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lunedì 20 settembre 2010

Poliuto a Bergamo: pollice verso!

“Leoni per tutti!!” : questa è la sintesi finale dell’ennesima spedizione punitiva che ha avuto luogo ieri in quel di Bergamo. E non è un pubblico da circo romano quello che ha giustiziato con violenza, inaudita ma giusta, tre quarti del cast e graziato per miracolo il resto, bensì un pubblico scandalizzato ed arrabbiato dalla mortificazione e dal massacro che annualmente si compie a Bergamo dei capolavori di Donizetti e affini.
Ciclicamente vengono allestite produzioni simili di titoli must della storia dell’opera italiana, titoli rari ma amatissimi, con tale dilettantesca leggerezza, tale sciatta approssimazione ed irritante presunzione di essere all’altezza del compito, da scatenare reazioni furibonde di fronte a cast inadeguati oltre misura, collocati in allestimenti pacchiani e senza idee che finiscono per sfregiare fino alla beffa il compositore che presumono di celebrare.


Volete i dettagli macabri?
Sinteticamente:
- una Paolina indecorosa, chiamata senza alcuna ragione artistica razionale e dimostrabile, che ha urlato, berciato, stonato, ululato, cempennato ( oltre che sforbiciato e manomesso in tonalità la sortita direi..) tutta la parte, aggirandosi per la scena ( per volontà registica, certamente ) come la parodia di una diva del muto. Collocare una cantante dotata di siffatta vocalità, note centrali aperte e sguaiate oppure masticate tra i denti come sassi, acuti buttati fuori come urla, agilità alla miritorniinmente, e soprattutto con un emissione compromessa da anni di repertorio pesante amministrato con scarse cognizioni tecniche, è prova di assoluta ignoranza in fatto di canto, solo perché della malafede non ne abbiamo la prova.

- un Poliuto inadatto al compito, dalla voce vuota al centro e legnosa, senza più possibilità di legare i suoni, stonato nell’entrata e sfiancato già al finale secondo. Ha miracolosamente retto l’intonazione nel duetto finale con la consorte, completamente stonata, per poi gridare esausto l’intero finale, dove la benzina era evidentemente finita. Della sua serata si può salvare soltanto la grande scena del secondo atto, eseguita integralmente e variando opportunamente il da capo, che ha riscosso il solo vero applauso della serata. Spiacente per i Kunde-boys, numerosissimi e affezionati, ma fare il baritenore in Rossini è una cosa, altro è essere tenore di forza in Donizetti, su una scrittura assai più orizzontale e connotata da toni epici differenti. L’anziano contraltino può anche convincere o passare in parti Nozzari, ma ieri era soltanto un tenore….vecchio, con tutti i difetti dei tenori alla fine, ed alle mende suddette aggiungo i portamenti continui, il senso di sforzo, la durezza del timbro, la fatica. Solo gli acuti sono ancora note brillanti, perchè appartengono alla vera voce di questo tenore, ma ahimè, ieri non bastavano.

- Il Severo di Simone del Savio, il solo passato indenne tra le forche caudine del pubblico, è stato incolore, privo di autorità scenica e vocale. Non avere voce per farsi sentire più di tanto a volte aiuta, si scivola via alla chetichella, ma non per questo la prova è stata positiva. Il suo canto non ha avuto ampiezza o rotondità alcuna, le frasi importanti tutte messe là senza colore o accento, gli acuti spinti e di fibra ( alcuni poi ci potevano essere risparmiati davvero…). Una prova insufficiente anche la sua.

- La bacchetta del maestro Rota ha afflitto anche quest’ultima produzione bergamasca. Alla direzione artistica non erano già bastati le precedenti esperienze? Ai melomani si, tutto ci era chiarissimo.
Con una compagine orchestrale che era circa la metà di quella dell’Occasione fa il ladro del progetto Accademia scaligero di sabato sera ( !!!! ), il maestro Rota ha diretto mollemente “polleggiato” una sorta di scampagnata paesana domenicale, ridicolizzando regolarmente il tasso tragico dell’opera di Donizetti a cominciare dal tema delle “Arpe angeliche” dell’ouverture, e di lì sino alla fine, con una desolante assenza di tensione drammaturgica, di nerbo, insomma di senso del testo donizettiano. Non parliamo poi della qualità del suono, chè sarebbe pretender troppo. Come pure è pretender troppo che una bacchetta che si trovi a gestire un cast tanto deficitario sappia suggerire qualche artificio o correzione, ( urgenti per la sig. Marrocu in certe frasi acute del duetto finale, che hanno suscitato gli sbeffeggi a scena aperta del pubblico ) quando non qualche doveroso soccorso, come al tenore in difficoltà nella scena del battesimo, solo per esemplificare.

- Brutto e contestato l’allestimento, corredato pure di note critiche del regista all’opera nel programma di sala, note che da sole dimostrano come l’opera lirica non possa trovare via di riscatto alcuna sin tanto che la riflessione che si fa sui testi è di questo tipo. Ci è stata dispensata la sola commistione di romanità e fascismo, vista rivista e stravista e arcirivista, con protagonisti e coro in abiti anni ’40, salotto da conversazione privata domestica, con tanto di cameriere che serve il thè, stile Macintosh della mutua, immancabile specchio pendente dal soffitto e dio-totem fallico dorato sullo sfondo. Paccottiglia senza idee e senza gusto, e soprattutto, senza niente da dire.

Noi invece abbiamo qualche riflessione da sottoporre, di ordine generale, per un Festival Donizetti che non riesce a trovare una ragione di esistenza. Non mi sento come una mia giovane conoscenza, che durante un intervallo, manifestandomi il suo pensiero, mi ha detto che in fondo a Bergamo si va per ridere. Forse i giovani praticano cinicamente una real politik assai diversa dalla nostra di fronte alla vita e, dunque, anche al teatro…non so. Saremo noi dei dinosauri, ma, a mio modo di vedere, la contestazione doverosa ad un cantante non diverte, soprattutto se un’opera come questa viene fatta a pezzi e snaturata. E se il fatto ciclicamente si ripete, perché si va in scena con spettacoli indecenti ( e cito l’Anna Bolena, preceduta peraltro da un Devereux dello stesso livello anche se di diverso riscontro di pubblico; la Lucrezia Borgia; i Puritani; la Favorite..) vuol dire che non si tratta di casi eccezionali, ma di una regola legata ai criteri di scelta che governano la costruzione del cartellone.
Un festival ha il compito istituzionale di tutelare la memoria storica e le prassi esecutive di un compositore, di rappresentarlo al meglio, di essere il riferimento per tutti gli altri teatri che allestiscano quell’autore. Donizetti con i suoi 70 titoli ed altrettanti rifacimenti, a differenza di Bellini, Rossini o Puccini, è un compositore che ancora necessita di un festival dedicato, perché ci sono questioni filologiche importanti da gestire, titoli anche eccellenti, desueti o rarissimamente proposti, insomma, una produzione musicale ai più ignota per molti aspetti. Eppure il Donizetti Festival non riesce a sganciarsi dal tasso delle produzioni paesane destinate al pubblico bergamasco ( che ieri anche era composto perlopiù da anziani …), produce e coproduce allestimenti di titoli assolutamente impegnativi e per i quali, di fatto, non esistono più cantanti con errori marchiani di cast, si affida a cantanti macroscopicamente inferiori all’onerosità di certe ruoli ( quelli del Donizetti post 1830 richiedono voci anche di un certo tonnellaggio, oggi di fatto inesistenti …) per poi lamentare l’assalto di onde barbariche extramurane, dimenticando che scelte come quelle operate sulla parte di Paolina sono ben più di una semplice provocazione al pubblico dei melomani.
Fatto sta che a Bergamo anziché conservare una memoria del grandissimo compositore e dei suoi coetanei, se ne crea una nuova, quella grottesca che abbiamo visto ieri come già altre volte negli anni recenti, e penso alla Bolena, alla Borgia ed ai Puritani in particolare.
Se si spendono i denari pubblici o degli sponsor sotto l’etichetta “festival” o si cambia rotta, e alla svelta, o si smette, perché i tagli alla cultura che il nostro governo sta praticando appaiono, in questo caso, giustificati e doverosi tagli allo spreco e all’ignoranza.

Dedicheremo alla Direzione Artistica il prossimo post, il "Poliuto della riparazione."

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domenica 18 gennaio 2009

Cavete Arthurum: Puritani a Bologna, secondo e terzo cast

Come anticipato, abbiamo assistito a due delle repliche dei Puritani bolognesi, principalmente, lo confessiamo, per ascoltare i due tenori che, con Florez, hanno sostenuto in questi giorni la parte di Arturo. Complimenti alla dirigenza del Comunale, che è riuscita a scritturare contemporaneamente ben tre artisti disposti ad affrontare questo ruolo mitico e da molti ritenuto alle soglie dell’inaffrontabile. Ciò detto, va rilevato che nessuno dei tre convocati si è dimostrato all’altezza dell’arduo compito.

Di Florez, corretto ma di limitato volume e peso specifico inadeguato al personaggio, oltre che non sempre appropriato nel fraseggio, abbiamo detto recensendo la première. Nel secondo cast dello spettacolo, per due recite soltanto (9 e 16 gennaio), ha cantato Celso Albelo, giovane tenore spagnolo che debuttava nel titolo. La sera del 9 (da noi ascoltata tramite una registrazione in house) il cantante aveva affrontato la parte con spavalderia, cercando di coniugare accento eroico e morbidezza di canto. Il tentativo era riuscito solo in parte: cercando di simulare un tonnellaggio vocale che non gli è proprio (la voce, da noi già udita dal vivo nel Tell di Santa Cecilia, novembre 2007, è di lirico leggero), il tenore aveva spinto eccessivamente, segnatamente sugli acuti, spesso risultati strozzati e di intonazione incerta, e in un paio di casi vistosamente calanti. La scelta di forzare aveva privato il canto di brillantezza e di quelle nuance che di Rubini erano la cifra caratteristica e cui Bellini aveva evidentemente pensato, disseminando la partitura di variazioni dinamiche ed agogiche che non sempre Albelo aveva non dico risolto, ma tentato di affrontare. Il 16, prima della rappresentazione, il teatro ha annunciato che Albelo avrebbe cantato malgrado un lieve raffreddore. All’entrata il tenore ha cantato come la sera del 9, con voce sufficientemente ampia e di timbro chiaro, ma anche faticando vistosamente nel legare i suoni e con intonazione incerta particolarmente nella zona che precede e coincide con il passaggio (re-sol) e sul primo acuto (la) de “fra la gioia e l’esultar”. All’attacco della seconda strofa la voce risultava davvero malferma e sporca, e dopo il do diesis (preso di forza e fortunosamente intonato) di “se rammento il mio tormento” il canto si è trasformato in una serie di rantolii e suoni accennati in cui era difficile trovare traccia di quanto previsto dall’autore. Nel dialogo con Enrichetta le intenzioni di Albelo sono apparse opportune ed adeguate, ma la necessità di spingere per risolvere un momento di slancio come “Non parlar di lei che adoro” ha polverizzato quello che rimaneva della voce del tenore, la cui cadenza “e la vergine adorata” si è risolta in una serie di suoni strozzati, davvero penosi e imbarazzanti. La pausa della polacca ha permesso al tenore di recuperare un po’ di energia e volume da sfoggiare alla sfida, ma l’attacco del terzetto e la tessitura alta dello stesso hanno ricondotto Albelo a suoni rauchi che sarebbe eufemistico definire stonati. A quel punto una voce dal pubblico ha urlato per due volte, a breve distanza, “basta!”. Il tenore ha smesso di cantare e ha lasciato la scena. Dopo una breve pausa, l’opera è ripresa dal recitativo dopo il terzetto (in assenza di Arturo, ovviamente) e il primo atto si è concluso normalmente.
Prima del terzo atto, è stato comunicato che Albelo, malgrado l’aggravarsi della sua indisposizione, avrebbe portato a termine la recita. Il recitativo di entrata, malgrado l’evidente fatica, è stato risolto con intelligenza e solo qualche slittamento d’intonazione, ma a partire dal primo la bemolle acuto (“Elvira, ah Elvira!”) sono ricomparsi i suoni stonati e stimbrati destinati a farla da padroni sino alla fine della serata, soprattutto in fascia centrale (canzone, duetto con Elvira), anche perché gli acuti e sovracuti scritti del duetto, salvo quello sul si di “d’ogni pianto” all’attacco, sono stati trasportati al grave (con raggiusti che sembravano improvvisati, e probabilmente lo erano) o semplicemente eliminati (soppresso anche il fa sul passaggio di “ti chiamo e te sol bramo, ah”), salvo poi aggiungere in chiusura un do sovracuto a squarciagola (già squarciata, purtroppo). Identici problemi nel “Credeasi misera” e nella cabaletta finale, chiusa peraltro da un re sovracuto corto e calante.

Intendiamoci: un’indisposizione è capitata, capita e capiterà sempre a tutti gli artisti, anche ai più grandi, ma non basta un raffreddore, per quanto grave, a rendere il canto così slabbrato e sgraziato. La nostra impressione è che Albelo, al di là della forma fisica non ottimale, abbia pagato lo scotto di una prima recita di Puritani cantata al di sopra dei propri mezzi e con il mero utilizzo e conseguente sovraccarico delle corde vocali, cui è stato richiesto di supplire alle lacune della tecnica di canto. Tecnica che, per inciso, è massimamente utile proprio in quelle serate che per vari motivi “non girano” e in cui è consigliabile cantare “sugli interessi” e non “sul capitale”. Insomma, giocare al risparmio, per cercare di salvare non solo la serata, ma anche la faccia e, più ancora, la voce. E questo vale anche per il direttore, che avrebbe dovuto proporre e, nel caso, imporre non soltanto un ridotto volume orchestrale, ma anche una serie di provvidenziali tagli alla partitura. Non si propongono i Puritani in edizione (pseudo) integrale con un tenore in quelle condizioni, quale che sia la causa delle stesse. Non potendo contare su un sostituto (a questo avrebbe dovuto provvedere il Teatro, ma dubitiamo che sarebbe stato possibile trovare un… quarto Arturo all’ultimo momento!), Mariotti avrebbe dovuto come minimo tagliare il terzetto e la cabaletta finale (e forse anche una strofa della canzone del trovatore), presentandosi magari al pubblico prima dello spettacolo per spiegare le ragioni della forbice così tempestivamente applicata (forbice che è stata poi applicata per cause di forza maggiore, lasciando nell’imbarazzo e nell’incertezza esecutori e pubblico). Certo questo avrebbe supposto, da parte di Albelo, una maggiore consapevolezza e del proprio stato di salute e delle proprie condizioni vocali rispetto al ruolo di Arturo. Ma è inverosimile che un tenore che elimina acuti e sovracuti scritti, per aggiungerne altri ad libitum (peraltro stonati), disponga di una simile autocoscienza. Per dovere di cronaca registriamo che il generoso pubblico bolognese ha premiato la simpatia e l’audacia del cantante spagnolo tributandogli applausi a scena aperta e una vera e propria ovazione dopo il “Vieni fra queste braccia”.

Se in Albelo abbiamo ravvisato, tra una forzatura e l’altra, almeno l’ombra del cavaliere altero e valoroso che dovrebbe essere Arturo, nulla di tutto questo ci è stato possibile individuare nel canto di Ivan Magrì, che per due sere (13 e 15 gennaio: noi abbiamo visto la prima) ha cantato a Bologna nell’ambito delle recite destinate agli allievi della Scuola dell’Opera Italiana del Teatro Comunale. Siffatte rappresentazioni intendono riprendere i titoli della stagione “canonica”, ponendosi quindi a metà strada fra il saggio di conservatorio e la recita propriamente detta. Premesso che simili lodevoli iniziative sortirebbero assai maggiore profitto se applicate a titoli un poco meno ostici dei Puritani (una bella Serva padrona, magari), l’interesse di questi Puritani “dei giovani” era costituito dalla presenza di Magrì, che a dispetto della giovane età è già comparso nelle stagioni ufficiali dei nostri teatri (ricordiamo lo sposino della Lucia di Lammermoor sempre a Bologna, lo scorso anno, e il Fernando nel Marino Faliero bergamasco, un paio di mesi fa). Ebbene, Magrì ha cantato con voce enorme (il triplo di quella sfoggiata da Florez nei momenti di maggiore intensità), anche di bel colore ma totalmente sprovvista del sostegno e conforto di una tecnica di canto che aspiri a essere minimamente professionale. In fascia centrale non suonava neppure immascherata, con quale efficacia nel rendere la nobiltà del personaggio, è facile immaginare. L’acuto è poi assolutamente aleatorio, con molti suoni presi alla sperindio e aggiustati all’ultimo secondo, con deprecabili effetti di glissando. Spiace vedere questa immensa dote naturale abbandonata a se stessa, e ci auguriamo che Magrì riesca a trovare, con il tempo e lo studio, un’impostazione vocale che lo renda in grado di affrontare questo, ma anche altri repertori (un Cavaradossi con una simile voce costituirebbe, oggi come oggi, più un unicum che una rarità).

Le due Elvire non offrivano maggiori motivi di conforto. Yolanda Auyanet ha centri più corposi della Machaidze ma un’analoga tendenza a spingere i suoni e a risolvere con sciatteria la copiosa coloratura prevista dal ruolo. L’acuto è importante, ma non di rado fisso e in molti casi anche stonato. Ha avuto bei momenti nel cantabile della pazzia, in cui qualche frase sapientemente legata al centro ha messo in luce almeno parte del potenziale di una scena che, la sera della prima, era scivolata via nell’indifferenza quasi totale. Tutt’altra cosa, comunque, rispetto a Hale Soner, Elvira nel cast dei giovani, che ha cantato con voce da minisoubrette, inesistente in prima ottava, stridula in acuto e abbastanza sicura solo nei sovracuti (è stata, delle tre Elvire, l'unica a tentare le varianti in alto nel finale primo), stremata dalla coloratura, spesso e volentieri spinta nel tentativo (quasi sempre frustrato) di risultare udibile. A lei potremmo consigliare di continuare con lo studio e comunque di indirizzarsi verso un repertorio più abbordabile (Susanna, Despina e così via).

Simone Del Savio, nei panni di Riccardo nel secondo cast, è risultato meno becero rispetto a Viviani, cercando, soprattutto nella cavatina, omogeneità dei registri e un canto sfumato, a onta di un registro medio-acuto non sempre impeccabile. Purtroppo, in altre parti, e particolarmente alla sfida e nel finale dell'opera, la ricerca di un accento veemente ha compromesso la tenuta della linea vocale. L’emissione, inoltre, non è sufficientemente stilizzata per risultare totalmente convincente in questo repertorio. Dal canto suo Kartal Karagedik ha sfoggiato voce di discreto calibro e nulla più (per giunta con una notevole tendenza ad andare “indietro”), legato faticoso, scarsa consistenza dei gravi e, a livello espressivo, una brutalità piuttosto irritante (e tralasciamo il taglio del da capo della cabaletta).

Come Giorgio, Giovanni Battista Parodi, dalla voce legnosa e che stenta a legare i suoni (con grave pregiudizio del “Cinta di fiori”), è comunque risultato più efficiente di D’Arcangelo, se non altro nel volume di voce. Di grande effetto la “canna” sfoggiata da Alexey Yakimov, nel cast dei giovani: una voce ampia e ricca, tipicamente russa, che ci piacerebbe riascoltare in un Boris o in una Kovancina, o comunque in un titolo in cui l’emissione ingolfata e il fraseggio monotono risultino un filo meno fastidiosi.

Resta da dire del direttore del cast dei giovani, Alessandro Vitiello, che pur cercando tempi meno frenetici rispetto a Mariotti ha concertato senza grazia e con numerosi sfasamenti fra orchestra e cantanti (notevole, nel finale, la mancata intesa con i solisti alla cabaletta finale, attaccata da soprano e tenore in ritardo e a mezza voce).

Insomma, i due cast alternativi hanno confermato che, come tutti i grandi titoli del Belcanto, i Puritani non sono opera che possa farsi “tanto per fare”. E che non bastano la buona volontà, l’impegno e nemmeno... il fa sovracuto, per fare un buon Arturo o una vera Elvira.



Gli ascolti

Bellini - I Puritani

Atto I

A te o cara - Marcelo Alvarez (con Ciofi, Alberghini, Zanellato & Buffoli) (1997)


Atto III

Finì... Me lassa!...Nel mirarti un solo istante - Joan Sutherland & Nicola Filacuridi (1960)

Credeasi misera - Aldo Bertolo (con Devia, de Corato & Surjan) (1985)


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