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lunedì 31 maggio 2010

Il soprano prima della Callas, tredicesima puntata: Maria Müller

Fra il 1930 ed il 1943 Maria Müller fu il soprano lirico di punta delle edizioni del Festival, interpretando Eva, Elsa, Elisabeth sino a Senta e Sieglinde. Quando, però, divenne il soprano lirico ufficiale del Festival Frau Müller era già un soprano famosissimo e non solo nei teatri di area mitteleuropea.

Era, in realtà, boema, era nata nel 1898 (ho il sospetto che, come molte signore, si autopraticasse qualche sconto sull'anagrafica), aveva debuttato a Linz con la Elsa del Lohengrin nel 1919 dopo avere studiato con Erik Schmedes e Anna Bahr-Mildenburg, che faccio, attese le documentazioni fonografiche, molta fatica ad immaginare maestri capaci di dare un solido impianto tecnico ad una principiante, perché di un inossidabile sostegno tecnico tutte le registrazioni della Müller offrono indiscutibile prova. Fra il 1920 ed il 1921 aveva cantato a Brno per passare, sino al 1923, a Praga al Deutsches Theater, ove venne contattata dalla dirigenza del Met. Il debutto nel massimo teatro americano avvenne solo nel 1925, dopo che, nel biennio 1923-'25, la Müller aveva cantato a Monaco.
Al Met la Müller rimase per un decennio ed a quel periodo è ascrivibile il suo repertorio più esteso. Cantava, infatti, Verdi (Aida e nel 1932 fu protagonista della prima edizione locale del Simone), Mimì e Butterfly, Mozart (è pervenuta pur dal suono problematico una ampia selezione del don Giovanni del 1934), Agathe del Franco cacciatore, i ruoli protagonistici della Sposa venduta e della Fiera di Sorocinsky. Affrontò, inoltre, alcune prime locali come il Giovanni Gallurese di Montemezzi con Lauri Volpi e il Fra' Gherardo di Pizzetti.
Parsimonioso e non solo al Met, a differenza di tutti gli altri soprani della sua generazione, il rapporto con Strauss limitato ad Oktavian al Met, a qualche recita di Ariadne oltre che alla prima berlinese dell'Elena Egiziaca nel 1928.
Nello stesso periodo fu una presenza costante nei maggiori teatri di lingua tedesca come Berlino (sotto la guida di Bruno Walter), Monaco, Dresda e Vienna, e si presentò alla Scala, al Covent Garden, a La Monnaie di Bruxelles ed all'Opéra di Parigi.
Insomma una grande carriera internazionale come quella delle primedonne dell'epoca attuale, che dal 1933 in poi si concentrò nei teatri tedeschi, su Wagner e sopratutto sulla Collina. L'affezione ai luoghi wagneriani fu tale che a Bayreuth la Müller vivesse negli anni del secondo conflitto mondiale e dalla collina "ascendesse il Wahlalla" nel 1958.
Dei tre grandi soprani lirico-spinto di area tedesca, che ebbero identico repertorio, ossia Elisabeth Rethberg (1894), Tiana Lemnitz (1897) e la Müller, appunto, quest'ultima vantò, sopratutto nella prima fase della carriera, la voce più calda e mediterranea, non aveva la dolcezza e l'astratta purezza della Lemnitz o il timbro peculiare,a nche se piuttosto nordico della Rethberg. E' interessante rilevare come tutte e tre (e non solo loro, agggiungo) cantassero ed interpretassero allo stesso modo, ossia con un assoluto controllo della voce, con una dinamica varia e sfumata e una castigatezza di accento, che nei paesi latini faceva storcere il naso e appioppare la taccia di cantanti fredde. Sono, invece, tutte e tre cantanti attuali e modernissime nel gusto.
Con riferimento alle qualità timbriche della Müller ho ritenuto doveroso far riferimento alla prima fase della carriera. Ascoltate in sequenza le registrazioni del 1930 quale Elisabeth e del 1943 quale Elsa l'ascoltatore potrà percepire che la zona acuta della voce indurita ed appesantita, particolarmente nelle frasi più scabrose e spinte del duetto con Franz Volker, anche lui splendido, ma non più all'apice della forma. Era, credo, il risultato di venti e più anni di carriera dedicate ad un autore e ad una vocalità, che non erano quelle iniziali della Müller. Chi volesse rendersi conto della qualità timbrica, dell'eleganza e misura dell'interprete deve sentire la Mimì -splendida- del 1927. Certo nel sogno di Elsa, complice la scrittura centrale e l'esigenza di una linea di canto elegante e raccolta la cantante continua ad essere sfumata ed elegante e, forse, meno solenne della Flagstad o della Rethberg delle quali, però, non aveva l'eccezionale qualità vocale.

La preghiera di Elisabeth, tratta dall'integrale del 1930, mostra esemplari il legato e la purezza del suono, paradigmatici per la fanciulla, strumento di redenzione e oggi impensabili perchè introvabili.
In occasione del recente Tannhauser scaligero abbiamo rilevato come la preghiera del terzo atto, passo assolutamente centrale, che non supera un sol bem, possa essere assunta quale distinguo fra la grande cantante e la dilettante. Quest'ultima, attesa la tessitura, può anche cantare la pagina, priva, però, di legato, senza dinamica, perchè non controlla la distribuzione del fiato nelle lunghe frasi e, quindi, trasforma la pagina in una insopportabile lamentela. Per contro la voce di Maria Müller è sempre "a fuoco" sul fiato e proprio per la corretta ubicazione nella maschera non ci rendiamo conto del continuo impercettible cambio di intensità e sonorità. Poi come non possiamo non esaltarci per lo splendore e lo slancio della zona acuta della sortita di Elisabeth (fra l'altro gli acuti della Müller sono sempre vibranti e mai fissi alla tedesca), alternato al ripiegamento ed alla sicurezza del legato della sezione centrale.
La stessa sensazione si verifica puntuale all'ascolto dell'aria di Agathe del Franco cacciatore che presenta, ad eguali caratteristiche psicologiche del personaggio, egual scrittura vocale. Anche qui si può fare il confronto con l'esecuzione live viennese della Rethberg. Uguale tecnica, uguale gusto e scelte interpretative, ma la Agathe della Müller è più spontanea e semplice, quella di Elisabeth più nobile ed aulica.
Maria Müller , come le coetanee, è un eloquente esempio dei mala tempora currentes, ormai da cinquant'anni, nel canto mozartiano. Nonostante la presa di suono fortunosa è una donna Elvira in primo luogo dalla voce ampia e corposa (oggi canterebbe donna Anna o, peggio ancora i baroccari la giudicherebbero fuori stile), che interpreta con slancio il furore del personaggio e dalla linea di canto precisa ed accurata anche nell'esecuzione dei passi di agilità a smentire, la vulgata che in quegli anni i soprani non sapessero eseguire i passi di agilità. Invito ad un polemico confronto fra questa dama de Burgos e quella celebrata di Elisabeth Legge Schwarzkopf. Registrazioni alla mano, le sole e solite Steber ed Jurinac, fra i soprani spinti, hanno fatto meglio di Maria Müller!


Gli ascolti

Maria Müller


Mozart - Don Giovanni

Atto I

Ah, chi mi dice mai (con Ezio Pinza & Virgilio Lazzari - 1934)

Atto II

Ah taci, ingiusto core (con Ezio Pinza & Virgilio Lazzari - 1934)

Weber - Der Freischütz

Atto II

Wie nahte mir der Schlummer... Leise, leise, fromme Weise (1943)

Wagner - Tannhäuser

Atto II

Dich, teure Halle (1930)

Atto III

Allmächt'ge Jungfrau, hör mein Flehen! (1930)

Wagner - Lohengrin

Atto I

Einsam in trüben Tagen (con Ludwig Hofmann & Jaro Prohaska - 1943)

Atto III

Das süsse Lied verhallt (con Franz Völker - 1943)

Puccini - La Bohème

Atto I

Sì. Mi chiamano Mimì (1927)

O soave fanciulla (con Tino Pattiera - 1927)

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venerdì 31 ottobre 2008

Simone Boccanegra, "empio corsaro incoronato".

Simone Boccanegra è, nella produzione di Verdi uno strano lavoro.
Nato, ultima fra le opere del Verdi “a cabaletta” nel 1857 subì, dopo Aida e Don Carlos, ampia revisione, che l’ha fatta ritenere presagio, piuttosto consistente, di Otello.
Ossia del dramma musicale .
Possiamo esagerare dicendo che passiamo dal Verdi “a cabaletta” al dramma musicale, attraverso una sovrabbondante dose di grand-opéra?.
Credo di no per la storia compositiva dell’opera, e soprattutto per quello che Verdi pratica fra la prima e la seconda del Boccanegra. Seconda versione nella quale l’opera viene abitualmente rappresentata..
E senza essere opera popolare nel senso di una Traviata o di un Trovatore è stata sempre rappresentata nei teatri, conoscendo spesso esecuzioni esemplari come le coeve del Met (1932) Tibbett, Pinza, Martinelli, Müller (Elisabeth Rethberg nelle riprese) e della Scala (1933) Galeffi, De Angelis, Caniglia .
Opera di difficile collocazione, opera di difficile esecuzione. Naturalmente.
Ha attirato, specie negli ultimi cinquat’anni, per la parentela con il dramma musicale grandi direttori d’orchestra. Notissimi i nomi Abbado, Solti, Chailly.
Purtroppo come per tutte le opere, Wagner e Strauss compresi, il grande direttore non basta. E non può bastare per un’opera come questa , anche se il compito di direzione e concertazione è gravoso.
Il colore e clima più forte, che si percepisce nel Boccanegra è quello del grand-opéra. Le atmosfere della Genova del prologo o della Genova dell’inizio del terzo atto, le congiure, che secondo al visione ottocentesca della storia si snodano dal prologo alla fine, tradendo la verità storica per creare il componimento misto di invenzione e storia, la grande scena del palazzo degli Abati, con la lezione di storia contenuta sono tutti ingredienti tipici del grand-opéra.
Ovvero di un tipo di melodramma, assolutamente sconosciuto ed ignoto ai direttori di orchestra ed anche ai cantanti oggi in carriera.
I richiami alle vie di Parigi della strage degli Ugonotti, piuttosto che l’atmosfera delle congiure occulte nel palazzo saint Bris o del ritrovo della religione bandita nella bottega dell’orefice ebreo, le apparizioni, quasi infernali, degli anabattisti sono speculari alle immagini di questo Verdi.
Il compito essenziale del direttore del grand-opéra d’orchestra è quello di creare l’atmosfera nella quale i personaggi agiscono.
In genere è già problematico gestire cori in scena ed interni, campane, banda, orchestre interne sono di difficile gestione che sono la grammatica di base, poi arrivano sintassi ossia l’essenziale problema di creare il colore e l’atmosfera, preparare la serie di colpi di scena che in Simone sovrabbondano.
Senza sostegno contorno non avremo mai il sapore della storia che di Simone è la più autentica caratteristica.
In questo senso la direzione di Mitropoulos al Met 1960 è esemplare. Esemplare perché rende l’atmosfera delle congiure della lotta per il potere, ed anche, altra e concorrente componente, del grand-opéra, la vicenda d’amore che, poi, nel Boccanegra è anche quella dell'amore paterno, sofferto osteggiato e tormentato del doge.
La resa di Mitropoulos è superiore a quella di altri direttori perché si rende perfettamente conto delle forze in alcuni casi esauste (una cinquantacinquenne Milanov) limitate per tecnica (Guerrera e Tozzi) ovvero eccezionali (Bergonzi).
Allora in primo luogo il grande affresco storico con ben evidenziati i presagi del dopo ossia Otello, l’accompagnamento sinistro ad ogni apparizione di Fiesco sia nel prologo, che nel primo atto con Gabriele Adorno che nel finale con Simone, le esplosioni ad ogni colpo di scena (Simone che scopre Maria cadavere), la concitazione del finale primo, la misura, direi essenzialità nei rallentando e nella dinamica sfumata allorchè è in scena la Milanov (o quel che ne resta) e un’aria di Gabriele che, complice un tenore che può fare tutto o quasi a tutte le dinamiche ed a tutte le altezze è dimostrazione di che risultato possa sortire la collaborazione fra un grande direttore ed un cantante nel pieno possesso di mezzi tecnici e vocali.
Va detto che non ci sono le raffinetezze e la potenza vocale ed espressiva che, al tempo stesso, si intuiscono dagli acetati del Met 1935 ed anche 1939 ad opera di Tibbet e Pinza e per molti versi anche da Elisabeth Rethberg , neppure le esibizioni vocali assolute in Fiesco di De Angelis e di Alexander Kipnis. Non c’è neppure la difficile coesione fra palcoscenico e buca che connota tutte le edizioni di Simone successive. Ed osannate aggiungo, anzi storiche.
Spiace dirlo, ma e soprattutto con riferimento alle reiterate esecuzioni scaligere che il rapporto Mitropoulos cantanti appare esemplare, a differenza di quello di Claudio Abbado. Tozzi e Guerrara non avevano le qualità vocali di Cappuccilli e Ghiaurov, ma erano tecnicamente più ortodossi rispetto alla tradizione, non esibivano i suoni bitumosi e le difficoltà nelle note medio-alte di Cappuccili o i suoni indietro e nello stomaco, che impedivano qualsiasi possibilità di dinamica con cui Ghiaurov ha connotato il nobile genovese. Che di nobile nulla aveva e poteva avere.
Anche se, premesso che mala tempora currunt, almeno aveva la vera voce da basso qualcuno potrebbe obiettare. Però la registrazione 1935 e 1939 del Met ci ricorda per voce di Ezio Pinza che Fiesco può anche essere chiaro come basso con un vago sapore baritonale, ma assolutamente deve essere elegante, stilizzato e nobile, come consono al personaggio da grand-opéra.

Gli ascolti

Prologo

A te l'estremo addio...Il lacerato spirito - Alexander Kipnis, Ezio Pinza, Nicolai Ghiaurov

Atto I

Favella il Doge ad Amelia Grimaldi? - Mirella Freni & Piero Cappuccilli

Messeri, il Re di Tartaria - Tibbett-Rethberg/Panizza, Cappuccilli-Freni/Abbado, Bruson-Dimitrova/Guingal

Atto II

O inferno...Pieotos cielo - Carlo Bergonzi, Richard Tucker

Atto III

M'ardon le tempie - Lawrence Tibbett & Ezio Pinza, Piero Cappuccilli & Nicolai Ghiaurov

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