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giovedì 12 novembre 2009

Il "Sacrificium" della Bartoli

Da non molto tempo è disponibile sugli scaffali dei maggiori megastore del disco, l’ultimo album di Cecilia Bartoli. Dal titolo particolarmente evocativo – Sacrificium – e dal packaging patinato e accattivante (il prodotto è confezionato in una sorta di algido volumetto di 152 pagine che comprende una lunga tirata celebrativa dell’artista, un compendio “dalla A alla Z” sul mondo dei castrati, dall’inelegante titolo Evviva il coltellino! e un ricco apparato iconografico – anche se la copertina, ove campeggia il capo della diva montato su un torso mutilo di statua greco-romana dal sesso incerto, non denota certo un gusto sopraffino) il disco è dedicato al repertorio più acrobatico di quegli evirati cantori che resero ancor più grande l’epopea barocca dell’Opera Seria: Porpora, Caldara, Araia, Carl Graun, Vinci, Broschi, Giacomelli e Handel naturalmente. Proprio le celebrazioni del 250° anniversario della morte del Caro Sassone, infatti, sono state l’occasione di una serie di uscite discografiche dedicate al grande compositore naturalizzato inglese e al mondo che lo circondava, con particolare attenzione a quell’universo misterioso ed affascinante che è la tuttora inafferrabile voce dei castrati.

I risultati di queste scoperte e riscoperte – tutte, naturalmente, effettuate sotto l’egida e la benedizione della filologia barocchista – sono stati per lo più interlocutori, nel presentare un repertorio a lungo misconosciuto, ma attraverso performance assai discutibili (si pensi all’ondata di incisioni affidate a falsettisti, che tuttora continua a macinare album su album: è il caso di Jaroussky, appena uscito con la risposta controtenorile alla diva di casa Decca, La Dolce Fiamma, dedicato alle arie per castrato di Johann Christian Bach). Come di consueto, tuttavia, la Bartoli e il suo staff, hanno preparato l’uscita del nuovo album con un’abilissima campagna stampa ed un battage pubblicitario particolarmente aggressivo, al fine di trasformare la presentazione di un prodotto tutto sommato di nicchia, in Evento di carattere internazionale. E dunque si sono succedute interviste, polemiche, concerti esclusivi in location deluxe (la presentazione del disco alla Reggia di Caserta per un selezionatissimo pubblico di critici graditi), fotografie, poster, filmati circolati su Internet, spezzoni di brani. A tutto ciò si è aggiunta, in ossequio alle mode odierne del conformismo intellettuale, una gratuita polemica – che puzza tanto di politically correctness – nei confronti della pratica dell’evirazione: un grido di dolore e una sincera e commossa partecipazione, necessariamente postuma, per le sorti di quelle centinaia (migliaia dice la Bartoli) di fanciulli privati dei genitali, di cui solo una piccolissima parte ascendeva poi all’olimpo delle celebrità. Una mattanza, suggerisce la diva, che non può essere riscattata dalla meraviglia della musica che ha contribuito a produrre e che non può che essere deprecata e stigmatizzata. Polemica sterile – a quando la richiesta di risarcimento danni? O la bollatura di quel repertorio come una entartete Musik e la conseguente proibizione? – che denota la superficialità dell’approccio nell’affrontare un mondo culturale ed un sistema di valori lontani dalla nostra sensibilità. Superficialità e ignoranza: oltre, naturalmente, all’occhio verso il marketing attraverso il maggior appeal che un contorno pruriginoso o truculento può regalare al prodotto messo in vendita. Una grande attesa, dunque, è stata creata per l’avvento di questo album, accompagnata da litigi e discussioni, da elogi preventivi e altrettanto preventive stroncature, da presuntuosi e antipatici attacchi verso i pubblici facinorosi del Bel Paese ove osano criticare la diva (scandalo inconcepibile per chi ritiene essere suo diritto la proskynesis di cui è oggetto nell’Europa più evoluta – o supposta tale) e dall’entusiasmo, un po' ingenuo, dei suoi pur numerosi fan (o piccoli fan, vista l’età anagrafica della maggior parte degli stessi: ignari che la musica barocca venisse suonata e cantata anche prima della venuta dei baroccari). E alla fine? Much ado about nothing! Molto rumore per nulla, direbbe Shakespeare, giacché il contenitore – dopo un approfondito ascolto – è molto più interessante del contenuto. Innanzitutto la scelta dei brani: tutti, o quasi, sono inediti e prime incisioni mondiali. Ma aldilà del gioco puramente intellettualistico e dello snobismo filologico, è evidente l’intento di sottrarsi a qualsiasi confronto con il passato più o meno prossimo (altrimenti inspiegabile la mancata inclusione della assai più celebre “Qual guerriero in campo armato” dello stesso Broschi, di cui si è preferita la assai meno spettacolare “Son qual nave”, a parte l'unico vantaggio di non aver altre incisioni facilmente reperibili: salvo la Anfuso in un ormai introvabile recital del '94 e una elaborazione digitale dell'aria predisposta per il Farinelli cinematografico). Operazione, però, non perfettamente riuscita, giacché se è pur vero che non vi è la possibilità di confrontare immediatamente ogni singola interpretazione della Bartoli con analoga di altre cantanti, tuttavia non è affatto inedito il genere e il repertorio in cui i brani che compongono la track list, si inseriscono. A maggior ragione per arie il cui valore principale risiede nell’acrobazia vocale più che nel contenuto musicale: poco importa che nessuno abbia mai inciso “In braccio a mille furie” dalla Semiramide riconosciuta di Leonardo Leo, per giudicare il modo in cui la Bartoli esegue l’aria basta prendere a paragone una qualsiasi aria di furore cantata dalla Horne, ad esempio, per evidenziare le differenze tecniche e interpretative. In secondo luogo emerge in questo ultimo prodotto, più che altrove, un manierismo in cui la diva romana trova comodo sollazzo: un one man show in cui tutto gira intorno ai suoi capricci, e nel quale – aldilà delle dichiarazioni programmatiche – la musica eseguita, la riscoperta, la cura filologica, riveste ben poco interesse. La Bartoli fa la Bartoli: fa quello che il suo devoto pubblico si aspetta e facendolo ne esagera i profili (sussurri, grida, smorfie, ansimi, spasmi, agilità mitragliate etc...). E’, se mi si consente il paragone, il Quentin Tarantino dell’opera barocca. Va sul sicuro, perfettamente consapevole che comunque sarà un successo di critica e pubblico. Cosa resta dunque, dopo l’ascolto? Qual è il valore musicale del prodotto discografico? Nulla! Ripulita dal circo montato sopra di essa, l’intera operazione rivela un vuoto assoluto: un nulla mal eseguito, per giunta. La lettura della Bartoli è superficiale: tesa a far schizzare la voce (piccola) su e giù per il pentagramma in scale velocissime di agilità sgranate in modo rozzo e sostenute a colpi di gola (e spesso è evidente la sensazione di un continuo e fastidioso vavavavava al cui confronto le agilità della Genaux appaiono liquide e astratte come quelle della Sutherland), in note ribattute, in trilli gorgoglianti: alla fine viene il mal di mare, si prenda ad esempio l’assurda “Chi temea Giove regnante” dal Farnace di Vinci, che sembra la caricatura di un’aria di furore. Il legato – già evidentemente compromesso nella precedente Sonnambula – è qui completamente assente. Non riesce a legare due note senza perdere il sostegno del fiato, cosa che rende l’esecuzione delle arie lente un vero strazio: malinconia e sensualità vengono sistematicamente sostituite da sussurri impercettibili, sospiri, tempi slentati. Si ascolti, per farsi un’idea, “Ombra mai fu”, contenuta quale bonus track nel secondo cd, e la si confronti con la stessa aria cantata dalla Podles o dalla Horne (ma direi anche dalla Flagstad e persino da Caruso). E così si potrebbe andare avanti per tutti i brani dell’album, che si susseguono monotoni e identici, in 105 estenuanti minuti che metterebbero a dura prova i nervi di chiunque...e nei quali la Bartoli perpetua se stessa “all’apice del proprio masochismo”. Un’ultima annotazione, però, la merita l’orchestra Il Giardino Armonico diretta da Giovanni Antonini: talmente aguzza, stridente e priva di colore da risultare perfettamente evocativa di quello strumento – il coltellino appunto – artefice immediato, nel bene e nel male, di quelle voci eccezionali che furono, quelle, la vera gloria del canto barocco.


Gli ascolti

Haendel - Serse


Atto I

Frondi tenere...Ombra mai fu - Elisabeth Rethberg (1924)

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mercoledì 11 marzo 2009

Alcina alla Scala


La Scala inizia la sua maratona barocca con Alcina, nel vecchio allestimento di Carsen, sotto la perita bacchetta di Giovanni Antonini. Serata a metà tra canto di tradizione e moderne prassi filologiche, ove le voci non sono state all'altezza del compito, anche solo per limiti di volume. La sola protagonista poteva, infatti, vantare una voce degna, per qualità e decibel, di questo nome. La serata è andata via pressochè sotto silenzio, con qualche tentativo abortito di applauso e diffusi zittii, e un cataclisma al "Tornami a Vagheggiar". Teatro e loggionisti in generale poco soddisfatti, con buona pace di qualche patetico forumista dalle orecchie otturate ed obnubilato da patetici credo buonisti. Ieri sera eravamo davvero alla frutta del canto professionale, perchè le voci non riuscivano a salire sino al loggione.


Alcina è stata Anja Harteros, debuttante in Scala. Donna alta, di bella presenza e portamento scenico, possiede una voce naturale di soprano lirico leggero, ampia e sonora. Il mezzo è di grande qualità, tanto che la Harteros non ha faticato ad imporsi sugli altri del cast per volume e penetrazione. La sua maga seduttrice funziona nel complesso come personaggio, soprattutto in un contesto debolissimo, ma vocalmente non convince appieno per evidenti lacune tecniche che le impediscono di dare vita ai lati languido, sensuale ed al tempo stesso autoritario e tragico di Alcina.
La Harteros tende a scoprire i suoni nella zona centrale, cantando frequentemente in bocca; scende nei gravi con quei suoni di petto neppure troppo pieni tanto cari ai moderni teorici della vocalità baroccara, nonchè a salire all’acuto con la voce indietro e priva di appoggio. Col risultato che nei piani in zona primi-acuti si barcamena alla bell’e meglio, ora flautando le note, ora emettendole indietro, e più volte, devo dire davvero troppe!, stonando vistosamente. Da subito alla scena di ingresso,”Di, cor mio, quanto t’amai”, ove presto il centro è apparso poco immascherato e le salite all’acuto del tutto indietro, con nitidi svarioni di intonazione.
L’esecuzione dell’aria, bellissima, da cantare con una grande lentezza che pone inesorabilmente in primo piano il difetto del canto, “Si, son quella, non più bella” ha evidenziato le stesse carenze tecniche: è mancato proprio il legato, imprescindibile requisito che fa di questo momento uno dei più belli in assoluto tra le pagine di Haendel, senza contare poi le frasi della sezione mediana, di scrittura molto centrale “ “Chiedi al guardo, alla favella”, cantate con emissione troppo acida e chioccia a causa della non copertura dei suoni.
Quello straordinario, sensuale, inumano, legatissimo “whowhowho” australiano è destinato a restare ancora a lungo, direi ormai per sempre, in vetta all’empireo del canto barocco, quale modello di sensualità vocale pura, suonata ed astratta, perfetta come un’idea e tanto astratta da sembrare ormai un invenzione della nostra mente………
Tornando alla terrena Harteros, più sicuro è il suo canto a voce piena nel centro, ove però tende a perdere in nobiltà e stilizzazione, incappando in certe sonorità che, sebbene gradite quali espressioni del canto tragico ai filologi baroccari, a mio avviso restano ghermite e plebee. Un caso eclatante per tutti, il recitativo “Ah Ruggier crudele..:” che precede Ombre pallide, in chiusa di atto II, davvero al limite del gusto, per giunta accompagnato da una dizione per nulla chiara e scandita. Idem dicasi per il canto di furore del recitativo “Ora intendo , perché l’arme vestì….” che introduce “ Ah. Mio cor tradito sei”: l’esecuzione di recitativo ed aria è giusta nell’accento, ma poco nobile per colpa dell’emissione poco stilizzata e dei frequenti suoni scoperti al centro. In seconda strofa, poi, sono arrivati di nuovo cali vistosi di intonazione, sempre legati alla fatica di cantare piano in zona alta.

Ruggiero è stata l’esperta Monica Bacelli, più idonea per competenza stilistica che per capacità tecniche e per voce naturale. A disagio con la tessitura centrale, ha esibito belle intenzioni musicali, in particolare nel “Mi lusinga il dolce affetto”, che le sono solo in parte bastate per reggere la parte. Attaccata l’aria con voce completamente indietro e mai riposizionata sopra la collottola, la Bacelli ha eseguito questo momento fantastico di poesia lirica e magia estatica senza mai trovare un solo suono quale l’arte del canto richiederebbe. La voce, del resto, è stata sempre poco sonora, ovattata ed indietro, al punto da morirle letteralmente in bocca nell’esecuzione della celeberrima “Verdi prati”, davvero triste ed incolore. Il grande canto di Ruggiero sulla bellezza caduca della natura è stato eseguito soltanto in prima strofa, con l‘amputazione dell’intera sezione centrale nonché della ripetizione della prima, per giunta in modo deludente, messa lì per onore di cronaca. Sigh!......e tralasciamo la fatica a farsi sentire nei passi vocalizzati, dove il mezzo ingolatissimo poteva a malapena essere addomesticato ad una esecuzione sussurrata ma poco udibile dello spartito. Qualche bu all’uscita singola.

La Morgana di P. Petibon ha catalizzato su di sé le ire del loggione, in una sonora sbuacchiata dopo il massacro del leggendario “Tornami a vagheggiar”, quindi di “Ama, sospira, man on ti offende” ed infine alle uscite singole, ove è stata subissata dai fischi. A mio avviso doveva stare in compagnia perlomeno della porzione maschile del cast, ma gli astri in quel momento sono entrati in congiunzione favorevole per i signori uomini, sicchè la Petibon ha parato i fulmini di tutti.
Descrivere la trasformazione del must della meraviglia barocca, “Tornami a vagheggiar “ appunto, nel must del ridicolo, complice una regia scriteriata che ha ridotto la dolcissima maga ad una cameriera cretina e puttanella, non è cosa da poco. Madame Petibon ci ha messo moltissimo del suo, cantando con vocetta squittente e petulante l’irresistibile seduzione di Morgana. Una serie di picchettati a cavallo tra il neoliberty, il neogotico ed il neokitcsh han completato l’opera, cui facevano da condimento (ultra)suoni acuti fissi, di una fissità indescrivibile ed incredibile. E da lì in poi per madame Petibon non c’è stato più nulla da fare, si fosse pure trasformata nella Sutherland nelle scene successive.

La Bradamente di Kristina Hammarstroem mancava della voce di contralto che la parte richiederebbe. Anche questa signora è stata per tutta la sera in crisi di sonorità e penetrazione. Inesorabilmente ferma sul palco, la voce è arrivata a tratti, con emissione a mi avviso più garbata e preferibile rispetto a quella della Bacelli. La cantante è al più corretta, come nell’esecuzione delle agilità, ma di poca fantasia e personalità. Al “Vorrei vendicarmi del perfido core”, tra l’altro, in difficoltà per la scrittura centrale che non le consentiva di sfogare un minimo la voce, ha proseguito tetragona in seconda strofa con la vocalizzazione di scrittura orizzontale, senza metter mano allo spartito con qualche volata o puntata di sorta verso l’alto, restando lì a compitare l’aria in zona centrale e senza riuscire a farsi applaudire più che con due clap clap.

Degli uomini posso dire soltanto che Oronte non mi pare nemmeno abbia cantato con voce impostata, a squarciagola oppure a gola stretta, mentre il Melisso di Miles si è distinto per la durezza della voce, i suoni spessi e nasali. Un professionista corretto ed efficace di quelli di una volta, alla Giorgio Surjan ad esempio, pare un’araba fenice in questo presente così affollato di can-tanti specializzati in barocco come mai prima d’ora………

Nota davvero positiva, il maestro Antonini, che con meno di una trentina di elementi dell’orchestra scaligera e due cembali, ha diretto bene, con fantasia, autorevolezza, senso della musica e del canto. Non ci ha ammorbato con le stonacchiate intenzionali e la libidine baroccara per i suoni fissi, regalandoci un’Alcina vivace nei tempi, di nerbo e languore, mossa dalla fantasia. Dopo il mortifero Curtis dell’anno passato al Conservatorio, ci siamo sentiti in Paradiso con Antonini, e con noi l’intera Scala che lo ha applaudito ed acclamato convinta.
Un solo neo: forse certi cantanti non si dovrebbero accettare passivamente o mandare in scena in queste condizioni…..

Duramente buato l’allestimento per nulla barocco e per nulla suggestivo di Carsen.
Tagliare il lato evocativo all’opera barocca, comunque lo si voglia rendere, mi pare operazione intellettualoide più che colta.
Il mondo magico ed illusorio di Alcina, metafora anche della caducità della bellezza e dell’amore sensuale, restituito con interni classicheggianti ed austeri popolati di monadi borghesi in camicia e pantaloni e/o corpi nudi, evoca assai poco. Costumi grigi anni ’20 ( credo..) su cui si staglia solo una Alcina in vestaglia elegante alla Joan Crawford non aiutano i cantanti, già di loro male in arnese a rispondere alle esigenze di un canto che dovrebbe essere pura e “meravigliosa” metafora dei sentimenti. Taccio poi dell’elemento naturalisitico, il grande bosco verde, restituito con una sorta di gigantografia, che poco c’entra con la Natura misteriosa, seducente, immaginaria ed immaginifica, affascinante e spaventosa, soprattutto nel caso dell’isola di Alcina.
L’allestimento dice poco o nulla a noi, di cultura italiana, che il barocco lo abbiamo inventato ed esportato per ogni dove in Europa, anche a discapito delle resistenze dei classicisti francesi. Sappiamo bene che niente nel mondo barocco è ciò che è in se stesso nella realtà, perché l’arte è puramente metaforica, artificio intellettuale e ben altro dal quotidiano. Lo sapeva bene la scuola dei registi e scenografi italiani, e non alludo solo ai più noti Pizzi o ai Ronconi, ma anche ai più contenuti ma indimenticati Puecher &C.
Quanto ai tagli praticati, questi hanno compreso tutta la parte di Oronte, con relativi recitativi in presenza di altri personaggi; le danze in chiusa di ciascun atto nonché porzioni della parte del coro; delle parti solisitiche:

Atto primo
Aria Morgana, taglio strofa “Al primo sguardo…”
Aria di Oronte, taglio della strofa “ Quei sospiri lusinghieri.:”
Recitativo a tre Alcina Ruggiero Bradamante in scena X
Aria di Roggiero “La bocca vaga” e successivo recitativo tra Melisso e Bradamante

Atto secondo
Parte recitativo Melisso Ruggiero in scena I
Aria di Ruggiero taglio della strofa “ Il caro amante”
Aria di Ruggiero taglio sezione centrale e seconda strofa di “Verdi prati”

Atto terzo
Parte recitativo Alcina Ruggiero in scena II
Recitativo Oronte Alcina in scena V
Recitativo Ruggiero Oronte in scena VIII

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