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sabato 29 gennaio 2011

La Forza del destino a Parma

La Forza del Destino ha inaugurato la nuova stagione 2011 del Teatro Regio di Parma, la stagione forse più breve dalla nascita del teatro. Caparbiamente melomane, la città si è stretta attorno al suo Verdi, dimenticando polemiche e burrasche dei mesi scorsi, perché questa città dell’opera lirica non può fare a meno, in qualunque situazione si trovi.
Il pubblico ha calorosamente applaudito la produzione ed i suoi protagonisti, l’amatissima Demetra Theodossiou ed il maestro Gelmetti in particolare, mettendo da parte anche le palpabili riserve sull’allestimento. Si percepiva un certo bisogno di applaudire, di poter applaudire serenamente all’opera dopo le due terribili “prime” del Verdi festival.

Il pubblico è passato sopra al fatto che dei cinque protagonisti del primo cast, annunciato solo a fine dicembre, ieri sera ne fossero in scena due soli, ossia Roberto Scandiuzzi e Vladimir Stoyanov ( a Parma occorre ormai un tabellone “arrivi-partenze” che si aggiorni continuamente come quelli delle stazioni ferroviarie ), come al fatto che la produzione non piacesse praticamente a nessuno, salvo forse qualche raro momento, e che il cast fosse parecchio acciaccato quando non fuori parte, come la protagonista appunto, spericolata signora Theodossiou, giunta all’ultimo nemmeno messa in gola la parte, e soprattutto, al primo cimento in un ruolo diametralmente opposto alla sua naturale vocalità.
Cosa abbiamo visto realmente in sala al di là delle grande affezione di questo pubblico per la sua “Demetrona”, o “super Dimi”, come viene chiamata, e colleghi?
In primo luogo la prova del maestro Gelmetti, deciso a “portare a casa” la serata con un’orchestra non certo di prim’ordine ma che lo ha assecondato in tutta la prova, e con un cast di voci di certo non verdiane, fatti salvo il mezzosoprano ed i due bassi. Ha diretto con bella velocità il preludio, gestito con sicurezza gli ensemble, le scene “di colore”soprattutto, accompagnato il canto senza mettere a disagio i cantanti, coprendoli quando serviva farlo ( esemplare il “Maledizion, maledizion “ in chiusa al finale di Leonora…), tenendo l‘orchestra sempre molto leggera e bassa per non coprire le voci e regalandoci anche qualche momento davvero bello come “La Vergine degli Angeli” ( bravi i coristi! ). Gli sono mancati un po’ di corpo e di cavata in certi accompagnamenti melodici, come nei duetti tenore-baritono, e soprattutto nella sezione finale del duetto Leonora–Padre Guardiano, dove anche i due protagonisti si sono arrabattati alla bell’è meglio. Una direzione pragmatica, insomma, che ha sortito l’effetto desiderato: tenere insieme le cose fino alla fine.

In secondo luogo i cantanti.
Spericolata, ho detto, ed imprevedibile, la signora Theodossiou si è inventata soprano spinto last minute senza aver niente per esserlo. Cosa ne ha sortito? Una prova che, senza cabalette, acrobazie e spazi per irrazionalità sconsiderate, l’ha costretta in un binario preciso, ossia quella del canto sul centro, unica zona della voce che ancora le funzioni sebbene stimbrata, obbligandola anche sui primi acuti, note del tutto compromesse, a cantare in piano e pianissimo ( falsettando molto anche …), per nascondere suoni acidi e striduli. Dire che questo sia stato conferire accento a Leonora sarebbe falso, perché siamo sempre stati di fronte ad un soprano appena appena lirico, che avrebbe voluto cantare con dolcezza, ma senza riuscirvi. E’ riuscita a dare ai più l’idea che si trattasse di fraseggio ( “La Vergine degli Angeli” era appena accennata….) e le è bastato per essere sommersa dagli applausi. Peccato che Leonora non sia così, che il personaggio sia in talune frasi anche fortemente tragico, talora agitato, altre volte lirico, ma comunque statuario, e che la voce debba possedere un corpo ed anche un colore affini allo strumentale di Verdi. Siamo stati in presenza di una nuova mistificazione, al pari dei soprani leggeri che cantano la Norma e la Bolena ( ma Edita Gruberova aveva ben altre ampiezza a capacità di manovra del mezzo nel centro.. ), ed all’estremo risultato del Verdi a suon di pianini e falsetti delle brutte epigone della signora Caballè. E questo è un dato che pertiene alla sfera dell’evoluzione-involuzione dei modi interpretativi. Per quanto poi attiene al metro di giudizio del pubblico, non mi pare che la signora Thodossiou sia andata oltre le tre protagoniste del recente Verdi Festival, anzi, era quella che stava cantando il ruolo più semplice ( non vorremo confrontare la Elena dei Vespri o la Leonora del Trovatore con la Leonora di Forza? ) con la voce peggiore ( meglio la Fantini e la Branchini..), nè che sia stata esente da problemi in alto, eppure ha riscosso un gran successo, a riprova che l’affezione e l’umoralità sono i veri motori di questo particolare pubblico.

Il signor Aquiles Machado è riapparso sulle scene di Parma cancellando con un bel successo il disastroso Rigoletto di qualche anno fa. Il mezzo naturale è ancora interessante, ma lo ha dovuto spingere oltre il proprio limite per tutta la sera, dato che non ha naturalmente l’ampiezza e l’epica per questo ruolo, massacrante anche per i tenori spinti veri e propri, soprattutto se eseguito con il secondo duetto con Carlo. La scena conferisce al personaggio un netto sapore da Grand-Opéra ( ricorda molto il canto di Jean de Leyda del Prophète ), che però dovrebbe unirsi ad altri e diversi modi di esprimersi. In sourplesse la voce naturale di Machado non basta a questo ruolo, e nonostante Gelmetti dirigesse con la sordina alla buca, il canto è sempre stato, causa la forzatura, stentoreo e monocorde, gli acuti chiarmente oscillanti. Impossibile per il signor Machado accentare ed alla fine anche conferire l’esatto tono estatico alle ampie frasi tipo “ Sulla terra l’ho adorata come in cielo amar si puote..” che i parmigiani ben ricordano per voce del concittadino Bergonzi. A cantare "affondando" si ottengono questi risultati, si sa.

Vladimir Stoyanov, baritono che a me piace molto perché cantante compostissimo e di buon gusto, non possiede nemmeno lui il tonnellaggio vocale richiesto da Don Carlo, né il registro acuto di oggi gli consente di dar forza al suo personaggio, perchè gli acuti si sono fatti piccoli e indietro. E’ un baritono da Donizetti più che da Verdi. Il suo accento, qualunque cosa canti, è sempre giusto, pertinente, ma la parte di Don Carlo, appesantita anche dalla riapertura del taglio del terzo atto, ha finito per schiacciarlo con l’andare della serata. Ha cantato bene l’aria, con eleganza e senza effettacci di prammatica, poi con la cabaletta le cose si sono fatte più difficili, ed il suo Carlo è andato sbiadendosi nella voce, perdendo anche di forza drammatica.
La signora Mariana Pentcheva, al contrario, ha dalla sua un mezzo naturalmente adattissimo alla parte, ma ormai il tempo si sente. Il registro acuto non gira, ed al centro la voce ha il “buco” tipico dei mezzosoprani usurati. La sua prova ha oscillato tra belle frasi e momenti surreali, un'altalena. Il suo personaggio è parso molto tradizionale, poco elegante, e qualche suonaccio di troppo le è costato una sbuacchiata alla fine del Rataplan che non meritava da parte di chi, dagli altri interpreti, ha tollerato molto.
Meglio che nel Fiesco il signor Scandiuzzi nel ruolo del padre Guardiano, a parte un paio di acuti e la stretta del duetto con Leonora. Ha nascosto con mestiere i propri difetti vocali attuali, ma senza darsi gran pena di avere qualche colore o maggior intenzione musicale nel proprio canto. E bene pure il signor Lepore, che ci guadagna molto dalle tessiture baritonaleggianti. Gli acuti non erano belli, ma la voce suonava più “fuori” e sfogata rispetto a quando canta da basso. Il suo Melitone è risultato simpatico, caricaturale ma con gusto, senza effettaccie di buon volume ( dato che aveva più voce di Scandiuzzi).

Quanto alla produzione del signor Poda, mi è piaciuta poco, anzi, sempre meno man mano che lo spettacolo proseguiva. Salverei solo la scena della Vergine del Angeli, peraltro già vista per mano di altri, mentre del tutto inadeguate mi sono parse le soluzioni per le scene di assieme al secondo e terzo atto, con assurdità sparse, mimi-danzatori gesticolanti et consimila. In generale, un allestimento pieno di tetraggini, di muri grigi incombenti, un buio senza senso o atmosfera alcuna. Il regista ha dichiarato di non aver usato simbolismi che, al contrario, caratterizzarono fortemente la sua Thais torinese e nella Forza, in effetti, il solo simbolo che si possa presentare è il destino. Il fatto è che dichiarare che non c’erano simbolismi implica anche affermare che la scena era piena di assurdità inutili, di coristi e comparse che gesticolavano meccanicamente senza senso, dato quasi tutto era incomprensibile dunque…un costoso pretesto scenico. Qualche contestazione alla fine per il signor Poda, ma direi anche scarso gradimento da parte del pubblico.

Che dire di questa serata verdiana a Parma?
Un Verdi ancor meno verdiano del recente Trovatore, signora Tarasova a parte, che nulla ha a che fare con la grande tradizione esecutiva novecentesca, quella delle grandi voci e delle grandi bacchette che abbiamo cercato di documentare con la prima puntata della "Verdi edission". Se Verdi si è sempre eseguito in un certo modo e con certe voci sino a una ventina d'anni fa, è chiaro che oggi ci troviamo lontani, lontanissimi dalla poetica del compositore, dai suoi desiderata, dal suo senso musicale più profondo.


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lunedì 29 novembre 2010

Firenze: l'avvilente destino della "Forza"

“La forza del destino” condivide con “Un ballo in maschera”, e altre opere verdiane e non solo, il destino, oggi, di essere purtroppo irrappresentabile. Non siamo solo noi a dirlo: lo dicono i fatti, l’esito fallimentare sul piano artistico e musicale delle recite, le voci, ormai è la regola, inadeguate.

Si dovrebbe stare molto attenti in queste occasioni quando si rilasciano, per voce o per iscritto, dichiarazioni dall’entusiasmo un tantinello eccessivo nel loro marcato ottimismo, perché potrebbero sembrare, oltre che iettatorie nei confronti degli addetti ai lavori, anche espresse in palese ingenua malafede, se non addirittura insultanti nei confronti dell’intelligenza e delle orecchie del pubblico, che come nel recente caso fiorentino, esauriva il teatro. Quando difatti si leggono frasi effettistiche, con più d’un sospetto di giustificazione e falsissimo buonismo, del tipo “Il miglior cast possibile oggi”, oppure “Nonostante le stonature, i cantanti ci hanno regalato forti emozioni, perché è questo in fondo che l’opera deve regalare”, le uniche “forti emozioni” che sento sono rabbia e ilarità, perché alla prova dei fatti l’esito globale smentisce spudoratamente tale presunta “eccellenza”, compromettendo la credibilità stessa degli artisti interessati. Ripenso allora a queste “anime candide”, ormaipaonazze in viso a causa della traboccante vergogna, che si sdilinquiscono in acrobatiche e presuntuose contorsioni metafisiche condite da qualunquismi di maniera; patetico!
Preclaro esempio, questa “Forza” fiorentina, probabilmente il passo più falso, ed il punto più basso che il Comunale ha raggiunto in questi anni (ovviamente con il beneficio del dubbio: “Tosca” e la nuova stagione 2011 potrebbero regalarci nuove “emozioni”). Lo dico a malincuore, perché dopo gli ultimi spettacoli, che hanno stupito positivamente e regalato serate di buona qualità, questa “cosa” il Teatro fiorentino poteva ampiamente risparmiarcelo e l’amarezza si acuisce soprattutto perché ad avvallarla è stato un direttore di grande esperienza come Zubin Mehta!
Prendiamo la protagonista, Violeta Urmana: non mi stancherò mai di ripetere che la Urmana fino a 5-6 anni fa era un valente mezzosoprano, sia per qualità della voce, del volume torrenziale e del controllo.Si potrà obiettare sulla qualità del fraseggio, mai rifinito, ma nemmeno così superficiale, o sulla tecnica, che si ripercuoteva nell’emissione degli acuti e alcune volte sull’intonazione, eppure la signora Urmana DOVEVA rimanere nel suo registro d’elezione, approfondendo Wagner e Verdi o magari affrontando le sfide del repertorio francese, penso a Meyerbeer, Halévy, Berlioz, al Donizetti de “La Favorite” e “Dom Sébastien”, oppure l’eleganza di Gluck (le due Iphigénie e Armide); invece eccola qui soprano, una delle tante ormai, giacchè la cifra che l’aveva contraddistinta nella prima fase della carriera è oggi praticamente inesistente se non del tutto esaurita, sostituita invece dall’acuirsi dei problemi vocali che un tale salto ha comportato. A partire dal Fa ed in tutti gli acuti, la voce ormai si chiude e si fa stridente o fissa, se non proprio urlata, e se nel registro grave la voce era un tempo sonora, oggi si è ridotta ad un parlato che si riscontra in tutte quelle cantanti odierne che non riescono a risolvere il passaggio di registro se non gonfiando le note o finendo per “recitare”; nel centro si salvano una manciata di note, vestigia della voce che fu, ridotta per giunta nel volume e nella sostanza. Si aggiunga un’ interpretazione lamentosa ed estremamente generica e il danno, purtroppo, si fa irreversibile, segno questo di un’usura vocale che dal 2007 (data della sua precedente“Forza” fiorentina) è in stato avanzato. Peccato, quella che poteva essere una buona Preziosilla si è sacrificata sull’altare, sempre troppo largo, dell’ambizione.
Prendiamo Salvatore Licitra, che aveva stupito per la bellezza di un timbro chiaro e prezioso sostenuto però da tecnica insufficiente, e mai purtroppo perfezionata e da scelte di repertorio dissennate. “Forti emozioni” anche nel suo caso? Nemmeno per idea: il timbro, ancora apprezzabile, è continuamente mortificato da una emissione totalmente aperta, fissa su ogni livello, forzata e legnosa negli acuti, poggiata sulla gola e in perenne calo di intonazione. Le stecche allora non si contano, una addirittura clamorosa alla “prima” sul Si naturale della struggente frase del III atto “Al chiostro, all'eremo, ai santi altari/ L'oblio, la pace chiegga il guerrier” che alla recita del Venerdì non viene ripetuto in quanto tocca appena la nota per poi scendere al Mi successivo, trucco che si ripete puntualmente con tutte le note sopra al Sol, nell’emissione delle quali il cantante si fa coprire dall’orchestra. Toni eroici? Malinconici? Se li possedesse o si sforzasse di piegare la voce non verrebbero gettate allo sbaraglio in un lagnoso e monotono calderone frasi come “Pura siccome gli angeli / È vostra figlia, il giuro”, tutto il recitativo che precede “O tu che seno agli angeli” e ciò che segue, oppure tutto il nervoso duetto con Don Carlo al IV atto. Davvero imbarazzante.
A confronto dei primi due il baritono Roberto Frontali fa “quasi” la figura del fuoriclasse: e dico “quasi”, perché, nonostante l’emissione ballerina, il registro centrale si mantiene sonoro possedendo una certa robustezza; ma la voce è tutta aperta, lo stile da tardo verismo mascagnano sempre bieco e ostile con più d’un sospetto di bava alla bocca e con gli acuti rigorosamente indietro o dall’intonazione pericolante. Solo nell’ “Urna fatale del mio destino” si discosta da tale monotonia d’accenti, riuscendo quanto meno a fraseggiare con un certo gusto per le sfumature dinamiche e per la mezza voce con cui conclude l’aria.
Sconcertante la presenza di Elena Maximova nel ruolo di Preziosilla: ennesima cantante venuta dall’est che non si discosta punto dalle sue tragiche “consorelle” per la bislacca pronuncia italiana, per la voce impastata, gutturale e spaccata dal filiforme e fisso registro acuto, che la renderebbero inadatta persino a Curra o alla mendicante del IV atto e nulla può fare la bella, ma pallidissima figura, nemmeno distrarre da mende vocali tanto evidenti.
Se Roberto de Candia diverte “recitando” con voce tenorile il ruolo di Fra Melitone, se Enrico Iori pensa al Marchese di Calatrava come ad un erede monolitico e gutturale di Ramfis, Roberto Scandiuzzi ripete il suo Padre Guardiano con voce ancora più usurata rispetto a questa estate, più tremula e legnosa e dalle inflessioni orchesche, ben poco confacenti ad un uom di Dio. Almeno a Macerata aveva abbozzato questa volitiva figura con maggior sensibilità.
Come sempre molto professionali, sonori ed attenti ai caratteri la Curra di Antonella Trevisan, il Mastro Trabuco di Carlo Bosi, l’Alcade di Filippo Polinelli ed il Chirurgo di Nicolò Ayroldi e in forma solo discreta il coro del Maggio Musicale Fiorentino.
Sempre più grigiastro, noioso e polveroso l’allestimento di Nicolas Joël ripreso da Franco Barlozzetti e mai stato più di tanto esaltante sul palcoscenico.
La più grande, cocente delusione viene proprio dal Maestro Zubin Mehta. Si è molto discusso sulla routine in cui il grande Direttore è piombato negli ultimi vent’anni, un po’ come è capitato a Lorin Maazel, sempre più lutulento e discontinuo, ma nel primo caso sono solo in parte d’accordo. Restando in anni recenti, Mehta ha realizzato prove a parer mio maiuscole in “Fidelio”, nel “Ring”, nella “Frau ohne Schatten”, dunque nel repertorio tedesco, mentre abbastanza calamitose e al limite del ridicolo in “Carmen”, “Rigoletto a Mantova” e appunto in questa “Forza”: la quale nel 2007 aveva una tinta funerea e opprimente, ma almeno portava avanti una idea che era una! Ciò che fa ascoltare oggi invece è l’adempimento meccanico e molto superficiale di un impegno in mezzo ad altri due impegni, al solo scopo di “portarsi a casa la pagnotta” con la minima fatica e la più avvilente delle routine.
Mai l’orchestra del Comunale ha suonato così male; mai gli ottoni hanno emesso suoni così grevi e più vicini a certe volgari onomatopee che alla musica; mai i fiati hanno stonato così dannatamente tanto da lasciare interdetti; mai il clarinetto nell’assolo del III atto ha calato così spudoratamente l’intonazione affliggendo le orecchie in una emissione tutta moto ondulatorio da mal di mare; mai Zubin Mehta ha diretto con tale sciatteria timbrica, tale trascuratezza dei segni espressivi e del dettaglio, con tale superficialità dell’uso dei tempi allargati all’inverosimile, tanto da mancare la coesione tra gli stessi strumenti nei concertati, letteralmente annegati in assurde mazzate di suono, o conquanto avviene in palcoscenico; mai i momenti sacri del II atto sono stati così assurdamente dilavati in macignose marmellate sonore più vicine a svogliate ninne-nanne; mai con Verdi ho dovuto lottare così duramente con il sonno. Unico pregio: gli archi, gli unici dal suono pulito, dagli attacchi perfetti, dal timbro cristallino e rotondo. Troppo, troppo poco da un direttore del calibro di Mehta, che ha un gigante come Mitropoulos nel sangue e da un teatro che ha sempre portato avanti un coerente discorso sulla qualità dei suoi titoli. Spero sia stato solo un brutto scivolone, un unicum.
Di fronte all’amarezza suscitata da questa produzione, mi aspettavo un pubblico più nervoso, più vivace, che sapesse discernere la vera qualità dall’infima routine di bassa provincia: invece no, tutti plaudenti e contenti. Beati loro… eppure ricordo le contestazioni rivolte ad alcuni cantanti nel 2007, mentre oggi la Urmana, Licitra e la Maximova passano allegramente indenni al proscenio; ricordo anche qualche cenno di disapprovazione, nei confronti del povero Ralf Weikert al termine di “Salome”, direttore noioso quanto si vuole, ma che non aveva mortificato in questo modo l’orchestra, mentre al contrario si applaude con calore Mehta il quale ringrazia il pubblico per avergli permesso di massacrare la partitura.
Venerdì, al termine della recita, più di quattro minuti di applausi fiacchi, stentati, gentili verso tutti: tecnicamente è un flop colossale, ma c’è chi parlerà di trionfo unanime e ovazioni.
Bugiardo!


Verdi - La forza del destino

Sinfonia - Dimitri Mitropoulos (1953)

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sabato 19 giugno 2010

Faust alla Scala di Milano

Altra serata inFAUSTa alla Scala di Milano: continuiamo a discendere una china, apparentemente senza fondo. Nel calendario lirico ambrosiano giugno è diventato il mese dell’orrore: l’anno passato l’Aida di Baremboim, quest’anno il Faust. Per l’anno prossimo Attila già bene apparecchiato per stare in linea con questi due spettacoli.
Il cast era scadente sulla carta, lo si sapeva: però il signor Nekrosius ha pensato bene di collocare gli interpreti in uno spettacolo fallimentare, e così tutto è stato assolutamente perfetto per dar luogo alle ire del pubblico.
Solo Irina Lungu è andata controcorrente, dispensando un po’ di canto, pertinenza interpretativa e grazia scenica, che le sono valsi i soli consensi unanimi di una serata disastrosa, noiosa, soprattutto e protrattasi sino a tarda ora.
Mandare in scena il Faust senza Faust e Mefistofele è impresa straordinaria per un grande teatro di nome, una vera rarità!

In primo luogo, l’allestimento. Nekrosius ha realizzato uno spettacolo che ad onta di qualche buon momento poetico, nel prologo e nel primo atto in particolare, mi sembra gli sia sfuggito presto dalle mani, vuoi per la lunghezza, vuoi per l’assenza di idee veramente originali. Il suo Medioevo di sapore nordico si è lentamente trasformato in un minestrone incontrollato ed insensato di citazioni, contaminazioni cinematografiche e pittoriche smaccate, gags dejà vùe e simboli, alcuni davvero incomprensibili, che non hanno portato alla costruzione di alcun clima, di alcuna atmosfera consona al gotico romanticismo di Gounod, perché sia ben chiaro in scena andava questo Faust e non quello Goethe, con buona pace di chi oggi dalle pagine del massimo quotidiano milanese ha, per difesa d’ufficio proposto tale assunto. Il regista si è molto concentrato sulle controscene delle comparse, angeli, creature mostruose alla Bosch, saltimbanchi, personaggi incappucciati in nero alla “Settimo sigillo” di Bergmann o alla “Nosferatu” di Kinsky. Ha, però, dimenticato quasi del tutto i movimenti delle masse e, soprattutto, privato di ogni poesia ed intensità espressiva la recitazione dei protagonisti, i due amanti in particolare. Il grottesco ed il surreale hanno caratterizzato, nei movimenti come nei costumi, tutti i protagonisti, Siebel incluso, addirittura zoppo; Faust ridotto ad un personaggio un po’ ridicolo, nel suo costume surreale tipo pigiama americano ; una Margherita anche lei prima surreale e stupida poi un po’ troppo contadina dell’Est; un Mefistofele sempre alle prese con un’asta da atletica, simbolo esagerato e poco convincente di un potere demoniaco che di demoniaco alla fine aveva ben poco, parecchio, invece, di ridicolo, tanto da assimilarlo al dottor Dulcamara, complice la recitazione e la mimica di Roberto Scandiuzzi. Alcuni momenti scenografici belli, come le carpenterie, lignee che organizzano spazi prospettici profondi e suggestivi, lungo cui si muove l’azione, i mille libri aperti a terra al prologo, simbolo del sapere di Faust, potevano anche ben funzionare se non ci fosse stata tutta quella luce “en plein air” che toglieva ogni atmosfera all’azione. Irritante, invece, l’ambientazione domestica del quartetto e del grande duetto d’amore, con tanto di tappeti, attaccapanni, divanetto nero quasi pop e grandi vasi-lanterne surreali (?) lungo il letto d’amore, molto cataletto: ambientazione senza atmosfera, né pathos, che non si significava proprio un bel nulla di nulla. Al pari del frammento del Walpurgis, con quella carrozzetta bianca, che ricorda i servizi delle case di ringhiera milanesi da cui scendono i due protagonisti maschili, e una senescente Margherita su una specie di letto di morte sul fondo, circondata da pie donne che danno gli ultimi ritocchi alla salma appena composta. Una vera antologia di scemenze senza né capo né coda, né significato. Se Nekrosius non si fosse perso per strada, con una riorganizzazione razionale e ponderata delle sue citazioni e banalità forse anche avrebbe sortito qualcosa di meglio. Di fatto è bastata l’apparizione delle comparse al finale per far crollare il teatro dalle urla e dai fischi della gente, tanto che il regista ed i suoi non sono nemmeno usciti alla fine. In difetto di coraggio del proprio operato si dovrebbe anche rinunciare al lauto cachet!
Spettacoli come questo sono un inno ai tagli allo spettacolo, li giustificano, anzi, li rendono bene accetti. E’ anni che si sprecano i denari pubblici per assecondare follie ed assurdità registiche di ogni genere, spettacoli che finiscono presto al macero, senza lasciare ricordo di sé in nessuno del pubblico. Produzioni che dovrebbero essere fermati al momento della realizzazione delle maquettes o dei bozzetti dalle direzioni artistiche.
E’ ora di cambiare. Se non abbiamo nulla di nuovo e di sensato da dire, proseguiamo col vecchio esistente e collaudato. Diversamente, cerchiamo altre modalità dal concorso di idee, all’istituzione di formule contrattuali nuove per i registi, ad esempio vincolando la realizzazione in teatro, dopo la scrittura del regista e dello scenografo, alla presentazioni di simulazioni multimediali o simili. Aggiungo anche, al di fuori dello specifico caso di questo Faust, che è ora di togliere ai registi ogni potere di veto o clausola di gradimento sui cantanti. Ai registi deve essere tolta la moderna dittatura nella concezione degli allestimenti, perché è categoria professionale ormai inadatta ed incapace di gestire l’opera lirica, anzi .
Il tempo degli Strehler, dei Ronconi, dei Visconti, dei grandi uomini di teatro e cultura teatrale, lirica e non, è finito: non c’è più alcun upgrade, nessuna apporto di nuovo al teatro lirico da parte di questa categoria professionale, al più siamo di fronte al dejà vùe, come abbiamo ben visto con le ultime prove di Cheréau. Dunque, il teatro di regia deve diventare ciò che può realisticamente essere oggi come oggi: un caso eccezionale,un evento raro, che può aver luogo solo al cospetto di personalità particolarmente spiccate e capaci. Diversamente, si torni ad una razionalità almeno economica delle produzioni.

Il cast.
Con un cast cosi’ non si va lontani, si canta poco e male, per giunta con uno stile a dir poco discutibile.
Dal maestro Devine abbiamo avuto una buona concertazione e buoni accompagnamenti al canto, ma non certo una prova indimenticabile. Ha accompagnato abbastanza bene i cantanti, senza certe assurdità o idee campate per aria di certe bacchette di oggi, ma non ha nemmeno brillato per personalità. Sono mancati i colori forti dell’opera, ad esempio il clima misterioso e medioevale del prologo nello studio di Faust, come quello infernale della tragica scena della chiesa, o della scena popolaresca e marziale della soldataglia del IV atto. Ha saputo accompagnare le arie ( male il terzetto del IV atto tra Faust, Valentin e Mefistofele, invece, pesante e senza tensione drammatica ) ma mettendoci poco di suo: un po’ più di vigore orchestrale nel “Le veau d’or” di Mefistofele, ad esempio, o di intensità nell’”Il ne revient pas” di Margherita ( troppo lento per la Lungu ) come un po’ di brio nel valzer di Margherita non avrebbero guastato. C’era tutto, ma niente di specialmente emozionante o coinvolgente, in un’opera ricchissima di suggestioni, atmosfere, colori e climi diversi. Più volte invece ha pestato, e forte, soprattutto negli ensemble, come nella scena con Mefistofele Valentin e coro che segue il “Le veau d’or”, il valzer in chiusa del I atto. Di qui la bella sbuacchiata ad inizio V atto ed alla singola.
Sempre bravi coro ed orchestra, in sciopero col “vestiaire” per le note vicende dei tagli alla cultura. Una vera panzana giornalistica quella della contestazione al coro da parte del pubblico,come riportato da Corsera e Repubblica di oggi.

Il Faust di Marcello Giordani, contestato sonoramente alle singole e destinatario di un applauso men che di cortesia alla grande aria, è stato un’antologia di malcanto ed inadeguatezza stilistica.
Il signor Giordani pratica da anni anche il repertorio del belcanto, cimentandosi in ruoli monstre come Gualtiero del Pirata di Bellini, con una improprietà stilistica e tecnica davvero rare ed anacronistiche per l’era post belcanto renaissance. Grida, spinge, non lega, forza ogni suono con spavalderia ed arroganza vocale, grazie ad una dote eccellente ma brada, ed un gusto spesso estraneo al canto lirico di ogni epoca e scuola. Si finisce per rimpiangere non dico la grossolanità del belcanto praticato dai supereroi alla Corelli, ma addirittura quella dei Bonisolli.
Oggi le stagioni alle spalle del signor Giordani sono diventate molte, la carriera è lunga, e di spavalderia vocale manco se ne parla. La voce è diseguale, tubata, spesso rotta nel legato, spinta nelle salite all’acuto, insomma, un repertorio di problemi ed acciacchi dell’età che confliggono profondamente con i requisiti tecnici e stilistici della parte. Requisiti a cui la bacchetta non mi pare lo abbia minimamente richiamato, rammentandogli che il canto di Faust è ancora legato alla vocalità arcaica del tenore da Grand Opéra, con acuti da eseguire in falsettone e comunque con precisione e buon gusto. Nel caso di Faust il canto è, pur di scrittura centrale, caratterizzato da sfumature, emissione stilizzata, fraseggio ricco e variegato, nuances, insomma, tutto quello che il signor Giordani non ci ha fatto sentire. In un teatro a direzione artistica francese, si affida il titolo must dell’opera francese ad una bacchetta francese, e ci si ritrova davanti a questa esecuzione vocale stravolgente. Il che non è possibile. I momenti bui di questo Faust sono stati parecchi, a cominciare dalla sortita, dove ha mostrato, per via di gravità di tessitura, difficoltà a legare, suoni aperti al centro, sulla “E” in particolare, e nasalità ricorrenti; le frasi in cui si rivolge a Margherita al I atto, dopo la prima sezione del valzer, tutte con la voce indietro ed afonoide; la grande aria del II atto, dove si sono sentiti cali di intonazione evidenti dalla seconda frase, suoni tubati o indietro, acciacchi vari come sulle ripetizioni di “Que de richesse en cette pauvretè”, sino all’indescrivibile do della “presence”, che non ho capito davvero in che modo lo abbia eseguito ( un suono che pareva più un ronzìo stando in loggione..) ; i falsetti dell’incipit al duetto d’amore, “le grattate” su “eternelle..”, l’attacco indietrissimo di “ Divine pureté”..Il V atto è stato di certo la cosa migliore.

Il Mefistofele di Scandiuzzi è stato fortemente contestato dal pubblico per manifesta inferiorità vocale alla parte. Lo sentii a Roma nel 2003: era già provato vocalmente, sebbene bravo in scena. La Scala lo ha scritturato forse prima più di sette anni fa da non sapere le sue condizioni vocali ?
E’ stata prova di resistenza durissima per noi reggere le sue continue stonature, tubature, gutturalità assortite, in un canto senza legato, senza possibilità di fraseggio vero. Non mi piacciono i bassi che cantano alla Scandiuzzi, con la voce molto peciosa, bassa di posizione ed ingolata: amo quelli che cantano senza scurire artificiosamente, con emissioni “libere”, alte e morbide…..insomma, quello che non esiste più da decenni. Però questo cantante in forma era ben altra cosa da ieri sera.
Non gli bastano più la mimica scenica, il mestiere, il mettere cerotti qua e là in una organizzazione vocale tanto compromessa. Siamo oltre ogni limite .
La sua serata si stigmatizza ne “Le veau d’or”, passato sotto un silenzio di ghiaccio. I suoni fissi e calanti sono iniziati al prologo con Faust ( la direzione della scena a due era tra l’altro troppo lenta per i cantanti, ed i difetti suonavano molto amplificati..) e proseguiti all’aria del I atto, eseguita con la voce tutta sorda e “chiusa”e le stonature molto evidenti; nulla di diverso alla scena della chiesa a all’aria del IV atto ed al successivo terzetto. Non ha mai potuto nemmeno dispiegare l’antica ampiezza del suo mezzo, forse per i rischi che la scrittura piuttosto acuta comporta per evitare suoni ballanti e mal fermi tanto è che non è nemmeno riuscito a conferire al personaggio la ieraticità ed il carattere demoniaco che gli sono peculiari. Un vero disastro, che non fa certo onore alla sua lunga carriera.

Valentin era Dalibor Janis, già noto per il Posa dell’ultimo Don Carlo. Non condivido i buu a lui rivolti, perché è cantante …corretto. Nel senso che cerca di non vociferare, non foss’altro perché non ha il mezzo per farlo. Stenta però ad imporsi anche in un mezzo ruolo come questo, per via di una voce che non corre, di scarsa sonorità e morchiosa, tutta retronasale, che deve spingere spesso non appena l’orchestrale si spessisce. Sia alla sortita che all’aria ha esibito un fraseggio piatto e monotono, senza nemmeno rifugiarsi nel timbro. Insomma, un cantante senza infamia ma senza vere qualità, che fa una bella carriera nel deserto di voci baritonali di oggi.

Male Nino Surguladze. Ma male davvero. Aveva fior di voce, oggi apparentemente scomparsa, inacidita ed indurita oltre misura. Che un mezzosoprano che ha rivestito i panni della Faraona nel Moise recentissimo di Salzburg con Riccardo Muti non sia in grado di cantare correttamente l’aria di Siebel, che è passo da studente di conservatorio e da debuttante, è vergognoso. Esemplifica lo stato della lirica odierna, il rapporto tra qualità oggettiva e livello delle carriere. Ieri sera la Surguladze ha mancato dei fondamentali del canto, mostrandosi incapace di legare i suoni centrali a quei due primi acuti che la parte richiede, e senza nemmeno mettere un po’ di musicalità o di qualità di fraseggio al brano. Non pareva nemmeno la voce sentita agli Arcimboldi più volte.

Della Marta di Sylvie Brunet dirò solo che ben meno di dieci anni fa cantava niente po’ po’ di meno che l’Africaine di Meyerbeer, ed oggi eccola qui, a fare la caratterista.

Da ultima la signorina Lungu. E’ certo che questa cantante da il meglio di sé a Milano ed il peggio in trasferta. Ieri sera ha ritrovato le qualità che ci erano piaciute a suo tempo, ossia la musicalità, la capacità di mettere il personaggio nella giusta ottica, di stare in scena con eleganza, di cercare di fraseggiare con garbo risparmiandoci maniera e volgarità che tante sue colleghe coetanee sono solite praticare per farsi notare in scena e fuori. Un più costante sostegno della voce le procurerebbe un suono più alto e, per conseguenza dolcezza e penetrazione che le garantirebbero spazio proprio quale Susanna, Zerlina, Violetta, Adina e certi ruoli dell’opera francese, perché ha il gusto adatto a questo genere di ruoli.
La mancanza di proiezione della voce resta il difetto più eclatante ( il vero limite nella costruzione di un repertorio ), unitamente a certi cali di intonazione, soprattutto sui primi acuti, soprattutto nell’esecuzione delle smorzature.
Superata la scena del Sire di Thulè, di scrittura molto grave ed in cui è stata carente di volume, ma aggraziata, la Lungu si è poi disimpegnata bene, a meno di alcune fissità e note calanti. Ha dovuto spingere nel terzetto finale, il momento di certo per lei più pesante e dove è stata davvero al limite, e su certi acuti, come i si nat della scena della chiesa. Però ha cantato bene quartetto e duetto d’amore, come pure ” Il ne revient pas”. Ha dato senso al proprio fraseggio, disegnando una Margherita composta e dolce. E il crudele pubblico della Scala l’ha applaudita. Paradosso della storia: la signorina Lungu ha un singolare feeeling col loggione scaligero.....da fare invidia a Daniel Barenboim!


Gli ascolti

Charles Gounod

Faust


Atto II

O sainte medaille...Avant de quitter ces lieux - Apollo Granforte

Le veau d'or - José Mardones (1910)

Atto III

Faites lui mes aveux - Eugenia Mantelli, Frederica Von Stade (1971)

Quel trouble inconnu...Salut, demeure chaste et pure - Giuseppe Di Stefano (1949), Franco Bonisolli (1971)

Il était un Roi de Thulé...Ah! Je ris de me voir si belle - Bidù Sayao, Anna Moffo (1964)

Il se fait tard...O nuit d'amour - Eugene Conley & Victoria de los Angeles (1953), Franco Bonisolli & Raina Kabaivanska (1971)

Atto IV

Elles ne sont plus là...Il ne revient pas - Gabriella Tucci (1966)

Seigneur, daignez permettre - Félia Litvinne (1902), Gabriella Tucci & Justino Diaz (1966)

Déposons les armes...Gloire immortelle - Thomas Beecham (1943)

Atto V

Va t'en...Mon coeur est pénétré d'epouvante...Alerte, alerte - John Alexander, Gabriella Tucci & Justino Diaz (1966)

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mercoledì 24 marzo 2010

Simon Boccanegra a Parma: Francesco Meli ha fatto l'acuto.

Serata di grande attesa a Parma per il Simon Boccanegra verdiano. Pur senza il sold out ( numerosi i posti vuoti in platea e palco ) era il solito scintillìo di abiti lunghi delle dame locali, che non sanno rinunciare all’esagerato lusso delle paillettes, dei sandaletti piumati, dei boa color ceralacca, degli abitini in foggia di lucide sottovesti, aderenti e traditrici, proposti dalle boutiques locali. La gara delle “mises“, infatti, è sempre il più divertente capodopera delle serate parmigiane, in cui normali eventi musicali vengono vissuti con caratteristica esagerata amplificazione padana.
Quanto al resto, una serata d’opera fatta più di inadeguatezze e banalità che di vero canto, da cui è uscito con successo, ma senza esagerazione alcuna, il solo Francesco Meli, al debutto nel ruolo ed unico motivo di curiosità di questa produzione.

La ripresa dell’allestimento che a Bologna aveva inaugurato la stagione passata, infatti, oltre al detto Meli annovera come protagonista Leo Nucci; Roberto Scandiuzzi chiamato in corsa a sostituire l’indisposto Marco Spotti nel ruolo di Fiesco; Tamar Iveri quale Amelia, Simone Piazzola, anch’egli sostituto tardivo, nel ruolo di Paolo. Il tutto nelle mani della bacchetta di Daniele Callegari.
Bacchetta, lo diciamo subito, mediocre e noiosa, nemmeno tanto sicura in certi accompagnamenti ove i cantanti sono parsi piuttosto in ansia nel riferirsi a lui. Vari gli attacchi sporchi dell’orchestra, che sono stati forse il peccato veniale della sua direzione, incapace di trovare i colori adeguati alle suggestioni ambientali ed alla tensione drammatica dell’opera. Con un cast senescente o, al meglio, sottodimensionato nel tasso drammatico, e perciò fisiologicamente impossibilitato a trovare accenti adeguati al testo, Callegari si è ben guardato dal supplire lui con la sua buca alla pochezza della scena. Il settore degli archi, in particolare, non ha mai esibito cavata, pienezza di suono, intensità espressiva, come avrebbe potuto e dovuto essere nei momenti topici del canto delle voci gravi maschili soprattutto. Non parliamo poi di quelle straordinarie ed irresistibili atmosfere che Verdi ha composto, nel prologo come nell’entrata di Amelia, nel concertato del palazzo degli abati come nella scena finale della morte di Simone, e soprattutto nel duetto dell’ultimo atto tra i due grandi vecchi. Callegari ha dispiegato un po’ di clangore e qualche abbozzo coloristico solo alla scena del palazzo degli Abati, ma, si sa, in quell’occasione Verdi è talmente teatrale e a tinte forti di suo che è quasi impossibile fare peggio. Ci avrebbe fatto piacere che almeno avesse preteso di avere in scena di qualche corista in più ( erano davvero in quattro gatti in quel concertato ) ed un filo in più di spessore orchestrale, perché tutto ha avuto il sapore della “domestic production”, allestita nella salone di casa, mentre il Simone ( sarò forse deformata io nelle mie idee ) è opera monumentale, solenne e per grandi voci.

Grandi voci che peraltro non erano presenti in scena, o perché di tonnellaggio inadatto a Verdi o perché ridotte a spettri, buoni per una notte macabra sul Monte Calvo.
Il signor Rigoletto, impegnato ad interpretare Leo Nucci nei momenti liberi, si è dimenticato che Simone Boccanegra non ha gli 80 e passa anni del vecchissimo doge Foscari, né barcolla in scena dal prologo al finale come il buffone della corte di Mantova, essendo un corsaro nel pieno della giovinezza al prologo, assassinato quando ancor non poteva ancora aver compiuto cinquant’anni nel resto dell’opera. Che sia un padre maturo ed austero nel corso degli atti è certo, ma che paia il fuggiasco di una casa di riposo per anziani dementi assolutamente no. Non parliamo poi del canto, duro, con le grandi nobili e sontuose frasi verdiane ghermite e sbranate alla comeposso, il timbro legnoso e talora nasale. Complice una tessitura a lui meno consona di quella acutissima di Rigoletto, si sono sentite stonature continue, insopportabili ed infiniti portamenti, calanti oltre ogni umana capacità di sopportazione. Gli hanno fanno difetto l’ampiezza, la morbida ed nobile cavata prerogative necessarie al canto di Boccanegra, insomma i presupposti al fraseggio. Solo gli acuti estremi sono arrivati, di tecnica, centrati sulla nota e precisi, sebbene con voce senescente. Nessun impegno o ingegno per metter lì qualcosa che servisse al personaggio: frasi come l’attacco “Plebe patrizi popolo” sono arrivate ghermite e dure al pari di quelle come “ e vo’ gridando pace, e vo’ gridando amor..”, in un tutto indistinto ed indifferenziato di berci, sguaiataggini e stonature. Una prova indegna di un artista di fama, intelligenza e carriera quale è quella di Leo Nucci: la presunzione che ancora lo spinge a calcare le scene in queste condizioni urta gli spettatori come me ( e non solo, a cominciare dai miei vicini di ieri ), che non si sentono né rispettati né onorati dalle sue prestazioni, ma insultati. Tanto che non sento di dover in alcun modo censurare quello che penso di quanto ho visto e sentito. Il ritiro per questo artista urge, perché ora sta davvero sfidando il bon ton del suo pubblico che ancora non può o vuole venir meno a quel doveroso rispetto che si concede ai grandi in declino. E gli applausi alla fine sono stati cordiali, ma imparagonabili a quelli ricevuti in altre occasioni.

Altrettanto dissestato sul piano vocale, un po’ meno su quello scenico, il Fiesco di Roberto Scandiuzzi.Gli restano di fatto le sole note gravi ad avere dignità di emissione, in una organizzazione vocale ove non può dare mai pieno volume al suo mezzo al fine di nascondere le oscillazioni vistose, caratteristiche delle sue prove recenti. Non riesce a fraseggiare perché non può legare i suoni, men che meno salire agli acuti. La voce è ora nasale, ora cavernosa e tubata; tutte le frasi sono state artatamente smorzate subito, le note mai tenute, a mascherare lo “stato dell’arte” della sua voce. Ne è risultato un Fiesco privo di canto, continuamente rotto o sulla difensiva, cui han fatto difetto vera nobiltà ed austerità, perché l’abuso del parlato e/o la mancanza di legato conducono a questo. L’aria ha ricevuto pochi consensi perché doveva controllarsi e barcamenarsi di continuo, tirando indietro la voce; sulle uova al duetto con Gabriele; una catastrofe a due il duettone con Simone all’ultimo atto, dove entrambi sono andati via in un vortice di stonature, cali, suoni emessi Dio sa come.. Se non altro aveva l’aria un po’ perplessa, non troppo convinta dell’esito delle cose….. ..il che è preferibile, anzi direi simpatico, rispetto a chi, invece, sta lì con l’aria convinta di farti fesso sempre e comunque…….Mi spiace.

La signora Iveri, ascendete stella del firmamento verdiano, è stata una garbata delusione. Dico garbata, perché la cantante non è certo di quelle sguaiate, che sbraitano e/o gesticolano per farsi notare nelle operone. Ma è quello che i milanesi definirebbero “ un rubìn”, cioè una vocina, educata ma senza alcun particolare fascino timbrico, dotata di una presenza scenica minima, da corretta educanda di collegio. E di qui ad essere Amelia Boccanegra ce ne passa, e parecchio.
Ha retto l’entrata esibendo il massimo del suo volume, quello del “lirico appena appena” ( sarebbe una vocina anche in Bohéme, tanto per intenderci ), in una esecuzione corretta ma incolore dell’aria, tanto che nessuno si è mosso per applaudirla. Ha poi messo lì il duo con Gabriele con un bel lirismo da giovane innamorata, ma già davanti a Meli non pareva certo una voce dotata del peso idoneo al ruolo; idem la scena con Boccanegra. Arrivati alla fatidica scena del palazzo del Abati, per quanto, come detto, si sia trattato di un “palazzetto” di proporzioni minime, la signora Iveri è letteralmente scomparsa quanto a presenza vocale. Le struggenti frasi per cui Verdi prescrive i“dolcissimo” di “Pace pace” come le successive “pace t’ispiri un senso di patria”, da attaccarsi invece sul F, sono arrivate come i pigolii di una bambina infante, e non con il lirismo aulico del soprano verdiano. Questi momenti, come pure le analoghe frasi del concertato finale, “No, non morrai l’amore vinca…”, pigolate ancor più perché a fine serata, dovrebbero essere la cartina di tornasole per quei soprintendenti e direttori artistici inesperti che, mancando del senso delle proporzioni necessario per capire il tasso verdiano di un soprano, potrebbero espletare le loro verifiche semplicemente attraverso l’ascolto dell’esecuzione queste frasi e l’effetto che ne deriva. Il canto era senza peso, la voce una fogliolina al vento in mezzo a tutto quel dramma di solisti e coro: mai a poi mai Verdi avrebbe concepito di mettere lì una voce simile a tirare il concertato. Tutto il resto è derivato da tale insufficienza evidente di peso, e di accento. Dopo il concertatone di primo atto, è sopraggiunta anche la vera fatica nel 2° e 3°, dove ha dovuto spingere ( compostamente, va detto ) in più occasioni per avere un po’ di spessore, eseguendo le note correttamente, ma senza mai poter fraseggiare. Non ricordo smorzature, messe di voce, intenzioni interpretative sensibili tali da essere riportate a voi in una cronaca, perché quando si è così sotto peso rispetto al ruolo fraseggiare è evidentemente impossibile. Amelia Boccanegra, per quanto psicologicamente aderente al clichè della figlia e dell’amante, canta numerose frasi concitate, in apprensione, di grande tensione drammatica. Tensione che per forza di cose è del tutto mancata al suo personaggio. Una Amelia incolore e poco significativa dunque.

Francesco Meli, al debutto in Gabriele Adorno, ha ricevuto l’unico vero applauso a scena aperta della serata, dopo l’aria del 2° atto, e alle uscite singole. Successo vero, ma non trionfo, di una prova alterna, la sola a piacere davvero, stando alla risposta del pubblico. La sua cosa migliore? Il si bem sparato di “Pel Cielo, uom possente sei tu” al palazzo degli abati: per la prima volta gli ho sentito azzeccare, per caso immagino, un acuto che fosse “fuori”, brillante e non strozzato. Miracolo! La cosa peggiore: il terribile terzetto con Simone ed Amelia “Perdon, perdono Amelia..”, uno dei momenti più pesanti della parte, dove sono previsti quei passaggi mibem4 -sibem 4 di “dammi la morte” da eseguire con un accento, uno squillo, un‘epica ed un tonnellaggio di voce che Meli non possiede, non essendo un tenore verdiano. Il passo gli è costato una fatica enorme, anche perché arriva a serata molto avanzata, per giunta dopo l’aria, ove aveva speso quasi tutto quello che aveva da dare. Basterebbe l’analisi della grande scena per dimostrare che queste prove verdiane sono forse d’effetto, soprattutto se gli altri cantano poco o niente, in un teatro piccolo e con un‘orchestra che è stata di fatto un ‘orchestrina. E queste sono forse vittorie di Pirro, pensate in prospettiva futura. La grande fatica per Meli si è sentita già nel reggere il recitativo della grande scena, “ Sento avvampar nell’anima..”, dove al passaggio “….mio furor, no non sarai sazio…”, con i la-la bem in cui si dovrebbe squillare, la buca lo ha coperto subito, nonostante il tenore abbia cantato il passaggio sul forte, mangiandosi anche lui, per forza di cose, le forcelle che Verdi impone in spartito. Nell’aria, poi, di nuovo gli effetti che Verdi richiede al tenore, ampie legature, doppie forcelle, men che meno quelle che portano ai ff scritti nelle ripetizioni di “priva di sue virtù…”, non hanno sortito l’effetto che dovrebbero avere, perché la voce era al massimo dall’inizio del brano. Ha cantato con voce vera, a pieni polmoni e di slancio, ma la dinamica non può esistere in queste condizioni, e questo è stato il vero limite al suo canto, che pure è arrivato con musicalità e sforzo di controllare l’emissione. Ognuno è ciò che è per sua natura, e Meli non è un tenore per questi ruoli. Proprio lui, che in una intervista di qualche anno fa, aveva dichiarato Carlo Bergonzi non essere una vera voce verdiana, immagino alludendo alla questione dello squillo, dovrebbe risentirsi invece proprio l’esecuzione bergonziana di questa scena, con sotto l’irruente ed elettrizzante orchestrona di Dimitri Mitropoulos al Met: ne avrebbe un esatta cartina d tornasole della propria verdianità e delle proprie reali possibilità di portare questi ruoli nelle grandi sale dei grandi teatri, magari con certe bacchette pestacchione come Barenboim. La voce di Francesco Meli è bella ed importante, ma in Verdi non è poi così grande, né piena, né ricca nei gravi: sarebbe bastato che Scandiuzzi, sul suo stesso palco, fosse quello di dieci anni, fa per sembrare ciò che è, un tenore al più lirico, ma non certo spinto, come è Gabriele Adorno.
Per completezza di cronaca, và detto anche che ha cantato con facilità il duetto al I atto con Amelia, pur con i noti problemi nell’esecuzione del passaggio di registro alto in “Angiol che dall’empireo piegasti”. Si è strozzato come al solito nei la acuti del duetto con Fiesco, “ Vieni ti benedico”, dove dovrebbe eseguire con altra ampiezza e nobiltà le solite forcelle doppie che costellano la parte. Non ha mai squillato nei concertati, dove, come tutti suoi colleghi, nessuno ha “forato”come si dovrebbe, ma ha cantato, con voce sonora, facile, da quell’iperdotato che è. Ogni tanto ha anche avuto buoni primi acuti, altre volte ha fatto come al solito. Ha emesso spesso delle buone a centrali, meno sguaiate di quelle che solitamente emette. Insomma, luci ed ombre in un repertorio per lui pericoloso e che non dovrebbe praticare, a parte il duca di Mantova ed Alfredo. Del resto, se Stefano Secco canta il Don Carlo ( !!!!!!!!!! ), logicamente Meli canta il Boccanegra, in compagnia di un soprano come la Iveri….
Una nota sul Paolo di Piazzola, applaudito al pari dei protagonisti. Non ci è parso baritono maturo per i grandi ruoli verdiani, perché la voce è spesso indietro, vuota in zona centro grave, e non di grande ampiezza a meno di forzarla. Il volume và e viene nel corso della serata, ed il mezzo non pare posizionato a fuoco, tanto che in alcuni passaggi pareva più un tenore di forza non sfogato che non un baritono. Lo risentiremo.

Successo non entusiastico, perché Verdi ormai è un musicista inallestibile, pur restando dell’idea che ieri sera qualcosa di meglio si poteva fare al posto del soprintendente.





Gli ascolti

Verdi - Simon Boccanegra

Prologo

A te l'estremo addio...Il lacerato spirito - Martti Talvela (1975)

Atto I

Propizio ei giunge...Vieni a me, ti benedico - Richard Tucker & Ezio Flagello (1969)

Favella il Doge ad Amelia Grimaldi? - Giuseppe Taddei & Antonietta Stella (1966)

Atto II

O Inferno!...Sento avvampar nell'anima...Cielo pietoso - Carlo Bergonzi (1960), Veriano Luchetti (1976)


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sabato 5 settembre 2009

Ero e Leandro di Giovanni Bottesini - Crema, Teatro San Domenico

L’800 musicale italiano è terreno, ancora oggi, per lunghi tratti inesplorato: in particolare il periodo che si circoscrive nella seconda metà del secolo, schiacciato tra l’ingombrante figura di Verdi e la recente diffusione della “musica dell’avvenire”. In realtà accanto al “cigno di Busseto” (già assurto agli onori di rappresentante dell’opera italiana nel mondo, riverito e corteggiato dai teatri di tutta Europa – e non solo – e pure onorato, alla fine, con un seggio nel Senato del Regno) si sviluppava un sottobosco piuttosto affollato e fitto di compositori e musicisti che riempivano – nei cartelloni dei maggiori teatri dell’epoca – gli spazi lasciati liberi dai “grandi”. Spesso, poi, per un curioso gioco della sorte e per i misteriosi casi che reggono i destini del mondo, tali lavori minori, destinati, quasi tutti, a non superare il trascorrere della stagione in cui essi venivano rappresentati e a ricadere, nel volgere di qualche lustro, in un oblio senza ritorno e scampo (salvo brevi cenni su manuali di storia della musica o su saggi critici), riscuotevano successi maggiori rispetto a titoli che oggi sono presenza irrinunciabile in qualsiasi teatro che si rispetti.

Autori come Carlo Soliva (invero leggermente precedente: oggi pressocché una sorta di Carneade, ma allora stimatissimo persino da Beethoven), Enrico Petrella, Filippo Marchetti, Giuseppe Apolloni, Stefano Gobatti, lo stesso Amilcare Ponchielli (salvo la celeberrima Gioconda il resto della sua produzione è stato del tutto dimenticato), occupavano le cronache delle stagioni italiche e non solo, mietendo trionfi e furori di pubblici osannanti e meglio disposti a trascorrere una serata di rassicurante (ancorchè scarsamente originale) routine, piuttosto che abbandonare le (poche) certezze musicali nello sforzo di comprendere qualcosa di “diverso”. Tra le tante caduche stelle del suddetto firmamento, Giovanni Bottesini. Nato a Crema nel 1821 e morto a Parma nel 1889, è ricordato principalmente per l’essere stato un vero virtuoso del contrabbasso (strumento che sino ad allora non aveva certo ottenuto onori solistici), tanto da scrivere un manuale su cui ancora oggi si cimentano gli studenti di conservatorio e da meritare l’appellativo di “Paganini del contrabbasso”. In realtà la sua carriera musicale può essere così sintetizzata: grande virtuoso, buon direttore d’orchestra, mediocre compositore. Bottesini, infatti, oltre che esibire le sue doti da solista, passò alla storia per aver diretto la prima di Aida al Cairo (nonché per aver scritto la diteggiatura del solo di contrabbasso nel IV atto dell’Otello verdiano). In relazione con le maggiori personalità artistiche musicali della sua epoca (da Boito a Giulio Ricordi, di cui sopravvive un interessante carteggio), fu amico personale di Verdi, tanto che proprio l’appoggio del celebrato Maestro gli valse la prestigiosa nomina di direttore del Conservatorio di Parma. Infine, pur non arrivando ad eguagliare il livello raggiunto come virtuoso e concertatore, Bottesini fu autore piuttosto prolifico: naturalmente molti brani per contrabbasso (concerti con orchestra, parafrasi da concerto di opere famose – Sonnambula, Lucia di Lammermoor, Puritani…. – duetti col pianoforte, sonate), diversa musica da camera, sinfonie e poemi sinfonici di suggestioni orientali (si ricordano Notti Arabe e Alba sul Bosforo), una Messa da Requiem, un oratorio (L’Orto degli Ulivi), e poi ouvertures, liriche da camera oltre alla predisposizione dei recitativi per L’Oca del Cairo di Mozart. Ovviamente l’opera – nell’Italia di quello scorcio di secolo – non poteva mancare nel catalogo di ogni compositore che si rispettasse, e Bottesini non fa eccezione: Cristoforo Colombo, L’Assedio di Firenze, Il Diavolo della notte, Marion Delorme, Vinciguerra il bandito, Alì Babà, Ero e Leandro, La regina del Nepal. Tutti titoli che nulla dicono al pubblico di oggi, ma che allora, ad onta di un subitaneo oblio, riscossero lusinghieri successi. Tra di esse spicca Ero e Leandro, tragedia lirica in 3 atti su libretto di Tobia Gorrio alias Arrigo Boito, che lo cedette al Bottesini dopo aver iniziato ad intonarlo da sé medesimo (abbandonando prematuramente il progetto, lasciando solo qualche schizzo, un duetto completo e riutilizzando parte del testo per il duetto di Mefistofele tra Faust e Margherita “Lontano lontano lontano”) e che venne riutilizzato, sul finire del secolo, da Luigi Mancinelli. La struttura del testo e la pretenziosa retorica dei versi (ingarbugliati costrutti di non immediata comprensione, parodie di metri classici, gusto per l’erudizione più erudita, veri e propri divertissement linguistici che, spesso, sfiorano un involontario grottesco, pseudo traduzioni di liriche greche) ricorda quel guazzabuglio di inestricabile nonsense (teatrale, soprattutto) che è il suo stesso Nerone (e che già riecheggiava nel sabba classico del precedente Mefistofele). Difficile, dunque, sostenere lo sforzo di musicare un siffatto libretto, che poco o nulla concede ai consueti poemi per musica che i vituperati mestieranti dell’epoca appena precedente (i disprezzati Solera, Piave, Cammarano, Ghislanzoni etc…) sapevano armeggiare molto meglio e con maggior efficacia (nonché musicalità) dell’intellettuale ansioso di sfoggiare cultura, nozioni e perizia tecnica (identiche rimostranze possono essere levate all’assolutamente inverosimile – e francamente orribile – libretto di Gioconda: è curioso notare come Boito solo in presenza di un compositore in grado di imporre le proprie esigenze e temperare i bollori artistici dello scrittore, riuscì a produrre due capolavori come Otello e Falstaff, che neppure sembrano scritti dalla stessa penna). L’opera che ne sortisce – vuoi per le deficienze di struttura, vuoi per l’ispirazione vacillante di Bottesini – non è certo un capolavoro: evidente, ma non troppo, l’ispirazione verdiana nei cantabili e nei concertati (e non poteva essere altrimenti) e abbastanza rifinita l’orchestrazione (anche se talvolta appaiono effetti o effettacci bandistici nella scrittura degli ottoni, specie nel preludio), l’opera, pur rimanendo riconducibile ad una struttura a numeri chiusi, si sforza di superarli, tendendo a non interrompere il flusso musicale, alternando, senza soluzione di continuità, recitativi, cantabili, arie, cori, brani strumentali. L’organico vocale è essenziale: Ero (soprano), Leandro (tenore), Ariofarne (basso). Cospicua, invece la presenza del coro, vero e proprio personaggio, soprattutto nei primi due atti. La complessa struttura metrica diabolicamente predisposta da Boito, costringe il compositore a piegare la propria vena ad una disposizione cervellotica e disomogenea dei brani, separando nettamente l’ultimo atto (costituito, in pratica da un unico e lungo duetto tra soprano e tenore, modellato su suggestioni tristaniane, per ciò che concerne il testo). Bottesini, si diceva, alterna nei brani solistici recitativi – risolti in un declamato che pare ispirarsi alle tendenze della “nuova musica” – e aperture melodiche (non sempre di limpida ispirazione), oltre a fare largo uso, nel corso dell’opera, di “temi conduttori” che compaiono già nell’iniziale preludio (forse il brano più brutto del lavoro). Vertice della partitura è l’atto II (oltre a parte del lungo duetto finale), che dopo i ballabili presenta una compatta scena d’insieme col coro e i solisti in cui emerge l’ispirazione più autentica dell’autore. Segue il poetico ultimo atto, anche se presenta momenti di stanchezza compositiva. L’atto I è, invece, il meno interessante dell’opera: musicalmente goffo, drammaticamente insulso e con l’ingombrante presenza di un lungo e inutile episodio solistico tenorile (indicato da Boito come Anacreontica) di ben scarso valore: molto meglio la pur prolissa aria di Ero e, soprattutto la bella aria del basso (che riprende il tema più suggestivo dell’opera, già esposto nel preludio). Ero e Leandro ebbe la sua prima a Torino, l’11 gennaio 1879, ottenendo un successo tale da consentirgli ben 23 rappresentazioni: il cast vocale comprendeva il basso Gaetano Roveri, il soprano Abigaille Bruschi-Chiatti (la prima Elisabetta del Don Carlo italiano del 1884) e il tenore Enrico Barbacini. Tuttavia, già l’anno successivo, in occasione di una ripresa al San Carlo di Napoli, l’opera fu un deciso fiasco e ben presto finì nel dimenticatoio. Non un capolavoro, dunque, ma titolo da conoscere – insieme a tanti altri coevi – per comprendere quale era la vera musica di consumo all’epoca in cui Verdi primeggiava, così da poter meglio cogliere dove effettivamente risiede la grandezza di quest’ultimo rispetto ai suoi colleghi compositori. Conoscenza che oggi è possibile avere in occasione della prima ripresa in tempi moderni dell’opera, allestita il 4 di settembre (con replica il 6) nella città natale del compositore, presso il Teatro San Domenico, che finalmente omaggia Bottesini, non lasciando solo a Parma l’onore di celebrarlo attraverso un importante concorso di levatura internazionale dedicato al contrabbasso. Va innanzitutto lodato – aldilà dei risultati artistici complessivi, comunque assai dignitosi – lo sforzo dell’organizzazione che, con grande impegno e con mezzi verosimilmente scarsi, è riuscita nell’impresa di predisporre un testo attendibile della partitura, eseguirla in forma semiscenica (a causa della particolare struttura del teatro: una chiesa sconsacrata, in realtà, che mostra ancora l’abside romanico, gli affreschi e la struttura architettonica e che, dunque, non permette l’uso di quinte e scenografie), coinvolgere artisti conosciuti anche in ambito nazionale, e attrarre l’attenzione degli addetti ai lavori (e che potrebbe, in ultima analisi, portare a farne un appuntamento periodico, magari riesumando gli altri titoli del catalogo di Bottesini: si legge nel programma di sala l’ipotesi di allestire in futuro la sua ultima opera La regina del Nepal). Prima di dare resoconto delle singole esibizioni mi preme, però, fare una considerazione: orchestra, coro e solisti hanno dovuto scontrarsi, già in partenza, con una difficoltà aggiuntiva che rendeva ancora più complicata l’esecuzione dell’opera: l’acustica della sala, infatti, e proprio per le ragioni della sua struttura, non permette un ascolto ottimale e comporta gravi squilibri nell’omogeneità degli insiemi, negli impasti timbrici di solisti e strumenti, nella corretta propagazione della voce, oltre alla presenza di un percepibile riverbero che inaridisce armonici e volumi. La precisa Orchestra Filarmonica del Piemonte è diretta con mano sicura da Aldo Salvagno, che mostra di credere molto nel valore musicale dell’opera di Bottesini, cercando di nascondere gli effetti peggiori e gli squilibri della partitura, per enfatizzarne i momenti maggiormente ispirati (tuttavia vengono operati diversi tagli, soprattutto nei duetti dei protagonisti, forse a causa di talune difficoltà degli interpreti e, soprattutto, vengono espunti del tutto i ballabili dell’atto II – ridotto, a causa dell’omissione, ad un torso – probabilmente per la struttura stessa del palcoscenico che non consente l’impiego di un pur minimo corpo di ballo). Da lodare l’ottima prova del Coro Claudio Monteverdi diretto da Bruno Gini e che è il vero protagonista dell’opera: duttile, preciso, musicalissimo. Da applaudire senza riserve. Più problematico il cast vocale, dominato però dall’Ariofarne di Roberto Scandiuzzi: il basso trevigiano ha imposto sul palco la sua esperienza, il suo accento nobile e l’ottima presenza scenica. La linea vocale è ancora salda e il timbro è caldo e corposo, buono il legato, ma talvolta fa capolino quella fastidiosa oscillazione che sovente si ascolta nelle sue esibizioni (anche passate), soprattutto nelle zone più acute della tessitura (ma il ruolo non è particolarmente impervio e, a parte pochi acuti, resta per lo più in zona centrale, dove Scandiuzzi può fraseggiare meglio e con più agio). Una buona prova, comunque. Qualche problema in più l’Ero di Veronique Mercier: giovane soprano svizzero dal repertorio un po' incerto (e direi azzardato) che va da Musetta a Gilda, da Rosina alla Contessa passando per Leoncavallo e Mascagni. Un’interprete, dunque, ancora in cerca di identità, con una tecnica da affinare e con qualche problema nel reggere il registro acuto. Voce abbastanza leggera che non si attaglia perfettamente al ruolo, scritto per una cantante dalla tenuta più salda e di maggior corpo. Assai deludente il Leandro di Gian Luca Pasolini: già improponibile Percy di Anna Bolena, qui è facilitato da una scrittura non particolarmente acuta o impegnativa, tuttavia la linea di canto appare sporca nei centri e sforzata in acuto, di fatto cantando di gola per tutto il tempo (per poi lambire gli acuti in un biancastro falsetto), si aggiunga poi una perenne lotta con la corretta intonazione (in cui il tenore è sempre rimasto sconfitto) e l’assenza, nel fraseggio, di accenni d’eleganza, di abbandono e di passione (almeno nei duetti con Ero). Prova dunque insufficiente che ha costituito la più grossa tara della produzione. La messa in scena sconta l’impianto privo di quinte che l’ex chiesa fornisce: senza alcuna identificazione temporale (i costumi sono astratti: tuniche e manti e camicione per il coro, e i solisti, tranne Ariofarne in marsina ottocentesca), la scena era costituita da un tavolo apparecchiato, una scalinata retrostante e un piano inclinato per l’ultimo atto, oltre ad alcuni oggetti con funzione simbolica. Mancava, però, del tutto l’aspetto classicheggiante e pagano (sostituito da un accennato ordine borghese). Nel complesso, tuttavia, questa riesumazione di Ero e Leandro è stata operazione culturalmente molto valida, musicalmente più che dignitosa (fatto salvo il tenore), ma di certo non ci ha restituito alcun capolavoro (raramente se ne trovano in operazioni analoghe), anche se Bottesini e la sua opera meritano comunque lo sforzo organizzativo.

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mercoledì 15 aprile 2009

Don Pasquale a Torino

Ci siamo domandati l'opportunità o meno di stendere e proporre una recensione sul Don Pasquale, radiotrasmesso ieri sera. Dall'ascolto abbiamo ricavato solo una dispepsia. Inutile.
Il Don Pasquale torinese potrebbe essere risolto con poche e sbrigative parole: un direttore, che dobbiamo imparare a considerare un grande, un insipido protagonista ad onta del materiale vocale, uno sguaiato e sgraziato dottore Malatesta, una Norina anche'essa insipida e vocalmente periclitante ed un Ernesto, che siamo stanchi di attendere grande tenore, perchè le mende tecniche sono sempre le medesime.


Siccome si dissente dagli applausi (non tanti, man mano che la serata progrediva ed arrivavano le pagine clou) che la radiotrasmissione ci ha offerto è dovere spiegare la nostra delusione.
Tutti sanno o dovrebbero sapere che Don Pasquale vide la luce la sera del 3 gennaio 1843 agli Italiani di Parigi con un cast (Grisi, Mario, Lablache, Tamburini) che esprimeva il massimo o quasi dell'arte canora italiana. Quando pochi mesi dopo la Scala propose il titolo donizettiano non eguagliò minimamente il quartetto di protagonisti parigini. Don Pasquale è una sorta di elegante divertimento (come agli Italiani era considerato il Matrimonio segreto) che consente di schierare il meglio dell'arte vocale ed interpretativa applicata non già al genere serio, ma a quello buffo. Anche se di questo genere Don Pasquale è una ipostasi più nominale che reale. Assunto questo arcinoto, ma che serve per avere le coordinate che l'esecuzione deve avere per dirsi rispettosa dell'autore e della sua poetica. Devono quindi prevalere gli accenti languidi, dolci, raffinati contrapposti, quando la situazione lo richieda, al ritmo frizzante.
Il tutto a Torino molto teorico perchè abbiamo sentito un'ouverture staccata a tempo veloce, con l'enunciazione metronomica e meccanica del tema della serenata di Ernesto e una altrettanto meccanica enunciazione del tema di Norina, per tacere del fragore dei vari crescendo, una introduzione rapida e sbrigativa alla grande aria di Ernesto "Cercherò lontana terra", una serenata meccanica e frigida nei momenti di concitazione, tipo stretta del duetto Norina-Malatesta "Vado corro". Il vivace del finale secondo, il coro dei servitori (che contiene una sezione centrale languidissima ed ironica al tempo stesso) e la stretta del duetto Don Pasquale-Malatesta: tutte solo fragorose. Il tempo veloce non obbliga al fragore. Anzi amministrato dal grande direttore evita il fragore. Due chiose l'una circa l'introduzione dell'aria di Ernesto con assolo di tromba: un cantabile di estrema raffinatezza, languore e malinconia, tutto giocato sul legato e sulle tinte del piano, con moltissime indicazioni d'espressione a segnare le frequenti eppur brevissime salite ad un forte appena accennato, e che subito ritorna alla dolcezza del piano iniziale: brano che permette all'esecutore che ne è in grado, di accentuare il lirismo e l'abbandono malinconico con rallentandi e libertà agogica, nulla di tutto ciò si è ascoltato provenire dalla buca del Regio, dove al languore si sostituiva la sbrigatività, alla dolcezza un perenne e monotono mezzo forte, alle legature la genericità e la piattezza, per di più con alcune evidenti defaillances nel tempo e nell'intonazione; l'altra al duetto Don Pasquale - Malatesta dove un direttore che passa per rigoroso e forbito ha tollerato un paio di gigionate dei cantanti. Preciso nulla rispetto a quanto anche nel passato recente è stato offerto in Don Pasquale, spesso trasformato in farsaccia. Farsaccia ove, però, poteva capitare si esibisse il gotha dei tenori cosiddetti di grazia come Sobinoff, Bonci, Anselmi, Schipa, Valletti, Kraus, per restare a quanto inequivocabilmente documentato. Ma erano, appunto, altri tempi. Gli attuali sono differenti. E proprio perchè tali dobbiamo chiederci perche mai un direttore come Mariotti non abbia provveduto ed imposto a tutti gli esecutori (coppia di amorosi e Malatesta in primis) cospicue ed acrobatiche varianti, ossia continue e costanti variazioni di dinamica ed agogica. Come si eseguisse Don Pasquale cinquant'anni dopo la prima è documentatissimo. E le indicazioni di rallentando contenuto alla sortita di Norina non sono certo le sole che venissero proposte all'epoca. Diciamo: strano!
Fa piacere che il title role venga affidato ad una voce di basso autentica: Roberto Scandiuzzi. Autentico basso fu il primo protagonista. Mi rifiuto di credere che Luigi Lablache, benchè in fase calante nel 1843 emetesse opachi e stonati re acuti, avesse la voce "indietro" ed opaca nei pochi tentativi di smorzare (vedi sia duetto con Norina che con Malatesta all'atto terzo). E poi abbiamo il problema del sillabato, mezzo espressivo cui Don Pasquale ricorre di frequente e che Scandiuzzi non esegue mai in maniera decente. Scusate non si capisce una parola.
Il dottore Malatesta fu pensato per Antonio Tamburini, anch'egli a fine carriera. Rimaneva, e si capisce, un esimio virtuoso ed un cantante elegante e raffinato. Quindi Donizetti gli affidò quartine e terzine nella stretta del duetto con Norina "ah quel vecchio" nell'entrata al finale secondo. Il tutto eseguito da Viviani in maniera neppure scolastica. Nè le cose vanno meglio con l'andante "Bella siccome un angiol" elegiaco, dove Tamburini era chiamato a fare la parodia al Tamburini grand seigneur e dove Viviani è piatto e bercia il modesto fa acuto che conclude la cadenza. Semplice, semplice, quest'ultima.
Per essere chiari Malatesta deve esprimersi come Giuseppe de Luca e più ancora Antonio Scotti nel duetto anno 1906 che quest'ultimo incise con la Sembrich.
E veniamo alla coppia amorosa. Norina, gran dama, che più d'ogni prima donna buffa si esprime con le metafore della vocalità rossiniana, quella che Giulia Grisi praticava quotidianamente, ha subito l'accento inerte nei recitativi, le agilità spannometriche, gli acuti sistemanticamente spinti, forzati e calanti di Serena Gamberoni. Preciso che gli acuti vengono sempre raggiunti dopo volate e arpeggi ossia nella maniera più comoda, secondo i dettati belcantistici, per emettere un bel suono. Ricordo che all'epoca della prima rappresentazione scrissero che le volate di Madame Grisi avevano la forza e la penetrazione di quelle eseguite da Liszt al piano. Qui, grazie a Serena Gamberoni, eravamo al "mio primo Liszt".
Quanto a Francesco Meli è scontato assumere che in natura abbia un timbro bellissimo. Preciso che spesso i cantanti di "bella voce" sono inerti e poco attenti al fraseggio, ma non ammanniscono quanto ammmannito, ier sera, da Francesco Meli. Ossia difficoltà costante nel reggere la tessitura acuta che costringe ad abbassare l'aria del secondo atto, ad eseguire senza da capo la cabaletta seguente, a cantare a squarcia gola "sogno soave e casto" e la serenata (che non evoca la frescura notturna del giardino romano, ma un assolato campo di cocomeri dell'agro pontino di mussoliniana bonifica) ossia ad emettere falsettini smunti e nasali al "tornami a dir che m'ami". Ed anche accomodato quanto a tonalità il larghetto del secondo atto è piatto, monotono, nessuna dolcezza, nessuna malinconia, nessuna elegia. Tolto questo ad Ernesto rimane nulla del personaggio ideato da Donizetti per esaltare il grande Mario.
I motivi di questo risultato li abbiamo detti, rilevati altrove e sempre in occasione di opere di Donizetti, pure di tessitura centrale e consona al signor Meli. E, poi, giustamente non interessano.
Al massimo perderemo un tenore da primo ottocento e, per qualche anno, avremo un muscolare don José, Mario Cavaradossi e forse anche Canio, Turiddu, Chenier e Loris sino ad un Pollione di sapore mascagnano. Non ce ne sono solo i presupposti, ma le più serie intenzioni, come comprova un concerto londinese del marzo scorso.





Gli ascolti

Donizetti - Don Pasquale


Preludio - Thomas Schippers (1956)

Atto I

Pronta io son - Roberta Peters & Frank Guarrera (1956)

Atto II

Povero Ernesto - Gianni Raimondi (1957)

Atto III

Signorina, in tanta fretta - Sesto Bruscantini & Luciana Serra (1985)

Tornami a dir che m'ami - Maria Ivogün & Karl Erb (1917)



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venerdì 27 giugno 2008

Nabucco all'Arena di Verona : Viva Nabucco!

Ripresa della nuova produzione dello scorso anno affidata a Denis Krief anche questo Nabucco, come la Tosca dell'altra sera, trova la sua ragion d’essere nei due nomi protagonisti, il grande Leo Nucci, Maria Guleghina e nel direttore d’orchestra, Daniel Oren, anch’egli dalla lunga frequentazione con Nabucco e con l’Arena.

Ne dovrebbe sortire uno spettacolo di grande effetto, invece, salvo il coro, qualche sprazzo dell’orchestra e alcuni momenti del mattatore Leo Nucci, la serata è stat priva di grandi momenti.
Innanzitutto vale spendere due parole sulla regia di Denis Krief, ennesimo genio-innovatore-rivoluzionario del teatro di regia, che, alle prese con un’opera che da Arena decisamente sarebbe, ovviamente rinuncia a qualsiasi seppur minimo tentativo di essere tradizionale per cercare un vuoto modernismo, che oggi pare ancor più l’apoteosi del visto e dello stravisto, del banale e dell’inutile.
Un’enorme struttuta metallica bianca campeggia sul palcoscenico con dei libri al suo interno, a rappresentare una biblioteca, simbolo della cultura degli ebrei, al cui lato si trovano una serie di cilindri tagliati a metà, che dovrebbero in qualche modo rappresentare i babilonesi…o queste almeno erano le intenzioni del regista. I costumi sono rigorosamente verde militare, marrone o neri, unica eccezione il bianco di Fenena, ed è la solita riproposizione di cappotti, vestaglie, palandrane, kimoni visti in svariati spettacoli che possono andare dall’Orfeo di Monteverdi alla Lucia di Lammermoor al Cavaliere della rosa. I babilonesi marciano alla maniera dei cosacchi e al terzo atto Abigaille e il coro femminile di sue seguaci sono vestite in maniera punk, con una grossa parrucca leonina alla Tina Turner che fa sembrare la Guleghina una Loredana Bertè dell’opera. In aggiunta qualche luce rossa al neon, la cui simbologia non sappiamo decifrare.
Di regia vera e propria non ve n’è affatto, nessun lavoro sugli interpreti, molto tradizionali nello stare in scena, nel bene e nel male, nessun idea originale, a meno che l’idea originale non fosse quella di far cantare il Va’ pensiero (benissimo eseguito dal coro e da Oren e bissato come di tradizione) nella struttura metallica-biblioteca.
Ci chiediamo francamente il senso di una simile non-regia, che non è innovativa e non è originale. I cosiddetti geni delle regie moderne di regie vere e proprie ne fanno sempre meno, limitandosi invece piuttosto a inserire paccottiglia quinci e quivi senza un minimo di logica pretendendo di spacciarla per arte. In realtà, almeno nell’opinione di chi scrive, non vi è molta differenza fra una regia come questa e il vecchio “Si entra da destra, si esce da sinistra, il coro entra dal centro”. Solo una, la seconda è culturalmente molto più onesta, sebbene non giustifichi.... un lauto cachet!
A capeggiare il cast, più in forma che nel recente Macbeth scaligero, Leo Nucci, che arriva spavaldo a cavallo, facendo capire fin da subito che la grinta non gli sarebbe mancata neanche per questa serata areniana. Il canto è ancora buono, la voce molto sonora, i rilievi del tempo si sentono nell’intonazione, non sempre precisa, e nei frequenti portamenti che miniano l’intonazione più di una volta. Il suo Nabucco non brilla per finezze, si esprime, anzi, quasi sempre sul forte o sul mezzo-forte. Il recente esempio della rozzezza di Lucic-Rigoletto induce a non essere troppo severi con il vero leone dell’Arena, ultimo baluardo insieme a Bruson, di un professionismo della corda baritonale che si sta vieppiù perdendo.
Insieme a Nucci trionfatrice della serata è stata Maria Guleghina, che ha, a dire il vero, solo il merito di avere una voce importante (in un mondo in cui famose, ma non certo brave, Lady Macbeth hanno il volume di Mimì), più grossa che grande e tecnicamente decisamente non irreprensibile. L’aggressività con la quale decide di caratterizzare Abigaille la spinge a cantare quasi sempre forte e fortissimo, spingendo e spesso gridando. I tentativi di cantare piano, come in Anch’io dischiuso un giorno, o nel finale, sono rovinati a causa delle mende tecniche, che fan sì che la voce si spezzi in più di un punto e che non emetta dei veri e propri pianissimi, quanto, invece, dei suoni falsettati e ingolati. L’intonazione poi, non è mai pulita, gli acuti sono spesso calanti e lo sono anche alcuni suoni centrali (nella sezione centrale del duetto con Nabucco marcatamente). E vale la pena notare che il notevole volume dei primi due atti al terzo è sensibilmente ridotto, causa, forse, la fatica di un canto tanto forzato. Fa storcere il naso pensare che una cantante con grossi problemi di dinamica e senza alcuna fantasia interpretativa sarà la nuova Adriana Lecouvreur del Metropolitan di New York….....sic!
Roberto Scandiuzzi come Zaccaria mostra più evidentemente i segni del tempo. La voce suona alle volte ingolata, nella zona medio-acuta e nel grave estremo si producono suoni malfermi, mentre alcuni acuti, come quello che conclude la profezia, sono fibrosi e duri. Né si puo’ dire, con queste premesse, che il personaggio e l’altera sacralità del sacerdote ebraico, siano venuti fuori in qualche modo. La coppia di innamorati Fenena-Ismaele era composta da Rossana Rinaldi e Valter Borin. La prima non riesce a brillare nel breve ruolo di Fenena, in scena piuttosto come la Maddalena del Rigoletto, e con più di un problema nella linea vocale, che inficiano la riuscita dell’arioso Oh dischiuso è il firmamento, coronato da un acuto strozzato e fisso. Valter Borin, invece, proprio negli acuti di Ismaele spera e affronta ogni nota dal fa diesis al la come si trattasse del do della Pira, con una voce però da lirico-leggero, una esagerata veemenza, senz perciò convincere più di tanto. Completava il cast il buon sacerdote di Belo di Carlo Striuli e la coppia Anna-Abdallo.
Molto bello il suono dell’orchestra, guidata dalla mano esperta di Daniel Oren, un po’ generico e con la tendenza ai tempi rapidi, che ha trovato i suoi momenti migliori nei brani più concitati dell’opera, perdendo però la sacralità di momenti come la profezia di Zaccaria, letteralmente tirata via, forse anche per favorire l’inteprete, alquanto in difficoltà. Come già detto, molto bene il coro che si guadagna le ovazioni del Va’ pensiero, bissato come di consueto.
Una nota di merito al solito entusista clacqueur dell’Arena, che ha dispensato superlativi assoluti agli interpreti di Tosca e di questo Nabucco, concludendo le rappresentazioni con due sentimentali Viva Puccini ! e Viva Verdi!. Un piccolo protagonista dell’Arena.


Gli ascolti

Verdi - Nabucco

Parte I
Prode guerrier - Olivia Stapp, Gordon Greer & Susan Quittmeyer
Tremin gl'insani - Matteo Manuguerra, Adelaida Negri & Rouel Beukers

Parte III
Donna, chi sei? - Renato Bruson & Christine Deutekom
Del futuro nel buio discerno - Bonaldo Giaiotti

Parte IV
Dio di Giuda...Cadran, cadranno i perfidi - Paolo Silveri
Su me...morente...esanime - Caterina Mancini


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