Visualizzazione post con etichetta Bell. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Bell. Mostra tutti i post

domenica 7 febbraio 2010

Don Giovanni alla Scala

E' solo per dovere e spirito di contraddizione che siamo andati a vedere questo Don Giovanni. Solo per non sentirci dire che siamo preconcetti.
La recita domenicale e pomeridiana è immagine e ricordo di altri tempi. Come agli altri e passati tempi appartiene la cospicua carica di fischi che, alla quarta recita, ha salutato le uscite singole di Carmela Remigio (donna Anna), Emma Bell (donna Elvira) e del direttore Louis Langrée.
Domani la centrale del cosenso minimizzerà la riprovazione, stigmatizzandola quale frutto della mania di protagonismo di pochi, cattivi, facinorosi, che non vogliono bene alla Scala e non sono in capaci di apprezzare il programma di rifondazione culturale che il soprintendente e direttore artistico dona plenibus manibus.
Conti e resoconti su questa inutile ripresa di don Giovanni sono presto fatti. L’allestimento è la ripresa di quello proposto un paio di anni fa a firma Peter Mussbach dove a parte la Lambretta, guidata da donna Elvira, un Bignami delle più usate posizioni per l’accoppiamento dell’homo sapiens, qualche sottoveste e i pettorali di Erwin Schrott proprio non c’è nulla. Ove proprio nulla significa nessuna idea registica, che illustri ed illumini e non sia una brutta esibizione di ciò che il libretto dice in maniera che chiunque possa capire.
La direzione di Langrée è stata lenta, priva di solennità ed aulicità, fiacca, imprecisa in ogni ensemble, una sorta di noiosa e meccanica mignardise. Perché questo don Giovanni evocava un intermezzo napoletano della prima metà del ‘700. I momenti peggiori il finale primo, la scena del lugubre pranzo di don Giovanni, il finale dell’opera, con la chicca di una entrata delle maschere, né solenne né misteriosa, ma da avanspettacolo.
Fischi per tutti i cantanti, che, italiani o stranieri che siano, non sanno eseguire i recitativi, mai chiari nella dizione, mai scanditi, talora come accade per servo e padrone inficiati da caccole e cachinni.
I fischi dello scocciato, offeso, annoiato pubblico hanno colpite le due donne. Emma Bell: emissione greve e volgare, incapace di eseguire decentemente le elementari agilità della parte, voce veramente brutta e sgraziata, per giunta maldestramente accompagnata nelle arie. Ha un solo pregio, un certo volume, unica nella compagnia di canto.
Carmela Remigio, a suo tempo assolta quale Elettra del recente autunnale Idomeneo, ha il peso, il colore di Zerlina, accento da personaggio comico e popolare e non certo da gran dama, spagnola e vendicativa. Possiamo rilevare e censurare la mancanza di vigore e furore della prima aria, l’imprecisione e la difficoltà del rondò e peggio ancora i pigolati e flautati vocalizzi dell’entrata delle maschere. Donna Anna parla di vendetta, signora Remigio!
Inudibile Veronica Cangemi, ex mezzo soprano baroccaro, oggi soprano leggero, senza appoggio e sostegno, senza ampiezza e sonorità. Insomma nemmeno la parvenza del canto professionale. Avrebbe meritato parità di trattamento rispetto alle altre protagoniste femminili.
Quanto a volume limitato, fraseggio da pesce lesso, nessun accento, nessun vigore, nessun colore Juan Francisco Gatell, don Ottavio. Accenna con grazia i passi di flamenco (sic!) che il genio della regia impone all’entrata delle tre lugubri maschere, che sembrano i Blues Brothers. Gravi i problemi di intonazione, specie nella prima aria, farcita di variazioni assolutamente inutili.
Erwin Schrott ha esibito un torace ben costruito. Erwin Schrott dovrebbe cantare e non fare lo stripper o qualche cosa di analogo. E oltre al torace muscoloso non c’è altro, perché la voce non c’è, parlotta nei recitativi, accenna molti dei cantabili (Fin ch’han dal vino, scena del cimitero e della festa, accoglienza delle maschere al finale), quando prova a mettere la voce al posto (serenata) percepiamo suoni nasali e fiati piuttosto corti.
Il fedele Leporello, Alex Esposito, canta da basso, non è un basso. La voce è vuota in basso e corta in alto per l’incapacità di una corretta esecuzione del passaggio di registro, si sforza di interpretare, esagerando, però in mosse e mossette e arrivato al cantabile dell’aria del catalogo esibisce i limiti della voce e della tecnica, privo di legato e di ampiezza di suono, che deriva dall’esatto sostegno del fiato.
Degli altri due bassi Mirco Palazzi, Masetto è corretto e composto, ma è un basso sulla carta. Basso vero per timbro ed alla slava per tecnica Georg Zeppenfeld, il Commendatore.
Dite pure che siamo passatisti, ignoranti e retrogradi, ma a questo don Giovanni abbiamo, noi e altri che condividono il nostro pensiero, subito molti assalti di Morfeo.


Gli ascolti

Mozart - Don Giovanni


Atto I

Bisogna aver coraggio...Protegga il giusto Cielo - Rose Bampton, Jarmila Novotna, Charles Kullman, Ezio Pinza & Alexander Kipnis, dir. Bruno Walter (1942)

Atto II

Deh vieni alla finestra - Antonio Scotti (1902), Mariano Stabile (1926)

Il mio tesoro intanto - Hermann Jadlowker (1908)

In quali eccessi, o Numi...Mi tradì quell'alma ingrata - Johanna Gadski (1910)

Read More...

sabato 16 maggio 2009

Rake's Progress alla Scala

Applausi fiacchi al Teatro Alla Scala per il Rake’s Progress di Stravinskij nel bellissimo allestimento di Robert Lepage. Un'occasione persa, soprattutto a causa della bacchetta di David Robertson, per nulla all’altezza del compito assunto. E persa, in secondo luogo, per una parte del cast vocale. Un vero peccato.

Al signor Lepage avrebbero dovuto affidare le redini del comando dell’intera produzione, poiché, contrariamente a Robertson, ha dimostrato di essere il solo ad aver capito, a mio modo di vedere, l’essenza del testo di Auden e Stravinskij. La continua contaminazione, citazione, disincantata riproposizione dei miti letterari ed operistici di fine ‘700, rivisitati con ironico e freddo distacco novecentesco costituisce la vera essenza compositiva ed il messaggio stesso dell’opera. Per questo Lepage ha sostituito il Settecento dei bozzetti di Hogarth con una serie di scene ambientate nell’America anni ‘50, liberamente ispirate e contaminate vuoi da Hopper vuoi dai fumetti, dalla Pop Art, come pure dal cinema dell’epoca. Spettacolo coloratissimo, piacevole e, soprattutto, giusto: i miti riletti in chiave moderna si muovono sullo sfondo di un mondo che ha fatto proprio della modernità un mito. Le citazioni sono chiaramente decifrabili sulla scena come nel testo di Auden, quel tanto che basta a riconoscerle, ma mentre sulla scena tutto scorre via con facilità e senso. Non così la musica.
Il signor Robertson è parso indifferente alla logica compositiva di Stravinskij, che avrebbe meritato almeno il tentativo di sottolineare e differenziare tra loro le varie scene. Non c’è stato segnale di vita dalla buca nei momenti di libera citazione e rivisitazione del passato, ma neppure in quelli in cui avrebbe dovuto sostenere la tensione della scena ( penso alla partita a carte tra Nick e Tom ) o nella creazione delle atmosfere ( l’aria di Anne...). Un segnale costante di inutile apatia dalla buca, che per tutta la sera è stata latitante, con il risultato di addormentare ed annoiare a morte il pubblico. L’opera così diretta è parsa inutile e noiosa, un nonsense teatrale, del tutto in contrasto con la parte visiva sulla scena. E con la tradizione del Rake, capace di suscitare altri e diversi esiti di pubblico. Una prova negativa che ha condizionato pesantemente questa produzione.

Un cast a luci ed ombre, che avrebbe anche potuto starci con altra bacchetta.
Andrew Kennedy ha una voce morchiosa, manovrata con tecnica dilettantesca. In questo repertorio, alle prese poi con una tessitura centrale ed un personaggio babbeo e scialbo, se la cava, perché restituisce un personaggio abbastanza aderente agli intenti degli autori. Ma il cantante è monotono, ben oltre la realtà del personaggio, che qualche tratto espressivo in più lo possiede.
L’Anne di Emma Bell è stata davvero agghiacciante. Voce importante ma sgraziata, una delle emissioni più sgangherate mai sentite dal vivo, ha cantato con facilità il ruolo ma ha finito per togliere al suo personaggio quella che è forse la sola prerogativa, ossia l’idea di purezza. La voce è costantemente indietro, bassa e chioccia... come all’Idomeneo scorso, del resto, e questo ad onta dell’ampiezza che naturalmente possiede. Non mi esprimo sui suonacci emessi nella grande aria, o dell’assoluta incapacità di legare i suoni nella ninnananna finale: ha lasciato di sale non solo gli incontentabili vociomani come noi, ma tutti i presenti che stavano seduti nella mia zona. Un canto troppo aggressivo, con le frasi sempre ghermite.
Su tutti il Nick Shadow di Shimmel, complice il lato un po’ ieratico e mefistofelico del personaggio. Anche lui è un cantore di mediocre tecnica, timbro discreto e nulla più. Ma il personaggio era giustissimo, come pure l’accento e buona la sonorità del mezzo. Non è venuto meno nel finale ai suoni fissi oggi cari ai modi esecutivi del repertorio settecentesco che ha frequentato, con esiti per noi poco interessanti. Il migliore di tutti senza dubbio.
La Baba la Turca di Natascha Petrinsky è stata assai efficace scenicamente, complice il bel fisico della signora. Ha spaventato gli astanti non tanto per la sua barba quanto per il canto, con voce anche lei sgraziata e sgangherata, suonacci aperti e volgari a gogo... che già ci avevano spaventato nella Flora della Traviata ultima scorsa. Nell’insieme funziona perché il lato grottesco e caricaturale del personaggio viene reso da simile modo di cantare. Peccato che non sia stata una scelta voluta ma una norma, date le precedenti esperienze di cui sopra.
Buono il Trulove di Lloyd.
Alla quarta rappresentazione, quella del 12 maggio, cui ho assistito, numerosi vuoti e “forni” in teatro. E siamo solo alla prima delle tre stazioni della maratona scaligera estiva tra i capolavori dell’opera moderna!







Read More...