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lunedì 29 novembre 2010

Firenze: l'avvilente destino della "Forza"

“La forza del destino” condivide con “Un ballo in maschera”, e altre opere verdiane e non solo, il destino, oggi, di essere purtroppo irrappresentabile. Non siamo solo noi a dirlo: lo dicono i fatti, l’esito fallimentare sul piano artistico e musicale delle recite, le voci, ormai è la regola, inadeguate.

Si dovrebbe stare molto attenti in queste occasioni quando si rilasciano, per voce o per iscritto, dichiarazioni dall’entusiasmo un tantinello eccessivo nel loro marcato ottimismo, perché potrebbero sembrare, oltre che iettatorie nei confronti degli addetti ai lavori, anche espresse in palese ingenua malafede, se non addirittura insultanti nei confronti dell’intelligenza e delle orecchie del pubblico, che come nel recente caso fiorentino, esauriva il teatro. Quando difatti si leggono frasi effettistiche, con più d’un sospetto di giustificazione e falsissimo buonismo, del tipo “Il miglior cast possibile oggi”, oppure “Nonostante le stonature, i cantanti ci hanno regalato forti emozioni, perché è questo in fondo che l’opera deve regalare”, le uniche “forti emozioni” che sento sono rabbia e ilarità, perché alla prova dei fatti l’esito globale smentisce spudoratamente tale presunta “eccellenza”, compromettendo la credibilità stessa degli artisti interessati. Ripenso allora a queste “anime candide”, ormaipaonazze in viso a causa della traboccante vergogna, che si sdilinquiscono in acrobatiche e presuntuose contorsioni metafisiche condite da qualunquismi di maniera; patetico!
Preclaro esempio, questa “Forza” fiorentina, probabilmente il passo più falso, ed il punto più basso che il Comunale ha raggiunto in questi anni (ovviamente con il beneficio del dubbio: “Tosca” e la nuova stagione 2011 potrebbero regalarci nuove “emozioni”). Lo dico a malincuore, perché dopo gli ultimi spettacoli, che hanno stupito positivamente e regalato serate di buona qualità, questa “cosa” il Teatro fiorentino poteva ampiamente risparmiarcelo e l’amarezza si acuisce soprattutto perché ad avvallarla è stato un direttore di grande esperienza come Zubin Mehta!
Prendiamo la protagonista, Violeta Urmana: non mi stancherò mai di ripetere che la Urmana fino a 5-6 anni fa era un valente mezzosoprano, sia per qualità della voce, del volume torrenziale e del controllo.Si potrà obiettare sulla qualità del fraseggio, mai rifinito, ma nemmeno così superficiale, o sulla tecnica, che si ripercuoteva nell’emissione degli acuti e alcune volte sull’intonazione, eppure la signora Urmana DOVEVA rimanere nel suo registro d’elezione, approfondendo Wagner e Verdi o magari affrontando le sfide del repertorio francese, penso a Meyerbeer, Halévy, Berlioz, al Donizetti de “La Favorite” e “Dom Sébastien”, oppure l’eleganza di Gluck (le due Iphigénie e Armide); invece eccola qui soprano, una delle tante ormai, giacchè la cifra che l’aveva contraddistinta nella prima fase della carriera è oggi praticamente inesistente se non del tutto esaurita, sostituita invece dall’acuirsi dei problemi vocali che un tale salto ha comportato. A partire dal Fa ed in tutti gli acuti, la voce ormai si chiude e si fa stridente o fissa, se non proprio urlata, e se nel registro grave la voce era un tempo sonora, oggi si è ridotta ad un parlato che si riscontra in tutte quelle cantanti odierne che non riescono a risolvere il passaggio di registro se non gonfiando le note o finendo per “recitare”; nel centro si salvano una manciata di note, vestigia della voce che fu, ridotta per giunta nel volume e nella sostanza. Si aggiunga un’ interpretazione lamentosa ed estremamente generica e il danno, purtroppo, si fa irreversibile, segno questo di un’usura vocale che dal 2007 (data della sua precedente“Forza” fiorentina) è in stato avanzato. Peccato, quella che poteva essere una buona Preziosilla si è sacrificata sull’altare, sempre troppo largo, dell’ambizione.
Prendiamo Salvatore Licitra, che aveva stupito per la bellezza di un timbro chiaro e prezioso sostenuto però da tecnica insufficiente, e mai purtroppo perfezionata e da scelte di repertorio dissennate. “Forti emozioni” anche nel suo caso? Nemmeno per idea: il timbro, ancora apprezzabile, è continuamente mortificato da una emissione totalmente aperta, fissa su ogni livello, forzata e legnosa negli acuti, poggiata sulla gola e in perenne calo di intonazione. Le stecche allora non si contano, una addirittura clamorosa alla “prima” sul Si naturale della struggente frase del III atto “Al chiostro, all'eremo, ai santi altari/ L'oblio, la pace chiegga il guerrier” che alla recita del Venerdì non viene ripetuto in quanto tocca appena la nota per poi scendere al Mi successivo, trucco che si ripete puntualmente con tutte le note sopra al Sol, nell’emissione delle quali il cantante si fa coprire dall’orchestra. Toni eroici? Malinconici? Se li possedesse o si sforzasse di piegare la voce non verrebbero gettate allo sbaraglio in un lagnoso e monotono calderone frasi come “Pura siccome gli angeli / È vostra figlia, il giuro”, tutto il recitativo che precede “O tu che seno agli angeli” e ciò che segue, oppure tutto il nervoso duetto con Don Carlo al IV atto. Davvero imbarazzante.
A confronto dei primi due il baritono Roberto Frontali fa “quasi” la figura del fuoriclasse: e dico “quasi”, perché, nonostante l’emissione ballerina, il registro centrale si mantiene sonoro possedendo una certa robustezza; ma la voce è tutta aperta, lo stile da tardo verismo mascagnano sempre bieco e ostile con più d’un sospetto di bava alla bocca e con gli acuti rigorosamente indietro o dall’intonazione pericolante. Solo nell’ “Urna fatale del mio destino” si discosta da tale monotonia d’accenti, riuscendo quanto meno a fraseggiare con un certo gusto per le sfumature dinamiche e per la mezza voce con cui conclude l’aria.
Sconcertante la presenza di Elena Maximova nel ruolo di Preziosilla: ennesima cantante venuta dall’est che non si discosta punto dalle sue tragiche “consorelle” per la bislacca pronuncia italiana, per la voce impastata, gutturale e spaccata dal filiforme e fisso registro acuto, che la renderebbero inadatta persino a Curra o alla mendicante del IV atto e nulla può fare la bella, ma pallidissima figura, nemmeno distrarre da mende vocali tanto evidenti.
Se Roberto de Candia diverte “recitando” con voce tenorile il ruolo di Fra Melitone, se Enrico Iori pensa al Marchese di Calatrava come ad un erede monolitico e gutturale di Ramfis, Roberto Scandiuzzi ripete il suo Padre Guardiano con voce ancora più usurata rispetto a questa estate, più tremula e legnosa e dalle inflessioni orchesche, ben poco confacenti ad un uom di Dio. Almeno a Macerata aveva abbozzato questa volitiva figura con maggior sensibilità.
Come sempre molto professionali, sonori ed attenti ai caratteri la Curra di Antonella Trevisan, il Mastro Trabuco di Carlo Bosi, l’Alcade di Filippo Polinelli ed il Chirurgo di Nicolò Ayroldi e in forma solo discreta il coro del Maggio Musicale Fiorentino.
Sempre più grigiastro, noioso e polveroso l’allestimento di Nicolas Joël ripreso da Franco Barlozzetti e mai stato più di tanto esaltante sul palcoscenico.
La più grande, cocente delusione viene proprio dal Maestro Zubin Mehta. Si è molto discusso sulla routine in cui il grande Direttore è piombato negli ultimi vent’anni, un po’ come è capitato a Lorin Maazel, sempre più lutulento e discontinuo, ma nel primo caso sono solo in parte d’accordo. Restando in anni recenti, Mehta ha realizzato prove a parer mio maiuscole in “Fidelio”, nel “Ring”, nella “Frau ohne Schatten”, dunque nel repertorio tedesco, mentre abbastanza calamitose e al limite del ridicolo in “Carmen”, “Rigoletto a Mantova” e appunto in questa “Forza”: la quale nel 2007 aveva una tinta funerea e opprimente, ma almeno portava avanti una idea che era una! Ciò che fa ascoltare oggi invece è l’adempimento meccanico e molto superficiale di un impegno in mezzo ad altri due impegni, al solo scopo di “portarsi a casa la pagnotta” con la minima fatica e la più avvilente delle routine.
Mai l’orchestra del Comunale ha suonato così male; mai gli ottoni hanno emesso suoni così grevi e più vicini a certe volgari onomatopee che alla musica; mai i fiati hanno stonato così dannatamente tanto da lasciare interdetti; mai il clarinetto nell’assolo del III atto ha calato così spudoratamente l’intonazione affliggendo le orecchie in una emissione tutta moto ondulatorio da mal di mare; mai Zubin Mehta ha diretto con tale sciatteria timbrica, tale trascuratezza dei segni espressivi e del dettaglio, con tale superficialità dell’uso dei tempi allargati all’inverosimile, tanto da mancare la coesione tra gli stessi strumenti nei concertati, letteralmente annegati in assurde mazzate di suono, o conquanto avviene in palcoscenico; mai i momenti sacri del II atto sono stati così assurdamente dilavati in macignose marmellate sonore più vicine a svogliate ninne-nanne; mai con Verdi ho dovuto lottare così duramente con il sonno. Unico pregio: gli archi, gli unici dal suono pulito, dagli attacchi perfetti, dal timbro cristallino e rotondo. Troppo, troppo poco da un direttore del calibro di Mehta, che ha un gigante come Mitropoulos nel sangue e da un teatro che ha sempre portato avanti un coerente discorso sulla qualità dei suoi titoli. Spero sia stato solo un brutto scivolone, un unicum.
Di fronte all’amarezza suscitata da questa produzione, mi aspettavo un pubblico più nervoso, più vivace, che sapesse discernere la vera qualità dall’infima routine di bassa provincia: invece no, tutti plaudenti e contenti. Beati loro… eppure ricordo le contestazioni rivolte ad alcuni cantanti nel 2007, mentre oggi la Urmana, Licitra e la Maximova passano allegramente indenni al proscenio; ricordo anche qualche cenno di disapprovazione, nei confronti del povero Ralf Weikert al termine di “Salome”, direttore noioso quanto si vuole, ma che non aveva mortificato in questo modo l’orchestra, mentre al contrario si applaude con calore Mehta il quale ringrazia il pubblico per avergli permesso di massacrare la partitura.
Venerdì, al termine della recita, più di quattro minuti di applausi fiacchi, stentati, gentili verso tutti: tecnicamente è un flop colossale, ma c’è chi parlerà di trionfo unanime e ovazioni.
Bugiardo!


Verdi - La forza del destino

Sinfonia - Dimitri Mitropoulos (1953)

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mercoledì 24 novembre 2010

Modi diversi di fare opera: Madama Butterfly al Regio di Torino vs. la Forza del Destino al Maggio Musicale fiorentino

Due note doverose a valle dell’ascolto radiofonico della Forza del Destino da Firenze, ieri sera, di cui vi dirà poi nel dettaglio la nostra Marianne Brandt, e della Madama Butterfly torinese di qualche giorno fa. Il confronto si impone per il divario qualitativo, rilevato tra le due produzioni, la prima affidata a grandi nomi blasonati quelli dello “star system”, bacchetta in primis, la seconda a professionisti di buon livello, affatto divi.

Si dice che il Regio di Torino sia il miglior teatro d’Italia per le condizioni di lavoro che sa offrire agli artisti ospiti oltre che per le sua sana condizione economica. Dall’esterno non è possibile valutare quanto l’ambiente effettivamente incida sulla qualità di una produzione, fatto sta che quanto radiotrasmesso qualche sera fa è stato un spettacolo di assoluta qualità, efficace e soprattutto funzionante. Un livello artistico che né la Carmen scaligera cui avevo assistito la sera precedente la diretta da Torino, men che meno la bruttissima Forza del Destino di ieri sera, possono raggiungere ed eguagliare.
Non sto affermando che a Torino si sia esibita una novella Olivero, diretta da un novello Karajan o una Steber rediviva con Mitroupuolos, semplicemente che un professionista capace ed attento, il signor Pinchas Steinberg ha diretto e, soprattutto, concertato bene la partitura, gestendo con puntualità e cifra esatta il testo pucciniano, in compagnia di una protagonista, la signora Hui He, che ha cantato in modo esatto, pulito anche se non perfetto ( certi acuti spinti o certe frasi gravi di gusto un po’ eccessivo le abbiamo ben sentite…), soprattutto senza mai perdere una sola delle frasi chiavi dell’opera.
Ho sentito tante volte definire il soprano cinese incostante nelle sue prove o fraseggiatrice talora latitante. A Torino, invece, ha centrato l’obbiettivo, cantando bene e fraseggiando davvero, cosa oramai rara, quasi…”d’antan”. Il direttore, per parte sua , ha portato con sé fino alla fine l’alterno Pisapia, dalla voce ora lirica ora leggera ora parlata, la Suzuki dai gravi poco ordinati di Giovanna Lanza, lo Sharpless dal timbro senescente, ma corretto di Simone Alberghini in un tutto ordinato, coerente, dove anche i difetti vocali di ciascuno finivano per scivolare in secondo piano nell’ambito di uno spettacolo che “girava”.
Dopo la prova scaligera modesta del già proclamato divo Dudamel, l’orchestra del Regio mi è parsa forse anche più di quello che è davvero, compatta, di buon suono, mai fracassona, ma sempre piena ed intensa. Come Hui He, del resto, che ha saputo commuovere proprio quando Cio Cio San deve ispirare la commozione del pubblico. E' riuscita a toccarmi l'altra sera.
Ecco il vero motivo di una recensione ad uno spettacolo che la merita e positiva
Io credo che questa sia la professionalità vera, quella che non solopiace a questo sito, ma che dovrebbe maggiormente essere premiata e sottolineata dalla critica ufficiale, fuori dalle patinate copertine dei dischi, lontano da facebook, dalla massmediatizzazione del cantante lirico quale velina o body builder, la sola che può riportare l’opera sulla strada giusta.

L’altra faccia della lirica, invece, quella che si preferisce celebrare perché più consona con la “cultura dell’immagine”, è quella fiorentina di ier sera, con i big sul palco di un ente di grande blasone e tradizione scintillante. Eppure ieri non ha funzionato nulla, nemmeno l’abc, a mio avviso, ossia quello delle scelte di opportunità e buon senso. Con un cast inadeguato, per non dire male in arnese, privo di qualità vocale e stilistica, il maestro Mehta non solo ha diretto al di sotto delle sue note ed ormai antiche (dimenticate?) capacità, rumorosamente e senza poesia ed intensità alcuna negli accompagnamenti, ma si è anche prodotto nella riapertura del secondo duetto tra Don Alvaro e Don Carlo all’atto terzo, eliso regolarmente dalla tradizione esecutiva, nonostante le evidenti mende vocali dei due interpreti, cui già l’esecuzione tradizionale della parte era nettamente superiore. Se non si riesce a fare ciò che è necessario per una esecuzione tradizionale, perché prodursi in riaperture di tagli che risultano velleitarie e controproducenti?
Non parlo poi dei fraseggio, assente nei protagonisti, tutti a cantare forte, in alcuni casi anche sguaiati, non un’intenzione ( a parte quel tentativo di smorzatura del signor Licitra alla fine dell’aria che è meglio non commentare ..), con un gusto estraneo alle esecuzioni di scuola come a quelle di provincia: dove era il maestro? dove era l’autorevolezza della grande bacchetta che impone una cifra stilistica, un’idea, un disegno musicale?Erano tutti divi ieri sera, divi in un grande teatro in una grande produzione, eppure non “girava” niente….
Lo stato del canto verdiano è quello che è, la realtà è nota a tutti. Né l’esperienza parmigiana è isolata : al Met qualche sera fa proprio nel Trovatore il soprano protagonista ha gettato la spugna prima di avventurarsi nel quarto atto ( quello dove il soprano canta! ), il recente Rigoletto ha riscosso critiche negative, l’Aida dell’anno passato ebbe i suoi bei guai né l’Attila mutiano fu un gran trionfo. E taccio della recente Aida scaligera come di quella londinese…..E Loggione ci passa il secondo cast del Trovatore di Parma come se fosse stato migliore del primo solo perché non ha attraversato la Rivoluzione Francese del pubblico la sera della prima, ma era ben peggio, davvero ben peggio !
Qualunque teatro oggi si avventuri in Verdi si incammina su un percorso accidentato e minato, dove si salta in aria con altissima probabilità.
I quattro negativi protagonisti di ier sera, la signora Urmana, il signor Licitra, il signor Frontali ed il signor Scandiuzzi hanno tutti riscosso riprovazioni dure se non durissime dal loggione scaligero ( e non solo dai quattro grisini che si ama incolpare di tutto perché fa comodo.. ). Quello milanese è il solo pubblico minimamente udente o tanto coraggioso da reagire oppure è Firenze afflitta da bontà cronica ( come quella mostrata nella brutta Trilogia popolare verdiana dell’anno passato…) o da toscano campanilismo? Una stecca è una stecca ovunque, e ieri sera di stecche e di urla ne abbiamo sentite a bizzeffe. L’emissione dura, ghermita ed abbaiata è tale ovunque, ad ogni latitudine, come pure l’assenza di acuti esibita da più di un protagonista di blasone e non .
Nessuno si chiede perché non abbiamo più voci gravi e medie maschili adatte a Verdi; perché i tenori epici capaci di girare gli acuti non ci siano più, come pure le voci “importanti” femminili.
Non ce lo chiediamo ma dichiariamo incontestabile il dogma del passaggio di Violeta Urmana da mezzo a soprano, dimentichi che anche da mezzo la signora non ha mai mostrato la tecnica di canto e la qualità vocale di una Bumbry o di una Cossotto, cui non è mai stata minimamente comparabile….
In mezzo a questo fallimento nessuno pare interessato a domandarsi il perché le voci verdiane siano estinte o quelle adatte cantino male o maluccio, tanto che poi accumulati tre o quattro dei moderni specialisti di Verdi nella stessa sera, anziché sortire grandi consensi, sortiscano …..esattamente il contrario! Già perché sorbettati la fibra di quello/a, gli acuti tirati di quell’altro/a, il muggito o il raglio del terzo, la voce ingolata del quarto o della quarta e la serata diventa un calvario per le orecchie. Loro cantano (emettono suoni rectius), ma lo spettatore non sa presso quale protagonista rifugiarsi, chi attendere nel corso dell’opera per riaprire le paratie difensive che aveva fatto calare sui suoi timpani.
E poi ci meravigliamo della brutta Forza ieri sera???!!!!! Ma è la conseguenza del modo odierno, da star system, di concepire l’opera lirica.


Gli ascolti

Verdi - Macbeth

Atto I


Ambizioso spirto...Vieni, t'affretta...Or tutti sorgete - Dolora Zajick (1997)



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giovedì 10 giugno 2010

Mese verdiano XXI - Son giunta! Decima puntata: Nina Stemme, Eva-Maria Westbroek e Violeta Urmana

Il 13 dicembre 1938, al Teatro Comunale di Modena, Rosetta Pampanini cantò Donna Leonora de Vargas. Fu la prima e ultima sera in cui la cantante, che era all’epoca, e con fondamento, una delle più reputate voci di soprano lirico del panorama italiano e non solo, affrontò il ruolo della sventurata protagonista verdiana. Alla seconda recita, infatti, la Pampanini fu sostituita da Olimpia de Ruggeri. Erano gli anni in cui la nobildonna spagnola aveva le sue più emblematiche rappresentanti in Gina Cigna e Maria Caniglia. Una voce lirica, sia pur ricca e timbricamente attraente come quella della Pampanini, era evidentemente ritenuta non sufficiente alla bisogna. E, se consideriamo l’assolo del quarto atto registrato dalla Pampanini per la Columbia, anche il gusto interpretativo doveva essere più prossimo a Butterfly e Manon Lescaut che non alla grandiosa eloquenza della primadonna verdiana.

Da quella recita sono trascorsi molti anni e molte primedonne si sono succedute nei panni della infelice, delusa e rejetta Leonora. È, lentamente ma inesorabilmente, tramontato e trapassato il soprano drammatico, presto seguito, sul medesimo sentiero, da quello lirico spinto. C’è stata insomma la famosa liricizzazione verdiana non meno che wagneriana, e molte Mimì ovvero Manon (di Massenet) hanno asceso il sentiero che mena al monastero della Madonna degli Angeli, con esiti più o meno felici a seconda di virtù naturale e sapienza tecnica delle deputate nobildonne de Vargas. Ci siamo deliziati (chi più, chi meno, chi esclusivamente e un poco ottusamente) di timbri lunari, screziature più o meno sapientemente amministrate, filati e filatini ad effetto (effetto sempre meno travolgente via via che emergevano le magagne tecniche, che la freschezza dei mezzi consentiva, almeno in parte di occultare). Soprattutto, sulla scorta di certa critica, ci siamo convinti e persuasi che i soprani drammatici prima della Callas (e magari anche dopo) costituissero un branco di urlatrici scomposte, colpevoli, con la loro discutibile arte, di avvilire e affossare le bellezze della musica verdiana.
Con simili premesse non dobbiamo stupirci di quello che ci troviamo davanti agli occhi, e soprattutto alle orecchie, quando esaminiamo il panorama delle Leonore di Vargas a noi più vicine nel tempo.
Il repertorio di Nina Stemme, Eva-Maria Westbroek e Violeta Urmana è incentrato in prevalenza su ruoli di soprano lirico-spinto e drammatico: ovviamente Wagner (tutte e tre hanno cantato Sieglinde, la Stemme ha affrontato inoltre Senta, Elsa, Elisabeth – come la Westbroek – ed Isotta, ruolo, quest’ultimo, in comune con la Urmana, che ha cantato pure Kundry), ma anche Verdi (la Stemme e la Urmana hanno cantato Aida, la Westbroek ha affrontato l’Otello, il Ballo e il Don Carlos) e qualche titolo verista e pucciniano (Wally, Chénier e Fanciulla per la Westbroek, Tosca, Manon e Butterfly per la Stemme, Tosca, Chénier, Wally, Cavalleria e Gioconda per la Urmana). Delle tre la specialista (se così vogliamo definirla) del Cigno di Busseto è la Urmana, che ha cantato anche Lady Macbeth, Amelia del Ballo, Elisabetta di Valois e persino Odabella, cui vanno aggiunti, retaggio della precedente carriera quale mezzosoprano, la principessa d’Eboli e Azucena.
L’incipit della scena vede la Stemme esibire una voce lirica, di scarso peso in basso, tanto da suonare decisamente soffocata ed ovattata nelle prime frasi, di scrittura marcatamente centrale. In compenso i suoni al di sopra del do centrale sono spinti e ben poco gradevoli a udirsi. Ancora più grave è il fatto che nei primissimi acuti la voce si smagrisce considerevolmente e sul si naturale, come si dice in gergo, “balla”, ossia risulta priva del necessario sostegno e di conseguenza vibra in modo eccessivo. La chiusa del recitativo (“non reggo a tanta ambascia”) evidenzia l’assenza di un legato degno di questo nome. Siccome i sostenitori di questa e consimili cantanti sono soliti vantare la profonda e totale espressività del canto delle medesime, profondità evidentemente estranea a professioniste di più ortodossa emissione, sarà interessante notare come tutte le forcelle e i crescendo previsti dall’autore nel “Madre pietosa Vergine” siano bellamente spianati. Nell’unico punto in cui la cantante si sforza, bontà sua, di rispettare la forcella prevista, la voce risulta stimbrata. Durante l’intervento del coro dei frati fuori scena i fiati esibiti dalla Stemme risultano insufficienti a sostenere le grandi arcate verdine e la voce sotto risuona ancora una volta tubata (ad es. su “fede”). Altro esempio di legato poco saldo e ancor meno espressivo alla sublime frase “che come incenso ascendono a Dio sui firmamenti”, risolta con una specie di miagolio. Quanto poi all’indicazione “declamando” alle parole “Al santo asilo corrasi”, registriamo un’esibizione debitrice del peggior gusto paraverista. Spianato ancora una volta il crescendo su “Il pio frate accoglierti no, non ricuserà”, alla ripresa del tema in mi maggiore la voce risulta dura, priva di morbidezza, con più di una fissità di marca nettamente germanica. Su “Non mi lasciar, soccorrimi” la voce “balla” nuovamente, complice anche il tempo troppo largo staccato dal direttore. Alle ultime battute, che insistono di nuovo in zona centrale, la voce risulta vuota e tremula sul si tenuto ad libitum.
Decisamente più importante risulta, fin dalle prime battute, la voce della Westbroek, che pure riesce a stonare sul fa diesis sopra il do centrale all’attacco di “Son giunta”. Sempre in fascia do/fa diesis la voce risulta spinta e gridacchiata, mentre in basso (“Naviga verso occaso don Alvaro”) suona eccessivamente aperta, e il risultato è che un semplice sol (“del sangue di mio padre”) si risolve in un urlo. Il si naturale acuto è non a fuoco sotto il profilo dell’intonazione e per di più fisso, mentre in chiusa del recitativo (“ambascia”) compare un miagolio analogo a quello della Stemme. Il “Madre pietosa Vergine” si distingue per la dizione confusa e per il tentativo di risolvere la grande frase “Deh non m’abbandonare” con una vocina in fondato sospetto di scarso appoggio, all’evidente scopo di moderare l’impatto di una vocalità decisamente brada. A “Pietà di me, Signor” la voce risulta instabile e forzata sul si centrale e sulla grande arcata “che come incenso” etc. la voce si spezza e risulta qua e là stonacchiata, oltre che sistematicamente tubata nelle frasi di scrittura più bassa.
Il “declamando” è un poco più contenuto di quello della Stemme, ma siamo sempre nell’ambito della parodia involontaria. Decisamente verista nel senso più deteriore del termine la frase “il pio frate accoglierti” etc. La ripetizione del tema si segnala per i fiati troppo corti e ancora una volta per suoni, che hanno ben poco del canto lirico. L’effetto della pagina è turbato anche dal coro fuori scena dei frati, la cui esecuzione si direbbe animata da intenti anticlericali. Il legato è ancora una volta latitante in chiusa alla scena, sebbene la cantante tenti, al pari della Stemme, di tenere ad libitum il si centrale.
Quanto a Violeta Urmana, la voce ricorda da vicino quella di un soprano leggero, affetta da vibrato largo in tutta la gamma, dura e fissa, in alto prossima al grido (il si naturale del recitativo d’entrata), in basso all’inesistente (fatto assai grave per un ex mezzosoprano), caratterizzata soprattutto da un accento inerte, che rende ben poca giustizia al personaggio e al momento drammatico. Il “Madre pietosa Vergine” si segnala per le opportune intenzioni esecutive, la Urmana è la sola, delle tre, a tentare di risolvere le forcelle e i crescendo previsti da Verdi, ma la realizzazione risulta a dir poco velleitaria. La cantante possiede un maggior senso del legato e dello stile di canto italiano rispetto alle colleghe, ma in zona do centrale-fa diesis la voce non ha mai la sicurezza necessaria: basti sentire come viene risolta la frase “il pio frate accoglierti”, che appunto in quella zona insiste. Frase che dovrebbe essere alla portata di qualunque mezzosoprano degno di questo nome. Alla ripetizione del tema (“Non mi lasciar soccorrimi”) anche l’intonazione appare gravemente compromessa.
All’entrata di Melitone e, in sequenza, del Padre Guardiano si possono intuire le ragioni dell’attuale crisi delle vocazioni. Crisi delle vocazioni peraltro ribadita dalle rispettive scene della monacazione, per le quali non sarà inopportuno evocare immagini di supplizi eterni. C’è chi parla, chi bofonchia, chi esibisce un bel timbro da mastro Trabuco e chi una voce senescente e sistematicamente in cantina. Come suol dirsi, non c’è che l’imbarazzo della scelta!
La Stemme, dopo un portamento sulla frase “Fama pietoso il dice” e un fa diesis marcatamente fisso su “Vergin m’assisti”, attacca “Infelice, delusa, rejetta” con voce magra, che si fa intubata alle frasi decisamente basse del passaggio “Più tranquilla l’alma sento”. Logica conseguenza è che il si naturale di “la sua figlia maledir” sia un urlo. Comica la discesa al grave su “ov’altra visse”, mentre nella successiva sezione cantabile le indicazioni dinamiche restano ancora una volta lettera morta, sempre alla faccia della grande espressività eccetera. In compenso i si naturali sono ancora delle urla, il terzo pure ballante. Verista e scomposto l’attacco “Se voi scacciate questa pentita”: la voce è vuota sotto e al centro risulta spinta e sgraziata. La voce non sfoga e risulta ovattata e schiacciata in bocca alle parole “Salvati all’ombra di questa croce”, che l’autore, ingenuo!, prescrive “sottovoce e misteriosamente”. Di nuovo paraverista “Voi mi scacciate”. La voce è quella di una bella Manon di Massenet, gli acuti sono duri e sistematicamente indietro (il la naturale di “Mi toglierà”). Spinta e gridacchiata la voce al centro sulla frasetta “Bontà divina”, che dovrebbe scandire l’apice della tensione emotiva del personaggio. L’esaurimento delle energie si evidenzia nella chiusa del duetto, coronata da si naturali che sono ormai strilletti. Provvidenziale il taglio di una sezione della coda (taglio peraltro in comune con le colleghe).
La Westbroek mostra per contro una voce un poco più consistente e solida al centro. Purtroppo anche in questo caso la voce risulta eccessivamente spinta, tanto da risultare urlata. La chiusa della scena prima dell’entrata del basso è risolta meglio rispetto alla Stemme, ma è un canto di pura fibra, portato di una natura generosa, ma non sufficiente alla bisogna. A “Infelice, delusa, rejetta” la cantante stonacchia in zona centrale e soprattutto non risulta affatto varia e men che mai espressiva. C’è solo agitazione scomposta, spacciata – non si sa bene alle orecchie di chi – per concitazione drammatica. Il canto è dignitoso solo se la tessitura è comoda, ossia se gravita al di sotto del do centrale. Vedasi, per contro, il piglio verista con cui è staccata la frase “Più non sorge sanguinante”, che per l’appunto sale di poco al di sopra del do centrale. Duro e sfocato il si naturale acuto. Quando la cantante tenta, come da spartito, un piano, la voce va indietro e si timbra (“salvati all’ombra di questa croce”). Il passaggio “E’ questo il porto, chi tal conforto” etc. evidenzia fiati corti, mentre la chiusa del duetto (“Tua grazia o Dio”) dimostra la stanchezza inevitabile per chi canti di dote naturale una parte come questa: la voce risulta smagrita, il primo si naturale è un urlo, il secondo è un poco meglio, ma il terzo è di nuovo un suono ben poco attraente.
Nel recitativo con Melitone la Urmana esibisce, di nuovo, una voce poco salda e vuota al centro, chioccia passato il do centrale (“Un’infelice”). Censurabile il fa diesis “ppp” di “Vergin m’assisti”, mentre più dignitosa risulta la successiva discesa al grave (verosimilmente un residuo delle passate frequentazioni mediosopranili). Decisamente volgare l’attacco “Infelice, delusa, rejetta”, davvero degno di una Santuzza di provincia, per giunta con una voce, in basso, decisamente poco consistente (il mi bemolle grave su “Fremete”). Il legato è precario alla frase “Né terribile l’ascolto”, coronata da la e si naturali bellamente urlati. Come la Stemme c’è grande difficoltà a scendere alla frase “ov’altra visse”. L’indicazione “dolcissimo” all’attacco del passaggio in mi maggiore “Ah tranquilla l’alma sento” resta inevasa, anche perché la voce, dal do centrale in su, risulta ora decisamente urlacchiata. Il primo si naturale è bellamente stonato, in compenso il secondo suona duro e fisso. Altri suoni scomposti su “Un chiostro!”, dopodiché la Santuzza si muta in una sorta di Lola, ossia parodia mignon di un soprano verista: a “Se voi scacciate”, quando la cantante tenta di aumentare un po’ il volume, finisce per urlare, altrimenti canta praticamente senza appoggiare un suono. Nuova esibizione di vocina alla frase “Salvati all’ombra di questa croce”, ulteriore problematica discesa al grave su “Voi mi scacciate!”, mentre in acuto la voce si riduce a un miagolio e il la naturale conclusivo (“mi toglierà”) è un suono fisso. Altre urla a “Bontà divina”: il personaggio, dozzinale e sguaiato, è tutto in questa piccola, ma cruciale frase. Alla cabaletta, alla frase “Plaudete o cori angelici” abbiamo piccoli gemiti in luogo degli accenti previsti dall’autore e i si naturali sono, manco a dirlo, nuovi piccoli, ma non per questo più gradevoli, strilli.
Meglio soprassedere sulla “Vergine degli Angeli”, pagina di nessuna difficoltà vocale in cui si apprezzano, di norma, la qualità del timbro e la bellezza del legato. L’unica ad avere un poco di “polpa” è la Westbroek, ma a prezzo di una condotta vocale a dir poco da principiante.
Riassumendo: una gradevole voce di soprano lirico, una di lirico spinto, ma di scarsa attrattiva timbrica, e una sorta di soprano leggero con velleità similveriste, tutte e tre a mal partito con la tecnica in primo luogo e con la scrittura e lo stile verdiano in secondo. Spiace per i fautori del cosiddetto teatro di regia, rimedio universale (per i suddetti fautori) dei mali che affliggono il mondo dell’opera, ma nessun regista ovvero scenografo, per quanto immaginifico e "di grido", potrebbe trarre da uno qualsiasi di questi soprani una Leonora de Vargas almeno decente sotto il profilo vocale e, di conseguenza, espressivo.

Gli ascolti

Verdi - La forza del destino


Atto II

Son giunta!...Madre, pietosa Vergine...Chi siete?...Più tranquilla l'alma sento...Se voi scacciate questa pentita...Sull'alba il piede all'eremo...Il santo nome di Dio Signore...La Vergine degli Angeli

2007 - Violeta Urmana (con Roberto Scandiuzzi & Bruno De Simone - dir. Zubin Mehta - Teatro Comunale, Firenze)

2008 - Nina Stemme (con Alastair Miles & Tiziano Bracci - dir. Zubin Mehta - Opera di Stato, Vienna)

2008 - Eva-Maria Westbroek (con Carlo Colombara & José Van Dam - dir. Kazushi Ono - La Monnaie, Bruxelles)

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domenica 7 marzo 2010

Attila al Met

Attila, radiotrasmesso ieri sera ed in scena da una decina di giorni al Met di New York è stato il debutto sul podio del primo teatro degli Stati Uniti d’America di Riccardo Muti, ormai prossimo ai settant’anni. Debutto atteso per il pubblico e soprattutto per il direttore, che da tempo non aggiungeva, dopo i noti fatti della Scala un podio di rilievo.

Attila è un titolo che Riccardo Muti ben conosce, atteso che il suo primo incontro risale al 1970 presso la Rai, allora artisticamente guidata dal mentore di Muti, ossia Francesco Siciliani. Più volte il maestro di Molfetta è tornato ad affrontare il testo verdiano. Voglio credere che presto avremo il tempo di una disamina attenta dei vari incontri fra Muti ed Attila.
Era poi, un debutto per il titolo sulle scene del Met. E ui il rimpianto di un antico approdo è molto perché , per giocare al fantacast nel 1930 sul palcoscenico si sarebbe potuto sentire e vedere un Attila irraggiungibile ed impensabile con Ezio Pinza, Lawrence Tibbett/Giuseppe de Luca/ Giuseppe Danise, Giovanni Martinelli/Giacomo Lauri Volpi, Elisabeth Rethberg sotto la guida verdianissima di un Ettore Panizza o di un Tullio Serafin.
Oggi, a conti fatti, il pubblico newyorkese di quel che ottantenni a poteva essere la prassi ha potuto sperimentare solo una direzione verdiana.
La direzione di Riccardo Muti è stata della ripresa radiofonica l’aspetto migliore. Il preludio, l’introduzione al quadro di Aquileja con il levar del sole (che era un sole di una caldo luglio lagunare, per lo splendore ed il turgore dell’orchestra) il colore fosco che accompagna il peregrinare di Odabella in attesa di Foresto, lo stacco ed il piglio di molte scene fra cui la stretta del duetto fra i due amanti, l’apparizione di Leone e tutto il finale primo sono veramente splendidi da sentire e verdiani nella accezione e diffusa e condivisibile del termine. Spesso l’orchestra e con lei il direttore cantano. Lo fanno in luogo e vece dei mediocri esecutori vocali. Talvolta lo fanno alla Muti ossia cantano solo loro come accade in tutte le cabalette dove il ritmo e l’aplomb sembrano essere le prime ed uniche preoccupazioni del maestro e dove gli applausi sono strappati al pubblico grazie, appunto, alle prodezze orchestrale e non certo ai sovracuti alle note tenute alle filature, ossia alle prodezze vocali, che forse in Verdi hanno ancora la loro importanza.
Un tempo questi erano torti gravissimi e vizi capitali,perché la disponibilità era di cantanti del rango di un Ramey, per parlare di uno che il maestro accettava ed il cui trionfo, proprio in Attila, seguito da richiesta di bis diede l’occasione al maestro per un evidente gesto di insofferenza e stizza. Oggi con la miseria imperante sono vizi e torti ben più contenuti. Non solo, mentre un tempo si poteva sempre trovare un cast alternativo e migliore delle scelte del maestro oggi si stenterebbe nel già nominato gioco del fantacast.
Gli insulti, le rimostranze e lo stupore sono già stati espressi in chat da alcuni nostri affezionati lettori ed amici. Non posso che condividerli.
E’ evidete che il volume e l’ampiezza vocale di Ildar Abdrazakov e Violeta Urmana non sono neppure da primo Verdi perchè nessuno dei due dispone di una tecnica di canto adeguata e consona al ruolo. La signora Urmana dal sol acuto urla a voce piena, miagola sul piano e sul pianissimo. La non fresca Leyla Gencer, Odabella di Muti nel 1972, a Firenze coloriva ogni frase, Violeta Urmana riesce talvolta ad arrivare in fondo. Niente estasi al fuggente nuvolo, niente fuoco di Amazzone alla sortita o al duetto con Foresto.
Per capire limiti e modestia del mezzo di Ildar Abdrazakov, nel title role, basta sentire l’ampiezza e la nobiltà della oscillante voce di Ramey (nel cameo di Papa Leone I) che ripete le medesime frasi che erano state del re unno all’inizio del quadro. Ovvio che con tale dote non si può pretendere che questo Attila faccia paura ad Ezio nel loro primo incontro o esprima angoscia e sgomento all’evocazione del primo atto o del finale sempre dell’atto.
Quanto a Giovanni Meoni, che è subentrato ad Alvarez basta dire che è uno sgangherato tenore verista e non un baritono. Fuoco, nobiltà, eloquenza ed anche prosopopea che spettano al generale romano sconosciute. E devo dire che con questo personaggio anche il sostegno orchestrale non c’è stato. Ramon Vargas, che non è un tenore verdiano, ma al massimo, con altra tecnica, un buon tenore donizettiano, il che per Foresto non è poi un guaio, ma la manovra del passaggio e l’idea di dar senso alle frasi clou del personaggio proprio non ci sono.
Il tutto per dire che un direttore come Muti, a prescindere da reieterate e non condivisibili scelte è merce rara e preziosa, ma per certo non basta. Leggere una lettera dove Verdi, anno 1881, si pone l’amletico dubbio opere per i cantanti o cantanti per le opere?







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giovedì 9 luglio 2009

Aida alla Scala: secondo cast e repliche

Breve bilancio di questa produzione scaligera di Aida dopo l’ultima di sette rappresentazioni, ieri sola recita pubblica con il secondo cast annunciato ab origine, Urmana, d’Intino, Licitra, Pons, Prestia, Spotti e mia terza recita, dopo la prima e la terza, quest’ultima per sentire la prova di Manon Feubel. Bilancio cui partecipano anche i resoconti e le opinioni di amici fidedegni che hanno assistito alle altre rappresentazioni. Bilancio per certi versi sconcertante e che dà molto da riflettere, dato che si tratta di opera di repertorio corrente.

In primo luogo la bacchetta. Si è arrivati all’ultima recita per assistere ad una serata in cui i fuori tempo che hanno caratterizzato le rappresentazioni precedenti, in particolare quelli al terzo atto, finalmente sparissero ( tremendo e marchiano lo svarione udito alla terza all’attacco del concertato dell’atto II dopo il passaggio delle trombe del trionfo e che ha spiazzato l’intero palcoscenico…). Troppo spesso durante le recite si sono uditi scollamenti buca – palco, cantanti indietro o avanti l’orchestra e scombicchieramenti analoghi ( penso alla terza recita con Pons che perde le battute “ Pensa che un popolo che muor vinto straziato..” o la salita anticipata al do dei Cieli azzurri della Feubel…).
Finalmente ieri sera le cose stavano insieme come avrebbero dovuto stare sin dalla prima recita, e così ci siamo fatti un‘idea dell’Aida di Barenboim, che non ci è parsa nulla di speciale ma semplicemente …una buona Aida. E’ rimasto rumoroso come alle prime rappresentazioni nella danza dei moretti ed in certi passaggi del trionfo, moscio e senza epica ( le trombe del trionfo mi parevano tanto liriche da essere più consone all’introduzione all’aria di Ernesto nel Don Pasquale..) per un momento che mi pare inequivocabile nella sua essenza; al contrario intenso e struggente in certi momenti come nel terzo atto, quando ha staccato un tempo ampio ad Amonasro nel “ Pensa che un popolo che muor ” ( peccato che ci volesse un Dio dei baritoni come Galeffi per reggere quell’intensità ampia e crescente con il canto…) , o certi passi del duetto Amneris Radames come la scena della tomba. Luci ed ombre, direi. E poche prove. E stacchi di tempo che hanno troppo spesso spiazzato i cantanti, che ne han fatto le spese sulla loro pelle. Pergiunta la qualità del suono dell’orchestra non è stata nulla di che, e da una bacchetta di questo calibro non è illecito avere aspettative direttoriali, soprattutto da un direttore che nel su teatro berlinese il repertorio lo ha praticato, e parecchio. Peccato.

Aida. Desaparecida la Fantini, pareva dovesse cantare l’audizionata Feubel, sostituita invece dalla Siri, che ha retto, non senza fatica, le repliche. Con voce inadatta al ruolo è stata la migliore ad opinione unanime. La Feubel ha deluso, e le ragioni della sua non andata in scena, salvo che per una sera, son state chiare. Mancanza assoluta di voce in zona centrale e grave, tanto da essere quasi inudibile in interi momenti della parte. Impressionante il vuoto di voce al terzetto di ingresso, come in certe frasi dell’aria del I atto ( “I sacri nomi di padre e d’amante…”), come al terzo. L’orchestrale di Aida non è quello dei Foscari, si sa, e la parte è diversamente scritta dunque…
Violeta Urmana ha cantato meglio rispetto al 2006, almeno stando a quanto udii allora. La voce è piccola, poco sonora, “mangiata”, come si dice in gergo, da un cambio inopinato di registro, che, in virtù di un canto non sul fiato e di una voce che anche da mezzo non era del tutto sfogata, ha causato la riduzione di volume. L’assottigliamento della voce che la cantante lituana deve operare per raggiungere la zona acuta la fa “vocina”, inadatta alle opere da soprano pesante. Ieri sera i do c’erano anche, ma sempre tirati, in mezzo a suoni falsettanti e spesso anche stonacchiati. Non riesce a forare negli ensemble nonostante stia sempre al proscenio. Di contro le manca il centro, il corpo vero della voce, fatto che rende la sua Aida incapace di qualsiasi colore perché priva di cavata. Le forcelle scritte da Verdi sono volate via come ogni tentativo di fraseggio, che è stato sempre monotono e piatto ( penso alla prima aria o al duetto con Amneris…). Che dire? Ha cantato, certo, ha messo lì un canto migliore di quello esibito al Macbeth ma …..le jeux sont fait per lei..

Radames ieri era Salvatore Licitra. Voce grande e ancora bellissima nel centro: ha cantato male, per il semplice motivo che gli acuti non ci sono più, perché son sempre stati emessi con la forza della dote naturale e non con la perizia della tecnica. La parte, per giunta, ne ha tanti, e da eseguire con squillo. E’ entrato con un recitativo bellissimo e poderoso: impressionante! Poi ha attaccato l’aria e la gola si è chiusa sin dalla prima battuta: il canto si è fatto strozzato o forzato, e da lì la musica non è più cambiata. Al centro le cose girano, in alto un disastro, con tanto di stonature e fissità, dovute anche al fatto che il tenore spinge tantissimo. Troppo. Non ci sono sfuggiti gli innumerevoli tentativi di piano, intenzioni belle e pertinenti ( un classico quella sul “vicino al sol” dell’aria ), ma eseguiti in modo sempre avventuroso, con sonorità tanto strozzate da causare mormorii tra il pubblico. In breve, ha faticato nella scena del tempio, non ha “bucato” nel concertatone del II atto, ed è crollato al III, dove ha stonato frequentemente in maniera vistosa, come pure al IV atto nella scena della tomba. Qualche contestazione al suo indirizzo, poche grazie l’alto numero di turisti.
In questo alternarsi di tenori, ove pure Fraccaro ha trovato la sua serata di contestazioni aperte alla sesta recita, cantata, stando alle cronache, come le altre sere, non ha trovato spazio Stuart Neill. Nella sua recita non è stato una folgore ma pare, stando alle cronache, che a parte un paio di svarioni evidenti, fosse il migliore dei tre. A voi informarvi ulteriormente da amici e conoscenti, ma se così è stato, c’è da domandarsi il perché bacchetta e direzione del teatro non lo abbiano fatto cantare di più.

Amneris ieri sera è stata Luciana d’Intino, della cui bellissima voce resta abbastanza poco sotto il peso di una carriera costellata da serate verdiane, senza essere mai stata voce veramente verdiana. Ha cantato con voce poitrinèe nella zona centro grave, con buona sonorità e tentando di governare, nei limiti del possibile, l’emissione, mentre in quella acuta la voce è indietro, nettamente meno sonora ed ovattata. In più “lo scalino” della voce è netto, tanto che le due voci sono immiscibili, con danno del legato in zona centrale. E’ stata capace di tirare il concertato atto II, ad esempio, ma le è mancata un po’ la benzina nella scena del giudizio, troppo pesante per lei, tanto da soccombere sotto l’orchestra. Bella l’interprete, di esperienza e gusto. Al duetto con Aida ha fraseggiato con eleganza schiacciando la collega, come pure al duetto con Radames, ove ha cercato di dare voce al dolore della donna innamorata e respinta. Per quanto male in arnese, e con alcuni suoni bassi davvero artefatti, è stata più gradita della Smirnova, a cui è nettamente superiore almeno per gusto,esperienza e intelligenza.

Non ho udito il sostituto di Pons, di cui non mi han detto gran chè. Diciamo che ieri sera il baritono spagnolo è riuscito a trovarsi nei tempi del maestro, ma il canto……lasciamolo perdere, oggi come ieri. Ho preferito il Re di Marco Spotti a quello di Carlo Cigni, perchè un filo meno gutturale, ma è questione di poco, mentre Prestia Ramfis è usurato, con la voce che balla vistosamente.

Morale della favola: c’erano molti handicaps in questa produzione, ma di certo una maggiore sintonia ed affiatamento tra buca e palco avrebbe potuto dare alla produzione un altro esito. La Scala non è da routine di teatro tedesco, proprio no. Né l’opera italiana può essere affrontata allo stesso modo di quella tedesca, perché è altra e diversa nei modi e negli scopi. Speriamo che tutti facciano tesoro di questa esperienza per la prossima stagione, maestro Barenboim in primis.

La cosa più bella dello spettacolo, ve lo voglio raccontare, sono stati i miei due vicini di posto ieri sera, Niels, di anni 12, e Dorotea, di anni 6. Sono stati i vicini più attenti e compenti di queste tre serate di Aida, col loggione inzeppato di turisti men che occasionali per un teatro d’opera e che al massimo han saputo commentare “ Ah, questa la conosco!” durante le trombe del trionfo.
Il mio piccolo vicino, allievo di violino, mi ha dolcemente commentato i cantanti uno ad uno, spiegandomi che Licitra non canta più bene, che il baritono non gli piaceva e che le donne erano le migliori del cast e perché, a suo avviso, Barenboim, non sia un direttore adatto a Verdi. Tutte opinioni che condivido! Inutile dire che gli amici che vanno ogni sera, un gruppetto sparuto e minuscolo ormai, li hanno accolti facendoli sedere nei posti centrali che occupano da sempre, perché la loro attenzione perfetta e l’intelligenza dei loro commenti li ha affascinati.
E’ stato un peccato che il piccolo Niels non abbia avuto modo di parlare con il signor ZZ, agente teatrale di professione, presente anche ieri sera in loggione ad illudersi di controllare, perché avrebbe saputo dargli spiegazioni ottime, semplici e competenti sul perché i cantanti, compresi i suoi, non fossero gran chè! ZZ ne avrebbe tratto vero giovamento professionale.

Gli ascolti

Verdi - Aida


Atto I

Se quel guerrier io fossi...Celeste Aida - Francesco Merli

Atto II

Fu la sorte dell'armi - Irine Dalis & Leonie Rysanek (1960)

Salvator della patria...Ma tu Re, tu Signore possente - Cornell MacNeil, Aprile Millo, Bruno Sebastian, Grace Bumbry, Paul Plishka & Terry Cook - Nello Santi (1986)

Atto III

Qui Radames verrà...O patria mia - Stella Roman (1941)

Ciel! Mio padre - Gwyneth Jones & Matteo Manuguerra (1976)

Aida!...Tu non m'ami!...Sacerdote, io resto a te - Mario Filippeschi (con Anna Maria Rovere & Robert McFerrin - 1956)

Atto IV

Ohimé...morir mi sento - Mirella Parutto (1963)

La fatal pietra...O terra addio - Antonietta Stella & Giuseppe Di Stefano (1956)


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mercoledì 11 giugno 2008

Meyerbeer e la sua Fidès, la voce protagonista.


Frutto di 6 anni di lavoro intenso Le prophète fu opera per lungo tempo al centro dell'attenzione del mondo musicale. La prima rappresentazione all'Opéra di Parigi nell'aprile del 1849 e quella di poco successiva a Londra (in italiano), con Pauline Viardot come Fidès e nel ruolo di Jean di Leyda Gustave Roger a Parigi e a Londra il celebre Mario, furono enormi successi che guadagnarono a Meyerbeer ammirazione ed onore, in Italia quella di Giuseppe Verdi per esempio, che terrà sempre in grande considerazione questo lavoro, mentre le rappresentazioni in Germania scatenarono reazioni opposte, ossia lo sdegno di Schumann e Wagner, che di lì a poco pubblicò il libello Il giudaismo in musica in cui inveiva contro Meyerbeer.

L'opera rimase stabilmente in repertorio fino ad almeno gli anni 20, meno riproposta forse de Les Huguenots, ma ugualmente adatta ad essere veicolo per riunire una grande compagnia di canto, un grande direttore d'orchestra, insomma per creare un grande allestimento, nella migliore tradizione del Grand-Opéra francese.
Fra le prime parti, la vera protagonista dell'opera possiamo dire sia Fidès, la madre del profeta del titolo, Jean de Leyda. Si tratta di una figura dalle molte sfaccettature, madre benevola, figura patetica nei primi atti, negli ultimi due invece imponente e maestosa. Non è difficile vedere in Fidès i tratti che possono aver ispirato a Verdi l'Azucena del Trovatore, che Verdi appunto voleva come vera protagonista della sua opera, come lo è Fidès nel Prophète. A lei Meyerbeer affida molti momenti pregevoli nella partitura, dal primo duetto con Berthe all'arioso Ah, mon fils, dall'invettiva del finale IV a tutto il V atto composto da una grande scena di bravura per Fidès, un duetto madre-figlio, un terzetto con Berthe e il finale all'unisono con Jean de Leyda. Parte dalle grandi richieste e possibilità, da grandi primedonne, cui è richiesto non solo di reggere la lunghezza dell'opera, ma soprattutto di affrontare una tessitura non agevole (due ottave e mezza, dal la grave toccato con frequenza a si naturali e do) e di dover affrontare l'ampio orchestrale meyerbeeriano. Una parte insomma solo per grandissime cantanti, come era appunto Pauline Viardot, la prima interprete, e come altre grandi detentrici del ruolo quali Adelaide Borghi-Mamo, Marie Delna, Marianne Brandt, Ernestine Schumann-Heink, Louise Homer, Margarethe Matzenauer, Marilyn Horne e che sarebbe stata perfetta anche per altri grandissime cantanti come Ebe Stignani, Fiorenza Cossotto, Grace Bumbry.

La grande scena di Fidès, O prêtres de Baal, che segue il classico schema recitativo - aria - cabaletta, scritta e pensata per le doti virtuosistiche di Pauline Viardot, richiede alla primadonna tutte le sue doti interpretative e canore, spaziando con facilità dal grave estremo all'acuto e viceversa, con ovvie richieste di dinamica, una notevole quantità di agilità, volatine ecc, ossia l'arsenale della grande scena virtuosistica della Primadonna. Vale la pena notare che, forse conscio di avere a sua disposizione una primadonna non comune, Meyerbeer stesso inserisce numerose varianti all'interno della scena, che lui stesso marca come facilitations pour les personnes pour lesquelles les vocalises ci-après seraient trop difficiles.

La prima testimonianza discografica della scena in questione è lasciata da Louise Homer, che fu interprete del ruolo anche al Metropolitan di New York accanto a Caruso e alla Muzio, e che era solita inserire spesso nei propri concerti la grande scena di Fidès. Nonostante qualche acuto fisso abbiamo una prova pregevolissima, in cui si apprezza soprattutto il registro grave ben timbrato e si nota una notevole facilità in zona acuta, come testimonia l'esecuzione della cabaletta. Un limite della Homer probabilmente è il confronto con le illustri colleghe come Ernestine Schumann-Heink della quale non aveva il gusto e la rifinitezza tecnica e di stile, nella Homer un po' troppo tendente al romantico.

Grandissima Fidès invece è stata soprattutto Ernestine Schumann-Heink, come testimonia l'ascolto, in cui la voce risulta bella, morbida, i gravi perfettamente timbrati e saldati al resto della voce senza soluzione di continuità, la Schumann-Heink è esimia vocalista e lo dimastronano i suoi trilli perfetti e il legato d'alta scuola, vale la pena notare anche l'espressione dolce e nobile e la grandissima attenzione ai segni d'espressione, puntualmente rispettati, come nel recitativo in cui il tono irato ed inciviso lascia subito il posto a piani di dolcezza veramente materna che si ritrovano intatti nell'aria, dove ogni singolo accento o indicazione dinamica di Meyerbeer sono rispettati alla perfezione. Gli unici difetti che potremmo trovare sono la fissità in qualche passo del registro acuto e il mezzo di incisione difficoltoso, ma dall'ascolto è facile riconoscere in Ernestine Schumann-Heink un sicuro modello per Marilyn Horne.

Di un decennio successive l' incisione ad opera di Jacqueline Royer, voce che si percepisce ampia, dalla zona medio-bassa sicura, ancorchè un po' generica, che esegue tra l'altro solo la sezione centrale, O toi qui m'abandonne.

Interessantissimo è l'ascolto di Sabine Kalter, esimia wagneriana e celebre Brangaene accanto a Kirsten Flagstad, qui alle prese con Meyerbeer e il Belcanto. La voce non bellissima ma decisamente solida, si piega senza difficoltà a sfumature e al virtuosismo della cabaletta, nonostante qualche semplificazione, mostrando acuti sicurissimi e lucenti e registri molto omogenei. Decisamente una wagneriana poco declamante e molto adusa alle regole del Bel Canto.


Del 1929 è poi la testimonianza di Sigrid Onégin, insieme alla Schumann-Heink e alla Horne, la più grande Fidès preservata dal disco (col vantaggio, rispetto alla Horne, di una voce di grande qualità timbrica e singolare ampiezza), ed una eccezionale cantante nella storia dell'Opera. In lei possiamo ravvisare una sorta di Ebe Stignani ante litteram tanta è la maestria della tecnica di canto unita a mezzi eccezionali. Nella Onegin la voce è sempre morbida e timbrata, il suono omogeneo e facile in tutti i registri, sia negli estremi acuti che nelle discese al grave, tutta la tessitura è dominata con facilità irrisoria. Ne abbiamo prova nell'aria dove le discese al la grave delle prime frasi sono omogenee al resto della voce, stesso dicasi per la facilità con cui la Onegin sale ai do nella cabaletta, privi di alcuna fissità ravvisabile in altre colleghe del periodo, anzi lucenti e morbidi, come tutta la zona acuta. Una prova storica che ci mostra una grandissima belcantista.

Nella seconda metà del 900, persa l'occasione di sentire la Fidès di Ebe Stignani, è Marilyn Horne a riportare in auge il titolo meyerbeeriano, cui ha sempre dedicato grande attenzione, avendo inciso le arie negli anni 60 per la Decca, presentato l'opera intera alla RAI nel 1970, avendola incisa per la CBs nel 1976 e avendola riportata al Metropolitan dopo quasi 50 anni con una nuova produzione nel 1977 e nel 1979. Alle prese col ruolo di Fidès, che richiede una voce che la Natura non le aveva fornito, soprattutto per ampiezza, la Horne agisce con la consueta maestria ed intelligenza, riuscendo ad "inventarsi" ogni suono per costruire una Fidès che senza esitazione si può definire storica. Allo stesso modo che nelle cantanti antiche anche nella Horne l'emissione è sempre morbida, i suoni costantemente omogenei, sfrutta poi il proprio timbro chiaro a fini espressivi lasciandosi a momenti di grande dolcezza nell'aria, preceduta da un recitativo scandito e maestoso come richiesto (Frappe, frappe, toi qui punis tous les enfants ingrats). Nella cabaletta il virtuosismo è come al solito impeccabile, eccetto qualche acuto stridulo, come i due do delle volatine, perfetto però nell'alternanza fra registro acuto e grave. Una prova monumentale alla cui riuscita partecipa anche Henry Lewis, egregio direttore e grandissimo accompagnatore, che fa cantare l'orchestra insieme alla Horne, senza esserle mai di difficoltà.

Dopo Marilyn Horne a cimentarsi con Fidès sono altre due primedonne, nel 1998 alla Wiener Staatsoper, dove viene eseguita una edizione critica dello spartito con l'aggiunta di alcuni passi originali che nulla aggiungono di sostanziale, perlomeno alla grande scena di Fidès, che rispondono al nome di Agnes Baltsa e Violeta Urmana, la prima diva DG ormai sul proprio Sunset Boulevard e la seconda promettente stella della lirica (all'epoca) ancora in vesti mezzosopranili prima di tentare il volo come soprano.
Agnes Baltsa fin dal recitativo ci catapulta nel più bieco verismo, la madre ora maestosa ora dolce lascia il passo ad una orrenda megera che sbraca i suoni in basso alla ricerca di una consistenza di suono che sostanzialmente non c'è mai stata. Nell'Andantino la voce si spezza, impossibilitata a mantenersi omogenea, l'emissione è quasi sempre di petto, l'accento forzato, i suoni in zona medio alta quasi sempre aciduli, più che cantabile l'aria diventa decisamente un passo declamato in cui ogni nota ha una voce diversa e che viene conclusa da una cadenza sbracata in basso e gridata in alto. Tagli copiosi intervengono nella cabaletta a salvare la cantante e gli ascoltatori estirpando la maggior parte delle agilità e dei vocalizzi, comprese le volatine al do, lasciando quelle che rimangono ad un'esecuzione imprecisa accompagnata dalle consuete grida aquiline.
Secondo cast di questa Fidès dicevamo era la giovane Violeta Urmana, ancora nella fase mezzo-sopranile della carriera in cui la voce era sostanzialmente fresca (non depauperata come nelle recenti esibizioni) senza comunque essere di materiale pregiato o capace di chissà quale ampiezza. Alle prese con la grande scena di Fidès alcuni difetti che poi sono andati degenerando invece che essere risolti, si sentono già tutti, come i gravi poco timbrati accompagnano una zona medio acuta fibrosa, mentre si rileva che gli acuti risultano più facili anche se a volte gridacchiati. Un peccato che i problemi tecnici non siano mai stati risolti a danno non solo della cantante ma anche del pubblico.

Appare chiaro infine che una scrittura simile non permette che si bari con essa, lasciando solo alle grandi cantanti la possibilità di servirsene come mezzo per far sfoggio della propria maestria tecnica e artistica.

Gli ascolti

Meyerbeer - Le prophète

Acte V


Scène, Cavatine et Air de Fidès

O prêtres de Baal...O toi qui m'abandonne...Comme un éclair

1903 - Louise Homer
1907 - Ernestine Schumann-Heink
1915 - Jacqueline Royer
1921 - Sabine Kalter
1929 - Sigrid Onegin
1970 - Marilyn Horne
1998 - Agnes Baltsa
1998 - Violeta Urmana

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mercoledì 9 aprile 2008

...alla fine dal Macbeth anzichè il fantasma fugge...il diritto di informazione!

Il diritto di informazione, bella espressione che stigmatizza il senso della professione giornalistica, pare sempre più spesso espulso dalla cronaca musical operistica.

Ce ne ha dato prova La Repubblica in questi giorni, prima con l'articoletto di colore Fischi all'opera. Scala, in scena c'è Verdi e il pubblico fa buu, tutto teso a stigmatizzare lo scandalo dei fischi alla prima del Macbeth, di cui taceva bene, però, il basso profilo musicale della performance.
La stessa testata ha poi bissato in quel di ieri, con una recensione da parte di una penna prestigiosissima, che in data 7 aprile, riferisce della bella, guarda caso!, prestazione del duo Nucci - Urmana.
Duo che, però, sino a quella data non si era ancora esibito in teatro, essendo che Nucci non è affatto rientrato per la seconda delle recite previste dopo il forfait dato alla fine del primo atto la sera della prima ( ha cantato ancora Ivan Inverardi ). A quale immaginaria recita si riferiva mai il nostro recensore????
A questo punto non abbiamo dubbi sulla veridicità dei giudizi stringatamente positivi espressi sui protagonisti con cui l'insigne critico conclude la sua ampia disanima del vecchio, e già ampiamente disaminato, allestimento di Vick.
Si stigmatizzino pure le contestazioni, più che legittime, ad uno spettacolo di basso livello, e lo si faccia con l'autorità di chi recensisce spettacoli mai andati in scena (a meno che non ci vengano a dire che si sta parlando della prova generale....sic!) !!!!
Più che un esempio di diritto di informazione, potremmo dire, come già altre volte in passato, un evidente caso di...... doverosa disinformazione, anzi, di "disinformatia."

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Da La Repubblica, 7 aprile 2008
Bella edizione dell´opera verdiana allestita da Graham Vick alla Scala con la direzione di Kazushi Ono . La potenza di Macbeth sta nell´odio

L´occasione di vedere a pochi giorni di distanza Attila e Macbeth, le due opere verdiane che prendono commiato dagli "anni di galera" e inaugurano un nuovo proficuo cammino (siamo rispettivamente agli anni 1846 e 1847) si rivela preziosa. Per capire le novità del linguaggio verdiano in un periodo di intensa ricerca espressiva. Anche se le novità sono tutte a vantaggio di Macbeth, folgorante opera psicologica oltre che partitura di musica bellissima, ricca di soluzioni timbriche inedite e di proposte armoniche abbastanza audaci. E con non trascurabile superamento di alcune tradizioni. Il più importante, rilevato fin dalla prima esecuzione fiorentina è l´assenza di un ruolo tenorile primario (Macduff ha solo un´aria nel quarto atto e partecipa solo al finale ma senza proprio peso). Si disse allora che era un´"opera senza amore", ed è vero; ma in compenso è un´opera con molto odio, e anche questo, se non è proprio una novità operistica, quando venga elevato a potenza fino a diventare la chiave dell´opera, lo diventa.
E bisogna dire che a distanza di alcuni anni lo spettacolo presentato da Graham Vick non solo resiste ancora ma sembra più bello e organico. La prima volta stupì quell´enorme cubo rotante infilato sul pavimento sulle ventitré, ora è materiale archiviato e perfettamente assimilato. Quel cubo, che è reggia ma anche prigione di sentimenti, ove divampano le ambizioni e gli odi più profondi, con i suoi spostamenti, i suoi mutevoli colori è una grande invenzione scenica (Maria Björnson). Anche i costumi della stessa Björnson, monocromatici per la coppia fatale, sono ancora bellissimi. La regia di Vick, se eccettuiamo le danze poco intriganti, soprattutto quando alcune streghe calano dell´alto, sospese per aria e ridotte a movenze da acquario (ma dipendono da Ron Howell), è tra quelle memorabili degli ultimi anni. Pensiamo allo staglio dei protagonisti ma anche al fondamentale equilibrio tra la recitazione dei singoli e i movimenti delle masse.
Un grande aiuto alla riuscita dello spettacolo viene poi dalle magnifiche luci di Matthew Richardson. Anche la buca funziona, con un Kazushi Ono barricadero e un po´ poco propenso alla flessibilità del linguaggio ma affidabile. Quando poi in palcoscenico c´è una Violeta Urmana spettacolare, finissima nel canto e nelle intenzioni, il gioco è in gran parte fatto. Leo Nucci è per l´ennesima volta il Macbeth che conosciamo, forse un po´ più dolente del solito ma in solido possesso del ruolo. Ildar Abrazakov à un Banquo un po´ leggero ma musicalissimo. Walter Fraccaro è un Macduff professionale. Orchestra e Coro all´altezza del compito, e anzi quest´ultimo autore di una stupenda esecuzione di "Patria oppressa", coro che non a caso viene dopo quelli celebri di Nabucco e dei Lombardi ma che non ha nulla da invidiare ai primogeniti.

Michelangelo Zurletti

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mercoledì 2 aprile 2008

Ma il vero pesce lo ha fatto Nucci, Macbeth alla Scala !

Quale fosse l’aspettativa riposta dal pubblico in questa ripresa del Macbeth, non è dato saperlo con esattezza. Poca direi, stando alle chiacchiere che solitamente preludono la serata, un po’ perché il fantacubico allestimento di Vick si è consumato ormai da tempo, con le sue idee e le sue manchevolezze, un po’ perchè gli interpreti sulla carta parevano o inflazionati o ….di poca attrattiva. Già, perché chi avesse visto la signora Urmana l’anno passato in Aida ben poteva prefigurarsi a quale sorta di Lady avrebbe assistito.
In effetti il solo brivido della sera è venuto dalla sparizione di Nucci alla fine del primo atto, sparizione forse dovuta “ad improvvisa indisposizione” o forse ad esperta e lucida percezione che le cose marcavano assai male, ma male davvero.

Ma andiamo per ordine.
Quando gli interpreti, come diremo, presentano mende vocali rilevanti e stentano a reggere il palcoscenico anche dal punto di vista della presenza, starebbe all’orchestra supplire, soccorrere, commentare, incarnare dal punto di vista drammaturgico quanto avrebbe da essere cantato. Ne abbiamo avuto un grandissimo esempio quest’anno al Tristano. Kazushi Ono ha diretto un ‘orchestra bella, nitida e pulita, di suono oserei dire perfetto, ma ahimè….insignificante. Macbeth è un dramma fosco, talora addirittura tetro e grottesco, dove le passioni torbide e violente si alternano e s’intrecciano, con nuda forza drammaturgica. Cercare armonie e bellezze astratte serve assai a poco, anzi talora irrita: nessuna forza al duetto “Fatal mia donna un murmure”, ove l’orchestra è stata pressoché assente; un dolce accompagnamento nel feroce e grottesco brindisi; una incredibile soavità sotto al coro dei sicari che segue “La luce langue”; un accompagnamento insignificante all’aria di Banco; un’introduzione al sonnambulismo da idillio campestre….e così via. Tutto bello, ripeto, perfetto, ma …inutile, ed avulso da Verdi. E questo con coro ( bellissimo “Patria oppressa” ) ed orchestra davvero bravissimi, come al solito. I migliori.
Nucci ha cantato il I atto: la voce era dura, legnosa, priva di legato, ed i portamenti nelle salite all’acuto decisamente stonati....tanti fiati abusivi nelle frasi ampie…..Insomma, in compagnia di una Lady veramente male in arnese, la serata si presentava in salita, ma in salita dura. La primavera, come anticipato chiaramente dallo Schicchi, è sembrata alle spalle, improvvisamente lontana. Così l’indisposizione ha colto opportunamente il simpatico volpone….lo stimiamo anche per la sua intelligenza, oltre che per la simpatia, no? Ecco servito il pesce d’aprile alla sua Lady: un saluto sulla porta del camerino di Violeta, col cappotto indosso. Grande Leo!!!! Bravo, bis!
E’ comparso, dopo l’annuncio dello speaker Lissner, sebbene non alla velocità con cui si avvicendarono Alagna e Palombi l’anno passato, Ivan Inverardi, in costume perfetto da Macbeth. Altra presenza scenica rispetto a Nucci: un omone dalla voce non bella, non poca ma….niente di chè. Baritono un po’ becero, più che altro in zona centro bassa, ove suona piuttosto muggente e nasale, discreto in alto. Ha cantato in maniera decorosa il “Pietà rispetto onore”, salvo abbandonarsi alle tradizionali cadute di gusto nelle frasi con il coro che seguono, mentre la scena della festa, priva del sostegno della bacchetta, è scorsa via senza nulla di demoniaco o satanico alle apparizioni, in modo piatto ed incolore ( complice la Lady strillacchiante e falsettante ) il “Sangue a me”. Il “Fuggi regal fantasma” un po’ troppo nasale…davvero.
Quanto alla nostra Lady, come avrete capito, non si è coperta di gloria, anzi, dopo un’unica uscita collettiva, ( durante la quale il teatro si è letteralmente svuotato ) è stata accolta dai fischi e dai buu dei pochi volonterosi rimasti.
La prestazione è al di sotto della decenza, soprattutto per i teatri che questa cantante normalmente frequenta. Ha unito ad una prova nulla sul piano scenico ( fatto gravissimo per un personaggio strabordante come la Lady ) una prestazione vocale che non so come commentare.
La voce è piccola, poco sonora, con acuti che sono stati gridati all’entrata ( una cabaletta sinceramente imbarazzante ) oppure flautati, miagolati e stonati. Al duetto atto I con Macbeth, “Fatal mia donna un murmure”, le frasi “quell’animo delira….” eseguite in modo grottesco; taciamo del brindisi, una vera catastrofe l’esecuzione delle acciaccature, dei trilli, degli staccati, eseguiti con vocina pigolante e stonacchiata; al concertato atto I i do e do bem degli urli ( salvo uno ..se ben rammento ).
Di nuovo stonacchiata all’atto III, al duetto col baritono “Ora di morte e di vendetta”, con la voce stanca e provata. Al IV atto, al contrario, ha sorpreso per la sonorità dello strumento, assente sino a quel momento, ma ha anche sorpreso sentire una cantante che nasce ufficialmente mezzosoprano scendere malamente di petto, a disagio nella tessitura bassa. Alla fine dell’aria, col salire della scrittura sulle frasi “….andiam Macbetto”, sono riapparsi di nuovo la vocina e i cali di intonazione, sino al terribile urletto steccato fuori scena del re bem…..che a quel punto sarebbe stato meglio omettere. Una Lady oberata dai problemi tecnici non può, chiaramente, avere accento e fraseggio, nemmeno nei limiti consolidati e convenzionali della cattiva verdiana per eccellenza: già arrivare in fondo è stata una impresa!
Il Macduff di Fraccaro è stato anche parzialmente contestato dopo l’aria, per via di una voce tutta intrappolata tra naso e testa, come accade ai tenori lirici leggeri che giocano al tenore spinto.
La sola nota positiva, Ildar Abdrazakov, Banco dalla bella voce anche se non grande, composto e signorile, bello anche da vedere. Ma solo con Banco, ahimè, il Macbeth non si dà.
E infatti la pienezza del successo la si è misurata alle uscite: una collettiva sul fuggi fuggi generale, ed una singola, con il tonfo della Lady.

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