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martedì 6 ottobre 2009

Mese verdiano III - Son giunta!...al Met - Seconda puntata: Zinka Milanov e Stella Roman

La Forza del destino debuttò al Met nel novembre del 1918. Rosa Ponselle, che con quel titolo inaugurava ufficialmente la propria carriera e contemporaneamente si presentava al teatro in cui avrebbe colto i suoi più grandi trionfi, esercitò di fatto un monopolio del titolo a New York fino al 1932. È un vero peccato che non esista la registrazione di una di quelle recite, così come è da rimpiangere – forse ancora più amaramente, perché non vi sono neppure brani incisi in studio, come invece nel caso della Ponselle – la mancata conservazione del broadcast del 19 gennaio 1935, seconda delle tre rappresentazioni in cui Donna Leonora fu nientemeno che Elisabeth Rethberg, affiancata da Giovanni Martinelli, Armando Borgioli ed Ezio Pinza, sotto la direzione di Vincenzo Bellezza. Possiamo quindi solo immaginare l’approccio dell’elegante e glaciale cantante tedesca (peraltro già in una fase avanzata della carriera) all’aristocratica e sventuratissima protagonista verdiana.

Alle successive riprese del titolo, nel 1943 e ‘44, furono Zinka Milanov e Stella Roman ad alternarsi come Leonora. Mentre la seconda prese parte a sette rappresentazioni soltanto, la prima divenne, di fatto, l’erede della Ponselle nel ruolo: fu un autentico impero, lungo quasi vent’anni (dal 1943 al ’62), e la parte della nobile dama di Vargas si rivelò una delle più rilevanti, anche dal punto di vista quantitativo, nella lunga e fortunata carriera della cantante croata, accanto ad Aida, Santuzza, Leonora del Trovatore, Gioconda e Maddalena di Coigny. Non si trattò di vero monopolio, ché negli stessi anni il Met applaudì la Leonora di Renata Tebaldi, oltre a quelle di oneste professioniste fra cui citiamo a titolo di esempio Lucine Amara (minor fortuna incontrò invece Leonie Rysanek: solo due rappresentazioni). Il dominio della Milanov rimase comunque assoluto, e per rendersi conto delle ragioni di un simile impero, è sufficiente ascoltare la registrazione di una delle recite del 1956, effettuate quando la cantante aveva cinquant’anni, trenta di carriera e poco meno di venti di esibizioni al Met.
Ebbene, con tutto questo la signora è una Leonora di Vargas molto limitata in acuto (dal la in su può succedere di tutto, e difatti succede, soprattutto nella parte finale del duetto, mentre più felice, benché un poco brutale, è il si naturale scoperto all’inizio del quadro), con slittamenti d’intonazione e una tendenza ad aprire i suoni al centro (vedi ad esempio l’attacco dell’arioso), ma la saldezza della fascia do centrale-sol e il vigore dell’ottava bassa, ancorché di minor fascino timbrico rispetto a una Cigna o una Caniglia, sono di monito ed esempio per qualunque interprete del ruolo. La Milanov riesce anche a dimostrare, se mai servisse, che soprano drammatico non fa necessariamente coppia con strillona. Anzi. La cantante dispensa piani e pianissimi (specie nel “Madre, pietosa Vergine”, con tanto di messa di voce sul re centrale di “Pietà Signor”, nella scena successiva, con analoga sfumatura sul fa diesis centrale, e nell’attacco della frase del duetto “Più tranquilla l’alma io sento”) che sono prova di una buona facilità (tenuto conto dell’età e della pesantezza del repertorio affrontato) nell’alleggerire e dosare la voce, il che per inciso risulta utile a preparare pubblico e cantante alle autentiche esplosioni di “Se voi scacciate questa pentita” e “Tua grazia, o Dio, sorride alla rejetta”. I passi in recitativo e i declamati non hanno forse tutta la forza che sarebbe necessaria, ma non sono mai ridotti a semplice parlato. Invano si cercherebbe nella Milanov eloquenza straordinaria o infinita varietà d’accenti: la sua Leonora è più energica che tragica, più sconvolta che annichilita dal dolore, ma nel complesso è un personaggio di grande effetto, sostenuto da una voce che, non più al massimo della forma, risulta comunque di sicuro impatto. E la preghiera finale è risolta con sobrietà espressiva e solidità di legato, sebbene la voce suoni stanca e un poco velata. Più che giustificate, quindi, le ovazioni che il pubblico del Met riserva all’artista. Al fianco del soprano troviamo Cesare Siepi, anche lui piuttosto monocorde dal punto di vista del fraseggio e con acuti un poco duri e schiacciati, almeno se lo si giudica alla luce dei Padri Guardiani proposti nella scorsa puntata: se confrontato con i principali interpreti del passato recente, il basso milanese è semplicemente un colosso, oltre che un monumento di stile e solidità professionale. Il Melitone di Fernando Corena ha discreta verve e severi limiti in alto. Sul podio, il braccio sicuro del poliedrico Fritz Stiedry, anch’egli di monito e ammaestramento per le nuove leve direttoriali che, fresche uscite di Conservatorio, aspirino a dirigere Verdi e Wagner a sere alterne.

Molto diverso è il caso di Stella Roman, voce di soprano lirico che il Met impiegò spesso e volentieri in ruoli di lirico spinto e drammatico tout court. Qui il vero limite è costituito dai gravi, spesso al limite dell’udibile (con conseguente ricerca di maggiore sonorità a base di suoni di petto, un poco comici, e qualche scivolone nel parlato all’attacco del duetto), e dalla zona di passaggio fra il centro e gli acuti, non sempre a fuoco sotto il profilo dell’intonazione. A ciò va aggiunta la pesantezza della parte e lo spessore del tappeto sonoro, su cui la voce del soprano è chiamata a stagliarsi. La Roman ha delle carte da giocare a proprio vantaggio: innanzitutto il timbro, limpido e dolcissimo, quanto mai appropriato per la giovane e infelice nobildonna spagnola, e poi gli acuti, in cui la voce assume una robustezza e una capacità di penetrazione che invano si cercherebbero nel resto della gamma. Ma soprattutto il soprano si avvantaggia della presenza sul podio di un autentico asso della bacchetta quale Bruno Walter, che fa letteralmente di tutto per agevolarla e al tempo stesso metterne in evidenza le qualità. I tempi sono più rapidi di quanto sarebbe necessario con una voce di maggiore solidità, il tutto però senza compromettere l’atmosfera del quadro, che deve essere incalzante ma non isterica. L’orchestra si dissolve, senza sparire, nei momenti in cui Leonora è chiamata a cantare in prima ottava e magicamente ricompare quando si sposta dal do centrale in su. Verso la fine dell'arioso, il direttore arriva ad anticipare di una battuta l’inizio di una forcella orchestrale per farla coincidere con la ripetizione di “Deh non m’abbandonare, pietà di me, Signor”, che porta la voce del soprano al la diesis acuto. Il risultato è semplicemente magistrale: Walter riesce a convincere, sia pure per alcuni minuti, che la Roman sia una voce adeguata all’arduo cimento, vocale e interpretativo. Con questo non vogliamo certo sminuire la cantante, che anzi potrebbe insegnare molto alle tante “bellezze all’opera” oggi di moda: il grande fascino, sia in scena che fuori, non impedisce alla signora di sfumare i suoni a dovere (ad esempio nel recitativo con Melitone) e di legarli in modo ragionevolmente efficace. I limiti di calibro del soprano rumeno emergono soprattutto nel duetto con Ezio Pinza, cantante d'impressionante cavata, anche se tutt’altro che irreprensibile sotto il profilo dell’emissione. La linea vocale è compromessa da suoni duri, sforzati, che in acuto finiscono per causare, nella chiusa del duetto, una stecca francamente penosa sul mi acuto di “sul nuovo calle a reggervi”, il che induce il cantante ad effettuare un prudente trasporto al grave per evitare la stessa nota nella cadenza che precede la coda del brano. Pinza si prende la rivincita ne “Il santo nome di Dio Signore”: la sua "Maledizione", davvero epica, è assecondata forse con fin troppo clamore da Walter, che concerta poi la più incantata e sublime preghiera che si possa immaginare. È un vero peccato che la Roman abbia terminato la benzina vocale nell’impegnativa sezione conclusiva del duetto, e che quindi la bella voce risulti stanca e l’interprete poco motivata. Salvatore Baccaloni, una delle glorie del Met, confonde forse Melitone con l’amato Dottor Bartolo, ma la solidità e la bellezza di un’autentica voce di basso attenuano la perplessità di fronte ai tratti più farseschi della sua interpretazione.


Gli ascolti

Verdi - La forza del destino

Atto II

Son giunta!...Madre, pietosa Vergine...Chi siete?...Più tranquilla l'alma sento...Se voi scacciate questa pentita...Sull'alba il piede all'eremo...Il santo nome di Dio Signore...La Vergine degli Angeli

1943 - Stella Roman (con Ezio Pinza & Salvatore Baccaloni - dir. Bruno Walter - Met, New York)

1956 - Zinka Milanov (con Cesare Siepi & Fernando Corena - dir. Fritz Stiedry - Met, New York)


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lunedì 29 dicembre 2008

Il soprano prima della Callas, quarta puntata: Maria Caniglia e Zinka Milanov

Maria Caniglia e Zinka Milanov rappresentano il modello del soprano Verdiano fra la fine degli anni trenta e il principio dei cinquanta.
Lauri Volpi, che abbiamo assodato non amava le voci femminili molto dotate al centro, parlando della Caniglia ricorre al termine “voce dominante, che lasciava alle altre le briciole”. Le altre si chiamavano, magari, Maria Pedrini e Gabriella Gatti.La definizione potrebbe valere uguale ed identica, trasferita al Metropolitan, per Zinka Milanov.

Dal 1937, quando vi debuttò come Leonora del Trovatore il soprano croato rimase nel massimo teatro americano (con la sola eccezione delle stagioni 1947 e 1948) sino al 1966 quando il concerto di chiusura del vecchio Met fu anche quello di addio alle scene dell’esausta Zinka.
Nei principali teatri italiani ossia Scala, San Carlo e, come lo si chiamava allora, il Reale dell’Opera la Caniglia fu dal 1935 la monopolista del repertorio spinto. Non affrontò, se non nel dopo guerra i titoli più pesanti come Gioconda e Fanciulla (e Norma che allora era un’opera da soprano drammatico) per la presenza, sino al 1946, di un’altra voce assolutamente torrenziale: Gina Cigna.
Va detto che i monopoli dei ruoli, allora a differenza di oggi, avevano fondamenti ed artistici e contingenti.
La qualità delle due voci nel ricordo di chi le abbia ascoltate è concorde si trattava di voci di grandissimo tonnellaggio ed anche molto belle in natura. Entrambe, per la situazione contingente,(il ritiro o il declino al Met della Ponselle e della Rethberg, in Italia della Raisa, della Scacciati e della Arangi-Lombardi e della Muzio si trovarono in tempo rapido (anche se la Milanov a Zagabria fra il 1928 ed il 1937 aveva cantato un repertorio vastissimo) a cantare sistematicamente opere pesanti per le quali la voce, forse, la tecnica, per certo, non erano del tutto adatte. La Milanov soprattutto il tardo Verdi e la Tosca, la Caniglia un repertorio ben più vasto, che comprendeva il tardo Verdi ( in condominio, però, con la Cigna e la Pacetti), Puccini, Giordano, Mascagni (che per la voce della Caniglia aveva una assoluta predilezione) ed anche Wagner (Lohengrin e Tannahauser), Spontini (Vestale), Gluck (Ifigenia), Meyerbeer (Africana), il primo Verdi (Luisa Miller ed Oberto) e persino il Donizetti di Poliuto nel 1955 a Caracalla.
Per il dettaglio la Milanov era anche un po’più rifinita tecnicamente e quanto meno castigata nel gusto come l’esecuzione della Casta diva o della scena di Leonora testimoniano. E come testimonia il fatto che fu lei e non la Caniglia o la Cigna a rimanere al Metropolitan quando il teatro cercava fra il 1937 ed il 1938 le sostitute dei due soprani spinti Ponselle e Rethberg.
La Milanov era, e qui lo testimoniano il maggior numero di registrazioni live alterna perché talune esecuzioni degli anni ‘50 ( Gioconda e Trovatore al Met rispettivamente 1953 e 1955) sono ancora di gusto, mentre altre come il Boccanegra o la Cavalleria sono decisamente infelici e inficiati da un gusto verista che, neppure, Mitropoulos riesce a frenare.
Neppure la Caniglia, testimonianza discografiche alla mano brillava per costanza di rendimento perché lo Chenier del 1941 o il Ballo del 1943 mostrano, sotto il profilo vocale una cantante più provata e tecnicamente discutibile che quella della Francesca del 1951 o di taluni stralci di un Trovatore sud americano del 1946.
Entrambe avevano il loro tallone di Achille negli acuti estremi, con la differenza che, talora, la Milanov (vedi il d’amor sull’ali rosee) cantando piano o mezzo forte evitava scivoloni. Oltre tutto nessuna delle due era una musicista rifinitissima, come testimonia ad esempio un don Giovanni della Milanov o come l’episodio della Messa da Requiem, famosissima, di Santa Maria degli angeli dove era la Stignani a dare l’attacco alla collega.
Il difetto è ovvio sia la Caniglia che la Milanov disponevano in natura di una dote eccezionale (per essere chiari poche se ne sono sentite tali negli anni successivi, nessuna oggi) di colore splendido, femminili e dolci, però, il gusto dell’epoca richiedeva accento drammatico e l’accento drammatico del tempo imponeva sonorità del mezzo forte in su ed un registro basso ampio e sonoro, ossia di petto. Le note di petto eseguite senza un adeguato sostegno ( chi avesse voglia di sentire una nota di petto ben sostenuta deva andare alle registrazioni di una Onegin o di una Stignani, fra i mezzo soprani, o una Leider e una Destinn o una Russ fra i soprani) comportano come logica conseguenza una voce scissa in due tronconi, difetto che nature straordinarie come la Milanov o la Caniglia riescono anche a mascherare per vent’anni e l’impossibilità di una dinamica sfumata e del cosiddetto “riposo per la voce” come lo chiama Lauri Volpi il cantar piano riferito, proprio alle voci femminili alle prese con Aida o Ballo in maschera. Eppure le cantanti delle generazioni immediatamente precedenti fossero la Rethberg, la Arangi Lombardi o coeve ed attive in altra area, come la Lemnitz, avevano praticato un gusto più meditato e lasciato esecuzioni che ancor oggi non sono affatto datate.
Intendiamoci bene oggi ascoltare il timbro veramente sontuoso della Milanov nel finale primo di Gioconda, o una esecuzione dell’allegro “Ah bello a me ritorna” con una voce che forse solo la Caballé sfoggiava più belle o lo slancio (poi possiamo discutere se sia o meno autenticamente verdiano) di Leonora di Vargas che giunge al convento della Madonna degli Angeli sono esperienze che fanno saltare sulla sedia l’ascoltatore. Come all’ascolto sorgerà il sospetto, che, persino, la vituperata Caniglia sia stata modello per soprani spinti per trent’anni nell’eseguire arie come l’”Ebben ne andrò lontana” di Wally.



Gli ascolti


Maria Caniglia


Catalani - La Wally

Atto I - Ebben ne andrò lontana (1936)

Cilea - Adriana Lecouvreur

Atto IV - Poveri fiori (1943)

Verdi - La traviata

Atto II - Madamigella Valéry?...Dite alla giovine...Morrò, la mia memoria (con Mario Basiola - 1939)

Verdi - La forza del destino

Atto II - Son giunta!...Madre pietosa Vergine (1941)

Verdi - Otello

Atto IV - Era più calmo...Mia madre aveva una povera ancella...Ave Maria (1938)

Zandonai - Francesca da Rimini

Atto III - Benvenuto signore mio cognato (con Giacinto Prandelli - 1950)


Zinka Milanov

Bellini - Norma


Atto I - Sediziose voci...Casta Diva...Ah! Bello a me ritorna (1944)

Bellini - Norma

Atto II - In mia man alfin tu sei (con Frederick Jagel - 1944)

Ponchielli - La Gioconda

Atto I - Angele Dei (con Anna Kaskas - 1939)

Verdi - Rigoletto

Atto III - V'ho ingattato, colpevole fui (con Leonard Warren - 1944)

Verdi - Il trovatore

Atto IV - D'amor sull'ali rosee (1954)

Verdi - Aida

Atto III - Pur ti riveggo mia dolce Aida (con Giovanni Martinelli - 1943)

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venerdì 31 ottobre 2008

Simone Boccanegra, "empio corsaro incoronato".

Simone Boccanegra è, nella produzione di Verdi uno strano lavoro.
Nato, ultima fra le opere del Verdi “a cabaletta” nel 1857 subì, dopo Aida e Don Carlos, ampia revisione, che l’ha fatta ritenere presagio, piuttosto consistente, di Otello.
Ossia del dramma musicale .
Possiamo esagerare dicendo che passiamo dal Verdi “a cabaletta” al dramma musicale, attraverso una sovrabbondante dose di grand-opéra?.
Credo di no per la storia compositiva dell’opera, e soprattutto per quello che Verdi pratica fra la prima e la seconda del Boccanegra. Seconda versione nella quale l’opera viene abitualmente rappresentata..
E senza essere opera popolare nel senso di una Traviata o di un Trovatore è stata sempre rappresentata nei teatri, conoscendo spesso esecuzioni esemplari come le coeve del Met (1932) Tibbett, Pinza, Martinelli, Müller (Elisabeth Rethberg nelle riprese) e della Scala (1933) Galeffi, De Angelis, Caniglia .
Opera di difficile collocazione, opera di difficile esecuzione. Naturalmente.
Ha attirato, specie negli ultimi cinquat’anni, per la parentela con il dramma musicale grandi direttori d’orchestra. Notissimi i nomi Abbado, Solti, Chailly.
Purtroppo come per tutte le opere, Wagner e Strauss compresi, il grande direttore non basta. E non può bastare per un’opera come questa , anche se il compito di direzione e concertazione è gravoso.
Il colore e clima più forte, che si percepisce nel Boccanegra è quello del grand-opéra. Le atmosfere della Genova del prologo o della Genova dell’inizio del terzo atto, le congiure, che secondo al visione ottocentesca della storia si snodano dal prologo alla fine, tradendo la verità storica per creare il componimento misto di invenzione e storia, la grande scena del palazzo degli Abati, con la lezione di storia contenuta sono tutti ingredienti tipici del grand-opéra.
Ovvero di un tipo di melodramma, assolutamente sconosciuto ed ignoto ai direttori di orchestra ed anche ai cantanti oggi in carriera.
I richiami alle vie di Parigi della strage degli Ugonotti, piuttosto che l’atmosfera delle congiure occulte nel palazzo saint Bris o del ritrovo della religione bandita nella bottega dell’orefice ebreo, le apparizioni, quasi infernali, degli anabattisti sono speculari alle immagini di questo Verdi.
Il compito essenziale del direttore del grand-opéra d’orchestra è quello di creare l’atmosfera nella quale i personaggi agiscono.
In genere è già problematico gestire cori in scena ed interni, campane, banda, orchestre interne sono di difficile gestione che sono la grammatica di base, poi arrivano sintassi ossia l’essenziale problema di creare il colore e l’atmosfera, preparare la serie di colpi di scena che in Simone sovrabbondano.
Senza sostegno contorno non avremo mai il sapore della storia che di Simone è la più autentica caratteristica.
In questo senso la direzione di Mitropoulos al Met 1960 è esemplare. Esemplare perché rende l’atmosfera delle congiure della lotta per il potere, ed anche, altra e concorrente componente, del grand-opéra, la vicenda d’amore che, poi, nel Boccanegra è anche quella dell'amore paterno, sofferto osteggiato e tormentato del doge.
La resa di Mitropoulos è superiore a quella di altri direttori perché si rende perfettamente conto delle forze in alcuni casi esauste (una cinquantacinquenne Milanov) limitate per tecnica (Guerrera e Tozzi) ovvero eccezionali (Bergonzi).
Allora in primo luogo il grande affresco storico con ben evidenziati i presagi del dopo ossia Otello, l’accompagnamento sinistro ad ogni apparizione di Fiesco sia nel prologo, che nel primo atto con Gabriele Adorno che nel finale con Simone, le esplosioni ad ogni colpo di scena (Simone che scopre Maria cadavere), la concitazione del finale primo, la misura, direi essenzialità nei rallentando e nella dinamica sfumata allorchè è in scena la Milanov (o quel che ne resta) e un’aria di Gabriele che, complice un tenore che può fare tutto o quasi a tutte le dinamiche ed a tutte le altezze è dimostrazione di che risultato possa sortire la collaborazione fra un grande direttore ed un cantante nel pieno possesso di mezzi tecnici e vocali.
Va detto che non ci sono le raffinetezze e la potenza vocale ed espressiva che, al tempo stesso, si intuiscono dagli acetati del Met 1935 ed anche 1939 ad opera di Tibbet e Pinza e per molti versi anche da Elisabeth Rethberg , neppure le esibizioni vocali assolute in Fiesco di De Angelis e di Alexander Kipnis. Non c’è neppure la difficile coesione fra palcoscenico e buca che connota tutte le edizioni di Simone successive. Ed osannate aggiungo, anzi storiche.
Spiace dirlo, ma e soprattutto con riferimento alle reiterate esecuzioni scaligere che il rapporto Mitropoulos cantanti appare esemplare, a differenza di quello di Claudio Abbado. Tozzi e Guerrara non avevano le qualità vocali di Cappuccilli e Ghiaurov, ma erano tecnicamente più ortodossi rispetto alla tradizione, non esibivano i suoni bitumosi e le difficoltà nelle note medio-alte di Cappuccili o i suoni indietro e nello stomaco, che impedivano qualsiasi possibilità di dinamica con cui Ghiaurov ha connotato il nobile genovese. Che di nobile nulla aveva e poteva avere.
Anche se, premesso che mala tempora currunt, almeno aveva la vera voce da basso qualcuno potrebbe obiettare. Però la registrazione 1935 e 1939 del Met ci ricorda per voce di Ezio Pinza che Fiesco può anche essere chiaro come basso con un vago sapore baritonale, ma assolutamente deve essere elegante, stilizzato e nobile, come consono al personaggio da grand-opéra.

Gli ascolti

Prologo

A te l'estremo addio...Il lacerato spirito - Alexander Kipnis, Ezio Pinza, Nicolai Ghiaurov

Atto I

Favella il Doge ad Amelia Grimaldi? - Mirella Freni & Piero Cappuccilli

Messeri, il Re di Tartaria - Tibbett-Rethberg/Panizza, Cappuccilli-Freni/Abbado, Bruson-Dimitrova/Guingal

Atto II

O inferno...Pieotos cielo - Carlo Bergonzi, Richard Tucker

Atto III

M'ardon le tempie - Lawrence Tibbett & Ezio Pinza, Piero Cappuccilli & Nicolai Ghiaurov

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lunedì 20 ottobre 2008

Il soprano drammatico in Verdi

Il soprano drammatico di Verdi inizia, credo, quando finiscono le cabalette.
Quindi con il Ballo in maschera e, di fatto, limitato alle protagoniste di Ballo, Forza del destino, Aida ed alla Elisabetta di don Carlos. Esclusa Desdemona, ricompresa l’Amelia della versione 1881 del Boccanegra.
Nasce da una commistione fra il soprano della precedente produzione verdiana, definito generalmente drammatico di agilità e il cosiddetto soprano Falcon del grand-opera francese. A questa categoria vocale apparteneva, fra l’altro la prima Valois, Maria Sass e molti soprani verdiani frequentarono anche il grand-opera sino agli anni cinquanta del XX secolo.
Per capire le difficoltà vocali e prima di tutto la resistenza fisica richiesta al soprano verdiano basta leggere in “voci parallele” l’opinione di Lauri-Volpi. Riferita all’Amelia del Ballo, è, però, comune a tutte le protagoniste degli ultimi lavori di Verdi.

Banale quindi assumere che sono richieste una tecnica di canto saldissima, le cui prime conseguenze sono la possibilità di reggere la lunghezza degli spartiti, la massa orchestrale, duetti ed ensamble con tenore, baritoni e coro, ed al tempo stesso sfoggiare una dinamica dal pianissimo al fortissimo. Spesso il famoso do dei cieli azzurri, che prevede l’esecuzione della forcella , rimane una mera indicazione di spartito.
Mai come nel tardo Verdi la saldezza tecnica è il presupposto per una esaustiva esecuzione dello spartito ed, al tempo stesso, mai come nel tardo Verdi in primis per lo spessore orchestrale abbiamo sentito dilettantesche, propiziate sia nel canto maschile che nel femminile dalla ricerca di volume e foga, scambiate per aderenza al personaggio ed al dramma.
E’ vero che farsi prendere la mano soprattutto per voci dotate in Verdi è facilissimo. Il risultato sono precoce declino, derivato dalla tendenza ad emettere note di petto in zona centrale a ghermire gli acuti a trascurare per insipienza tecnica la dinamica, che – richiamo sempre Lauri Volpi sul canto verdiano- sono riposo per la voce.
Non solo, ma spesso un malinteso stretto rapporto fra il tardo Verdi ed il verismo ha aggravato la situazione. La storia del canto verdiano è costellata o di precoci declini o di ritirate strategiche o di conclamate inadeguatezze. Rosina Penco, prima Leonora del Trovatore e quindi non siamo neppure nel tardo Verdi, ritornò appena possibile al repertorio antico ossia Rossini e Bellini, assicurandosi una carriera trentennale e quando alle esecuzioni dei belcantisti applicati a Verdi (le sorelle Marchisio per tutti) è un continuo lamentare limiti ed inadeguatezze. Una situazione confermata in tempi recenti, sembra.
Non disponiamo delle prime registrazioni dei soprani del Tardo Verdi. Sappiamo, però che a 40 anni Teresa Stoltz era ritirata per gli abusi di suoni di petto e ciò, nonostante, nel periodo migliore si trattasse non solo di una cantante eccezionalmente dotata, ma anche con cospicue disposizioni tecniche, stando almeno alle indicazioni dinamiche che le arie per lei appositamente inserite in Aida e Forza prevedono.
Non solo, ma le idee circa le doti dei primi soprani verdiani sono piuttosto vaghe dalle registrazioni almeno sino agli anni 20, incapaci di captare l’ampiezza e le vibrazioni delle poderose voci dei soprani verdiani
Né fanno, per certo, le spese, voci d’eccezionale qualità come Giannina Russ, Ester Mazzoleni, Emmy Destinn o Melanie Kurt.
A conti fatti la Destinn e la Kurt suonano piuttosto fisse in alto, della Russ possiamo ammirare la compostezza, ma la voce suona molto chiara e non si percepisce quella ampiezza che i contemporanei le riconoscevano; quanto alla Mazzoleni si può essere certi che la voce, fra l’altro piuttosto vibrante, corresse nei teatri, ma delle doti di fraseggiatrice nessuna o pochissima traccia, atteso che le registrazioni non captavano la dinamica.
Un pessimo servizio le registrazioni lo rendono anche ad Eugenia Burzio, che fu ritenuta un vero mito e che, per contro dimostra soltanto il legame ed il vezzo – discutibile- fra il tardo Verdi ed il Verismo.
Davanti ad Eugenia Burzio il dubbio che la grande fama fosse dettata proprio dal favore che il pubblico aveva per una esecuzione verista di Verdi avesse maturato, sorge abbastanza spontaneo. Ossia si può ritenere che la fama assoluta di una Burzio sia dipesa soprattutto dalla aderenza al gusto imperante del tempo.


L’avvento delle registrazioni elettriche da un lato testimonia finalmente le qualità delle voci verdiane, dall’altro, per ovvi motivi il crescente vezzo dell’esecuzione in “salsa verista”.
Alle esecuzioni rispettose della tecnica di canto e, quindi, illuminate da una facilità di esecuzione in ogni gamma della voce, castigate nell’accento, attente ai segni di espressione di Giannina Arangi-Lombardi (nessuna Aida sia detto per inciso può vantare eguale rispetto dei segni di espressione) si contrappongono quelle di Bianca Scacciati, Maria Carena e, in quanto famosissime di Maria Caniglia e Gina Cigna.
Le autentiche stroncature di cui soprattutto la Cigna e la Caniglia sono state oggetto devono essere ponderate.
Il tardo Verdi non è il primo Verdi (che peraltro le nostre praticavano alla bisogna), dove l’esecuzione impacciata del canto di agilità rappresenta un ulteriore handicap e poi gli autentici torrenti vocali della Cigna e della Caniglia (che molte registrazioni live fra il 1935 ed il 1946 dimostrano), sono ben consoni a Verdi ad onte di esuberanze temperamentali e limitazioni tecniche.
Una voce poco immascherata al centro e, quindi, non astratta e con inflessioni più vicine al parlato che al canto configura il maggior limite delle esecuzioni verdiane dei soprani verdiani di scuola italiana fra il 1920 ed il 1950. Le eroine verdiano sono pur sempre dame di rango, regine e non figure di estrazione popolare come le veriste. In questo anche il tardo verdi è legato a modelli e stilemi romantici.
Eppure nonostante i limiti derivati da una tecnica limitata i soprani del periodo 1920-1950 spesso dimostrano una aderenza alle esigenze vocali superiori a quelle delle cantanti delle generazioni successive. Il colore, l’ampiezza e la tenuta sulla massa orchestrale della Valois di una declinante Maria Caniglia sono ignote a tutte le altre Valois discografiche.
A parte, fra le cantanti italiane fra le due guerre, deve essere considerata, benché non documentata da registrazioni live, Claudia Muzio.
La Muzio cantò spesso Traviata e Trovatore, ma anche Aida, Forza del destino e Ballo in maschera, opere dove suppliva con la dinamica sfumata, una attenzione al dettaglio, che sarà la caratteristica delle primedonne del dopo guerra la carenza di una presenza vocale tipo Scacciati, Cigna ed anche Arangi-Lombardi.
Un po’ differentemente negli Stati Uniti e nei paesi di lingua tedesca sino alla seconda guerra mondiale venne eseguito un tardo Verdi di qualità sia tecnica che interpretativa.
Il primo nome è quello di Rosa Ponselle, debuttante al Met nel 1918 proprio con Forza del destino.
Non si discutono, anzi sono i punti cardinali dell’ascoltatore di 78 giri la bellezza vocale, il fraseggio castigato ed alieno da vezzi veristi, però ad un ascoltatore attento non sfuggirà che il passaggio fra le note basse e le prime centrali è sempre fortunoso con la conseguenza, tipica delle voci femminili, che non eseguano correttamente il primo passaggio di una gamma acuta limitata e della difficoltà a reggere le tessiture acute. Il tutto evidenziato sia dall’attacco del “ D’amor sull’ali rosee” che dalla difficoltà ad eseguire gli staccati di “vedi per non s’affretta” del duetto finale di Aida ed ancora dal fatto che la Ponselle mai affrontò in teatro l’Amelia del Ballo e limitò le recite di Aida, poche in confronto a Forza ed anche a Don Carlos. Ma Elisabetta di Valois, creata per l’Operà di Parigi è, in fondo, un soprano Falcon.


In quegli anni al Met il monopolio di Aida appartenne ad Elisabeth Rethberg. Chi ascolta, oggi, le registrazioni delle arie del Ballo e di Aida , nonché tutto il terzo atto di Aida della Rethberg rimane stupito davanti a modalità esecutive e interpretative che, a torto, pensiamo “inventate” dalla Caballé, mentre erano praticate in pieno Verismo.
Ma per comprendere la differenza fra una Rethberg ed una Caballè ci sono le registrazioni in house della seconda metà degli anni 30. Qualche acuto dopo il 1935 suona un poco duro (venti anni di Verdi e Wagner!), ma la registrazione restituisce una ampiezza e sonorità della voce, che galleggia e supera coro, orchestra e perfino Giacomo Lauri Volpi o Giovanni Martinelli. Mi riferisco soprattutto al finale secondo di Aida (Covent Garden 1936) ed alla scena del palazzo degli Abati nel Boccanegra del Met 1935.
Attenzione non si tratta del suono spinto, fibroso e forzato del soprano di grande dote naturale, ma di un suono ampio che, ad onta dei sistemi di registrazione e trasmissione primordiali, si espande e sovrasta.
Per altro una simile esecuzione verdiana in area di lingua tedesca non rappresentava l’eccezione, ma una norma assai praticata. Lo testimonia per prima Frieda Leider, passata alla storia del canto come esecutrice wagneriana, ma usa al repertorio verdiano, dove sfoggiava una esemplare esecuzione del primo passaggio, dinamica sfumata a tutte le altezze, prodigiose tenute di fiato e, sia pure con i limiti delle registrazioni, un materiale vocale di assoluta eccezionalità.. Il tutto dimostrato al massimo grado nell’aria di Leonora di Trovatore del quarto atto.
La carriera ed il repertorio della Leider, soprano drammatico da Wagner e da Verdi fanno riflettere su cosa accadrebbe oggi ad una Aida o ad una Leonora di Calatrava affidate alle più quotate e registrate cantanti wagneriane.
Vicine per tecnica e gusto alla Rethberg sono le esecuzioni sia di Maria Muller che di Margarethe Teschemacher. Praticavano un tardo Verdi attento alla dinamica ed alla tecnica. L’esecuzione, ad esempio, del duetto finale di Aida della Teschemacher con Wittrisch è ben distante da quella praticata negli stessi anni in Italia.
La situazione sarà capovolta nel secondo dopoguerra, allorché la scuola tedesca non produrrà più cantanti di tecnica e di gusto al contrario di quanto accadrà in Italia e negli Stati Uniti.
Intendiamoci beni non moltissimi se escludiamo dal 1939 al Met Zinka Milanov, il cui gusto, però, inclinava al Verismo o autentiche meteore come Caterina Mancini.
Limitatamente ad Aida e Forza il tardo Verdi connotò la prima parte della carriera di Renata Tebaldi, le cui qualità vocali eccezionali, il gusto sponteamente sorvegliato e l’accento nobile sono ben noti e celebrati, ma i cui acuti sempre un poco duri e spinti dal si bemolle hanno limitato la frequentazione verdiana alla prima fase della carriera. La verità, difficile a comprendersi, è che nonostante alcuni passi unici in Aida e una Forza di levatura storica come la fiorentina del 1953 con Mitropoulos, la Tebaldi mancava del vero accento verdiano. Non era volgare, non era verista, era spontaneamente nobile, ma quel qualche cosa di paludato ed aulico del canto verdiano, che connota una regina ed una dama di rango le era estraneo.
E’ paradossale dirlo, ma era più verdiano l’accento applicato ad una voce che per dote naturale era anti verdiana come quella di Maria Callas.
E rispondeva anche all’aulicità della dama di rango quello di Anita Cerquetti dotata, ad onta di acuti bianchi e fissi di un timbro di eccezionale nobiltà e grandeur.
In sostanza gli anni del dopoguerra furono anni di soprani che in taluni personaggi di Verdi o in alcuni passi dei lavori verdiani raggiungevano livelli eccezionali, ma mancavano di quell’assoluto di quella paradigmaticità delle generazioni precedenti.

Il caso più significativo è Leontine Price, Leonora, Amelia ed Aida per eccellenza dal 1960. Però , a parte la musicalità censurabile, l’integrità vocale fu di breve durata e l’interpretazione ispirata più alle doti naturali , che non a studio e ricerca
Anche le esecuzioni verdiane della Callas, della Gencer e della Caballé, maestre di tecnica nella fase migliore della carriera e quindi di dinamica sfumata ed accento analitico sono rimasti splendidi episodi isolati. Erano cantanti la cui qualità vocale e la cui idea interpretativa pertineva più al primo che non al tardo Verdi.
Nel 1969, parlando del soprano drammatico del tardo Verdi, Rodolfo Celletti identificò in Monteserrat Caballé, allora alle prime esecuzioni di brani del Verdi più tipico il modello di tale soprano. Questo repertorio eseguito ripetutamente fra il 1973 ed il 1977 rappresentò la rovina vocale della Caballé, prova che una voce di questo tipo non bastava a sostenere gli orditi orchestrali le masse corali del tardo Verdi, nonostante, appunto, singoli estratti limitati per lo più alle arie solistiche, tipo “Cieli azzurri”, “Pace mio Dio”, “Morrò, ma prima in grazia”
La precoce rovina vocale della Caballé non ha insegnato nulla a nessuno, cantanti e direttori sia d’orchestra che artistici o responsabili di agenzia e case discografiche. Esclusa Mirella Freni, che cantò il tardo Verdi per semplice dovere d’ufficio e con una esemplare parsimonia.
Sul presupposto, valido solo se si dispone di Elisabeth Rethberg o Maria Muller o Giannina Arangi Lombardi, che Verdi non richieda urla e grida, abbiamo visto e sentito Mimì, Adina, Manon promosse a soprani di forza. In un paio di casi, Mirella Freni e Maria Chiara, il risultato è stato decoroso, ma la Freni ha brillato come cantante verdiana soprattutto per parsimonia di prestazioni e severo autocontrollo mentre Maria Chiara, dotata di strumento di eccezionale bellezza, ha accorciato per le Aide areniane la propria carriera. Ma, ripeto, si trattava di cantanti di meditata e sicura tecnica. Negli altri casi il risultato è stato disastroso (Katia Ricciarelli e Cheryl Studer), costellato di strilli ed urli (Maria Guleghina), ridicolo (Ileana Cotrubas) ridicolo e disastroso (Fiamma Izzo d’Amico).

Gli ascolti

Un ballo in maschera

Atto II

Ecco l'orrido campo - Eugenia Burzio; Gertrud Grob-Prandl; Leontyne Price
Teco io sto - Ester Mazzoleni & Nicola Fusati; Birgit Nilsson & Richard Tucker

Atto III

Morrò ma prima in grazia - Elizabeth Rethberg; Montserrat Caballè, Katia Ricciarelli
Scena della congiura - Zinka Milanov, direttore Bruno Walter (Met 1944)

La forza del destino

Atto I

Me pellegrina ed orfana - Gina Cigna

Atto II

Son giunta! - Antonietta Stella
Infelice, delusa, reietta - Maria Caniglia & Tancredi Pasero
La vergine degli angeli - Rosa Ponselle; Maria Caniglia

Atto IV

Pace mio Dio - Claudia Muzio; Renata Tebaldi

Don Carlos

Atto II

Io vengo a domandar - Maria Caniglia & Mirto Picchi; Eleanor Steber & Richard Tucker
Non pianger mia compagna - Leyla Gencer; Montserrat Caballè; Renata Scotto

Atto V

Tu che le vanità - Anita Cerquetti; Renata Scotto
E' dessa - Leyla Gencer & Richard Tucker; Ghena Dimitrova & Nicola Martinucci

Aida

Atto I

Ritorna vincitor - Frieda Leider; Maria Callas

Atto II

Fu la sorte dell'armi - Maria Caniglia & Ebe Stignani; Leontyne Price & Grace Bumbry
Scena del trionfo - Elizabeth Rethberg, Giacomo Lauri-Volpi - Londra 1936

Atto III

O patria mia - Giannina Arangi-Lombardi; Montserrat Caballé
Ciel! mio padre! - Giannina Russ & Antonio Magini-Coletti; Zinka Milanov & Richard Bonelli
Pur ti riveggo - Margarethe Teschemacher & Helge Rosvaenge

Atto IV

La fatal pietra - Rosa Ponselle & Giovanni Martinelli; Maria Callas & Kurt Baum

Simon Boccanegra

Atto I

Come in quest'ora bruna - Renata Tebaldi; Margaret Price
Cielo di stelle orbato - Renata Tebaldi & Richard Tucker
Favella il Doge - Elizabeth Rethberg & Lawrence Tibbett; Raina Kabaivanska & Piero Cappuccilli
Plebe! Patrizi! Popolo! - Elizabeth Rethberg, Lawrence Tibbett

Requiem

Libera me Domine - Margarethe Teschemacher

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