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sabato 1 maggio 2010

Simone Boccanegra alla Scala e nei cinema. Repetita iuvant!

Non c’è più dubbio ormai: quello tra Barenboim ed i fischi scaligeri è una sintonia completa, piena e totale, una sorta di affinità elettiva, ben superiore a quella del maestro con l’orchestra della Scala. Dategli la direzione di una serata diversa dal Tristano ed il teatro risponderà con una tale pienezza di suono, universale cavata di loggione palchi e platea, perfetta scelta di tempo di buu e fischi da fare invidia ai Berliner Philharmoniker!

Solo il maestro Barenboim è riuscito a collezionare siffatto poderoso filotto di insuccessi, violentemente rimarcati dal pubblico scaligero, anche quello più mite e tollerante, sempre più irritato dalla sue stravolgenti performance sul repertorio. E dire che al suo debutto alla Scala venne accolto quasi come un profeta, un messia finalmente giunto a traghettare il conservatore teatro milanese all’interno della modernità, nell’opera del futuro.
In meno di due anni il rapporto si è apertamente incrinato, la credibilità del genio è precipitata di fronte alla manifesta incapacità di gestire qualunque autore diverso da Wagner.
Dopo la contestazione fortissima avvenuta la sera della prima rappresentazione, seguita dalla terza recita passata in una diretta radio impietosa, durante la quale nemmeno i caritatevoli giornalisti RAI hanno potuto ignorare il tumulto uditosi durante la comparsa del maestro alle singole finali, anche ieri sera, in mondovisione shiftata di mezz’ora, la Scala ha contestato fortemente il suo direttore stabile in pectore, al rientro dall’intervallo e platealmente alla singola finale.
La foglia di fico dei titoli di coda opportunamente passati sull’uscita del maestro al proscenio cade davanti allo spettatore youtubino, che ha prontamente caricato il documento live della disfatta, a provare la rivolta di un teatro intero e non di quattro semplici riottosi, come si vorrebbe far credere al mondo.
Non parliamo qui della prova del cast, della contestazione lieve alla stonatissima Harteros (desaparecida, non si sa bene perché, durante la diretta RAI della terza recita…), di quella tremenda all’inudibile Furlanetto, della prostrazione anche fisica di Domingo, applauditissimo, che ha gestito una serata ove è stato spesso in aperto debito di ossigeno.
Ci limitiamo solo a manifestare a chiare lettere l‘interrogativo, ormai non più tanto latente e sommesso, circa l’opportunità di questa direzione musicale “de facto” per un teatro come la Scala. Direzione musicale che ha anche un’ampia ricaduta in termini numerici di presenze vocali e non solo provenienti dal teatro berlinese di Barenboim, incluse quelle familiari in programma. La sua estraneità all’universo del belcanto come al canto barocco, all’opera italiana come a quella francese, al nostro verismo etc. non può essere compensata né giustificata dalle mere prestazioni wagneriane, ed è stato il Maestro stesso a darcene le prove oggettive. Occorre maggiore eclettismo, maggior senso del canto, maggiore conoscenza della vocalità, ossia capacità di accompagnare i cantanti per la direzione di un teatro d’opera di tradizione, perché le scelte direttoriali nell’opera lirica si compenetrano per forza di cose con le peculiarità dei cantanti di cui si dispone, e non, al contrario, costringendo i cantanti ad adattarsi a ciò cui non possono adeguarsi per loro stessa natura. Ma chi non sa fraseggiare con la buca nella maggior parte della produzione lirica, come può capire il canto, la grande ed italianissima arte del “recitar cantando”? E’ certo che il Maestro difetta in questo laddove ormai come lui difettano anche parecchie altre bacchette di pari blasone, basti ricordare il recente Tannhäuser di Mehta, ove il maestro per rispetto verso il pubblico avrebbe dovuto protestare mezzo cast; la prova disastrosa di Maazel in Traviata etc. Tutti esempi preclari di disinteresse per il canto, di disattenzione per il palcoscenico. Al loro fianco, poi, abbiamo giovani di belle speranze e grandi capacità, come i Dudamel o gli Harding, direttori stabili del futuro, pure loro evidentemente inesperti ed estranei, per interessi ed anagrafe, al canto,come ci hanno mostrato con chiarezza dirigendo Don Giovanni o Bohéme. Ma perché non sono interessati all’opera al pari di noi melomani? Ma perché mai non conoscono nulla della storia del canto e delle sue grandi bacchette? Eppure ieri sera il maestro Panizza avrebbe fatto furore... eh, avessimo avuto Panizza! (... magari lo pensava pure il cast, con gli occhi fissi sul maestro….sempre col fiato al limite o corto!!!!) Il disco comunque è ancora in catalogo e non passa i 20 Euro... si può comprare!
Al di là delle battute, la questione Scala, a nostro avviso, sta tutta qui, ossia nella concezione di fondo che si ha dell’opera, e, quindi, nella tipologia di figure professionali che si scelgono per ispirare i cartelloni ed il modo di andare in scena.
Se quello di iersera è un successo ed il Maestro è stato pizzicato o contestato solo da quattro balordi, giudicatelo un po’ voi!



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sabato 17 aprile 2010

Simon Boccanegra alla Scala: l'amaro Verdi di Barenboim & C.

Nuova produzione del Simon Boccanegra verdiano al Teatro alla Scala, opera quanto mai cara e amata dal pubblico milanese, mai dimenticata nella storica edizione, più volte replicata, firmata dal duo Abbado – Strehler. Indimenticata dal pubblico ma evidentemente ignota a chi ha pensato di poter andare in scena in tutta serenità ieri sera davanti allo stesso pubblico con una produzione che nemmeno in un teatro della provincia tedesca avrebbe potuto passare indenne. Un serata di fatto mai decollata a causa della direzione e concertazione di Daniel Barenboim e dell’allestimento di Federico Tiezzi, in secondo luogo per le mende vocali del cast. Il maestro, duramente contestato al rientro in sala dopo la pausa tra primo e secondo atto, è stato, assieme al regista, il bersaglio della forte contestazione finale, che ha investito, anche se in misura assai minore F. Furlanetto e P. Domingo.

Continua la rivoluzione INculturale che dall’Unter den Linden si allarga sulle tavole del palcoscenico milanese. Una volta la Scala esportava produzioni straordinarie per qualità e successo di pubblica e critica come, appunto, il Simone del ’71-‘72. Oggi importa e cooproduce allestimenti come questo, privi di idee e contenuti musicali e registici quando non di trovate al limite del ridicolo ( si veda il trasporto della mummietta di Maria accompagnata da un ombrellino parasole o la navicella giocattolo della finestra d’acqua davanti a cui Amelia canta la sua cavatina mentre due coppie di ancelle agitano pashmine azzurre, parodia dei mari setosi di Pizzi ) affidandosi ad una bacchetta del tutto estranea a Verdi ed al canto italiano, incapace di rendere i colori, le suggestioni ambientali, l’esatta cifra drammaturgica del testo. L’opera era praticamente irriconoscibile ieri sera, grazie a questa bacchetta insensibile alla bellezza ed alla ricchezza di questa partitura, che consente persino agli “accompagnatori” di mestiere, come il Panizza della storica edizione del Met che vi abbiamo offerto più volte, di trovare momenti di gloria personale. E’stato un disastro in scia con la prestazione dell’Aida, ma stavolta senza gli svarioni e i fuori tempo marchiani ( nel palazzo del Abati a dire il vero qualche cric e crac si è sentito…) a far da alibi ad un’orchestra quasi sempre ferma, mortifera, senza tensione, o al più fracassona ed ordinaria. Abbiamo udito un Simone senza il senso ottocentesco della rievocazione storica, senza atmosfere, da quelli foschi del prologo a quelli della congiura, senza il pathos che segna in partitura la morte di Simone, senza canto amoroso, senza lo struggimento dolente ed austero che accompagnerebbe il canto dei due vegliardi, senza l’epica dei guizzi di Adorno, senza la concitazione e la magniloquenza della grandiosa scena del Consiglio. La noia è venuta dai tempi lenti se non lentissimi, mai ben sostenuti e che i cantanti hanno perlopiù subito, l’Harteros in primis, ma anche dall’inadeguatezza del cast, senescente o modesto. Inadeguatezza perfezionata da scelte insensate come quella di chiedere al soprano, al limite per tonnellaggio nella vocalità spinta di Amelia, di cantare in piano le frasi discendenti del finale,“ No, non morrai, l’amore vinca di morte il gelo”, quando deve scendere dal si bem al sol con note pergiunta scritte accentate e che non hanno senso se eseguite con i pianini di un soprano da Lucia; lo stacco del tempo della stretta del duetto Boccanegra Amelia, tanto lento da sfilacciare il canto e squassare il ritmo del passo; come il tempo larghissimo dell’aria di Fiesco, che deve essere retto da un cantante che non ha più alcuna qualità timbrica e di legato, anche qui con esiti imbarazzanti; per non parlare dell’evidente servile “coperchio” messo all’orchestra in quella che è l’infuocata introduzione al “Plebe, patrizi popolo” di Simone, dove nemmeno durante le intensisissime frasi “ e vo’ gridando pace e vò gridando amor “ su cui si inserisce il coro, abbiamo avuto il bene di udire una buca con cavata, intensità emotiva, canto. Il duetto finale dei due bassi, poi, un capodopera dell’universo verdiano che da solo varrebbe la serata, è passato via senza alcuna sottolineatura drammatica ed emotiva da parte della buca, ed i protagonista avrebbero avuto bisogno di essere aiutati e coadiuvati, perché entrambi inferiori al compiti; ma la tragedia di frasi come “ Gran Dio! Compiuto è alfin di quest’anima il desio” di Boccanegra, o il pianto di Fiesco nello straordinario passo“ Piango, perché mi parla in te del ciel… “ possono essere “cantati “ fino a farci piangere da maestri come Mitroupoulos, non certo dai Barenboim, che ieri sera pareva non conoscere nemmeno la trama dell’opera. Noi siamo solo poveri melomani ignoranti, e non musicisti, ma ieri abbiamo avuto la sensazione che mancasse proprio la conoscenza e la comprensione della partitura.
Di Tiezzi vi ho in parte già detto. Scenografie al più grigie, prismi variamente accatastati, qualche architettura minima e bruttina nel palazzo degli Abati, tendaggi minimi per Amelia, e costumi abbastanza tradizionali. Nessuna regia. La semplice e grandiosa prospettiva della marina di Strehler, con la nave in fondo e le luci studiate, se confrontata con la peschiera presso cui Tiezzi colloca Amelia, la barchetta giocattolo, il fondale vuoto e senza atmosfera, le agitatrici di pashmine, rendono bene il cambio dei tempi e lo stato dell’”arte” presente. Come già all’epoca del Don Carlo, ci si domanda se abbia senso o meno continuare a produrre allestimenti senza idee come questo o se non valga la pena, in riconosciuta carestia di denaro oltre che senso del teatro e fantasia, riproporre lo storico allestimento di Strehler, certamente superiore a questo anche se vecchio di trent’anni.

Ma veniamo al canto.

Simone era l’attesissimo Plácido Domingo in veste di baritono, anzi,diciamo meglio, in nuova corda di baritono. Dato che non si tratta di cimento occasionale, ma di un piano di produzioni, Berlino, New York, Milano, Londra etc ed avendo già annunciato anche il debutto in Rigoletto, dobbiamo per forza di cose considerare Domingo un baritono e come tale recensirlo.
Ha cantato, ad onta dell’età, con una sonorità variabile, ora buona ora insufficiente, come al già citato “Plebe patrizi popolo”, mancando in primo luogo del colore del baritono ( la sua voce era assai simile a quella del tenore…) oltre che dell’ampiezza e del volume necessari al grande canto nobile ed aulico nella zona del baritono. Il centro è vuoto, spesso aperto e privo di legato, con ovvie conseguenze sui cantabili oltrechè nei recitativi ( penso a certe frasi del prologo, davvero troppo aperte sgangherate o a quelle che aprono la scena degli Abati.. ). Ha cantato con solidità ma pochisimi colori, mai un vero fraseggio ed una vera dinamica nella voce, sempre sul mezzoforte. Il che ha reso un Simone monotono, noioso, poco sfaccettato, incapace di spiccare scenicamente e vocalmente per ergersi a protagonista della sera, oltre che a leader del cast.. Però è un cantante celeberrimo, amato, ed il pubblico lo copre di affetto, pur riconoscendone l’inadeguatezza al ruolo. La sua lezione, mentre è in arrivo in questo teatro la finale del suo Operalia, è sempre più quella del tutto per tutti, tutti per tutto, basta che faccia audience……..perchè ormai così va il mondo.
Però una sonora pizzicata non gli è stata sottratta, forse perché quando si eccede così tanto …..…

Fiesco era F. Furlanetto. Il peggiore in campo secondo opinione di tutti. Il personaggio dovrebbe essere austero, aulico, ieratico, dolente, ma è risultato becero, a tratti farneticante, come al recitativo di ingresso. Voce dura, tubata, ormai impossibilitata a legare, fraseggiare e smorzare, sgradevolissima. Il più riprovato del cast vocale.

Gabriele Adorno era F. Sartori. Voce già inadatta già a Jacopo Foscari, era del tutto fuori luogo anche qui. La parte richiede accento epico, eroico, capacità di squillare ma anche canto morbido e legato, fraseggio scolpito e nobile. Sartori è al più quadrato musicalmente, ma del tutto incolore ed insapore, limitato anche nella presenza scenica. La voce è poco sonora, quando canta sul passaggio, spessissimo in questa parte, o in alto, il suono si chiude e và indietro. E’sicuro, ma non può svettare. Per giunta non c’è fraseggio, mai un accento, mai una parola con una intenzione che spicchi, mai una frase, nemmeno un’incisiva dizione…del tutto anodino, insomma. E’ sopravvissuto sino all’aria, ma poi al terzetto con Simone ed Amelia gli è mancata la benzina per dare la giusta ampiezza al canto che il momento richiede. Incolore in scena, incolore anche nelle uscite, è scivolato via così…..senza infamia e senza lode.

Amelia era Anja Harteros, la migliore del cast e la più gradita ai loggionisti. Migliore nel senso che ha fondato la sua prova, che mi ha lasciata assai perplessa, su una certa sonorità, che di natura possiede, ed alcune belle intenzioni musicali, soprattutto al primo atto, ma sulla cui resa vocale ci sarebbe da discutere. Premesso che in seconda parte di serata è parsa decisamente meno tonica, con fissità della zona acuta molto insistenti, ha cantato senza alcuna magia l’entrata ( tra l’altro introdotta ed accompagnata orrendamente da Baremboim…), con bella linea di canto ed intenzioni nei due duetti con Gabriele e Simone, per arrabattasi nel monologo concitato della scena degli Abati, dove non ha avuto l’adeguato spessore tragico che il momento richiede. Meglio il secondo atto, poco convincente al terzetto, decisamente pigolante e senza peso nel finale. Che devo dirvi di diverso rispetto ad Alcina o a Tannhauser? Si tratta di voce lirica appena appena, con una bella punta, ma priva di appoggio e quindi di vero spessore. Gonfia il centro, ora scurisce in bocca, ora apre, ora da di naso; gli acuti o li spinge sul forte, dove suona sgraziata, oppure li flauta, ed allora tende a stonare perché non appoggia, altrimenti suona fissa; in basso non c’è nulla e si arrabatta anche male, fatto che in questa parte, che sotto ci và spesso e con forza, si sente. Canta, è bella da vedere, e può anche convincere bacchette o direttori di teatro che le voci non le sentono, ma non è gran cosa. Amelia è un soprano spinto per scrittura vocale, anche se di temperamento lirico, e perciò occorre che i lirici che l’affrontano abbiano almeno la solida e sonora colonna di suono della signora Freni. E qui siamo ben lontani dall’obbiettivo, per quanto in siffatto contorno abbia assai ben figurato.

Paolo Albiani era Massimo Cavaletti, ex accademico della Scala, bello a vedersi ma non certo sentirsi. Ed ho condiviso questa opinione con tutti quelli con cui ho parlato.

Insomma, una serata mortifera e …..triste, perché davvero mala tempora currunt.


Gli ascolti

Verdi - Simon Boccanegra


Atto I

Come in quest'ora bruna - Leyla Gencer (1958), Ilva Ligabue (1965), Margaret Price (1980)

Cielo di stelle orbato...Vieni a mirar la cerula - Giovanni Martinelli & Elisabeth Rethberg (1935)

Favella il Doge ad Amelia Grimaldi? - Mario Zanasi & Maria Chiara (1970)

Ferma!...Plebe, patrizi, popolo - Tito Gobbi, Ilva Ligabue, Renato Cioni, Raphael Arié, Renato Cesari (1965)

Atto II

O Inferno!...Cielo pietoso - Giovanni Martinelli (1935), Richard Tucker (1950), Carlo Bergonzi (1960)

Figlia!...Sì afflitto, padre mio?...Perdon, perdono Amelia - Lawrence Tibbett, Elisabeth Rethberg & Giovanni Martinelli (1935), Mario Zanasi, Maria Chiara & Nicola Martinucci (1970), Piero Cappuccilli, Martina Arroyo & Carlo Cossutta (1974)


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lunedì 12 aprile 2010

Dirigere Simon Boccanegra

Opera singolare, Simon Boccanegra: dalla storia compositiva complessa e dalla fortuna non certo incontestabile. Anzi, le prime rappresentazioni ne decretarono l’insuccesso: “un fiasco”, scrisse Verdi a Maffei, dopo la prima veneziana (e l’esito non mutò certo nelle repliche successive).
Diversi furono i fattori che ne causarono la caduta – lo ammise lo stesso autore, parlando di “musica che non fa immediatamente colpo”, e lo riconobbe la stampa coeva che, riportando, evidentemente, le sensazioni del pubblico, lamentò un’eccessiva cupezza e severità – ma non è questa la sede più opportuna per disquisirne. In seguito, come accadde ad altri titoli verdiani, risalenti ai periodi centrali della sua carriera, venne rivisto dall’autore nella tarda maturità: ma mentre le nuove versioni di Macbeth, La forza del destino e Don Carlos (e forse si potrebbe aggiungere al consueto elenco pure Jérusalem, nata per adattare I Lombardi alla prima crociata al gusto del grand-opéra francese), risultano più compiute ed equilibrate – sia per il minore tempo che in genere separa le due successive redazioni (e quindi senza radicali mutamenti stilistici nella scrittura dell’autore), sia per la diversa base di partenza su cui innestare la revisione (il Don Carlos parigino, ad esempio, è già più progredito, musicalmente, rispetto ai titoli che lo precedono anche di pochi anni: così da rendere più facile la più tarda riscrittura) – il nuovo Simon Boccanegra, pur ovviando, almeno in parte, ai “difetti” che lo portarono all’insuccesso iniziale, non riesce a superarli del tutto: e, anzi, la nuova versione finisce per evidenziarli maggiormente, in taluni casi.
Nel 1857, l’anno del primo Simone, Verdi aveva appena iniziato a conquistare quello che sarà il suo stile maturo: alle spalle vi erano gli “anni di galera” e la svolta della trilogia popolare, ma ancora non c'erano stati i fondamentali passaggi del Ballo in Maschera, Forza del Destino, Don Carlos, Aida. Nel 1881 – quando la nuova versione di Simone debuttò alla Scala, con buon successo, ma non certo con il trionfo sperato – Verdi aveva quasi tutta la carriera alle spalle (mancavano soltanto Otello e Falstaff), il suo stile, la sua scrittura, il suo linguaggio, la sua stessa concezione del dramma, erano ormai inconciliabili con quelli degli anni ’50 (entro i cui parametri rimaneva il vecchio Simone). Così, nonostante una revisione complessa e capillare (ogni singola battuta venne ripensata), troppo diverso era il linguaggio di un’opera a cabalette (come ancora era il primo Boccanegra) rispetto ai lasciti estremi della poetica verdiana. La stessa scrittura orchestrale – pur raffinatissima e moderna – non riesce a superare del tutto questo scoglio, questo squilibrio interno. Forse risiede in ciò la difficile permanenza in repertorio del titolo e la sua piuttosto scarsa frequentazione (rispetto ai titoli del tardo Verdi che, specialmente all’estero, hanno sempre avuto diffusione assai più ampia). E forse proprio questa è la causa dello scarso appeal che la partitura esercitò sui grandi direttori d’orchestra del XX secolo. In genere gli estremi lavori della carriera verdiana hanno attratto anche quelle bacchette di solito più avvezze alla musica sinfonica o all’opera wagneriana e post wagneriana: forse perché in essi ritrovavano maggiori soddisfazioni (rispetto alle tradizioni del melodramma ottocentesco, ritenuto, a torto, un prodotto “basso”, musicalmente poco originale e di qualità discutibile, fondato essenzialmente sull’esibizione dei cantanti e sul capriccio delle primedonne), o forse perché li ritenevano più “progrediti” e moderni, meno legati alle formule verdiane più trite (senza i famigerati ZUM-PA-PA) e privi di certi effetti risorgimental-bandistici (anche se, in realtà, essi appartengono più ad una degenerazione di quella musica, che certa cattiva tradizione – che come scrisse Furwängler è l’ultimo sbiadito ricordo dell’ultima cattiva esecuzione a cui si è assistito – ha imposto: in particolare negli anni che vanno dal verismo ai ’60). Semplificazioni, certo, discutibili e anche scorrette nell’essenza, ma resta la realtà dei fatti: nessun grande direttore europeo o extraeuropeo avrebbe voluto “perdere tempo” con La battaglia di Legnano o I masnadieri, al contrario non avrebbe rifiutato certo un Otello. Nonostante questo atteggiamento benevolo per i titoli verdiani di quella ultima fase della sua parabola artistica, nonostante l'alveo favorevole, il Simon Boccanegra rimase ai margini. E il risultato fu che, salvo eccezioni di cui dirò più avanti, poche grandi bacchette prestarono la propria arte alla storia del Doge genovese. Di ciò è testimone la discografia: una relativa scarsezza di incisioni (almeno quelle ufficiali) che è straordinaria rispetto al consueto appeal discografico delle opere del tardo Verdi. E, comunque, tra queste, la maggior parte è sussumibile entro la categoria della routine – e spesso limitata alla sola realtà italiana (certamente per una maggior empatia col melodramma), meglio disposta - foss'anche per doveri nazionalistici - ad esplorare la maggior parte del catalogo del suo compositore di rappresentanza. Infatti i vari Molinari-Pradelli, Santini, Rossi, ma anche Gavazzeni, Patané, Cleva, lo stesso Votto (per tacere dei più recenti Palumbo, Mariotti, Allemandi) non hanno certo aperto orizzonti interpretativi nuovi o rivoluzionari, né hanno mai rivelato aspetti nascosti della partitura, limitandosi, piuttosto, a svolgere più o meno correttamente il proprio lavoro, accompagnare i cantanti (i loro pregi e, soprattutto, i difetti o il cattivo gusto) senza grosse pretese, senza grande convinzione e senza alcuna vera consapevolezza di eseguire qualcosa di profondamente diverso rispetto al solito Rigoletto. Non vi è stato un Karajan che – come con Aida o Don Carlo o Otello – ha voluto mostrare, anche in quelle partiture mal considerate da certa critica internazionale (ancora imbevuta di pregiudizievole wagnerismo, come se la storia dell’opera dovesse essere bayreuthcentrica), e ritenute musica di serie B rispetto alla gloriosa tradizione austro-tedesca (analogamente a quanto fece con Puccini, sottratto finalmente alle svenevolezze da rotocalchi e alle facilonerie para cinematrografiche da romanzetto popolare, per riconoscerne l’importanza assoluta).
Al Simone mancò tutto questo e manca ancora. Certo vi sono eccezioni significative: Mitropoulos, Abbado, Levine, Solti. Pochi nomi, rispetto ad altri titoli di Verdi. Ma nomi importanti: alcuni intoccabili. Eppure il Boccanegra è opera da direttori: vi sono molti luoghi della partitura ove una grande bacchetta può mostrare il proprio virtuosismo. E la capacità di legare in una visione unitaria i tanti squilibri che l’avvicendarsi della scrittura verdiana e i differenti linguaggi (mal conciliati tra loro, e forse inconciliabili), han lasciato irrisolti. A parte l’atto II – forse quello più problematico, e a cui la revisione non ha affatto giovato, ancora troppo legato agli stilemi ormai sorpassati del melodramma da cappa e spada, e lasciato lì, drammaticamente insulso e musicalmente poco significativo, nell’economia del titolo – l’opera permette al direttore grandi slanci. Si pensi al tono cupo del prologo, dai contorni sfumati e misteriosi in un’atmosfera notturna e tragica: l’eliminazione della goffa sinfonia permette a Verdi l’inserimento di un breve preludio orchestrale risolto su di un tema avvolgente e delicato, che subito trasporta l’ascoltatore nel clima di cospirazione che prelude all’elezione del “primo abate”, clima rafforzato dalle raffinate soluzioni orchestrali che accompagnano dolcemente un canto prescritto sottovoce, ad accentuare il mistero. L’apertura dell’atto I, con il preludio che introduce la cavatina di Maria e vuole evocare l’aurora che sorge sul mare, con tinte delicate e nebbiose, e un preziosismo strumentale e timbrico che resta una delle vette compositive dell’autore, fatto di luci e colori tenui su cui, poco a poco, si sparge il calore del sole che sorge, colorando la tinta di maggior passione, maggior definizione tonale e trovando sfogo nel grande cantabile del soprano, screziato, però, dalla malinconica presenza di memorie passate e dolorose. E ancora il finale I, con la grande scena nel Palazzo degli Abati (che sostituisce la più convenzionale scena di festa che conclude la prima versione, con la consueta formula di concertato e stretta), espressione tra le più alte della visione politica di Verdi e dall’elaboratissima struttura musicale che su di uno strumentale ricco, ma mai ingombrante, alterna concertati ed episodi solistici, a rappresentare l’altezza morale del protagonista che richiama, per grandiosità di impianto la conclusione del Fidelio. E poi la prima scena dell’atto III e, infine, la morte di Simone che chiude l’opera in tono sommesso e commosso (non dissimile alla morte di Boris, ma senza le ombre di rimorso che annebbiano la mente dello zar). Grandi momenti, in cui non è la mera esibizione vocale, o l’incisività del ritmo, o l’efficacia teatrale che dominano, quanto, piuttosto un’alta elaborazione musicale che emerge dalla direzione d’orchestra, chiamata a dare un respiro unitario all’andamento strumentale, amalgamandolo al canto ed evidenziando l’aspetto di severa nobiltà dell’opera (scambiata, dai detrattori, per cupezza e grigiore) in una costante tensione morale. Dei grandi direttori citati (e con il rimpianto del mancato approdo di Karajan alla partitura) solo uno di essi pare riesca completamente nel compito assunto, offrendo una lettura convincente e coerente all’incoerenza dell’opera. Solo Levine, infatti, riesce a trovare un giusto equilibrio tra le diverse anime dell’opera, evitando la bolsa routine che la associava alle opere minori del catalogo verdiano (con il bagaglio di effetti ed effettacci volti ad esasperare gli elementi più banali del titolo, quelli risalenti all’opera a cabalette) e contemporaneamente astenendosi dall’intellettualizzazione a tutti i costi, quasi finalizzata a nascondere l’impronta genuina dell’autore (anche negli aspetti meno raffinati, a cui si riferisce ciò che resta della prima versione) – considerata evidentemente, una sorta di peccato originale, da sciogliere e disperdere in riferimenti alla musica europea (ritenuta più colta) o in richiami al dramma musicale. E mentre Mitropoulos, a fronte di un grande magistero direttoriale (e ad un percepibile amore per la partitura), a volte pecca in eccessi di pesantezza (figli, però, di una visione lacunosa della poetica verdiana e impostata più su quello che verrà dopo di lui), pur rendendo appieno l'aspetto romantico (fosco e notturno) della partitura, Levine sa unire in una tensione costante il dramma e le aperture liriche. Una direzione irruenta e trascinante - ancora più di Mitropoulos - ma come sempre screziata e sfaccettata. Più problematiche le direzioni di Solti e Abbado. Per motivi opposti. Il primo abbandona il vitalismo che caratterizza il suo Verdi (come la sua incisione di Don Carlos), sceglie un approccio più misurato e ampio, ma risulta talvolta enfatico e talvolta freddo: evita l'indulgere in effettacci, ma non si risparmia certe pesantezze. Sceglie, insomma, di non scegliere: limitandosi all'alta rifinitura e al suo virtuosismo tecnico. Non trova, in sostanza, quell'equilibrio, quell'univocità di respiro che unisca gli episodi musicali in un disegno compiuto e coerente. Mentre Levine impone il ritmo di una ballata romantica, ricca di chiaroscuri e piena di passione (intento evidentemente perseguito da Mitropoulos, ma non pienamente raggiunto), a Solti manca l'unità d'insieme: la visione complessiva. Visione che non manca ad Abbado, in quella che è diventata, ormai, un'esecuzione intoccabile (e che invece, come ogni cosa, andrebbe discussa e ridiscussa - non siamo infatti, né presso la sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, né nelle severe stanze di villa Whanfried a Bayreuth - quantomeno per ciò che riguarda le voci, nell'incisone ufficiale, e l'approccio ideale). Lettura di grande coerenze e forza morale (emerge chiaramente la visione del direttore: Simon Boccanegra è fondamentalmente un'opera politica) che non lascia spazio al Verdi prima maniera, ma che proprio in questo rivela una sua carenza. Simone non appartiene che solo per certi aspetti alla maturità verdiana: il tronco su cui nasce la revisione dell'autore ha le proprie radici nel melodramma ottocentesco. Tali radici non dovrebbero essere completamente rimosse. Credo che Abbado nell'ansia di intellettualizzazione di Verdi abbia commesso questo errore (veniale): non ritenere che bastasse l'innata nobiltà verdiana a levare l'opera da certe tradizioni esecutive che ne hanno snaturato e semplificato l'essenza. Ovviamente ciò che si ascolta provenire dall'orchestra è un piacere per l'orecchio (e ci mancherebbe, con quell'orchestra...la Scala di quegli anni): un suono morbido e raffinato, una tensione costante, una lettura ispirata. A cui manca, secondo me, un tratto di romanticismo. L'opera ha due facce, entrambe importanti: non è solo l'aspetto politico a dover prevalere (e a volte con cattivo gusto e intenti ideologici: come il cambio di alcune parti del libretto al fine di colorare di sfumature socialisteggianti il finale I). Oltretutto Abbado si scontra con alcune innegabili carenze di cast: a cominciare dal protagonista (un Cappuccilli dalla splendida voce, ma dall'emissione volgare e stentorea, come nella scena del consiglio) e dalla Maria della Freni (soprattutto nella zona centrale e bassa della voce...con buona pace di Giudici e dei suoi emulatori). Quattro importanti letture, comunque, i cui oggettivi problemi rivelano la consistenza a volte inafferrabile dell'opera: la difficoltà di trovare un equilibrio e la complessità di far coesistere due scritture profondamente diverse. Oltre all'unità ideale, da ricercare in una lettura tesa, ma non caricata, raffinata ed elegante, ma sfuggendo la leziosità del particolarismo, incalzante, ma non sbrigativa, notturna, ma non grigia, cupa (come la storia e il registro dei protagonisti impone), ma non asfissiante. E avendo sempre in testa la nobiltà della poetica verdiana. Alla Scala ci attende Barenboim (che finora si è dimostrato sempre impacciato e deludente con Verdi), non mi aspetto granché, mi auguro solo di non dover ascoltare una rilettura wagneriana del Boccanegra, con sonorità bombastiche e sgraziate (in stile Verdi di Sinopoli), unitamente ad un evanescente lirismo (o presunto tale: oggi si ha un'idea abbastanza comoda e opportunistica di lirismo, applicato a Verdi - cosa molto diversa erano le liricizzazioni di Karajan di certo repertorio verdiano e wagneriano) in cui stemperare tensioni e drammi. Ma tanto sarà un successo, comunque. A prescindere...come spesso (purtroppo) accade.



Gli ascolti

Verdi - Simon Boccanegra


Atto I

Quadro del Palazzo degli Abati

New York 1960

Direttore: Dimitri Mitropoulos

Simon Boccanegra: Frank Guarrera
Amelia: Zinka Milanov
Gabriele Adorno: Carlo Bergonzi
Jacopo Fiesco: Giorgio Tozzi
Paolo Albiani: Ezio Flagello
Pietro: Norman Scott

Washington 1976

Direttore: Claudio Abbado

Simon Boccanegra: Piero Cappuccilli
Amelia: Raina Kabaivanska
Gabriele Adorno: Veriano Luchetti
Jacopo Fiesco: Nicolai Ghiaurov
Paolo Albiani: Felice Schiavi
Pietro: Giovanni Foiani

Chicago 1988

Direttore: Sir Georg Solti

Simon Boccanegra: Leo Nucci
Amelia: Susan Dunn
Gabriele Adorno: Giacomo Aragall
Jacopo Fiesco: Simon Estes
Paolo Albiani: Nickolas Karousatos
Pietro: Richard Cohn

New York 1995

Direttore: James Levine

Simon Boccanegra: Vladimir Chernov
Amelia: Aprile Millo
Gabriele Adorno: Plácido Domingo
Jacopo Fiesco: Roberto Scandiuzzi
Paolo Albiani: Bruno Pola
Pietro: Hao Jian Tian

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sabato 10 aprile 2010

Cantare Simon Boccanegra

Nel 1881 Verdi presentò in fine di stagione, precisamente il 24 marzo, il rifacimento di Simon Boccanegra, titolo del 1857, che nel rifacimento acquistò se non fama imperitura per certo ben miglior sistemazione soprattutto drammaturgica.

Titolo popolare non lo fu e non lo è tuttora. Simone, però, piacque immediatamente a grandi baritoni e bassi e più tardi la struttura, prossima a quella degli ultimi due titoli del catalogo verdiano, attirò molti grandi direttori d’orchestra. Alla prima categoria possiamo ascrivere baritoni come Maurel, Battistini, Galeffi, Tibbett e Schlusnus, bassi come Kipnis, Pinza e Pasero alla seconda direttori quali Serafin, Panizza, Krauss, Mitropoulos, Abbado (ovvio trattandosi di titolo prediletto dal maestro greco), Solti, sino a Levine.
E’ interessantissimo leggere la corrispondenza coeva al primo allestimento del rifacimento per capire le esigenze drammaturgiche e vocali, soprattutto riferite al protagonista.
In una lettera del dicembre 1880 Teresa Stolz (che benché boema di nascita padroneggiava a meraviglia la lingua italiana) dopo la prima del Figliuol prodigo di Ponchielli, relaziona l’amato maestro circa la compagna di canto attiva in Scala per quella stagione e che, secondo l’uso del tempo, sarebbe stata con qualche rinforzo, la destinataria del rifacimento. Allo stesso ufficio risponde una lettera di Franco Faccio direttore di Ernani, titolo proposto con i cantanti destinati, poi, al Simone. In particolare il maestro Faccio si dilunga su Victor Maurel, Carlo V in Ernani e futuro titolare di Simone per elogiarne le doti interpretative, predilette da Verdi, che lo ritenne superiore a cantanti acclamati come Gottardo Aldighieri e soprattutto Mattia Battistini. Per capire come fosse l’interprete Maurel proponiamo un passo di Otello, con la specifica doverosa che affrontò il fonografo ritirato e vocalmente finito
La preoccupazione per Verdi era duplice con riferimento al protagonista ossia adeguare il ruolo, in origine pensato per Leone Giraldoni alla vocalità di Maurel e offrire la resa possibilità massima di resa ad un reputato interprete oltre che esecutore. Tutti i passi aggiunti, a partire dalla grande scena del palazzo degli Abati al monologo che inaugura l’ultimo atto per tacere della scena della morte rientrano non già nel genere dell’aria a pezzo chiuso, ma in quella della scena, struttura musicale e drammatica nella quale l’attore, il finedicitore, l’interprete drammatico avevano il luogo di elezione ed esaltazione. In tempi ben anteriori a Verdi, Bellini riservò al genio tragico della Pasta (Norma e Beatrice) e Mercadante a quello di Domenico Donzelli (protagonista del Bravo) siffatte strutture musicali.
Verdi nella riscrittura provvide anche a secondare la facilità di Maurel nella zona alta della voce. Scelta che, poi, nel tempo e con la regressione allo stato primordiale della tecnica dei baritoni si sarebbe rivelata una autentica jattura. Ma la scelta, credo, oltre a rispondere a peculiarità e desiderata di Maurel serviva anche a differenziare il timbro del protagonista da quello dell’antagonista Jacopo Fiesco. Prova ne sia che la Stolz e poi Verdi sempre nella corrispondenza lamentarono il timbro troppo baritonale di de Reszke. Era il 1881, epoca già di un certo realismo e l’aspetto ieratico e magari satanico (pensate alla frase “come un fantasima Fiesco t’appar” del duetto finale) imponevano il colore scuro della voce. Il vecchio patrizio genovese, ad onta dei fa diesis acuti è sempre stato riservato a bassi profondi. Esemplari ed irripetibili, quindi, le esecuzioni di Alexander Kipnis e José Mardones. Assolutamente indistinti nei tempi moderni gli scontri fra i due autentici protagonisti del dramma, affidati alle voci bitumate dei baritoni di gusto e tecnica verista come Cappuccilli e bassi, che tali non sono come Raimondi o anche lo stesso Ghiaurov, sempre fra stomaco e gola.
I confronti si impongono e si impongono anche se soltanto alcuni sono confortati dall’ascolto diretto. In difetto di ascolto diretto qualcuno assume che non sarebbero possibili i confronti, ottimo sistema per umiliazioni a molte star.
Prendiamo Lawrence Tibbett, protagonista a New York dal 1932 di una edizione che con la milanese e la berlinese entrambe del 1933 è Storia dell’interpretazione verdiana.
Basta sentire la morbidezza e dolcezza di Tibbett nel duetto con Maria o lo slancio del “sublimarmi a lei sperai sovra l’ali della gloria” del duetto con Fiesco al prologo o la trepidazione del “di pace nunzio” al duetto finale con il poco disponibile suocero per capire il senso delle parole del recensore della Perseveranza (Filippo Filippi) dedicate a Maurel: “ma i primi onori, non bisogna tacerlo, né dissimularlo, vanno attribuiti al protagonista, l’insigne baritono Maurel: il quale si è rivelato già grande artista, cantante ed attore nell’Ernani, ma nel Boccanegra è anche più grande, perfetto, oserei dire sublime; né saprei se più lodare in lui il cantante finissimo, espressivo che dà tanto rilievo alle frasi, o l’attore che si incarna nel carattere di quel doge, leale, cavalleresco, patriottico, generoso, appassionato, tutto amore ed abnegazione”.
Se ascoltiamo i baritoni che, dopo Tibbett, hanno vestito i panni del primo doge genovese sentiamo in generale acuti sforzati in alto (Gobbi) o poco squillanti ed ingolati (Cappuccilli), difficoltà nelle modulazioni con suoni indietro e nel duetto con Maria e nella scena del palazzo degli Abati e sotto il versante interpretativo carenza, ora più ora meno marcata, di quella irrinunciabile compresenza di slancio e di accoramento degli eroi verdiani in corda di baritono.
Mi permetto un solo esempio analitico una frase del primo incontro di Simone con Fiesco. Il testo “Sublimarmi a lei sperai sovra l’ali della gloria”, una autentica trombonata da secondo romanticismo, la situazione (storicamente falsa) un plebeo che vuol essere accettato nella famiglia di prosapia nobilissima dopo averne sedotto ed ingravidato la figlia (figuriamoci!), un uomo innamorato e la scrittura vocale scomoda in quanto sul passaggio del baritono (attacco sul re bemolle). Tibbett non conosce difficoltà nello slancio e nell’ardore amoroso. Sentite, per raffronto, la fatica di Bruson, che dà di naso o il canto “da scuola del muggito” di Cappuccilli, pure dotatissimo in alto. E’ facile definire chi sia l’eroe di un melodramma romantico e chi un cantante dotato, ma in difficoltà.
Taluni Simone hanno anche idee interpretative, ma il risultato finale è inficiato dai limiti tecnici o quanto meno da una capacità tecnica non completa, come accade con Giuseppe Taddei e Renato Bruson, senza dubbio autorevoli protagonisti. Invito ad ascoltare Taddei nel monologo in cui Simone ricorda la propria gioventù: è ispirato (date un personaggio genovese ad un autentico zenese), ma non ha la varietà di colori di Tibbett.
Solo un baritono, ma siamo ancora nel mondo e nel modo del 78 giri, regge il confronto con Tibbett, ossia Heinrich Schlusnus. Quel che stupisce è come il baritono tedesco offra l’unica alternativa alla varietà di colori di Tibbett. La voce è quasi di tenore squillante e si intuisce di grande ampiezza e penetrazione. La caratteristiche di questo doge sono la manifestazione della potenza e del rango sin dall’attacco del passo. Quando arriva la frase “ e vo gridando pace e vo gridando amore” quasi tutti i baritoni o gridano o arrancano. Schlusnus sfoggia facilità di canto e grandeur interpretativa. Con buona pace di molti ciarlatani e loro adepti la quadratura tecnica non serve ad eccitare i grisini, ma a servire l’autore. In difetto, siccome siamo a Genova, il baritono titolare del ruolo è solo un “besagnino”, che in piazza Caricamento pubblicizza le proprie produzioni ortofrutticole.
La questione vocale ed interpretativa si ripresenta identica con Fiesco, latore di tutti i grandi sentimenti dell’Ottocento: famiglia, onore, patria. Per giunta affidate ad un patrizio genovese, che talora -mi ripeto- riluce di luce satanica quando proclama “come un fantasima Fiesco t’appar”.
Ma Fiesco al prologo, al pari di Rigoletto, e per giunta dallo scanno della prima nobiltà è chiamato a propugnare l’onore della figlia e l’onore della casata, tutti sentimenti che con suoni mal emessi, sgangherati nella visione letteraria ed ideale di Verdi confliggono.
Lasciamo nel paradigma del dolore e del cordoglio paterno Alexander Kipnis, autentico basso profondo: canta con una dolcissima mezza voce e dinamica sfumata infinita il dolore infinito del padre nonostante una dizione da nobile di Odessa o José Mardones che, pure, patteggia con la linea musicale pur di salire al fa diesis acuto e riflettiamo sulle capacità espressive di Ezio Pinza, che coetaneo di Kipnis e Pasero non era considerato un basso profondo.
Pinza e con lui Ettore Panizza, che lo accompagna, non può alla sortita compiacersi delle qualità di suono dei coetanei (amici e rivali, spesso compagni di produzioni). Quindi tempo sostenuto, linea asciutta ed intimista consona al dolore di un padre. L’opposto di Kipnis, la stessa tragedia lo stesso strazio e per la cronaca la stessa tecnica di canto.
Alla chiusa su una frasetta vocalmente elementare come “Genovesi in Gabriele Adorno“ quando Fiesco proclama la morte del Boccanegra siamo dinanzi alla raffigurazione del vegliardo nobile
Notate come Pinza cambi colore della voce nelle sezioni del duetto secondo con Fiesco differenziando le prime frasi allorquando il vegliardo persiste nella propria linea di vendetta e sangue ad ogni costo sino al finale quando invece, innanzi alla rivelazione della maternità di Amelia/Maria la voce cambia colore e assume toni paterni e il cantante sfoggia suoni morbidi, soffici e sul fiato naturalmente. Diventa la gara fra i due veri protagonisti a chi sia il più elegante, epico ed ispirato. Certo che nessun Boccanegra dei giorni nostri può competere con il sospiro del morente Simone di Tibbett. E la domanda che giro è: ammiriamo di più la perfezione della tecnica o le idee interpretative che solo questa conoscenza del mezzo consente?


Gli ascolti

Verdi - Simon Boccanegra


Prologo

A te l'estremo addio...Il lacerato spirito - Oreste Luppi (1906), Francesco Navarini (1907), José Mardones (1910), Tancredi Pasero (1927), Alexander Kipnis (1931), Ezio Pinza (1935)

Suona ogni labbro il mio nome...Simon? Tu? - Lawrence Tibbett & Ezio Pinza (1935), Piero Cappuccilli & Ruggero Raimondi (1974), Renato Bruson & Cesare Siepi (1980)

Atto I

Propizio ei giunge...Vieni a me, ti benedico - Giovanni Martinelli & Ezio Pinza (1935)

Favella il Doge...Dinne, perché in quest'eremo...Orfanella il tetto umile...Figlia! a tal nome io palpito - Lawrence Tibbett & Elisabeth Rethberg (1935), Tito Gobbi & Leyla Gencer (1958), Renato Bruson & Margaret Price (1980)

Messeri, il Re di Tartaria...Nell'ora soave...Plebe, patrizi, popolo - Heinrich Schlusnus (1933), Lawrence Tibbett (con Elisabeth Rethberg, Ezio Pinza, Giovanni Martinelli & Alfredo Gandolfi - 1935), Tito Gobbi (con Leyla Gencer, Ferruccio Mazzoli, Mirto Picchi & Walter Monachesi - 1958), Giuseppe Taddei (con Antonietta Stella, Giorgio Tozzi, Gianfranco Cecchele & Renato Cesari - 1966), Cornell MacNeil (con Renata Tebaldi, Ezio Flagello, Richard Tucker & Franco Iglesias - 1969)

Atto II

Figlia!Sì afflitto, padre mio...Vecchio inerme il tuo braccio - Lawrence Tibbett, Elisabeth Rethberg & Giovanni Martinelli (1935), Giuseppe Taddei, Antonietta Stella & Gianfranco Cecchele(1966)

Atto III

Cittadini...M'ardon le tempia - Lawrence Tibbett (con Giordano Paltrinieri - 1935)

Era meglio per te...Delle faci festanti al barlume...Piango, perché mi parla - Ezio Pinza & Lawrence Tibbett (1935)

Chi veggo!...Gran Dio, li benedici - Lawrence Tibbett (con Elisabeth Rethberg, Ezio Pinza & Giovanni Martinelli - 1935)

M'ardon le tempia...Era meglio per te...Delle faci festanti al barlume...Piango, perché mi parla...Chi veggo!...Gran Dio, li benedici - Giuseppe Taddei (con Giorgio Tozzi, Antonietta Stella & Gianfranco Cecchele - 1966), Piero Cappuccilli (con Nicolai Ghiaurov, Raina Kabaivanska & Veriano Luchetti - 1976)


Verdi - Otello

Atto II

Era la notte - Victor Maurel (1903)

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mercoledì 24 marzo 2010

Simon Boccanegra a Parma: Francesco Meli ha fatto l'acuto.

Serata di grande attesa a Parma per il Simon Boccanegra verdiano. Pur senza il sold out ( numerosi i posti vuoti in platea e palco ) era il solito scintillìo di abiti lunghi delle dame locali, che non sanno rinunciare all’esagerato lusso delle paillettes, dei sandaletti piumati, dei boa color ceralacca, degli abitini in foggia di lucide sottovesti, aderenti e traditrici, proposti dalle boutiques locali. La gara delle “mises“, infatti, è sempre il più divertente capodopera delle serate parmigiane, in cui normali eventi musicali vengono vissuti con caratteristica esagerata amplificazione padana.
Quanto al resto, una serata d’opera fatta più di inadeguatezze e banalità che di vero canto, da cui è uscito con successo, ma senza esagerazione alcuna, il solo Francesco Meli, al debutto nel ruolo ed unico motivo di curiosità di questa produzione.

La ripresa dell’allestimento che a Bologna aveva inaugurato la stagione passata, infatti, oltre al detto Meli annovera come protagonista Leo Nucci; Roberto Scandiuzzi chiamato in corsa a sostituire l’indisposto Marco Spotti nel ruolo di Fiesco; Tamar Iveri quale Amelia, Simone Piazzola, anch’egli sostituto tardivo, nel ruolo di Paolo. Il tutto nelle mani della bacchetta di Daniele Callegari.
Bacchetta, lo diciamo subito, mediocre e noiosa, nemmeno tanto sicura in certi accompagnamenti ove i cantanti sono parsi piuttosto in ansia nel riferirsi a lui. Vari gli attacchi sporchi dell’orchestra, che sono stati forse il peccato veniale della sua direzione, incapace di trovare i colori adeguati alle suggestioni ambientali ed alla tensione drammatica dell’opera. Con un cast senescente o, al meglio, sottodimensionato nel tasso drammatico, e perciò fisiologicamente impossibilitato a trovare accenti adeguati al testo, Callegari si è ben guardato dal supplire lui con la sua buca alla pochezza della scena. Il settore degli archi, in particolare, non ha mai esibito cavata, pienezza di suono, intensità espressiva, come avrebbe potuto e dovuto essere nei momenti topici del canto delle voci gravi maschili soprattutto. Non parliamo poi di quelle straordinarie ed irresistibili atmosfere che Verdi ha composto, nel prologo come nell’entrata di Amelia, nel concertato del palazzo degli abati come nella scena finale della morte di Simone, e soprattutto nel duetto dell’ultimo atto tra i due grandi vecchi. Callegari ha dispiegato un po’ di clangore e qualche abbozzo coloristico solo alla scena del palazzo degli Abati, ma, si sa, in quell’occasione Verdi è talmente teatrale e a tinte forti di suo che è quasi impossibile fare peggio. Ci avrebbe fatto piacere che almeno avesse preteso di avere in scena di qualche corista in più ( erano davvero in quattro gatti in quel concertato ) ed un filo in più di spessore orchestrale, perché tutto ha avuto il sapore della “domestic production”, allestita nella salone di casa, mentre il Simone ( sarò forse deformata io nelle mie idee ) è opera monumentale, solenne e per grandi voci.

Grandi voci che peraltro non erano presenti in scena, o perché di tonnellaggio inadatto a Verdi o perché ridotte a spettri, buoni per una notte macabra sul Monte Calvo.
Il signor Rigoletto, impegnato ad interpretare Leo Nucci nei momenti liberi, si è dimenticato che Simone Boccanegra non ha gli 80 e passa anni del vecchissimo doge Foscari, né barcolla in scena dal prologo al finale come il buffone della corte di Mantova, essendo un corsaro nel pieno della giovinezza al prologo, assassinato quando ancor non poteva ancora aver compiuto cinquant’anni nel resto dell’opera. Che sia un padre maturo ed austero nel corso degli atti è certo, ma che paia il fuggiasco di una casa di riposo per anziani dementi assolutamente no. Non parliamo poi del canto, duro, con le grandi nobili e sontuose frasi verdiane ghermite e sbranate alla comeposso, il timbro legnoso e talora nasale. Complice una tessitura a lui meno consona di quella acutissima di Rigoletto, si sono sentite stonature continue, insopportabili ed infiniti portamenti, calanti oltre ogni umana capacità di sopportazione. Gli hanno fanno difetto l’ampiezza, la morbida ed nobile cavata prerogative necessarie al canto di Boccanegra, insomma i presupposti al fraseggio. Solo gli acuti estremi sono arrivati, di tecnica, centrati sulla nota e precisi, sebbene con voce senescente. Nessun impegno o ingegno per metter lì qualcosa che servisse al personaggio: frasi come l’attacco “Plebe patrizi popolo” sono arrivate ghermite e dure al pari di quelle come “ e vo’ gridando pace, e vo’ gridando amor..”, in un tutto indistinto ed indifferenziato di berci, sguaiataggini e stonature. Una prova indegna di un artista di fama, intelligenza e carriera quale è quella di Leo Nucci: la presunzione che ancora lo spinge a calcare le scene in queste condizioni urta gli spettatori come me ( e non solo, a cominciare dai miei vicini di ieri ), che non si sentono né rispettati né onorati dalle sue prestazioni, ma insultati. Tanto che non sento di dover in alcun modo censurare quello che penso di quanto ho visto e sentito. Il ritiro per questo artista urge, perché ora sta davvero sfidando il bon ton del suo pubblico che ancora non può o vuole venir meno a quel doveroso rispetto che si concede ai grandi in declino. E gli applausi alla fine sono stati cordiali, ma imparagonabili a quelli ricevuti in altre occasioni.

Altrettanto dissestato sul piano vocale, un po’ meno su quello scenico, il Fiesco di Roberto Scandiuzzi.Gli restano di fatto le sole note gravi ad avere dignità di emissione, in una organizzazione vocale ove non può dare mai pieno volume al suo mezzo al fine di nascondere le oscillazioni vistose, caratteristiche delle sue prove recenti. Non riesce a fraseggiare perché non può legare i suoni, men che meno salire agli acuti. La voce è ora nasale, ora cavernosa e tubata; tutte le frasi sono state artatamente smorzate subito, le note mai tenute, a mascherare lo “stato dell’arte” della sua voce. Ne è risultato un Fiesco privo di canto, continuamente rotto o sulla difensiva, cui han fatto difetto vera nobiltà ed austerità, perché l’abuso del parlato e/o la mancanza di legato conducono a questo. L’aria ha ricevuto pochi consensi perché doveva controllarsi e barcamenarsi di continuo, tirando indietro la voce; sulle uova al duetto con Gabriele; una catastrofe a due il duettone con Simone all’ultimo atto, dove entrambi sono andati via in un vortice di stonature, cali, suoni emessi Dio sa come.. Se non altro aveva l’aria un po’ perplessa, non troppo convinta dell’esito delle cose….. ..il che è preferibile, anzi direi simpatico, rispetto a chi, invece, sta lì con l’aria convinta di farti fesso sempre e comunque…….Mi spiace.

La signora Iveri, ascendete stella del firmamento verdiano, è stata una garbata delusione. Dico garbata, perché la cantante non è certo di quelle sguaiate, che sbraitano e/o gesticolano per farsi notare nelle operone. Ma è quello che i milanesi definirebbero “ un rubìn”, cioè una vocina, educata ma senza alcun particolare fascino timbrico, dotata di una presenza scenica minima, da corretta educanda di collegio. E di qui ad essere Amelia Boccanegra ce ne passa, e parecchio.
Ha retto l’entrata esibendo il massimo del suo volume, quello del “lirico appena appena” ( sarebbe una vocina anche in Bohéme, tanto per intenderci ), in una esecuzione corretta ma incolore dell’aria, tanto che nessuno si è mosso per applaudirla. Ha poi messo lì il duo con Gabriele con un bel lirismo da giovane innamorata, ma già davanti a Meli non pareva certo una voce dotata del peso idoneo al ruolo; idem la scena con Boccanegra. Arrivati alla fatidica scena del palazzo del Abati, per quanto, come detto, si sia trattato di un “palazzetto” di proporzioni minime, la signora Iveri è letteralmente scomparsa quanto a presenza vocale. Le struggenti frasi per cui Verdi prescrive i“dolcissimo” di “Pace pace” come le successive “pace t’ispiri un senso di patria”, da attaccarsi invece sul F, sono arrivate come i pigolii di una bambina infante, e non con il lirismo aulico del soprano verdiano. Questi momenti, come pure le analoghe frasi del concertato finale, “No, non morrai l’amore vinca…”, pigolate ancor più perché a fine serata, dovrebbero essere la cartina di tornasole per quei soprintendenti e direttori artistici inesperti che, mancando del senso delle proporzioni necessario per capire il tasso verdiano di un soprano, potrebbero espletare le loro verifiche semplicemente attraverso l’ascolto dell’esecuzione queste frasi e l’effetto che ne deriva. Il canto era senza peso, la voce una fogliolina al vento in mezzo a tutto quel dramma di solisti e coro: mai a poi mai Verdi avrebbe concepito di mettere lì una voce simile a tirare il concertato. Tutto il resto è derivato da tale insufficienza evidente di peso, e di accento. Dopo il concertatone di primo atto, è sopraggiunta anche la vera fatica nel 2° e 3°, dove ha dovuto spingere ( compostamente, va detto ) in più occasioni per avere un po’ di spessore, eseguendo le note correttamente, ma senza mai poter fraseggiare. Non ricordo smorzature, messe di voce, intenzioni interpretative sensibili tali da essere riportate a voi in una cronaca, perché quando si è così sotto peso rispetto al ruolo fraseggiare è evidentemente impossibile. Amelia Boccanegra, per quanto psicologicamente aderente al clichè della figlia e dell’amante, canta numerose frasi concitate, in apprensione, di grande tensione drammatica. Tensione che per forza di cose è del tutto mancata al suo personaggio. Una Amelia incolore e poco significativa dunque.

Francesco Meli, al debutto in Gabriele Adorno, ha ricevuto l’unico vero applauso a scena aperta della serata, dopo l’aria del 2° atto, e alle uscite singole. Successo vero, ma non trionfo, di una prova alterna, la sola a piacere davvero, stando alla risposta del pubblico. La sua cosa migliore? Il si bem sparato di “Pel Cielo, uom possente sei tu” al palazzo degli abati: per la prima volta gli ho sentito azzeccare, per caso immagino, un acuto che fosse “fuori”, brillante e non strozzato. Miracolo! La cosa peggiore: il terribile terzetto con Simone ed Amelia “Perdon, perdono Amelia..”, uno dei momenti più pesanti della parte, dove sono previsti quei passaggi mibem4 -sibem 4 di “dammi la morte” da eseguire con un accento, uno squillo, un‘epica ed un tonnellaggio di voce che Meli non possiede, non essendo un tenore verdiano. Il passo gli è costato una fatica enorme, anche perché arriva a serata molto avanzata, per giunta dopo l’aria, ove aveva speso quasi tutto quello che aveva da dare. Basterebbe l’analisi della grande scena per dimostrare che queste prove verdiane sono forse d’effetto, soprattutto se gli altri cantano poco o niente, in un teatro piccolo e con un‘orchestra che è stata di fatto un ‘orchestrina. E queste sono forse vittorie di Pirro, pensate in prospettiva futura. La grande fatica per Meli si è sentita già nel reggere il recitativo della grande scena, “ Sento avvampar nell’anima..”, dove al passaggio “….mio furor, no non sarai sazio…”, con i la-la bem in cui si dovrebbe squillare, la buca lo ha coperto subito, nonostante il tenore abbia cantato il passaggio sul forte, mangiandosi anche lui, per forza di cose, le forcelle che Verdi impone in spartito. Nell’aria, poi, di nuovo gli effetti che Verdi richiede al tenore, ampie legature, doppie forcelle, men che meno quelle che portano ai ff scritti nelle ripetizioni di “priva di sue virtù…”, non hanno sortito l’effetto che dovrebbero avere, perché la voce era al massimo dall’inizio del brano. Ha cantato con voce vera, a pieni polmoni e di slancio, ma la dinamica non può esistere in queste condizioni, e questo è stato il vero limite al suo canto, che pure è arrivato con musicalità e sforzo di controllare l’emissione. Ognuno è ciò che è per sua natura, e Meli non è un tenore per questi ruoli. Proprio lui, che in una intervista di qualche anno fa, aveva dichiarato Carlo Bergonzi non essere una vera voce verdiana, immagino alludendo alla questione dello squillo, dovrebbe risentirsi invece proprio l’esecuzione bergonziana di questa scena, con sotto l’irruente ed elettrizzante orchestrona di Dimitri Mitropoulos al Met: ne avrebbe un esatta cartina d tornasole della propria verdianità e delle proprie reali possibilità di portare questi ruoli nelle grandi sale dei grandi teatri, magari con certe bacchette pestacchione come Barenboim. La voce di Francesco Meli è bella ed importante, ma in Verdi non è poi così grande, né piena, né ricca nei gravi: sarebbe bastato che Scandiuzzi, sul suo stesso palco, fosse quello di dieci anni, fa per sembrare ciò che è, un tenore al più lirico, ma non certo spinto, come è Gabriele Adorno.
Per completezza di cronaca, và detto anche che ha cantato con facilità il duetto al I atto con Amelia, pur con i noti problemi nell’esecuzione del passaggio di registro alto in “Angiol che dall’empireo piegasti”. Si è strozzato come al solito nei la acuti del duetto con Fiesco, “ Vieni ti benedico”, dove dovrebbe eseguire con altra ampiezza e nobiltà le solite forcelle doppie che costellano la parte. Non ha mai squillato nei concertati, dove, come tutti suoi colleghi, nessuno ha “forato”come si dovrebbe, ma ha cantato, con voce sonora, facile, da quell’iperdotato che è. Ogni tanto ha anche avuto buoni primi acuti, altre volte ha fatto come al solito. Ha emesso spesso delle buone a centrali, meno sguaiate di quelle che solitamente emette. Insomma, luci ed ombre in un repertorio per lui pericoloso e che non dovrebbe praticare, a parte il duca di Mantova ed Alfredo. Del resto, se Stefano Secco canta il Don Carlo ( !!!!!!!!!! ), logicamente Meli canta il Boccanegra, in compagnia di un soprano come la Iveri….
Una nota sul Paolo di Piazzola, applaudito al pari dei protagonisti. Non ci è parso baritono maturo per i grandi ruoli verdiani, perché la voce è spesso indietro, vuota in zona centro grave, e non di grande ampiezza a meno di forzarla. Il volume và e viene nel corso della serata, ed il mezzo non pare posizionato a fuoco, tanto che in alcuni passaggi pareva più un tenore di forza non sfogato che non un baritono. Lo risentiremo.

Successo non entusiastico, perché Verdi ormai è un musicista inallestibile, pur restando dell’idea che ieri sera qualcosa di meglio si poteva fare al posto del soprintendente.





Gli ascolti

Verdi - Simon Boccanegra

Prologo

A te l'estremo addio...Il lacerato spirito - Martti Talvela (1975)

Atto I

Propizio ei giunge...Vieni a me, ti benedico - Richard Tucker & Ezio Flagello (1969)

Favella il Doge ad Amelia Grimaldi? - Giuseppe Taddei & Antonietta Stella (1966)

Atto II

O Inferno!...Sento avvampar nell'anima...Cielo pietoso - Carlo Bergonzi (1960), Veriano Luchetti (1976)


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giovedì 8 ottobre 2009

Mese verdiano IV: Simon Boccanegra, dal 1857 al 1881.

Sempre più spesso – in questa nostra epoca così smaniosa di scoprire “capolavori dimenticati”: sia per ansie musicologiche, sia, più probabilmente, per rinnovare un repertorio sempre più assottigliato (e per molte ragioni) e sempre più a rischio di confronto con un passato, anche recente, divenuto troppo ingombrante e imbarazzante – l’interesse degli “addetti ai lavori”, con il consueto plauso e sostegno di una critica musicale sempre più militante e militarizzata (nella difesa dell’indifendibile), si è concentrato su titoli rari o rarissimi, sconosciuti ai più, dimenticati, desueti, scomparsi e ricomparsi, ovvero su versioni alternative, originali, rivedute, definitive, inedite, apocrife e quant'altro, di capolavori riconosciuti: nascondendo in realtà, dietro la facile maschera della serietà e rispettabilità filologica, un gigantesco vuoto di idee e capacità.

Dal barocco all’opera seria, sino al melodramma di più largo consumo, è tutto un fiorire di eroi, divinità e semidivinità, consoli, proconsoli e imperatori di metastasiana compostezza; di servette astute, scaltre, infide e un pò mignotte, sempre attorniate da tutori rimbambiti, da amanti languidi e imbranati o da padroni babbei; di re, regine, duchi, conti, principesse assortite e cavalieri tenebrosi o reietti; di drammoni storici improbabili ambientati su e giù per l’intera Europa (e non solo): titoli spesso di modesto valore musicale, ma scritti per cantanti dalle doti eccezionali e che proprio nella pura esibizione vocale trovavano la loro vera ragion d’essere (laddove oggi nell’ambito di festival più o meno estivi o di stagioni più o meno autunnali, vengono affidati ad interpreti volenterosi – a volte – ma, spesso, ahimè, del tutto inadeguati agli sforzi). Recentemente – pure nella reiterata omissione di interi settori di repertorio che sarebbe doveroso scandagliare (per l’intrinseco valore estetico e storico): si pensi alla maggior parte del teatro donizettiano o al tanto vituperato verismo – sono stati oggetto di queste attenzioni, rectius dotte pruderie musicologiche, anche certi lavori di Wagner e di Verdi: e questo proprio quando le vicende interpretative dei due grandi compositori (i più rappresentati al mondo e i cui cataloghi non parevano riservare più nuove sorprese) stanno vivendo una sofferta decadenza, la più grave, forse dai rispettivi esordi. Tralasciando dietrologie e motivi che hanno condotto a tali operazioni, di particolare interesse appare, tuttavia, la rivalutazione delle prime redazioni di alcuni tra i più celebrati capolavori del cigno di Busseto: La Forza del Destino, Don Carlos, Macbeth e Simon Boccanegra. E’ arcinota l’ansia di Verdi – soprattutto nell’ultima parte della sua carriera – nel rivedere forma e sostanza di alcuni titoli del suo vecchio catalogo: a volte per ragioni estetiche (finalizzate ad un supposto “miglioramento” dell’originale che, forse, non aveva ottenuto il successo sperato), ma più spesso per mere contingenze (Verdi fu sempre uomo pratico, con la concreta mentalità dell’artigiano, priva di quelle suggestioni messianiche e trascendentali che annebbiarono il senno del suo coetaneo collega di Sassonia: e a dire il vero non solo a lui...), rappresentate dall’occasione di riprese di lavori passati, sui quali sembrava necessario (e lo era in un teatro lirico ancora vivo e non già imbalsamato in una, pur splendida, sala di museo) un attento restyling per consentire maggior appeal all’orecchio di pubblici nuovi e diversi, ormai avvezzi ad altri linguaggi: certe formule che erano prassi almeno sino alla metà del secolo e oltre, derivate dal melodramma donizettiano e tardodonizettiano – ambito entro il quale si muoveva diligentemente il primo Verdi – non erano più proponibili a cominciare dagli anni ’60. Non si commetta, però, l’errore di scambiare questo procedimento (assolutamente naturale e comune) per un progresso anche qualitativo, in ossequio ad una concezione hegeliana della storia intesa come processo di superamento e maturazione verso un livello superiore! E’ semplicemente un mutare linguaggio per renderlo più comprensibile e spendibile. Peraltro Verdi, procede in modo assai differente a seconda delle esigenze, delle circostanze, delle necessità e del titolo oggetto di revisione, passando dalla mera sistemazione di dettagli (orchestrali e vocali) all’omissione di taluni brani ormai morfologicamente superati, all’aggiunta di pezzi nuovi, sino al totale stravolgimento della struttura musicale dell’opera.

L’esempio del Boccanegra si pone a mezza via. La prima versione dell’opera ebbe il suo battesimo a Venezia, il 12 marzo 1857. Non fu un successo: Verdi scrisse “ha fatto fiasco quasi altrettanto grande che quello della Traviata”. Forse esagerava. Gli esiti comunque non furono lusinghieri e non mutarono neppure nel corso delle poche repliche. Succeduta di poco alla “trilogia popolare” – che segnò il primo, vero punto di svolta nell’estetica verdiana, rispetto ai cosiddetti “anni di galera” – il Simone si inserisce in quella fase di passaggio e transizione che comprende i Vespri Siciliani e, soprattutto, il Ballo in Maschera. Il linguaggio verdiano, che ancora risente della tradizionale separazione dei numeri chiusi e di tutti i cliché del genere (nella scansione di arie e cabalette, concertati e strette), mostra, tuttavia, evidenti sforzi per un superamento delle forme. Ciò che ancora sopravvive, nella scrittura vocale e nell’accompagnamento, è innanzitutto l’attaccamento a soluzioni debitrici del melodramma romantico donizettiano (un canto ancora fiorito e abbastanza rigido, con cabalette d’ordinanza e separazione netta tra episodi solistici e recitativi: e comunque qualitativamente inferiore al modello), nonché un uso essenziale e spesso impacciato dell’orchestra, in bilico tra strumentazione ora bandistica (e piena di effettacci) ora esageratamente scarna, finalizzata ad un mero accompagnamento privo di ogni intento espressivo (Verdi, al contrario di Donizetti, non padroneggerà mai compiutamente l’arte dell’orchestrazione). Il primo Boccanegra risente di tutti questi aspetti, a cominciare dalla struttura: si apre con un breve preludio (tra i meno ispirati dell’autore) che si limita a riassumere alcuni temi dell’opera, segue la classica introduzione con cori e solisti, per sfociare nella cavatina dell’antagonista. E così via. La strumentazione è elementare, severa, rigida e cupa. Le formule vocali sono ripetitive. Tutto questo viene rivisto nel 1881: l’occasione è data dall’appena nata collaborazione con Arrigo Boito (che rivide per primo il libretto) e dalle insistenze di Ricordi che cercava in ogni modo di riportare il musicista al teatro, dopo il lungo silenzio succeduto ad Aida; ma già nel 1868 l’editore (10 anni dopo la prima) propose a Verdi di riprendere in mano l’opera, ottenendo un seccato rifiuto (opera troppo triste e monotona, scrisse l’autore). Verdi ci lavorerà per più di 6 settimane: rivede quasi ogni singola battuta (anche i più piccoli dettagli). La scrittura orchestrale si fa più elaborata, tendente a fondere con essa la linea vocale. Ma oltre a questo complesso lavoro di piccoli tagli, continui ritocchi, inserzioni e modifiche – che, pur stravolgendone il contenuto, mantengono intatta la struttura – Verdi opera alcuni cambiamenti radicali: importantissimi per il rilevo che assumono nel rapportarsi alle soluzioni estreme della parabola musicale dell’autore. In particolare: elimina il preludio (sostituito da una breve e suggestiva introduzione strumentale) e la cabaletta che segue l’aria di sortita di Amelia; riscrive completamente il duetto tra Fiesco e Gabriele nell’atto I; sostituisce il finale d’atto – che prevedeva originariamente una scena di festa in onore del doge davanti al porto di Genova – con la grande scena del Palazzo Ducale; compone una nuova scena in apertura dell’atto III. Tutti questi cambiamenti sono emblematici del procedere dello stile verdiano e dell’evoluzione della sua scrittura – che non diventa necessariamente migliore, ma semplicemente diversa: anzi, a dirla tutta, il “nuovo” Boccanegra presenta al suo interno problemi di coerenza compositiva (il distacco di oltre vent’anni tra le due redazioni, infatti, è distanza incolmabile e le differenze stilistiche rimangono evidenti, soprattutto nell'atto II, nonostante gli sforzi dell’autore protesi nello smussarle il più possibile), laddove la versione originale si presenta, invece, seppur con tutte le sue evidenti debolezze, come un lavoro del tutto compiuto e omogeneo, sicuramente ancora debitore di certe convenzioni (poi superate), ma strutturalmente più compatto e drammaticamente efficace. Comunque sia, oggi è possibile – anche attraverso alcune incisioni del primo Boccanegra – sperimentare l’ascolto della versione originale: tralasciando i numerosissimi dettagli della revisione che, come già accennato, percorrono l’intera partitura, vorrei soffermarmi su quegli episodi che marcano la differenza tra le due versioni.

1) Preludio: scomparso nella redazione del 1881 e sostituito da una breve introduzione strumentale di appena 26 battute (caratterizzata da un andamento lirico e nobile con un impiego molto delicato ed evocativo della tavolozza strumentale), il preludio non è che un centone di alcuni temi che si ascolteranno nel corso dell’opera. Strutturato in quattro sezioni, si apre con dei rozzi accordi suonati ad orchestra piena, a cui segue la citazione del tema lirico del duetto tra il doge e Amelia fino ad un crescendo che propone il tema della sommossa ordita dai cogiurati (orchestrato in modo bandistico), per terminare col tema finale del perdono. Un brano decisamente poco ispirato, pesante e piuttosto ingenuo (ben altro livello aveva raggiunto Verdi con altri preludi precedenti: si pensi a Traviata, ma anche ad Attila o Masnadieri) con l’unico pregio della brevità: poco meno di 3 minuti di musica scadente.

2) Cabaletta di Amelia: dopo la sortita del soprano “Come in quest’ora bruna” (che nella prima stesura non presenta la suggestiva ed evocativa raffigurazione strumentale dell'aurora che sorge sul mare, bensì una più convenzionale introduzione) e appena seguente alla voce di Gabriele fuori scena (accompagnata da una fisarmonica, sostituita poi dall’arpa nelle revisione del 1881), la versione originale prevedeva una cabaletta prima della scena e duetto col tenore, a rappresentare l'esplosione di gioia per l'imminente arrivo dell'amato. Dello stesso stile di “Trionfai” del primo Macbeth (e ugualmente espunta), è la tipica cabaletta con il da capo: caratterizzata da una scrittura vocale ancora virtuosistica (con abbondanti trilli) e un veloce accompagnamento arpeggiato, segna un deciso passo indietro, nella sua convenzionale banalità. Brutta e inutile la definì Verdi, e con ragione: eppure ancora nel 1883, in occasione di alcune recite a Parigi, il soprano chiese all’autore di ripristinare proprio quella cabaletta (probabilmente per dare mostra delle sue doti), e, poiché nel frattempo la partitura non era più disponibile, di ristrumentarla: naturalmente l’autore rifiutò seccato, sostenendo di averla ormai gettata nel fuoco.

3) Duetto tra Fiesco e Gabriele: la versione originale prevedeva, in luogo del duettino del 1881 (col suo procedere organistico e solenne, ma senza effettacci), un’esplosione rabbiosa nei confronti del doge, un giuramento di vendetta tra timpani, grancasse e ottoni. Un brano feroce, ma non privo di una sua efficacia.

4) Finale dell’atto I: è il cambiamento più rilevante. Al posto della famosa scena nella Sala del Consiglio (considerata, e a ragione, uno dei vertici del teatro verdiano, nonostante certi eccessi di Boito che sfiorano il comico involontario: il “romito di Sorga”, ne è esempio preclaro e, spesso, saggiamente modificato), vi era in origine un finale assai più convenzionale con coro, banda, ballabili, concertato dei solisti e stretta conclusiva. La scena è una vasta piazza di fronte al porto, sovrabbondante di gente d’ogni sorta e imbarcazioni, in occasione della celebrazione dell’anniversario dell’incoronazione del doge. Si apre con un lungo episodio corale: musica festosa, senza troppe pretese, di puro intrattenimento (come tutta la musica cerimoniale dell’epoca) che comprende una barcarola di voci femminili, un inno al doge di retorica bruttezza, un ballabile di corsari africani e di nuovo coro femminile e banda: effettacci a profusione (nemmeno negli anni di galera l’ispirazione di Verdi era scesa così in basso)! A seguire, la denuncia del rapimento di Amelia e l’accusa al doge, ritenuto responsabile: la situazione degenera fino all’ingresso dell’interessata che scagiona Boccanegra, lasciando tutti sorpresi. Qui Verdi inserisce un sestetto “di stupore” (che nel suo effetto di sospensione e di staticità, come afferma giustamente il Budden, ricorda troppo certi espedienti dell’opera buffa – si pensi al rossiniano “Freddo ed immobile” – per non suscitare una certa ilarità, del tutto inadatta ed incongrua al momento così altamente drammatico). Dopo il racconto di Amelia circa il suo rapimento (in parte mantenuto nella revisione), segue la consueta stretta, ancora irrinunciabile nel 1857, che conclude l’atto in un banale accordo in maggiore: nulla di diverso da un Pacini o un Mercadante, solo molto meno riuscito e molto più scontato. Poco o nulla di tutto questo rimarrà nella redazione del 1881 e nel Verdi maturo.

5) Inizio dell’atto III: nel 1857 la scena si apre con un doppio coro di vittoria, banda e popolo fuori scena, orchestra e senatori in scena. Un breve dialogo tra Paolo e Pietro, interrotto da un coro nuziale in lontananza, introduce l’arrivo di Fiesco che apprende, inorridito, dell’avvelenamento del doge. La revisione è radicale, il personaggio di Paolo assume un nuovo e più disperato spessore, mentre Fiesco si rassegna al proprio destino.

Riassumendo la portata degli interventi si può ben affermare che il lavoro di Verdi, in quest’occasione, fu ben più radicale che nel Macbeth o in Jerusalem o nella Forza del Destino: non solo questi 5 episodi, ma l’intera partitura venne ripensata, i personaggi stessi assumono nuovi caratteri (Paolo, ad esempio, ottiene una maggiore complessità; Fiesco e Boccanegra vengono meglio rifiniti nel loro carattere di disillusa nobiltà, Amelia perde certe incongruenti incrostazioni belcantiste e pure Gabriele acquisterà un maggior interesse, anche se il personaggio resta il meno riuscito dell’opera e quello più legato alle convenzioni che pretendevano un innamorato tenore). Tuttavia, ancora evidenti rimangono le suture tra vecchio e nuovo: troppi anni sono passati, troppo legata a formule ormai desuete è la versione originale e troppa strada aveva percorso il linguaggio verdiano (non insensibile alla continuità drammatica di una scrittura post-wagneriana). Otello e Falstaff erano alle porte e, nonostante gli sforzi e le revisioni, una classica “opera a cabaletta” restava estranea alla nuova poetica (diverso il caso di Don Carlo che già in partenza parlava un diverso e più moderno linguaggio). Il 24 marzo del 1881, la nuova versione di Simon Boccanegra va in scena al Teatro alla Scala di Milano, con un cast di prestigio, a cominciare dal direttore, Franco Faccio, oltre a Victor Maurel (Simone), Francesco Tamagno (Gabriele), Edouard De Reszke (Fiesco) e Anna D’Angeri (Amelia, anche se Verdi aveva pensato alla Patti). L’opera ottenne un buon successo (ben lontano, però, dall’atteso trionfo), ma faticò non poco a circolare stabilmente nei teatri, almeno fino alla sua definitiva consacrazione al Metropolitan di New York nel 1932: da quel momento il Boccanegra entrò a pieno diritto tra i grandi capolavori del Maestro di Busseto. Nel 2010 l’opera tornerà sul palcoscenico del Piermarini in una produzione che si preannuncia chiacchierata, per la direzione di Barenboim (a disagio con Verdi, almeno a giudicare dalle ultime esperienze), per il protagonista (un Domingo in chiave baritonale ancora incerto su come concludere una carriera altrimenti eccezionale, senza far rimpiangere i suoi fans di non averla interrotta prima) e per il cast di contorno (dai profili inquietanti). Salvo fantasiose alchimie direttoriali (sempre in agguato alla Scala) che potrebbero condurre a improbabili ed inediti assemblaggi, sarà la consueta versione del 1881 a sfidare i fantasmi dell’ormai mitizzata edizione del 1971 (poi fissata in disco per la DGG nel ’77) curata da Abbado e Strehler (spettacolo ormai entrato nella leggenda aurea del teatro milanese, ma che a ben guardare, rivela più di una crepa soprattutto nel cast vocale). E, a dimostrazione di quella desolante mancanza di originalità di cui si parlava all'inizio, proprio il Boccanegra dovrebbe essere presente nella stagione lirica parmigiana dell'anno venturo (dopo che le previste recite di quest'anno, nell'ambito del Festival Verdi attualmente in corso, sono state cancellate, con la solita scusa dei tagli al FUS). E chissà, magari qualche altro teatro non si farà mancare il suo Boccanegra (come quest'anno è capitato con l'handeliana Agrippina: 4 edizioni diverse in un paio di mesi). Nulla di nuovo, del resto anche i cartelloni dei nostri teatri soffrono di corsi e ricorsi, e passare dall'oblio all'indigestione è, spesso, rischio frequentissimo.


Gli ascolti

Verdi - Simon Boccanegra (prima versione, 1857)


Preludio - John Matheson (1975)

Atto I

Come in quest'ora bruna...Il palpito deh frena - Josella Ligi (con André Turp - 1975)

A festa! A festa, o Liguri...Tradimento! Quai grida!...Egli è salvo! O ciel, respiro...Amelia, di' come tu fosti rapita...Giustizia, giustizia tremenda - Sesto Bruscantini, Josella Ligi, André Turp, Gwynne Howell, William Elvin & Paul Hudson (1975)

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mercoledì 19 novembre 2008

Con le migliori intenzioni: Simon Boccanegra a Bologna


La stagione del Teatro Comunale di Bologna si apre con una nuova produzione di Simon Boccanegra. Nuova in tutto: nell’allestimento, nel cast (composto perlopiù da giovani interpreti, segnatamente nella seconda compagnia), nella bacchetta scelta a condurre in porto una delle più belle e complesse opere di Verdi. Insomma, si respira la stessa aria le cui fragranze ci sono divenute familiari nel corso dell’ultima edizione del Rossini Opera Festival, e analoghi appaiono i risultati. Certo, bisogna tener conto che per molti si trattava di un debutto nel titolo, e per alcuni addirittura di un debutto tout court nel repertorio di fine Ottocento: ma sarebbe fare un torto al professionismo degli interpreti, e soprattutto a una scena forse declinante, ma dalla storia gloriosa, come quella di Bologna, parlare di questo Simone quasi non foss’altro che un saggio di fine anno in Conservatorio.


Va detto che, memori della claudicante Italiana in Algeri della passata stagione e di un pomposo concertino nazional-popolare del mese scorso, a base di pagine del melodramma italiano che parevano riscritte per coro e banda, ci attendevamo ben poco dalla concertazione di Michele Mariotti. Il giovane direttore si è evidentemente preparato a lungo sulla partitura del Simone, optando per tempi stringati (slentati qui e là, verosimilmente onde non perdere le fila della polifonia) e concentrandosi più sulla compattezza degli assieme che sul cesello delle singole parti. Insomma, quella che ne è uscita è una lettura scolasticamente corretta (a parte le inevitabili, a chi non abbia lunga pratica del titolo, sfasature in taluni attacchi - penso in particolare al Palazzo degli Abati - e gli evitabilissimi spernacchiamenti di ottoni non sempre disciplinati) che non è ancora interpretazione, vuoi per la giovane età di un Maestro alla sua prima avventura nel melodramma verdiano, vuoi per la non certo esaltante qualità di un doppio cast che ha faticato non poco (con le debite eccezioni, si intende) per passare l’orchestra e, più ancora, presentare agli spettatori una lettura purchessia del dramma che Piave e in seguito Boito derivarono da Gutiérrez.

Ma com’è noto, non esiste interpretazione possibile senza una linea di canto atta a sostenerla. Per questo verrebbe voglia di liquidare senz’altro il Simone di Roberto Frontali (primo cast), sempre più tenorile nell’impostazione, ridotto a urlare per farsi sentire (scena del Palazzo degli Abati), incapace di legare i suoni e affezionato al falsetto quanto un Falstaff di periferia (da incubo il suo “Figlia” e tutta la scena finale). Al suo fianco Carmen Giannattasio, voce lirico leggera che si fa stridula all’acuto e presenta un registro centrale vuoto e gravi prossimi all’inesistente (la “scure del carnefice” è stata, con malinteso senso del concetto di parola scenica, detta più che cantata). Il tenore della prima compagnia è Giuseppe Gipali: un piccolo (anche in termini di volume vocale) Alagna, più vicino a Nemorino che al nobile Adorno. Basta poco, come è facile intuire, perché possa emergere il Fiesco di Giacomo Prestia, che malgrado l’accentuato e preoccupante (vista la giovane età) vibrato nella voce, vanta una solidità sconosciuta ai colleghi: peccato che a questa non si accompagnino altre doti, quali la capacità di sfumare i suoni e variare minimamente il fraseggio, che gli sarebbero certo state utili onde non fare del crudele e aristocratico guelfo un torvo frequentatore degli angiporti.

Discorso a parte merita Marco Vratogna, che, non pago di avere “declamato” la parte del favorito del Doge nella prima compagnia, ha assunto su di sé l’onere del ruolo del titolo in due delle repliche. Non si tratta certo di un unicum: lo stesso Leonard Warren fu al Metropolitan dapprima l’infido filatore d’oro e anni dopo (anni, non giorni) il Doge. Tuttavia qualche differenza fra i due ci deve essere, alla tetra luce di una scena finale che, dopo una serata passata a imitare l’emissione di Guelfi (Carlo, non Giangiacomo) e del Nucci più terragno, ha visto il cantante prodursi in un florilegio di volenterosi pianissimi che sono in effetti suoni sfocati e spoggiati. Sofia Mitropoulos (cognome impegnativo, soprattutto in un’opera come questa!), voce agra ma omogenea in tutta la gamma, corta in acuto e corposa nei gravi, sarebbe una decente Santuzza, ma alle prese con l’eterea e determinatissima creatura verdiana denuncia tutti i limiti di un fraseggio scarsamente fantasioso e di una tavolozza di colori molto limitata. In luogo di Jean-Pierre Guido, ufficialmente indisposto (ma nei corridoi si è parlato di protesta), abbiamo udito Evan Bowers, noto alle cronache per avere salvato la prima (e numerose repliche) del Ballo parigino di qualche mese fa. La voce, tutt’altro che bella, passa senza intoppi l’orchestra e lo squillo è buono, ma l’acuto presenta asprezze diffuse, l’intonazione è spesso al limite, i piani e pianissimi privi di consistenza e i segni d’espressione restano quasi tutti sulla carta. L’unico che provi, con tutti i limiti del caso, ad accentare, a variare la linea di canto, a dare insomma un senso al testo musicale, è il Fiesco di Carlo Cigni, che però non pare possedere l’ampiezza strumentale richiesta (nei concertati, e ovunque l’orchestra accenni un “forte”, letteralmente sparisce) e soprattutto non sembra un basso, neppure un basso chiaro (tanto che sarebbe interessante sentirlo come Simone, o meglio ancora come Paolo). Il villain era Sebastian Catana, tutto digrignar di denti e voce bella indietro.

Ci sarebbe poi da dire del pauperistico spettacolo di Giorgio Gallione (due muri biancoverdi, proiezioni marine, un albero, una scalinata, una sorta di gazebo e una panchina onnipresente quanto superflua all’azione scenica: Paolo è ridotto ad appoggiare il calice avvelenato… sulla scalinata e il Doge sui medesimi gradini cerca il conforto del sonno), ma francamente non ci sentiamo di buttargli addosso la colpa della noia che ha pervaso le due serate cui abbiamo assistito: con una compagnia così, non sarebbe bastato uno Strehler redivivo.

La première del 13 novembre (ovviamente primo cast), trasmessa in diretta dal circuito Euroradio, è facilmente reperibile on line: ecco la scena finale della replica del 17 novembre (secondo cast).

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