La sera del 12 giugno, sotto il cielo incerto di una domenica in bilico tra temporali e schiarite, la tranquillità sonnolenta e un po’ provinciale della vita culturale parmigiana (ma il concetto può estendersi ad altre realtà), è stata scossa, per un paio d’ore, da un evento “vero”: un evento la cui importanza non è stata pienamente recepita, visto l’insufficiente attenzione che gli è stata dedicata dai mezzi d’informazione. Il Teatro Farnese – gioiello dell’architettura italiana, costruito nel 1618 per volontà del Duca Ranuccio I di Parma, per celebrare le nozze (poi rinviate) del di lui figlio con la rampolla di Cosimo II de’ Medici – dopo il suo ultimo spettacolo nel 1732, il conseguente abbandono e il bombardamento anglo-americano del ’44 (in cui venne quasi completamente distrutto), ha ripreso vita ed è tornato alla sua antica funzione. In una cornice fatta per stupire (nel senso barocco) – un’ampia cavea lignea sovrastata da due ordini di colonne e archi, decorata con statue equestri che congiunge un boccascena dedicato al trionfo delle Muse e di Bellona – che doveva durare solo pochi giorni e che invece è sopravvissuta a secoli di incuria e alle bombe dei cosiddetti “alleati”, domenica scorsa è tornata la musica (peraltro l’acustica è ottima, nonostante le grandi dimensioni della sala). A celebrare l’evento, di fronte a 1.500 spettatori, Claudio Abbado con la “sua” Orchestra Mozart e con un bel programma suddiviso in due parti. Mozart: la Sinfonia in Re Maggiore, K385, “Haffner” con il Concerto per oboe e orchestra in Do Maggiore, K 314 e il Concerto per violino e orchestra in La Maggiore K 219; Beethoven: Sinfonia n. 6 in Fa Maggiore, Op. 68, “Pastorale”.
Inutile ribadire come Claudio Abbado sia uno dei più grandi direttori d’orchestra viventi (e non solo), come le sue orchestre “respirino” all’unisono col direttore (tale è l’identità di linguaggio e di intenti), come il suo gesto riesca a creare una tensione nell’ascoltatore e a trasmettergli più della musica che viene eseguita. Anche stavolta le aspettative non sono andate deluse, anche se – come sempre – Abbado pare trovarsi più a suo agio con Beethoven (di cui dà un’interpretazione elettrizzante) che con Mozart. La prima parte, infatti, conferma la lettura abbadiana di un Mozart certamente morbidissimo e olimpico, dalle dinamiche sfumate e dalle sonorità controllate, ma molto classico e “rassicurante”. Dopo una “Haffner” dalla nitidezza cameristica, Abbado si mette da parte e accompagna (senza mai smettere di guidare, però) le “voci” dei solisti: il violino di Isabelle Faust (a cui avrebbe meglio giovato una direzione più aspra e tesa) e l’oboe di Lucas Macias Navarro (che ha sfoggiato un virtuosismo davvero “trascendentale”: in particolare le cadenze, ricche di rimandi ad altri capolavori mozartiani). Ma, come ho già scritto, è con Beethoven che il Maestro offre la lettura più trascinante della serata (si può dire che mentre Mozart è “solo” ben eseguito, Beethoven è “interpretato”). E’ noto il lavoro svolto da Abbado sul corpus sinfonico beethoveniano: lavoro che è percorso di storia personale, a partire dalle esecuzioni viennesi (ancora debitrici di una concezione titanica ed ipertrofica del compositore di Bonn) sino alla svolta degli ultimi anni – che coincide con la pubblicazione della nuova edizione critica delle sinfonie di Beethoven (curata, per Bärenreiter, da Jonathan Del Mar, e che impone un generale ripensamento di dinamiche, proporzioni ed equilibri interni) – con l’adozione di una lettura più tesa, asciutta e drammatica, senza autocompiacimenti edonistici. Ai tempi più serrati si accompagna un ridimensionamento di organico (con una drastica riduzione degli archi che, nella passata tradizione, avevano preso il sopravvento negli impasti timbrici, finendo per annacquare le linee musicali), un più attento uso del vibrato e dinamiche più chiaroscurate. La scelta non è scontata, laddove si pensi a quella diametralmente opposta di Thielemann (ad esempio) che, con intenti meramente provocatori (e con risultati di grottesco deja-vu), pretende di portare le lancette della storia indietro di 80 anni riproponendo, fuori tempo massimo, concezioni interpretative decrepite (persino anteriori alla rivoluzione di Furtwängler), addirittura rigettando (per un puro puntiglio reazionario) le nuove edizioni a favore delle vecchie ristampe ottocentesche (con tutte le imprecisioni ivi contenute: mi chiedo che senso abbia ostinarsi ad usare testi peggiori, quando si dispone di fonti più corrette). La Pastorale – nella lettura di Abbado – perde il descrittivismo bozzettistico che l’ha spesso trasformata in una sorta di idillico poema sinfonico “agreste”, per assumere valenze più filosofiche: al centro non vi è il semplice “paesaggio”, bensì il più complesso concetto di “natura” (come lo intenderebbe Leopardi).
La tensione elettrica che l’orchestra infonde nell’ascoltatore, è percepibile fin dal primo movimento, attraverso inaspettate ombre che oscurano la serenità razionale e ordinata (le dinamiche dell’orchestra si piegano come un solo strumento alla visione direttoriale) sino all’irrompere del temporale, in un continuum che non viene mai interrotto: la stessa “pace ritrovata” del finale, non è un ritorno al mondo precedente, ma una rinascita in un mondo nuovo e inesplorato. Il pubblico ha risposto con entusiasmo alle sollecitazioni – anche intellettuali – della lettura di Abbado: trionfo prolungato, tanto da strappare al Maestro ben due bis (uno per ogni parte del concerto). L’occasione (e l’emozione) per un evento di questo genere, però, mi ha portato a riflettere e a fare alcune considerazioni. La prima sul bisogno di eventi “veri” nel mare magnum dei trionfi costruiti ad arte dalle adulterazioni delle tante macchine del consenso operative oggi in ogni settore delle arti: basta toccare con mano qualità ed eccellenza per comprendere (e ridimensionare) le tante piccolezze che ci vengono spacciate per meraviglie irripetibili. La seconda in merito all’organizzazione: solo con politiche culturali lungimiranti e solide, progetti e strategie si può ridare un senso ad un settore da troppo tempo bistrattato (più che dai tagli al FUS dalla mala gestio di tanti speculatori). Una ridistribuzione più attenta delle risorse (legata a serietà e progettualità e non a criteri da “supermercato”) permetterebbe di evitare certi indegni sperperi e premierebbe gli sforzi e la professionalità di chi li ha resi possibili. Un’ultima considerazione, infine, sul lavoro d’orchestra: l’Orchestra Mozart è una compagine recente (è nata nel 2004) e giovane (per l'età dei suoi componenti), ma ha già una forte identità, un linguaggio proprio ed un repertorio d’elezione. Abbado l’ha plasmata e ha costruito, con essa, un certo suono ed un certo approccio interpretativo. Tutto ciò diviene possibile solo con la costanza di una guida vera e presente che accompagni la crescita artistica della compagine strumentale. L’esatto contrario, cioè, del “navigare a vista” che caratterizza l’orchestra del sedicente massimo teatro italiano (ma non solo): la Scala, dalla cacciata di Muti, vive un periodo di eterno interregno che non si sa dove voglia sfociare. La presenza, meramente virtuale, di un simulacro di “direttore scaligero” (che evidentemente non ha voglia e tempo di occuparsi del podio milanese), con la conseguente “rilassatezza” professionale (se non la si vuole definire, più propriamente, anarchia), comporta mancanza di continuità artistica, assenza di identità, abbassamento del livello complessivo. Una situazione del genere ha l’effetto di compromettere la presenza di altri direttori (che si trovano a dirigere in condizioni certamente non ideali, non permettendo loro di esprimere una qualsiasi visione, costringendoli a lottare, invece, per tenere tutti a tempo ed evitare capitomboli imbarazzanti) e di restringere il repertorio a titoli “abbordabili”, senza rischi eccessivi, ma senza fantasia. Ecco, assistere ad eventi come il concerto di Abbado (in cui l’orchestra era lo strumento nelle mani del direttore), amplifica il senso di frustrazione quando si confrontano spettacoli dove, invece, sembra regnare solo il caso o il caos.
Quando cominciai a frequentare i teatri d’opera, e parlo degli anni settanta, alcuni titoli erano ancora di repertorio nel senso che un anno sì ed uno no circa venivano proposti dai teatri. E non solo dai maggiori, ma anche da quelli che venivano definiti di provincia. Quindi ascoltare Forza del destino per il pubblico piacentino piuttosto che per il torinese era, appunto, la regola. Se poi si scende nel dettaglio dei cast di quelle edizioni i trenoi sono obbligatori. Non solo, ma le doglianze ci forniscono più di ogni studio utili dimostrazioni della catastrofica situazione in cui versano i nostri teatri, la fantasia dei loro dirigenti, la di loro preparazione culturale ed iniziativa capace solo di fumose e cerebrali iniziative, che con l’onesta gestione, che può anche produrre spettacoli di rilievo e degni di moria, non ha, purtroppo, alcunché a spartire. E le conseguenze ricadono sul pubblico vuoi quale ascoltatore vuoi e prima ancora quale contribuente. Il discorso è già stato fatto e forse il commento alle due stagioni d’opera e festival, che si piccano di "fare cultura" e di restaurare il perduto è assolutamente inutile. Basterebbe il comparato ascolto degli attuali prodotti con quelli di quaranta anni or sono senza alcun commento per essere esaustivi della attuale situazione. Allora per farla breve un teatro come il Regio di Parma che anche in stagione ordinaria vorrebbe (sul dovrebbe ho molti dubbi) onorare in primis Verdi ossia quel genius loci, che con Parma e dintorni ebbe sempre il rapporto del nemo propheta in patria offre Forza del destino. Ovviamente in edizione 1869 ossia quella che Verdi predispose per la Scala; la affida ad un direttore che con Verdi, salvo poi che per Verdi non si intenda fragore e rumore, non ha rapporti di sorta. Tanto meno con un Verdi che alterna a momenti sublimi altri, come la lunga serie di scene di colore, difficili da reggere e rendere per ogni bacchetta. Anche assai più dotata di un Gelmetti. Protagonista femminile Daniela Dessy, giustamente confermata dopo l’encomiabile prova dei Vespri perché cantante di voce autenticamente verdiana ossia salda, ampia e di grande cavata oltre che dalla dinamica sfumata e varia. Mica una gelida matrona come la Tebaldi e la Cerquetti per anticipare categorie e terminologie che il critico autore del più pesante libro della storia dell’esecuzione discografica spanderà e spenderà per la protagonista. Quanto al protagonista maschile Hong mi permetto solo di ricordare - a me stesso, naturalmente - che il tenore di Forza è parte assolutamente centrale (non per nulla fu l’ultimo titolo di Verdi aggiunto al repertorio da Caruso e rimase sino alla fine in quello di Gigli e Bergonzi) e che, per contro, se ha una qualità il signor Hong sono gli acuti estremi. Scusate, ma in origine avevate previsto l’edizione di San Pietroburgo pensata per Tamberlick ? Non che Hong sia neppure lontanamente parente al tenore drammatico di marca ottocentesca! A Roberto Scandiuzzi il ruolo del padre guardiano. Ricordo che è lo stesso cantante che ha ricoperto il ruolo nella recente esecuzione fiorentina. Il resto non dico. Che comodità, talvolta, il librettese! Leggendo, poi il nome di Carlo Lepore quale fra Melitone confesso di aver dubitato o che si tratti di una versione alternativa alle note o baroccara comparate la scrittura assolutamente baritonale di Melitone con tanto di fa acuti e le qualità vocali e frequentazioni dello scritturato artista. Quanto al Naso di Sŏstakovič -credo- la prima difficoltà per il pubblico locale sarà quella di pronunciare il nome dell’autore. Il titolo, però, è assolutamente interessante. Dobbiamo, però, per attirarci un’ulteriore dose di strali e di taccia di ignoranti rilevare come in una stagione di tre titoli si debba dubitare dell’opportunità di proporre questo ed aggiungiamo con una importata dal teatro secondario della terra di origine del direttore principale del festival. Non credo di dire nulla di nuovo e o di strano perché internet a questo serve e poi con ben altra cognizione di causa vi ha già provveduto altro bloggista nel proprio e nel corso della conferenza stampa di presentazione della stagione. Lo fa solo per consentire ai giornalai e pennajoli di dire che la causa dei mali del teatro sono i blog!!!! Al nuovo astro del pubblico parmigiano o meglio della dirigenza parmigiana Andrea Battistoni cui affidato il Barbiere di Siviglia di raccattato allestimento francese. Rossini, non si sa bene per quale motivo, è autore da giovani direttori come se districarsi fra scelte di filologia, di inserimenti testuali, di prassi esecutiva, di una delle scritture vocali più complesse e necessarie di accomodi sia, appunto, affare da debuttante o quasi. Tanto è che il festival a Rossini deputato ha affidato al veterano e ormai ottantaduenne Alberto Zedda l’esecuzione in forma di concerto del Barbiere previsto per il Festival 2011. Intendiamoci bene gli scopi di questa scelta non sono neppure lontanamente quelli, che più sopra abbiamo richiamato, ma quelli di promuovere la nuova edizione critica. La terza in quarantatre anni se si considera appunto quella di Zedda 1968, quella di Philip Gossett e quest’ultima, chiara risposta a quella di Gossett, fuggitivo (sua aut alia sponte non oportet) dalla patria rossiniana. Letto il cast credo che difficilmente i lettori e gli ascoltatori non si schiererebbero dalla parte di Tullio Serafin, paradigma -secondo Gossett- con la sua forbice facile dell’anti rossinismo. Magari qualcuno rimpiangerà pure le Rosine della Sayao o della Toti, i lazzi di Corena e il sempiterno taglio del rondò del Conte. Corsi e ricorsi storici? Buonsenso? Quindi dell’annuciato programma di massima pesarese tralascio ogni commento sui concerti di cosiddetto bel canto e mi concentro sui due titoli principali. Che ci fosse l’esigenza di una Adelaide di Borgogna dubito, tenuto conto del fatto che il titolo era già stato proposto qualche anno or sono, seppure in forma di concerto. Ed Adelaide non è certo titolo che deve essere rappresentato, a maggior ragione quando alcuni (Aureliano e Ciro) attendono ancora una prima rappresentazione pesarese e consentirebbero un più sicuro riparo alla protagonista en travesti, trattandosi nel caso del Ciro di parte scritta per la Marcolini, affidando l’onere della vocalità già autenticamente rossiniana al prescelto soprano Jessica Pratt, che sembra averne tutte le caratteristiche e qualità. Come per un lontano Falliero sarà una scelta casuale e non voluta. Le migliori insegna la storia di Pesaro. A proposito anche l’altro titolo prescelto Mosè in Egitto evoca la felicità delle scelte casuali ed occasionali del Festival Rossini, ovvero la simpatica Gianna Rolandi che vestì i panni di Elcia nella ripresa del 1985. In questa futura edizione, invece, la scelta della protagonista femminile sembra rispondere alle scelte à la page del Festival per quanto riguarda il soprano Colbran ovvero affidarla ad una cantante che qualifichiamo come mezzo soprano. La Ganassi è alla terza o quarta esecuzione di parte Colbran. Fra la cantante reggiana e la spagnola non vedo, scrittura di Rossini e descrizioni coeve alla mano, alcun rapporto. Sonia Ganassi coi suoi acuti ghermiti l'agilità accennata è la negazione del canto rossiniano. Se a questo aggiungiamo che il canto senza tecnica non conserva, ma intacca il capitale vocale posso anche fare basta perchè le conclusioni sono ovvie e scontate. Ma questa è la moda e qualcuno troverà modo di apprezzarla, non quelli del Corriere, che sono almeno esterrefatti pensando che si annuncia il Mosè senza il protagonista. Ma anche questa è la perversione dei tempi il titolo per il titolo non il titolo per il cantante!!!! Mai lo avrebbero fatto Rossini, Donizetti ed anche il vituperato Tullio Serafin, che riesumò Armida, disponendo di un opulento soprano americano, di origine greca, che cantava con uno splendido accento scaligero (non nel senso del teatro, ma della città bagnata dall'Adige).
Si è concluso da pochi giorni il Festival Verdi, che tante riflessioni ha suggerito a questo blog e aliunde in Rete. Altre riflessioni, di segno opposto, suggerisce la lettura del programma della stagione lirica invernale, allestita al Teatro Regio di Parma, l’anno 1913. Nell’occasione del primo centenario dalla nascita di Verdi, il Comitato appositamente costituito e diretto dall’avvocato Mario Ferrarini propose un cartellone composto da sei titoli, scelti fra i più rappresentativi del catalogo del Maestro. In chiusura, venne eseguita, nel giorno successivo a quello del genetliaco, la Messa da Requiem. Tutti gli spettacoli furono diretti da Cleofonte Campanini e allestiti, nel caso delle opere, da Carlo Ragni. Altro e forse ancor più impressionante monopolio fu quello assegnato per l’occasione a Giannina Russ, ossia uno dei maggiori soprani drammatici del primo Novecento. Con l’esclusione dell’Oberto e del Falstaff, la Russ fu la protagonista di tutti gli spettacoli allestiti da questa sorta di Festival Verdi ante litteram che fu, appare ragionevole credere, assai più fedele allo spirito e al dettato del Maestro, di molte rappresentazioni successive, benedette e patrocinate da tutti i crismi della “territorialità” parmigiana. Per averne, se non la prova, un indizio ragionevolmente sicuro, basta ascoltare la grande aria del chiostro di San Giusto, che proponiamo in appendice, e chiedersi, anche non retoricamente, quale altra Valois abbia sfoggiato pari fascino timbrico, analoga ampiezza vocale e paragonabile qualità di legato. Sull’Aida, già ampiamente trattata in sede di riflessione sulle principesse etiopiche alla Scala, non pare il caso di aggiungere altro. Quanto al terzetto del Ballo, impressiona la facilità con cui la cantante affronta il passaggio “per pietà, va’, t’invola di qui”, passaggio che ha l’abitudine di condurre il soprano a richiamare, nel canto, immagini avicole non esattamente lusinghiere. È poi tutta da scoprire l’Abigaille gelida e sprezzante della Russ, sorvegliatissima in basso (laddove quasi tutte le interpreti, anche le più celebrate, tendono a “lasciarsi andare”, con esiti magari d’impatto ma stilisticamente assai dubbi) e assolutamente impressionante per l’ampiezza e la penetrazione degli acuti, davvero folgoranti. La Russ fu certo la star della manifestazione, ma non sfugge come, nell’Oberto e in una replica del Ballo, abbia avuto occasione di presentarsi al pubblico di Parma una fanciulla promettente, Raitza Burchstein, in arte (e quale arte) Rosa Raisa. Ci asterremo dal proporre la Raisa nel Trovatore, perché il confronto con le esecutrici dell’edizione festivaliera appena trascorsa sarebbe non solo impietoso, ma ingiusto, essendo una simile unione di malia timbrica, dolcezza e semplicità di espressione e – ovviamente – sovrano controllo tecnico una pietra di paragone degna di ben più fauste occasioni. Quanto alle voci maschili, la stagione 1913 offrì ai parmigiani e agli spettatori, che a Parma per l’occasione si recarono, la possibilità di udire due tenori per molti versi antitetici, rappresentanti rispettivamente della grande tradizione ottocentesca e della nascente scuola novecentesca: Alessandro Bonci (che si avvicinava alla fase conclusiva della carriera) e Giovanni Martinelli (che della carriera era agli inizi e nel giro di pochi mesi avrebbe debuttato al Metropolitan). Del primo, impegnato nel Ballo, possediamo un’ampia selezione del titolo, incisa una decina d’anni dopo il ritiro dalle scene, e che impressione anche e soprattutto per la qualità della voce in zona centrale, quella zona in cui gli esecutori, che attualmente affrontano il ruolo di Riccardo, stentano e penano. Salvo poi stentare e penare ancora di più appena cerchino di salire agli acuti. I primi acuti, per inciso. Vero lusso, come si vede. E non minori lussi furono Nazzareno de Angelis (“il” basso italiano dell’epoca) quale Zaccaria, l’intero cast del Falstaff capitanato da Marie Delna nel cameo della Quickly, la giovanissima Maggie Teyte nella parte di Oscar. Quanto poi al Don Carlo, l’indisposto divo e beniamino del Regio, Titta Ruffo (che vi proponiamo nella scena finale di Rodrigo), fu sostituito da un giovane di belle speranze: Giuseppe Danise. Non esisteva il Festival Verdi, ma c’era se non altro un rispetto nei confronti del pubblico, che non consentiva di proporre, in una prima parte, uno studente di canto, in luogo di un serio, ancorché giovane, professionista. Auguriamo ogni fortuna ai responsabili presenti e futuri del Festival Verdi, sperando che sappiano elaborare, per l’imminente stagione del bicentenario, una proposta anche solo in minima parte paragonabile a quella del 1913.
STAGIONE LIRICA INVERNALE 1913 CENTENARIO VERDIANO
6 e 8 Settembre 1913 OBERTO CONTE DI SAN BONIFACIO
Direttore: Cleofonte Campanini Regista: Carlo Ragni
Chiudono lo spettacolo la Sinfonia ed il Ballabile delle quattro stagioni da "I Vespri Siciliani"
10 e 13 Settembre 1913 NABUCCO
Giuseppe Bellantoni - Nabucco Robert Lassalle - Ismaele Nazzareno De Angelis - Zaccaria Giannina Russ - Abigaille Ninì Frascani - Fenena Ernesto Benasso Liani - Abdallo Ilde Simoni - Anna
Direttore: Cleofonte Campanini Regista: Carlo Ragni
14, 20 e 26 Settembre 1913 UN BALLO IN MASCHERA
Alessandro Bonci - Riccardo Emilio Bione, Vincenzo Guicciardi (26.9) - Renato Giannina Russ, Rosa Raisa (26.9) - Amelia Ida Bergamasco, Tina Alassia (26.9) - Ulrica Maggie Teyte, Elisa Marchini (26.9) - Oscar Niccolò Fossetta - Silvano Andrés Perelló de Segurola - Samuel Ernesto Benasso Liani - Tom Palmiro Domenichetti - Un Giudice
Direttore: Cleofonte Campanini Regista: Carlo Ragni
17, 21 e 24 Settembre 1913 AIDA
Ernesto Benasso Liani - Il Re Ninì Frascani - Amneris Giannina Russ (17.9), Carolina With - Aida Giovanni Martinelli - Radames Mansueto Gaudio - Ramfis Giuseppe Bellantoni - Amonastro Palmiro Domenichetti - Un Messaggero
Direttore: Cleofonte Campanini Regista: Carlo Ragni
1° e 4 Ottobre 1913 FALSTAFF
Mario Sammarco - Falstaff Ernesto Badini - Ford Italo Cristalli, Giuseppe Di Bernardi (4.10) - Fenton Gaetano Pini Corsi - Dottor Cajus Cesare Spadoni - Bardolfo Andrés Perelló de Segurola - Pistola Ersilde Cervi Caroli - Alice Maria Crosa - Nannetta Marie Delna - Quickly Flora Perini - Meg Page
Direttore: Cleofonte Campanini Regista: Carlo Ragni
5 Ottobre 1913 DON CARLO
Angelo Masini Pieralli - Filippo II Amedeo Bassi - Don Carlo Giuseppe Danise - Rodrigo Ernesto Benasso Liani - Il Grande Inquisitore Amleto Galli - Un Frate Giannina Russ - Elisabetta di Valois Elena De Cisneros - La Principessa Eboli Rosina Gronchi - Tebaldo N.N. - La Contessa d'Aremberg Giuseppe Ansaldi - Il Conte di Lerma Palmiro Domenichetti - Un Araldo
Direttore: Cleofonte Campanini Regista: Carlo Ragni
Dopo gli ammonimenti al pubblico arriva, puntuale, il forfait. Dopo una prima periclitante, accolto dal pubblico con attonito silenzio il protagonista maschile dei Vespri siciliani ha ben pensato di arringare il pubblico tacciandolo di inciviltà, impreparazione e prevenzione nei di lui confronti ed è seguita, si dice, una seconda recita dove tutti erano belli, tutti erano bravi, tutti erano perfetti. A livello locale, su quotidiani e blog è seguita una pesante polemica. Poi, inesorabile, è arrivata la terza recita e il forfait del prescelto Arrigo. Allo sbaraglio della recita pomeridiana viene mandato un giovane studente di conservatorio neo diplomato o quasi, come se la parte di Arrigo potesse essere affrontata da un principiante. Chi effettua le scelte di casting, chi le accetta, sembra, tristemente, per il pubblico, aver dimenticato decoro e civiltà. Dimentica quello che era ben chiaro a tutti i cantanti e che di frequente hanno ricordato grandi artisti come Renata Tebaldi, Magda Olivero e Carlo Bergonzi, ossia che il pubblico prima di tutto deve essere rispettato. Rispetto, decoro, civiltà impongono per rispetto al pubblico e all'autore onestà e competenze di scelte, cognizione dei propri limiti e tanto, tanto, tanto silenzio. Come diceva un'altra grande, Ebe Stignani: "Un cantante vale solo per quel che fa sul palcoscenico". Vi relazioneremo sull'esito della serata. Come sempre qualche ascolto consolatorio.
Il secondo spettacolo del Festival Verdi 2010 potrebbe essere definito la seconda stazione della via crucis, inflitta al pubblico. La seconda è, come accade anche nella Sacra Rappresentazione, ben più dolorosa della prima. E non siamo arrivati alla cima del Golgota e le lamentazioni finali voglio, di proposito, lasciarle per la fine di questo mese verdiano, ove il peggior Verdi è stato quello del Festival di Parma. Rimando, perché riassume la vox populi, sia ad una intervista di Michele Pertusi sulla Gazzetta di Parma sia alle spontanee ed indignate voci della chat di questo nostro blog, raccolte durante la trasmissione dello spettacolo. La terza fonte di commento attendibile è il loggione parmigiano dignitoso e composto, come si addice ai personaggi Verdiani, che ha commentato ora con sguardi fra loggionisti, ora con commenti a mezza voce, ora con doverosi zittii una serata di quelle NO. Spettacolo pretenzioso e raffazzonato. Allestire i Vespri non è impresa da poco a prescindere dalla versione scelta, in italiano o in francese, integrale, tagliata e se tagliata come, ma nel scegliere questo titolo non si può incappare in una realizzazione di questo tenore. Non nel senso di Armiliato Fabio. In difetto o si cambia titolo o si cambia mestiere se non si sia in grado di pensare e realizzare di meglio. In primo luogo l’allestimento ed il denaro pubblico. Gettato e sprecato. Voglio credere che il regista, scenografo e costumista Pier Luigi Pzzi, classe 1930, in carriera dal 1955 circa, abbia colto con questa presenza l’occasione per servire la cultura e le precarie condizioni della pubblica finanza regalando la propria prestazione o limitandosi alla richiesta di un semplice rimborso spese. Franca Valeri direbbe argent de poche. Questi Vespri sono quelli Scala 1987 neppure riveduti e corretti, passati nel 2003, credo, a Busseto. Ad un un personaggio, che riveste il triplice ruolo e svolge, quindi, una cosiddetta opera di ingegno artistico non è lecito e morale corrispondere compenso quando l’idea dello spettacolo e circa il 70% della pratica realizzazione sia stato proposto già per ben tre volte identico. A onor del vero sarebbero quattro perchè l’ambientazione risorgimentale nacque ai famosi Vespri 7 dicembre 1970 ove Pizzi era scenografo e costumista. Poi possiamo anche rilevare come il nero indossato da una dimagrita Daniela Dessi, somigliante nel solo aspetto alle divine dell’800, sia molto elegante, ma francamente non è poco, è assolutamente nulla, lo sanno tutte le sarte di esperienza. E poi da un allievo di Visconti non accetto che i frati, che accompagnano i condannati a morte siano dell’ordine domenicano, in quanto ai soli Cappuccini spettava tale ufficio. Alla Scala nel 1970 l’errore venne evitato se la memoria non difetta. Parimenti dobbiamo censurare un maestro della metafora come Pizzi per lo stupro in primo piano durante il ratto del finale secondo. La direzione è stata elogiata per aver saputo accompagnare i cantanti, impresa non da poco con le forze schierate nella più parte dei ruoli di protagonisti e con un’orchestra non certo eccelsa. Però non posso far a meno di rilevare la piattezza con cui nell’ouverture sono stati enunciati i temi patetici ossia la canzone di Elena ed il “mentre contemplo quel volto amato” o i clangori alla chiusa del finale primo e all’insurrezione del finale quinto, ovvero la noia, che ispiravano i duetti fra i due Monforte o le sonorità slentate e da idillio alla stretta del duetto Elena-Arrigo nel carcere. Giustamente si dirà che la bacchetta doveva fare i conti con le insufficienti, esaurite forze, disponibili sul palcoscenico. E allora se le forze sono quelle si deve anche provvedere a ridurre e semplificare le cadenze previste da Verdi ai duetti degli innamorati, per evitare il rischio che il pubblico parmigiano, emulo del milanese 1970 o 1987, richiami e con ragione il verso del domestico felino. Sono mi sia consentito quei piccoli “trucchi del mestiere” che i maestri di bacchetta e forbice conoscevano e praticavano. Il quale pubblcio innanzi ad uno spettacolo di livello ancor più basso del Trovatore inaugurale è sembrato frenato nell'esprimere compiutamente il proprio serpreggiante dissenso rispetto alla produzione. E veniamo alle dolorose note del palcoscenico. Meglio gli antagonisti politici che gli innamorati. Non è un grosso merito con siffatta coppia di innamorati. E poi il loggione parmigiano continua ad applaudire Leo Nucci e noi continuano a ribadire quanto già assunto in occasione del Rigoletto scaligero e dei parmigiani Trovatore e Simone. La voce di Nucci non è mai stata, e non interessa chiarirlo se per limitata dote o carenza di vera e rifinita tecnica, una palestra di velluto, gli anni hanno fatto il resto e, quindi, in questo Guido di Monforte, certo agevolato dalla scrittura acuta, ma non acutissima Nucci sfigura meno che nei precedenti ruoli verdiani. I parchi tentativi di addolcire e cantare piano comportano sistematicamente (vedi ripresa del “In braccio alle dovizie”) problemi di intonazione ed i segni di espressione che sono, come compete al padre verdiano, qui nella particolare declinazione del padre respinto, “dolcissimo”, “pp”, “morendo” spazzati via. Per rendersi conto prima di intraprendere difese d’ufficio basta dare una scorsa allo spartito, anche senza saper leggere la musica. E poi la voce di Nucci da tempo ha smesso pure di essere tronituante e strapotente come competerebbe a baritoni di poche nuances e sfumature e gusto verista. Il maggior successo della serata è, giustamente, spettato a Giacomo Prestia nel ruolo di Giovanni da Procida. La voce è di autentico basso, anche se ingolato al centro e, per conseguenza sbiancato e non fermissimo sugli acuti (vedi la cadenza della sortita eseguita, mi pare, come previsto da Verdi) o l’attacco del quartetto “addio mia patria”. Non comprendo il parziale taglio della cabaletta alla sortita. E siamo giunti agli innamorati. Non si può tacere. Anche se il lugubre silenzio che ha accompagnato la squinternata esecuzione dell’assolo “Arrigo ah parli a un cor” è stato la stigmatizzazione di una prestazione assolutamente insufficiente. Davanti ad un simile comportamento dichiarare, come ha fatto la protagonista, che i fischi sono stati atto dei soliti quattro scellerati è, a sua volta, scellerato. Andiamo per ordine. A Verdi Sofia Cruvelli, prima Duchessa Elena, non piaceva come persona, siccome la signora si credeva la reincarnazione della Malibran e non sarà l'ultima nella storia del melodramma, il maestro le confezionò una parte di assoluta difficoltà, per certi versi la più difficile delle verdiane per soprani. Difficoltà rappresentata dalla scrittura quasi da mezzo della sortita dalla dovizia di segni di espressione, di acuti da tenere (finale quarto) sulle masse orchestrali e corali, dalla irrinunciabile difficoltà di arrivare fresca al quinto atto dove il soprano Falcon si trasforma, per l’esecuzione del Bolero, in una chateuse a roulade o quasi stile Dorus-Gras. Tralascio le fantasmagoriche cadenze, proprio perchè cadenze e quindi da riscrivere ad personam. Anche ritoccata ed accorciata, come Verdi fece per la traduzione italiana, protagonista la Barbieri Nini, la parte richiede qualcosa di diverso da una Mimì che anni e tempi hanno trasformato in Tosca o Minnie. Cantare queste parti in altri Festival e manifestazioni estive con successo non significa esser in grado di affrontare una parte che richiede integrità vocale, scaltrezza e saldezza tecnica, agilità sicure, legato e fiati da manuale. Preciso che le attuali condizioni vocali non consentono di affrontare con credibilità alcun ruolo verdiano a Daniela Dessi. All’entrata la cantante, vuota in basso, stridula negli acuti ha moderato il volume e con esso l’inadeguatezza al ruolo, in quanto per scuola ed esperienza una cantante, che ha dimostrato di saper reggere parti al di sopra delle proprie naturali possibilità. I primi problemi sono emersi al duetto con Arrigo al monte Pellegrino, dove la recitazione da Manon a San Sulpizio, non risolve e nasconde alcunchè, la cadenza era sgangherata, frasi come “il mio fratel de vendica” se eseguite con suoni di un certo volume mostrano una voce priva di smalto, di timbro, stridore e suoni malfermi, mentre i tentativi di addolcire danno luogo a falsettini. “Sussurri e gridi” sono la caratteristica di questa vocale ed imterpretiva di questa Duchessa Elena. La carenza di ampiezza e saldezza sono state ancor più evidenziate nel finale terzo quando Elena “tira” il concertato con il famoso “patria adorata”, ed al finale quarto dall'“Addio mia patria” attaccato con voce senescente e malferma nei tentativi di addolcire, urlato nella stretta. Il peggio in quell’atto fosse stato il duetto eseguito con tempo letargico, sonorità da idillio, bisbigli e falsettini, da imitatrice della peggior Ricciarelli, neanche il caso di un richiamo alla Caballè. Pacifico che il Bolero (versione facilitata ovviamente, esentata da sovracuti e note sotto il rigo, ove possibile) fosse caricaturale nell’esecuzione. In generale dal terzo atto in poi la voce è stata al di sotto di quel minimo controllo, che consente una prestazione decente e precisare che certi acuti ghermiti ed urlati possono anche passare il Fanciulla e Tabarro, ma sono oltraggiosi per l’autore ed il cantante in Verdi e in qualsiasi autore coevo e rendono inutili e grossolani giri di controllo in loggione da parte dei managers, alloggiati in comodi posti palco. Alla fine il caso Armiliato. L’annuncio nel lungo, imprevisto e commentato dal pubblico intervallo fra quarto e quinto atto è stato il rimedio peggiore del male e ha, per certo urtato il pubblico. Ciascuno è libero d credere ciò che vuole sulla vera o diplomatica malattia. Per parte mia posso dire di aver sentito cantare parecchi artisti, pure annunciati malati, in modo bel diverso da quello di Fabio Armiliato sin dall’inizio della serata. E siccome sino al quinto atto (stranamente il meno peggio, nonostante l'annuncio dell'indisposizione) il signor Armiliato godeva di buona salute per questo deve essere valutato. Basterebbe rilevare che già prima della malattia era stato previsto il taglio della siciliana al quinto atto per dire dell’inadeguatezza del cantante al ruolo. Il ruolo come tutte le parti da grand-opéra batte una zona che per i cantanti della tecnica e del conseguente repertorio di Fabio Armiliato coincide non già con la zona del cantabile, ma con quella degli acuti. E se un acuto è un bercio in Cavalleria o Tosca, ma anche in Forza, la più parte del pubblico sopporta, ma se bercio sono intere frasi la cosa cambia e di molto aspetto. Lotta impari tutta la sera, quindi, con suoni indietro ed ingolati nelle frasi del primo duetto con Monforte tipo il “cantabile grandioso” (grandioso dove?) “di giovane audace” dove i fa ed i sol stanno profondamente in gola, falsettini nel duetto con Elena al Monte Pellegrino, altri suoni fuori di posto e raggiusti al “Ombra diletta”, che insiste sulla zona del passaggio superiore, dove cantano sempre una serie di personaggio come Edgardo o il duca di Mantova mai frequentati da Fabio Armiliato. Al quarto atto l’aria è uno strazio e le risoluzioni all’ottava inferiore con una bella voce grossa e bitumata uno sconveniente omaggio a Verdi, assolutamente in sintonia con il Festival. Qualcuno, oggi vilipeso, ha scritto che il canto non è l’arte della cabala, avremo occasione di dimostralo praticamente, ci illudiamo ancora, ma siamo illusi che questo principio sia chiaro nella mente di chi proponga titoli e ruoli conseguenti, di chi offra o imponga cantanti su quei ruoli ed a chi ultimo li canti. In caso di difetto vige, per tutti i soggetti, il principio di correità.
Serata di grande attesa a Parma per il Simon Boccanegra verdiano. Pur senza il sold out ( numerosi i posti vuoti in platea e palco ) era il solito scintillìo di abiti lunghi delle dame locali, che non sanno rinunciare all’esagerato lusso delle paillettes, dei sandaletti piumati, dei boa color ceralacca, degli abitini in foggia di lucide sottovesti, aderenti e traditrici, proposti dalle boutiques locali. La gara delle “mises“, infatti, è sempre il più divertente capodopera delle serate parmigiane, in cui normali eventi musicali vengono vissuti con caratteristica esagerata amplificazione padana. Quanto al resto, una serata d’opera fatta più di inadeguatezze e banalità che di vero canto, da cui è uscito con successo, ma senza esagerazione alcuna, il solo Francesco Meli, al debutto nel ruolo ed unico motivo di curiosità di questa produzione. La ripresa dell’allestimento che a Bologna aveva inaugurato la stagione passata, infatti, oltre al detto Meli annovera come protagonista Leo Nucci; Roberto Scandiuzzi chiamato in corsa a sostituire l’indisposto Marco Spotti nel ruolo di Fiesco; Tamar Iveri quale Amelia, Simone Piazzola, anch’egli sostituto tardivo, nel ruolo di Paolo. Il tutto nelle mani della bacchetta di Daniele Callegari. Bacchetta, lo diciamo subito, mediocre e noiosa, nemmeno tanto sicura in certi accompagnamenti ove i cantanti sono parsi piuttosto in ansia nel riferirsi a lui. Vari gli attacchi sporchi dell’orchestra, che sono stati forse il peccato veniale della sua direzione, incapace di trovare i colori adeguati alle suggestioni ambientali ed alla tensione drammatica dell’opera. Con un cast senescente o, al meglio, sottodimensionato nel tasso drammatico, e perciò fisiologicamente impossibilitato a trovare accenti adeguati al testo, Callegari si è ben guardato dal supplire lui con la sua buca alla pochezza della scena. Il settore degli archi, in particolare, non ha mai esibito cavata, pienezza di suono, intensità espressiva, come avrebbe potuto e dovuto essere nei momenti topici del canto delle voci gravi maschili soprattutto. Non parliamo poi di quelle straordinarie ed irresistibili atmosfere che Verdi ha composto, nel prologo come nell’entrata di Amelia, nel concertato del palazzo degli abati come nella scena finale della morte di Simone, e soprattutto nel duetto dell’ultimo atto tra i due grandi vecchi. Callegari ha dispiegato un po’ di clangore e qualche abbozzo coloristico solo alla scena del palazzo degli Abati, ma, si sa, in quell’occasione Verdi è talmente teatrale e a tinte forti di suo che è quasi impossibile fare peggio. Ci avrebbe fatto piacere che almeno avesse preteso di avere in scena di qualche corista in più ( erano davvero in quattro gatti in quel concertato ) ed un filo in più di spessore orchestrale, perché tutto ha avuto il sapore della “domestic production”, allestita nella salone di casa, mentre il Simone ( sarò forse deformata io nelle mie idee ) è opera monumentale, solenne e per grandi voci.
Grandi voci che peraltro non erano presenti in scena, o perché di tonnellaggio inadatto a Verdi o perché ridotte a spettri, buoni per una notte macabra sul Monte Calvo. Il signor Rigoletto, impegnato ad interpretare Leo Nucci nei momenti liberi, si è dimenticato che Simone Boccanegra non ha gli 80 e passa anni del vecchissimo doge Foscari, né barcolla in scena dal prologo al finale come il buffone della corte di Mantova, essendo un corsaro nel pieno della giovinezza al prologo, assassinato quando ancor non poteva ancora aver compiuto cinquant’anni nel resto dell’opera. Che sia un padre maturo ed austero nel corso degli atti è certo, ma che paia il fuggiasco di una casa di riposo per anziani dementi assolutamente no. Non parliamo poi del canto, duro, con le grandi nobili e sontuose frasi verdiane ghermite e sbranate alla comeposso, il timbro legnoso e talora nasale. Complice una tessitura a lui meno consona di quella acutissima di Rigoletto, si sono sentite stonature continue, insopportabili ed infiniti portamenti, calanti oltre ogni umana capacità di sopportazione. Gli hanno fanno difetto l’ampiezza, la morbida ed nobile cavata prerogative necessarie al canto di Boccanegra, insomma i presupposti al fraseggio. Solo gli acuti estremi sono arrivati, di tecnica, centrati sulla nota e precisi, sebbene con voce senescente. Nessun impegno o ingegno per metter lì qualcosa che servisse al personaggio: frasi come l’attacco “Plebe patrizi popolo” sono arrivate ghermite e dure al pari di quelle come “ e vo’ gridando pace, e vo’ gridando amor..”, in un tutto indistinto ed indifferenziato di berci, sguaiataggini e stonature. Una prova indegna di un artista di fama, intelligenza e carriera quale è quella di Leo Nucci: la presunzione che ancora lo spinge a calcare le scene in queste condizioni urta gli spettatori come me ( e non solo, a cominciare dai miei vicini di ieri ), che non si sentono né rispettati né onorati dalle sue prestazioni, ma insultati. Tanto che non sento di dover in alcun modo censurare quello che penso di quanto ho visto e sentito. Il ritiro per questo artista urge, perché ora sta davvero sfidando il bon ton del suo pubblico che ancora non può o vuole venir meno a quel doveroso rispetto che si concede ai grandi in declino. E gli applausi alla fine sono stati cordiali, ma imparagonabili a quelli ricevuti in altre occasioni.
Altrettanto dissestato sul piano vocale, un po’ meno su quello scenico, il Fiesco di Roberto Scandiuzzi.Gli restano di fatto le sole note gravi ad avere dignità di emissione, in una organizzazione vocale ove non può dare mai pieno volume al suo mezzo al fine di nascondere le oscillazioni vistose, caratteristiche delle sue prove recenti. Non riesce a fraseggiare perché non può legare i suoni, men che meno salire agli acuti. La voce è ora nasale, ora cavernosa e tubata; tutte le frasi sono state artatamente smorzate subito, le note mai tenute, a mascherare lo “stato dell’arte” della sua voce. Ne è risultato un Fiesco privo di canto, continuamente rotto o sulla difensiva, cui han fatto difetto vera nobiltà ed austerità, perché l’abuso del parlato e/o la mancanza di legato conducono a questo. L’aria ha ricevuto pochi consensi perché doveva controllarsi e barcamenarsi di continuo, tirando indietro la voce; sulle uova al duetto con Gabriele; una catastrofe a due il duettone con Simone all’ultimo atto, dove entrambi sono andati via in un vortice di stonature, cali, suoni emessi Dio sa come.. Se non altro aveva l’aria un po’ perplessa, non troppo convinta dell’esito delle cose….. ..il che è preferibile, anzi direi simpatico, rispetto a chi, invece, sta lì con l’aria convinta di farti fesso sempre e comunque…….Mi spiace.
La signora Iveri, ascendete stella del firmamento verdiano, è stata una garbata delusione. Dico garbata, perché la cantante non è certo di quelle sguaiate, che sbraitano e/o gesticolano per farsi notare nelle operone. Ma è quello che i milanesi definirebbero “ un rubìn”, cioè una vocina, educata ma senza alcun particolare fascino timbrico, dotata di una presenza scenica minima, da corretta educanda di collegio. E di qui ad essere Amelia Boccanegra ce ne passa, e parecchio. Ha retto l’entrata esibendo il massimo del suo volume, quello del “lirico appena appena” ( sarebbe una vocina anche in Bohéme, tanto per intenderci ), in una esecuzione corretta ma incolore dell’aria, tanto che nessuno si è mosso per applaudirla. Ha poi messo lì il duo con Gabriele con un bel lirismo da giovane innamorata, ma già davanti a Meli non pareva certo una voce dotata del peso idoneo al ruolo; idem la scena con Boccanegra. Arrivati alla fatidica scena del palazzo del Abati, per quanto, come detto, si sia trattato di un “palazzetto” di proporzioni minime, la signora Iveri è letteralmente scomparsa quanto a presenza vocale. Le struggenti frasi per cui Verdi prescrive i“dolcissimo” di “Pace pace” come le successive “pace t’ispiri un senso di patria”, da attaccarsi invece sul F, sono arrivate come i pigolii di una bambina infante, e non con il lirismo aulico del soprano verdiano. Questi momenti, come pure le analoghe frasi del concertato finale, “No, non morrai l’amore vinca…”, pigolate ancor più perché a fine serata, dovrebbero essere la cartina di tornasole per quei soprintendenti e direttori artistici inesperti che, mancando del senso delle proporzioni necessario per capire il tasso verdiano di un soprano, potrebbero espletare le loro verifiche semplicemente attraverso l’ascolto dell’esecuzione queste frasi e l’effetto che ne deriva. Il canto era senza peso, la voce una fogliolina al vento in mezzo a tutto quel dramma di solisti e coro: mai a poi mai Verdi avrebbe concepito di mettere lì una voce simile a tirare il concertato. Tutto il resto è derivato da tale insufficienza evidente di peso, e di accento. Dopo il concertatone di primo atto, è sopraggiunta anche la vera fatica nel 2° e 3°, dove ha dovuto spingere ( compostamente, va detto ) in più occasioni per avere un po’ di spessore, eseguendo le note correttamente, ma senza mai poter fraseggiare. Non ricordo smorzature, messe di voce, intenzioni interpretative sensibili tali da essere riportate a voi in una cronaca, perché quando si è così sotto peso rispetto al ruolo fraseggiare è evidentemente impossibile. Amelia Boccanegra, per quanto psicologicamente aderente al clichè della figlia e dell’amante, canta numerose frasi concitate, in apprensione, di grande tensione drammatica. Tensione che per forza di cose è del tutto mancata al suo personaggio. Una Amelia incolore e poco significativa dunque.
Francesco Meli, al debutto in Gabriele Adorno, ha ricevuto l’unico vero applauso a scena aperta della serata, dopo l’aria del 2° atto, e alle uscite singole. Successo vero, ma non trionfo, di una prova alterna, la sola a piacere davvero, stando alla risposta del pubblico. La sua cosa migliore? Il si bem sparato di “Pel Cielo, uom possente sei tu” al palazzo degli abati: per la prima volta gli ho sentito azzeccare, per caso immagino, un acuto che fosse “fuori”, brillante e non strozzato. Miracolo! La cosa peggiore: il terribile terzetto con Simone ed Amelia “Perdon, perdono Amelia..”, uno dei momenti più pesanti della parte, dove sono previsti quei passaggi mibem4 -sibem 4 di “dammi la morte” da eseguire con un accento, uno squillo, un‘epica ed un tonnellaggio di voce che Meli non possiede, non essendo un tenore verdiano. Il passo gli è costato una fatica enorme, anche perché arriva a serata molto avanzata, per giunta dopo l’aria, ove aveva speso quasi tutto quello che aveva da dare. Basterebbe l’analisi della grande scena per dimostrare che queste prove verdiane sono forse d’effetto, soprattutto se gli altri cantano poco o niente, in un teatro piccolo e con un‘orchestra che è stata di fatto un ‘orchestrina. E queste sono forse vittorie di Pirro, pensate in prospettiva futura. La grande fatica per Meli si è sentita già nel reggere il recitativo della grande scena, “ Sento avvampar nell’anima..”, dove al passaggio “….mio furor, no non sarai sazio…”, con i la-la bem in cui si dovrebbe squillare, la buca lo ha coperto subito, nonostante il tenore abbia cantato il passaggio sul forte, mangiandosi anche lui, per forza di cose, le forcelle che Verdi impone in spartito. Nell’aria, poi, di nuovo gli effetti che Verdi richiede al tenore, ampie legature, doppie forcelle, men che meno quelle che portano ai ff scritti nelle ripetizioni di “priva di sue virtù…”, non hanno sortito l’effetto che dovrebbero avere, perché la voce era al massimo dall’inizio del brano. Ha cantato con voce vera, a pieni polmoni e di slancio, ma la dinamica non può esistere in queste condizioni, e questo è stato il vero limite al suo canto, che pure è arrivato con musicalità e sforzo di controllare l’emissione. Ognuno è ciò che è per sua natura, e Meli non è un tenore per questi ruoli. Proprio lui, che in una intervista di qualche anno fa, aveva dichiarato Carlo Bergonzi non essere una vera voce verdiana, immagino alludendo alla questione dello squillo, dovrebbe risentirsi invece proprio l’esecuzione bergonziana di questa scena, con sotto l’irruente ed elettrizzante orchestrona di Dimitri Mitropoulos al Met: ne avrebbe un esatta cartina d tornasole della propria verdianità e delle proprie reali possibilità di portare questi ruoli nelle grandi sale dei grandi teatri, magari con certe bacchette pestacchione come Barenboim. La voce di Francesco Meli è bella ed importante, ma in Verdi non è poi così grande, né piena, né ricca nei gravi: sarebbe bastato che Scandiuzzi, sul suo stesso palco, fosse quello di dieci anni, fa per sembrare ciò che è, un tenore al più lirico, ma non certo spinto, come è Gabriele Adorno. Per completezza di cronaca, và detto anche che ha cantato con facilità il duetto al I atto con Amelia, pur con i noti problemi nell’esecuzione del passaggio di registro alto in “Angiol che dall’empireo piegasti”. Si è strozzato come al solito nei la acuti del duetto con Fiesco, “ Vieni ti benedico”, dove dovrebbe eseguire con altra ampiezza e nobiltà le solite forcelle doppie che costellano la parte. Non ha mai squillato nei concertati, dove, come tutti suoi colleghi, nessuno ha “forato”come si dovrebbe, ma ha cantato, con voce sonora, facile, da quell’iperdotato che è. Ogni tanto ha anche avuto buoni primi acuti, altre volte ha fatto come al solito. Ha emesso spesso delle buone a centrali, meno sguaiate di quelle che solitamente emette. Insomma, luci ed ombre in un repertorio per lui pericoloso e che non dovrebbe praticare, a parte il duca di Mantova ed Alfredo. Del resto, se Stefano Secco canta il Don Carlo ( !!!!!!!!!! ), logicamente Meli canta il Boccanegra, in compagnia di un soprano come la Iveri…. Una nota sul Paolo di Piazzola, applaudito al pari dei protagonisti. Non ci è parso baritono maturo per i grandi ruoli verdiani, perché la voce è spesso indietro, vuota in zona centro grave, e non di grande ampiezza a meno di forzarla. Il volume và e viene nel corso della serata, ed il mezzo non pare posizionato a fuoco, tanto che in alcuni passaggi pareva più un tenore di forza non sfogato che non un baritono. Lo risentiremo.
Successo non entusiastico, perché Verdi ormai è un musicista inallestibile, pur restando dell’idea che ieri sera qualcosa di meglio si poteva fare al posto del soprintendente.
Gli ascolti
Verdi - Simon Boccanegra
Prologo
A te l'estremo addio...Il lacerato spirito - Martti Talvela (1975)
Impossibilitati per ragioni di lavoro a partecipare alla prima di Tosca al Regio di Parma, e incuriositi dalle reazioni contrastanti suscitate dallo spettacolo, accolto da ovazioni e reiterate e prontamente esaudite richieste di bis in teatro, aspramente stigmatizzato e in taluni casi perfino sbeffeggiato in Internet, ci siamo recati nella città di Maria Luigia per verificare con i nostri occhi e soprattutto con le nostre orecchie. Da un comodo posto di parapetto in galleria centrale abbiamo assistito alla replica pomeridiana di sabato 11, quarta rappresentazione del ciclo. Un plauso va, prima di ogni altra considerazione, al direttore, Massimo Zanetti, che senza avere a disposizione un’orchestra impeccabile ha condotto in porto una Tosca di buon livello, tesa ma quasi mai fracassona, e a dispetto di qualche attacco sporco ha saputo rendere dignitosamente i toni e le atmosfere sempre cangianti di questa musica, accompagnando inoltre al meglio i solisti. Una sana routine, insomma, cui non è sembrata estranea neppure la regia di Alberto Fassini, proveniente da Bologna e rivista per l’occasione da Joseph Franconi Lee, regia caratterizzata da una semplicità quanto mai apprezzabile, in tempo di tagli al Fus. La scena, sostanzialmente unica, è costituita da una grande scalinata, dominata man mano da elementi diversi, connotanti i differenti luoghi dell’azione: il quadro della Maddalena al primo atto, una grande tela raffigurante la crocifissione di San Pietro apostolo al secondo, la sagoma dell’Angelo al terzo. Belli i costumi, persino eccessiva la sobrietà degli arredi scenici, massime al secondo atto, in cui il povero Cavaradossi di fresco torturato non ha a disposizione neppure un canapè e deve distendersi a terra.
Tosca era Micaela Carosi. Fin dalla sortita la voce, di buon volume (visti anche i magri tempi che corrono) ma senza particolari attrattive timbriche, è risultata priva dello spessore drammatico richiesto, segnatamente nei gravi, spesso letteralmente inghiottiti dall’orchestra. Le cose vanno meglio nel registro medio, sebbene la scelta di aprire sistematicamente i centri per guadagnare un poco in sonorità conduca a sbracamenti in perfetto stile verista, o meglio, paraverista, e comprometta in più punti anche la tenuta dell’intonazione (e per dimostrarlo basta sentire la frasetta “Ma falle gli occhi neri”, con l’attacco sul fa/fa diesis centrale calante due volte su due). Gli acuti sono semplicemente delle urla, a volte intonate (il do della lama), spesso e volentieri calanti, in tutti i casi suoni assai inappropriati, anche a voler considerare Tosca niente più che una donnina allegra che meriti tutto sommato extra artistici hanno portato a cantare per re e cardinali. L’incipit del “Vissi d’arte” riassume bene le difficoltà incontrate dalla cantante: l’attacco sul mi bemolle centrale è calante, il legato inesistente, il tentativo di accentare il secondo mi bemolle lo trasforma in un suono forzato e porta la voce a spegnersi nelle note successive, e l’effetto si ripresenta poche battute dopo, al la bemolle di “quante miserie”. La signora Carosi tenta a più riprese di fraseggiare, sia pure in modo decisamente scolastico, e persino di rispettare i segni di espressione scritti (specie nel “Vissi d’arte” e nel duetto finale, molto meno nel dolente assolo “Ed io venivo a lui tutta dogliosa”, piatto e quasi buttato via), ma la voce è sgangherata – e ciò, va ribadito, non per deficienze naturali ma per carenze tecniche – e i fiati di così scarsa consistenza che i piani risultano falsettini, e il canto non possiede dolcezza né morbidezza e neppure imperiosità, in questo complice una condotta scenica da principiante, per giunta enfatizzata da gesti plateali che, lungi dall’infondere pathos, sono semplicemente ridicoli (il lancio del ventaglio dopo l’invettiva contro l’Attavanti richiama recenti e funesti lanci di seggiole, mentre l’uccisione di Scarpia sembra presa di peso da uno spettacolo di marionette) e trasformano Tosca, da esaltazione della Diva operistica, a sua parodia involontaria. E si taccia dei parlati al secondo atto, privi di eleganza quanto di incisività.
Marcelo Alvarez, fattosi annunciare indisposto, ha cantato il primo atto in modo più sorvegliato del solito, con voce sempre bellissima ma come alleggerita e impoverita rispetto a quanto ricordavamo. In particolare ci hanno colpito la precarietà del registro acuto, non solo privo di squillo ma a più riprese decisamente faticoso, e la difficoltà nel legare i suoni. Molto generico il fraseggio, ma questa non è certo una sorpresa. Al secondo atto il “Vittoria! Vittoria!” vede il tenore argentino arrivare al la diesis e tenerlo con maggiore resistenza, ma sempre con la voce come bloccata sul palcoscenico, priva di proiezione e mordente. Non vanno meglio le cose al terzo atto: la romanza, marcatamente centrale, è caratterizzata da suoni duri e da un’intonazione sempre al limite. Ma il peggio arriva nel duetto con Tosca: l’attacco di “O dolci mani” è stimbrato e la frase, per la quale Puccini abbonda in indicazioni quali “teneramente” e “dolcissimo”, si chiude con una marcata afonia, mentre il passaggio “Amaro sol per te m’era il morire”, che l’autore indica “dolcissimo” e il librettista precisa “colla più tenera commozione”, fa pensare piuttosto a una canzone da osteria. L’annunciata indisposizione non può fare dimenticare, come abbiamo avuto modo di osservare a proposito dei Puritani bolognesi di Celso Albelo, che proprio nelle serate di minore forma fisica è o dovrebbe essere la tecnica la maggiore alleata del cantante.
Scarpia era Marco Vratogna. Voce legnosetta, povera nel grave e limitata in acuto, fa pensare a un tenore non sfogato piuttosto che a un autentico baritono. Visto anche lo scarso peso vocale, sembra opportuna la scelta di rendere un Barone mellifluo e insinuante, ma questo approccio al personaggio è contraddetto non solo dalle urla cui ogni tanto il cantante si abbandona (segnatamente nel secondo atto), ma anche da una linea di canto sistematicamente malferma e da un’intonazione assai precaria.
Resta da dire del pubblico, che ha accolto i protagonisti, soprattutto la Carosi, con vere e proprie manifestazioni di entusiasmo, chiedendo e ottenendo il bis di “Vissi d’arte”. Un paio di mesi fa riferimmo delle accese reazioni suscitate in Parma dalla Lucia di Lammermoor di Désirée Rancatore. Ebbene, alla luce del trionfo della Carosi e, in misura minore, di Alvarez (che pure è un beniamino del pubblico parmense), la signora Rancatore avrebbe, a conti fatti, ogni motivo di dolersi dell’accoglienza riservatale, considerato che, a parità di prestazioni canore, le reazioni del pubblico dovrebbero essere, se non le stesse, per lo meno comparabili. Non è comprensibile che si censuri aspramente la performance, imbarazzante, della Rancatore e si porti poi alle stelle la prova, altrettanto imbarazzante seppur condotta con voce un poco più fresca e sonora, della Carosi. Un successo di cortesia sarebbe stato meno stridente e avrebbe suscitato minori sospetti di favoritismi e “doppi binari”. È vero che il loggione di Parma ha la tendenza a sopportare a lungo e in silenzio, prima di esplodere in contestazioni clamorose come quelle riservate alla Vassileva nella Giovanna d’Arco o alla Rancatore in Lucia, ma abbiamo la sensazione che taluni inspiegabili successi minino la credibilità di un pubblico più di certi clamorosi tonfi, che altri, dimentichi o forse ignari di storia e tradizioni teatrali, additano a sommo malcostume dei nostri giorni.
Caro Oscar, forse dovrei dire cara contessa Serpieri, richiamando il personaggio della novella boitiana (reso a tutti noto, però, da Luchino Visconti ed Alida Valli), che furente per il tradimento si trasforma da amante in delatrice. Quello che chiunque affermi altrove non mi interessa. E' la loro opinione che io rispetto in misura inversamente proporzionale a quanto loro non hanno rispettato quella mia e di chi con me condivide l'avventura di questo blog. Lasciami dire però, che taluni fori mi ricordano i salotti della nobiltà nera romana o del cappuccio milanese dove si può essere ammessi solo se la propria opinione si plasma su quella dei padroni di casa. In genere tali salotti mi ricordano certe veglie funebri lombarde dove tutti si è accomunati dalla celebrazione delle "cristiane ed elette virtù" del de cujus, magari noto viveur o nota nave scuola. Mi disturba e offende, però, che si faccia chiaro ed esplicito riferimento alle opinioni di chi non può e/o non vuole intervenire per controbattere, ovvero che per l'ennesima volta, pur a distanza di tempo si venga meno, secondo un consolidato stile, al rispetto del dibattito e del dialogo. E allora dall'unico rostro che ho e voglio avere, contando nulla gli altri, credo di dover ribadire ed esprimere il mio ed altrui pensiero sull'esecuzione dei Lombardi del signor Meli, sempre tanto caro a parte del pubblico e degli addetti ai lavori ed oggi proposto come tenore verdiano del futuro. Ho ascoltato l'esecuzione per mezzo di Teleducato. Ne ho ricavato che vale la pena di starsene a casa non ravvisando un interesse in un Pertusi, per forza di cose usurato, in una Theodossiou, il cui luogo di esibizione sarebbero quei graziosi locali dove, al Pireo, si cuoce e commercializza il gyros pitha e, appunto Francesco Meli. E all'elogiato signor Meli mi limito.
La parte di Oronte è la prima parte importante e seria (nell'accezione teatrale) composta da Verdi. Verdi, al pari di Bellini, credo, preso da sé stesso, specie in gioventù non era nè Rossini nè Donizetti nel trattare le voci. A sua attenuante l'epoca di transizione fra vocalità protoromantica a vocalità romantica piena, che sarà, appunto, quella del Verdi dalla fine degli anni di galera, quando stilemi compositivi ed espressivi di marca donizettiana verranno definitivamente cassati o almeno superati per divenire verdiani. Quindi non si può, per correttezza, parlare di vocalità verdiana con riferimento al giovane innamorato jerosolimitano. Oronte canta come i tenori di Donizetti e soprattutto si esprime come loro. Basta sentire la sospirosa e tenera cavatina e la cabaletta, ancor più accorata ed elegiaca. Pur trattandosi di cabaletta. Verdiana per giunta. Allo stesso modo si esprimerà l'anno successivo Ernani, almeno alla sortita ed alla morte e pure Carlo V, baritono, sempre nell'Ernani. La sortita di Oronte è di quelle pagine, che per renderne la situazione drammatica, ossia per essere interpreti, richiedono morbidezza di voce, legato, forcelle, smorzature, ovvero l'apparato espressivo di un Edgardo e di un Chalais. Parti donizettiane, che cito perchè il primo Oronte -Carlo Guasco- ne fu interprete famosissimo o, per la seconda, creatore. Rispetto a queste parti la tessitura è meno acuta, anzi decisamente centrale, senza, però, nulla avere in comune con quelle da baritenore pensate per Donzelli e suoi emuli. Oronte fu di competenza degli eredi o emuli di Rubini, fra cui appunto Guasco, Poggi (alla Scala nel 1844, ma era il marito della divina Frezzolini), Mario a Londra nel 1861, se non sbaglio. Negli anni '50 dell'800 Oronte, come in misura maggiore Ernani, entra nell'orbita dei tenori più marcatamente verdiani come Raffaele Mirate (Milano), Baucardè a Napoli nel 1853, sino a Gaetano Fraschini, che nella prima parte della carriera passava per un tenore "muscolare". Ma la parte, marcatamente centrale, consentiva (e consentì per un lungo periodo se si ascolta come affronta il terzetto Francesco Merli) fraseggi vari, ispirati ed eloquenti.
La storia interpretativa di Oronte sembra far propendere che le caratteristiche vocali dei primissimi esecutori, quindi, di scuola e formazione protoromantica potesse anche richiamare quella dell’attuale Francesco Meli, se tecnicamente più ferrato, sapesse legare e smorzare come lo spartito, ossia Verdi, indica. Quanto alle indicazioni di spartito dell’aria si parte con una doppia forcella prevista su "nel suo bel core” alla quartina di “beato amore” Verdi prevede dolce, sul do centrale di “tante armonie” compare l’indicazione “marcato” e sul fa di “ quanto” quella di con forza. Insomma un po’ di ormoni anche per Oronte, perché subito dopo Verdi riprende a chiedere un “dolcissimo” sul fa di “pianeti” e arrivati alla serie di “mortal” della chiusa dell’aria l’autore stesso oltre a distribuire una dovizia di forcelle, che forse gli esecutori intendevano anche come rallentando e stentando (indicazione che ai tempi era lasciata all’assoluto dominio dell'esecutore) provvede, anche, di qualche gruppetto, che serve ad illeggiadrire ulteriormente l’aria e più, a dare una sorta di indicazione interpretativa. Nella sezione conclusiva la scrittura è sempre marcatamente centrale salvo un paio di sol acuti e la dinamica sempre improntata all’elegia se si pensa che alla chiusa Verdi espressamente indica un “dolcissimo” sull’ultimo sol, preceduto da un pianissimo sul penultimo “non va”. Questa piccola e parzialissima disamina non rappresenta il “far le pulci” o fare Beckmesser, riducendo l’arte al rispetto dei segni di esecuzione, ma solo informarsi sull’autore e sulla sua opera, come leggere direttamente in latino Cesare o Cicerone anziché in traduzione. Esaminando grandi tenori alle prese con un’altra pagina verdiana come l’aria di Rodolfo della Miller abbiamo, molto tempo fa, rilevato come l’aderenza al pensiero dell’autore possa essere pienamente realizzata con un rispetto ora parziale, ora amplificato delle indicazioni dello stesso. Essere ascoltatori seri ed autonomi impone di rilevare che tutti i segni di espressione previsti da Verdi (che non credo fossero esaustivi se richiamo alla mente e al cd certe esecuzioni verdiane di Marconi, Bonci, Slezak, de Lucia ed anche Tagliavini o Bergonzi fra i sessanta ed i settanta) non sono stati minimamente rispettati, che la voce del signor Meli suona sul sol acuto stimbrata perché sta nella gola e non nei risuonatori superiori e perché le note precedenti gli acuti (intendo re mi e fa) non sono adeguatamente coperti ed immascherati e che l’unico, ripeto unico, tentativo di addolcire si è risolto in un suono indietro. Dirò anche di più il suono immascherato assume di suo una stilizzazione ed una astrattezza, che sottrae il canto al quotidiano per consegnarlo alle iperboli espressive del Romanticismo. Accedeva ad esempio a Tucker, meno vario nel fraseggio di tenori della generazione precedente, ma dotato di una tecnica di canto, che esaltava con la proiezione del suoni i tratti essenziali dell’eroe romantico, fosse Rodolfo o Manrico. Il nostro Francesco Meli ricorda altro tenore, sempre genovese, dalla dote cospicua e dalla tecnica approssimativa, anche se più squillante in alto: Alberto Cupido. Ascoltare proprio Cupido nei Lombardi scaligeri del 1987 per la dimostrazione dell'assunto. Come abbiamo già detto altre volte ed altrove nei grandi teatri o ai grandi appuntamenti si arriva "già fatti" e non da fare. E lo abbiamo detto con il conforto di una assoluta professionista (prima che primadonna) come Maria Callas. Senza questi presupposti l'esecutore verdiano del futuro presto e per forza diventerà Andrea Chenier e don José, come, purtroppo, e per la stessa ragione accadde ad un altro Oronte parmigiano: Josè Carreras. Spiace, ovvio perchè al melomane quello autonomo e autopensante la smorzatura da sogno l'acuto proiettato e prorompente danno la scarica adrenalica.
Chiosa. E' un po' limitato, calunnioso ed indimostrato, assumere che il fischio isolato provenga da dd o gg. Non sono omnipresenti, non sempre contestano apertamente se insoddisfatti ( come nel caso bolognese) e, forse, il loro pensiero non è poi un...."apax". Purtroppo, diranno in molti.
Con la produzione di Marin Faliero a Bergamo si sono conclusi i festival operistici dell’anno 2008. Il festival è un tipico prodotto estivo che, al più, si protrae sino all’inizio d’autunno in attesa che, poi, partano le stagioni operistiche invernali, quelle che un tempo si definivano di Carnevale e Quaresima, con canonica inaugurazione la sera di Santo Stefano. I festival, che oggi dilagano in Italia, dovrebbero esistere e avere diritto ai lauti fondi che lo Stato, ossia i contribuenti, che versano regolarmente le imposte, profonde, solo ove fossero rispettati due elementi, ovvero che il festival rappresenti una qualche utilità culturale e che il prodotto offerto sia di qualità congruente l’autore e la proposta. In difetto il festival non ha nessun senso o, peggio ancora, ne assume altro e differente che nulla ha che spartire con la cultura. Con questi principi che ritengo ferrei mi domando il senso di festival dedicati ad autori la cui produzione non ha o abbia conosciuto mai oblio e polvere del tempo. Non ha alcun senso, quindi, proporre un festival dedicato a Giuseppe Verdi, i cui titoli, anche quelli degli anni cosiddetti di galera, conoscono rappresentazione abbastanza regolare da almeno mezzo secolo. Consultare le cronologie di teatri e festival sparsi nel mondo per verificare l’assunto. E, poi, qualcuno che non ho ragioni particolari di smentire potrebbe anche ritenere che il motivo dell’oblio è piuttosto giustificato. Era l’opinione dello stesso Verdi il quale , se non erro nel 1864, dinanzi ad una ripresa scaligera di Giovanna d’Arco dichiarò che certi titoli “andrebbero lasciati stare”. Erano anni in cui, sia detto, per inciso, Ernani o Lombardi conoscevano ancora un certo numero di rappresentazioni e Verdi rimetteva mano a Macbeth. Mi domando se possa avere senso proporre del maestro di Busseto alcune prime edizioni poi riviste e rivisitate e con ragione aggiungo (se penso ad esempio al finale del primo atto del Boccanegra, una paesana festa, che meraviglia se si pensa che Verdi aveva già composto splendide scene di festa come in Traviata e Vespri) dal Maestro stesso. Certo che una bella edizione di Aida nella versione del Cairo risparmierebbe a molti soprani, la prescelta scaligera della recente inaugurazione ad esempio, la via dolorosa dei cieli azzurri. Avrebbe sicuramente senso , visto che siamo in clima un bel Don Carlos ove con il titolo alla francese si preveda anche la versione originale munita degli imprescindibili balli. Era e rimane un grand-opéra, che da sempre vediamo in versione mignon. Da qualche tempo anche vocale. Poi certo sorge il problema della pratica realizzazione. Mai come oggi la voce e l’accento verdiani sono stati latitanti ed anche gli auspici,di un ventennio or sono circa un Verdi in francese alla francese, soprattutto, stenterebbero a trovare adeguata realizzazione. Perché sia chiaro: un festival non può solo proporre, che è la prima parte del teorema, ma deve anche allestire in maniera consona. Questa seconda declinazione irrinunciabile porta a riflessioni non certo encomiastiche, anzi, su tutti gli altri festival. E non solo italiani. Per esempio proporre tre titoli come Favorita, Marin Faliero e Puritani a Bergamo difficilmente può dar luogo ad una esecuzione acconcia. Furono scritte per fuoriclasse (anche se qualcuno, se di quei fenomeni esistessero incisioni, sosterebbe che Anna Netrebko o Rolando Villazón siano superiori per tecnica a Giulia Grisi e a Giovan Battista Rubini) e richiedono fuoriclasse in ogni riproposizione. A Bergamo abbiamo sentito e per giunta in un contesto penalizzante, una sola voce ed interprete all’altezza del compito per cui era scritturata. Il resto da dimenticare o da impiegare in opere ben più facili del maestro bergamasco, autore di tante deliziose farse o operine come la Rita o la Francesca di Foix. E le considerazioni non migliorano prendendo in considerazione i direttori d’orchestra, atteso che il solo Marco Zambelli, officiato di Favorita, ha dimostrato di “sapere il fatto suo”. Il passo più lungo della gamba, magari sulla scorta di un’idea in astratto valida, non è un buon servizio all’autore, anzi il contrario. All’uscita di Favorita un giovane melomane, molto presente e molto attento, lamentava la noia del titolo. Mi domando che cosa avrebbe detto ( o con che cosa avrebbe armato il braccio, per usare un linguaggio operistico) se avesse avuto una cognizione delle pagine più famose del titolo nelle esecuzioni più note. Che so lo “spirto gentil” di Kraus o Pavarotti, le arie di Alfonso di Tagliabue. Mica richiamo Battistini o Bonci. Lasciamoli dove stanno anche se sono scomodissimi perché ci richiamano un gusto, prima ancora che una modalità vocale, assolutamente inattaccabile per quei titoli, in difetto della quale Fernando si trasforma in Turiddu ed Alfonso XI in Tonio, lo scemo. Insomma esecuzioni raffazzonate non solo non servono l’autore, ma talvolta allontanano i ben intenzionati, gli interessati, i curiosi. Il problema dell’esecuzione è imprescindibile quando l’autore è autore di Belcanto, ossia quando si parla del festival più famoso e blasonato di Italia, ossia il ROF. Devo dire, paradossalmente, che i tagli del FUS che hanno scorciato e non di poco l’edizione prossima ventura sono benefici e salutari per l’autore. L’autore è il paradigma di musica scritta per determinati cantanti, scomparsa o quasi con il ritiro dalle scene dei primi esecutori o di alcuni, ricomparsa quando, per una strana congettura, si sono ripresentati sul palcoscenico cantanti in grado di affrontare le difficoltà previste dall’autore (oltre a quelle che si cercavano da soli) ed il gusto vigente ha provato interesse per una musica tutta ideale ed astratta. Ma anche quando erano in carriera quei cantanti (due delle quali con autentico mio stupore hanno scatenato una autentica, interessantissima polemica in un precedente post) mai si pensò di poter allestire nella stessa stagione due titoli napoletani, che prevedessero due soprani Colbran, due contralti e ben tre tenori protagonisti. Si può addomesticare il pubblico, ricorrere alla damnatio memoriae dei cantanti del recente (glorioso!) passato, instillare il dubbio che quella precedente generazione non fosse autenticamente rossiniana, si può fare ricorso ai media, all’ansia ed ai pettegolezzi da retropalco, ma alla fine si manderà in scena una esecuzione dal carente tasso rossiniano, si instillerà nel pubblico neofita l’idea di un autore noioso e inutilmente difficile; insomma non si servirà alcuna causa culturalmente valida, si potrà, nella migliore delle ipotesi, far cassetta per qualche anno, propiziare la carriera di qualche protégé, ma alla fine il corso e ricorso storico avrà la meglio e scenderà, immeritato ma giustificato, l’oblio sui vari Assedio, Maometto, Semiramide. È solo una questione di scelte: una, quella fatta e perseguita per il presente o al più per l’immediato futuro; l’altra , più difficile più costosa e meno immediatamente remunerativa per il lungo termine. Anche i festival sono un’azienda in fondo!!!
Rossini: Maometto II - Sorgete: in sì bel giorno...Duce di tanti eroi - Samuel Ramey (1985)
Piange e soffre Luisa al Festival Verdi di Parma, in quello che dovrebbe essere il tempio del canto verdiano, modello per gli altri teatri italiani ed esteri. E spiace, perché molte occasioni si sono perdute non certo per cause di forza maggiore, mancanza di mezzi o di voci, ma per l’assenza di una linea chiara che ispirasse la riproposizione di questo titolo.
Se non si ha nulla da dire, se non si ha una concezione stilistica precisa di ciò che si vuole allestire, non si và da nessuna parte, nemmeno nella routine, perché la routine odierna, a differenza di quella che si faceva sino ad una ventina d’anni fa, esula ormai anche dalle minime competenze in fatto di gusto, pertinenza stilistica appunto, fondamenti della tecnica di canto…..etc. Parma allestisce Luisa Miller paga dell’aver messo in cartellone tre grandi nomi, forse il meglio che si possa trovare oggi sul mercato, ma non va oltre: dà loro una bacchetta di mestiere ma non certo di personalità, o che abbia la capacità di imporre una cifra personale di fronte a cotanti nomi ( talora nemmeno l’andare a tempo....), ed un regista che non vessa gli artisti con le note di regia, ma che mette insieme due o tre numeri dejà vue, di segno evidentemente contraddittorio sia per quanto attiene la scenografia, che i costumi. Del resto ciò basta a creare un successo da parte di un loggione felice di vedere i suoi beniamini, anche questi lasciano desiderare dal punto di vista vocale e musicale.
Attesa al riscatto dopo l’imbarazzante Norma di Barcellona e a dover dimostrare che la stagione che l’attende è alla sua portata, contrariamente all’opinione dei più, Fiorenza Cedolins si è presentata puntuale, con il ruolo depurato da taluni effettacci praticati in quel di Madrid due anni fa ( alludo, ad esempio, al Tu puniscimi o signor che veniva risolto ricorrendo troppo al registro di petto in zona grave….), cercando pulizia delle agilità, lirismi frequenti con smorzatore e piani, puntando, cioè, su una Luisa dimessa, lirica, intensa fin troppo ( proprio il Tu puniscimi o signor era veramente troppo sulla difensiva, perchè il momento è tragico..). Tutto ciò è stato di certo il lato migliore della serata, oltre che della prova della Cedolins, la sola che abbia esibito una linea di canto, o meglio, abbia tentato di avere una linea di canto vera, elegante e pertinente nell’accento. Se le si deve ammirazione per questo, resta il fatto che la voce è ridotta al lumicino, da soprano da Elisir d’amore più che da Aida e Trovatore ( !!! ), senza armonici, priva completamente della zona bassa e degli acuti estremi, che suonano ormai piccoli, fissi e talora veramente gridati. Ha evitato la dizione artefatta esibita altre volte, ha cercato di legare sul centro anche laddove tutto è diventato complicato, tanto che talora i suoni stanno nella bocca, un po’ arrotati in zona centrale. Insomma, ha cercato di cantare “ bello” e pulito, nella misura delle sue attuali condizioni vocali, col risultato che l’entrata ha lasciato tutti un po’ lì per la sorpresa data dalla magrezza del mezzo, gli staccati non facili; si è difesa al concertato primo; ha avuto scarsa drammaticità nella scena con Wurm, dove soltanto nella stretta finale c’è stato un il giusto peso specifico; maluccio il quartetto a cappella, con qualche stonacchiata in alto e si è difesa nel duetto col padre e nel finale del III atto, ove è arrivata molto stanca, cempennando anche alcuni staccati. Che dire alla fine? La Cedolins sa quel che si dovrebbe fare, ma le riesce soltanto in parte. E' sempre sorvegliata e tesa perchè tutto è innaturale, difficile; la voce non ha "il giro" e questo spiace agli ammiratori di un tempo. L'altra sera il futuro degli impegni è apparso spaventosamente sovradimensionato rispetto alle attuali capacità tecniche ed alle possibilità della voce.
Nucci ha cantato come sempre: capito che la serata girava maluccio, sul freddino andante, ha ben pensato di darci dentro nell’aria e di berciare, nel vero senso della parola, la cabaletta, memore del motto che per suscitare gli applausi si deve fare di tutto, “ anche calarsi le mutande !”. E così è stato: il cantare vociante paga l’orecchio del popolo, e che il baritono da Verdi debba fraseggiare legando e non ghermendo, smorzare e rinforzare i suoni invece di abbaiarli, tutti se ne sono dimenticati. Il fatto di essere al Festival di Verdi, poi, non importava a nessuno. Ottenuta l’ovazione che ha un po’ smosso le acque, il nostro simpatico baritono nonnetto si è placato, è ritornato ad un canto più quieto, con una voce che, a parte gli acuti estremi, è straordinariamente fresca ed invidiabile. Grande uomo di teatro Nucci, non c’è che dire. Peccato che ogni tanto non resista e si faccia tentare dal canto lupino e volgare.
Quanto ad Alvarez, ha fornito, insieme alla Franci ( che mai è stata contralto, e Dio sa che ci faceva a cantare Federica, che è ruolo serio e non da caratterista!!), una prova di vero malcanto, anche se con una voce di qualità. Ma cosa sia il canto, e cosa distingua il fatto di avere la dote dall’essere un cantante, questo tenore pare proprio non saperlo. La sua prova si può definire sinteticamente urla e falsetti, falsetti e urla. La sua “generosità” del “buttarla fuori” tutta, del cantare a squarciagola, con la mano sul cuore, non porta da nessuna parte. Il personaggio è sempre lo stesso, non diverso dal brutto Riccardo del recente Ballo parigino o dal Cavaradossi areniano. Passa il duetto d’entrata con Luisa, arrivano gli zittii per entrambi al duetto Federica-Rodolfo, regge di prepotenza la scena col padre. Nessuna nobiltà, un accento genericamente e banalmente irruente, che può anche andar bene, appunto nella scena di sfida a Walter ( sempre ammesso che anche lì si debba urlare… ), ma che disturba l’ascoltatore nel recitativo e nell’aria, straordinario momento di inventiva musicale che ha letteralmente distrutto.
E qui ci si domanda se chi sta in buca, a Parma come a Parigi, non sappia o non possa moderare questo canto inconsulto, a squarciagola, acuti fatti con contrazioni di gola, singulti e penosi falsettini che vorrebbero sembrare pianissimi senza esserlo, per carenza di sostegno della voce. Mormoravano i vecchietti in palco con me l’altra sera, ed hanno anche mormorato all’indirizzo di un loggione che plaude in questo modo simili esibizioni. Rodolfo è nobile, romantico, estatico, e nell’aria ricorda con malinconia il momento più bello della sua vita: è mai possibile che urli??? Da lì in poi, sempre più stanco, Alvarez è andato verso la fine dell’opera, col fiato anche evidentemente corto nella scena finale con Luisa, vociando a vanvera, con gli acuti indietro e tutto quanto ne consegue.
E si!!! Si può proprio dire che a Parma, in questa Miller, chi voleva cantare come si dovrebbe non poteva, e chi poteva non ci ha provato quasi per nulla. E il maestro in buca qui che fa? Serve solo a battere il tempo? E la Direzione Artistica che fa? Come tutela le peculiarità del canto verdiano? E’ sufficiente questa ruotine dei più grani nomi del momento? Che idea si fa un giovane oggi di come si dovrebbe cantare Verdi? Da come applaudivano i ragazzi del loggione, si potrebbe ben dire che anche qui la tradizione del canto è perduta.
Il Corriere della Grisi è un blog d’opera di melomani hobbisti. Non è possibile l'esistenza di un teatro d'opera del presente che rinneghi la propria tradizione vocale e nemmeno quella di un pubblico moderno che non conservi la sua tradizione di memorie d’ascolto. Gli autori sono assolutamente indipendenti ed acquistano a spese proprie dischi e biglietti degli spettacoli cui assistono.