Penso soprattutto alla prestazione di Antonello Palombi quale Canio – voce ampia e metallica che, pure cantando indietro e sulle corde vocali, è lontana anni luce dall’esibizione vergognosa di Jose Cura. Uno si chiede perche non si poteva mettere in primo cast Palombi la cui presenza alla prima avrebbe aiutato ad evitare la tragedia che è successo dopo la caduta del sipario sui Pagliacci cantati quasi senza Canio. Kristine Opolais quale Nedda canta con una voce bianchina, priva di sonorità e della minima sicurezza intonativa negli acuti, ma risulta meno irritante rispetto a Oksana Dyka e, alla fine… è anche molto più bella da vedere. Alberto Mastromarino quale Tonio è incapace di legare due suoni, emette continuamente suoni fissi, muggiti, berciati e canta con un registro acuto completamente indietro e dei falsettacci inascoltabili. Il Silvio di Gabriele Viviani, pure possedendo uno strumento non di scarsa importanza, è privo di musicalità e delle basi elementari di tecnica per quale tutta la bellezza dei cantabili nel duetto d’amore viene distrutta.
Siamo messi abbastanza peggio nella Cavalleria rusticana. Marianne Cornetti quale Santuzza possiede una voce molto voluminosa, ma alla fine resta monocorde, senza l’incisivo fraseggio che ha dimostrato Luciana D’Intino, e vibra eccessivamente appena sale negli acuti. Il Turridu di Francesco Anile è fra le cose peggiori che io personalmente abbia sentita alla Scala. La voce è tutta bloccata in gola ed il timbro è anonimo, anzi sgraziato. Ivan Inverardi canta, come Claudio Sgura, un Alfio né buono né male. Lola e Mamma Lucia sono state incarnate dagli stessi mezzo-soprani come alla prima, sulle cui prestazioni non perderò più tempo e spazio. Vorrei invece invitarvi a riflettere sull’artista la cui presenza è senza dubbio stata la cosa più soddisfacente dell’intero dittico e l’unica ragione che avesse potuto stimolare a risentire questa produzione una seconda o anche una terza volta, ossia il Maestro Daniel Harding.
Alla prima io personalmente avevo preferito la sua direzione della Cavalleria a quella dei Pagliacci, perche quest’ultimo avevo personalmente trovato pesante ed indifferenziato. Restava comunque il fatto che qui non si trattava di un direttore che non può nemmeno manipolare l’orchestra scaligera, come nel caso di tanti direttori prima di lui, ma invece di una lettura voluta e trasmessa all’orchestra con grande efficienza tecnica. Il problema era proprio la concezione. Nella Cavalleria aveva invece usato le numerose pagine orchestrali e corali, ma, per esempio, nel pezzo più celebre della partizione, ossia l’Intermezzo, pure eseguito con precisione e suono pulito, non riusciva a dire qualcosa, rimaneva sterile, completamente privo di legato e di cantilena; questo brano di bellezza infinita e potenziale emotivo passava sotto silenzio, senza un sol applauso. L’altro ieri invece, abbiamo risentito un intermezzo pieno di dinamismo, di una linea legata negli archi, con un coerente sviluppo delle enfasi e delle alternazioni fra crescendo e diminuendo, però senza mai cedere ad un’esagerazione, tenendo molto contenuto ed intimo sia la sonorità sia gli accenti. Ed il pubblico non ha tardato ad applaudire con convinzione. La comunicazione era avvenuta.
L’intermezzo della Cavalleria è sicuramente il pezzo diretto con più lirismo dal Maestro Harding nell’ambito di entrambe opere, mentre il resto del dittico e soprattutto i Pagliacci sono interpretati come due affreschi sinfonici. Dopo la “A te la mala Pasqua” di Santuzza sentiamo un’esplosione orchestrale nella quale gli ottoni sembrano fossero direttamente saltati da una partizione di Bruckner. Nel duetto di Silvio e Nedda ritroviamo armonie tristanesche in mezzo alla provincia calabrese e l’inizio dell’intermezzo dei Pagliacci ricorda vividamente, come l’ha giustamente notata una mia cara amica, l’aggressivo brontolio degli archi all’inizio della marcia funebre di Siegfried. Il finale orchestrale che viene dopo “La commedia è finita!” sembra la coda della Sinfonia dei Mille di Mahler. E’ Harding a portare sulle proprie spalle l’intero Prologo e le scene solistiche successive, qua coprendo un(a) cantante per se improponibile, là movendo avanti l’azione senza fermarsi. E sono soprattutto i Pagliacci che gli permettono di dare uno slancio profondamente sinfonico all’intera partizione, i brani solistici inclusi. La separazione fra passaggi propriamente sinfonici e passaggi vocali è invece molto più marcata nella Cavalleria, limitando così per un direttore le possibilità sia di aiutare un cantante con il rinforzo del lato sinfonico nell’orchestra sia di fare della partizione un flusso drammatico ininterrotto ed unitario.
E’ proprio per questo che considero i Pagliacci e non la pur bellissima Cavalleria come il trionfo personale del Maestro Harding che, avendo strumentalizzato a fondo l’intero potenziale sinfonico del testo di Leoncavallo, ci ha fatto sentire delle cose – colori, citazioni, accenti – che nessuno ha saputo o voluto enfatizzare fino adesso. Il direttore inglese fa dei Pagliacci un’esperienza autenticamente sinfonica ed arriva a fare funzionare lo spettacolo, a dare vita al dramma, senza avere cantanti capaci di farlo sul palcoscenico. Dopo due settimane di recite, dobbiamo attestare con piacere che Daniel Harding ha approfondito la sua lettura, ha ripensato fondamentalmente il suo approccio iniziale, ed ha mostrato e direttamente trasmesso in suono la sua grande responsabilità, anzi responsività, dando reazioni adeguati alla critica ricevuta ed alle sfide dalla parte di gente appassionata di questa musica. E’ per questo che già all’inizio dei Pagliacci l’applauso che l’ha accolto era abbastanza fermo. Ricevendo un applauso tutto per se dopo l’intermezzo dei Pagliacci, era l’unico ad ottenere un vero successo durante le uscite singole, con un applauso fragoroso, parecchi gridi di “Bravo!” e “Bravo, Maestro!” che sottolineavano il suo merito personale e singolare. Nella Cavalleria, in mezzo a un preludio molto convincente le ottime esecuzioni dei brani corali, ha finalmente saputo rompere anche il gelido incantesimo di sterilità e di silenzio nell’intermezzo ed ha giustamente riscosso un altro grande successo alla fine.Ci sono stati tanti discordi sulla sua direzione, ai certi piacevano più i Pagliacci, agli altri la Cavalleria, a una terza categoria il suo dittico non piaceva affatto. In ogni caso, una cosa resta sicura: contrariamente a tanti direttori che abbiamo visto alla Scala negli ultimi tempi, Harding è stato l’unico a dirigere l’orchestra con autorevolezza, a farla suonare con pulizia e precisione, dando al contempo una lettura particolarissima delle due opere. (Non c’è bisogno di dire che quando un direttore fa un fracasso indistinguibile, qualsiasi discorso sull’interpretazione è a priori liquidato. Mi riferisco alla Carmen ed al concerto sinfonico di Dudamel o alla Valchiria di Barenboim.) Quando si guarda nella buca mentre dirige Harding, uno si accorge subito che gli orchestrali stano rispondendo con la giusta reazione a ogni suo gesto – gesto sempre esatto e completamente privo di un’esagerata coreografia auto-celebrativa. Un altro grande merito – forse il più importante in quanto si tratta di opera – è la sua capacità di cambiare tempi e volumi dell’orchestra a seconda delle risorse individuali di ogni cantante. Non sappiamo se questa “capacità” sia stata ottenuta per via di una sua autonoma riflessione sulla vocalità o invece per via di “negoziazioni” con i cantanti. In ogni caso, qualunque ne sia la causa, rimane il fatto che nell’ultimo periodo alla Scala Harding è l’unico direttore d’opera che abbia saputo dimostrare questa spontaneità di fronte ai cantanti.
Con la Sinfonia alpina (di cui presto vi riferiremo) ed il dittico verista – due prestazioni molto sorprendenti e controverse, nel caso dei Pagliacci passati anzi dai fischi ai “Bravo, Maestro!” – l’attuale stagione scaligera conclude per il direttore inglese. Ed un’ultima volta vorremo sottolineare che, comunque poco rispettose siano per i cliché locali tradizionali – siciliani, calabresi o alpini – le sue interpretazioni e nonostante il suo passato piuttosto baroccaro e la frequentazione dei cantanti fissi per vocazione come Patricia Petibon lascino qualche dubbio sulla concezione che può avere della regole e stili di vocalità, la sua professionalità di direttore e la disposizione spontanea a negoziare con i propri concetti e le situazioni particolari lo rende una figura isolata ed autenticamente interessante nell’ambito delle ultime stagioni scaligere.
Giuditta Pasta



