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lunedì 20 settembre 2010

Poliuto a Bergamo: pollice verso!

“Leoni per tutti!!” : questa è la sintesi finale dell’ennesima spedizione punitiva che ha avuto luogo ieri in quel di Bergamo. E non è un pubblico da circo romano quello che ha giustiziato con violenza, inaudita ma giusta, tre quarti del cast e graziato per miracolo il resto, bensì un pubblico scandalizzato ed arrabbiato dalla mortificazione e dal massacro che annualmente si compie a Bergamo dei capolavori di Donizetti e affini.
Ciclicamente vengono allestite produzioni simili di titoli must della storia dell’opera italiana, titoli rari ma amatissimi, con tale dilettantesca leggerezza, tale sciatta approssimazione ed irritante presunzione di essere all’altezza del compito, da scatenare reazioni furibonde di fronte a cast inadeguati oltre misura, collocati in allestimenti pacchiani e senza idee che finiscono per sfregiare fino alla beffa il compositore che presumono di celebrare.


Volete i dettagli macabri?
Sinteticamente:
- una Paolina indecorosa, chiamata senza alcuna ragione artistica razionale e dimostrabile, che ha urlato, berciato, stonato, ululato, cempennato ( oltre che sforbiciato e manomesso in tonalità la sortita direi..) tutta la parte, aggirandosi per la scena ( per volontà registica, certamente ) come la parodia di una diva del muto. Collocare una cantante dotata di siffatta vocalità, note centrali aperte e sguaiate oppure masticate tra i denti come sassi, acuti buttati fuori come urla, agilità alla miritorniinmente, e soprattutto con un emissione compromessa da anni di repertorio pesante amministrato con scarse cognizioni tecniche, è prova di assoluta ignoranza in fatto di canto, solo perché della malafede non ne abbiamo la prova.

- un Poliuto inadatto al compito, dalla voce vuota al centro e legnosa, senza più possibilità di legare i suoni, stonato nell’entrata e sfiancato già al finale secondo. Ha miracolosamente retto l’intonazione nel duetto finale con la consorte, completamente stonata, per poi gridare esausto l’intero finale, dove la benzina era evidentemente finita. Della sua serata si può salvare soltanto la grande scena del secondo atto, eseguita integralmente e variando opportunamente il da capo, che ha riscosso il solo vero applauso della serata. Spiacente per i Kunde-boys, numerosissimi e affezionati, ma fare il baritenore in Rossini è una cosa, altro è essere tenore di forza in Donizetti, su una scrittura assai più orizzontale e connotata da toni epici differenti. L’anziano contraltino può anche convincere o passare in parti Nozzari, ma ieri era soltanto un tenore….vecchio, con tutti i difetti dei tenori alla fine, ed alle mende suddette aggiungo i portamenti continui, il senso di sforzo, la durezza del timbro, la fatica. Solo gli acuti sono ancora note brillanti, perchè appartengono alla vera voce di questo tenore, ma ahimè, ieri non bastavano.

- Il Severo di Simone del Savio, il solo passato indenne tra le forche caudine del pubblico, è stato incolore, privo di autorità scenica e vocale. Non avere voce per farsi sentire più di tanto a volte aiuta, si scivola via alla chetichella, ma non per questo la prova è stata positiva. Il suo canto non ha avuto ampiezza o rotondità alcuna, le frasi importanti tutte messe là senza colore o accento, gli acuti spinti e di fibra ( alcuni poi ci potevano essere risparmiati davvero…). Una prova insufficiente anche la sua.

- La bacchetta del maestro Rota ha afflitto anche quest’ultima produzione bergamasca. Alla direzione artistica non erano già bastati le precedenti esperienze? Ai melomani si, tutto ci era chiarissimo.
Con una compagine orchestrale che era circa la metà di quella dell’Occasione fa il ladro del progetto Accademia scaligero di sabato sera ( !!!! ), il maestro Rota ha diretto mollemente “polleggiato” una sorta di scampagnata paesana domenicale, ridicolizzando regolarmente il tasso tragico dell’opera di Donizetti a cominciare dal tema delle “Arpe angeliche” dell’ouverture, e di lì sino alla fine, con una desolante assenza di tensione drammaturgica, di nerbo, insomma di senso del testo donizettiano. Non parliamo poi della qualità del suono, chè sarebbe pretender troppo. Come pure è pretender troppo che una bacchetta che si trovi a gestire un cast tanto deficitario sappia suggerire qualche artificio o correzione, ( urgenti per la sig. Marrocu in certe frasi acute del duetto finale, che hanno suscitato gli sbeffeggi a scena aperta del pubblico ) quando non qualche doveroso soccorso, come al tenore in difficoltà nella scena del battesimo, solo per esemplificare.

- Brutto e contestato l’allestimento, corredato pure di note critiche del regista all’opera nel programma di sala, note che da sole dimostrano come l’opera lirica non possa trovare via di riscatto alcuna sin tanto che la riflessione che si fa sui testi è di questo tipo. Ci è stata dispensata la sola commistione di romanità e fascismo, vista rivista e stravista e arcirivista, con protagonisti e coro in abiti anni ’40, salotto da conversazione privata domestica, con tanto di cameriere che serve il thè, stile Macintosh della mutua, immancabile specchio pendente dal soffitto e dio-totem fallico dorato sullo sfondo. Paccottiglia senza idee e senza gusto, e soprattutto, senza niente da dire.

Noi invece abbiamo qualche riflessione da sottoporre, di ordine generale, per un Festival Donizetti che non riesce a trovare una ragione di esistenza. Non mi sento come una mia giovane conoscenza, che durante un intervallo, manifestandomi il suo pensiero, mi ha detto che in fondo a Bergamo si va per ridere. Forse i giovani praticano cinicamente una real politik assai diversa dalla nostra di fronte alla vita e, dunque, anche al teatro…non so. Saremo noi dei dinosauri, ma, a mio modo di vedere, la contestazione doverosa ad un cantante non diverte, soprattutto se un’opera come questa viene fatta a pezzi e snaturata. E se il fatto ciclicamente si ripete, perché si va in scena con spettacoli indecenti ( e cito l’Anna Bolena, preceduta peraltro da un Devereux dello stesso livello anche se di diverso riscontro di pubblico; la Lucrezia Borgia; i Puritani; la Favorite..) vuol dire che non si tratta di casi eccezionali, ma di una regola legata ai criteri di scelta che governano la costruzione del cartellone.
Un festival ha il compito istituzionale di tutelare la memoria storica e le prassi esecutive di un compositore, di rappresentarlo al meglio, di essere il riferimento per tutti gli altri teatri che allestiscano quell’autore. Donizetti con i suoi 70 titoli ed altrettanti rifacimenti, a differenza di Bellini, Rossini o Puccini, è un compositore che ancora necessita di un festival dedicato, perché ci sono questioni filologiche importanti da gestire, titoli anche eccellenti, desueti o rarissimamente proposti, insomma, una produzione musicale ai più ignota per molti aspetti. Eppure il Donizetti Festival non riesce a sganciarsi dal tasso delle produzioni paesane destinate al pubblico bergamasco ( che ieri anche era composto perlopiù da anziani …), produce e coproduce allestimenti di titoli assolutamente impegnativi e per i quali, di fatto, non esistono più cantanti con errori marchiani di cast, si affida a cantanti macroscopicamente inferiori all’onerosità di certe ruoli ( quelli del Donizetti post 1830 richiedono voci anche di un certo tonnellaggio, oggi di fatto inesistenti …) per poi lamentare l’assalto di onde barbariche extramurane, dimenticando che scelte come quelle operate sulla parte di Paolina sono ben più di una semplice provocazione al pubblico dei melomani.
Fatto sta che a Bergamo anziché conservare una memoria del grandissimo compositore e dei suoi coetanei, se ne crea una nuova, quella grottesca che abbiamo visto ieri come già altre volte negli anni recenti, e penso alla Bolena, alla Borgia ed ai Puritani in particolare.
Se si spendono i denari pubblici o degli sponsor sotto l’etichetta “festival” o si cambia rotta, e alla svelta, o si smette, perché i tagli alla cultura che il nostro governo sta praticando appaiono, in questo caso, giustificati e doverosi tagli allo spreco e all’ignoranza.

Dedicheremo alla Direzione Artistica il prossimo post, il "Poliuto della riparazione."

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venerdì 20 agosto 2010

Mese di agosto XI - Opera tragica, terza puntata: Medea in Corinto

Giovanni Simone Mayr, conosciuto tutt’al più per essere stato il maestro di Donizetti (che nel 1806 ebbe i suoi primi rudimenti musicali proprio grazie alle Lezioni Caritatevoli che il compositore tedesco aveva istituito a Bergamo), fu in realtà autore molto fecondo e, per un certo periodo, conobbe fama, successi e onori. Nato in Baviera nel 1763, ricevette la propria istruzione musicale dal padre, perfezionandosi in breve tempo nello studio della viola di cui divenne riconosciuto virtuoso. Si trasferì presto in Italia (prima a Venezia e poi a Bergamo), dove si svolse la sua parabola artistica. Le sue spoglie riposano nella cattedrale della sua città d’adozione, accanto a quelle dell’allievo prediletto. Uomo di cultura (studiò diritto canonico e teologia all’università di Ingolstadt) e con la passione per la didattica, scrisse quasi 70 opere nell’arco di un trentennio – fino al 1824, quando i disturbi alla vista (che lo portarono alla quasi totale cecità) lo costrinsero a ritirarsi dal teatro – a cui vanno aggiunte almeno 60 sinfonie, 12 oratori (la maggior parte risalente al periodo veneziano) e poi cantate, messe, mottetti, inni, sonate, concerti, balletti, musica da camera, lieder e canzoni.

Scrisse anche un gran numero di testi teorici (ad uso dei suoi allievi). Oggi la quasi totalità del suo vasta catalogo è dimenticata, eppure i suoi lavori furono premiati da generosi successi in Italia e in Europa, e da continue riprese, almeno sino alla metà del secolo. Mayr è figlio della grande cultura musicale europea, che bene aveva appreso la lezione di Haydn, Mozart e Beethoven: fu tra i primi a diffondere in Italia la conoscenza e lo studio dei grandi maestri austriaci e tedeschi (diresse, tra l’altro, la prima esecuzione italiana della Creazione, proprio a Bergamo nel 1809). E già come Cimarosa (i cui Orazi e Curiazi hanno aperto questo nostro breve excursus nell’opera italiana tra Rossini e Donizetti) appare come una specie di estraneo nel panorama musicale della penisola, ancora impantanato nelle formule ormai svuotate dell’Opera Seria. Ogni volta che viene riscoperto un titolo del suo catalogo, infatti, si resta sorpresi per l’abilità della scrittura musicale, che unisce all’eccellenza tecnica (nella costruzione sinfonica dell’ordito orchestrale, con ampie e spettacolari concessioni ad inserti concertanti), la padronanza delle forme e la robustezza dell’ispirazione. Mayr riesce a fondere mirabilmente le conquiste della cosiddetta riforma gluckiana (nei suoi più elaborati sviluppi “francesi”: in particolare Cherubini) da cui gli deriva l’afflato tragico e la tensione drammatica, con le più complesse costruzioni musicali di Haydn e Mozart, lasciando intravedere – pur solo sullo sfondo – l’imminente esplosione romantica (che segnerà in modo più compiuto la generazione successiva: quella del melodramma donizettiano e belliniano) di cui anticipa linguaggi e suggestioni.
Scrisse quasi 70 opere – si diceva – e tra i tanti titoli, particolare attenzione merita quello che è riconosciuto essere il suo capolavoro: Medea in Corinto. Scritta “alla maniera francese”, per soddisfare i gusti della corte di Giacchino Murat, per la celebrata ugola di Isabella Colbran (la futura Signora Rossini), fu rappresentata per la prima volta il 28 novembre 1813, al San Carlo di Napoli. Fu un trionfo. Accanto alla Medea della Colbran, Andrea Nozzari e Manuel Garcia si spartivano i difficilissimi panni tenorili di Giasone ed Egeo, Michele Benedetti (creatore di numerosi ruoli rossiniani: Elmiro, Idraote, Mosé, Ircano, Fenicio, Douglas, Leucippo) interpretò Creonte, Teresa Luigia Pontiggia fu Creusa e nel ruolo minore di Tideo si esibì Domenico Donzelli (una curiosità: tra le comparse – quale figlia di Medea – apparve per la prima volta sul palcoscenico di un teatro la figlia di Garcia, che, nel giro di qualche anno, sarà universalmente conosciuta come Maria Malibran). Fin da subito la stampa, i critici e il pubblico si resero conto di essere di fronte ad uno dei lavori più importanti dell’epoca. L’opera, subito ripresa l’anno successivo, iniziò presto a girare i maggiori teatri italiani ed europei: nel 1821 a Dresda, nel 1823 a Milano e a Parigi dove si “appropriò” del ruolo di Medea, Giuditta Pasta, che poi portò l’opera a Londra (nel 1826, 1827, 1828, 1831, 1833 e 1837), a Napoli e ancora a Parigi (1826) e a Milano (1829). Fino al 1850 a Londra – interpretata da Teresa Parodi (allieva della Pasta) – nella sua ultima apparizione nel secolo XIX. I maggiori cantanti dell’epoca interpretarono l’opera nelle sue tante riprese: Elisabetta Ferron, Fanny Ayton, Carolina Hunger, Domenico Donzelli, Giambattista Rubini, Gilbert Duprez, Vincenzo Galli, Luigi Lablache...

Lo stesso Mayr apportò alcune modifiche per la ripresa del ’23 per meglio adattare il testo alle esigenze dei nuovi interpreti: in particolare accanto a modifiche minori e ad un duetto ripreso da un lavoro precedente, dotò Giasone di una nuova e spettacolare cavatina (di dubbia paternità però, giacché identica – o quasi – ad un brano della coeva Zoraida di Granata: per cui non si riesce a stabilire se questo fosse di mano donizettiana o se quello che compare nell’opera di Donizetti fosse stato in realtà scritto da Mayr) e aggiunse un’impervia cabaletta per Egeo.
Vista da vicino l’opera rappresenta il meglio dello stile di Mayr. La complessità sinfonica è evidente sin dall’overture e dalla ricca ed elaborata introduzione; i numeri si fondono l’uno con l’altro senza cesure e interruzioni, grazie all’uso sapiente dei recitativi accompagnati e dei cantabili che collegano i brani solistici e i pezzi d’insieme. L’uso del coro rivela la familiarità dell’autore con il genere oratoriale, mentre le ricche introduzioni alle arie, sono veri e propri dialoghi tra voce e strumento obbligato. La scrittura vocale è sì fiorita e virtuosistica, ma mai in modo meccanico o fine a sé stesso (l’uso della coloratura richiama quello del Mozart delle grandi arie da concerto) e le pur spettacolari difficoltà appaiono finalizzate all’espressione di drammaticità e tragedia, più che al mero esibizionismo vocale. Di grande spessore drammatico le arie della protagonista, in particolare la scena delle ombre nell’atto II, ma in generale tutti i suoi brani solistici mostrano una superba concezione musicale, incentrata sulla severità e la tragicità dell'accento: dall'aria di sortita con il violino obbligato a quella finale (di cui sono state tramandate due versioni con differenti gradi di coloratura e diversi strumenti solisti: corno inlgese e violino). Più smaccatamente virtuosistici i brani per i due tenori e e per Creusa (in particolare l'episodio che apre l'atto II con la suggestiva arpa obligata e l'elaboratissima scrittura fiorita). Ciò che colpisce, dopo l'ascolto, è la cura del minimo dettaglio e la coerenza compositiva, l'ampio respiro dell'invenzione musicale: il tutto denota una consapevolezza superiore, decisamente superiore, alla stragrande maggioranza della musica coeva, tanto che per raggiungere la stessa eccellenza bisognerà attendere il miglior Rossini napoletano. Opera dunque che presenta molteplici punti di interesse, ma che sconta delle difficoltà oggi quasi insormontabili per una sua compiuta riscoperta: richiede una protagonista che possa padroneggiare il canto declamato e tragico (di ascendenza cherubiniana), due tenori capaci di affrontare ruoli monstre per difficoltà ed esigenze, una seconda donna dalla coloratura sicurissima, un'orchestra che sappia suonare davvero (abituata a Mozart e Haydn, non come certi complessi più o meno festivalieri che paiono ensemble semi dilettantesche e si limitano ad eseguire - spesso maluccio - le mere note) e un direttore d'orchestra capace di non ingarbugliarsi negli intrecci dell'orchestrazione (non un mero accompagnatore di primedonne...destinato, nel caso di Mayr, a soccombere). In gran parte insoddisfacenti i più recenti tentativi di riesumazione (con la sola eccezione della bella incisione Opera Rara): sia i più risalenti nel tempo (1969 e 1977) che paiono costruite solo sulla protagonista (rispettivamente la Galvany e la Gencer) ma che attorno ad essa sfoggiano il nulla (con punte di imbarazzo per i tenori e la direzione d'orchestra), oltre ad essere funestate da tagli sconsiderati; sia l'ultima uscita cronologicamente, registrata dal vivo nel 2009 in Svizzera e basata sulla nuova edizione critica dell'opera (di cui viene scelta la versione del manoscritto del '21, assai più comoda per gli interpreti, e che contempla numerosi raggiusti e tagli d'autore, per adattarla alle più modeste capacità della compagnia milanese). Una nuova produzione di Medea verrà presentata a Monaco, nell'ottobre di quest'anno, con la direzione di Ivor Bolton (onesto kappelmeister del Mozarteum di Salisburgo di ascendenza baroccara, non molto dotato di fantasia, ma in grado, si spera, di non ridurre l'accompagnamento ad una bandaccia), la rediviva Iano Tamar nel title-role, Ramon Vargas nei difficili panni di Giasone (confermandosi ancora tenore in cerca d'autore), nonchè l'immancabile regia alla tedesca: in questo caso il pernicioso Neuenfels.

Gli ascolti

Giovanni Simone Mayr

Medea in Corinto


Melodramma tragico in due atti

Libretto di Felice Romani

Prima rappresentazione: 28 Novembre 1813, Teatro San Carlo di Napoli



Atto I

Come! sen riede...Sommi Dei - Marisa Galvany (1970), Leyla Gencer (1977)

Cedi al destin Medea - Allen Cathcart & Marisa Galvany (1970), William Johns & Leyla Gencer(1977)

Dolce figliuol d'Urania...Scendi Imene...Vanne a terra - Marisa Galvany, Allen Cathcart, Joan Patenaude, Robert White & Thomas Palmer (1970), Leyla Gencer, William Johns, Cecilia Fusco, Ginfranco Pastine & Gianfranco Casarini (1977)

Atto II

Dove mi guidi?...Ogni piacer è spento...Antica notte - Marisa Galvany (1970), Leyla Gencer(1977)

Ma qual fioco rumor...Se il sangue, la vita - Marisa Galvany & Robert White (1970), Leyla Gencer & Gianfranco Pastine (1977)

Ismene, o cara Ismene...Miseri pargoletti...Era tua sposa - Marisa Galvany (1970), Leyla Gencer (1977)

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martedì 20 ottobre 2009

Cartoline orobiche

Il nostro Duprez è andato a Bergamo per assistere all'Elisir d'amore ivi rappresentato. Non ha ritenuto di produrre una recensione, avendo ascoltato solo la prima metà dello spettacolo. Riteniamo comunque le sue impressioni d'ascolto altamente interessanti e pienamente degne di essere divulgate.

L'Elisir bergamasco è stato qualcosa di raccapricciante: dopo il primo atto mi son chiesto "perchè sopportare oltre?" così sono uscito e sono andato a mangiare un cartoccio di castagne in piazza (domenica, infatti, c'era una specie di fiera con braci scoppiettanti)... Che dire dello spettacolo? Cantanti indefinibili: Nemorino ha annunciato la sua indisposizione, ma ha cantato lo stesso...in stile Casciarri (Talbo Cavaliero nella passata stagione in Bergamo, NdD)! Adina era spesso stonata come una campana e in palese difficoltà nelle, pur modeste, esigenze della partitura. Belcore strillava e Dulcamara parlava (con tutto l'armamentario di caccole, aggiunte, volgarità e vezzi che parevano esagerate già negli anni '50: tanto che al confronto Corena pare un fine dicitore, un sobrio Bruscantini). Direttore d'orchestra pesante come un capobanda (che oltretutto strepitava e canticchiava, coprendo spesso i cantanti e anticipandone ad alta voce le entrate) e tagli a profusione (tutti i da capo). Regia tutta sbagliata: vicenda riambientata in un giardino delizioso nella campagna inglese dei primi '700, con damine, cicisbei, nobiluomini etc...nessun contadino, nessun rustico, nessun sempliciotto (immagina l'imbarazzo di "Udite o rustici" mentre di fronte vi è un pubblico di cavalieri e nobili con parrucche incipriate, spadine e abiti riccamente decorati - peraltro Dulcamara arriva con seguito di due donzelle semivestite e due moretti, coi quali si esibisce in coreografie degne da musical: mossette, balletti, trenini...) Insomma: un orrore! E pensa che 'sta roba va in tour in Giappone! Volevo recensire, ma non valeva la pena.....

L’elisir d’amore
di GAETANO DONIZETTI
Melodramma in due atti


Domenica 18 ottobre ore 15.30

Interpreti principali: Linda Campanella, Matteo Peirone, Ivan Magrì, Mario Cassi, Filippo Morace, Leonardo Galeazzi, Diana Mian

Direttore: Stefano Montanari
Regia: Francesco Bellotto
Scene: Angelo Sala
Costumi: Cristina Aceti
Orchestra e coro del Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti
Maestro del Coro Fabio Tartari

Nuovo allestimento in coproduzione con Konzerthaus-Tokio
Produzione Teatro “G. Donizetti” di Bergamo, Azienda Teatro del Giglio di Lucca




Gli ascolti

Donizetti - L'elisir d'amore


Atto II

Una furtiva lagrima - Hipólito Lázaro (1926)

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domenica 13 settembre 2009

Linda di Chamounix

Appartenente a quel genere larmoyant – a mezza via, cioè, tra il dramma borghese e l’opera buffa – che tanta fortuna ebbe a cavallo del secolo XIX (destinato però, a rapida scomparsa, contestualmente alla diffusione del fosco melodramma romantico e della commedia di carattere), la donizettiana Linda di Chamounix è, forse, insieme a Sonnambula e Gazza Ladra, il più riuscito e alto esempio di questa particolare tipologia musical teatrale. Scritta da Donizetti tra il dicembre del 1841 e il marzo del 1842, ebbe la sua prima rappresentazione a Vienna, il 19 maggio di quello stesso anno. Primo dei due titoli commissionati al compositore dal teatro austriaco, la Linda di Chamounix (così come la Maria di Rohan dell’anno successivo), rivela la grande cura che il Maestro impiegò nella composizione della partitura – in particolare l’aspetto strumentale e orchestrale – conscio, probabilmente, di rivolgere il suo lavoro al pubblico più preparato (musicalmente) d’Europa.

Da qui deriva l’attenzione di Donizetti agli impasti timbrici degli strumenti, alla elaboratissima orchestrazione, all’ampio utilizzo di brani destinati all’orchestra sola. Anche la struttura dell’opera risente della destinazione del titolo: Donizetti accelera, qui, il passo verso quella rivoluzione delle forme che caratterizzerà l’ultimo scorcio della sua carriera artistica. Evidente l’abbandono della formula dell’aria bipartita (aria e cabaletta) per sostituirla con un uso molto più libero delle forme: ricorrendo spesso a brani di natura strofica con couplets (derivanti dalla tradizione francese, soprattutto). Certa critica ha lamentato l’inconsistenza teatrale dell’opera, stigmatizzandone addirittura il valore musicale o ridicolizzandone l’ambiente bucolico di – cito – “coretti, trovatelli canterini en travesti, mamme meste, padri indigenti, ma dignitosi”: tuttavia questo ed altri fraintendimenti rivelano semplicemente la scarsezza di strumenti critici da impiegare nella valutazione – sempre rischiosa – del valore di una composizione, incapaci di coglierne correttamente gli orizzonti estetici e gli elementi poetici (unitamente al facile gioco di prescindere dall’ambiente culturale entro cui si muovono gli autori, in un discutibile divertissement di scarsa onestà intellettuale, entro cui qualsiasi titolo di ogni tradizione operistica verrebbe immancabilmente denigrato). Ma, lasciando perdere le personali isterie e paranoie di certi critici, si evince – dall’ascolto della Linda di Chamounix – come ben diversa è da valutare l’importanza del titolo. Così come la Gazza Ladra per Rossini, si nota uno sforzo impressionante nella costruzione della partitura e nell’elaborazione della musica (e forse poprio la grandezza del dato musicale - che sembra stridere con la semplicità della vicenda - pesa sull'incauto giudizio, quasi come se non ci si capacitasse di tanto sforzo per una storia in cui non son coinvolti eroi, guerrieri o passioni travolgenti: quanto si dovranno pagare ancora i pregiudizi romantici?). Anche qui si nota come alla mera centralità del canto (tipica del melodramma dell’epoca) si sostituisce una ricercatezza delle forme che abbraccia l’intera dimensione operistica, rendendo necessaria – per una esecuzione attendibile e ottimale della stessa – l’eccellenza di tutti gli interpreti: la trama orchestrale insolitamente densa e complessa, la linea di canto che spazia dalla coloratura più virtuosistica agli ampi squarci lirici e cantabili, da reggere con fiato e fraseggio, la resa malinconica e il tono di poetica nostalgia che deve emergere dal carattere dei protagonisti. Queste difficoltà e non la pretesa inconsistenza musicale o teatrale – unita ad una dimensione decisamente inconsueta (l’opera dura circa 3 ore, se eseguita integralmente, e richiede un cast ricco e resistente, con almeno 5 prime parti) – rendono il titolo di difficile fruizione e rappresentazione (e, del resto, la storia esecutiva è piuttosto risicata). La compagnia di canto di Vienna presentava nel ruolo principale Eugenia Tadolini e poi Marietta Brambilla, Napoleone Moriani e Felice Varesi, ma è nella ripresa parigina del novembre del 1842 che l’opera ricevette la sua più compiuta dimensione artistica. Per l’occasione Donizetti aggiustò la partitura e aggiunse, in omaggio alla primadonna, la celebre tyrolienne “Oh luce di quest’anima” (destinata ad avere vita autonoma rispetto all’opera, nel repertorio concertistico delle più grandi cantanti del secolo successivo). Protagonista per l’occasione fu Fanny Tacchinardi-Persiani: accanto a lei il Pierotto di Marietta Brambilla (reduce dalla prima viennese), il tenore Mario (Carlo), Antonio Tamburini (Antonio) e Luigi Lablache (il Prefetto). Cast delle grandi occasioni, quindi, adatto a rendere una partitura di estrema difficoltà. La critica viennese dell’epoca decretò un trionfo completo, rilevandone la grande novità stilistica e la magistrale perizia nell’orchestrazione (laddove i colleghi francesi, pur riconoscendone il grande successo, non notarono una così grande differenza rispetto allo stile tipico del compositore bergamasco: forse delusi per un’aspettativa troppo grande, creata dagli esiti trionfali di Vienna). Per Donizetti fu un grandissimo successo personale: la famiglia imperiale absburgica assistette a diverse rappresentazioni e l’autore venne onorato con titoli e onori, venne conteso dalle più importanti famiglie dell’aristocrazia austriaca e ricevette l’omaggio di Henriette Sontag e di Metternich in persona. Opera, dunque, che meriterebbe un’attenzione particolare ed un’esecuzione che ne metta in risalto la grande bellezza.
Proprio la Linda di Chamounix è stata scelta per inaugurare l’attuale edizione del Festival Donizetti di Bergamo e, nell’occasione, per riportare in vita lo splendido Teatro Sociale nella Città Alta, per lungo tempo chiuso al pubblico e che, con la poetica storia di Linda e Carlo riapre le porte alla grande musica del grande compositore bergamasco.
Agli spettatori che hanno udito l'opera a Bergamo, e a quanti, per vari motivi, hanno preferito non udirla, dedichiamo gli ascolti che seguono.


Gli ascolti

Donizetti - Linda di Chamounix


Atto I

Ambo nati in questa valle - Mattia Battistini (1912), Giuseppe Taddei (1959)

O luce di quest'anima - Maria Galvany (1908), Marcella Sembrich (1908), Luisa Tetrazzini (1910), Amelita Galli Curci (1922), Beverly Sills (1968), Edita Gruberova (1993), Mariella Devia (1997)

Per sua madre andò una figlia - Ebe Stignani (1948), Anna Maria Rota (1957), Fedora Barbieri (1959)

Da quel dì che t'incontrai - Cesare Valletti & Antonietta Stella (1959), Alfredo Kraus & Margherita Rinaldi (1972)

Atto II

Linda! Si ritirò...Se tanto in ira agli uomini - Gianni Raimondi (1953), Cesare Valletti (1959), Alfredo Kraus (1972)

Un buon servo del visconte - Mattia Battistini & Maria Mokrzycka (1912), Giuseppe Taddei & Rosanna Carteri (1957)

No, non è ver... mentirono - Antonietta Stella (con Fedora Barbieri - 1959)

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lunedì 1 dicembre 2008

Una Lucrezia Borgia "venefica e impura"

Non ci sono parole per descrivere i martiri cui le nostre orecchie sono state sottoposte ieri sera in quel di Bergamo. Nel festival che dovrebbe tutelare il canto, il gusto e le prassi esecutive di Donizetti, si è compiuto l’ennesimo scempio in nome di una protagonista da sempre lontana , per gusto e mentalità, dalle regole di base del belcanto.
Uno spettacolo che, per molti aspetti, ricorda la cosiddette "spedizioni punitive" della peggior provincia italiana.

Tanto è che alla fine del martirio il pubblico e non solo pochi facinorosi ha solennemente fischiato protagonista, direttore d’orchestra ed i compagni di spettacolo della indegna protagonista.
Reduci dal trauma delle seggiole scaraventate in aria dalla sua “regalissima” Elisabetta del Devereux dell’anno scorso, immaginavamo di assistere ad una prestazione nuovamente sopra le righe, da regina del trash ad oltranza quale è la Theodossiou.
Ieri sera invece, come si conviene ad una vera diva, la cantante ha spiazzato, proponendo un’inattesa versione minimalista , solo accenni e miagolii, della grande avvelenatrice. Un vero “coup de théatre”, che, se ha saputo stupire per i primi due atti, ha poi, finito per farci assopire nel terzo. Salvo riscattare tanti sussurri con un terribile bercio alla chiusa del rondò che ha scatenato la reazione del pubblico. Insomma, non si può dire che non si sia in presenza di una grande personalità scenica, perché ogni volta diverse ed inaspettate sono le emozioni e gli effetti che la nostra sa indurre nel pubblico.
E poiché l’estetica contemporanea avvalla ogni cosa in nome del relativismo del giudizio critico e dell’indipendenza dell’artista, non possiamo fare a meno di ammettere che anche questa sia ARTE!
L’entrata di Lucrezia ha mostrato da subito lo stato delle condizioni vocali in cui la signora versa: una voce piccolissima, tanto da dubitare che stesse accennando, tutta protesa al sussurro ed al “pianino”, con lo scopo di mascherare la terribile acidità della vocina ( perché di vocina ormai si può parlare ), l’assenza completa di legato e fiati evidentemente accorciati. L’emozione trasmessaci è stata un senso evidente di periglio, di voce malferma ed incerta…insomma, il brivido è arrivato da subito.
Con l’andare del duetto con Gennaro, un ‘intelligente versione sibilata del pezzo, tutta pianini “di stile” che ben si fondeva con il canto di gola di De Biasio (quest’ultimo tutto forte o falsettini ….), ci ha fatto ben comprendere che la nostra, ahimè, non avrebbe cantato con lo slancio e la foga a lei abituali, a causa della corruzione evidente del mezzo, vistosamente accorciato in alto e privo del registro basso. Insomma, il target emotivo su cui sintonizzarci era ben diverso dal solito.
Un pausone interminabile, con super presa di fiato, ha introdotto il la bem alitato tenuto della sfilata: una prodezza! Al climax discendente della sera, và detto, hanno contribuito il mezzo, il tenore e la buca, che ha dato alla serata un passo ora lento, ora funebre, ora letargico…..insomma, aspetti mai uditi sino a ier sera in questa partitura. Una novità assoluta anche questa!
Nel secondo atto salvo il lancio del libro all’indirizzo di don Alfonso nella prima esecuzione dell’invettiva (e al da capo come obbligatoria variazione ci saremmo atteso quello dell’inginocchiatoio già addobbato a lutto, visto il clima di famiglia) i fiati erano sempre più corti e spezzati e il tentativo di cantare e non accennare produceva una serie di suoni acidi e forzati.
Il trionfo del trash, perché tale è l’arte della signora, è giunto nel finale dove prima di attaccare il rondò sono state interpolate frasi non scritte e gridate correndo esagitata per la scena (facendo mostra tra l’altro di un assai poco elegante gambaletto bianco), mentre la novella Carelli pesantemente batteva contro le porte irrimediabilmente chiuse sino all’entrata di un Don Alfonso in mise da cucco nelle circumvicine balere, con crocifisso di foggia ortodossa sul villoso torace e capelli al vento.
Rileviamo il tocco di sobrietà della cantante, che prima di attaccare il rondò si è limitata a travolgere bicchieri e caraffe dal tavolo, rinunciando nobilmente al lancio della porchetta del banchetto.
Poi Dimitra ha chiuso in bellezza con il peggior rondò immaginabile, che il pubblico ha saggiamente salutato con fischi.
E siccome il non modesto cachet della signora viene versato con denaro pubblico, bene ha fatto il pubblico.!
Per altro il vero insostituibile compagno di questa edizione bergamasca di tanta diva è stato il maestro Severini. Tempi lenti e soporiferi, che aiutavano a mettere in risalto le “virtù” canore della compagnia di canto, salvo ogni tanto qualche fragorosissimo ed inopportuno risveglio. Ma il clima della congiura di palazzo, l’aura di mistero che deve accompagnare le apparizioni della protagonista, le scene di colore vuoi degli scherani della infernale coppia Este-Borgia, che dei compagni di ventura e sventura di Gennaro, ce li siamo proprio immaginati.
Un tempo la terminologia tradizionale delle recensioni teatrali diceva “bene gli altri”. Noi possiamo dire “male gli altri”. Figlio di tanta madre Roberto de Biasio canta o fortissimo con una voce in natura bella tutta messa fra naso e gola, oppure con falsettini, che sono la regola quando ( terzetto atto secondo, aria finale) la tessitura diviene acuta, punti in cui il tenore è sempre stato al di sotto della giusta intonazione.
Le cose vanno, ancora, peggio con Nidia Palacios (connazionale, crediamo, della Theodossiou) che, con una voce da Zerlina, si improvvisa Maffio Orsini. Tralasciamo l’aspetto a metà tra Paperoga e Kermit la rana, per osservare come passi sotto assoluto silenzio ogni passo canoro del personaggio, scritto con il solo ed esclusivo fine di “tirare giù” il teatro.
Da ultimo l’infernale o, almeno satanico, Don Alfonso di Enrico Giuseppe Iori che non canta neppure male, salvo l’emissione slaveggiante della stragrande maggioranza dei cantanti oggi in carriera e l’idea che il signore di Ferrara debba essere a tutti i costi un bel tenebroso o consimile. Secondo lo spirito, che per la prima volta abbiamo visto realizzato nella pratica, della spedizione punitiva l’allestimento dimentica che i mattoni a vista negli ambienti interni molto aia padana mal si conciliano con la messa in scena di una delle più raffinate corti di Italia, ben più adatti ad un allestimento, che possa servire per qualsiasi melodramma di ambientazione campagnola.
Una chiosa merita la guardia del corpo di don Alfonso. Otto virago vestite alla de Hana, armate da Walkirie, che provvedono con sacco e corda all’arresto di Gennaro. Ed in nome della parità fra coniugi Lucrezia è sempre accompagnata e perseguitata, si dovrebbe capire da fantasmi (due uomini, una donna ed una bambina, portatrice di sudari), che ricordano certe raffigurazioni di fantasmi della filmografia nostrana anni '60 o una raffigurazione degli appestati manzoniani da figurine Panini.
Siccome nella vita si deve fare tesoro di tutto, ringraziamo chi ci ha consentito di rivivere il clima delle cosiddette "spedizioni punitive".


Lucrezia Borgia: Demetra Theodossiou
Gennaro: Roberto De Biasio
Don Alfonso: Enrico Giuseppe Iori
Maffio Orsini: Nidia Palacios
Rustighello: Luigi Albani
Gubetta: Giuseppe Di Paola
Astolfo: Mauro Corna
Liverotto: Livio Scarpellini
Vitelozzo: Giovanni Manfrin
Apostolo: Gazzella Luca dell’Amico
Ascanio Petrucci: Dario Giorgelè

Direttore: Tiziano Severini

Regia: Francesco Bellotto
Scene: Angelo Sala
Costumi: Cristina Aceti

Orchestra e Coro del Bergamo Music Festival Gaetano Donizetti

Venerdì, 30 novembre 2007

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lunedì 10 novembre 2008

Considerazioni sui festival


Con la produzione di Marin Faliero a Bergamo si sono conclusi i festival operistici dell’anno 2008.
Il festival è un tipico prodotto estivo che, al più, si protrae sino all’inizio d’autunno in attesa che, poi, partano le stagioni operistiche invernali, quelle che un tempo si definivano di Carnevale e Quaresima, con canonica inaugurazione la sera di Santo Stefano.
I festival, che oggi dilagano in Italia, dovrebbero esistere e avere diritto ai lauti fondi che lo Stato, ossia i contribuenti, che versano regolarmente le imposte, profonde, solo ove fossero rispettati due elementi, ovvero che il festival rappresenti una qualche utilità culturale e che il prodotto offerto sia di qualità congruente l’autore e la proposta.
In difetto il festival non ha nessun senso o, peggio ancora, ne assume altro e differente che nulla ha che spartire con la cultura.

Con questi principi che ritengo ferrei mi domando il senso di festival dedicati ad autori la cui produzione non ha o abbia conosciuto mai oblio e polvere del tempo. Non ha alcun senso, quindi, proporre un festival dedicato a Giuseppe Verdi, i cui titoli, anche quelli degli anni cosiddetti di galera, conoscono rappresentazione abbastanza regolare da almeno mezzo secolo. Consultare le cronologie di teatri e festival sparsi nel mondo per verificare l’assunto. E, poi, qualcuno che non ho ragioni particolari di smentire potrebbe anche ritenere che il motivo dell’oblio è piuttosto giustificato. Era l’opinione dello stesso Verdi il quale , se non erro nel 1864, dinanzi ad una ripresa scaligera di Giovanna d’Arco dichiarò che certi titoli “andrebbero lasciati stare”. Erano anni in cui, sia detto, per inciso, Ernani o Lombardi conoscevano ancora un certo numero di rappresentazioni e Verdi rimetteva mano a Macbeth.
Mi domando se possa avere senso proporre del maestro di Busseto alcune prime edizioni poi riviste e rivisitate e con ragione aggiungo (se penso ad esempio al finale del primo atto del Boccanegra, una paesana festa, che meraviglia se si pensa che Verdi aveva già composto splendide scene di festa come in Traviata e Vespri) dal Maestro stesso. Certo che una bella edizione di Aida nella versione del Cairo risparmierebbe a molti soprani, la prescelta scaligera della recente inaugurazione ad esempio, la via dolorosa dei cieli azzurri.
Avrebbe sicuramente senso , visto che siamo in clima un bel Don Carlos ove con il titolo alla francese si preveda anche la versione originale munita degli imprescindibili balli. Era e rimane un grand-opéra, che da sempre vediamo in versione mignon. Da qualche tempo anche vocale.
Poi certo sorge il problema della pratica realizzazione. Mai come oggi la voce e l’accento verdiani sono stati latitanti ed anche gli auspici,di un ventennio or sono circa un Verdi in francese alla francese, soprattutto, stenterebbero a trovare adeguata realizzazione. Perché sia chiaro: un festival non può solo proporre, che è la prima parte del teorema, ma deve anche allestire in maniera consona.
Questa seconda declinazione irrinunciabile porta a riflessioni non certo encomiastiche, anzi, su tutti gli altri festival. E non solo italiani.
Per esempio proporre tre titoli come Favorita, Marin Faliero e Puritani a Bergamo difficilmente può dar luogo ad una esecuzione acconcia. Furono scritte per fuoriclasse (anche se qualcuno, se di quei fenomeni esistessero incisioni, sosterebbe che Anna Netrebko o Rolando Villazón siano superiori per tecnica a Giulia Grisi e a Giovan Battista Rubini) e richiedono fuoriclasse in ogni riproposizione. A Bergamo abbiamo sentito e per giunta in un contesto penalizzante, una sola voce ed interprete all’altezza del compito per cui era scritturata. Il resto da dimenticare o da impiegare in opere ben più facili del maestro bergamasco, autore di tante deliziose farse o operine come la Rita o la Francesca di Foix. E le considerazioni non migliorano prendendo in considerazione i direttori d’orchestra, atteso che il solo Marco Zambelli, officiato di Favorita, ha dimostrato di “sapere il fatto suo”.
Il passo più lungo della gamba, magari sulla scorta di un’idea in astratto valida, non è un buon servizio all’autore, anzi il contrario.
All’uscita di Favorita un giovane melomane, molto presente e molto attento, lamentava la noia del titolo. Mi domando che cosa avrebbe detto ( o con che cosa avrebbe armato il braccio, per usare un linguaggio operistico) se avesse avuto una cognizione delle pagine più famose del titolo nelle esecuzioni più note. Che so lo “spirto gentil” di Kraus o Pavarotti, le arie di Alfonso di Tagliabue. Mica richiamo Battistini o Bonci. Lasciamoli dove stanno anche se sono scomodissimi perché ci richiamano un gusto, prima ancora che una modalità vocale, assolutamente inattaccabile per quei titoli, in difetto della quale Fernando si trasforma in Turiddu ed Alfonso XI in Tonio, lo scemo.
Insomma esecuzioni raffazzonate non solo non servono l’autore, ma talvolta allontanano i ben intenzionati, gli interessati, i curiosi.
Il problema dell’esecuzione è imprescindibile quando l’autore è autore di Belcanto, ossia quando si parla del festival più famoso e blasonato di Italia, ossia il ROF.
Devo dire, paradossalmente, che i tagli del FUS che hanno scorciato e non di poco l’edizione prossima ventura sono benefici e salutari per l’autore. L’autore è il paradigma di musica scritta per determinati cantanti, scomparsa o quasi con il ritiro dalle scene dei primi esecutori o di alcuni, ricomparsa quando, per una strana congettura, si sono ripresentati sul palcoscenico cantanti in grado di affrontare le difficoltà previste dall’autore (oltre a quelle che si cercavano da soli) ed il gusto vigente ha provato interesse per una musica tutta ideale ed astratta.
Ma anche quando erano in carriera quei cantanti (due delle quali con autentico mio stupore hanno scatenato una autentica, interessantissima polemica in un precedente post) mai si pensò di poter allestire nella stessa stagione due titoli napoletani, che prevedessero due soprani Colbran, due contralti e ben tre tenori protagonisti.
Si può addomesticare il pubblico, ricorrere alla damnatio memoriae dei cantanti del recente (glorioso!) passato, instillare il dubbio che quella precedente generazione non fosse autenticamente rossiniana, si può fare ricorso ai media, all’ansia ed ai pettegolezzi da retropalco, ma alla fine si manderà in scena una esecuzione dal carente tasso rossiniano, si instillerà nel pubblico neofita l’idea di un autore noioso e inutilmente difficile; insomma non si servirà alcuna causa culturalmente valida, si potrà, nella migliore delle ipotesi, far cassetta per qualche anno, propiziare la carriera di qualche protégé, ma alla fine il corso e ricorso storico avrà la meglio e scenderà, immeritato ma giustificato, l’oblio sui vari Assedio, Maometto, Semiramide.
È solo una questione di scelte: una, quella fatta e perseguita per il presente o al più per l’immediato futuro; l’altra , più difficile più costosa e meno immediatamente remunerativa per il lungo termine. Anche i festival sono un’azienda in fondo!!!


Rossini: Maometto II - Sorgete: in sì bel giorno...Duce di tanti eroi - Samuel Ramey (1985)

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lunedì 3 novembre 2008

Festival Donizetti a Bergamo: Marino Faliero.

Terzo titolo presentato nell’ambito della stagione lirica bergamasca (e ultima opera riconducibile al melodramma italiano di primo ‘800 – giacché poi il teatro propone una Carmen coprodotta con il circuito lirico lombardo ed un balletto) è Marino Faliero di Gaetano Donizetti. Opera di grande interesse storico e musicale (nonostante il successo interlocutorio delle prime rappresentazioni e le scarse riprese in epoca successiva), le cui vicende compositive si legano a quelle dei Puritani di Bellini, in quell’irripetibile momento di vitalità e ricchezza artistica che fu la stagione del Theatre-Italien di Parigi. Ben note le vicende storiche: a metà del 1834 Rossini – vera e propria “eminenza grigia” del Theatre-Italien – si diede da fare per procurare nuove commissioni ai più importanti compositori italiani allora in attività, in vista del nuovo cartellone. Tra di essi naturalmente Bellini e Donizetti.
Per la stagione del 1835, infatti, mentre il primo si apprestava alla composizione dei Puritani – seguito e consigliato dallo stesso Rossini – al secondo toccò Marino Faliero, una cupa vicenda di tradimento, congiura e vendetta, ispirata alle omonime tragedie di Delavigne e Lord Byron. Ad arricchire le attese e le aspettative, oltre alla rivalità (più supposta che reale) tra i due autori, fu l’impiego della medesima compagnia di canto, che annoverava i più grandi cantanti dell’epoca: Giulia Grisi, Giovanni Battista Rubini, Luigi Lablache, Antonio Tamburini. Entrambe le partiture vennero così calibrate secondo le esigenze e le capacità di quelle voci. Con tutto ciò che questo comportava in termini di tessitura, virtuosismi, difficoltà tecniche. Donizetti iniziò a stendere la partitura a Napoli, a partire dall’estate del 1834. Tuttavia, arrivato a Parigi, la sottopose – con l’assistenza e i suggerimenti di Rossini – ad una radicale revisione. Purtroppo l’originale manoscritto napoletano finì nelle mani di un editore che, intenzionato a speculare sul successo potenziale dell’opera, intendeva pubblicarlo anche senza l’autorizzazione dell’autore: la vicenda ebbe gli inevitabili strascichi legali, ma alla fine vinsero le ragioni del compositore, per cui il materiale napoletano altro non era che uno schizzo, e l’opera nella sua veste definitiva, licenziata dall’autore, era solo quella con le numerose revisioni parigine, pubblicata in Francia da Troupenas e in Italia da Ricordi. Due versioni molto differenti quindi, per il cui analitico confronto si rimanda al dettagliato saggio contenuto nel libretto di sala che accompagna la riproposta bergamasca: qui basti dire che degli originali 14 numeri dell’autografo soltanto 4 furono riversati integralmente nella nuova versione (che consta, peraltro, di 13 numeri soltanto), dei rimanenti alcuni furono tagliati, altri sostituiti con nuove composizioni, altri ancora – la maggior parte – profondamente modificati all’interno, con rielaborazioni, aggiunte o tagli (talvolta mantenendo il libretto originale, talvolta richiedendo nuovi versi). A ben vedere si tratta di due opere diverse (come possono esserlo Maometto II e Le Siège de Corinthe, o Mosè in Egitto e Moise et Pharaon, o i due Boris, molto più, cioè, di quanto lo siano le diverse redazioni del Don Carlos) ognuna con una sua specifica identità e dignità esecutiva. Peraltro lo stesso Festival Donizetti aveva dichiarato – in sede di presentazione del cartellone, credo nel giugno di quest’anno – che parallelamente alle rappresentazioni in forma scenica del Marino Faliero, nelle vesti in cui l’autore l’aveva licenziato a Parigi il 12 marzo 1835, avrebbe curato un’esecuzione in forma concertante della prima redazione, secondo l’autografo napoletano, di recente restaurato. Purtroppo la lodevole iniziativa – che sarebbe stato l’autentico motivo d’interesse del festival, oltre alla presentazione della nuova edizione critica dei Puritani (che è andata come sappiamo), e che sino ad ora si è rivelato assai deludente – è subito sparita dal programma. Forse per mancanza dei fondi necessari, o di una accorta politica di gestione degli stessi, o forse ancora per le difficoltà di reperire un altro cast disposto a studiare l’altra versione. Non si sa: resta il rammarico per l’occasione mancata. Detto questo neppure la versione proposta ieri sera seguiva esattamente la partitura pubblicata da Ricordi. Donizetti, infatti, prima e dopo le rappresentazioni parigine mise mano alla partitura (o per lui lo fece la prassi esecutiva, sensibilissima alle contingenze e ai “capricci” dei cantanti), si sa – ad esempio – che quando sbarcò in Italia, a Firenze nel 1836 e a Milano nel 1837, l’opera subì, oltre a nuovi tagli e aggiunte dettati dalle esigenze di taluni interpreti, anche modifiche e migliorie apportate dall’autore stesso che però non finirono nella partitura pubblicata (e rinvenibili in parte su versioni apocrife): un testo intricato, dunque, in cui le fonti si sovrappongono e si intrecciano. L’organizzazione del Festival a tal proposito dichiara che l’edizione presentata è stata “condotta sull’autografo per le parti rimaste invariate, e su diverse altre fonti (soprattutto alcune partiture più tarde e una riduzione pianistica napoletana) per quelle invece che subirono delle modifiche”, assicurandoci che “il risultato è ciò che, presumibilmente, si vide si sentì al Theatre-Italien nel 1835”. Scelta testuale inedita, quindi, e per certi versi discutibile (in assenza di una vera edizione critica), dato che appare il frutto di un mescolamento arbitrario delle diverse redazione, laddove l’unica versione espressamente approvata dall’autore è e rimane quella stampata da Ricordi (dei ritocchi, infatti, tutt’ora non sono sopravvenute tracce certe né si sa quali di essi fossero effettivamente sanzionati da Donizetti). Il che dà luogo ad alcune incongruenze: tra le più evidenti, la scelta della Sinfonia, composta sì per Parigi, ma non inclusa nella partitura pubblicata da Ricordi, che preferisce – per probabile indicazione dell’autore, oltre che per la effettiva modestia del brano parigino – l’originale Preludio napoletano. Sicuramente altri dettagli riportano arbitrariamente all’autografo o a versioni successive, tuttavia non disponendo delle fonti non è stato possibile rilevarli. L’opera, problemi testuali a parte, è comunque molto interessante: sia dal punto di vista squisitamente musicale (pur rimanendo vocalmente meno seducente dei coevi Puritani), sia per ciò che concerne la struttura, che tende a superare certe convenzioni tipiche del melodramma ottocentesco. Innanzitutto il protagonista, Faliero, modellato sulla vocalità di Luigi Lablache: il pubblico della prima rimase sicuramente spiazzato nel vedere il basso, il marito offeso, convenzionalmente ai margini del consueto triangolo amoroso ed in vesti assolutamente diverse (confidente o confessore), nel ruolo apicale del dramma, vero motore della vicenda (il Rossini di Maometto II – altra opera con basso protagonista – al momento della rielaborazione francese, ne smussò il ruolo, conscio della diversità del pubblico d’oltralpe rispetto a quello napoletano, più progredito e ansioso di novità). E poi il ruolo di Elena, scritto per Giulia Grisi, del tutto atipico rispetto alle convezioni del melodramma (convenzioni ben più presenti nei Puritani): qui solo nell’atto III e nel finale ultimo ha modo di mostrarsi quale vera primadonna, ma non attraverso la consueta aria con cabaletta, bensì un duetto col basso e un breve e scarno recitativo privo di accompagnamento, di grande tensione drammatica, nell’attesa che dietro le quinte Faliero venga giustiziato. Per il resto: nell’atto I ha un duetto col tenore e partecipa al finale, mentre nell’atto II è del tutto assente. Unico episodio solistico che le viene concesso è l’aria dell’ultimo atto: la cavatina prima del duetto col tenore, prevista nel manoscritto napoletano, venne eliminata nella rielaborazione parigina (per la prima italiana, a Firenze, Carolina Ungher, che interpretava il ruolo, forse non paga del personaggio così come disegnato dall’autore, vi inserì la virtuosistica sortita di Sancia di Castiglia). Ad Antonio Tamburini il ruolo di Israele, insieme a Faliero motore della vicenda (sarà lui a convincere l’anziano doge ad appoggiare la cospirazione contro il Consiglio dei Dieci) e con lui protagonista del grande duetto dell’atto I, ricco di spunti preverdiani. Di particolare rilievo anche l’aria dell’ultimo atto (che a Firenze verrà omessa). Più tradizionale il personaggio di Fernando, nipote del doge e amante tormentato della di lui moglie, scritto per Giovanni Battista Rubini: “una delle più incomparabili e superbe interpretazioni vocali del tenore”, scrisse qualcuno. E in effetti il ruolo è proibitivo: la prima aria, riccamente fiorita, e insistente sulle note oltre il rigo del pentagramma, porta la voce sino al Re bemolle acuto (seguita da una vigorosa e ardua cabaletta che comprende diversi Re acuti, e un Fa facoltativo); la seconda aria, sempre in due sezioni, anch’essa di tessitura impervia, comprende una cabaletta assai acrobatica con sopracuti e virtuosismi assortiti. E’ probabile che proprio la difficoltà di reperire un tenore in grado di reggere queste tessiture acutissime (tutta la linea vocale insiste sulla parte oltre il rigo), sia la vera causa dell’oblio di opere come questa (oggi, per la verità, di voci adatte ce ne sarebbero ancora meno, tuttavia si eseguono lo stesso...con incosciente arroganza). Titolo che occupa un posto di rilievo nel catalogo donizettiano (un vero punto di svolta), di estremo vigore compositivo, ricco di spunti che guardano al futuro (il parallelo con I Due Foscari è scontato, ma ben più dell’opera di Verdi il Faliero appare compatto e ispirato), di grande tensione drammatica. Ebbe tra i suoi ammiratori Giuseppe Mazzini, che, forse suggestionato dalla tematica “rivoluzionaria”, vide in essa e nell’autore “l’opera dell’avvenire”. All’opera di Donizetti dedicò l’ultima parte della sua Filosofia della Musica (1836), analizzando con cura e passione i brani più importanti (dal duetto tra basso e baritono ai grandi cori, dalla barcarola del Gondoliere all’aria di Elena, dalla morte di Fernando al duetto finale tra la Grisi e Lablache) e vedendo in essi “indizi potenti d’un genio che non s’è svolto tutto finora, che vorrebbe bene pur correrlo, che forse inceppato, strozzato dalle mille cagioni ch’ostano in oggi al genio valente, nol correrà; ma che a ogni modo s’è rivelato in preludii, da’ quali la generazione ventura trarrà, credo, argomento di dire: Quegli era potente a conquistarlo, se avesse voluto davvero”. A Bergamo Marino Faliero era Giorgio Surjan. Con una ragguardevole carriera alle spalle (debutta nell’81 con Ernani), dedicata principalmente al repertorio del primo ‘800, la voce tradisce inequivocabilmente i segni del tempo: qualche problema di tenuta negli acuti e un vibrato piuttosto accentuato. Tuttavia è cantante di solido professionismo, che manca forse (e non solo oggi) di quell’autorità che richiederebbe il ruolo. Se, quindi, i momenti “intimi”, come il duetto finale, risultano i più riusciti, non altrettanto si può dire per i brani che richiedono maggiore autorevolezza e forza, in primis il duetto con Israele. Detto questo Surjan è cantante che sa dove e come mettere la voce, e dipinge un Doge credibile e ben cantato, che si pone su un altro pianeta rispetto ai colleghi che lo accompagnano nell’esecuzione bergamasca. Nel ruolo che fu della Grisi, la Dogaressa Elena, Rachele Stanisci: la parte, relativamente breve, necessita di temperamento autenticamente drammatico (senza scadere, però, in eccessi paraveristi), oltre alla consueta padronanza del canto d’agilità. La Stanisci, che ha debuttato in Mozart, Cimarosa, e certo Puccini, sta ora virando il repertorio verso ruoli ben più “pesanti” (il Verdi di Trovatore, Aida e Don Carlo), tuttavia non sembra, ad ora, disporre dei mezzi necessari. Il timbro è artificiosamente scurito nei centri, mentre man mano che la voce sale il canto si fa ingolato e privo di corretto “appoggio”. Gli acuti, così, risultano costantemente “indietro” e faticosissimi (spesso sono prossimi al bercio più volgare), tanto che è costretta a posture grottesche onde facilitare (invero malamente) l’emissione.. Si aggiunga poi un grave problema di intonazione che inficia il virtuosismo insito nella parte. Nel primo atto esordisce con evidenti stonature che si ripropongono aggravate nella scena e aria dell’atto III. La Stanisci poi tende a “callaseggiare” nel senso peggiore del termine. Il canto di agilità è difficoltoso e la presenza scenica impacciata. A vestire gli ingrati panni di Fernando, pensati per la voce di Rubini, Ivan Magrì: davvero non si comprende il motivo che spinga un cantante – evidentemente privo dei mezzi necessari a superare decorosamente la parte – ad accettare un ruolo del genere. Non basta, infatti, la buona volontà, la dote naturale, o la giovanile incoscienza. Magrì esordisce con una voce evidentemente favorita dalla natura (bella, voluminosa e squillante), peccato che sia rimasta allo stato brado, priva, cioè, di una qualsiasi educazione e tecnica. Dopo un recitativo sgangherato, salvato da una buona esecuzione dell’aria (esclusivamente sulle doti naturali), la cabaletta (misericordiosamente eseguita senza da capo) rivela, impietosa, le pecche: la voce tende a rimpicciolire man mano che sale, sino a risuonare esclusivamente nella gola. Questo rende gli acuti faticosi e sforzati, e i sovracuti necessitano l’abuso di falsetto. Ovviamente sforzare così la voce (che non usa correttamente la maschera e non appoggia con la tecnica dovuta) produce un rapido affaticamento, tant’è che nel duetto che immediatamente succede all’aria, Magrì naufraga miseramente: la voce rimpicciolisce e ricorre ora all’urlo ora al falsetto, stonando evidentemente in ambedue i casi (e in ciò perfettamente affiancato dalla stonatissima Stanisci). Il peggio però, è riservato all’aria dell’atto II (che metteva in difficoltà lo stesso Blake): stonature, agilità raffazzonata, inciampi nel solfeggio. La cabaletta (il da capo ci è di nuovo risparmiato) sembra eseguita in prima lettura, tanto è sgangherata nel ritmo e nell’intonazione. Gli acuti sono presi “alla bersagliera” e immancabilmente gridati. La voce è ormai spossata, incapace di reggere la linea di canto e di legare le note. Un’autentica vergogna, purtroppo non accolta con i doverosi segnali di riprovazione da parte del pubblico, ma con il consueto (anche se timido) applauso dei più. Israele era il baritono Luca Grassi, che ha stonato dall’inizio alla fine, “regalandoci” pure una sonora stecca (roba d’altri tempi) sul finale dell’aria dell’atto III (dopo una cabaletta ignobile, con tanto di da capo stavolta, privo della più minima variazione). Peccato che la sua parte sia, forse, la più bella e musicalmente interessante dell’opera. Comprimari mediocri (in particolare lo stonatissimo ed effeminato Leoni di Leonardo Gramegna: improponibile nella somiglianza con un satrapo della Bisanzio della decadenza!), compreso il Gondoliere di Domenico Menini a cui è affidata la suggestiva Barcarola dell’atto II (sulla cui linea melodica è costruito il Preludio, disegnando così, sin dall’inizio, il clima notturno dell’opera): e pensare che alla prima era cantata dalla soavissima voce di Nicola Ivanoff! Alla guida dell’orchestra bergamasca, Bruno Cinquegrani, chiamato a dirigere una partitura assai complessa, cupa, tragica, che deve ben rendere e tradurre “quell’ombra dell’antica Venezia” che “si stende misteriosa, solenne sull’intero dramma” (come scrive il Mazzini). Compito che purtroppo non gli riesce affatto, limitandosi a battere il tempo e a far procedere ordinatamente l’orchestra. L’opera così, perde gran parte del fascino e della suggestione, sortendo, spesso, l’effetto contrario: dalla Sinfonia (invero bruttina) degna di un’operetta, ai cori tanto vivaci e gai da non sfigurare in un’opera buffa (e immancabilmente “strillati” dalle mediocrissime compagini bergamasche), ai tempi troppo veloci e scanditi (che sembrano voler confermare il nomignolo “dozzinetti” dedicato dai più accesi denigratori all’autore). Regia ispirata al più che comodo laissez-faire (che demanda ogni interpretazione all’estro del singolo: e a volte conviene, altre volte – spesso in questo caso – conviene assai meno) e costumi abbastanza anonimi di un polveroso tradizionalismo. Molto brutta la scena unica: uno spazio circolare, chiuso da pareti metalliche, sul cui pavimento ora si aprono le fornaci dell’Arsenale, ora i pavimenti decorati del Palazzo Ducale (o della residenza di Leoni) ovvero la stuoia che funge da letto alla Dogaressa, ora campeggia un trono ferreo, ora si apre la voragine delle prigioni. Luci molto brillanti e calde, che contribuiscono – insieme a tutto il resto – a menomare l’atmosfera notturna e cupa che dovrebbe aleggiare sull’opera. Alla fine i consueti e immeritati applausi fanno calare il sipario su di una brutta esecuzione in un brutto Festival, dedicato, suo malgrado, all’autore che oggi, più di tutti, necessiterebbe di uno spazio serio e dedicato. Purtroppo il problema principale è legato agli interpreti: opere come Marino Faliero, scritte su misura per i fuoriclasse dell’epoca, necessitano di altrettante ugole per poter esprimere tutto il loro splendore. Così come rappresentate ieri, invece, mostrano solo le tante debolezze. Per concludere il Faliero resta opera cruciale nel catalogo donizettiano, di poco successo all’epoca, ma di grande lascito per il futuro (più di una volta si scorge Verdi nella partitura). Titolo dalla coraggiosa e innovativa struttura musicale, che meriterebbe un trattamento assai migliore, non potendosi reggere unicamente sulla affaticata bravura del protagonista. Assistendo alla rappresentazione di ieri pomeriggio non si può che immaginare soltanto quello che doveva essere l’opera, sia nella mente dell’autore che nelle orecchie dei primi spettatori: le esibizioni vocali, i virtuosismi, le finezze strumentali, la grandiosità della messa in scena. Espressamente costruita sull’eccellenza degli interpreti, ora ridotta a mediocre “vorrei, ma non posso”! A conclusione riporto qui quanto scritto da Mazzini nella sua acuta e approfondita analisi dell’opera: analisi che ben rende l’idea di quel che doveva essere la sensazione che essa donava allo spettatore dell’epoca: “E i presentimenti di rinnovamento crescono nel Marino Faliero. Un’ombra dell’antica Venezia – quanto almeno comportava il libretto – si stende misteriosa, solenne sull’intero dramma. La romanza del gondoliere, pronunciata nella sinfonia e cantata soavissimamente dall’Iwanoff, - il ballo veramente de’ tempi nel finale dell’atto primo, a cui s’intreccia con tanta scienza il dialogo declamato tra Faliero e Bertucci, - l’inno magnifico di Faliero cantato da’ cori, - la cavatina Di mia patria, o bel soggiorno, che solo un esule può intendere, e l’allegro dove un conforto d’amore spira con indicibile soavità, per entro alla languida tristezza della lontananza; - poi, e innanzi a tutto, il nuovo, sublime e veramente ispirato duetto fra Marino Faliero e Israele Bertucci, rappresentazione profondamente vera, l’uno del principio popolare intollerante di giogo, l’altro del principio aristocratico offeso nella parte più vitale della sua essenza, l’onore, - quell’alternare, iroso, tronco, concitato di frasi melodiche, che non è canto, perché chi canta è l’orchestra, ma congiura reale, evidente, evocata dalle ceneri di Faliero e Israele, - quella maestrìa mirabile di scienza musicale e scienza fisiologica umana ad un tempo, maestrìa d’insistenza progressiva in Israele, di progressivo incalorimento in Faliero: diresti una lama messa da Israele nel petto del doge, che penetra, penetra, poi quando il grido d’un popolo conculcato non basta, e Israele gitta a un tratto sulla bilancia l’onta del Doge, gli si pianta nel core, - e quel rapido annunzio delle sue vittorie a Bertucci Venezia avrà il brando di Falier, che sale alle stelle, e ti svincola l’anima da quel peso d’incertezza angosciosa che la premeva; - e quello spegnersi di ogni lotta in un vaticinio d’azione nel fratelli, amici furono, vero guanto di sfida cacciato alla tirannide veneta dai due principii serrati a lega di vendetta e di sangue – e allora quell’aura di tristezza muta, secreta, non definita, ma sempre crescente, che sottentra lenta lenta all’energia della volontà, che pone ad uno ad uno gli attori del dramma sotto il dominio della fatalità, unica da quel punto in poi scioglitrice del nodo: che invade la musica, trapela nei due cori del second’atto, serpeggia, ti circonda, t’avvinghia delle sue spire, in quel fatidico preludiare di violoncelli, all’io ti veggio, or piangi e tremi: si versa per ogni nota di quell’adagio ch’è un’onda di musica, s’incarna in quella movenza nuova, legata, continua, vi pone, o m’inganno, un presentimento della morte di Fernando, signoreggia dall’alto, cupa come la notte, immobile come la laguna, sull’apparire del Doge fra congiurati, e su quelle note, piene, gravi, solenni del Questo schiavo coronato; annuncia il suo trionfo vicino, in quel batter d’armi e di brandi che s’ode, e vince finalmente nell’ultimo addio di Fernando alla vita, riassumendosi tutta in quel mi bemolle su cui poggia l’intero canto, - poi l’ultimo sforzo, l’ultimo gigantesco tentativo dell’umana volontà che concentra tremendamente tutte le sue potenze alla lotta, e si slancia disperatamente nella stretta: non un’alba, non un’ora, che chiude la scena – poi ancora, e quando tutto è finito, l’aria cantata da Elena, l’addio di Bertucci a’ suoi figli, quel conato eloquente Siamo vili e fummo prodi, che dovrebbe far arrossire chi l’ode: il duetto finale tra la Grisi e Lablache, - sono tutti più o meno – o travedo – indizi potenti d’un genio che non s’è svolto tutto finora, che intravvede voglioso un nuovo mondo musicale, che vorrebbe bene pur correrlo, che forse inceppato, strozzato dalle mille cagioni ch’ostano in oggi al genio valente, nol correrà; ma che a ogni modo s’è rivelato in preludii, da’ quali la generazione ventura trarrà, credo, argomento di dire: Quegli era potente a conquistarlo, se avesse voluto davvero.





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