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sabato 31 gennaio 2009

I Racconti di Hoffmann in diretta radiofonica da Torino

I Contes d'Hoffmann: una delle più straordinarie opere mai scritte, una gemma del repertorio francese che grandi, immensi artisti hanno contribuito a eternare nel ricordo del pubblico. Mai questo capolavoro ci era parso lungo, prolisso, in una parola... pesante. Fino a ieri sera.

Emmanuel Villaume si è confermato bacchetta poco elegante e assai greve, poco o nulla adatta ad accompagnare un canto, che, mai come ieri sera, avrebbe avuto bisogno di essere sostenuto, guidato, corretto e confortato dalla buca. Tempi bislacchi, nessuna ricerca di colori foschi o misteriosi, chiasso scambiato per brillantezza, sonorità sovente bandistiche.
Il tenore Arturo Chacón-Cruz, inizialmente previsto nel secondo cast, promosso al primo per rimpiazzare l'annunciato e, poi, svanito Roberto Aronica, ha mostrato una voce naturalmente bella e molto sonora, ma anche una scarsa cognizione dei rudimenti tecnici dell'arte, cantando in modo stentoreo, tutto sul forte-mezzoforte e di gola. Il registro centrale è suonato sovente stonato, gli acuti assai tirati, pur senza arrivare ai disastri recenti di un Filianoti o di un Villazón. Ma la strada, ahimè, è quella, e speriamo che il signor Chacón-Cruz, che sappiamo essere giovane (classe '77) e che sicuramente ha una bella dote di natura, possa evitare il destino cui sono andati incontri i summenzionati colleghi. La speranza è l'ultima a morire, anche perché il timbro è realmente bello e di qualità. Da segnalare il taglio della seconda strofa sia nell'aria dell'atto di Olympia sia nel brindisi dell'atto di Giulietta.
Non nutrivamo alcuna speranza e illusione nei riguardi di Desirée Rancatore, voce ormai slabbrata e stinta, un pigolio che dall'afonia dei gravi si arrampica su per i tornanti di un sovracuto divenuto ormai precario e aleatorio quanto il resto della gamma. Rileviamo che la signora, priva della flessibilità e lucentezza tipiche del soprano leggero, ha un rapporto sempre più conflittuale con l'intonazione, tanto che la gag della bambola, cui si scaricano le pile risulta colma di umorismo involontario.
Vera sorpresa della serata è l'Antonia di Raffaella Angeletti, che con vocina vetrosa, tiratissima e, spesso, gridata in acuto, affronta una grande parte di soprano lirico senza possederne l'ampiezza e soprattutto sfoggiando una proprietà di accento, che apparenta da subito la cantatrice cardiopatica a una piccola Nedda. Prudentemente evitata, nel terzetto, la salita al do diesis scritto, appena toccato e, strillato, il re nat. in vocalizzo.
Monica Bacelli non ha nulla di Giulietta, né il mezzo importante, richiesto dalla natura drammatica del personaggio come da quella dello strumentale su cui si trova a cantare (barcarola a parte), né il fascino fatale della cortigiana domiciliata sul Canal Grande. La voce è povera e opaca, priva di spessore in basso (dove spesso sconfina nel parlato) e stridula in acuto.
Quarta in mezzo a cotanto muliebre senno la Musa/Nicklausse di Nino Surguladze, stilisticamente ben poco plausibile a causa dei gravi gonfiati a dismisura, in una sorta di penosa imitazione della Barbieri, senza il sontuoso timbro della Fedora nazionale.
Simone Alberghini, anche lui inizialmente reclutato per il secondo cast, ha sostituito "last minute" Alfonso Antoniozzi nelle parti dei quattro Diavoli, cantando con voce artificiosamente scurita e non molto sonora, ma risultando se non altro corretto e sufficientemente vario nel fraseggio. A riprova del fatto che Simone Alberghini dovrebbe seriamente e costantemente cantare in corda di baritono sta l'esecuzione di "Scintille, diamant" in tonalità di baritono con acuti facili e sonori. Queste virtù, che in altri tempi non sarebbero state sufficienti a concludere una recita di provincia senza "incidenti" di percorso, lo hanno reso il miglior elemento del cast.

Avvertenza: gli ascolti, che non sono quelli paradigmatici per i Contes riteniamo bastino e avanzino, per commentare una serata... così!


Gli ascolti

Offenbach - Les Contes d'Hoffmann


Atto I

Les oiseaux dans la charmille - Alda Noni (1951)

Atto II

Ah! je le savais bien
- Catherine Malfitano & Neil Shicoff (1980)

Atto III

Amis, l'amour tendre et rêveur - Alain Vanzo (1985)


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giovedì 11 dicembre 2008

Thais da Torino: primo cast in diretta radiofonica

Thais ha quello strano sapere a mezza strada fra mode archeologiche, fascino del vicino Oriente, rapporto con la religione, che permearono la cultura d'Oltralpe fra la caduta di Napoleone e la Grande Guerra. A metà strada tra esotismi biblici e bizantini ( sebbene ambientata nell'Egitto tardoantico ), Thais tratta il teatralissimo tema della seduzione. Una seduzione che, ormai alle porte dell'Art Nouveau, è da subito carnale e solo con lo svolgersi del dramma si trasforma in spiritualità e mistica. La bella e lussiorosa cortigiana Thais redimerà se stessa in una morte quasi trafigurata per effetto dell'amore, tormentato dalla tentazione, di Athanael, sullo sfondo della lussureggiante e sincretica megalopoli alessandrina.

E' un titolo che gode, nel catalogo di Massenet, più fama tramandata che non di effetiva presenza in palcoscenico, di fatto rarissima, cronologie alla mano.
Alla sua origine attirò soprani lirici e di agilità, che aprirono la strada a cantanti attrici, destinate a trionfare solo più tardi, con la poetica verista, e baritoni legati a personaggi nobili, i cosiddetti "fini dicitori", che cantavano magari su tessiture non impossbili, quali quelle verdiane di stile francese, o soliti trionfare in ruoli quali Nevers, Valentin e, sopratto, Hamlet, ma che sapevano imporssi per l'eleganza e la ricercatezza del loro fraseggio. Non per nulla tra questi compaiono i nomi di Renaud e Battistini, "grand seigneurs" per antonomasia.

Barbara Frittoli è una cantante che ha una prerogativa speciale, oltre a quello di essere ragazza dolcissima simpatica: quella di non cantare mai le opere adatte alla sua voce. Iniziò nel tempo che fu ad andare fuori strada, con escursioni perigliose, da Parigi Dakar (usiamo questa metafora solo perché la signora Frittoli pare avere un simpatico passato di motociclista....), nel Verdi pesante, eppoi in un certo Mozart di fatica come l’Idomeneo, nonché in parte del Puccini più scomodo. Thais è l’ultima ciliegia sulla torta tra le sue scelte incaute ed incomprensibili…. Robetta,del resto, a fronte della prossima Aida. Che dire? Di tutte le sue qualità, un buon timbro, una bella musicalità nonché una certa arte del porgere le frasi, non è rimasto che l’ombra. La voce è piccola, ridotta al lumicino in volume; frequentemente ( troppo frequentemente ) senza appoggio tanto da ballare vistosamente anche al centro; gli acuti paiono diventati un’avventura; il timbro spesso si fa stridulo e chioccio. Nulla di meglio di una parte pesante per scrittura nonché per orchestrale da superare per stiracchiare quel che resta dello strumento e metterlo alla corda.
Una Thais sempre alle prese con la sua stessa sopravvivenza, impossibilitata a fraseggiare come a sedurre timbricamente, con alcun passaggi visibilmente stonati o urlacchiati.
In buona sostanza alla protagonista torinese, almeno dall'ascolto radiofonico è mancato sia quella morbidezza e rotondità di canto adatte sia alla seduttrice che alla creatura penitente, sia il "sublime nervosismo" delle grandi cantanti attrici. La Frittoli non sarebbe stata Thais nemmeno al massimo delle sue forze, così come la Cedolins alle prese con la Valois dell’altra sera. Tutte signore fuori parte, che han preso la porta del palcoscenico sbagliato e perciò costrette a fare “Ops! Che si canta qui?....ehm ehm, speriamo di arrivare in fondo…” , dando fondo a ciò che resta delle loro belle voci, che stentano a trovare rimpiazzo.

Quanto a Lado Atanaeli alle prese con un personaggio invasato, che sente il richiamo sensuale per la cortigiana al apri del desiderio di convertirla, in una perenne confusione fra talamo ed altare, ha sfoggiato una voce anche di qualità, ma in perenne difficoltà appena comparisse qualche accenno di salita. In alto suoni duri e fibrosi, che impediscono l'espressione dolce e sognante nel "D'acqua aspergoti" (cavallo di battaglia di un Battistini, ma splendida anche nell'esecuzione di Bruscantini e Bruson) sono la prova dell'assoluta imperizia a manovrare la voce e per conseguenza nessun colore, nessuna mezza tinta, ossia nulla di quelle carattersistiche che costituiscono l'armamentario del baritono nobile. Oltre tutto il metodo di canto di Atanaeli, come di tutti i baritoni oggi in carriera con la voce, falsamente oscurata (fra strozza e naso per intenderci!), impedisce che il suono si espanda e tutti questo signori facilmente suonano con voci piccole e che......non risuonano per nulla!

Thais, e non solo per la famosissima Meditazione o la descrizione di Alessandria, le complesse, bizantine e raffinate descrizioni dei luoghi, gli accompagnamenti all'ingresso dei personaggi, è opera che serve ad esaltare i direttori d'orchestra.
Gianandrea Noseda ha dato l'impressione, da ascolto radiofonico che ci riserviamo di verificare in teatro, di avere studiato solo parzialmente l'opera. In alcuni punti è parso ispirato ed elegante, come nella prima scena dei Cenobiti o nell'ingresso di Thais (avesse avuto un'altra protagonista!!!); altrove, come nella scena in casa di Nicias con gli attori o la descrizione di Alessandria o l'apparizione di Thais al terzo atto, ha diretto male, cone un' orchestra dal brutto suono, pesante e greve, priva di quell'aspetto un po' dolciastro e suggestivo che la caratteristica di Massenet e senzala quale............ Massenet non è Massenet.

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domenica 5 ottobre 2008

La Medea torinese alla radio


La stagione 2008/2009 del Teatro Regio di Torino si inaugura quest'anno con un debutto, quello della Medea di Cherubini, mai allestita prima d'ora nel teatro torinese. Titolo di grande richiamo per il pubblico e luogo di cimento di molte primedonne che sull'esempio di Maria Callas con Medea cercano di dimostrare la loro maturità d'interpreti, spesso incuranti delle loro qualità di vocaliste.

Il cast radunato a Torino era se non altro omogeneo, nessuno degli interpreti si è distinto particolarmente nella modestia generale. A partire dal direttore Evelino Pidò, che in Medea dimentica e tralascia la tragedia, la grandiosità, l'aulicità delle linee melodiche in luogo di un suono baroccheggiante il più delle volte, come nel caso della nota Ouverture, isterico più che agitato...e la grandiosità di Gui, Berstein, Schippers è solo un lontano ricordo.
Nel cast si fa notare Cinzia Forte, spoggiata in quasi tutta la linea e a disagio nella tessitura acuta dell'aria di Glauce che la porta a stonacchiare più di una volta, massime nelle salite al do, preoccupante per una cantante del suo peso vocale.
Giuseppe Filianoti, al debutto nel ruolo di Giasone, soffre della tessitura bassa e ha problemi ad intonare al centro e nella zona del passaggio, come sempre difficoltosa e perigliosa.
Il basso Parodi parla.
La protagonista invece si sforza di essere una grande interprete, accenta quasi ossessivamente ogni frase riuscendo alla fine a risultare poco credibile come Medea e più vicina ad una Santuzza in disarmo. La prova vocale è delle peggiori sentite da questa cantante, la zona centro-bassa della voce è priva di qualsivoglia spessore ed è spesso vicina al parlato, mentre dal sol in su avvengono delle vere e proprie tragedie di suoni gridati e fissi (onomatopeiche le orrende passioni). Nel finale II la cantante decide di evitare le note della linea cantata di Cherubini in luogo di un parlato di dubbio gusto prima di ritornare al grido cantato per le ultime frasi. Il picco della performance è il terzo atto in cui l'accento diventa a tratti esagitato, a tratti quello di una bambina capricciosa che incorre spesso e volentieri in suoni parlati e soprattutto gridati, al limite dello Sprechgesang, che Medea non dovrebbe affatto adoperare.
Dal secondo atto registriamo l'evoluzione della voce di Sara Mingardo (Neris) che, da contralto, è diventata sopranile: naturale e necessaria parabola delle voci che seguono i dogmi del canto baroccaro e cantano senza appoggio e sostegno del fiato.

Alla fine di questa serata ci chiediamo... che senso ha eseguire Cherubini, se lo si esegue così, tradendo la lettera e lo spirito della partitura? Ma davvero non ci sono alternative?


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domenica 8 giugno 2008

Stagioni prossime venture: L'Italia (prima puntata)

Le prime stagioni 2008-2009 annunciate dai teatri italiani, primi in Italia, ultimi nel mondo confermano che fantasia e cultura o quanto meno cognizioni del repertorio latitano.
Non che i tempi per disponibilità di cantanti e di bacchette, anche in considerazione dei recenti spettacoli scaligeri, siano propizi ma la carenza di fantasia e cultura fa il resto. Il tutto aggravato dalla circostanza che i sei - otto titoli che ciascun teatro propone accrescono ed evidenziano i limiti.

Un esempio: Trieste propone Italiana in Algeri, che propone pure Torino e che a Bologna era stata offerta nella stagione 2006-’07. Quasi a dimostrare che Rossini comico si limiti ai soliti tre titoli Barbiere, Italiana e Cenerentola. Pietra del paragone, capolavoro assoluto o Equivoco sono titoli assolutamente dimenticati E, fra l’altro, la loro proposizione, in quanto non ci sono molte differenze fra i cantanti richiesti dai titoli prescelti eviterebbe poco edificanti confronti con esecuzioni non lontanissime nel tempo, attese le peculiarità punto positive delle due protagoniste scelte. Isabella deve disporre di quell’avvenenza vocale, tecnica e stilistica che è peculiare della prima donna rossiniana, se contralto sia armata di ventaglio che di spada.
La scelta di Italiana, ossia di un titolo giocoso conferma che da tempo i teatri italiani hanno rinunciato a proporre quelli tragici, demandano il compito a quello che si crede essere il luogo artistico monopolista nel proporre i titoli seri. Certo che scorrendo il cast che Bologna propone per Gazza Ladra, titolo semiserio, con schieramento vocale da opera seria si potrebbe plaudire a questa diffusa scelta.
L’idea oggi a Bologna, ieri a Pesaro riflette la perniciosa abitudine di scegliere prima i titoli e, poi, i cantanti.
L’idea è sbagliata in assoluto, deleteria in un periodo come l’attuale di penuria di cantanti.

Sono, temo, irrimediabilmente trascorsi i tempi in cui gli addetti ai lavori dopo un bel successo si premuravano di confermare il trionfante protagonista in titolo analogo. Basta a conferma sentire i racconti di alcuni dei sopravvissuti a quell’epoca.
Un magistrale esempio di questa scelta è l’idea torinese di inaugurare con Medea. Non serve, anzi è inutile, agitare il fantasma di Maria Callas, obbligatorio quando si tratta di un titolo come Medea, basta semplicemente, essere informati dei recenti forfait e avere ascoltato le trasmissioni radiofoniche per dubitare della scelta della protagonista. E nessun melodramma più di questo si regge sulle spalle della protagonista che devono essere robuste e solide sotto il profilo tecnico ed espressivo. I nomi delle protagoniste di successo, oltre la più famosa costituisce un indizio ed un suggerimento. A demordere dalla scelta. Crediamo.
Riconosco buona dose di fantasia e coraggio hanno soccorso gli addetti ai lavori triestini (ignoro se gli attuali in carica od i pregressi) che inaugurano con Francesca da Rimini e propongono la Norma.
Francesca è uno di quei titoli di rara proposizione per la difficoltà che i ruoli protagonistici prevedono. Paolo il bello più di Francesca. E tralascio le esigenze vocali degli altri due fratelli Malatesta e della bacchetta e della pletora di comprimari.
Quanto a Norma la scommessa sta nel titolo, divenuto negli ultimi trent’anni un tabù (la stagione scaligera insegna). La Anderson sentita di recente ad Aix en Provence può essere una scelta più pertinente rispetto alle altre ad oggi avanzate.

Anche a Bologna si prova a proporre Bellini con i Puritani. Pacifica la natura di capolavoro dell’ultima opera del maestro catanese, come pure ci sembra pacifico che il teatro ne abbia affidato l’esecuzione ad una coppia protagonistica in primo cast, ottima per Il matrimonio segreto. Che è anche lui un capolavoro assoluto e valeva la pena di proporre. Meglio una buona edizione di Matrimonio segreto che una periclitante di Puritani.
Scelta coraggiosa o, almeno, fuori dal coro deve quella torinese di proporre Thais, opera francese un po’ desueta, anche se non sconosciuta vista la proposizione a Venezia ed in alcuni teatri stranieri ove Renée Fleming è di casa. Però è una sorta di unicum, quasi che i teatri italiani siano assolutamente sodali nel dimenticare che esiste il repertorio francese. Va anche rilevato che anche senza ricorrere alla versione ed alle varianti di Sybil Sanderson, il ruolo protagonistico sia al di sopra delle qualità vocali esibite dalla signora Frittoli nell’ultima sua faticosa performance milanese.

Nelle scelte generali dei teatri italiani quindi le opere francesi latitano e stento a comprenderne il motivo, atteso che molti titoli del repertorio francese erano sino a trent’anni fa largamente diffusi e che, salvo poche eccezioni, non presentano le difficoltà di quello italiano.
Come pure è inspiegabile la limitatezza nel proporre il repertorio post verdiano. Mefistofele, Wally, Loreley, Gioconda sono divenute opere tabù unitamente a Mascagni e Giordano. E parliamo anche qui di titoli e di autori di larghissima diffusione. Rimane Puccini e la Lecouvreur, titolo che se non si dispone di una grande, rodata, sicura cantante attrice è meglio, per nostra opinione, lasciar perdere.
Nel chiedere questi titoli vuoi dell’opera francese, vuoi della stagione post verdiana è opportuno precisare che la loro riproposizione regolare serve solo ad adempiere, e lo avevamo già detto riferiti alla stagione scaligera, l’obbligo di proposizione della più vasta gamma (sia pur nell’esiguità dei sei – otto titoli di prassi) di titoli.

Poi, esaminando le stagioni anche negli autori più frequentati come Puccini la fantasia è ristretta. Boheme e Tosca imperano, addirittura in coppia a Firenze, solo Boheme a Torino. Il catalogo pucciniano non è sterminato, alcuni titoli sono difficili e costosi, come il Trittico, ma non ci si può sistematicamente limitare alla triade Boheme, Tosca, Butterfly, sull’esempio del Barbiere, Cenerentola, Italiana per Rossini.
Vero è che poi se guardiamo alle scelte di opere tedesche il rarissimo e particolare Vampyr è una sorta di rara avis in cartelloni che ignorano Weber, Wagner e Strass. In vena di nostalgia avrei voglia di un bel Lohengrin in italiano, magari con un Francesco Meli nel ruolo del titolo.

Gli ascolti

V. Bellini - I Puritani - Atto III - Nel mirarti un solo istante - Alfredo Kraus & Margherita Rinaldi

G. Puccini - La Bohème - Atto III - Donde lieta uscì - Bidù Sayao

R. Zandonai - Francesca da Rimini - Atto III - Paolo, datemi pace - Ilva Ligabue & Mirto Picchi

(1 - segue)

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domenica 30 marzo 2008

Basta il nome !

E’ ormai consuetudine sentire dire nei nostri teatri d’opera che BASTA IL NOME, quasi come una volta, quando la pubblicità diceva BASTA LA PAROLA, dopo aver nominato un celebre….confetto lassativo. Potreste ben accusarci di riprendere l’analogia tra etichette farmaceutiche ed etichette operistiche, ma effettivamente pare che l’opera sia ormai, di fatto, omologata anche negli slogan al mondo del commercio, sostituita, in toto, la legge del “metallo portentoso” a quella dell’arte.
Numerose sono le dimostrazioni, ultima in ordine di tempo l’affaire della Borgia torinese, con la sparizione ( a dir poco prevedibile ) della protagonista, la sostituzione last minute con altra ancor più improbabile ed improponibile ( quando non indecente ) protagonista, e assurdo pertichino finale all’aggiornamento del cartellone online con due recite, fanalino di coda, della diva originariamente annunciata, a garantire il sold out. Sold out ....non certo l’effettiva presenza. Un dolce scivolìo fuor dal cartellone, quasi una filatura…..un morendo della primadonna.
Il Regio di Torino bissa la figuraccia fatta qualche mese fa con l’Ariane et Barbableu, missing diva Sonia Ganassi, e toglie ogni velo davanti ad abbonati e melomani itineranti sulle costumanze che reggono il moderno “andare in scena”. Si, perché soltanto una logica basata sul nome, avulsa da ogni benché minima seria considerazione sulle oggettive possibilità vocali degli artisti scritturati e, ancor peggio, pervicacemente indifferente alle condizioni in cui si trovano gran parte dei cosiddetti GRANDI, può causare queste continue offese al pubblico.
Ed anche, aggiungiamolo una volta per tutte, offese a quei cantanti che magari nome non hanno, ma che si trovano chiamati, per legge di mercato, a tappare i buchi e sostituire all’ultimo, a non volere o potere dire di no, in cerca della loro occasione, insomma a “farsi usare” da un sistema che, comunque, non darà loro spazio perché privi ……di nome! Fama costruita in molti luoghi, tutti differenti dal palcoscenico.
Già, perché mentre una faccia della medaglia investe da vicino il pubblico, turlupinato al momento in cui acquista i biglietti ( anche costosi ) per sentire il proprio beniamino, che orami troppo spesso rimane a casa, moribondo, con le corde vocali a brandelli, l’altra faccia, quella di cui noi ci dimentichiamo, è quella del mercato delle voci, dominato e schiacciato dalla medesima logica, che non dà spazio a chi, magari, vale altrettanto, ma non ha spalle larghe, o meglio, managers dalle spalle larghe. Già, perché una volta si percepiva in modo chiaro e palpabile la differenza tra chi si esibiva nei grandi teatri e chi, invece, cantava in provincia.
E, comunque, chi cantava, anche se rallentato dai giochi dei “mercanti”, riusciva ugualmente a ritagliarsi notorietà e pubblico. La storia della Rossini renaissance coincide spesso con questo fenomeno. Oggi le antiche differenze non si colgono, perchè…non ci sono!
Due le conseguenze: spesso il cosiddetto secondo cast offra prestazioni superiori a quelle dei primi, più celebri e blasonati; non esistono più i teatri di provincia, essenziali per farsi le ossa, lontani da pericolosi debutti e dove si esibiscono professionisti di grandi o buone capacità cui, poco è mancato per la grandissima carriera.
Un tempo non lontano allestire senza guai opere come Forza del destino o Ballo in maschera era la regola oggi questi ed altri titoli sono naufragi e guai certi e sicuri.
Del resto il meccanismo è chiaro e scoperto. E’ di questi giorni la notizia del “pompaggio” in atto nei più grandi teatri del mondo di una tra le tante, una ragazzina certo di bell’aspetto, ma di modestissime qualità vocali e parecchi inciampi tecnici, da non riuscire a convincere nel “Oh, mio babbino caro”. Ma il management pensa che BASTA IL NOME, crea il nome e il gioco è fatto! E così ecco i vuoti articoli pubblicitari sulle riviste, le interviste, i fori, i Loggioni, insomma ….tutto l’armamentario usato e liso dei venditori di….confetti lassativi! Perché l’importante è creare una famigliarità tra noi e questi aspiranti divi, il nostro riconoscimento dei loro volti e del loro NOME sulle locandine ed il gioco è fatto. E finchè il gioco regge, il nome è tale. Quando non regge più……se ne sforna un altro, come i papi e i cardinali dei proverbi!
E così assistiamo agli imbarazzanti cambi di rotta dei mass media, dei portatori di banner pubblicitari e di foto omaggio natalizie, cooptatori di giovani affascinanti dall’opera, ma inesperti ( e che tali devono rimanere, altrimenti chi li convince la volta dopo della qualità dei prodotti di agenzia??!!), che si rivoltano improvvisamente contro chi, di fatto, è ancora quello di qualche mese prima, ossia….un NOME!.....con tutto ciò che ne consegue per la credibilità della critica...
….Però…..però….in effetti adesso c’è un PERO’ con cui i moderni mercanti di giovani non fanno i conti, ossia che le ultime generazioni di cantori non sono solide come quelle che li hanno preceduti. Perché la mostruosa robustezza di lavoratori indefessi ed instancabili colonne dello stars system come le grandi Caballè prima, poi, i meno bravi Domingo o peggio, le Ricciarelli o le Studer, è perduta. Perché anche il loro canto generico e qualunquista, quando non addirittura malcanto, è inarrivabile per gli odierni tuttofare, che di quelli non hanno né la preparazione tecnica minimale, né le doti naturali eccellenti. Spesso nemmeno il saper stare in scena ad onta di fisici e pose da pubblicità di profumi ed intimo !!!!.
I NOMI del nostro presente hanno delle durate di carriera che in proiezione sono assai più brevi delle programmazioni in cui si avventurano grandi teatri,.. Barcellona…New York..etc., anzi a dire il vero, in taluni casi nemmeno garantiscono la stagione successiva. L’ultima Lucia del Metropolitan è riuscita a scioccarci, se ancora è possibile, per lo stato in cui versava il tenore, una delle più belle voci degli ultimi anni, che avrebbe meritato solo la protesta da parte del teatro.
Viene da domandarsi a che pensino i signori, che compilano i cartelloni e quali siano presupposti che li muovono. Immaginiamo che le risposte siano che i nomi hanno grande utilità, perché consentono loro di pensare poco a ciò che fanno, nascondendosi comodamente dietro di loro sia davanti ai consigli di amministrazione che davanti al pubblico, nel presupposto, oramai assai fondato, che alla gente …..BASTA IL NOME. La prova viene proprio dalle performances incredibili cui alcuni grandi teatri hanno abituato il loro pubblico, e l’ultima Lucia del Met continua ad essere l’esempio.
La logica del nome cristallizza l’incontro tra l’offerta mercantile ed il grande pubblico, che si riconosce nella diva formato top model, o il divo di stampo cinematografico, ossia nell’immagine, ma non certo nel suono. Ne sono la prova le considerazioni amare di cantanti come la Sutherland, “ Al giorno d’oggi non farei carriera! ” e ci si domanda se la grande Dame alluda al pubblico disabituato al canto professionale o a chi è delegato a scritturare i cantanti. Mi piacerebbe assistere a selezioni dove grandi e mediocri del passato o anche cantanti di oggi venissero audizionati da direttori artistici bendati, incapaci di riconoscerne i nomi e vedere cosa sceglierebbero in forza delle loro nude orecchie. Chissa a quali sconvolgenti graduatorie assisteremmo! Forse la benda non serve neppure, ripensandoci, perché dubito che molti di questi signori abbiamo minima dimestichezza e cognizione del recente passato.
Mi domando se gli addetti ai lavori riflettano sul sistema di cui sono consapevole e colpevole parte. Sistema che ha reso regola non solo arrivare tardivamente alle prove, ma arrivarci in male arnese; sparire all’ultimo minuto e lasciare il teatro nel panico; farsi venire in gola tutto quel che può venire sino a, restare afoni, senza riuscire ad ultimare la recita ( penso ai recenti protagonisti maschili di Tristano milanese e newyorkese o del Ballo parigino; alla Violetta milanese lo scorso anno; ai forfait del Liceu; agli “incidenti” occorsi alle due ultime edizioni del ROF e chi più ne ha più ne metta…!!).
Gli arrivi all’ultimo dei censurati Caballé, Domingo, Ricciarelli e Carreras poggiavano, sembra paradosso dirlo, su ben altri e solidi elementi.
E guai a chi si permette di affermare che l’incidente e la malattia, ora anche le gravidanze, siano diventati strumenti attivi di gestione delle stagioni; guai a chi si permette brevi sguardi di carattere generale, come questo, perché sarebbe certo un catastrofista e non una persona che mette insieme dati oggettivi e documentati, che facilmente si offrono all’analisi “statistica”ed alle sue desolanti conclusioni; guai a chi avesse il coraggio di impugnare la penna su una testata ufficiale di settore, perché lì …il silenzio, anzi l’assenso è doveroso. Tanto doveroso che la schierata critica riscrive le sue monumentali recensioni, illuminata dall’arte canora dell’ultimo divo o diva, propiziata dal sistema. E soprattutto guai ad interrogarsi sul PERCHE’ di questi declini tanto rapidi, quanto impressionanti e sofferti, di cantanti, che, sfasciati ed esausti, continuano ad essere scritturati per impegni impossibili nella sola idea, con i fenomeni, che hanno condotto a questi sia pure parziali pensieri. Si deve rispondere oggi cantano troppo. Se chi afferma tale banalità leggesse la cronologia di un qualsiasi divo sino agli anni ’60 o ’70 dovrebbe rimangiarsi le proprie disinformate opinioni.
Chiedersi il PERCHE’ è la sola cosa che la logica del nome non ammette, perché la spiegazione vera, quella che viene dalla competenza in materia di tecnica vocale per chi canta, e di competenza nelle scelte dei cantanti sui ruoli per chi sceglie e gestisce, metterebbe in crisi questo sistema. E’ più comodo sedersi, obbligare il pubblico ad ingoiare ogni cosa amministrando l’opinione pubblica a mezzo riviste e fori, autogiustificandosi con la nenia che al presente non ci sono più le voci di un tempo perchè estinte causa misteriosa glaciazione, anziché ammettere che , invece, le voci ci sono, ma che le male amministriamo, a tempo di USA E GETTA. E’ meglio continuare a navigare così, a suon di mezzucci, pubblicità e peana comprati secondo bisogno, immagino presto anche una programmazione dei forfait e dei tappabuchi che rimpiazzeranno il latitante NOME di turno…
Quanto a noi, il pubblico, siamo in grado di fare a meno dei NOMI? Siamo certi di ascoltare e valutare con la medesima attenzione e considerazione i NOMI e gli sconosciuti?

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