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sabato 5 febbraio 2011

Le cronache di Giuditta Pasta - Cavalleria e Pagliacci alla Scala: secondo cast

L’altro ieri ci siamo recati alla Scala per la penultima replica del dittico verista con l’intero secondo cast che, come in tanti altri casi, è stato per certi versi più accettabile del nominale “primo”.

Penso soprattutto alla prestazione di Antonello Palombi quale Canio – voce ampia e metallica che, pure cantando indietro e sulle corde vocali, è lontana anni luce dall’esibizione vergognosa di Jose Cura. Uno si chiede perche non si poteva mettere in primo cast Palombi la cui presenza alla prima avrebbe aiutato ad evitare la tragedia che è successo dopo la caduta del sipario sui Pagliacci cantati quasi senza Canio. Kristine Opolais quale Nedda canta con una voce bianchina, priva di sonorità e della minima sicurezza intonativa negli acuti, ma risulta meno irritante rispetto a Oksana Dyka e, alla fine… è anche molto più bella da vedere. Alberto Mastromarino quale Tonio è incapace di legare due suoni, emette continuamente suoni fissi, muggiti, berciati e canta con un registro acuto completamente indietro e dei falsettacci inascoltabili. Il Silvio di Gabriele Viviani, pure possedendo uno strumento non di scarsa importanza, è privo di musicalità e delle basi elementari di tecnica per quale tutta la bellezza dei cantabili nel duetto d’amore viene distrutta.
Siamo messi abbastanza peggio nella Cavalleria rusticana. Marianne Cornetti quale Santuzza possiede una voce molto voluminosa, ma alla fine resta monocorde, senza l’incisivo fraseggio che ha dimostrato Luciana D’Intino, e vibra eccessivamente appena sale negli acuti. Il Turridu di Francesco Anile è fra le cose peggiori che io personalmente abbia sentita alla Scala. La voce è tutta bloccata in gola ed il timbro è anonimo, anzi sgraziato. Ivan Inverardi canta, come Claudio Sgura, un Alfio né buono né male. Lola e Mamma Lucia sono state incarnate dagli stessi mezzo-soprani come alla prima, sulle cui prestazioni non perderò più tempo e spazio. Vorrei invece invitarvi a riflettere sull’artista la cui presenza è senza dubbio stata la cosa più soddisfacente dell’intero dittico e l’unica ragione che avesse potuto stimolare a risentire questa produzione una seconda o anche una terza volta, ossia il Maestro Daniel Harding.
Alla prima io personalmente avevo preferito la sua direzione della Cavalleria a quella dei Pagliacci, perche quest’ultimo avevo personalmente trovato pesante ed indifferenziato. Restava comunque il fatto che qui non si trattava di un direttore che non può nemmeno manipolare l’orchestra scaligera, come nel caso di tanti direttori prima di lui, ma invece di una lettura voluta e trasmessa all’orchestra con grande efficienza tecnica. Il problema era proprio la concezione. Nella Cavalleria aveva invece usato le numerose pagine orchestrali e corali, ma, per esempio, nel pezzo più celebre della partizione, ossia l’Intermezzo, pure eseguito con precisione e suono pulito, non riusciva a dire qualcosa, rimaneva sterile, completamente privo di legato e di cantilena; questo brano di bellezza infinita e potenziale emotivo passava sotto silenzio, senza un sol applauso. L’altro ieri invece, abbiamo risentito un intermezzo pieno di dinamismo, di una linea legata negli archi, con un coerente sviluppo delle enfasi e delle alternazioni fra crescendo e diminuendo, però senza mai cedere ad un’esagerazione, tenendo molto contenuto ed intimo sia la sonorità sia gli accenti. Ed il pubblico non ha tardato ad applaudire con convinzione. La comunicazione era avvenuta.
L’intermezzo della Cavalleria è sicuramente il pezzo diretto con più lirismo dal Maestro Harding nell’ambito di entrambe opere, mentre il resto del dittico e soprattutto i Pagliacci sono interpretati come due affreschi sinfonici. Dopo la “A te la mala Pasqua” di Santuzza sentiamo un’esplosione orchestrale nella quale gli ottoni sembrano fossero direttamente saltati da una partizione di Bruckner. Nel duetto di Silvio e Nedda ritroviamo armonie tristanesche in mezzo alla provincia calabrese e l’inizio dell’intermezzo dei Pagliacci ricorda vividamente, come l’ha giustamente notata una mia cara amica, l’aggressivo brontolio degli archi all’inizio della marcia funebre di Siegfried. Il finale orchestrale che viene dopo “La commedia è finita!” sembra la coda della Sinfonia dei Mille di Mahler. E’ Harding a portare sulle proprie spalle l’intero Prologo e le scene solistiche successive, qua coprendo un(a) cantante per se improponibile, là movendo avanti l’azione senza fermarsi. E sono soprattutto i Pagliacci che gli permettono di dare uno slancio profondamente sinfonico all’intera partizione, i brani solistici inclusi. La separazione fra passaggi propriamente sinfonici e passaggi vocali è invece molto più marcata nella Cavalleria, limitando così per un direttore le possibilità sia di aiutare un cantante con il rinforzo del lato sinfonico nell’orchestra sia di fare della partizione un flusso drammatico ininterrotto ed unitario. E’ proprio per questo che considero i Pagliacci e non la pur bellissima Cavalleria come il trionfo personale del Maestro Harding che, avendo strumentalizzato a fondo l’intero potenziale sinfonico del testo di Leoncavallo, ci ha fatto sentire delle cose – colori, citazioni, accenti – che nessuno ha saputo o voluto enfatizzare fino adesso. Il direttore inglese fa dei Pagliacci un’esperienza autenticamente sinfonica ed arriva a fare funzionare lo spettacolo, a dare vita al dramma, senza avere cantanti capaci di farlo sul palcoscenico. Dopo due settimane di recite, dobbiamo attestare con piacere che Daniel Harding ha approfondito la sua lettura, ha ripensato fondamentalmente il suo approccio iniziale, ed ha mostrato e direttamente trasmesso in suono la sua grande responsabilità, anzi responsività, dando reazioni adeguati alla critica ricevuta ed alle sfide dalla parte di gente appassionata di questa musica. E’ per questo che già all’inizio dei Pagliacci l’applauso che l’ha accolto era abbastanza fermo. Ricevendo un applauso tutto per se dopo l’intermezzo dei Pagliacci, era l’unico ad ottenere un vero successo durante le uscite singole, con un applauso fragoroso, parecchi gridi di “Bravo!” e “Bravo, Maestro!” che sottolineavano il suo merito personale e singolare. Nella Cavalleria, in mezzo a un preludio molto convincente le ottime esecuzioni dei brani corali, ha finalmente saputo rompere anche il gelido incantesimo di sterilità e di silenzio nell’intermezzo ed ha giustamente riscosso un altro grande successo alla fine.
Ci sono stati tanti discordi sulla sua direzione, ai certi piacevano più i Pagliacci, agli altri la Cavalleria, a una terza categoria il suo dittico non piaceva affatto. In ogni caso, una cosa resta sicura: contrariamente a tanti direttori che abbiamo visto alla Scala negli ultimi tempi, Harding è stato l’unico a dirigere l’orchestra con autorevolezza, a farla suonare con pulizia e precisione, dando al contempo una lettura particolarissima delle due opere. (Non c’è bisogno di dire che quando un direttore fa un fracasso indistinguibile, qualsiasi discorso sull’interpretazione è a priori liquidato. Mi riferisco alla Carmen ed al concerto sinfonico di Dudamel o alla Valchiria di Barenboim.) Quando si guarda nella buca mentre dirige Harding, uno si accorge subito che gli orchestrali stano rispondendo con la giusta reazione a ogni suo gesto – gesto sempre esatto e completamente privo di un’esagerata coreografia auto-celebrativa. Un altro grande merito – forse il più importante in quanto si tratta di opera – è la sua capacità di cambiare tempi e volumi dell’orchestra a seconda delle risorse individuali di ogni cantante. Non sappiamo se questa “capacità” sia stata ottenuta per via di una sua autonoma riflessione sulla vocalità o invece per via di “negoziazioni” con i cantanti. In ogni caso, qualunque ne sia la causa, rimane il fatto che nell’ultimo periodo alla Scala Harding è l’unico direttore d’opera che abbia saputo dimostrare questa spontaneità di fronte ai cantanti.
Con la Sinfonia alpina (di cui presto vi riferiremo) ed il dittico verista – due prestazioni molto sorprendenti e controverse, nel caso dei Pagliacci passati anzi dai fischi ai “Bravo, Maestro!” – l’attuale stagione scaligera conclude per il direttore inglese. Ed un’ultima volta vorremo sottolineare che, comunque poco rispettose siano per i cliché locali tradizionali – siciliani, calabresi o alpini – le sue interpretazioni e nonostante il suo passato piuttosto baroccaro e la frequentazione dei cantanti fissi per vocazione come Patricia Petibon lascino qualche dubbio sulla concezione che può avere della regole e stili di vocalità, la sua professionalità di direttore e la disposizione spontanea a negoziare con i propri concetti e le situazioni particolari lo rende una figura isolata ed autenticamente interessante nell’ambito delle ultime stagioni scaligere.

Giuditta Pasta

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giovedì 20 gennaio 2011

Pagliacci e Cavalleria Rusticana alla Scala International

Multilingual review:


Muchos aplausos y muchos abucheos caracterizaron la ejecucion, despues de varios años, del celebre diptico verista italiano en el Teatro alla Scala de Milan.
“Pagliacci” abriò la noche con una de las peores compañias de canto presentadas en este teatro: dejando fuera de esta critica la voz pequeña pero agradable del Arlecchino de Celso Albelo, la voz mas tenoril que baritonal del Silvio de Mario Cassi y la prueba sin ningun valor de Ambrogio Maestri, vamos a concentrar nuestra reseña sobre Oksana Dyka y José Cura.
La Nedda de la nueva soprano “lirico spinto” de hoy resultò ser indecente y no adecuado al papel del personaje. La Dyka no posee ni la voz importante que muchas agencias alabaron (quien la escucha se puede dar cuenta que tiene una voz demasiado inflada y forzada) ni la tecnica necesaria para enfrentar un papel elementar como el de “Nedda” en dicha opera: la voz resulta siempre vulgar y sin apoyo en la parte central y desquiciada y desagradable en la parte aguda. Muchos abucheos y contestaciones para ella durante los aplausos. Pero no tantos como los que llenaron teatro al momento de la salida invidual de José Cura.
No es reciente su manera de cantar tan corriente y vulgar, fuera de todas las fundamentales reglas del canto. Ahora, como nos demostrò la otra noche como Canio, resulta improponible en el registro agudo, sin “legato”: no le fue suficiente la agil y veloz direccion de Harding para cubrir evidentes fallas e incluso lograr ir a tiempo con la orquesta, como en el desastroso monologo.
Tras una ora y media de infierno, se presentò en la escena Luciana D’Intino como Santuzza, haciendo muestra de su profesionalidad como cantante antes que nada pero tambien como actriz demostrando como una cantante puede ganar triunfos y aplausos aun sin instrumentos adecuados. La D’Intino saliò ganando sobre todos los cantates por sus intenciones interpretativas, por su fraseo enseñando una Santuzza debil, sin el color del pasado, pero siempre precisa en los tiempos. Sobresaliò en el dueto con Licitra, el unico que posee calidad y cantitad vocal sin saber lo que es cantar: puro tenorismo gritado y vulgar, desafinado y fuera de lugar en cada momento de la partitura. El tambien, en oposicion al triunfo de Luciana D’Intino, recibiò muchos abucheos de parte del publico. Claudio Sgura, cuyo Alfio no ofreciò grandes demostraciones de canto con una voz dura y pesada, y Giuseppina Piunti (Lola), buena actriz y sobria cantante, recibieron palidos aplausos, junto a Elena Zilio (Santuzza).
Daniel Harding diò una interpretacion nueva, personal a las dos operas: dirigiò la orquesta sacando un sonido limpio, pulido, precisio en los tiempos y capaz de alterarlos si los cantates lo necesitaban. En Pagliacci alternò tiempos sinfonicos con tiempos totalmente nuevos para la opera italiana, llenos de colores modernos. En cambio en Cavalleria faltò el color mediteraneo, de sangre y pasion que caracteriza la partitura orquestal.
Nos pareciò un director joven con muchas capacidades, buena tecnica e ideas interesantes, pero sin conciencia de la historia del repertorio lirico.
Triunfo para el al final de Cavalleria, algunas constestaciones en Pagliacci.
Las escenas de Martone recibieron al mismo tiempo aplausos y abucheos (creo injustos) de parte del publico. El director de escena le diò al clavo en las dos operas, le atinò al tema, a la historia: hubo, claro, algunas incongruencias como el burdel incial en Cavalleria, pero supo encontrar gestos adecuados y eficaces, dibujando paisajes y personajes con claridad y sensatez. Un espectaculo escenograficamente bonito y agradable lejos de las recientes producciones de la era Lissner del Teatro alla Scala. - Hipolito Lazaro


Kein friedlicher Abend in der Mailänder Scala am 18. Januar bei der Premiere von Leoncavallos „Der Bajazzo“ und Mascagnis „Cavalleria rusticana“, die mit viel Applaus und genauso vielen Buuhs begrüßt wurden. Daniel Harding präsentierte eine ausdrücklich persönliche Lektüre der beiden veristischen Meisterwerke, dirigierte mit Autorität und technischer Sicherheit, gab Farben und Untertöne zu hören, an die man sonst nicht gewöhnt ist. Trotz der einigen Buuhs, die er nach dem „Bajazzo“ erntete, und der farbenreichen, aber doch etwas kühlen „Cavalleria“, ist Harding mit Sicherheit der erste Dirigent an der Scala, der, nach Jahren peinlicher Leistungen seitens Barenboim, Dudamel, Gatti und der französischsprachigen Dirigenten im italienischen Repertoire, das Orchester ein bedeutendes klangliches und interpretatives Niveau erreichen ließ.

Bei aller Kritik muss man aber auch in Betracht ziehen, was der junge englische Dirigent mit dem äußerst unzulänglichen Sängerteam überhaupt zu tun imstande war. Denn außer der Santuzza der nun nicht mehr sehr jungen Luciana D’Intino, lag das allgemeine gesangliche Niveau in den beiden Einaktern unterhalb des Akzeptablen. Deswegen wurden im „Bajazzo“ Jose Cura wegen seines in allen Registern mühseligen, kehligen und vor Atemmangel erstickenden Canio, als auch Oksana Dyka (zukünftige Tosca an der Scala) für ihre stimmlich obszöne Darstellung der letztendlich ziemlich einfachen Rolle der Nedda und in der „Cavalleria“ der Tenor Salvatore Licitra besonders für die großen Schwierigkeiten im hohen Register heftig ausgebuht. Luciana D’Intino erwies sich als die Einzige, die imstande gewesen ist, sich glaubwürdig in die Figur der Santuzza hineinzuleben und mit der nunmehr äußerst imperfekten, von der 25-jährigen Karriere ausgetragenen Stimme doch Phrasen von großer Schönheit und vokaler Präzision hervorzubringen.

Ungerecht scheinen uns hingegen die Buuhs gegen den Regisseur Mario Martone, der die beiden Einakter durch minimale, ja minimalistische szenischen Mitteln mit großer Poesie und Exaktheit darzustellen gewusst hat. - Giuditta Pasta


Last Tuesday was a “difficult” night at La Scala, Milan. The new production of the traditional Verismo coupling Pagliacci/Cavalleria rusticana got a mixed reception, with strong applause and even stronger boos, mainly addressed to the vocal soloists, with the notable exception of Luciana d’Intino, and to director Mario Martone.
Conductor Daniel Harding had a good success and he deserved it: under his baton the Orchestra and Chorus of La Scala worked much better than with such conductors as Barenboim, Gatti, Dudamel, just to name a few, even if the sound was not Italian enough for this music and in Cavalleria, in particular, there was a patent lack of Mediterranean passion and inspiration. Perhaps Maestro Harding is still too young and unexperienced to achieve the optimal balance between tradition and innovation in this often underestimated, but rather difficult repertory.
Many efforts, but not in the good direction, came from the leading singers in Pagliacci. Tenor José Cura showed his usual vulgar and brutal way of “singing” with little, if any, traces of what his voice used to be. In short, a disaster. Even worse the Nedda, Oksana Dyka, who in spite of supporting singing agencies and “friendly” specialized press has neither the voice nor the technique to sing in a theater like La Scala, or in any theater of some importance. Often out of tune, with a grotesquely pumped lower register and a total lack of legato, the singer will be heard again at La Scala next month as Tosca (!).
Luciana d’Intino as Santuzza sang with the remains of a powerful mezzo voice and reminded the audience – and her colleagues, in particular tenor Salvatore Licitra/Turiddu – that a professional singer needs very little voice to get a triumph, if he or she has got some technique and artistic sensibility left. The latter was not the case for Mr. Licitra, who is fresher, but not more refined or adequate, than Mr. Cura.
Martone signed an interesting production, with a modern-day setting for Leoncavallo (a rather usual solution, nowadays) and a traditional, yet essential and suggestive mise en scene for Mascagni. It is not a show that will change the history of opera interpretation, but a good effort to say “something new” without the usual, and usurated, “coats” of the German tradition or the boring visual effects of too many recent productions seen at La Scala. - Antonio Tamburini





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mercoledì 19 gennaio 2011

Pagliacci e Cavalleria Rusticana alla Scala

Serata tumultuosa alla Scala ieri sera, molti applausi e molti bu e fischi. Trionfo indiscusso per Daniel Harding e Luciana D’Intino, contestazioni poco giustificate per il regista Martone.

Daniel Harding, enfant prodige di scuola abbadiana, direttore sinfonico più che da opera, ha dato una lettura decisamente personale dei due capolavori, suscitando opinioni discordi. La sua interpretazione può piacere o meno, ma è restituita con autorevolezza, sicurezza e capacità tecnica. Personalmente ho trovato più convincenti i Pagliacci ed alterna la Cavalleria, con momenti coinvolgenti ed altri in cui ha suscitato perplessità, per le sonorità particolari e poco tradizionali. Il modo di condurre l’orchestra di Harding è pulito, preciso negli attacchi, dinamico ed anche cromaticamente vario, senza certi sbilanciamenti tra una sezione e l’altra dell’orchestra come ci è capitato più volte di sentire negli ultimi periodi. A fronte delle prove penose offerte nel repertorio da Barenboim, Dudamel, Gatti, per non parlare della schiera delle bacchette francofone dell’anno passato, Daniel Harding ha diretto con maggior precisione e continuità, facendo suonare l’orchestra decisamente al di sopra della media degli ultimi tempi, in modo sicuro anche se talora discutibile.
La sua peculiarità è parsa la ricerca, nei Pagliacci in particolare, di un’alternanza di momenti sinfonici tradizionali e di rimandi al di fuori della tradizione italiana, come pure di sprazzi di un novecento ancora di là da venire. In Cavalleria soprattutto è mancato quel sapore mediterraneo, quella passionalità tutta nostra che connota indubbiamente il capolavoro mascagnano, il più melodico tra i due titoli, perchè il distacco, o comunque la razionalizzazione dei momenti passionali o sensuali ( alludo alla sua Salomè, ad esempio ) è un tratto distintivo del modo di interpretare del maestro inglese. La compagnia di canto di Cavalleria, d’altro lato, era certamente superiore a quella di Pagliacci, quindi l’opera di Mascagni alla fine è parsa complessivamente la migliore delle due. Sappiamo anche che questa direzione è stata frutto di compromessi tra la volontà della bacchetta e quelle del cast, dunque è difficile capire quanto sia frutto dell’idea originale del maestro Harding e quanto sia derivato dal necessario compromesso che si genera alle ultime prove. Fatto sta che i tempi lentissimi di cui si favoleggiava nei giorni scorsi presso il teatro non si sono sentiti e la compagnia di canto, di basso livello, è parsa in difficoltà per ragioni proprie indipendenti dal maestro. Per farla breve, si ha la sensazione di essere sempre di fronte ad un direttore capace e di personalità, il più interessante tra i giovani perché sa sempre dare una cifra personale e ricca di stimoli per lo spettatore, ma che non ha ancora avuto il tempo di maturare il confronto tra le proprie idee e la storia dell’interpretazione del repertorio lirico. Il rapporto dialettico con il palco, cioè i cantanti, non credo si debba compiere all’ultimo minuto per forza di cose, ma debba nascere spontaneamente dalla comprensione del canto, delle possibilità di ciascun cantante e dalla conoscenza della tradizione, magari anche per arrivare a proporre letture nuove o fortemente personali. L’incoerenza tra i modi vecchi, in alcuni casi terribilmente provinciali ( ma di provincia brutta! ) di alcuni degli interpreti di ieri sera, cozzava violentemente con la lettura del direttore. Una grande produzione ( ieri non c’erano le basi minime per farlo, sia chiaro ) non può nascere per mera sommatoria di individualità bensì su una lettura unitaria di un’opera cui regista, direttore e cantanti devono per forza di cose tendere insieme. La compagnia di canto di ieri sera non è parsa mai governata o ispirata in alcuna intenzione musicale percepibile, fatto salvo l’autonoma prestazione della signora D’Intino, da un lato per il livello troppo basso, dall’altro perché i direttori d’orchestra da lungo tempo non sanno essere fonte di idee e guida dei cast.

Nei Pagliacci, primo dei due titoli ad essere proposto, si è udita una delle compagnie di canto peggiori mai esibitesi alla Scala. Fatti salvo il dolce Arlecchino di Celso Albelo, voce piccola ma garbata, ed il composto Silvio di Mario Cassi, dal sapore più tenorile che baritonale, abbiamo assistito alla prova senza infamia e senza lode di Ambrogio Maestri, in difficoltà non appena la tessitura sale e per nulla vario nel fraseggio, ed al naufragio della coppia protagonista.
I Pagliacci senza Canio, come ha detto un vecchio amico di loggione, non esistono. Josè Cura non canta certo da oggi in questo modo becero e volgare, stentoreo e fuori da ogni regola minimale del canto lirico, e per questo a Milano ha sempre avuto difficoltà a piacere. Per i vociomani come noi la sua carriera è inspiegabile sul piano del canto. Adesso la voce è anche consunta, improponibile la zona acuta come pure il procedere senza legato e con sforzo violento nel canto in zona centrale, a suon di note tubate, ingolate per non dire altro. Ha anticipato più volte il maestro, soprattutto nell’ultima scena, perché non gli bastava l’altissima velocità pur offertagli da Harding a non rimanere a corto di fiato. Il pubblico ha mostrato insofferenza continua per i versacci che giungevano dal palco durante la sua prova ed alle uscite singole è arrivata, puntuale, la pioggia dei fischi.
Oksana Dyka, nuova star del registro lirico spinto, già titolare del ruolo Aida nella recente tourneè scaligera a Buenos Aires, è stata altrettanto improponibile, perché non è stata all’altezza del semplice ruolo di Nedda, sia per gli impegni futuri che la vedono protagonista già annunciata anche a Milano come in altri teatri importantissimi. La signora non possiede né la voce importante decantata da certi portavoci d’agenzia, perché a ben ascoltarla è un soprano lirico piuttosto leggero che gonfia e forza i suoni, idonea a repertorio diverso da quello in cui si è avventurata, né la tecnica di base per affrontare anche un ruolo di modesto impegno quale Nedda. Il mezzo naturale suona costantemente impoverito ed involgarito perchè sempre “scoperto” al centro, dove suona chioccia ed acida; in difficoltà sin dai primi acuti, fissa e calante man mano che la tessitura sale; di petto e sgangherata, sgradevolissima nei gravi ( terribile la sua prova in tutta la scena finale..). Ne è uscita una Nedda sciatta ed ordinaria nell’emissione come nel fraseggio, priva dei requisiti necessari per esibirsi da titolare in un teatro come la Scala. Anche per lei all’uscita singola una pioggia di fischi.

Dopo un’ora e mezza nei più profondi gironi dell’inferno, ove il canto professionale è sconosciuto, Luciana D’Intino ha fatto la sua comparsa in scena, vestita di nero, dolente e sconfitta. E così la Scala si è finalmente trovata davanti ad una cantante seria, professionista capace ed esperta, sebbene a fine carriera per raggiunti limiti d’età vocale. Ha rasserenato il clima e ristabilito il senso delle cose. Si può cantare e portare a casa la serata anche con la testa e l’esperienza pur essendo male in arnese, e per questo la signora D’Intino si è imposta su tutti, ricavandone uno dei suoi maggiori successi scaligeri. Si è attaccata al fraseggio, alle intenzioni interpretative, offrendoci la sua Santuzza acciaccatissima vocalmente in ogni registro e con un lacerto del bel timbro di un tempo, ma sempre esatta e pertinente, persino struggente in alcuni momenti. Ci ha ricordato cosa sia un cantante degno di questo nome e che il recitar cantando sta nel dar senso alle frasi e nel toccare il cuore dello spettatore laddove la voce lo consente. Ha manovrato il suo mezzo con caparbietà, macchinando e lottando vistosamente tutta la sera per fare ciò che un cantante di razza deve fare, mettendo le distanze tra sè ed il resto del cast. Nel duetto con il signor Licitra, di certo quello dotato del mezzo di maggior freschezza timbrica e con un centro ancora di grande qualità, ha mostrato la differenza tra chi sa cosa sia il canto e chi non lo sa. Niente di più contrastante tra un tenorismo fatto di canto a squarciagola, stentoreo ed incolore, di contrazioni di gola che puntuali sono comparse nel canto del protagonista non appena la tessitura ha iniziato a salire, ossia al brindisi, ed il canto fatto di intenzioni liriche e, perché no?, di trucchi del mestiere per nascondere minimizzare gli acciacchi del tempo. Perciò il signor Licitra ha ricevuto, pure lui, una bella pioggia di bu e fischi e la signora D’Intino un trionfo di stima e di affetto, a riprova di come la pensa il pubblico della Scala. Bello da vedere il Compar Alfio di Claudio Sgura, un perfetto siciliano da olegrafia, anche se di emissione dura e greve. Esagerata negli effetti caricaturali la Mamma Lucia di Elena Zilio, applauditissima per affetto. Sobria nel gusto e bella da vedere, ma vocalmente povera la Lola di Giusi Piunti.


I due allestimenti di Martone hanno riscosso successo e dissensi da parte del pubblico, ma anche svariati buu, a mio modo di vedere ingiustificati. Il regista ha centrato entrambi i titoli, quello di Leoncavallo, modernamente ambientato nello squallore di una periferia metropolitana, un non-luogo sotto una tangenziale, tra prostitute e zingari, sorta di moderno remake de La Strada felliniana; quello di Mascagni, nella Sicilia di tradizione, evocata quando non semplicemente allusa, fatta di climi, costumi ed un apparato scenico semplice e minimale, seggiole, un crocefisso, un tronco d’albero, frammenti di un muro. A voler essere pignoli, il terzo simbolo, oltre alla chiesa ed all’osteria, su cui ha incardinato l’allestimento di Cavalleria, ossia il bordello, è sembrato forzato e fuori luogo, inutile passaggio di uno spaccato architettonico durante il preludio e che lo spettatore subito cancella dalla memoria, immergendosi nel clima del villaggio mediterraneo. Una forzatura dato che Cavalleria tratta di gelosie e tradimenti, di accese passioni e reazioni violente, ma non di sesso a pagamento, che, tra l’altro, nel paese Rusticano si acquistava in città, lontano dagli sguardi compaesani, e con il tacito assenso delle consorti. Talora pare che i registi odierni temano di sembrare senza idee, o di mancare di personalità se si trovano a percorrere letture semplicemente aderenti al testo. Eppure Martone non ha bisogno di forzare la mano ai soggetti, perché sa trovare gesti adeguati ed efficaci, restituendo ambienti e personaggi con chiarezza e senza banalità. A mio avviso una bella produzione, tra tradizione e modernità, senza alcuna pretesa di segnar e la storia dell’allestimento di questi due titoli, ma serenamente lontana dall’estetica dei “cappottoni” tedeschi o francesi, o dagli artifici di certi registi à la page che hanno invaso la Scala della gestione Lissner.



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domenica 20 settembre 2009

Patricia Petibon - Amoureuses

Sentiamo ripetere, a giorni alterni e sempre dai medesimi pulpiti, che i grandi cantanti di oggi non amano esibirsi nei teatri italiani (e in particolare in quello milanese) perché, quando lo fanno, ricevono un’accoglienza irriguardosa del loro status di sommi interpreti del repertorio lirico.
Patricia Petibon si è prodotta lo scorso mese di marzo in un’Alcina alla Scala. L’accoglienza è stata molto negativa alla première, assai più benigna alle repliche, in cui per tradizione consolidata, e pur con importanti eccezioni, il pubblico è uso dimostrare maggiore magnanimità. O magari, più semplicemente, latita. Tramontato il progetto, a suo tempo ventilato, di una nuova apparizione ambrosiana come Marguerite del Faust, la signora Petibon dovrebbe tornare in Scala fra due anni nel ruolo della poupée dei Contes d’Hoffmann.
Ascoltando il disco “Amoureuses”, uscito l’anno passato e comprendente pagine di Mozart, Haydn e Gluck, viene da pensare che il loggione scaligero, ormai ipostasi di ignorante rozzezza, sia stato, con la cantante francese, fin troppo mite e clemente.

Una considerazione preliminare sul titolo: è raro che un soprano, almeno nell’opera barocca e classica, non soffra o non faccia soffrire altri per amore, ma includere nella categoria personaggi come la Regina della Notte (figura di puro odio) o Giunia del Lucio Silla (in cui l’ansia di vendetta prevale decisamente sul sentimento nei confronti di Cecilio) appare francamente azzardato.

Quella di Patricia Petibon è una voce di cosiddetta soubrette. La figura della soubrette appare nel teatro in musica in epoca posteriore di almeno cinquant’anni al tramonto del diciottesimo secolo. Che Nancy Storace, prima Susanna, poco avesse che spartire con la suddetta categoria vocale, lo testimonia Hegel (se non piglio errore), quando afferma che l’esecuzione delle Nozze di Figaro da parte di una troupe italiana gli aveva per la prima volta rivelato la bellezza dell’opera, anche in virtù dell’impiego di una voce più corposa, segnatamente all'ottava bassa, nel ruolo della cameriera della Contessa. Ancor meno assimilabili alla vocalità soubrettistica sono altri personaggi affrontati nel disco, connotati da una vocalità seria di stampo italiano o financo da un declamato aulico in stile francese: la Regina della Notte (scritta per Aloysia Weber coniugata Lange, destinataria anche dell’aria “Vorrei spiegarvi o Dio”), Giunia, Zaide, Ifigenia tauridica, Armida (di Gluck e di Haydn), Flaminia de Il mondo della luna, Euridice.
Esiste una consolidata tradizione, prevalentemente germanica, di voci di soubrette applicate a questo repertorio. Raramente, però, abbiamo ascoltato, per di più in sede di registrazione ufficiale, una voce così letteralmente malmessa e un’interprete così poco ispirata.
La voce della signora Petibon suona priva del necessario appoggio: inesistente in prima ottava, i tentativi di smorzare e cantare legato producono suoni stimbrati e larvali, con occasionali slittamenti d’intonazione, tipici di chi non sostiene, mentre i passaggi da eseguirsi forte e di slancio portano a suoni incontrollati e incontrollabili fin dai primissimi acuti. A ciò si aggiunge il vezzo, derivato plausibilmente dalla frequentazione del repertorio barocco e degli attuali specialisti del ramo, di acuti marcatamente fissi e di passaggi al limite del parlato, in specie nelle arie di furore. La naturale conseguenza di un simile assetto vocale è un canto assai poco vario, in cui la concitazione e i bamboleggiamenti prendono il posto ora della coloratura, eseguita senza il necessario mordente e con scarso rispetto dei punti coronati, solo occasionalmente onorati di una cadenza, ora dei passaggi in stile declamato, che necessiterebbero di un congruo accento tragico. Oltre che di una maggiore ampiezza vocale, figlia di una natura e più ancora di una cognizione tecnica differente.
La situazione migliora nei brani più “leggeri” del disco, ossia quelli che presentano più contenute difficoltà esecutive: l’aria di Silvia da L’isola disabitata, l’arietta de Lo speziale e la cavatina di Barbarina. Anche in questi brani, sostanzialmente da mezzo soprano, la Petibon non rinuncia a estrose scalate all’acuto che mettono impietosamente in evidenza i limiti della cantante nel registro che dovrebbe, per dote vocale e frequentazione scenica, esserle più familiare.
Alla direzione del Concerto Köln, ensemble che si avvale di strumenti originali, come moda prescrive, Daniel Harding fa il possibile per adeguarsi ai limiti della solista, staccando tempi anche più rapidi di quanto sarebbe necessario e creando in orchestra quelle atmosfere che la voce non è in grado di evocare. Il disco resta comunque un bel buco nell’acqua: dovrebbe dimostrare l’eclettismo e la versatilità della sua protagonista, ma ne chiarisce in effetti i pesanti limiti naturali e tecnici, denunciando al tempo stesso la scarsa oculatezza con cui questi recital “di laboratorio” vengono assemblati.


Gli ascolti

Gluck

Armide


Atto III

Ah! Si la liberté me doit être ravie - Mireille Berthon (1929)

Mozart

Popoli di Tessaglia...Io non chiedo, eterni Dei KV 316 - Mady Mesplé (1965)

Die Zauberflöte

Atto II

Der Hölle Rache - Mado Robin (1947), Mady Mesplé (1966)


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