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martedì 13 luglio 2010

Horror-Tosca da Monaco di Baviera

Probabilmente vi diranno che si è trattata di “Tosca” sublime, sganciata da tutte quelle convenzioni, che per oltre un secolo l’hanno scelleratamente incatramata nel torbido mare dei luoghi comuni; che assistere a questo spettacolo è stato come ascoltare quest’opera per la prima volta; che la regia ha rivelato cose che voi umani non potete neanche immaginarvi; che il cast scelto è il migliore in assoluto dell’intera discografia pucciniana; che la Mattila ha finalmente rivelato chissà quali pieghe della psiche di questa primadonna con una recitazione moderna ed esemplare; che Kaufmann con le sue “mezzevoci paradisiache”, il suo fraseggio analitico e nevrotico, il suo timbro così sfaccettato è un Cavaradossi finalmente pieno di inedite “nuances” ed ha con sol gesto mandato in cantina tutti quei menzogneri, poco stilizzati cantanti del passato, anticaglia mistificatrice di uno stile che solo oggi è stato ripristinato; che Uusitalo è probabilmente lo Scarpia più ambiguo e blasfemo che un artista abbia mai concepito; che l’allestimento di Bondy ha finalmente rivelato con la sua geniale sfrontatezza e grazie ai “non luoghi” scenografici disegnati da Peduzzi, ciò che di più recondito è nascosto nelle parole di Sardou-Illica-Giacosa e tra le note di Puccini e che nessuno, prima d’ora, ha mai osato affrontare. Il tutto infarcito con uno stile pomposo, ricco di aggettivazioni inaudite, soavissime metafore, emozionanti iperboli, metafisiche paranoie, degne di Liala, Carolina Invernizio, o, meglio ancora, un “Harmony”!
E se invece prevarrà un minimo di decenza e onestà intellettuale, abbonderanno i distinguo, i prudenti rilievi, le frasi a metà, scandite dai mantra "tanto non c'è di meglio" e "sempre meglio che la provincia italiota".
Probabilmente…
Sicuramente, la realtà dei fatti è ben altra.

Quello che ARTE ha trasmesso in diretta dall’ Opern-Festspiele di Monaco di Baviera è la constatazione che scavando oltre il fondo si trova sempre qualcos’altro da spalare che cela un limite immediatamente successivo e pronto per essere superato.
Si, perché questa “Tosca” musicalmente e vocalmente ha dimostrato come oggi nemmeno Puccini sia esente da quell’alone di “rappresentabilità”, che affligge molti compositori, se i cast proposti sono di tale livello; a meno che non si voglia mettere in scena una sua comicissima parodia, cioè quello che esattamente è accaduto a Monaco.
Quando i teatri decidono di comune accordo ed in maniera molto intelligente, di produrre insieme un nuovo allestimento, sanno riconoscere la qualità delle proposte a cui daranno vita con i loro investimenti ? Oppure con superficiale fiducia accordano i finanziamenti in base alla “griffe”?
A osservare questo allestimento nato al Metropolitan di New York, e subito contestato, penso che la fiducia in Bondy sia stata molto mal riposta per non dire insensata.
Lasciamo perdere le bruttissime non-scenografie di Richard Peduzzi, riciclatore di se stesso all’infinito che propone, ormai imbiancati di colore diverso, ma sono sempre quelli, i medesimi muri di mattoni alti e incombenti di varie fogge e di vari tagli, accessoriati con scale, scalini, rampe e torrette, che ci perseguitano dal “Lucio Silla”, passando poi per “Tristan und Isolde”, “Così fan tutte” e “Carmen” e che creano non-luoghi potenzialmente adatti a qualunque opera (dal “Pirata” a “Elektra”, da “Otello” a “Gli Ugonotti”, etc.); lasciamo perdere gli inappropriati e comici costumi di Milena Canonero che addobba Scarpia come un rettile (che ardita metafora, eh!) e la povera Tosca come una “damazza” dal gusto pacchiano (le fasce per capelli e le calze rosse velate al secondo atto abbinate all’abito: particolari di gran classe!); lasciamo perdere la regia dalla comicità involontaria di Luc Bondy che sfrutta particolari e controscene inutili facendoli passare per approfondite analisi sui personaggi, trasformandoli invece in maschere grottesche.
Qualche esempio: Tosca che lacera il quadro della “Maddalena”; Scarpia che compie gesti blasfemi sulla statua della Madonna; Spoletta innamorato di Tosca; le vogliose Scarpia-Girls al posto della cena; Tosca in varie posizioni ginecologiche; il ventaglio dell’Attavanti usato da Tosca per farsi aria dopo il ridicolo omicidio del suo aguzzino; il finale in odor di bungee jumping che dovrebbe essere invece un coup de théâtre (presente al Met, del tutto assente a Monaco, che termina con una corsa nella torretta).
Cogliamo l’occasione per ringraziare le dirigenze del Teatro alla Scala, grazie al quale potremo ammirare anche noi in Italia tale obbrobrio nella prossima stagione.
Concentriamoci sul canto, anche se non abitava più qui.
Fuori parte Karita Mattila, la protagonista, che con Puccini (vedi “Manon Lescaut”) ha fatto sempre a botte: voce ormai spaccata in due registri, quello “parlato” per il grave e quello strillato per il centro acuto. Timbro ormai inafferrabile, emissione oscillante, tremula ed in debito, oltre che di ossigeno, anche di intonazione; fraseggio dal gusto becero e prepotente mantenuto coerentemente talmente sopra le righe da stridere con le note, tanto da risultare irritante nella sua monotonia: così il personaggio che ne esce fuori è quello di una nevrastenica in costante affanno e fuori controllo, dotata di ben poco sensuali occhiatacce killer e volto tagliato da una bocca serrata e digrignante. Parlare di rispetto per le note, per il legato e per le espressioni previste sarebbe argomento da barzelletta.
Sullo stesso livello lo Scarpia interpretato da Juha Uusitalo: lo avevo lasciato come Wotan di tutto rispetto a Firenze e Valencia, lo ritrovo a Monaco con un timbro essiccato più vicino a Spoletta, un’emissione totalmente rozza per non dire disordinata aggrappata disperatamente alle corde vocali ed allo stomaco al posto di essere sostenuta dal diaframma e dal fiato; il bass-baritono letteralmente reinventa note (“Te deum” e tutto l’inizio del II atto) stonandole, perde la coesione con l’orchestra, perché troppo impegnato a sedersi su divani e poltroncine o a stendersi sulla Mattila, gli acuti si spezzano tutti, perché l’estensione non gli permette di raggiungerli ed il personaggio, di fronte a questi deficit, non è nemmeno sbozzato.
Kaufmann è più furbo, ma non viene premiato dal pubblico al termine delle arie, passate praticamente sotto silenzio.
Le “mezze voci paradisiache” che il tenore sistema a macchia di leopardo un po’ dove capita in realtà sono sbadigli; le “nuances” tanto care ai suoi fans hanno un nome proprio: falsettini. Il timbro è baritonale, più scuro in molti casi, come alcuni attacchi al III, atto di quello di Uusitalo, e non ricorda affatto né Vickers, né Thill, né van Dyck, né Wittrisch, ma più un Vinay senescente, un Giacomini in serata sfortunata, un Cura prima di perdere il registro acuto, che Kaufmann ancora possiede, sforzato, fumoso, ma lo possiede. L’emissione aperta non gli permette di ammorbidire il canto nei recitativi che così risultano ruvidi e grossolani come nei dialoghi con il Sagrestano e con Angelotti. Il fraseggio ritrae un Cavaradossi scostante, spaesato, non molto coinvolto, né tantomeno coinvolgente.
Il basso-buffo Enrico Fissore non maschera i segni del tempo data l’emissione traballante, ma cerca di evitare la macchietta nonostante la regia gli imponga tale atteggiamento. Kevin Conners, Spoletta, che poco tempo fa avevo ascoltato nel “Die Entführung aus dem Serail” fiorentino risulta molto a disagio se non addirittura usurato nei panni dello scherano di Scarpia. Ruvidi sia l’Angelotti di Christian van Horn che lo Sciarrone di Rüdiger Trebes.
La direzione di Fabio Luisi è attentissima a sottolineare tutti i temi ed i preziosismi sinfonici pucciniani, indugiando su tempi fin troppo dilatati e dilavati da quella verità teatrale che deve coinvolgere il pubblico e creare l’intesa con il palcoscenico: che in questo caso si risolve in scollamenti vistosi soprattutto nel II atto ed in perdite di intonazione nel settore degli archi e dei fiati che si perdono in fastidiosi stridori.
Una “Tosca”, nel complesso, di bassa provincia Tedesca che vorrebbero farci passare per prelibato caviale.





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domenica 22 giugno 2008

Rigoletto in televisione da Dresda

Il Rigoletto, trasmesso ier sera dal canale Arté dal Teatro di Dresda ed atteso dalla folla degli ammiratori di Flórez, quale ulteriore epifania dell’arte sempre in ascesa del divino Diego, è assolutamente imperdibile. Non per Flórez, ma per comprendere quale sinistro vento spiri da un grande teatro straniero che proponga una nuova edizione di un titolo italiano, con la presunzione che nuova produzione sia produzione grande e storica. E non solo per la compagnia di canto.

L’aspetto deleterio e più censurabile è proprio la arte visiva affidata ai signori Lehnhoff, Bauer e Walter. La corte è nera, la casetta di Rigoletto evoca luoghi di cura per malati mentali, la tavernaccia di Sparafucile un equivoco piano bar, tutti indossano capotti da Brecht, Gilda al terzo atto richiama Notorius fra nebbie da Fronte del porto, il Duca, al primo atto, imita maldestramente John Travolta, Rigoletto, nel corso del breve preludio, si trucca come Canio ( e allora tanto valeva interpolare, anche alla luce del gusto del title role “Vesti la giubba”) E per proseguire nell’autentica antologia di brutture mettiamoci le maschere zoomorfe alla festa, occhi cerchiati da eroinomani per spiegare che la corte è laida e, naturalmente Ceprano con maschera munita di protuberanze cheratinose, Giovanna con aria da Kapo, Gilda, dapprima bamboleggiante ed ingenua (con sospetto di ritardo mentale) e, dopo la conoscenza con il Duca, trasformata in ninfomane, tanto ninfomane da sognare l’ultimo amplesso con il Duca, nel corso del quartetto, sino a diventare una sorta di apparizione nel finale.
Il tutto a provare che fra romanticismo italiano e attuale cultura tedesca i rapporti sono improntati alla assoluta incomunicabilità. E siccome Brecht e l’espressionismo sono di un secolo successivi al nostro romanticismo, è semplice attribuire lo svarione.
Quanto all’esecuzione musicale certo l’attacco del preludio ci fa sentire la qualità del suono della Staatskapelle di Dresda, poi i semplici accompagnamenti al canto ispirano suoni e sonorità da organetto. Per giunta con alcuni tempi lentissimi alle riprese o tagli riaperti come “padre non più parole”, che, impietosi, esibiscono le difficoltà della compagnia di canto prescelta.
Quanto al protagonista, il signor Zeljco Lucic, siamo al solito erede della tradizione becera dei Gobbi e Bastianini, senza i loro mezzi in natura privilegiati, e i loro strascicamenti, portamenti, mezze voci abortite, acuti strozzati. E’ tempo perso armarsi di spartito e segnare i luoghi dove i difetti enunciati per sommi capi, compaiono. Possiamo solo sperare che i responsabili della programmazione dei nostri teatri, sempre molto sensibili ai venti germanici, non ci offrano in Verdi siffatto paradigma di malcanto e cattivo gusto.
Tale il padre, tale la figlia, Diana Damrau, che si vorrebbe accreditare quale erede della Gruberova e che, in primo luogo, scentra completamente la definizione del personaggio che non è un’oca e neppure una ninfomane. Si potrebbe anche passare sopra alla definizione sfalsata del personaggio se cantasse professionalmente. Purtroppo il sostegno e la proiezione del suono sono precari, staccati e picchettati imprecisi (esecuzione parziale nel senso che Verdi ne scrive quattro e ne sentiamo due o tre), la dinamica limitata (nei piani e pianissimi il suono va indietro) e l’unico sovracuto interpolato, ovvero il mi bemolle al duo della Vendetta, è uno strillo. E si che parliamo di una cantante che nel canto strumentale in zona acuta e sovracuta si dice abbia la propria parte migliore.
Quanto al sovracuto stridulo e teso il Duca è pari all’amata, con un suono bianchiccio, piccolo e stimbrato, che Flórez interpola alla fine della cabaletta Possente amor mi chiama. Il che non è affatto un problema. Il problema è ben altro, ossia l’inadeguatezza naturale dei tenori di mezzo carattere come gli Alva, i Benelli, i Giménez al canto verdiano. Non si tratta di note, che a Flórez non mancherebbero, ma della mancanza di cavata e ampiezza, accompagnati da un vibrato insistente e pronunciato, che impediscono la dinamica essenziale al canto d’amore del Duca, alla soddisfazione di un rapporto soddisfacente fra palcoscenico ed orchestra. Flórez risulta piatto, affaticato ed in debito di ossigeno nelle frasi lunghe richieste all’amoroso verdiano, sia sinceramente innamorato come Riccardo ed Ernani o perverso come il Duca. Amoroso verdiano che, scusate la ripetizione, non è il protagonista di un lavoro di mezzo carattere di Cimarosa e Paisiello o di un opéra comique di Adam o Boieldieu. Anche la sua “maniera” scenica è poco pertinente.
I due fratelli che lavorano al piano bar, salvo poi agire come tutti gli Sparafucile e Maddalena (Georg Zeppenfeld e Christa Mayer), che abitano la stamberga lungo il Mincio, sono un falso basso ed un falso mezzo soprano, oltre che i falsi ospiti, indispensabili al compimento della maledizione di Monterone.

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