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venerdì 29 ottobre 2010

Elisir d'amore dalla Fenice di Venezia

È terminata da poco la diretta radiofonica dell’Elisir veneziano.
Recita accolta da applausi deliranti. Concentrati peraltro dopo le arie dell’ultimo quadro del secondo atto. Ed accompagnati da martellanti richieste di bis. Puntualmente onorate da tenore e soprano.
Smaltiti i fumi dell’effimero entusiasmo, ci chiediamo quanto segue:

a) che senso abbia proporre, come ha fatto Desirée Rancatore, un rondò finale fitto delle più assurde variazioni liberty (tali da rendere una Miliza Korjus, al paragone, un modello di sobrietà e gusto musicale), quando poi del suddetto rondò si offra una versione monca della parte conclusiva (corrispondente alla rinnovata salita al la bem 4 e alle successive terzine). Similmente risulta incomprensibile la scelta di sopprimere le ultime battute della stretta al duetto con Dulcamara (riducendo la coda di fatto a un assolo del buffo) solo per preparare una puntatura, anche questa di gusto assai dubbio, al mi sovracuto. Questo per quanto riguarda la musicista e l’interprete. Il livello dell’esecutrice lo conosciamo e non da oggi. Voce di perfetta acidità in tutta la gamma, esibisce alla sortita un centro artificiosamente gonfio (attacco “Della crudele Isotta” sul si centrale), al duetto con il tenore e più ancora al finale primo un’ottava bassa intubata (“pesar le sentirà” con discesa al do sotto il rigo) e per tutta la sera un registro acuto e sovracuto che non ha la consistenza del cristallo, consistenza puntualmente evocata dai numerosi ammiratori della diva, bensì quella del vetro.
b) Restiamo perplessi, e anche qui non per la prima volta, di fronte alla prova di Celso Albelo, che nonostante la voce sempre di bel colore e sufficiente volume (almeno per il repertorio di mezzo carattere) esibisce fin dalla cavatina marcate nasalità e penose stonature in zona do-mi centrale, ovvero la zona che prepara il secondo passaggio di registro. E come puntualmente avviene in questi casi, gli acuti sono risolti “di natura” (cioè con sforzo) solo nel primo atto, perché nel secondo (e segnatamente dal duetto con Belcore, con la puntatura al do di “Dulcamara volo tosto a ricercar”) iniziano i problemi. Problemi che proseguono e si sostanziano alla “Furtiva lagrima”, condita da suoni bianchicci e malfermi, spacciati per mezzevoci. Vittoriosamente, a giudicare dalla reazione del pubblico lagunare.
c) Altro e maggiore imbarazzo suscita il Belcore di Roberto de Candia, per il quale il teatro di prosa sembra lo sbocco più conveniente, in questa fase della carriera. La voce è legnosa, e fin qui non ci sarebbe nulla di bizzarro, visti anche i campioni della corda baritonale attualmente in attività. Così come non stupiscono i suoni chiocci con cui sono risolte le agilità della sortita. Ma l’accento perennemente torvo e zotico, da autentico villain da circo, nuoce alla parte più di tutto il resto.
d) Ciò premesso non appare curioso che Bruno de Simone, non esattamente un virtuoso del canto, e anzi sempre sull’orlo della declamazione fortunosamente intonata, risulti in simile contesto non solo il più corretto sotto il profilo vocale, ma il più misurato ed espressivo del quartetto solistico. E questo benché le caccole di tradizione, parlati in primis, siano tutte presenti all’appello.
e) Matteo Beltrami, sul podio di una difficilmente riconoscibile orchestra del teatro veneziano (in formazione ridotta, o almeno così è parso di cogliere), ha diretto con scarso brio e più di uno sfasamento tra buca e palco (segnatamente al finale primo e al quartetto del secondo atto). Davvero convincente solo il tempo, bello rapido, staccato al rondò di Adina.
f) Un’ultima perplessità riserviamo ai cronisti di mamma Rai, che hanno commentato il doppio bis, e la serata nel suo complesso, parlando di (parafraso) evento eccezionale nel panorama del teatro d’opera in Italia. Eppure Parma è in Italia, o almeno così ricordavamo.
g) Ma davvero non c'era, nel coro della Fenice, una voce più presentabile della deputata Giannetta, che si è pure tolta il discutibile sfizio di numero due puntature nell'introduzione al primo atto?


Donizetti - L'elisir d'amore

Atto I

Chiedi all'aura lusinghiera - María Galvany & Aristodemo Giorgini (1906)

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giovedì 22 gennaio 2009

Il Turco in Italia a Genova


Martedì sera abbiamo ascoltato la diretta radiofonica del Turco in Italia dal Teatro Carlo Felice di Genova.
Secondo il giudizio di molti la trasmissione via etere trasforma e addirittura deforma le voci liriche. Mai come questa volta ci auguriamo che ciò sia anche solo parzialmente vero.
Perché altrimenti non sapremmo spiegarci il successo che ha accolto lo spettacolo, pur con isolati dissensi rivolti alla protagonista.

Protagonista che era Myrtò Papatanasiu, che sostituiva l’annunciata Cinzia Forte. E che ha esibito fin dall’entrata una voce acida e piccola perché non appoggiata sul fiato, stridula fin dai primi acuti, con agilità tutte in bocca, fiati corti e sovente spezzati (finale primo, concertato della festa). La fatica di barcamenarsi in una grandiosa parte di soprano assoluto ha portato la cantante greca a regalare uno dei più pigolati rondò di Fiorilla di cui si abbia memoria. Per giunta concluso da un sovracuto fioco e calante.
Antonino Siragusa, tornato al Rossini buffo dopo l’escursione come Oreste, ci ha riportato ai tempi dei tenori di grazia o presunti tali pre Rossini-Renaissance: voce tutta nel naso, bianchiccia, impiccata e spesso calante in acuto (proprio brutta la chiusa della seconda aria), molto a disagio con la copiosa coloratura prevista. Va segnalato, a onor del vero, che Siragusa ha eseguito anche l’aria del primo atto, solitamente omessa.
Roberto De Simone e Vincenzo Taormina erano accomunati dalla voce dura e al limite del parlato. Non siamo ai livelli costernanti di un Praticò, ma è triste constatare che la lezione dei vari Dara, Corbelli, De Corato etc. è ormai lettera morta.
Simone Alaimo, che ci è sempre sembrato più un tenore camuffato da basso che un basso autentico, ha la solita voce legnosa di sempre, che l’età ha reso oscillante in acuto e fioca nei gravi, ma canta se non altro con proprietà di fraseggio e senso dello stile rossiniano. In un simile contesto, non è poco.
Pesante e fracassona la direzione di Jonathan Webb, dai tempi troppo lenti e slabbrati e notevoli sfasature tra buca e palco, segnatamente nei concertati.

Ma sicuramente tutti questi sono “effetti speciali” dovuti alla diretta radio.
Speriamo che il dvd (avete letto bene, questa produzione sarà immortalata da un dvd Raitrade...) sappia "rimettere le cose a posto".


La locandina:

Direttore - Jonathan Webb

Selim - Simone Alaimo
Donna Fiorilla - Myrtò Papatanasiu
Don Geronio - Bruno De Simone
Don Narciso - Antonino Siragusa
Prosdocimo - Vincenzo Taormina
Zaida - Antonella Nappa
Albazar - Federico Lepre

Genova, 20.I.2009



Gli ascolti

Rossini - Il Turco in Italia


Atto II

Credete alle femmine - Sesto Bruscantini & Enedina Lloris (1984)

Intesi, ah tutto intesi...Tu seconda il mio disegno - David Kuebler (1983)

"I vostri cenci vi mando"...Squallida veste e bruna - Lucia Aliberti (1986)

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lunedì 11 agosto 2008

L'Equivoco stravagante a Pesaro

Equivoco stravagante, di fatto la prima opera di Rossini dopo le farse è il secondo titolo del ROF 2008.
E’ una ripresa di un precedente allestimento e di un titolo che il medesimo direttore artistico del Festival ha fatto intendere di non particolare pregio e per giunta con il difetto di un libretto, diciamo, pecoreccio. Scusi maestro Zedda, ma ha mai letto il libretto di un quasi capolavoro come Pietra di paragone? E anche l’Italiana non scherza. Forse era l’opera buffa che imponeva certe scelte e certe “finezze”.

Poi Rossini, benché diciannovenne, ce ne ha messo del suo in quel processo, che porterà sotto il profilo vocale ad una assoluta coincidenza fra l’opera serie quella comica e quindi a superare un’immagine volgarotta ed ordinaria del genere comico. Insomma Rossini lo nobilita sino in fondo. Devo però dire che già quel capolavoro assoluto del Matrimonio segreto (dotato della sua giusta dose di doppi sensi per giunta affidati ad una donna) aveva segnato un avvicinamento fra i due generi. E forse, ma la dubitativa Rossini mettendo soprattutto al primo atto due coppie i signori ed i servi aveva reso omaggio al ratto dal Serraglio? E’ un dubbio non una certezza, ma il nostro ragazzino divorava le musiche tedesche disponibili in conservatorio e anche in questo primo titolo l’omaggio a Mozart c’è.
Quando, poi, penso al primo Rossini penso soprattutto al problema degli inserimenti cui gli interpreti erano tenuti, atteso che la coloratura poteva ancora ritenersi lata e non minuta. Sarà anche lata la coloratura di questo titolo, meriterà, per buona filologia inserimenti superiori rispetto a quelli realizzati in corrispondenza dei segni di corona, disseminati per lo spartito e forse le varianti già previste da Rossini non sono definitive, ma la falsa riga per l’esecutore però è già tale da creare problemi al cast assemblato dal ROF.
Ieri sera passando in rassegna Ermione lo abbiamo fatto con l’esame dell’esecuzione dei numeri questa sera cambiamo. Esaminiamo i cantanti.
Quattro i ruoli protagonistici ossia Ernestina, Ermanno e i due buffi Buralicchio e Gamberotto,più prossimo al buffo parlato il secondo, a quello cantante ed anche attestato su una tessitura più bassa il secondo.
Marco Vinco nel ruolo di Buralicchio ha esibito una voce dura ed ingolata, nello stomaco nel vano tentativo di sembrare quello che non è ossia un basso. Alla cavatina di sortita, oltretutto è privo di colori e dell’ironia che il personaggio deve involontariamente esprime neppure l’ombra. Le cose non vanno meglio quando in coppia con de Simone al duetto del primo atto dovrebbero fare il verso ai duetti dell’opera seria
Bruno de Simone nella ancor più vasta parte di Gamberotto destinatario di due arie è molto peggio. La voce ha colore quasi tenorile, ma è sgraziata, spinta senza colori e senza dinamica. Alle prese con la grande aria del secondo atto che prevede anche qualche passo di coloratura le terzine sono eseguite in maniera dilettantesca. Tralascio il commento sul mezzuccio di far cadere il fa acuto della chiusa della seconda aria su una “i” in luogo della prescritta “e”. Il problema è che il cambiamento è proprio brutto musicalmente.
Nel quintetto del secondo atto, forse il passo migliore del secondo atto, presago del grande quintetto del Turco, i nostri due signori suonano bianco e stimbrato quanto a de Simone, strozzato e prossimo all’urlo (la scrittura è abbastanza alta) quanto a Vinco.
Le cose non vanno molto meglio con la coppia protagonistica.
La signora Prudenskaja, importata dalla Deutsche Oper di Berlino (ove abitualmente dirige il direttore artistico del Festival, come chiunque può verificare mediante accesso in internet), teatro dove canta ruoli di Wagner, Verdi e Puccini ha esibito una voce che nei suoni centrali potrebbe essere anche di qualità. Però in basso suona tubata e fissa , quando sale nei pochi acuti previsti per Marietta Marcolini suona fissa, bianca e spinta. Il tutto è già evidente nella cavatina di sortita, evidentissimo, poi, nel rondò finale, che passò nella Pietra del paragone, dove fra l’altro alla chiusa della prima sezione omette l’esecuzione della cadenza, pur prevista.
Il fatto di avere una cognizione tecnica piuttosto peregrina e di affidarsi alla natura, piuttosto che alla tecnica comporta la difficoltà nelle’esecuzione dei passi di agilità l’assenza di un timbro stilizzato e l’incapacità di esibire una vera dinamica. Non solo, ma l’accento manca di grazia e di malizia e non si può certo parlare di un interpretazione, perché i problemi vocali sono preponderanti.
Del medesimo livello l’Ermanno di Dimitri Korchak. La parte richiederebbe sia il virtuosismo che l’accento elegiaco-patetico, che connotano l’amoroso dell’opera comica o di mezzo carattere. L’emissione di Korchak è poco ortodossa, quindi i suoni sono duri e spinti in alto e la voce, poco immascherata nel centro, non consente un canto stilizzato ed elegante. Il difetto tecnico di base impedisce l’esecuzione dei passi acrobatici. Alla seconda aria del secondo atto, priva di agilità Korchak stanco è quasi sempre stonato. Nell’esecuzione della prima aria del secondo atto, complessa per struttura e per scrittura vocale Korchak non brilla nell’andante, dove stenta a legare i suoni e nei due allegri dove pasticcia le agilità soprattutto se terzinate.
Il secondo tenore è un secondo tenore in ogni senso.
Il meglio orchestra e direttore. Benedetti Michelangeli accompagna i cantanti nonostante le loro difficoltà vocali e connota bene le differenti sezioni dei numeri. Poi certo con altri cantanti i risultati sarebbero molto diversi.

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sabato 19 aprile 2008

Barbiere di Siviglia a Venezia: No, non ho detto gioia...

Che un'opera nota e cara al pubblico come Il Barbiere di Siviglia non raccolga che applausi poco convinti, appena sufficienti a giustificare le uscite individuali degli interpreti a fine recita, ma non già ad ottenere una chiamata oltre quella canonica, è cosa che desta meraviglia.
La meraviglia è però destinata a cessare non appena si consideri la qualità, non propriamente eccelsa, dello spettacolo che i suddetti consensi vengono così modestamente a coronare.

Il Barbiere è un meccanismo teatrale, oltre che musicale, perfetto: le situazioni comiche e semiserie si susseguono a un ritmo travolgente, gli stilemi dell'opera buffa settecentesca (le trame amorose, i vecchi gabbati, i travestimenti) sono condotti da Rossini e Sterbini a un parossismo insuperabile e, nei fatti, insuperato. Per funzionare come può e come deve, un allestimento del Barbiere necessita di una direzione briosa e al tempo stesso attenta alla perfetta fusione di musica e azione scenica, oltre che a quella, superfluo ricordarlo, di orchestra e voci. Se l'orchestra della Fenice ha suonato mediamente bene, Antonino Fogliani ha diretto a memoria ma pigramente, senza tensione e con una paletta di colori davvero troppo limitata: approssimativo nella resa di quella che è la "firma" di Rossini (i crescendo partivano invariabilmente dal mezzoforte e lì si trattenevano), assai pasticciato nelle strette (finale dell'Introduzione, Zitti zitti piano piano), indifferente alle esigenze dei cantanti, quasi tutti regolarmente coperti a ogni "forte" orchestrale. Resta poi da dire delle cadenze e variazioni, a volte di impressionante bruttezza (penso soprattutto a quelle di Rosina, segnatamente nella scena della lezione) che il concertatore deve avere approvato, visto che dette cadenze sono state eseguite in recita.

Ma il Barbiere è, prima e al di sopra di tutto, opera per grandi voci, e più ancora per grandi interpreti. E questo fin dalla prima assoluta, che potè contare sulla presenza di due fuoriclasse come il tenore García e la Righetti Giorgi.
Nell'impervia parte di Almaviva abbiamo udito Francesco Meli (in quella che, almeno stando al gossip operistico, sarà la sua ultima apparizione in questo titolo). La voce è, come di costume, bellissima e anche sonora (malgrado a tratti appaia come fuori fuoco e piuttosto "indietro"), ma il virtuoso rossiniano è come minimo latitante. La serenata, che dovrebbe essere il trionfo delle fioriture più squisite a fior di labbro, è eseguita con veemenza, senza cura per la circostanza drammatica. Le agilità sono compitate con visibile e udibile sforzo, spesso anche a scapito della pronuncia del testo (un tratto che avevamo già rilevato in occasione del Così fan tutte parmense) e sostenute, o meglio non sostenute, da fiati di esigua consistenza. Il carattere esuberante del Conte deve inoltre aver indotto il simpatico Meli a ritenere, in più punti, superfluo il canto, rimpiazzato (ad esempio nel duetto con Figaro e nel finale primo) da una declamazione più o meno intonata che, se fa onore all'attore, non depone esattamente a favore del cantante. Fa poi sorridere che un Conte notoriamente "problematico" in alto decida di omaggiare la prassi d'epoca inserendo ardite puntature (seconda strofa di Se il mio nome saper voi bramate) che insistono sull'impervia zona del passaggio, specie se lo stesso cantante non riesce ad eseguire le agilità previste dall'autore (i trilli, in primo luogo). Al secondo atto le cose non migliorano. Il travestimento da Don Alonso ispira a Meli un'affettuosa parodia della mimica e non solo di Rockwell Blake (sorriso perennemente stampato sul volto, timbro marcatamente querulo) ma la voce non sembra trarre giovamento dall'imitazione, per quanto ironica, del modello: i laboriosi "piani" si risolvono in stenti falsetti e liberatorio appare il ripristino del taglio di tradizione del rondò finale.

La sua Rosina, Rinat Shaham, ha graziosa figura e discreta presenza scenica. Ma la primadonna rossiniana, specie se buffa, raramente si regge con queste due sole doti. La signorina Shaham è nominalmente mezzosoprano, ma la voce, assai modesta per qualità e volume, ricorda piuttosto un soprano corto, o meglio, non sfogato in acuto: quasi afona nei gravi (nel terzetto finale ricorre, per farsi udire, a sgradevoli suoni di petto), piuttosto ovattata al centro, fissa e oltremodo aquilina in acuto (le cadenze, ovviamente, insistevano regolarmente su questo registro). La agilità della sortita sono saponate, l'accento è generico, come se non avesse idea del significato di quello che canta. Noioso anche il duetto con il baritono, in cui, se le note sono più o meno tutte presenti, la grazia maliziosa della señorita è completamente svaporata (come parte del recitativo prima dell'aria di Bartolo: ma ormai i "vuoti di memoria", come abbiamo appreso in Parma, sono la regola). Assai arruffata anche la scena della lezione, condita da variazioni che avrebbero fatto la gioia di una Horne al massimo della forma (e, verosimilmente, quella del suo pubblico). Si taccia del terzetto finale, in cui al punto Alla fin dei miei martiri la Shaham si lancia insieme con Meli in un'esecuzione delle agilità che evoca immagini avicole un bel po' diverse dai canonici usignoli o fringuelli.

Figaro era Roberto Frontali: la lunga pratica del ruolo gli consente di muoversi con una certa disinvoltura non solo a livello scenico, anche se la voce, abbastanza ampia, è danneggiata da un'emissione assai poco belcantista e da sporadiche stonature in acuto. Discreto il Don Bartolo di Bruno de Simone, che se affoga nel sillabato de A un dottor della mia sorte e tende ad applicare a Rossini un personalissimo concetto di "recitar cantando", ha una sicurezza vocale e un'autorevolezza scenica sufficienti a rendere credibile il personaggio del "medico barbogio". Il che non si può dire di Giovanni Furlanetto, un Basilio prevedibilmente e rozzamente torvo la cui voce, però, appare non solo stimbrata, ma fatalmente rimpicciolita.

Sorvoliamo volentieri sui comprimari, ma ricorderemo a lungo (temiamo) le strida di Giovanna Donadini nel finale primo e in tutta la sua aria.

Lo spettacolo di Bepi Morassi, di impianto ipertradizionale e concezione dopolavoristica, ricettacolo di caccole e mossette che credevamo estinte, ha potenziato l'effetto "noia al cubo" della serata, conducendo a un successo non più che tiepido.
Convinti come siamo che l'apatia del pubblico sia la spia di un disagio, e non uno standard cui uniformarsi o, peggio, cui tendere coscientemente, non possiamo che rammaricarci dell'esito di questo Barbiere di Siberia (pardon, Siviglia).

Rossini - Il barbiere di Siviglia

Atto I

Ecco ridente in cielo - Léon David
Largo al factotum - Giuseppe de Luca, Sesto Bruscantini
Se il mio nome saper voi bramate - Fernando De Lucia, Dino Borgioli
All'idea di quel metallo - Sesto Bruscantini & Alfredo Kraus
Una voce poco fa - Luisa Tetrazzini, Fiorenza Cossotto
La calunnia è un venticello - José Mardones, Nazzareno de Angelis
Dunque io son? - Teresa Berganza & Sesto Bruscantini

Atto II

Pace e gioia - Alfredo Kraus
Contro un cor che accende amore - Teresa Berganza, Beverly Sills (aggiunta di Ah, vous dirai-je maman da Le toréador di Adam)
Ah! Qual colpo inaspettato - Edita Gruberova, William Matteuzzi & Bruno Pola
Cessa di più resistere - Rockwell Blake

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mercoledì 30 gennaio 2008

Rossini Opera Festival 2008 - Tra sogni e realtà


E' appena stata ufficializzata la programmazione e i cast del Rossini Opera Festival 2008. Tre i titoli d'opera : Ermione, L'equivoco stravagante e Maometto II, preceduti dal concerto inaugurale di Juan Diego Florez dal suggestivo titolo "Il presagio romantico", seguono l'esecuzione dello Stabat Mater e i concerti di canto, che vanno dal concerto celebrativo in onore di Maria Malibran con protagonista Joyce Di Donato, fino ad arrivare ai concerti di Carmela Remigio (con il puntuale sostegno del maestro Magiera al piano), di Lawrence Brownlee e infine Patrizia Ciofi.
Ma veniamo ai cast. Il primo titolo operistico della stagione è una delle opere più impegnative del catalogo rossiniano, ”Ermione”, ennesimo ruolo Colbran ed opera che guadagnò al Rossini Opera Festival un colossale fiasco nel 1987 a causa della protagonista, una declinante Montserrat Caballè e del direttore Gustav Kuhn, impreparato e stilisticamente inadeguato. Ad impersonare la figlia di Menelao sarà quest’anno Sonia Ganassi, già discutibile Elisabetta nel 2004, dove dimostrò di avere poco in comune con le scritture Colbran per tecnica e stile. In campo tenorile i due ruoli principali, Pirro e Oreste, rispettivamente un ruolo da baritenore scritto per Andrea Nozzari e un ruolo da tenore contraltino dalla spiccata propensione alla drammaticità scritto per Giovanni David. Nel primo si cimenterà Gregory Kunde, che aveva già affrontato Pirro nel 2003 negli Stati Uniti, al posto di Francesco Meli, il quale più volte aveva dichiarato di esser titolare del ruolo. Alle prese con l’alta tessitura di Oreste vedremo Antonino Siragusa, distintosi in passato come valido interprete di alcuni ruoli tenorili rossiniani, ma Barbieri e Donne del lago poco riusciti gettano molte ombre su questo debutto. Nel ruolo contraltile di Andromaca invece il Festival propone un mezzo acuto come Marianna Pizzolato. A dirigere Roberto Abbado. Regia di Daniele Abbado. Come dire…tutto in famiglia.

Seconda opera in cartellone “L’equivoco stravagante”, protagonista Marina Prudenskaja, recentemente interprete di Arsace sotto la direzione di Alberto Zedda a Berlino, dove non aveva mostrato grande propensione per il canto rossiniano. Insieme a lei il giovane tenore Dimitry Korchak, buon interprete di Giannetto ne La gazza ladra durante la passata edizione, il solito Bruno de Simone e l’immancabile Marco Vinco.

Infine "Maometto II". Nonostante Alberto Zedda sia per sua stessa ammissione da tempo alla ricerca di una "vera voce Colbran" anche quest'anno in una parte Colbran viene proposta un soprano leggero, la giovane Marina Rebeka, studentessa dell'Accademia (come Olga Peretyatko, Desdemona al ROF 2007). Una scelta alquanto non-sense, che ben si sposa d'altronde con le due precedenti riproposte di Maometto II, entrambe affidate a Cecilia Gasdia, anch'essa priva del peso specifico richiesto dal ruolo. Resta perciò ignoto il motivo per cui scritturare una voce per natura sfogata in alto e per giunta leggera in un ruolo che invece richiede un centro robusto e un registro grave molto solido. Protagonista sarà Michele Pertusi, indispensabile nelle ultime edizioni del Rossini Opera Festival vista la penuria di veri bassi rossiniani (e vale la pena ricordare che nel delirio generale si erano dichiarati pronti ad interpretare Maometto II sia Marco Vinco che Alex Esposito). Quanto comunicato dal Rossini Opera Festival propone il nome del tenore Cosimo Panozzo, anch’esso giovane dell’Accademia. Non è specificato però se come Condulmiero o come Paolo Erisso, per il quale era stato invece annunciato Francesco Meli. Come Calbo assisteremo al debutto nel ruolo di Daniela Barcellona, le cui mende tecniche l’hanno fatta produrre in prove alquanto dubbiose negli ultimi anni anche a Pesaro, prove che non hanno scoraggiato la direzione del Festival dall’offrirle questo nuovo debutto oltre allo Stabat Mater. A farle da doppio per una sola sera il mezzosoprano Hadar Halevy, diretta frequentemente dal maestro Zedda e in passato criticabile Malcolm e pessimo Calbo ad Amsterdam nel 2007. Dirigerà il Maometto II Gustav Kuhn, e si spera che questa volta impari la partitura, come non avvenne nel 1987 (come racconta Philip Gossett nel suo Divas and Scholars, pag. 7 – ed. Chicago-London 2007).

Ed è al Rossini Opera Festival che vogliamo dedicare un paio di ascolti:

Maometto II - Sì ferite, il chieggo, il merto - Beverly Sills (aggiunta a L'assedio di Corinto)
Maometto II - Non temer d'un basso affetto - Marilyn Horne

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