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lunedì 7 marzo 2011

Don Giovanni a Bologna

Pomeridiana di mistero nella sala del Bibiena. Andrea Concetti ha appena eseguito l’aria del catalogo, quando risuonano dalla galleria voci, che invitano a disattivare l’amplificazione artificiale del suono. Microfoni al Comunale, dunque?

L’impianto scenografico, concepito da Pier Luigi Pizzi, prevede una scena di profondità non indifferente e sostanzialmente vuota, delimitata da specchi e pareti di velluto, da casa di tolleranza che ha visto giorni migliori. Eppure nel primo atto i cantanti, che si trovino sul fondo del palco ovvero al proscenio, risultano sempre ugualmente udibili, invariabilmente sonorissimi, mentre si produce un effetto di riverbero che riguarda non solo i suoni emessi dei solisti, ma anche i loro movimenti in scena (dal rumore dei passi al “Pst, pst” di Leporello). La stessa orchestra, di turgore quasi wagneriano (e l’assetto della buca non era certo da opera tardoromantica), fa supporre una qualche forma di manipolazione acustica. Impressione che si accresce allorché, al finale primo, si deve constatare come le voci fuori scena risuonino quasi altrettanto penetranti di quelle presenti sul palco. Permane parimente inspiegabile come il tenore Juan Francisco Gatell, udito meno di un anno fa nel medesimo teatro e altrove in Italia, possa sfoggiare una voce di volume almeno doppio rispetto al recente passato, e questo sia all’inizio del recitativo che precede il duetto, cantato sul fondo della scena, sia nell’aria del primo atto, che il cantante intona supino su un letto collocato nella parte posteriore del décor, volgendo le spalle al pubblico, forse emulo della divina Olivero alle prese con la berceuse della Dama di picche. Peraltro nel secondo atto (aperto da rinnovate proteste di una porzione sicuramente minoritaria del pubblico) l’effetto è risultato man mano sempre meno pronunciato, fino a scomparire del tutto nelle ultime scene dello spettacolo. Insomma, non erano Duracell le pile dei cantanti.
L’impressione prodotta è quella di un poco riuscito scherzo carnascialesco, o forse di un esperimento, che in qualche modo potesse ovviare alla scarsa attenzione dimostrata dallo scenografo, costumista e regista Pizzi nei confronti delle ragioni del canto. Il problema di queste operazioni, al di là delle ovvie implicazioni morali (rese ancora più cogenti dalle dimensioni tutto sommato modeste della sala bolognese), è che richiedono una preparazione non meno che perfetta, onde evitare che il tutto scivoli nel grottesco, vale a dire in una realizzazione che, uniformando i volumi e i piani sonori, renda di fatto bidimensionale lo spazio scenico. Signori, il cinema con i suoi effetti, impiegati ormai anche nella più modesta delle produzioni, non ha insegnato proprio nulla?
In tutto questo non era certo banale il compito del direttore Tamás Pál, che si è trovato a lottare, con poca fortuna, per tenere assieme orchestra e palco. I problemi in questo senso sono emersi fin dal quartetto, per comparire al massimo grado alla chiusa del primo atto, poi ancora nel sestetto e nel finale dell’opera. Praticamente ad ogni ensemble degno di questo nome. Peraltro nei due finali le orchestre previste in scena suonavano in quinta, così come il coro, nei suoi parchi interventi, era confinato nel golfo mistico. Di mistico c’era ben poco. Peccati veniali o quasi di fronte a una lettura pomposa e manierata, spesso letargica nello stacco del tempi (per poi correre a più non posso in una pagina come “Mi tradì”, in partitura Allegretto), incapace di esprimere, se non con un’esplosione sonora, il clima di orrore sovrannaturale che dovrebbe accompagnare l’ingresso del Commendatore al finale secondo. Nessun colore, nessun brio, neppure una traccia del “bel suono” di certa tradizione magari un poco deteriore, ben pochi brividi e nessun trasalimento, per un’opera che è tutto fuorché monotona e tediosa.
Protagonista era il baritono panamense Nmon Ford, alla cui prestanza fisica, sicuramente mirabile, non corrisponde adeguata preparazione vocale e musicale. Voce in natura piuttosto generosa, ma emessa tutta di gola, mostra i propri limiti nella serenata, in cui tenta di cantare piano e quindi sistematicamente spoggia e sfalsetta. Ma forse è preferibile questo approccio all’exploit del finale secondo, in cui il canto si tramuta in grido purissimo, in un discutibile approccio espressionista a una musica riconducibile a tutt’altra temperie poetica.
Male anche Leporello, il già nominato Concetti, che segue la tradizione del buffo caricato e quindi spesso e volentieri parla e non canta. Peccato che Leporello sia parte da basso cantante, come ci ricordano i soliti Hesch, Kipnis e Lazzari.
Malino William Corrò (Masetto), in fondato sospetto di tenore non sfogato, ma se non altro, rispetto ai colleghi, un poco più controllato come gusto. Malissimo Christian Faravelli (Commendatore), tonitruante e trucibaldo, davvero degno della tradizione che vede nel padre di donn’Anna un tiranno e non piuttosto l’ambiguo messaggero del destino di morte, che incalza il protagonista.
Tutto sommato positiva la prova del già nominato Gatell, che ha cantato con garbo, evitando anche, specie nelle arie, le svenevolezze tipiche degli Ottavio “light”. Il legato è perfettibile, soprattutto ne “Il mio tesoro intanto”, ma rispetto ai compagni di palcoscenico, la prova del tenor tanguero ha quasi del prodigioso.
Vocina acida e querula Manuela Bisceglie, incapace di legare due suoni nella scrittura rigorosamente centrale di Zerlina. Carmela Remigio (passata ormai definitivamente ad Elvira, dopo lunga ma non fortunata militanza quale Anna) avrebbe anche una voce adatta alla bisogna (certamente più adatta a questo Mozart che non al Devereux). Se si sforzasse di adottare un’emissione meno ingolfata, il canto di agilità ne trarrebbe sicuro giovamento e anche gli acuti, parsimoniosamente distribuiti, non risulterebbero, come ora, di volta in volta falsettati o ghermiti.
Zuzana Marková approda alla parte di Anna avendo affrontato, nella nativa Repubblica Ceca, quella di Zerlina e, inoltre, Susanna e Papagena. Praticamente il repertorio della soubrette mozartiana di cabotaggio centrale. Il programma di sala la indica fra gli interpreti dell’Aureliano in Palmira in cartellone al prossimo festival di Martina Franca. Basandoci sulla prova bolognese, avremmo delle remore ad affidarle il ruolo della seconda donna. La voce è di soprano leggero, com’è ormai costume per le interpreti di questa parte, ma la tecnica è meno che da principiante, portando l’avvenente soprano a singhiozzare sul passaggio di registro (scena della scoperta del cadavere del padre), a falsettare la grande aria del primo atto e a pigolare il rondò, specie nella sezione conclusiva (un plauso alla professionalità con cui Gatell ascolta, a pochi centimetri di distanza e nella più totale immobilità, un simile esempio di malcanto). Ancora peggio il duettino al finale secondo (“Or che tutti o mio tesoro”), sistematicamente calante d’intonazione. Praticamente inesistente nelle scene d’assieme, la signora Marková è il vero punto interrogativo della produzione.
Un interrogativo che va esteso allo spettacolo firmato, o meglio, griffato Pier Luigi Pizzi. I nostri detrattori amano dipingerci quali entusiastici ammiratori della piatta illustrazione librettistica. Pizzi dovrebbe quindi costituire il non plus ultra del nostro modo d’intendere la regia d’opera. E così è stato per spettacoli come la celebre Semiramide di Aix. Ma in questo Don Giovanni non c’è nulla, neppure il conforto di una lussuosa confezione, quella che la premiata ditta Pizzi spesso offre anche nelle sue ciambelle senza buchi. L’imbarazzante minimalismo (un onnipresente letto sfatto, qualche sedia, un canapè, gli specchi, le tende nere e stop) si accompagna a un’altrettanto imbarazzante assenza di direzione di attori, sostituita da una presenza costante di comparse, giovani e piacenti, d’ambo i sessi, che si accarezzano promiscuamente, in una sorta di “Don Giovanni delle pari opportunità” che potrà suscitare scandalo e magari altro esclusivamente nei membri più attempati del pubblico. Significativa in questo senso la scena finale, in cui il protagonista è assalito da un branco di spiriti seminudi e cosparsi di gesso (o forse borotalco), che evocano un Inferno a metà strada fra l’horror alla Lucio Fulci e il softcore. Quanto all’esaltazione della fisicità di un cast di cantanti “giovani e belli”, come qualcuno certo li definirà, non possiamo fare a meno di osservare come certi dettagli anatomici consiglino non già la pubblica esibizione degli stessi, ma un rapido ritorno a una minore ostentazione e a un rapporto più frequente e fruttuoso con massaggiatori e personal trainer.
Nonostante i compri scandalizzati, morigerate contestazioni.




Gli ascolti

Mozart - Don Giovanni


Atto I

Madamina, il catalogo è questo - Virgilio Lazzari (1937)

Fin ch'han dal vino - Samuel Ramey (1987)

Atto II

Vedrai carino - Lucrezia Bori (1937)

In quali eccessi, o Numi...Mi tradì quell'alma ingrata - Ilva Ligabue (1970)

Non mi dir, bell'idol mio - Karin Ott (1981)

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giovedì 23 dicembre 2010

Don Giovanni alla Staatsoper

Alcune considerazioni sul Don Giovanni presentato lunedì 20 alla Staatsoper viennese.
Nuova e lussuosa produzione firmata Jean-Louis Martinoty, solita ambientazione atemporale con richiami settecenteschi, qualche forzatura e una scena finale ben gestita (anche se donna Elvira agghindata da Suor Sorriso poteva esserci risparmiata).
Quanto ai singoli artisti, li elenchiamo in ordine crescente di decoro dimostrato e di conseguente meritata attenzione.

I divi d’Arcangelo ed Esposito, padrone e servo, si rifanno alle caccole e all’approssimazione dei Raimondi e dei Corena, senza peraltro possederne la "canna" vocale. D’Arcangelo canta con voce bitumata, larga ma non ampia né sonora (l’orchestra lo sommerge ad esempio nel finale I e nella scena della dannazione), sfalsettante a ogni tentativo di nuance (serenata). Esposito, voce da baritono brillante prestata a un ruolo da basso vero (inesistente il sostegno armonico offerto dal cantante negli ensemble, fin dall’introduzione), sfoggia nell’aria del catalogo il catalogo, appunto, dei propri malvezzi: suoni nasali e malfermi in acuto, difficoltà nel legato, parlati e cachinni indegni di un teatro di provincia. Misteri dello star system.
Altro mistero è come possano i Wiener Philharmoniker risultare svogliati e poco amalgamati in una partitura che dovrebbero conoscere anche capovolta. Inutile attendersi brio e colori da Franz Welser-Möst, neo Generalmusikdirektor del Teatro, ma almeno andare a tempo! Ottimi, per contro, i solisti in scena nei due finali.
Ulteriore mistero e rinnovate riflessioni impone la prova di Albert Dohmen, reputato specialista wagneriano, quale Commendatore. Prova che risulta illuminante circa il livello del canto wagneriano, specializzato e specializzando, di oggi. Quando erano affidati alle cure di cantanti wagneriani, ma non solo, del calibro di Journet o List, i Commendatori mostravano altra diginità, sia da vivi che da morti.
Ildikó Raimondi quale Elvira sostituiva praticamente all’ultimo Roxana Constantinescu, spartita dal cartellone dopo le prime recite (la première, trasmessa dalla radio austriaca, può forse illuminare in proposito). Ci asteniamo da commenti, se non per rilevare che l’intonazione non dovrebbe costituire un tratto negoziabile, a qualunque stadio della preparazione di un ruolo.
Saimir Pirgu si rifà agli Ottavio languidi e linfatici di certa tradizione deteriore, che però sfoggiavano di solito maggiore dolcezza e minore titubanza sul passaggio di registro.
Sylvia Schwartz è la classica Zerlina formato soubrette, garbata ma non sempre corretta sotto il profilo dell’intonazione. Se imparasse a respirare correttamente, ne trarrebbe sicuro giovamento. Anche Adam Plachetka (Masetto), la voce più omogenea e l’interprete più misurato del cast, potrebbe risultare maggiormente sonoro e quindi più incisivo se appoggiasse con maggiore costanza ed evitasse oscuramenti artificiali del timbro. Le premesse per una carriera ci sono, a ogni modo.
Sally Matthews porta assai bene il lutto ed è una voce, per gli standard odierni. Non è un soprano drammatico, ma oggi le donn’Anna di questo tipo sono rarissime, per non dire estinte. Le manca, per risultare convincente, una tecnica che le consenta di non gridare sul secondo passaggio (recitativo della scoperta del cadavere del padre), di cantare piano senza sfalsettare, di non emettere suoni tubati (Rachen-Arie) e di evitare scivolate d’intonazione (picchettati sul la naturale nel rondo). Come e più che per Plachetka, auguriamo anche a lei una pausa di riflessione. Salutare per tutti, in primis per gli addetti alla gestione delle voci, massime giovani.


Gli ascolti

Mozart - Don Giovanni

Atto I

Ma qual mai s'offre, o Dèi...Fuggi, crudele, fuggi - Maria Reining & Julius Patzak (1936)

Madamina, il catalogo è questo - Georg Hahn (1936)

Ah fuggi il traditor - Ilva Ligabue (1970)

Fin ch'han dal vino - Karl Hammes (1936)

Atto II

Vedrai carino - Mafalda Favero (1941)

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martedì 27 luglio 2010

Ultimo fandango a Siviglia: Don Giovanni dal Festival d'Aix-en-Provence

E' trascorso qualche giorno dalla diretta ARTE del Don Giovanni dal Festival d'Art Lyrique d'Aix-en-Provence. Produzione ovviamente prestigiosissima anche e soprattutto nella firma registica, requisito imprescindibile per l'opera e per il pubblico che "contano", oggi come oggi. Una diretta accolta, nel suo divenire e al termine, da imbarazzati silenzi e copiosi fischi della sceltissima platea, che ha replicato, con maggiore foga, il dissenso testimoniato l'anno scorso in occasione dell'Idomeneo, spettacolo parimenti "intelligente".
Anche noi brutti cattivi e ovviamente ignorantissimi del Corriere abbiamo seguito la diretta e avremmo alcune cose da osservare. Per evitare lungaggini, e anche per condividere con altri la "gioia" della rinnovata audiovisione e riflessione su quanto visto e ascoltato, ci siamo divisi i compiti. Cedo quindi la parola alle colleghe C. Marchisio (che ci parlerà del protagonista, del Commendatore e di Zerlina) e Brandt (che si occuperà invece di Leporello, Don Ottavio, Donn'Elvira e Masetto) e ritornerò in chiusura per dire due parole su Donn'Anna (anzi, facciamo tre, perché una la dico subito: spaventosa), nonché sulla direzione e la regia. - A.T.



Alcuni dei cantanti “in gara” rasentano i confini della parodia involontaria (d’altra parte il clima è quello del concorso…).
Il Don Giovanni di Bo Skovhus, “specialista” del repertorio dapontiano con qualche incursione nell’operetta, è una sorta di macchietta a metà strada tra la paranoia di un Kinski herzoghiano e l’immortale rimando al Paul di rue Jules Verne della Parigi di Bertolucci (pure la stessa illuminazione sembrerebbe richiamare le tonalità calde e pastose di Storaro). Ma, inutile dirlo, è un azzardo da fegato in piena forma. Perché Tcherniakov dimostra in questo modo non solo di farsi beffe di Da Ponte, ma di non aver compreso nulla nemmeno del capolavoro con Marlon Brando. Rimangono tuttavia quisquilie da tè delle cinque a confronto di quel che abbiamo sentito.
Skovhus vocia sporco, non c’è nulla che rimandi a una certa soavità d’emissione. Quando non si avvale del colpo di glottide, canta sempre aspirato, l’aria si impadronisce dell’apparato fonatorio e di conseguenza la riserva di fiato finisce per avere il volume di una spira di vento in una camera pressurizzata… Facile prevedere quali possano essere le conseguenze di una tale “maleducazione” al canto: una su tutte, l’obbligo ad inspirare a ogni sillaba. Debiti di fiato si riscontrano ovunque qua e là nel corso della rappresentazione, ma bastino i primi versi di sortita, quel «taci e trema al mio furore» ripetuti due volte su due ai limiti dell’apnea. Al centro il suono esce piuttosto aperto, come succede per buona parte del famoso duetto “Là ci darem la mano”, in cui quegl’«ANdiam - ANdiam» sono un re3 e un mi3 rispettivamente l’uno orchesco, l’altro stonato.
Una dizione approssimativa, causa di effetti acustici indistinti, si rileva nel pur celebre assolo “Finch’han del vin”, altrimenti noto come “aria dello champagne”. Qui addirittura le sillabe vengono pronunciate per due terzi, le parole farfugliate quando non direttamente inghiottite. Un inno all’ebbrezza? Sì, quanto qualche metro sul lungomare, maglioncino in spalla.
Davvero vergognosa infine la serenata in forma di canzonetta (“Deh, vieni alla finestra”) che Don Giovanni dedica alla cameriera di Donna Elvira (almeno nel libretto: qui, chi può dirlo?). La linearità della melodia, di tessitura medio-alta, tutta a cavallo del passaggio, nella fattispecie mai risolto, restituisce l’esperienza della guida di un pedalò con le onde alte: suoni fissi e calate d’intonazione in successione degne di un grafico gaussiano. A conti fatti, alle orecchie arriva un canto che fa quasi perdere i sensi: anestetico e ipnotico quanto l’assurda messinscena che lo incornicia.
Un disastro anche la Zerlina di Kerstin Avemo, che ha il suo limite più triste nella completa mancanza di legato (con tali “doti” diventa naturale per i teatri scritturarla come Gilda, mi pare chiaro…). Non parliamo poi del timbro infausto e dell’emissione dura e ruvida come carta vetrata, “qualità” che poco si addicono a momenti di provocante abbandono, come per esempio l’aria “Batti, batti, o bel Masetto”. Fin dal recitativo d’entrata, la signora Avemo tradisce da subito un suono senza proiezione, soffocato in bocca, mentre già sul secondo «batti» arriva sfiatata (ovvio, l’attacco è parlato), e la salita all’acuto («STArò lì», «Agnellina») rimane impiccata in gola (se possiamo parlare di acuti, considerato che si tratta di un fa4!) e quasi mai a fuoco («LE tua botte»). Si salva giusto il passaggio su «non hai core», ma l’invocazione “Gente, aiuto, aiuto gente!”, nella scena del ballo, è un urlo ferino. Nessuna nota distintiva da rilevare nella seconda aria (“Vedrai, carino”), che dovrebbe se non altro esibire, con la sua dichiarata semplicità, una linea seducente ed elegante. E invece…
Poco da dire pure sul Commendatore di Anatoli Kotscherga. Credo siano sufficienti i quattro la2 su «LASCIALA INdegno» del verso di sortita, emessi con derivazione stomacale e con un declamato vicino al parlato, per riconfermare un’altra volta la bontà del canto del basso ucraino. Forse per infondere una certa autorità (primo atto) e una dose di potenza ultraterrena (secondo atto), gli attacchi vengono ogni volta accentati con violenza e buttati lì con piglio più che grossolano (su tutti, il re3 su «BAttiti!»). Il breve terzetto che tratteggia la scena dell’uccisione del Commendatore è invece un amalgama di stonature e fissità di difficile sopportazione, mentre il rientro in pista come statua funebre va segnalato per l’accentuazione di suoni ancor più cavernosi e intubati della performance iniziale.
Carlotta Marchisio





Serate come quelle regalate con tanta solerzia da Aix-en-Provence sono destinate a marchiarsi indelebilmente nella memoria per essere in futuro utilizzate come metro di paragone per ulteriori avvenimenti epifanici che solo il teatro d’opera odierno sa regalarci con così tanta dovizia!
Quante forti emozioni hanno invaso le mie membra di fronte a sconvolgimenti musicali, canori e registici di tale potenza da ribaltare la storia dell’opera e del “Don Giovanni” in particolare!
Ancora mi devo riprendere…
E’ bello ad esempio vedere in scena un attore così fascinoso e disinvolto come Kyle Ketelsen vestire i panni di un Leporello emo e parassitario con il ciuffo piastrato, il gusto nel vestire così e moderno, che gli permette accostamenti arditi come scarpe da tennis e abiti eleganti, per poi muoversi con la carismatica vivacità della giovinezza. Ah, dimenticavo, il nostro Kyle possiede anche doti canore: ti rapiscono sicuramente la particolarità del timbro, virile e gradevole, più baritonale che da basso, nel registro centrale ed altrettanto la ruvidezza della voce poggiata solo sulle corde vocali, a disagio già con i Si, i Do, i Re sopra il rigo che risultano granulosi; ma come si può appoggiare la voce e cantare sul fiato quando c’è una immedesimazione totale come in questo caso?
C’è però il fraseggio, perdiana, che lo rende ancora più moderno!
Fraseggio concentrato sull’obiettivo di far apparire Leporello il più possibile sfacciato e briccone; dunque l’interminabile noia che si respira sia in “Notte e giorno faticar”, nell’aria del catalogo, che in tutto il II atto, compresi gli interventi con il Commendatore, sono in realtà “efficaci” strumenti espressivi… di cui però continuo ad ignorare l’efficacia! L’attore, poi è così travolgente e prevaricante che anche il canto viene dimenticato a favore della recitazione; abbiamo dunque dei recitativi parlati invece che cantarli o, se proprio è costretto a ricordarsi delle note, il buon Kyle trasforma la propria emissione attraverso un sapiente gioco di suoni gutturali.
Che colpo di genio registico poi farlo cantare con la bocca piena di cibo durante il terzetto delle maschere! Molto commovente!
Cosa dire del Don Ottavio di Colin Balzer? Sicuramente siamo un gradino al di sopra (o al di sotto; non fa differenza a questo livello) di Ketelsen: cosa importa se la pronuncia è discutibile, la voce linfatica ed ectoplasmatica che galleggia allegra e beata sul nulla nel registro centrale e che si schiarisce ancora di più stimbrandosi a partire dal passaggio di registro rigorosamente emesso di gola, tanto da trasformare in sbuffi d’aria note come i Mi, Fa, Sol? Cosa importa se la vocalizzazione legata lo trova a mal partito e particolarmente pasticciato nel duetto “Fuggi, crudele, fuggi” con Donna Anna oppure in “Dalla sua pace”? Cosa importa se il canto è improntato sui più frusti dettami della “tecnica baroccara”, ovvero: voce spoggiata, evanescente, fissa non appena la linea sale, e con falsetti scambiati per mezze voci? Quando si ha a che fare con un attore del genere che si spoglia, ha innumerevoli e tragici amplessi con Donna Anna, bacia Masetto con passione (una rivelazione da brividi eh) e sa sedersi a tavola, tutto il resto passa, vuoi o non vuoi, in secondo piano! Questa è “vera vita teatrale”, sveglia gente! Ah, ovviamente di accento nemmeno a parlarne…
Sublime, alle soglie del capolavoro la Donna Elvira di Kristina Opolais: la natura e la tecnica le hanno offerto uno strumento “formidabile”, una voce che sarebbe adatta ad essere una… discreta Zerlina si cimenta con Donna Elvira. Ma si, va bene tutto! Se oggi Zerlina canta Norma, perché farsi problemi con Donna Elvira? Quali emozioni suscita ascoltare un registro centrale sicuramente sonoro, ma emesso tra naso e gola! Quali rapimenti ascoltando le fissità o la fragilità delle note a partire dal Mi. Che immedesimazione di fronte alle due espressioni due riservate al fraseggio, e cioè: ridanciana per “Ah chi mi dice mai” e nervosa mestizia a partire da “Ah fuggi il traditor” fino alla fine. Quanta commozione si riversa nell’ascolto dei recitativi in cui la voce va giustamente indietro oppure nei duetti compitati perfettamente senza accento e senza chiarezza di dizione, con una elettrizzante vocalizzazione stentata. Nel “terzetto delle maschere” siamo vicini ad un coro sospeso tra Haendel e lo “Zecchino d’oro”. La sua Nedda scaligera spero mi convinca come questa sua magistrale interpretazione di Donna Elvira.
David Bizic, Masetto, usa con straordinaria perizia tecnica il suo poderoso registro di stomaco. Ed è tutto!
Marianne Brandt





Passatisti che altro non siamo, neppure riusciamo a concepire che si possa affidare Donn’Anna a una voce che non sia di soprano drammatico o almeno di lirico spinto. Questo non solo perché la figlia del Commendatore è figura tragica, animata dal furore della vendetta (che diviene oggi, mercé le paranoie del Régisseur di turno, ninfomania, frigidità, necrofilia, voyeurismo o quant’altro), ma perché questa è la tipologia vocale consegnataci dalla tradizione e immortalata fin dagli albori del disco. Le Anne “pesanti” in voga nel passato più o meno remoto (diciamo fino alla metà abbondante del secolo scorso) potevano accusare difficoltà in acuto (la salita al si bemolle nel terzetto delle maschere, che direttori abili e capaci potevano eventualmente assegnare, in alternativa, ad Elvira) e stentare nei passi di agilità (fino a giungere al doloroso taglio del rondò), ma certo non si facevano pregare quanto a potenza di suono, maestosità di fraseggio, accento di volta in volta terribile, sussiegoso e disperato, a seconda che fosse rivolto al seduttore, al fidanzato o alla memoria del padre. Peraltro è falso che queste Anne di grande calibro fossero tutte e indistintamente delle megere o, dio ne guardi, delle gelide matrone. Basti ascoltare il famoso live di Stoccarda del 1936, in cui Maria Reining tratteggia una figura certo imponente ma di voce dolcissima e suprema eleganza. Dolcezza ed eleganza sono per inciso appannaggio del suo Ottavio, Julius Patzak, non certo il prototipo del tenore di grazia nell’accezione e corriva corrente del termine.
Per tornare al mestissimo presente, Marlis Petersen, debuttante nella parte, ha voce adeguata a una Zerlina da cantarsi a Ludwigshafen o Brema (caratteristica che la accomuna peraltro alle sue colleghe in Aix) e una preparazione tecnica così scarsa, da renderle impossibile un canto degno di questo nome. I centri sono vuoti, gli acuti striduli e spoggiati, ma quel che è peggio è la transizione fra questi due registri: sul fa/sol4, nella zona in cui cadrebbe il secondo passaggio, ovvero di transizione fra centro e primi acuti, si odono suoni per i quali mancano gli aggettivi. Basti sentire, nel recitativo della scoperta del cadavere del Commendatore (che la regia trasforma in una sorta di prova generale di veglia funebre), gli attacchi “Ma qual MAI s’offre”, “MIO caro padre!””TINto e coperto del color di morte”. Tralasciando la velleità della puntatura al do acuto nella ripresa di “Ah! Vendicar quel sangue”, va segnalata la scarsa dimestichezza con la coloratura, che porta il soprano ad aspirare e pasticciare le quartine su “vammi ondeggiando il cor”. Difficoltà analoghe si riscontrano nella grande aria “Or sai chi l’onore” e soprattutto nel recitativo che la precede, affrontato con accento piagnucoloso e inerte, malgrado gli strilli generosamente profusi. L’assolo, complice un aborto di accoppiamento con Ottavio, prescritto dalla sceltissima regia, suscita nel pubblico parchi applausi e sonore riprovazioni. Crediamo sia un unicum nella storia esecutiva del pezzo, almeno per quanto documentato dal disco e dal video!
Quanto al rondò, che la sempre furbissima regia trasforma in una seduta di terapia di gruppo, modello “alcolisti anonimi”, siamo a un livello forse accettabile per una compagnia di dilettanti. Peccato che la signora canti non già in qualche salone parrocchiale, bensì al Metropolitan e, appunto, ad Aix-en-Provence.
A tenere le fila del tutto (e che fila, e che “tutto”!) Louis Langrée, che già si era illustrato nel titolo alla Scala qualche mese fa. Ma ovviamente la sua prova in questo contesto assume ben altra valenza, rispetto al "provinciale" contesto ambrosiano. In verità, non c'è nulla da aggiungere alla recensione di allora di Donzelli, se non che questa volta il direttore era scortato da un’orchestra baroccara d.o.c., la Freiburger Barockorchester. Più che a un intermezzo napoletano, viene da pensare stavolta a un masque di Purcell, vista anche la presenza, discreta, in tutti i sensi, del coro English Voices. Ovviamente non si contano gli attacchi sporchi, gli sfrigolii, le stecchette assortite (le tre orchestre del finale primo!), ma su tutto prevale una sensazione di noia ed esaurimento. C’è però da dire che un’orchestra del genere ha l’indiscusso pregio di non rischiare di soffocare le voci, e non si tratta, nel caso specifico, di impresa da poco.
E veniamo alla regia, intelligentissima, modernissima, sconvolgente, allucinante etc. Tcherniakov rilegge il Don Giovanni come una sorta di antesignano della Saga dei Forsyte o dei più moderni Dynasty e Beautiful, collegando i personaggi con rapporti di parentela più o meno balordi (Zerlina diventa la figlia di Anna) e collocando fra loro l’antieroe etilico Don Giovanni, marito di Elvira, nipote del Commendatore e quindi cugina di Anna. Forse il regista ignora che “sposo”, nel libretto di Da Ponte, designa semplicemente il fidanzato, e non già il marito, e comunque non appare ragionevole supporre che Giovanni abbia mai avuto serie intenzioni nei riguardi della dama di Burgos. Archiviata la morte del Commendatore come un episodio di violenza domestica (in cui assume un ruolo di primo piano la stessa Anna, vista come una sorta di Emma Bovary libidinosa e bipolare, o se si preferisce, come Brooke di Beautiful, tanto per restare in tema, o meglio, fuori tema), il regista prosegue nell’esplorazione di questo microcosmo alto borghese di sua invenzione, seguendo solo sporadicamente le indicazioni di Mozart e Da Ponte. Assistiamo così a scene madri (il quartetto in cui tutti si preoccupano della traumatizzata Zerlina), orgette in maschera in odore di Eyes wide shut, giochi di ruolo (i travestimenti di Don Giovanni e Leporello nel secondo atto, resi, più che incomprensibili, inutili dalla piena luce e dalla presenza costante di tutti i personaggi in scena), sino al finale, in cui Don Giovanni ha un infarto perché gli altri hanno noleggiato un attore travestito (maluccio) da Commendatore. Ovviamente non mancano e non mancheranno critici e commentatori capaci di indicare in questo spettacolo (peraltro gestito assai bene a livello teatrale, sia pure con i limiti derivanti dal décor unico: una stanza in casa del Commendatore, che diventa di volta in volta salotto, camera ardente, corridoio e sala da pranzo) una pagina cruciale nella storia degli allestimenti del Don Giovanni. Più modestamente riteniamo che, per vedere una brutta imitazione di Ibsen e Sartre, tanto valga assistere a una rappresentazione di Spettri o Huis clos. Riteniamo altresì simili allestimenti, prima ancora che offensivi della dignità di chi li subisce (i cantanti) e di chi vi assiste, indicativi di una fiducia così scarsa nelle potenzialità dei testi da allestire, e di un interesse così debole nei loro confronti, che viene spontaneo chiedersi perché mai questi eccelsi registi non si dedichino ad altri testi (e nei casi più gravi, ad altri mestieri).
Notevole anche il "backstage" proposto da ARTE, in cui si poteva assistere a una sfuriata del regista, indignato con i tecnici che avevano mal collocato le poltrone in iscena. Quando si dice la vocazione dell'arredatore d'interni!
Antonio Tamburini





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martedì 6 luglio 2010

Cesare Siepi 10.2.1920- 5.7.2010

In questo periodo siamo spesso costretti a celebrare grandi cantanti giunti alla fine della propria esistenza terrena. Spesso lunga come accade per Cesare Siepi morto nonuagenario ieri 5 luglio. Era nato a Milano il 10 febbraio 1920.


Cesare Siepi fu, di fatto, un autodidatta del canto. Qualche approccio al palcoscenico durante il secondo conflitto mondiale e, poi, dal 1945 in carriera. Già nel 1946 era alla Scala in una produzione di Aida al Teatro Lirico, prima della riapertura effettiva del Teatro e, proprio nella prima stagione del dopoguerra, ossia la 1946-'47 partecipò, nell'oneroso ruolo di Zaccaria, al Nabucco inaugurale.
Già dal debutto o quasi, benchè definito basso cantante, vestì panni sacerdotali, che competono a bassi autentici per non dire profondi alla Mardones. Sempre in Scala, oltre a Ramfis, il padre Guardiano, Raimondo e l'Inquistore accanto all'ultimo Filippo di Tancredi Pasero. Ruolo, quello del triste e tristo re di Spagna, che nel 1950 lo portò al Met ad inaugurare l'era Bing. Siepi rimase per venticinque anni al Met.
I motivi del successo immediato suo e di altri due bassi (Nicola Rossi-Lemeni e Boris Christoff) sono facili. Alla fine della guerra urgeva trovare il successore di due autentici colossi quali Ezio Pinza, basso ufficiale del Met, e Tancredi Pasero, basso ufficiale della Scala, entrambi vicini ai sessanta, entrambi onerati di carriere straordinarie sia per qualità di canto ed interpretazione sia per quantità di ruoli coperti (per la cronaca qualche volta in don Giovanni questi due colossi si ritrovarono accanto) ed i tre contendenti erano dotati, almeno vocalmente, quanto i predecessori. Non lo erano, ma questo è altro discorso, sotto il profilo tecnico.
Dei tre, però, il più completo era appunto Cesare Siepi e benchè in natura voce di vero basso si trovò prestissimo e con grandissimo successo, aiutanto dalla prestanza fisica, a cantare don Giovanni, parte che conviene anche ad un baritono o ad un basso-baritono. Essere il successore di Ezio Pinza nei teatri americani significava, prima di tutto, essere il don Giovanni di riferimento. Il ruolo del seduttore mozartiano occupò la carriera di Siepi, in tutti i teatri del mondo, in sale di incisione sino al 1981.
Al Met Cesare Siepi, rara avis fra i cantanti italiani, cantò anche in tedesco il ruolo di don Fernando nel Fidelio ed in inglese quello di Sarastro.
Ai ruoli sacerdotali ed ieratici facevano da contraltare quelli satanici (come era stato per Ezio Pinza e sarà, poi, con Samuel Ramey) precipuamente il Mefistefele di Faust. A differenza dei bassi della generazione precedente Siepi praticò raramente il diavolo di Boito. Ma erano i tempi mutati e la crescente scarsa considerazione per il repertorio italiano tardo ottocentesco e post verdiano.
Dalla metà degli anni settanta Siepi tornò frequentemente Italia, la voce era potente e diventata di basso profondo, anche se in alto oscillava. Abbandonato don Giovanni cantava il cardinale Brogni di Juive, Fiesco, il Padre Guardiano e Baldassare di Favorita, ove nella scena iniziale del quarto atto scendeva al do grave (se memoria ed assenza dello spartito da consultare non fanno difetto). Anche qui le oscillazioni erano fastidiose, ma la ampiezza di canto al grande concertato del secondo atto non più ripetute.
Per ampiezza e sonorità Siepi fu ancora un cantante della vecchia scuola -quella di Pasero e Pinza, appunto- come pure fu un basso italiano ed all'italiana perchè mai emise suoni rozzi e stomacali di molti bassi slavi, che imitano Scialiapin, senza esserlo.
Non fu, e questo va detto, della scuola antica sotto il profilo della varietà di fraseggio e nell'uso dei piani e dei pianissimi, che rendono inarrivabili ora per seduzione e lusinga erotica, ora per solennità ed aura sacerdotale, ora per introspezione psicologica le esecuzioni a 78 giri del don Giovanni, di Brogni o di Filippo II.
Era, comunque, uno splendido cantare sempre morbido fra il piano ed il mezzo forte in qualsiasi zona della voce elegante perchè mai l'eleganza e la nobiltà fecero difetto alle esecuzioni di Cesare Siepi, anche a don Basilio esenta da lazzi e frizzi, che snaturavano il basso cantante in basso parlante. Bastava udire la pronuncia della "erre" alla milanese, bastava vedere entrare in scena il vecchio Fiesco o il vindice padre Baldassare.A Parma, anno 1982, Siepi riempiva da solo il palcoscenico.

Gli ascolti

Cesare Siepi (1920 - 2010)

Boito - Mefistofele


Prologo

Ave Signor (1972)

Atto I

Son lo spirito che nega (1972)

Atto II

Popolo, e scettro e clamide...Ecco il mondo (1972)

Donizetti - Marino Faliero

Atto II

Finì la festa di Leoni...Bello ardir di congiurati...Fosca notte (con Licinio Montefusco & Giuliano Ciannella - 1979)

Gounod - Faust
Atto II

Le veau d'or (1951)

Halévy - La Juive

Atto I

Si la riguer (con Ilona Tokody, José Carreras, Hans Helm - 1981)

Atto III

Vous qui du Dieu vivant (1981)

Mozart - Don Giovanni

Atto II

Deh, vieni alla finestra (1957)

Rossini - Mosé

Atto II

Eterno, immenso, incomprensibil Dio...Celeste man placata (con Gastone Limarilli, Bianca Maria Casoni, Silvano Carroli & Veriano Luchetti - 1974)

Verdi - Nabucco

Atto I

Sperate, o figli...D'Egitto là sui lidi...Come notte a sol fuggente (1960)

Atto III

Oh, chi piange...Del futuro nel buio discerno (1960)

Verdi - Simon Boccanegra

Prologo

A te l'estremo addio...Il lacerato spirito (1980)

Verdi - Don Carlo

Atto IV

Ella giammai m'amò (1950)

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domenica 7 febbraio 2010

Don Giovanni alla Scala

E' solo per dovere e spirito di contraddizione che siamo andati a vedere questo Don Giovanni. Solo per non sentirci dire che siamo preconcetti.
La recita domenicale e pomeridiana è immagine e ricordo di altri tempi. Come agli altri e passati tempi appartiene la cospicua carica di fischi che, alla quarta recita, ha salutato le uscite singole di Carmela Remigio (donna Anna), Emma Bell (donna Elvira) e del direttore Louis Langrée.
Domani la centrale del cosenso minimizzerà la riprovazione, stigmatizzandola quale frutto della mania di protagonismo di pochi, cattivi, facinorosi, che non vogliono bene alla Scala e non sono in capaci di apprezzare il programma di rifondazione culturale che il soprintendente e direttore artistico dona plenibus manibus.
Conti e resoconti su questa inutile ripresa di don Giovanni sono presto fatti. L’allestimento è la ripresa di quello proposto un paio di anni fa a firma Peter Mussbach dove a parte la Lambretta, guidata da donna Elvira, un Bignami delle più usate posizioni per l’accoppiamento dell’homo sapiens, qualche sottoveste e i pettorali di Erwin Schrott proprio non c’è nulla. Ove proprio nulla significa nessuna idea registica, che illustri ed illumini e non sia una brutta esibizione di ciò che il libretto dice in maniera che chiunque possa capire.
La direzione di Langrée è stata lenta, priva di solennità ed aulicità, fiacca, imprecisa in ogni ensemble, una sorta di noiosa e meccanica mignardise. Perché questo don Giovanni evocava un intermezzo napoletano della prima metà del ‘700. I momenti peggiori il finale primo, la scena del lugubre pranzo di don Giovanni, il finale dell’opera, con la chicca di una entrata delle maschere, né solenne né misteriosa, ma da avanspettacolo.
Fischi per tutti i cantanti, che, italiani o stranieri che siano, non sanno eseguire i recitativi, mai chiari nella dizione, mai scanditi, talora come accade per servo e padrone inficiati da caccole e cachinni.
I fischi dello scocciato, offeso, annoiato pubblico hanno colpite le due donne. Emma Bell: emissione greve e volgare, incapace di eseguire decentemente le elementari agilità della parte, voce veramente brutta e sgraziata, per giunta maldestramente accompagnata nelle arie. Ha un solo pregio, un certo volume, unica nella compagnia di canto.
Carmela Remigio, a suo tempo assolta quale Elettra del recente autunnale Idomeneo, ha il peso, il colore di Zerlina, accento da personaggio comico e popolare e non certo da gran dama, spagnola e vendicativa. Possiamo rilevare e censurare la mancanza di vigore e furore della prima aria, l’imprecisione e la difficoltà del rondò e peggio ancora i pigolati e flautati vocalizzi dell’entrata delle maschere. Donna Anna parla di vendetta, signora Remigio!
Inudibile Veronica Cangemi, ex mezzo soprano baroccaro, oggi soprano leggero, senza appoggio e sostegno, senza ampiezza e sonorità. Insomma nemmeno la parvenza del canto professionale. Avrebbe meritato parità di trattamento rispetto alle altre protagoniste femminili.
Quanto a volume limitato, fraseggio da pesce lesso, nessun accento, nessun vigore, nessun colore Juan Francisco Gatell, don Ottavio. Accenna con grazia i passi di flamenco (sic!) che il genio della regia impone all’entrata delle tre lugubri maschere, che sembrano i Blues Brothers. Gravi i problemi di intonazione, specie nella prima aria, farcita di variazioni assolutamente inutili.
Erwin Schrott ha esibito un torace ben costruito. Erwin Schrott dovrebbe cantare e non fare lo stripper o qualche cosa di analogo. E oltre al torace muscoloso non c’è altro, perché la voce non c’è, parlotta nei recitativi, accenna molti dei cantabili (Fin ch’han dal vino, scena del cimitero e della festa, accoglienza delle maschere al finale), quando prova a mettere la voce al posto (serenata) percepiamo suoni nasali e fiati piuttosto corti.
Il fedele Leporello, Alex Esposito, canta da basso, non è un basso. La voce è vuota in basso e corta in alto per l’incapacità di una corretta esecuzione del passaggio di registro, si sforza di interpretare, esagerando, però in mosse e mossette e arrivato al cantabile dell’aria del catalogo esibisce i limiti della voce e della tecnica, privo di legato e di ampiezza di suono, che deriva dall’esatto sostegno del fiato.
Degli altri due bassi Mirco Palazzi, Masetto è corretto e composto, ma è un basso sulla carta. Basso vero per timbro ed alla slava per tecnica Georg Zeppenfeld, il Commendatore.
Dite pure che siamo passatisti, ignoranti e retrogradi, ma a questo don Giovanni abbiamo, noi e altri che condividono il nostro pensiero, subito molti assalti di Morfeo.


Gli ascolti

Mozart - Don Giovanni


Atto I

Bisogna aver coraggio...Protegga il giusto Cielo - Rose Bampton, Jarmila Novotna, Charles Kullman, Ezio Pinza & Alexander Kipnis, dir. Bruno Walter (1942)

Atto II

Deh vieni alla finestra - Antonio Scotti (1902), Mariano Stabile (1926)

Il mio tesoro intanto - Hermann Jadlowker (1908)

In quali eccessi, o Numi...Mi tradì quell'alma ingrata - Johanna Gadski (1910)

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martedì 26 gennaio 2010

Vendetta ti chieggio: le grandi Donn'Anna

In fondo, dato il temperamento del personaggio, alla vendetta potrebbe benissimo provvedere da sola senza nessun ausilio vuoi di don Ottavio o di chicchessia. Oltre che virago la nostra è anche ipocrita. Deve, quindi, salvare le convenienze sociali, ossia la faccia, ed allora chiede all'uomo di turno di essere ultore del proprio onore di figlia. Perchè siamo onesti basta leggere il libretto di da Ponte per comprendere che altro onore, l'onore per antonomasia, donna Anna l'ha perso da tempo, visto che alle visite maschili notturne è avvezza. Lo ammette lei stessa nel lungo recitativo, che precede la procellosa aria "Or sai chi l'onore".

Insomma è una sorta di Erinni in versione andalusa e già borghese.
E all'essere Erinni le grandi donne di ogni tempo sono avvezze, anzi lo invocano, lo richiedono e lo pretendono.
Basta scorrere l'elenco delle grandi donna Anna. Agli Italiani di Parigi un autentico gotha del bel canto Giulia Grisi, Rosina Penco, Teresa Tietjens. Quando, poi, si affermò il teatro romantico e il don Giovanni subì quel che taluni ritengono "orrendo scempio" e che per noi sono le indimenticabili esecuzioni di Walter, Furtwängler, Busch, donna Anna divenne il corollario, il "riposo per la voce" delle grandi Rezia, Elisabeth, Isotta e Brunilde.
Poi venne la salvezza, secondo alcuni, la rovina, secondo altri e donna Anna finì cantata da soprani che in altri tempi avrebbero cantato Zerlina, che -sia detto- delle donne del capolavoro mozartiano fu l'altra parte, che attirò le grandi prime donne. Riflettiamo sulla circostanza che a Londra nel 1861 Adelina Patti vestì i panni di Zerlina, mentre Giulia Grisi e Rosina Penco quelli della figlia del commendatore, ed ancora al Met Marcella Sembrich fu sempre e solo Zerlina in compagnia di Donne Anna quali Lilli Lehmann o Lilian Nordica. Con queste scelte è pacifico che la differenza timbrica delle tre prime donne oltre che il carattere del personaggio era salvaguardato.
Addirittura in talune rappresentazioni i panni di Donna Anna erano affidati a mezzo soprani, come accadde con Virginia Guerrini al Colon di Buenos Aires nel 1897. Sarebbe interessante sapere gli accomodi che in questo, come in altri casi, vennero realizzati, soprattutto all'ingresso delle maschere, dove la scrittura vocalizzata è acuta e al rondò del secondo atto.
Rondò del secondo atto la cui sezione conclusiva, unica pagina acrobatica del ruolo ed ipostasi della di lei ipocrisia, si aveva l'abitudine di tagliare. Beneficio di cui si giovò anche Rosa Ponselle al Met negli anni '30.
Era e qui dobbiamo anche condividere la tesi di chi parla di travisamento dell'opera uno dei tagli, che si praticavano unitamente a quello del finale, atteso che l'opera finiva con la apocalittica scena del dissoluto punito inghiottito dalle fiamme dell'Inferno.
Opera da sempre in repertorio e mai uscita dallo stesso comporta che le testimonianze fonografiche delle grandi protagoniste partano dagli albori delle registrazioni per fermarsi a ieri sera.
Almeno sino al 1950 Donna Anna fu appannaggio di soprani drammatici, possibibilmente nella declinazione del drammatico d'agilità. Era la diretta derivazione delle Donna Anna di Giulia Grisi o Teresa Tietjens quella, che dal 1870 al 1909, venne considerata la più completa ossia Lilli Lehmann. Il suo repertorio ridicolizza quello della Callas o della Caballé, la durata della carriera ridimensiona quella di una Sutherland o di un'Olivero. Passava da Filina a Carmen, con tutto quel che c'era in mezzo ossia Violetta, Norma e le parti drammatiche di Wagner. Approdò al disco prossima ai sessant'anni di età ed ai quaranta di palcoscenico e ciò nonostante sentiamo un soprano in assoluto inarrivabile nel rondò e difficilmente eguagliabile nella cosiddetta Rache-Arie, dove il tempo trascorso costringe la divina Lehmann ad alcuni patteggiamenti con i fiati e soprattutto con il primo passaggio (vedasi i passi del recitativo). Patteggiamenti e limiti spariscono nel rondò perchè le esigenze vocali ed espressive dello stile grazioso e non grande agitato inducono a moderazione di accento e di suono. Il legato della prima sezione, lo slancio di quella conclusiva e la sicurezza dell'ornamentazione (vedasi per tutti i picchettati sul si bem. del lungo vocalizzo su pietà) rendono chiara l'idea di quello che per i nostri avi intendessero per soprano drammatico di agilità.
A questo modello si attennero, per certo, le donne Anna di scuola italiana come Giannina Russ e la Arangi-Lombardi. Ed ancora a quel modello si attennero sia Frida Leider, di cui dobbiamo solo rimpiangere che non abbia mai inciso la seconda aria, che Elisabeth Rethberg, di cui esiste una fortunosa integrale di Salisburgo (1937) sotto la guida di Walter.
Nessuno dei soprani, che oggi proponiamo dispone nell'esecuzione della prima aria dello slancio e della facilità di canto congiunta ad un timbro al tempo stesso nobile ed astratto come Frida Leider. Ai suoi tempi passava, soprattutto in Wagner, per una fraseggiatrice compassata. Oggi, per contro, noi parliamo di cantante misurata, ritenendo l'espressione algida e distaccata carattere essenziale del personaggio della perbenista dama sivigliana. Mai nessun soprano, neppure Birgit Nilsson o Joan Sutherland, hanno coniugato al grado della Leider queste caratteristiche. Ed è logico. Vero soprano drammatico, nonostante l'ampiezza della voce la Sutherland non lo è mai stata e la Nilsson ha sempre presentato nella prima ottava durezze nibelungiche ed un canto assai meno all'italiana della Leider.
Quanto ad Elisabeth Rethberg approdò a Donna Anna nella fase finale della carriera (un decennio prima al Met era stata una applaudita donna Elvira) dopo almeno quindici anni di Aida, Ballo, Forza, Butterfly, Elsa, Sieglinde. E se l'accento nel recitativo è quello della tragedienne, coniugato ad una saldezza del primo passaggio esemplare (vedasi frasi come "Era già alquanto avanzata la notte") qualche frase patisce un'enfasi di troppo rispetto al mezzo vocale ed acuti un poco aperti e spinti e le agilità che concludono il rondò non hanno le caratteristiche di quelle della Lehmann.
Va, però, detto che frasi come quelle del recitativo che apre la grande aria o la sezione conclusiva risultano prive del loro significato tragico quando non siano affidate ad un soprano drammatico o almeno lirico spinto.
Basta sentire quel che accade con Beverly Sills o Leyla Gencer. Se donna Anna può considerarsi un incontro occasionale per il soprano americano, Leyla Gencer, per contro, la cantò e con una certa frequenza ed in grandi teatri.
La Gencer è sempre e prima di tutto una grande fraseggiatrice ed una fine dicitrice quindi nel recitativo debutta con grande foga, sfoggia una voce misteriosa per frasi come "un uom che al primo istante", attenzione a come sfrutta le prossibilità espressiva delle consonanti arrotate di "torcermi" ed arrivata il "da lui mi sciolsi", che con la sola voce rende il senso dello sfinimento, subito dopo ritorna ad assere arroventata nell'"arditamente" per ritornare ad un suono dolce in coincidenza della memoria del padre. Grandissima, signora Gencer! Ma quando arriva all'aria eseguita con autentico furore si sente che il peso vocale non è quello della Leider e l'accento può molto, ma non tutto.
In fondo era la voce al più di Donna Elvira o forse di una corposa Zerlina. Naturalmente nell'esecuzione del rondò le agilità sono fluide e scorrevoli anche se, Leyla Gencer non è Joan Sutherland cui appartiene- scontato dirlo- la più fluida, mordente esecuzione del medesimo brano. Ma la stessa Sutherland, i cui modelli intepretativi e vocali sono a 78 giri, non può, a sua volta, competere a parità di solennità e distacco con le donne Anna dell'ante guerra.
E siccome la parte è proprio ardua l'altra grande donna Anna del dopo guerra Leontine Price, timbro eccezionale per bellezza accento drammatico genuino e forse un po' verdiano arrivata al rondò, anche nel proprio momento migliore per impegno di studio e salute vocale, mette in pista compromessi e cempennamenti (la salita al la di "tu conosci la mia fè") ed il rigore classico non è certo quello della Leider, pur trattandosi di una storica esecuzione.
Eppure parliamo, criticando, di quattro primedonne, che hanno fatto la cronaca e forse la storia di almeno due decenni di melodramma e di cui oggi sentiamo la dolorosa mancanza.
Ciascuna è grandissima, ciascuna, però, è destinata a cedere dinnanzi al modello di Lilli Lehmann e, credo, di Eleanor Steber. La Steber non era un soprano drammatico nel vero senso del termine, vantava (basta guardarne un video) un controllo del fiato e della respirazione paradigmatico, che dava alla voce una ampiezza ed una risonanza capace, in grado in altro e ben più oneroso repertorio, di far soffire un Mario Del Monaco, e che le consentiva di cantare a tutte le altezze ed a tutte le sonorità, il che la trasformava, con l'ausilio di una buona dizione italiana, in una fraseggiatrice sobria e varia al tempo stesso.
Sentire Eleanor Steber nella prima aria: attacco da tragedia, rispettoso dell'indicazione in spartito "in estrema agitazione" e l'agitazione cresce sino a "il padre mio", cambia colore ed espressione a "al primo istante", la frase è una parentetica e la Steber ci canta una parentetica. Arrivata al "da lui mi sciolsi" a differenza della Gencer è la virago che si libera, nessuna fatica per la lotta, ma trionfo -ipocrita- della virtù. Il recitativo sta nella zona compresa fra i due passaggi, ossia scomoda per definizione, eppure si deve far attenzione alla assoluta proiezione del suono. La progressione tragica del racconto impone per fini espressivi un attacco sommesso, ripiegamenti come "il padre mi tolse" così il primo dei numerosi "vendetta" è efficace. La parola vendetta, ossia l'ossessione di donna Anna, anzi il comando della stessa a Don Ottavio sono sempre più scanditi e senza che il suono, pur nella zona del secondo passaggio possa essere qualitativamente parlando intaccato. Fraseggiatrice accorta, maestra dell'effetto drammatico la Steber attacca poco più che piano il primo "lo chiede il tuo cor" della perorazione finale. Una chiosa sul podio un direttore universalmente ed a ragione considerato noioso e meccanico come Karl Böhm non sembra quello di venti anni dopo con donne Anna di agenzia teutonica.
Il peana è lo stesso per la Steber nel rondò. Non sai se ammirare la facilità con cui supera certe inside come il si bem del recitativo "abbastanza per te" con tanto di messa di voce o il lungo passo vocalizzato conclusivo dell'allegretto moderato o la ripresa del "non mi dir" senza presa di fiato,ovvero con un ineccepibile rubato o l'interprete che riesce nell'assoluto rispetto del testo ad essere la ipocrita dama, forse solo seccata di non aver "messo in lista" anche don Giovanni.
Poi, poi abbiamo pensato che l'importante per il personaggio fosse l'esecuzione del rondò, la cui tessitura è piuttosto acuta e, quindi, abbiamo vestito della obbligatorie gramaglie della dama spagnola Mariella Devia ed Edita Gruberova. Abbiamo ottenuto fluide e flautate esecuzioni della sezione conclusiva della pagina e, magari, dell'intervento di Donna Anna nel finale, sentendo poco o nulla dell'incontro-scontro con il protagonista e della Rache-Arie, e, in buona sostanza confondendo donna Anna con Zerlina. Perché le grandi Zerline cantavano Elvira di Ernani (Marcella Sembrich) o addirittura Aida (Adelina Patti). Ve le vedete le nostre due inossidabili in quei ruoli?
Se, poi l'ultima possibile donna Anna rimane Diane Damrau, la cui voce è "coperta" dal suono di un'arpa mi domando se le campane a morto vadano suonate per il ruolo o per le cantanti inadeguate e votate a morte vocale, complici siffatte inadeguate scelte.
E d'altra parte se cerchiamo ancora qualche donna Anna drammatica sentiamo esecutrici che, prive del minimo supporto tecnico, vociano senza pietà e senza alcun rispetto per le prescrizioni vocali ed interpretative mozartiane. Starnazzone, ha detto qualcuno. Perdonate, non c'è altro motivo per proporre la signora Poplavskaya.


Gli ascolti

Mozart - Don Giovanni

Atto I


Ah, del padre in periglio...Fuggi, crudele fuggi - Rosa Ponselle & Tito Schipa (1935), Maria Reining & Julius Patzak (1936), Birgit Nilsson & Anton Dermota (1955), Joan Sutherland & Richard Lewis (1960), Leyla Gencer & Richard Lewis (1962)

Don Ottavio, son morta!...Or sai chi l'onore - Lilli Lehmann (1906), Frida Leider (1928), Rosa Ponselle (1935), Maria Reining (1936), Elisabeth Rethberg (1937), Zinka Milanov (1943), Birgit Nilsson (1955), Eleanor Steber (1957), Joan Sutherland (1960), Leontyne Price (1960), Leyla Gencer (1962), Beverly Sills (1966), Margaret Price (1970), Carol Vaness (1988)

Bisogna aver coraggio...Protegga il giusto Cielo - Joan Sutherland, Ilva Ligabue & Richard Lewis (1960), Leyla Gencer, Sena Jurinac & Richard Lewis (1962)


Atto II

Crudele? Ah no, mio bene...Non mi dir bell'idol mio - Lilli Lehmann (1906), Elisabeth Rethberg (1937), Zinka Milanov (1943), Birgit Nilsson (1955), Eleanor Steber (1957), Joan Sutherland (1960), Leontyne Price (1960), Leyla Gencer (1962), Beverly Sills (1966), Margaret Price (1970), Cheryl Studer (1987), Renée Fleming (2000), Mariella Devia (2006), Marina Poplavskaya (2008)



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venerdì 21 novembre 2008

Deh vieni alla finestra o mio tesoro



Forse il momento più affascinante in una partitura che non ne è certo parca, la Serenata di Don Giovanni è uno dei luoghi in cui il grande cantante mozartiano può dispiegare appieno le proprie doti.
Il sognante motivo in sei ottavi richiede non già formidabile estensione o prodezze di coloratura, ma emissione rotonda e carezzevole, fiati lunghi e perfetto controllo di piani e pianissimi, onde sostenere l'ampiezza dell'arcata melodica senza comprometterne l'impalpabilità. E' un erotismo aristocratico ma tutt'altro che freddo, quello che emerge dall'ingannevolmente semplice pagina. Come la nobiltà ha dipinta negli occhi l'onestà, la voce di Don Giovanni deve evocare la superba maestà di una notte spagnola. Ed è esattamente questo tipo di charme che sembra essere stato smarrito, negli anni, per fare spazio dapprima a "sfoghi" d'indubbio impatto (ma gusto talvolta dubbio) e poi a manierismi prossimi alla parodia (proposti per giunta da voci tecnicamente tutt'altro che impeccabili) o, nella migliore delle ipotesi, esecuzioni volonterosamente freddine. Gramo insomma appare il destino del burlador di Siviglia, che oggi potrebbe al massimo aspirare a un soggiorno in Purgatorio (con annesso sconto di pena per buona condotta).

Mattia Battistini - 1902
Victor Maurel - 1904
Maurice Renaud - 1908
André Pernet - 1934
Ezio Pinza - 1942
Dietrich Fischer-Dieskau - 1965
Cesare Siepi - 1966
Ruggero Raimondi - 1984
Thomas Allen - 1991
Simon Keenlyside - 1997
Peter Mattei - 1999
Thomas Hampson - 2004
Erwin Schrott - 2006
Johannes Weisser - 2006

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martedì 11 marzo 2008

Il Dissoluto Impunito, ossia Don Giovanni nelle revisione di Jacobs

Questo ultimo Don Giovanni, segna la conclusione del ciclo Mozart/Da Ponte nell’interpretazione di René Jacobs (e, almeno temporaneamente, chiude la serie delle sue incisioni mozartiane: pare, infatti, che i prossimi impegni dell’instancabile direttore belga, siano rivolti a Handel – si bisbiglia un nuovo Giulio Cesare – e Cavalli, salvo che le sue attenzioni si spostino bruscamente sul nostro Rossini, circostanza che, mi auguro, gli dei della musica scongiurino). Con questa incisione, si compie anche la completa barocchizzazione di Mozart.
Jacobs infatti, si pone come il più estremo e intransigente apostolo di questa “sacra” missione che riconduce la musica del salisburghese nell’alveo del teatro musicale barocco, interpretandola quindi come estrema propaggine dell’opera seria (portata al suo apogeo da Handel) e ricondotta ad una prassi esecutiva ispirata ai canoni (alquanto discutibili) della nuova filologia.
Ma mentre i vari Gardiner, Hogwood, Ostman, appaiono semplicemente noiosi nella pedissequa applicazione di tali dogmi (che sono i soliti noti: tempi spediti, assenza di qualsivoglia morbidezza e sfumature, esasperazione dei contrasti dinamici, rinuncia alla colorazione di suoni strumentali e vocali che risultano costantemente fissi, secchi e aspri, onnipresenza del continuo, sovrabbondanza di ornamentazioni spesso fuori stile, voci piccole, sbiancate, leggere), Jacobs si spinge oltre. Egli infatti non si accontenta più di ricondurre Mozart a Handel (come già nelle precedenti Così fan tutte e Nozze di Figaro), ma lo trasporta ancora più indietro, sino alla tragédie-lyrique (Lully e Rameau) e al recitar cantando monteverdiano.
Ora, se già appare una forzatura leggere Mozart pensando all’opera seria handeliana (ignorando quindi tutto quello che è successo nella seconda metà del XVIII secolo: riscoperta del classicismo, diffusione delle idee illuministe, influenze della riforma di Gluck), ricondurlo sino a Monteverdi risulta esercizio tanto arbitrario quanto ridicolo.
Ma come procede Jacobs in questa operazione? E’ lui stesso a dichiarare i suoi intenti nelle note che accompagnano l’incisione. Nel libretto infatti, c’è una lunga intervista al direttore, intitolata con un certo eccesso, burning question (domande scottanti: laddove, in realtà, appaiono considerazioni spesso decisamente banali, quando non assolutamente strampalate), in cui Jacobs dispensa le sue verità.
Innanzitutto egli ci informa che il Don Giovanni sarebbe una delle meno conosciute opere di Mozart (o almeno una delle più fraintese) e aggiunge che, fino ad oggi, noi abbiamo sempre ascoltato una versione adulterata, corrotta, falsificata dell’opera, come – uso parole sue – un quadro del passato su cui si sono sovrapposte altre mani in secoli successivi. Afferma quindi che solo con la sua versione si è ripulita la partitura da tutte le alterazioni successive, permettendo così ai colori originali di tornare alla luce (sempre modesto il nostro René).
Jacobs poi sostiene che questa falsificazione sia dovuta alla mala fede di E.T.A. Hoffmann e successori, che avrebbe fatto di Don Giovanni una sorta di eroe tragico, laddove in realtà non sarebbe altro che una figura comica e farsesca. Lui invece, riconduce l’opera ad una sorta di trilogia di cui farebbero parte Eliogabalo di Cavalli e Don Chisciotte di Conti, riportando, quindi, Mozart al recitar cantando secentesco. Dice, infatti, che ci si deve approcciare alla musica mozartiana pensando a Monteverdi (compiendo così un marchiano travisamento storico ed estetico, ignorando che mentre in Monteverdi l’armonia è serva dell’oratione, con la nascita dell’opera seria la musica si emancipa dal testo, per assumere una sua centralità ed autonomia). Per lui “Mi tradì quell’alma ingrata”, ad esempio, andrebbe rapportata al monteverdiano Lamento d’Arianna e ricondotta al topos barocco della donna abbandonata. Ma in genere tutto il Don Giovanni andrebbe considerato come un’opera barocca o pre barocca.
Continua, poi, denunciando come tutte le interpretazioni musicali dell’opera siano state falsate da questa cattiva interpretazione, che ha portato alla demonizzazione del personaggio, alla sottolineatura esclusiva degli aspetti tragici e drammatici, alla forzatura in tal senso del testo, e poi all’arrochimento della voce, allo scurirsi dell’accento, alle urla, alla sostituzione dei recitativi con dialoghi in tedesco etc... Non so quali esperienze di ascolto abbia avuto il buon Jacobs (che sostiene in tante interviste di non ascoltare mai incisioni di altri), ma spacciare i suoi incubi per realtà è quantomeno disonesto: non mi sembra, infatti, che nella lunghissima storia interpretativa dell’opera si possa riscontrare, prima del suo messianico avvento, la prevalenza di una sorta di wagnerizzazione di Mozart (che pure in certi ambienti di scuola teutonica – che pare oggi andare di gran moda – c’è effettivamente stata), non credo che Giulini, Walter, Karajan, Abbado, ma anche Muti o Barenboim, facciano ruggire Don Giovanni o appesantiscano l’accompagnamento come se fosse l’VIII Sinfonia di Mahler!
Altro aspetto che lui critica, nelle burning questions, è la pretesa ambiguità dell’opera. Per lui è una falsificazione: nessuna ambiguità, nessuna sfaccettatura. Don Giovanni è un personaggio esclusivamente comico, i cui appetiti sessuali si risolvono tutti in grotteschi fallimenti, è un volgare seduttore, un immorale e farsesco corruttore di fanciulle, per di più maldestro e sfortunato, privo di ogni dimensione tragica (e tragico non significa drammatico o funereo o infernale, come fraintende Jacobs). A lui si contrappone la perfezione della coppia Donn’Anna/Don Ottavio, in uno speculare gioco degli equivoci, visti come i veri eroi positivi, di incorruttibile nobiltà e fermezza (in questa visione Donn’Anna torna ad essere solo la vittima di Don Giovanni, senza più nessun dubbio sul suo interiore contrasto tra ragione e sentimento: dubbio che rendeva il personaggio estremamente combattuto tra repulsione e attrazione verso il seduttore, e, per questo, di straordinaria umanità e modernità - qui resta invece, solamente la maschera di una purezza ideale – ignorando ancora una volta la sott’intesa malizia della musica di Mozart). Jacobs quindi, elimina dall’interpretazione ogni sfumatura, ogni senso di inafferrabile ambiguità, il Dramma Giocoso diviene volgare Opera Buffa. E per sottolineare questo, lo riempie di caccole interpretative, sospiri, urletti, parlati, versi, balbettii che neppure la peggiore e tradizione teatrale anni ’50 ha mai prodotto (ecco dove va a finire il rigorismo presuntuoso di questi baroccari). Ovviamente la lettura di Don Giovanni come personaggio cinico, amorale (più che immorale), solo, malinconico, conscio della prematura fine della sua parabola eppure ancora attaccato al suo passato che ormai sbiadisce nel ricordo (mi piace qui riferirmi al Casanova di Schnitzler) è del tutto assente. Forse Jacobs confonde questa ambiguità (che è uno dei motivi più affascinanti dell’opera) con le idealizzazioni romantiche che ne hanno fatto una sorta di Faust o di Lucifero. Ma così facendo Jacobs travisa il personaggio: Don Giovanni è figlio di quel razionalismo cinico e ironico, malinconico e spietato di cui è esponente anche il Don Alfonso di Così Fan Tutte. In lui si incarna l'autunno dell'Illuminismo, arroccato sulle certezze della sua ragione, mentre il mondo attorno cambia e il tempo passa e la vita tramonta. Don Giovanni sta lì in mezzo, osserva, è superiore, al di là del bene e del male. Quest'ambiguità è totalmente assente in Jacobs (e in questo errore non è il solo a cadere, molti infatti non superano questa che è una delle più grandi difficoltà dell’opera).
Sulla scelta dei tempi Jacobs, ovviamente, segue la consueta tendenza baroccara alla velocizzazione e alla speditezza, e – nello spacciarla per quella giusta ed autentica (curioso che un altro, e più serio, direttore filologo, Nikolaus Harnoncourt, pervenga ad una opposta conclusione, dilatando, nelle sue esecuzioni, le dinamiche e ampliando il respiro) – arriva ad affermare che i tempi più lenti della tradizione pre filologica, sono dovuti ad un equivoco in cui i passati esecutori sono caduti: essi, infatti, rallentavano perché, essendo musica bellissima, avrebbero voluto che durasse il più a lungo possibile. Scrive proprio così! Talvolta poi (ad esempio nel caso del finale II), certe scelte fanno a pugni non solo con la vecchia tradizione esecutiva (e questo è proprio l’intento jacobsiano), ma anche con le fonti (ed è cosa più grave, giacchè le note scritte andrebbero rispettate, e non trattate alla stregua di un canovaccio da commedia dell’arte): se si prende la Neue Mozart-Ausgabe edita da Barenreiter (edizione critica recentissima, la terza, datata 2001), si noterà che l’ingresso del Commendatore è segnato con un andante (e non andante alla breve, come Jacobs ci assicura che Mozart avesse in realtà inteso: forse confondendo il tempo del brano, un 4/4 tagliato – cioè un 2/2 – detto anche a cappella o alla breve, ma intendendosi non già l’indicazione dinamica – che andante era e andante rimane, quindi con misurazione metronomica che va, secondo la convenzione di Maelzel, da 76 a 108 – bensì derivante dal nome dato alla nota del valore di 2/4 detta anche minima o, appunto, breve), stessa indicazione riportata nella prima parte della Sinfonia, di cui riprende il tema (sviluppato poi, per tutta la scena). Eppure Jacobs, che in apertura di Sinfonia utilizza un tempo sì veloce, ma non eccessivamente, in questo finale II accelera quasi a raddoppiare la velocità, con il risultato di renderlo sbrigativo e frettoloso, e annullando di fatto, ogni stacco dinamico con la conclusione dell’opera, che risulta essere solo di poco più movimentata, nonostante le indicazioni di più stretto (in corrispondenza a “Oimè, che gelo è questo mai”), allegro (in corrispondenza di “Da qual tremore insolito”) e allegro assai (in corrispondenza a “Ah dove è il perfido”), che suggerirebbero quindi un maggior contrasto ritmico con il precedente andante in modo da movimentare e variare la dinamica dell’intero finale che, dopo essere passato per un rasserenante larghetto, si conclude con un presto. Di questo evocativo ed efficacissimo gioco dinamico non v’è più traccia nella presente incisione.
Infine Jacobs ci parla della sua scelta editoriale, nell’optare per la versione di Vienna del 1788 (relegando in appendice l’aria di Leporello “Ah pietà signori miei” e quella di Don Ottavio “Il mio tesoro intanto”) ripetendo considerazioni arcinote, ma spacciate per innovative (e pensare che pure Gardiner optava per la medesima edizione, più di dieci anni fa, senza incensarsi tanto), sull'asserito squilibrio della versione mista (che però io personalmente prediligo, perché oltre ad includere entrambe le arie di Don Ottavio non comprende il duetto tra Leporello e Zerlina “Per quelle tue manine”, che effettivamente rallenta e intorbidisce l’azione, senza apportare migliorie musicali, data la modestia del brano).
Questi i punti-chiave della lettura jacobsiana del testo mozatiano. Certo le premesse non incoraggiano l’ascolto, tuttavia vale la pena soffermarsi sulle conseguenti realizzazioni di cotanti presupposti.
Appena inserito il cd nel lettore e dopo qualche minuto di ascolto della Sinfonia, colpisce la totale assenza di colore: i contrasti sono esasperati, tutto è o ffff o pppp, senza nessuna sfumatura e morbidezza. I suoni, fin da subito, sono stimbrati ed emessi con fastidioso stridore, gli archi sono ovviamente ridotti (e pensare che Mozart stesso scriveva al padre, in occasione della prima della sua Sinfonia in do maggiore, che per lui sarebbe stata una gioia immensa eseguirla con venti violini primi!, mentre questi sedicenti filologi odierni ne impongono al massimo sei o sette, scambiando una banale necessità pratica per chissà quale volontà estetica!), sgradevoli, aspri e gessosi, i fiati, dal suono molto secco e incolore, sono predominanti. Tutto l’accompagnamento orchestrale poi, è greve, pesante, impacciato, sovrabbondante, chiassoso (mentre le precedenti uscite discografiche mozartiane, pur con tutti i limiti dei presupposti estetici, erano almeno giocate sulla leggerezza e l’eleganza). Il canto segue, ovviamente, le medesime direttive, riproponendo i soliti vezzi baroccari, di cui ho già abbondantemente dato conto. Vale la pena però, soffermarsi su due aspetti: la realizzazione dei recitativi e le abbondanti variazioni di cui è infarcita la partitura.
I recitativi sono un vero punto dolente (e stupisce, poiché solitamente Jacobs li cura con maggior attenzione): risultano sempre chiassosi e grevi, il fortepiano è invasivo e le improvvisazioni sono decisamente brutte (e qui si sente il cambio di mano: nelle altre realizzazioni c'era il bravissimo Nicolau de Figueiredo, elegante nell'accompagnare, fantasioso, incalzante; qui c'è il greve e decisamente poco ispirato Giorgio Paronuzzi, davvero pessimo - mentre nella jacobsiana Clemenza di Tito era parso molto più convincente). Alla pesantezza inutile di questi recitativi (talmente sovrabbondanti di inserti strumentali di violoncello e basso, da non sembrar più neppure "secchi", ma accompagnati) si aggiunge la pronuncia sgradevole di taluni interpreti e il ricorso a quell'armamentario di versi, versettini, moine, caccole, berci che fan tornare alla mente certe incisioni anni '50 (stile Gobbi o Corena nei momenti peggiori per intenderci) e che, francamente, si sperava fosse un brutto ricordo del passato.
Sulle variazioni il discorso è più complesso. Premetto che nella musica mozartiana, non mi convince molto l’alterazione della linea vocale con abbellimenti e ornamentazioni eccessive (e questo perché la struttura musicale delle sue opere è definita da un equilibrio fragilissimo, e basta davvero poco a minarne la perfezione), nè la ritengo del tutto corretta (con l'eccezione delle appoggiature, che, però, è questione ben differente), vista la prassi d'epoca e l'ambiente (siamo sempre nella Vienna della riforma gluckiana, nell’Europa del classicismo illuminista, ed è questo l’ambito dove egli opera, che piaccia o meno). Senza contare che Mozart, laddove ha voluto cadenze, abbellimenti e variazioni le ha sempre scritte, tanto da approntare diverse redazioni dei propri brani a seconda delle capacità del cantante (si vedano le differenti versioni di “Fuor del mar” e di “Marten aller arten”), cosa che sarebbe risultata del tutto superflua in epoca di opera seria barocca, dove i cantanti, per semplificare o abbellire, non aspettavano certo che l’autore vi provvedesse. Si deve considerare poi, che solo pochi degli interpreti con cui ha lavorato, erano dei veri virtuosi: tra quelli che mi vengono in mente, citerei in particolare Maria Aloysia Weber (per lei Mozart scrisse diverse arie da concerto, tra cui “Ma che vi fece, o stelle” KV368, “Ah lo previdi” KV272, e la impervia e spettacolare “Popoli di Tessaglia” KV316), poi la sorella Maria Josepha Weber (prima Astrifiammante) e, naturalmente, Katharina Cavalieri (la prima Costanze e la Elvira di Vienna, per cui fu scritta “Mi tradì quell’alma ingrata”). Comunque, se pure si vuole variare, si dovrebbe procedere con grande cautela, con buon gusto, e in modo coerente e non invasivo allo stile musicale dell'opera o del pezzo, magari ispirandosi alle stesse ornamentazioni preparate da Mozart, per taluni brani suoi (“Ah se a morir mi chiama” dal Lucio Silla, o la già citata “Marten aller arten” o l’aria da concerto KV294 “Alcandro lo confesso”) o per quelli di altri autori (Adriano in Siria e La clemenza di Scipione di Johann Christian Bach ). Jacobs invece, agisce diversamente e azzarda – in modo assai differente dalle precedenti incisioni mozartiane - uno stile di abbellimenti più consono al recitar cantando monteverdiano, con trilli fissi e ribattuti, e messe di voce somiglianti a sirene, che poco o nulla c'entrano con lo stile mozartiano (in verità stonerebbero pure in Handel!) e che vanno a vanificare la purezza del canto. Ancora più azzardate appaiono poi le scelte relative al luogo in cui inserire dette variazioni: esse, infatti - se proprio si devono/vogliono fare - dovrebbero essere riservate ai da capo delle arie (e questo per una questione di logica: la linea musicale viene prima esposta come scritta e poi variata per mostrare la bravura dell'interprete, da Handel a Donizetti è sempre stato così) e invece Jacobs, inspiegabilmente non varia tutte le arie col da capo, in compenso mette delle oscene variazioni nell'aria del catalogo (dimenticandosi che Leporello è personaggio buffo e la prassi dell'epoca per tali ruoli non prevedeva virtuosismi o esibizioni) e nella seconda strofa della serenata del protagonista (ma una seconda strofa non è un da capo!). E poi che variazioni! Sono oggettivamente brutte, senza scampo, la serenata è semplicemente rovinata, la seconda strofa va ad alterare del tutto la linea vocale sino a renderla incomprensibile e irriconoscibile (facendo pure a pugni con l'armonia del pezzo). Insomma Jacobs procede in modo incoerente e grossolano: varia dove non dovrebbe, e dove si potrebbe non varia. E comunque – per limiti di gusto suoi o dell'interprete – varia sempre in modo osceno.
Gli interpreti impiegati poi, a prescindere dalle basi teoriche delle loro esecuzione, sono del tutto inadeguati (con parziale esclusione di Leporello). Johannes Weisser interpreta un Don Giovanni, dalla voce chiara e sbiancata, quasi tenorile, povera di colore e con gravi lacune tecniche, in cui non c’è traccia di calore e morbidezza (il tanto vituperato canto all’italiana, in odio ai baroccari), è un seduttore troppo giovanile e sopra le righe, volgare ed esagitato, e spesso sfocia nel parlato (ad esempio la frase “Leporello un’altra cena, fa che subito si porti”). La pronuncia italiana è carente (e i recitativi ne risentono terribilmente) e credo che, senza le comodità di uno studio di incisione, sarebbe difficilmente udibile in un teatro vero e con un’orchestra vera (caratteristica, questa, che accomuna tutti, o quasi, i nuovi cantanti filologici). Leporello è interpretato da Lorenzo Regazzo (il migliore in questo improbabile cast), con voce dal bel timbro, anche se non molto corposa, e dall’emissione ben controllata. Il canto è morbido e abbastanza elegante, ma risente del clima generale, fornendo un’interpretazione talvolta poco misurata, e piena di inutili eccessi “teatrali” spesso di cattivo gusto (si senta ad esempio l’aria del catalogo). Kenneth Tarver (che, per la cronaca, ha pure azzardato il difficilissimo ruolo di Giacomo V nella rossiniana Donna del lago per Opera Rara, soccombendo miseramente all'impervia e proibitiva scrittura), è tenorino sbiancato e sospiroso, e si inserisce perfettamente nella tradizione anglosassone dei Don Ottavio insipidi ed effemminati. I fiati sono corti (effetto apnea) e l’agilità non è impeccabile. E’ costretto a spingere appena sale nella tessitura e ricorre spessissimo al falsetto, rendendo ancora più evanescente, il già sbiadito personaggio. Oltretutto la voce tende a crescere. Nikolay Borchev è un Masetto modesto, molto gutturale e dall’emissione aspirata e traballante. Alessandro Guerzoni è un buon Commendatore, anche se messo in difficoltà (soprattutto in alto) dai tempi particolarmente rapidi del finale II, dove una voce poco agile come è naturalmente quella del basso, con tali velocità non può che trovarsi a disagio. Passando al reparto femminile, le cose peggiorano ancora. Donna Elvira è una Alexandrina Pendatchanska (novella star del canto baroccaro) dalla voce abbastanza debole, fissa e tendente a calare, che si sforza di trovare un certo corpo, con agilità costantemente aspirate e poco fluide. Gli acuti non sono facili e i bassi appaiono evanescenti e sforzati. In “Mi tradì quell’alma ingrata” naufraga in più punti, quando i fiati non reggono i tempi già veloci staccati da Jacobs. La peggiore di tutto il cast (e forse la peggiore Donn'Anna dell'intera discografia dell'opera) è però Olga Pasichnyk: voce estremamente gutturale, emissione impastata, enormi difetti di pronuncia, agilità difficoltosa e pasticciata, centro povero, bassi inesistenti e acuti strillati e fissi come sirene, monocorde, incapace di legare e di tenere il fiato. Semplicemente pessima. Infine la Zerlina di Sunhae Im, una zanzarina leziosa e dalla voce piccolissima, che si assottiglia sempre di più man mano che sale, e che sparisce quando scende.
Questo è il Don Giovanni nella revisione (assai libera) di René Jacobs, che verrà salutato dalla solita gragnula di premi e riconoscimenti che i nostri cugini d’oltralpe riservano ad ogni uscita dell’onnipotente direttore belga (tanto che sembrano creati apposta per lui e i suoi sodali), ma che non è altro che un ulteriore passo verso una preoccupante omologazione del teatro d’opera, in letture fondamentalmente antimusicali, poichè prescindono dal dato estetico dell’appagamento (belle voci e bel suono) che la penuria odierna di veri artisti impedisce. E allora - malcelato intento di questi filologi d'accatto - meglio modificare i canoni estetici con finzioni e costruzioni ideologiche, per garantire il magro esistente, piuttosto che porre rimedio a questa veloce decadenza. Ormai il mondo discografico è stato conquistato dal verbo baroccaro (dopo Mozart e Beethoven si estenderà a Rossini e chissà, pure al melodramma) e, dopo il mercato discografico, si appresta a monopolizzare anche i palcoscenici. Cosa resterà allora del piacere del belcanto? Chiudo con le parole di Daniel Barenboim, relative a questa trionfante pratica delle esecuzioni filologiche: “Ho due problemi con il cosiddetto pensiero dell’esecuzione filologia. Prima di tutto mi disturba il fatto che si tratta di un movimento, quindi di un’ideologia, di una visione del mondo, che più che porsi domande si dà l’aria di conoscere già le risposte. E quindi limita la creatività umana. Ciò non toglie che vi siano molti musicisti straordinari, dotati di incredibile talento, fra i colleghi che vi aderiscono. Però questo movimento ha in un certo senso isolato alcuni singoli elementi – il suono, il tempo – come se fossero indipendenti l’uno dall’altro. Penso che questa sia una sciocchezza colossale. In secondo luogo, e lo dico senza nessuna ironia, questa ideologia è riuscita a farsi passare per progressista. Ecco perchè ha così tanto successo, ecco il motivo del suo trionfo. Ma come può essere progressista qualcosa che invita a guardare indietro, per vedere com’erano le cose in passato?”

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