Dupuy - mezzosoprano
Henry Lewis - direttore

Parigi, Théâtre du Châtelet
14 dicembre 1992

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martedì 26 agosto 2008

Grandi concerti di canto: Joan Sutherland (Washington 1971)

Dame Joan Sutherland non ha goduto della fama e reputazione di concertista al pari di Marilyn Horne o Teresa Berganza. Joan Sutherland non aveva l’abitudine a differenza di molte sue colleghe di attraversare fra maggio e giugno, il vecchio ed il nuovo mondo proponendo le proprie prestazioni di concertista.

I concerti con accompagnamento di pianoforte (Richard Bonynge, naturalmente) erano al più sette o otto per stagione. Quello che stupisce dei programmi concertistici sono i programmi, che Dame Joan e consorte rinnovavano o quasi ogni sette o otto concerti appunto. E poi la varietà e la fantasia dei programmi. In trent’anni di notorietà Dame Joan non ha mai ripetuto i programmi da concerto che per poche volte, salvo certi topos come l’aria del Crispino e la canzone Home sweet home, insostituibili bis o quasi e percorso per le scelte dei singoli brani strade sconosciute ai più. Nei programmi della Sutherland compaiono autori dimenticati, sconosciuti, poco frequentati fossero inglesi della seconda metà del settecento (Balfe, Shield) italiani (Persiani o Pietro Cimara), oltre ad indiscussi autori per dive come Arditi o Tosti.
Nelle loro scelte i Bonynge si rifacevano al gusto ed alle scelte delle primedonne della seconda metà dell’800, il cui scopo essenziale era esibire la propria arte e che , pertanto, non proponevano antologie di autori, ma pagine dell’uno e dell’altro consone al loro gusto ed alla loro tecnica.
Questo accade anche nel concerto di Washington, anno 1971, dove dame Joan passa dal Settecento di Haendel (pagine famosissime come l’aria dell’Atalanta o raffinate e sconosciute come quelle tratte dall’Ode di Santa Cecilia), al passaggio fra barocco e neoclassicismo di Haydn, alla tradizione italiana di Rossini (attingendo, però, ai Péchés e non alle arcinote Soirées, di cui la Sutherland, comunque, ha dato una esecuzione esemplare) per approdare al salotto Secondo Impero di Bizet, Offenbach e, sopra tutti, Delibes, le cui Filles de Cadix sono uno dei must delle più autentiche primedonne.

Joan Sutherland, soprano
Richard Bonynge, pianoforte


Haendel: da Atalanta - Care selve
Haendel: da Ode to St Cecilia's Day - Soft complaining Flute
Haendel: da Acis & Galathea - As when the Dove
Purcell: Music for a while
Haydn: The Shepherd's Song
Haydn: She never told her love
Arne: When daisies pied

Meyerbeer: Guide au bord de ta nacelle

Rossini: Chanson de Zora
Donizetti: Il Sospiro

Bizet: Pastorale
Offenbach: da La Périchole - Oh, mon cher amant
Delibes: Les filles de Cadix

F.lli Ricci: da Crispino e la Comare - Io non sono più l'Annetta
Bishop: Home, sweet home

Washington, 17 dicembre 1971

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venerdì 15 agosto 2008

Gran concerto... ferragostano!!!



Ferragosto è festa celebrata in tutto il mondo che abbia legami e con quello antico e con quello cristiano.

Quindi si segue il sorger del sole ed i festeggiamenti cominciano nella Santa Madre Russia, terra di bassi e quindi ,andando indietro di quasi cento anni, il grande innovatore Feodor Chaliapin che canta Massenet, ossia l'autore che scrisse per lui un'opera e Alexander Kipnis, ucraino di Kiev per la precisione, quindi suddito di Francesco Giuseppe e poi costretto alla fuga per la sua religione alle prese con una canzone popolare. Canzone che il grande vocalista trasforma in un autentico pezzo di bravura sfoggiando una mezza voce e pianissimi ignoti a tutti i bassi degli ultimi cinquant'anni.

E poi una signora della vocalità molto ammirata nel nostro blog perchè continuò a rappresentare il legame del mondo russo con l'Europa al tempo in cui questo legame si voleva reciso o limitato (ed infatti limitata fu la sua carriera oltre cortina) Zara Doloukhanova che si mette al pari delle grando vocaliste e concertiste in un'aria che può essere il decalogo della grande concertista.

Il sole poi sorge sulle terre dell'impero d'Austria e di Prussia.
Terre religiose ed ecco la più celebrata cantante di area tedesca del XIX secolo - Lilli Lehmann - che canta l'Ave Maria, ossia il brano religioso per antonomasia.

Il contraltare è lo jodel intonato da una storica prima donna , anch'essa oggetto di venerazione o quasi, Ernestine Schumann-Heink. Eccezionale con una canzoncina rende l'immagine, certo letteraria di un mondo e di una cultura. Con una canzoncina Frau Ernestine riesce a far vedere all'ascoltatore le imamgine che l'iconografia tradizionale ci da del Tirolo e della Baviera. Questo è, anche con riferimento ad un dettaglio essere un'interprete.

Mitteleuropa terra di operetta, anzi luogo della sua nascita e allora l'omaggio ad uno degli autori di operetta per eccellenza, come Lehar, è affidato al Suo tenore Tauber, primo esecutore, spesso inspiratore e cooautore, come si conviene ai più grandi cantanti. E con lui una grande primadonna, Marcella Sembrich. Altra grande prima donna Selma Kurz alle prese con un brano ancora una volta eminentemente virtuosistico.

Il paese del melodramma è anche il paese della romanza da salotto e della canzone, napoletana sopratttutto. Ai napoletani veraci, quand'anche immigrati (ed allora per una certa iconografia, più italiani degli italiani, nati in Italia) l'onore e l'onere di cantare Napoli. E così per Ferragosto si esibiscono DON Fernando de Lucia e Rosa Ponzillo, in arte e nella storia la PONSELLE.

Anche Tito Schipa, nato in una delle grandi capitali del Mezzogiorno d'Italia -Lecce-monta in cattedra con i doppi sensi e le allusioni di "Comme facette mammeta".

Il brano è stato spessisimo eseguito da cantanti di musica leggera o del caffè concerto ( a partire da Elvira Donnarumma), ma Schipa riesce ad essere aulico, popolare ed insinuante al tempo stesso. Si narra che, uomo tutt'altro che avvenente, Schipa mietesse stragi di cuori femminili.

Altre erano le sue armi di seduzione, probabilmente. Per certo il canto. Basta ascoltarlo.

Alla scuola di Fernando de Lucia si era formata Gianna Pederzini. Il Tosti della Pederzini è esemplare. Nata nelle terre della repubblica di San Marco applica ad una canzoncina, diciamo ammiccante, tutti gli stilemi interpretativi della grande cantante attrice quale, e non solo per Carmen, la Pederzini fu.

L'intervento di divi come Titta Ruffo, Ezio Pinza e Luisa Tetrazzini è l'omaggio al DIVO. Ossia a quell'essere che rappresenta, a nostro avviso, il motore, che regge e sostiene il melodramma, la sua genesi e la sua sopravvivenza esenza il quale sarebbe lecito, storico ed onesto chiudere i teatri d'opera.

Diversa, invece, la scelta di Madga Olivero. Tutti sanno che la divina Olivero da sempre ha cantato alla messa grande di Ferragosto nella chiesa di Solda. Sappiamo anche che la signora Olivero, come moltissimi colleghi, si è sempre esibita in chiesa nelle occasioni, che richiedono per essere solennizzate anche il canto. Anche noi abbiamo voluto, in omaggio ad una delle più grandi cantanti d'opera che mai il mondo abbia conosciuto, creare nel blog una sorta di chiesa di santa Gertrude in Solda virtuale.

I francesi, si sa sono sempre patriottici o patriottardi. Magari a sproposito.
Allora la più famosa cantante francese del passato remoto deve intonare la Marsigliese.
Due fini dicitori, in corda di tenore, cesellano due fra i più eseguiti brani dei salotti fra ottocento e novecento, mentre la più italiana fra le cantanti francesi Martine Dupuy canta un brano che potrebbe essere una romanza da salotto e che invece fu pensato da Costa per Marietta Alboni come couplet per il don Carlos di Costa, appunto, dove l'opulenta Marietta vestiva i panni della principessa Eboli.
Inghilterra, ossia Commonwealth, ossia Australia, ossia Nellie Melba e Joan Sutherland. Entrambe alle prese con Arditi, direttore d'orchestra i cui presupposti artistici dovevano essere molto lontani da quelle dei suoi attuali colleghi, ascoltando walzer e polke dedicati a tutte le cantanti più in vista del suo tempo. Melba in primo luogo, destinataria del brano che proponiamo.

Il ferragosto spagnolo evoca immagini di calura estrema, di climi torridi, di corrida e di gaspazho, ma anche di ombrosi patii dove dame di rango si dilettano, come dona Teresa Berganza, in brani della zarzuela, con l'ironia misurata e dovuta nel cantare di domestiche di mano lesta e dove le nostre dame sognano amore ed erotismo con le canzoni sussurrate da un maestro della seduzione di nome Miguel Fleta. Fuori al caldo un pescatore delle Asturie canta un'aria d'amore che avvicina per difficoltà ed esibizionismo vocale alla sortita di un primo uomo rossinano. Potenza delle capacità di un grande tenore. Gayarre, ossia Hipólito Lázaro!

Seguendo il sorger del sole approdiamo nel nuovo Mondo. L'esecuzione di Danny Boy di Eleanor Steber, che vogliamo immaginare in una villa agli Hampton fra barbecue di T bone steack e lobsters, è straordinaria. La grande cantante è grandissima interprete; l'esecuzione di Danny Boy dimostra a che cosa serva la tecnica di canto. Ad essere un interprete elegante, nobile, sfumato, attento alla parola.
In questo Ferragosto USA abbiamo poi eleganti signori e signore che in proprietà vicine cantano brani folk ora privilegiando l'aspetto nostalgico come Amelita Galli-Curci, ora quello popolaresco come Marilyn Horne o esibiscono la loro arte canora in couplet di marca europea.
Nel Sud il confronto più divertente. Rossella e Mamy alle prese con lo straordinario Summertime. Anche se Rossella canta splendidamente e sembra persino imitare un poco la voce di Mamy, Summertime è pensato per Mamy o per voci analoghe.

BUON FERRAGOSTO !!!

FERRAGOSTO NEL MONDO

America

Danny boy (tradizionale) - Eleanor Steber

Copland: I bought me a cat - Marilyn Horne

Gershwin: Porgy & Bess - Summertime - Lella Cuberli, Leontyne Price

Foster: Beautiful dreamer - Rockwell Blake

Leigh: Man of La Mancha - The impossible dream - Samuel Ramey

Delibes: Les filles de Cadix - Beverly Sills

Foster: My old Kentucky home - Amelita Galli-Curci


Spagna

Arrieta: Marina - Costa la de Levante - Hipólito Lázaro

Palomero y Padilla: Princesita - Miguel Fleta

Chueca: La Gran Vía - Tango de la Menegilda - Teresa Berganza

Mein Schatzli (tradizionale) - Montserrat Caballé

Caballero: El Cabo Primero - María Barrientos

Vives: Doña Francisquita - Por el humo se sabe - Alfredo Kraus


Francia

Costa: A cheval - Martine Dupuy

Rouget de Lisle: La Marseillaise – Emma Calvé

Gastaldon: Musica proibita – Alain Vanzo

Tosti: Si vous l’aviez compris – André D’Arkor

Les filles de la Rochelle (tradizionale) - Edmond Clement


Italia

Di Capua: Maria, Marì – Rosa Ponselle

Costa: Era de maggio – Fernando De Lucia

Gambardella: Comme facette mammeta – Tito Schipa

Lerdo de Tejada: Perjura – Titta Ruffo

Sibella: La Girometta – Ezio Pinza

Benedict: Il Carnevale di Venezia – Luisa Tetrazzini

Sadero: La gondoliera – Gianna Pederzini

Händel: Largo - Magda Olivero


Commonwealth

Arditi: Se saran rose - Nellie Melba

Arditi: Parla – Joan Sutherland


Mitteleuropa

Millocker: I und mei Bua – Ernestine Schumann-Heink

Bach-Gounod: Ave Maria – Lilli Lehmann

Lehár: Das Land des Lächelns – Dein ist mein ganzes Herz – Richard Tauber

Schubert: Der Hirt auf dem Felsen – Elisabeth Schumann

Lehár: Die lustige Witwe - Pot-pourri - Marcella Sembrich

Strauss jr. - Draussen im Sievering - Cristina Deutekom

Dell'Acqua: Villanelle - Selma Kurz


Russia

Mozart: Ridente la calma - Zara Dolukhanova

Larënov: Kalinka– Alexander Kipnis

Massenet: Elegie – Feodor Chaliapin

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martedì 17 giugno 2008

Grandi concerti di canto: Shirley Verrett alla Scala (1980)

Quando si presentò alla Scala il 5 febbraio 1980 Shirley Verrett poteva anche avere qualche motivo di preoccupazione.
Amatissima dal pubblico scaligero sin dalla sua prima apparizione nel don Carlos del 1970, aveva riscosso successi trionfali in Stuarda, Sansone e Dalila e soprattutto Macbeth, ma era stata duramente riprovata sia in Ballo in maschera (una di quella serate nate male e proseguite peggio) e soprattutto in un concerto era stata maltrattata dopo un’esecuzione della cavatina di Rosina da parte di un gruppo di loggionisti. Poi i loggionisti nello stesso concerto la portarono in trionfo dopo l’esecuzione dell’aria del quarto atto di Forza del destino e oggi quelli stessi ed altri farebbero salti, nonostante l’età non più verde, per quella Rosina!!!!
Credo che la precedente disavventura avesse dettato alla Verrett il programma.

Programma che evita qualsiasi bis operistico popolare (che, invece, la cantante proporrà nel concerto del 1982). Il concerto però apre con tre arie di Pergolesi, di cui una “Confusa smarrita” cult di Teresa Berganza in esecuzione Parisotti e letterale, e che la Verrett riporta all’aria di opera seria con interventi sul testo forse non tutti pertinenti stilisticamente (odore di Rossini, tanto), ma con un mordente ed uno slancio veramente trascinanti. Un’esecuzione così potrà non piacere ed essere tacciata di scarso rispetto della filologia da parte baroccara, però, perché la Verrett coglie perfettamente lo spirito barocco dei passi, quell’arte della meraviglia senza la quale gli eroi d’ambo i sessi del melodramma non sono tali.
Che poi la Verrett cambi assolutamente registro alle prese con le pagine degli spirituals è scontato come è scontato che ne sia un’esecutrice molto elegante. Se è consentita la battuta, un po’ bianca di carnagione. Senza affettazioni, ma anche senza il sapore di canto religioso popolare, che emerge dall’esecuzione di Grace Bumbry, l’altra grandissima voce ambigua del deep south americano. Differenza vocale in primo luogo perché il tempo ha dimostrato l’inossidabilità, la saldezza dei mezzi vocali della Bumbry, nonostante l’andare e venire, anche lei, dal repertorio del mezzo a quello del soprano affrontato senza risparmio.
Eleganza e misura, priva però di affettazione ed espressione sincera e spontanea connotano le esecuzioni sia di Schubert, che di Poulenc. Anche questo deve essere sottolineato. Come la Bumbry e Leontyne Price si riallaccia all’idea che è poi quella della tradizione tedesca pre bellica ( e pre Schwarzkopf e Fischer-Dieskau) che anche per il Lied occorra voce, sonorità ed ampiezza e che la parola non sia superiore alla musica.


Shirley Verrett, mezzosoprano
Warren George Wilson, pianoforte


Teatro alla Scala, Milano
5 febbraio 1980


Pergolesi: Catone in Utica - Confusa, smarrita
Pergolesi: Il Flaminio - D'amor l'arcano ascoso
Pergolesi: Serbi l'intatta fede

Schubert: Gretchen am Spinnrade
Schubert: Seligkeit
Schubert: Ganymed
Schubert: An die Musik
Schubert: In der Ferne

Diamond: David mourns for Absalom
Barber: Crucifixion
Guion: I talked to God last night

Poulenc: A sa guitare
Poulenc: Adeline à la promenade
Poulenc: C'est ainsi que tu es (con bis)
Poulenc: Vous n'écrivez plus?
Poulenc: Sanglots
Poulenc: Air vif
Poulenc: Les papillons

Massenet: Hérodiade - Il est doux, il est bon

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martedì 6 maggio 2008

Grandi concerti di canto: Renata Scotto a Mosca (1964)

Nel proseguire nei nostri concerti di canto l’omaggio ad una grandissima primadonna.
Primadonna sul palcoscenico e prima ancora nelle scelte antecedenti la salita sul palcoscenico.
Spesso accusata di fare “il passo più lungo della gamba” la Scotto affrontò opere che al soprano lirico leggero (perché tale era per timbro e colore) sembravamo precluse.
Falso quello che dicono certi tifosi Callas, che la Scotto ne fosse la copia.
Era ed è solo una cantante con un’eccezionale capacità di fraseggio come lo erano state prima di lei una Muzio e sopra tutti Madga Olivero. Se mai si può osservare che talvolta il fraseggio della Scotto quel voler dire sempre e tutto e più di tutto portano Bellini e Donizetti verso epoche e poetiche successive. Quelle che avrebbero, per ragioni vocali connotato la fase finale della carriera della cantante savonese.
E’ certo che il fraseggio, la dinamica sfumata, un uso intensissimo di piani e pianissimo hanno consentito la gestione di opere quali il tardo Verdi (Ballo e don Carlos) e il Verismo, che a soprano lirico proprio non stanno.
Il concerto di Renata Scotto a Mosca fu un trionfo come erano state le performance della cantante ligure sempre nel corso di quella tournée.
Ci fu, come era nello spirito della Scotto, la polemica.
Polemica musicale perché, diffusasi la voce che la Traviata inaugurale sarebbe stata affidata a Mirella Freni, la Scotto cantò da par suo ( salvo qualche sovracuto forzato e spinto ) la grande scena di Violetta. A reclamare e recriminare che il ruolo era, per diritto, suo. A distanza di quasi mezzo secolo credo che la signora Scotto avesse ragione, e non perché alla prima il pubblico rumoreggiò e protestò contro la scelta della dirigenza scaligera, mentore von Karajan.
Arrivata, poi, in patria la polemica fu ancora più feroce e aperta, complice, invece, la conferenza stampa di Giulietta Simionato, che a quel punto della propria carriera poteva esprimere la propria opinione sulle scelte della Scala.
Per la cronaca la Scotto ritornò acclamatissima in Scala con i Capuleti poi nel tempo riuscì ancora, per colpa del suo fantasma preferito, a litigare con il loggione scaligero.
Ma devo dire che la dirigenza scaligera di allora fu cieca e miope. Preferì alla signora Scotto, certo dotata di carattere (e per una discutibilissima equazione carattere uguale cattivo carattere), altre cantanti di miglior carattere, ma di minore levatura interpretativa. Anche questo fa parte della storia del massimo teatro milanese.
In un programma assolutamente popolare, esatto per il contesto in cui si svolse, la Scotto passa in rassegna quello che allora era il proprio repertorio. E dimostra una straordinaria resistenza fisica. Si può, come sempre nel caso della Scotto eccepire e sottolineare che certi suoni non siano belli e capita non solo negli acuti estremi, ma anche nei centri quando la cantante cerca ampiezza e proiezione hanno talvolta un che di forzato.
Accade sempre e sistematicamente quanto la cantante vuole dire e dire troppo. Accade nel recitativo di Giulietta Capuleti dove “le nuziali tede” sanno più di problemi coniugali da malmaritata operistica ( Beatrice di Tenda piuttosto che Anna Bolena) che dell’innocenza dell’adolescente o nel recitativo di Violetta, troppo ansiosa al primo atto. Per contro, nelle battute che introducono l’Addio del passato la cantante è tanto eloquente quanto misurata e composta. Non solo, nei cantabili il controllo assoluto del fiato consente il rispetto del legato della dinamica e sfumature anche ad alta quota.
Accade nell’Addio del passato e nel “Caro nome”, accade ancor più in Sonnambula dove la Scotto è straordinaria per intuizioni interpretative, per finezza di fraseggio e dove, però, si lascia prendere la mano dal dire a svantaggio del cantare, dimentica che si tratti di una di quelle melodie “lunghe e lunghe” che spesso sono complete con il fluire del canto. E poi quando arriva Puccini dove direi è irrinunciabile abbiamo una Butterfly misurata, minimalmente bambina ( e bambola) ed una Mimì equilibratissima nel difficile equilibrio fra cantare e dire, tutto pucciniano.

Renata Scotto, soprano
Antonio Tonini, pianoforte

Conservatorio di Mosca
18 settembre 1964

Bellini - I Capuleti e i Montecchi - Eccomi in lieta vesta... O quante volte
Verdi - La Traviata - E' strano... Ah fors'è lui... Follie... Sempre libera; Addio del passato
Verdi - Rigoletto - Caro nome
Bellini - La Sonnambula - Ah non credea mirarti... Ah non giunge
Donizetti - L'Elisir d'amore - Prendi, per me sei libero
Puccini - La Bohème - D'onde lieta uscì
Puccini - Madama Butterfly - Un bel dì vedremo
Tosti - A vucchella
Rossini - La danza
Puccini - Gianni Schicchi - O mio babbino caro

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sabato 22 marzo 2008

La buona Pasqua: Teresa Berganza alla Scala (1975)


Quando entrava in sala per tenere un concerto T.B. appariva una signora di misurata statura sorridente ed elegante. Il sorriso era misurato come pure l’eleganza del vestire. Misura ed eleganza, d’altra parte, erano le autentiche sigle di T.B. Non solo quale concertista. I programmi avevano temi fissi: le arie antiche del Parisotti, la musica da camera in ogni lingua, fosse russa, tedesca, francese o italiana, e, naturalmente, il folklore spagnolo ove la zarzuela spesso aveva parte preponderante. Misura ed eleganza: perché T.B. non si è mai fatta prendere da foje filologiche da baroccari e baracconi, quali oggi praticati da molte sue colleghe, che malamente la imitano nell’emissione, tanto meno da manie pseudoculturaloidi, che, postulando la superiorità della produzione liederistica, ne infliggono una ventina di brani ad un pubblico poco avvezzo ad idioma e cultura di Goethe. Misura ed eleganza: perché i brani del folklore non avevano alcunché di rumoroso per un malinteso esser popolare, ma erano, com’è giusto, la Spagna proposta da un’elegante señora madrilena.
Forse la misura veniva meno quando T.B. iniziava la terza, e ufficialmente non prevista, parte del proprio recital, dedicata ai bis. L’eleganza invece rimaneva intatta. Il pubblico, ben avvezzo a questa sovrabbondanza di bis, sapeva che la fine sarebbe stata il più delle volte decretata con la famosissima Tarántula. Spesso settimo od ottavo bis. E questo accadeva anche negli anni Novanta quando T.B. si scusava con il pubblico dicendo: “Sono una nonna” e poi cantava il rondò di Cenerentola. L’arte di T.B. era quella di essere al tempo stesso raffinata cantante da camera e diva sul palcoscenico, ben conscia del suo status e dell’autentica venerazione di cui il pubblico la rendeva oggetto. Credo, anche, che T.B. per tutta la sua carriera sia sempre stata assolutamente conscia dei propri limiti vocali e di temperamento e con questa chiara cognizione abbia costruito una carriera che, proprio nel concerto di canto, ha sempre trovato la sua più alta espressione. Pur nella consapevolezza dell’ammirazione incondizionata di cui godeva presso il pubblico, T.B. non ha mai osato ruoli, o anche brani, che pur minimamente esulassero dalle sue possibilità e di cui non avesse pieno dominio. Con quello che oggi, velleitario ed impunito, circola, una lezione ulteriore e più alta ancora rispetto a tante raffinate Violette o a sofferte Nebbie di Respighi. Grazie, veramente, a Domenico T., melomane ben oltre le nozze d’oro con il loggione scaligero, alla cui gentilezza dobbiamo la registrazione di questo concerto.

Teresa Berganza - Teatro alla Scala 5 Febbraio 1975

pianoforte : Ricardo Requejo

Carissimi - No, no, non si speri
Scarlatti - Le violette
Pergolesi - Confusa, smarrita (da Catone in Utica)
Rossini - Anzoleta avanti la regata (da La regata veneziana)
Donizetti - Ne ornerà la bruna chioma
Wolf - Sagt, seid Ihr es, feiner Herr (da Das Spanische Liederbuch)
Fauré - L'absente (Hugo)
- Mandoline (Verlaine)
- Après un rêve ( da Poesie toscane)
Granados - La Maja dolorosa n°3 (Periquet)
- El majo tímido
- La Maja dolorosa n°1
- El tra la la y el punteado
Montsalvatge - Cinco canciones negras :
- A. Cuba dentro de un piano (Alberti)
- B. Punto de habanera
- C. Chévere
- D. Canción de cuna para dormir a un negrito
- E. Canto negro

Bis :

Mozart - Voi che sapete (da Le nozze di Figaro)
Rossini - Nacqui all'affanno (da La Cenerentola)
Giménez - La tarántula (da La tempranica)
Bizet - L'amour est un oiseau rebelle (da Carmen)
Thomas - Connais-tu le pays (da Mignon)
Bizet - Près des remparts de Séville (da Carmen)
Pergolesi - Se tu m'ami

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sabato 16 febbraio 2008

Grandi concerti di canto: Samuel Ramey agli Arcimboldi (2003)


In attesa di inaugurarne un'altra ancora più gustosa, apriamo oggi una nuova rubrica, dedicata ai grandi concerti di canto.
Una pratica, quella del recital, che un teatro come la Scala sta ultimamente riscoprendo, giudicandolo verosimilmente un'ottima vetrina per i giovani (e meno giovani) talenti della lirica.
Uno dei concertisti più impressionanti degli ultimi anni è senza dubbio Samuel Ramey, che possiamo definire il vero erede e continuatore delle serate-tour de force di Marilyn Horne. In comune i due artisti avevano la frequentazione di un vasto repertorio (dall'opera sei-settecentesca al Belcanto, dalla musica da camera agli autori americani) e il vezzo d'inserire, in sede di bis, buona parte dei propri cavalli di battaglia, dimostrando come la zampata del vero artista si palesi nel fuori programma. E questo anche a sessant'anni suonati, quando la freschezza vocale è ormai un ricordo o quasi e la fatica si fa sentire segnatamente nei passi spianati. Ma in fondo il grande concertista, e il grande artista lirico tout court, si riconosce proprio per la capacità di rimanere grande anche nel declino. Da segnalare inoltre che la voce di Ramey si confrontava, nel caso specifico, con la sala degli Arcimboldi, tanto più grande e tanto più acusticamente ingrata rispetto a quella del Piermarini. E si confrontava altresì con il ricordo di passate, incandescenti performance milanesi, quali il Viaggio a Reims, l'Attila e i diavoli di Gounod, Boito, Berlioz e Offenbach.
Non sapremmo oggi trovare un epigono di questo modo di cantare, dato che le giovani promesse della corda di basso o sussurrano (anche maluccio) Mozart e Cimarosa o si confrontano con un repertorio più pesante (il Rossini serio, Verdi) e così facendo si usurano in pochi anni. A mancare non sono certo le voci (anche la voce di Ramey sembrava una vocetta, a chi avesse sentito cantanti massicci, seppur poco o punto rifiniti, quali Ghiaurov e Raimondi) ma piuttosto la tecnica, il gusto, la voglia di stupire con l'arte del canto e non con quella dell'esofago.
Buon ascolto.

Samuel Ramey basso
Warren Jones pianoforte

prima parte
H. Purcell - Da The Tempest: Arise, ye subterranean winds, Z 631
G. F. Haendel - Da Semele: Leave me, loathsome light; Da Rinaldo: Sibilar gli angui d'Aletto
H. Wolf - Michelangelo Lieder: Wohl denk' ich oft; Alles endet, was entstehet; Fühlt meine Seele
W. A. Mozart - Mentre ti lascio o figlia, K 513

seconda parte
M. Ravel - Don Quichotte à Dulcinée: Chanson romanesque; Chanson épique; Chanson à boire
P. Bowles - They cannot stop Death; Blue Mountain Ballads: Heavenly grass; Lonesome man; Cabin; Sugar in the cane
Ch. Ives - Charlie Rutlage; In the alley; Slow march; The circus band

bis
W. A. Mozart - Da Le Nozze di Figaro: Non più andrai
G. Verdi - Da Attila: Uldino!... Mentre gonfiarsi l'anima... Oltre quel limite
A. Boito - Da Mefistofele: Ecco il mondo
G. Gershwin - Embraceable you

Milano, Teatro degli Arcimboldi
13 febbraio 2003

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