Nella Turandot areniana va in scena Giovanna Casolla e con lei ricompare il finale di Alfano, eliso per volontà del regista la sera dell’inaugurazione della stagione. Rassicurante la pagoda zeffirelliana, in nuances di giallo e verde acqua, con la solita chincaglieria sparsa qua là, scene e controscene déjà-vue, pontili in legno ed altre cineserie sparse! Il povero melomane scaligero, ancora scosso dai ridicoli orrori del Walpurgys lituano, ritrova la serenità nel guardare per guardare, senza pensieri né spaventi. Ci si può anche abbandonare ad una serata da turisti, perchè semel in anno licet…., e ritrovare così un poco di quel sapore delle prime serate all’opera da ragazzini, nella conca dell’anfiteatro romano, a ricordare tutti quelli che si sono visti sbucare da quelle quinte nel corso degli anni… Noi non siamo certo come un grazioso signore novantacinquenne, amico di un amico, che in occasione della prima della signora Guleghina, gli ha inventariato, quale preambolo all’elegante stroncatura della diva russa e a termine di paragone, le Turandot sentite dal vivo, da Bianca Scacciati a Gina Cigna, Gertrude Grob Prandl, la Callas, quindi la Nilsson e la Dimitrova, citando le maggiori. Gran curriculum per un utente dell’Arena, non c’è che dire!! Lette le recensioni della prima, ce ne siamo andati un po’ per sport e un po’ per affezione a rivedere Giovanna Casolla, prefigurandoci lo sfracello scaligero che ci attende nella prossima stagione con altra protagonista. La signora arriva e canta, con tutto l’onere della sua età, che non è mica uno scherzo: canta onorevolmente, con acciacchi sensibili ed evidentissimi, ma onorevolmente. Il risultato è stato assai diverso dai naufragio del duo maschile del recente Faust, tanto per intenderci, perché ai momenti difficili si sono alternati ancora momenti assai validi, pure alcuni “numeri” da cantante di rango in forma ed il personaggio è uscito nella sua pienezza. La cosa peggiore? Di certo l’entrata. Il legato non è mai stato sopraffino nemmeno negli anni d’oro, ma adesso le frasi escono spezzettate e soprattutto ghermite duramente negli attacchi, con suoni duri e chiocci. Poi, però, arrivano gli enigmi, e la signora cambia marcia. Alterna frasi aggressive a piani e pianissimi di grande effetto, che danno smalto al fraseggio e rendono la scena impressionante. La cantante esperta sa come si bara, e qui bara con classe e furbizia. La cosa migliore? Il duetto finale. Sarà che dopo una certa età le signore impiegano parecchio a scaldarsi, sarà la scrittura del duetto….sta di fatto che lo ha proposto con una facilità cui il buon Berti poteva solo rispondere per il collo, mentre la signora gli stava di fronte fresca come un rosa! Eppoi, vera invenzione registica, i due si sono inventati un paio di gesti a distanza ravvicinata, fin tanto che la Principessa …si è seduta, perché alla sua età se lo può concedere. E i do? Ci sono ancora…faticosi, non più grandi né facili come un tempo, ma tutto ancora funziona nel gran vuoto dell’arena quando arriva la signora Casolla, anche alla sua veneranda età, perché è sempre una “cantante” quando è in scena, in un mondo di gente che passa di lì per caso senz’arte né parte. Ecco, e di questi casi uno era proprio lì ier sera, ad agitarsi affannosamente, senza la capacità di dire un acca che avesse senso o che ci dicesse qualcosa. La signor Tamar Iveri, con tutte le sue velleità di soprano drammatico di agilità da Vespri Siciliani, ha cantato Liù con una voce al limite dell’udibile, pigolando acidamente e con ingenuità da apprendista del canto la prima aria; spinte con poco esito le frasi concitate “ Legatemi straziatemi…”, letteralmente compitata la morte di Liù. Nei tempi del simpatico novantaciquenne le Liù si chiamavamo Pampanini, Olivero, Carteri, Chiara, Scotto, Sighele...... Qui manca tutto per essere all’altezza dei propri impegni futuri, ma ciò che di più stupisce è il consenso intorno a questa cantante. Ma di quali Boccanegra, di quali Vespri stiamo parlando di fronte ad una voce che non ha né il peso né la punta né l’omogeneità di qual modello di correttezza di soprano lirico-leggero quale Alida Ferrarini?? Ma le sentiamo (anzi le sentono!) le voci prima di scritturarle o no?? Il signor Marco Berti è voce superdotata per volume e timbro, ma ahimè non per tecnica, si sa. Ogni tanto gli riesce di squillare anche (ha beccato il primo si bem della serata e gli è uscita una bomba dalla bocca! ), poi crolla miseramente sulla puntatura del “Ti voglio tutta ardente d’amor”: si capiva bene all’inizio della frase che non ci poteva arrivare nemmeno in sogno, attesi i suoni aperti con cui ha principiato la stessa. Ha cercato di “fraseggiare” nel primo atto, esibendo mezze voci, che sono falsetti purissimi ( pieni, però, perché la dote è notevole ..), poi da lì in poi ha innestato il forte e con quello è andato fino in fondo….alla sua maniera. Il personaggio esce piatto, l’eroe piuttosto loffio in assenza di squillo…ed è un peccato ma così è l’arte dei tenori spinti di oggi. Il signor Carlo Cigni, mio assiduo ed affezionato lettore, ieri sera mi è piaciuto di più che non nella Lucia parmigiana. Il personaggio era giusto, sobrio e non caricaturale. La voce un po’ più sfogata, ma non è ancora là dove dovrebbe suonare. Ho sentito meno Ghiaurov, cioè meno stomaco. Credo che sia il centro da proiettare e sostenere di più, cercando di scurire meno la voce in modo artificioso, che non serve, perché tanto che sia un basso non c’è dubbio. Pessime le tre maschere, e tra i pessimi il peggiore è stato il signor Bettoschi, che si sente pochissimo, ma quanto basta per capire che è tutto scombicchierato. Più sonori l’imperatore del signor Ceron e il mandarino del signor Ceriani. Quanto al maestro Carella ha diretto con professionismo. L’orchestra è stata nella norma areniana, sicura ma non molto sonora rispetto al palco, con i fiati che arrivano più degli archi. I momenti migliori sono stati il finale II, e l’inizio del III, mentre e si è udita una certa fiacchezza nel primo atto, nella scena tra le maschere e Calaf, dove la buca deve tirare di più il palco che non gira. C’è però qualcosa nell’acustica che non mi pare più quella di un tempo, perché la buca si sente in maniera assai differente spostandosi dalle zone basse a quelle alte delle gradinate ed anche gli strumenti arrivano in maniera diversa. Tutto secondo previsione, in una serata caldissima, e con i fan della Casolla che urlavano dalla platea “ Giovanna …Giovanna… Giovanna!!!!!! ” E come dar loro torto!
Modello di efficienza teatrale italiana, il Teatro Regio di Torino ha già pubblicato la sua stagione 2010-11 in anticipo sugli altri teatri di pari livello. Il Regio di Parma, da parte sua, ha reso nota da qualche giorno, con una conferenza stampa romana, i titoli del Verdi festival autunnale. Commentiamo insieme le due stagioni perché quella sabauda contempla, di fatto, una sorta di mini festival Verdi al proprio interno, annoverando ben tre titoli del maestro di Busseto su sette produzioni in cartellone. Come ben sapete, non siamo soliti indagare i perché alla base delle scelte dei titoli, ragioni artistiche e culturali ispirate da celebrazioni, progetti di scambio, disponibilità di cantanti etc. Fautori dell’antico principio che le scelte dei titoli debbano maturare attorno alle personalità dei cantanti disponibili ed alle loro caratteristiche vocali, riteniamo comunque degno qualunque principio muova una direzione artistica, a patto che dìa luogo a spettacoli in grado di funzionare. Quello dell’allestimento di opere verdiane è problema senza soluzione, legato alla carenza di cantanti, di alcune corde in particolare, che ormai paiono estinte. Si va in scena consapevolmente zoppi nei cast, perché Verdi è un must del repertorio e non se ne potrebbe accettare la dismissione come accadde, tra la fine del XIX e gli inizi XX secolo, per certi autori o certi titoli fondamentali del repertorio belcantista e del Grand-Opéra.
Colpisce la presenza da entrambe le parti un titolo raro e difficilissimo da allestire, come i Vespri Siciliani, di fianco ai più comuni Rigoletto e Traviata Torino, Trovatore ed Attila a Parma. Sempre di target popolare gli altri titoli torinesi, dal Boris inaugurale nella versione senza l’atto polacco, Butterfly, Parsifal e la Lucia di chiusura. Nelle corde di basso osserviamo la dura realtà del mercato delle voci: o buoni cantanti delle generazioni recenti, come il bravo signor Adbrazakov, Procida torinese, ma di scarso peso ed ampiezza per forza di natura vocale, come pure il meno quotato signor Anastassov su Boris, oppure anziani cantanti blasonati ma senescenti, come Kurt Rydl Titurel/ Gurnemanz. Idem dicasi per i baritoni, dove forse la qualità media espressa è ulteriormente inferiore a quella dei bassi, con il senescente Nucci sul Monforte di Parma, oppure giovani di scarsa ampiezza vocale, come il signor Vassallo sul Rigoletto ed il Monforte torinesi, o il signor Capitanucci su Germont, se non addirittura inadeguati per ragioni stilistiche, come il signor Sgura sul Conte di Luna. Si canta in modo sempre più ingolato, ci si è adattati alle voci gravi maschili fibrose, spesse ed indietro, direi che si addirittura maturato un moderno gusto per questo tipo di canto e così, pian piano, si è arrivati a non avere più sul mercato cantanti dotati della necessaria ampiezza, oltre che morbidezza e capacità di sfumare, idonee al repertorio verdiano e non solo. Comunque si scelga, non si riesce più ad essere all’altezza dei requisiti della parte.
Con le voci acute maschili và forse un fio meglio, ma la razionalità non pare governare tutte le scelte, in Verdi soprattutto. Il signor Alvarez torna a Parma per la terza volta nel volgere di pochi anni come Manrico. Ha sempre mancato di squillo e di vera eleganza nel fraseggio, ma, sebbene un po’usurato dalle scelte di repertorio degli ultimi anni, non sarà certo di molto al di sotto delle sue performances passate. Diversi, invece, i casi del signor Kunde e del signor Armiliato sull’Arrigo dei Vespri, il primo perché in debito di smalto, di intonazione in zona di passaggio, oltre che di vero accento verdiano ( ma se la ricorda la figuraccia di Chris Merritt a Milano??); il secondo perché manifestamente usurato nelle prove recenti di Genova ( la facile Tosca ) e di Wien ( la centrale ma pesante Forza ). Follia dei cantanti o disperazione delle direzioni artistiche? Scelte confortate più dall’esito del pubblico che da vera idoneità ai ruoli o vera qualità artistica, invece, quelle di tenori come il signor Secco o il signor Terranova in Verdi, piuttosto che del sign. Meli quale Edgardo: assenza di fantasia e di capacità propositiva, piuttosto una tendenza a fare della ruotine che garantisca il teatro da incidenti.
Ci son però corde, come quella dei soprani, ove sarebbe ancora possibile, al contrario, maturare scelte oculate ed appropriate, e non errori marchiani. La sig Radvanovsky, con buona pace del suo nome d’agenzia, sta sulla Elena torinese in virtù dell’ormai antica performance parigina e non per le sue attuali virtù vocali, delle quali peraltro ha dato prova ( stonata e fissa )in quel di Genova un paio di stagioni or sono. Si alterna poi con una improbabile signora Iveri, dalla voce piccola, priva dei gravi come degli acuti, di capacità acrobatiche ignote e che al massimo potrà sfarfalleggiare leggiadra per lo spartito. In quel di Parma, peraltro, si aggirerà per la scena, quale Elena, l’ombra di una grande cantante al capolinea ( non me ne voglia la signora Dessì, che molto stimo ma…), dalla voce ormai compromessa oltre misura, pergiunta in una parte che richiede estensione, capacità di fraseggio e virtuosismo. Questo è caso assai diverso dal precedente, perché di diversa caratura è la cantante in questione, ma l’età vocale è qualcosa che non si può vincere o nascondere in eterno. E quello di mettere il pubblico davanti a grandi cantanti del passato, chiedendo l’applauso di stima e di affetto, e non per merito artistico ( vero Leitmotiv del cast del Vespri parmigiani ), non è ricetta poi così onesta... verso Verdi in primis. La suggestione del nome come della fama mediatica influenza evidentemente le direzioni artistiche in misura palpabile. La signora Fantini, oggi senza dubbio la migliore Aida, Leonora di Vargas ed Elisabetta di Valois in circolazione ( e metto nel conto pure le star di agenzia signore Urmana e Stemme ) viene con poca avvedutezza collocata sulla Leonora del Trovatore, parte di vocalità assai diversa da quelle che la signora è solita praticare, tutta incentrata sul canto aereo e strumentale in acuto e fiorettature ostiche in punta di forchetta ( e che la signora, dal canto suo, ha accettato per rientrare su un mercato in cui le spetterebbe un suo spazio dati i soprani "spinti", soprattutto quelli che non ho nominato, che lo animano.. ), perché sulle future Forza e Aida invernali pare proprio già stiano la medesime e meno qualificate signore Dessì e Carosi. Scelte che non si possono certo mettere all’insegna dell’aver opzionato il meglio disponibile in commercio, ma solo della mancanza di riflessione sulle effettive performances vocali delle cantanti in questione. Per giunta su ruoli verdiani, in quel di Parma, laddove tutto è incentrato sulla conservazione della tradizione del canto verdiano e la valorizzazione degli artisti più capaci e specializzati in questo repertorio. Della stessa suggestione del nome, in questo caso di quelli cosiddetti “d’agenzia”, soffre anche la stagione torinese. Oltre alla suddetta sign. Iveri, si propone la Violetta della sig Kurzak, soprano leggero di nessuna speciale attrattiva tecnica, timbrica e dpersonalità. Si esibisce nei più grandi teatri del mondo, certo, ma non è che nell’universo dei soprano leggeri sia cantante tale da dispensare l’impeccabile e gelida arte di una Devia o la straordinaria emotività ed espressività di una Sills…Idem dicasi per la signora Hui He, che della sua grande voce di qualche anno fa non ha poi saputo farsene gran chè, alla luce del tempo che passa, e per la quale forse non valeva la pena allestire questo titolo che della protagonista vive. Alla solida routìne che potranno offrire in coppia la signora Mosuc ed il signor Meli inLucia, tale da garantire il certo successo della produzione al pari della Traviata u.s., non mi pare che i due cast di Rigoletto e Traviata annoverino nomi in grado di assumere su di sé l’onere della serata e traghettarla in porto felicemente. Il signor Armiliato è bacchetta brava e saggia, ma, si sa, la bacchetta da sola non può nulla in quei titoli. La sola piccola curiosità sarà vedere cosa combinerà la signora Lungu alle prese con i graziosi picchettati e staccati di Gilda. Quanto al Parsifal ed al Boris, la cui versione monca ci ha francamente un po’ stancato per i motivi che vi abbiamo altrove illustrato, osserviamo la presenza della signora Marianelli, nel piccolo ruolo di Ksenjia, dopo i dimenticati “fasti” delle Fiorille di qualche anno fa: le carriere da “gambero” non ci piacciono, nonostante noi si passi per cattivi. Noi lo scrivemmo ma…nessuno ci ascoltò. Tra le bacchette, incuriosiscono il signor De Billy alle prese con Parsifal, il signor Noseda alle prese, oltre che con il suo amato Boris, con la gestione dei problemi vocali e drammaturgici del cast del Vespri; il signor Temirkanov nel Trovatore parmigiano…se apparirà in teatro. Circa gli allestimenti, non dirò nulla. Come sapete, poco ci interessano, e non parlarne sarà la nostra forma di rimostranza contro lo strapotere degli allestitori ed i loro insostenibili costi.
Serata di grande attesa a Parma per il Simon Boccanegra verdiano. Pur senza il sold out ( numerosi i posti vuoti in platea e palco ) era il solito scintillìo di abiti lunghi delle dame locali, che non sanno rinunciare all’esagerato lusso delle paillettes, dei sandaletti piumati, dei boa color ceralacca, degli abitini in foggia di lucide sottovesti, aderenti e traditrici, proposti dalle boutiques locali. La gara delle “mises“, infatti, è sempre il più divertente capodopera delle serate parmigiane, in cui normali eventi musicali vengono vissuti con caratteristica esagerata amplificazione padana. Quanto al resto, una serata d’opera fatta più di inadeguatezze e banalità che di vero canto, da cui è uscito con successo, ma senza esagerazione alcuna, il solo Francesco Meli, al debutto nel ruolo ed unico motivo di curiosità di questa produzione. La ripresa dell’allestimento che a Bologna aveva inaugurato la stagione passata, infatti, oltre al detto Meli annovera come protagonista Leo Nucci; Roberto Scandiuzzi chiamato in corsa a sostituire l’indisposto Marco Spotti nel ruolo di Fiesco; Tamar Iveri quale Amelia, Simone Piazzola, anch’egli sostituto tardivo, nel ruolo di Paolo. Il tutto nelle mani della bacchetta di Daniele Callegari. Bacchetta, lo diciamo subito, mediocre e noiosa, nemmeno tanto sicura in certi accompagnamenti ove i cantanti sono parsi piuttosto in ansia nel riferirsi a lui. Vari gli attacchi sporchi dell’orchestra, che sono stati forse il peccato veniale della sua direzione, incapace di trovare i colori adeguati alle suggestioni ambientali ed alla tensione drammatica dell’opera. Con un cast senescente o, al meglio, sottodimensionato nel tasso drammatico, e perciò fisiologicamente impossibilitato a trovare accenti adeguati al testo, Callegari si è ben guardato dal supplire lui con la sua buca alla pochezza della scena. Il settore degli archi, in particolare, non ha mai esibito cavata, pienezza di suono, intensità espressiva, come avrebbe potuto e dovuto essere nei momenti topici del canto delle voci gravi maschili soprattutto. Non parliamo poi di quelle straordinarie ed irresistibili atmosfere che Verdi ha composto, nel prologo come nell’entrata di Amelia, nel concertato del palazzo degli abati come nella scena finale della morte di Simone, e soprattutto nel duetto dell’ultimo atto tra i due grandi vecchi. Callegari ha dispiegato un po’ di clangore e qualche abbozzo coloristico solo alla scena del palazzo degli Abati, ma, si sa, in quell’occasione Verdi è talmente teatrale e a tinte forti di suo che è quasi impossibile fare peggio. Ci avrebbe fatto piacere che almeno avesse preteso di avere in scena di qualche corista in più ( erano davvero in quattro gatti in quel concertato ) ed un filo in più di spessore orchestrale, perché tutto ha avuto il sapore della “domestic production”, allestita nella salone di casa, mentre il Simone ( sarò forse deformata io nelle mie idee ) è opera monumentale, solenne e per grandi voci.
Grandi voci che peraltro non erano presenti in scena, o perché di tonnellaggio inadatto a Verdi o perché ridotte a spettri, buoni per una notte macabra sul Monte Calvo. Il signor Rigoletto, impegnato ad interpretare Leo Nucci nei momenti liberi, si è dimenticato che Simone Boccanegra non ha gli 80 e passa anni del vecchissimo doge Foscari, né barcolla in scena dal prologo al finale come il buffone della corte di Mantova, essendo un corsaro nel pieno della giovinezza al prologo, assassinato quando ancor non poteva ancora aver compiuto cinquant’anni nel resto dell’opera. Che sia un padre maturo ed austero nel corso degli atti è certo, ma che paia il fuggiasco di una casa di riposo per anziani dementi assolutamente no. Non parliamo poi del canto, duro, con le grandi nobili e sontuose frasi verdiane ghermite e sbranate alla comeposso, il timbro legnoso e talora nasale. Complice una tessitura a lui meno consona di quella acutissima di Rigoletto, si sono sentite stonature continue, insopportabili ed infiniti portamenti, calanti oltre ogni umana capacità di sopportazione. Gli hanno fanno difetto l’ampiezza, la morbida ed nobile cavata prerogative necessarie al canto di Boccanegra, insomma i presupposti al fraseggio. Solo gli acuti estremi sono arrivati, di tecnica, centrati sulla nota e precisi, sebbene con voce senescente. Nessun impegno o ingegno per metter lì qualcosa che servisse al personaggio: frasi come l’attacco “Plebe patrizi popolo” sono arrivate ghermite e dure al pari di quelle come “ e vo’ gridando pace, e vo’ gridando amor..”, in un tutto indistinto ed indifferenziato di berci, sguaiataggini e stonature. Una prova indegna di un artista di fama, intelligenza e carriera quale è quella di Leo Nucci: la presunzione che ancora lo spinge a calcare le scene in queste condizioni urta gli spettatori come me ( e non solo, a cominciare dai miei vicini di ieri ), che non si sentono né rispettati né onorati dalle sue prestazioni, ma insultati. Tanto che non sento di dover in alcun modo censurare quello che penso di quanto ho visto e sentito. Il ritiro per questo artista urge, perché ora sta davvero sfidando il bon ton del suo pubblico che ancora non può o vuole venir meno a quel doveroso rispetto che si concede ai grandi in declino. E gli applausi alla fine sono stati cordiali, ma imparagonabili a quelli ricevuti in altre occasioni.
Altrettanto dissestato sul piano vocale, un po’ meno su quello scenico, il Fiesco di Roberto Scandiuzzi.Gli restano di fatto le sole note gravi ad avere dignità di emissione, in una organizzazione vocale ove non può dare mai pieno volume al suo mezzo al fine di nascondere le oscillazioni vistose, caratteristiche delle sue prove recenti. Non riesce a fraseggiare perché non può legare i suoni, men che meno salire agli acuti. La voce è ora nasale, ora cavernosa e tubata; tutte le frasi sono state artatamente smorzate subito, le note mai tenute, a mascherare lo “stato dell’arte” della sua voce. Ne è risultato un Fiesco privo di canto, continuamente rotto o sulla difensiva, cui han fatto difetto vera nobiltà ed austerità, perché l’abuso del parlato e/o la mancanza di legato conducono a questo. L’aria ha ricevuto pochi consensi perché doveva controllarsi e barcamenarsi di continuo, tirando indietro la voce; sulle uova al duetto con Gabriele; una catastrofe a due il duettone con Simone all’ultimo atto, dove entrambi sono andati via in un vortice di stonature, cali, suoni emessi Dio sa come.. Se non altro aveva l’aria un po’ perplessa, non troppo convinta dell’esito delle cose….. ..il che è preferibile, anzi direi simpatico, rispetto a chi, invece, sta lì con l’aria convinta di farti fesso sempre e comunque…….Mi spiace.
La signora Iveri, ascendete stella del firmamento verdiano, è stata una garbata delusione. Dico garbata, perché la cantante non è certo di quelle sguaiate, che sbraitano e/o gesticolano per farsi notare nelle operone. Ma è quello che i milanesi definirebbero “ un rubìn”, cioè una vocina, educata ma senza alcun particolare fascino timbrico, dotata di una presenza scenica minima, da corretta educanda di collegio. E di qui ad essere Amelia Boccanegra ce ne passa, e parecchio. Ha retto l’entrata esibendo il massimo del suo volume, quello del “lirico appena appena” ( sarebbe una vocina anche in Bohéme, tanto per intenderci ), in una esecuzione corretta ma incolore dell’aria, tanto che nessuno si è mosso per applaudirla. Ha poi messo lì il duo con Gabriele con un bel lirismo da giovane innamorata, ma già davanti a Meli non pareva certo una voce dotata del peso idoneo al ruolo; idem la scena con Boccanegra. Arrivati alla fatidica scena del palazzo del Abati, per quanto, come detto, si sia trattato di un “palazzetto” di proporzioni minime, la signora Iveri è letteralmente scomparsa quanto a presenza vocale. Le struggenti frasi per cui Verdi prescrive i“dolcissimo” di “Pace pace” come le successive “pace t’ispiri un senso di patria”, da attaccarsi invece sul F, sono arrivate come i pigolii di una bambina infante, e non con il lirismo aulico del soprano verdiano. Questi momenti, come pure le analoghe frasi del concertato finale, “No, non morrai l’amore vinca…”, pigolate ancor più perché a fine serata, dovrebbero essere la cartina di tornasole per quei soprintendenti e direttori artistici inesperti che, mancando del senso delle proporzioni necessario per capire il tasso verdiano di un soprano, potrebbero espletare le loro verifiche semplicemente attraverso l’ascolto dell’esecuzione queste frasi e l’effetto che ne deriva. Il canto era senza peso, la voce una fogliolina al vento in mezzo a tutto quel dramma di solisti e coro: mai a poi mai Verdi avrebbe concepito di mettere lì una voce simile a tirare il concertato. Tutto il resto è derivato da tale insufficienza evidente di peso, e di accento. Dopo il concertatone di primo atto, è sopraggiunta anche la vera fatica nel 2° e 3°, dove ha dovuto spingere ( compostamente, va detto ) in più occasioni per avere un po’ di spessore, eseguendo le note correttamente, ma senza mai poter fraseggiare. Non ricordo smorzature, messe di voce, intenzioni interpretative sensibili tali da essere riportate a voi in una cronaca, perché quando si è così sotto peso rispetto al ruolo fraseggiare è evidentemente impossibile. Amelia Boccanegra, per quanto psicologicamente aderente al clichè della figlia e dell’amante, canta numerose frasi concitate, in apprensione, di grande tensione drammatica. Tensione che per forza di cose è del tutto mancata al suo personaggio. Una Amelia incolore e poco significativa dunque.
Francesco Meli, al debutto in Gabriele Adorno, ha ricevuto l’unico vero applauso a scena aperta della serata, dopo l’aria del 2° atto, e alle uscite singole. Successo vero, ma non trionfo, di una prova alterna, la sola a piacere davvero, stando alla risposta del pubblico. La sua cosa migliore? Il si bem sparato di “Pel Cielo, uom possente sei tu” al palazzo degli abati: per la prima volta gli ho sentito azzeccare, per caso immagino, un acuto che fosse “fuori”, brillante e non strozzato. Miracolo! La cosa peggiore: il terribile terzetto con Simone ed Amelia “Perdon, perdono Amelia..”, uno dei momenti più pesanti della parte, dove sono previsti quei passaggi mibem4 -sibem 4 di “dammi la morte” da eseguire con un accento, uno squillo, un‘epica ed un tonnellaggio di voce che Meli non possiede, non essendo un tenore verdiano. Il passo gli è costato una fatica enorme, anche perché arriva a serata molto avanzata, per giunta dopo l’aria, ove aveva speso quasi tutto quello che aveva da dare. Basterebbe l’analisi della grande scena per dimostrare che queste prove verdiane sono forse d’effetto, soprattutto se gli altri cantano poco o niente, in un teatro piccolo e con un‘orchestra che è stata di fatto un ‘orchestrina. E queste sono forse vittorie di Pirro, pensate in prospettiva futura. La grande fatica per Meli si è sentita già nel reggere il recitativo della grande scena, “ Sento avvampar nell’anima..”, dove al passaggio “….mio furor, no non sarai sazio…”, con i la-la bem in cui si dovrebbe squillare, la buca lo ha coperto subito, nonostante il tenore abbia cantato il passaggio sul forte, mangiandosi anche lui, per forza di cose, le forcelle che Verdi impone in spartito. Nell’aria, poi, di nuovo gli effetti che Verdi richiede al tenore, ampie legature, doppie forcelle, men che meno quelle che portano ai ff scritti nelle ripetizioni di “priva di sue virtù…”, non hanno sortito l’effetto che dovrebbero avere, perché la voce era al massimo dall’inizio del brano. Ha cantato con voce vera, a pieni polmoni e di slancio, ma la dinamica non può esistere in queste condizioni, e questo è stato il vero limite al suo canto, che pure è arrivato con musicalità e sforzo di controllare l’emissione. Ognuno è ciò che è per sua natura, e Meli non è un tenore per questi ruoli. Proprio lui, che in una intervista di qualche anno fa, aveva dichiarato Carlo Bergonzi non essere una vera voce verdiana, immagino alludendo alla questione dello squillo, dovrebbe risentirsi invece proprio l’esecuzione bergonziana di questa scena, con sotto l’irruente ed elettrizzante orchestrona di Dimitri Mitropoulos al Met: ne avrebbe un esatta cartina d tornasole della propria verdianità e delle proprie reali possibilità di portare questi ruoli nelle grandi sale dei grandi teatri, magari con certe bacchette pestacchione come Barenboim. La voce di Francesco Meli è bella ed importante, ma in Verdi non è poi così grande, né piena, né ricca nei gravi: sarebbe bastato che Scandiuzzi, sul suo stesso palco, fosse quello di dieci anni, fa per sembrare ciò che è, un tenore al più lirico, ma non certo spinto, come è Gabriele Adorno. Per completezza di cronaca, và detto anche che ha cantato con facilità il duetto al I atto con Amelia, pur con i noti problemi nell’esecuzione del passaggio di registro alto in “Angiol che dall’empireo piegasti”. Si è strozzato come al solito nei la acuti del duetto con Fiesco, “ Vieni ti benedico”, dove dovrebbe eseguire con altra ampiezza e nobiltà le solite forcelle doppie che costellano la parte. Non ha mai squillato nei concertati, dove, come tutti suoi colleghi, nessuno ha “forato”come si dovrebbe, ma ha cantato, con voce sonora, facile, da quell’iperdotato che è. Ogni tanto ha anche avuto buoni primi acuti, altre volte ha fatto come al solito. Ha emesso spesso delle buone a centrali, meno sguaiate di quelle che solitamente emette. Insomma, luci ed ombre in un repertorio per lui pericoloso e che non dovrebbe praticare, a parte il duca di Mantova ed Alfredo. Del resto, se Stefano Secco canta il Don Carlo ( !!!!!!!!!! ), logicamente Meli canta il Boccanegra, in compagnia di un soprano come la Iveri…. Una nota sul Paolo di Piazzola, applaudito al pari dei protagonisti. Non ci è parso baritono maturo per i grandi ruoli verdiani, perché la voce è spesso indietro, vuota in zona centro grave, e non di grande ampiezza a meno di forzarla. Il volume và e viene nel corso della serata, ed il mezzo non pare posizionato a fuoco, tanto che in alcuni passaggi pareva più un tenore di forza non sfogato che non un baritono. Lo risentiremo.
Successo non entusiastico, perché Verdi ormai è un musicista inallestibile, pur restando dell’idea che ieri sera qualcosa di meglio si poteva fare al posto del soprintendente.
Gli ascolti
Verdi - Simon Boccanegra
Prologo
A te l'estremo addio...Il lacerato spirito - Martti Talvela (1975)
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