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sabato 17 luglio 2010

Le cronache di Carlotta Marchisio - Il barbiere di Siviglia alla Scala, seconda recita... nessuna novità!

Credevamo di esserci perse per Milano, lunedì sera, la sottoscritta e un paio di amiche sue. Abbiamo inizialmente preso le distanze da ogni responsabilità personale e incolpato sull’unghia la topografia, tant’è che ci siamo da subito chieste se per beffa del caso via Marconi fosse stata trasferita in via Dante e la stessa Via Dante, con una rotazione improvvisa di novanta e passa gradi, avesse preso il posto di via Marconi; quasi che il “Piccolo Teatro”, in pausa estiva, avesse deciso di ospitare una tantum un’opera scaligera. In altre parole, ci siamo domandate se questo Rossini in cartellone fosse stato epurato dal canto e rappresentato in forma di prosa, un po’ come successe nel ’92 al “Teatro delle erbe”. Purtroppo, va da sé, non c’è stato alcuno sconvolgimento cartografico né tantomeno una perdita improvvisa d’orientamento da parte nostra. Eravamo alla Scala e abbiamo assistito alla seconda recita del Barbiere di Siviglia…
Partiamo dai cantanti al debutto in questa produzione.
Inutile dirlo, l’artista che più di ogni altro ha catalizzato e continua a catalizzare l’attenzione su questo Barbiere è Juan Diego Florez, che mancava dal Piermarini dal 2007, eccezion fatta per un recente recital di successo. Diciamo subito che la prova del tenore peruviano mi è parsa buona, di gran lunga al di sopra di quella dei colleghi, vuoi per doti d’interprete, vuoi per sostrato tecnico non indifferente. Se il volume non è certo torrenziale, la zona centro-acuta/acuta rimane senza dubbio terreno di elezione, ancora fertile, per muoversi con disinvoltura sul pentagramma, tanto che le due puntature (chiusa della cavatina e del rondò) sono state eseguite e tenute con sicurezza degna di nota. Il fraseggio, pur inficiato dal diffuso “belato” di tanti tenori rossiniani del momento (Brownlee, giusto per rimanere nella stessa produzione, ne esibisce uno ancora più marcato), che finisce per produrre qualche intoppo nella potenzialità di colorare i versi, più che variegato è credibile ed efficace, poiché ben si addice alla parte dell’innamorato d’alto lignaggio. Insomma, complice la già menzionata dote scenica, il personaggio del Conte iberico viene fuori bene. Resta però qualcosa da dire sui segni d’usura, tipici del procedere della perfida linea del tempo, che tuttavia nulla vanno a togliere ai meritati applausi ricevuti. Sia chiaro, la forma fisica non c’entra nulla (gli ammiratori di Juan Diego possono con buona pace risparmiarsi la mano al cuore…). Ciò che non mi ha convinto appieno riguarda, con ogni evidenza, il coté vocale. Innanzitutto la respirazione. Nella cavatina e in particolare appena più avanti, nella canzone “Se il mio nome saper voi bramate”, il tenore è stato più volte in debito di fiato («che fido v’adoro» - «che sposa vi bramo»). Nelle ascese legate (la salita su «aurORA» o su «lo stral»), invece, capita che la voce si smagli leggermente e appaia un po’ tirata (a differenza, come detto, degli acuti di forza e a piena voce, ineccepibili), mentre al centro non è esente da qualche lieve stimbratura e calo d’intonazione, poco rilevanti ma da mettere in ogni caso in cronaca. Nel complesso, una prova considerevole.
Ci si chiede poi quali siano i motivi che spingono una sovrintendenza a scritturare dall’Ucraina cantanti censurabili come il Don Basilio di Alexander Tsymbalyuk. La voce è da vero basso slavo, che tradotto in termini contemporanei significa cavernosa e intubata. In alto non è mai a fuoco e per arrivarci il passaggio di registro è brado e risolto alla carlona. Nell’”aria della calunnia” i pochi passaggi con un minimo di ritmo vengono risolti con una piattezza di fraseggio che agghiaccia, mentre la lunga salita fino a «l’aria rimbombar!» è una sinestesia che rimanda immediatamente all’elettroencefalogramma di un comatoso. Un brutto momento, complice la pesantissima direzione di Mariotti.
Altro discorso per il veterano Alessandro Corbelli. Da parte sua ha invidiabili qualità attoriali che rivelano alla base uno studio approfondito e personale della resa scenica del “buffo”. Che sia la volta di Don Bartolo o di Don Pasquale, quando sale sul palco Corbelli è Don Bartolo o Don Pasquale. La mimica facciale rigogliosa di espressioni, l’intelligenza con cui pone la frase e la leggerezza sorniona del gesto ne fanno uno dei massimi interpreti di personaggi operistici di questa tessitura vocale. E però… Però c’è poco altro. Ed è per questo motivo che la sensazione l’altra sera è stata più quella di assistere a uno spettacolo di prosa che a uno di lirica. Perché non è accettabile che i recitativi vengano portati avanti senza pienezza di suono, senza un canto sfumato e modulato a seconda delle esigenze drammaturgiche del momento. Una gag all’opera diventa efficace se sa giocare con la miriade di variazioni potenziali che una voce impostata al canto può produrre. Altrimenti tanto vale acquistare un biglietto per “Il Pantalone impazzito” o “Le burle d’Isabella”, o per qualsiasi altra pièce della “Commedia dell’Arte”. Nell’aria del primo atto l’emissione, in quasi ogni zona del pentagramma, è apertissima, dal suono traballante, in special modo in acuto (evidenti segni di senescenza), mentre i gravi sono sonori ma ahinoi ancora parlati. Lo stesso Vassallo, che sul versante prettamente vocale è un Figaro volgare (pacchiani quegl’ «uno alla VOLTAHH» ripetuti nell’aria di sortita), spesso sguaiato in alto, privo di cavata e rotondità al centro e in basso (incredibile il primo duetto con Almaviva – “All’idea di quel metallo” – con interi versi scarniti, quasi mimati, da richiamare l’”effetto acquario”), presenta gli stessi problemi di Corbelli, anche più accentuati, nelle parti di raccordo.
Sugli altri cantanti si è già espressa l’amica Giulia, di cui condivido le riflessioni. Rimane tuttavia paradossale, ma pur degno di nota, che un solido comprimario come Ernesto Panariello (l’ufficiale) abbia il doppio della voce dei due tenori titolari.
La direzione di Mariotti ci è parsa ancora più ruvida della sera della prima, aggravata da un’orchestra in debito di protagonismo considerate le sparacchiate improvvise e impazzite dei corni e di quei fiati smorti, esagui e fissi (da pelle d’oca la svirgolata in tandem del clarinetto e del flauto nell’introduzione alla cavatina di Almaviva!). Il concertato nel finale primo è un suono indistinto, pesantissimo, senza sfumature, soverchiante tutti i cantanti, tanto da richiamare l’immagine di un indifferenziato preparato per polpette. Gelido e stopposo.
Un teatro prudentemente popolato di “incondizionali” ha espresso vivo consenso a tutti gli artisti, evitando il rischio di una seconda débacle che puntualmente non si è poi verificata. Ma uno spettacolo che regge appeso ai calzoni di un solo cantante e di un allestimento sulla soglia dei quarant’anni ci auguriamo sia di poco vanto per la direzione di un teatro come la Scala. E basti questo scambio di battute con un vicino di posto per rendere il senso ultimo del successo di questa produzione: «E’ davvero un brutto Barbiere». «Ha ragione, è il miglior spettacolo di questa stagione».


Gli ascolti

Rossini - Il barbiere di Siviglia


Atto I

Ecco ridente in cielo - Dino Borgioli (1929)

Una voce poco fa - Alda Noni (1951)

A un dottor della mia sorte - Carlo Badioli (1958)

Atto II

Ah! qual colpo inaspettato - Renée Doria, Alain Vanzo & Robert Massard (1960)

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mercoledì 23 giugno 2010

Le recensioni di Semolino: La Donna del Lago a Parigi

Cari amici,
eccovi il fedele resoconto del nostro Semolino sulla recita di Donna del Lago del Parigi di venerdì ultimo scorso.Spettacolo di punta della stagione parigina e non solo, cui non potevamo mancare per soddsfare la vostra curiosità.


Molto attesa qui a Parigi questa nuova produzione di Donna del lago, una sorta di agitazione intorno a questo spettacolo, sia per il titolo, molto raro, che per i cantanti, in primis Joyce DiDonato e Juan Diego Florez, beniamini del pubblico francese. Dico subito che a me lo spettacolo proprio non è piaciuto. Scene, regia e costumi sono stati contestati alla prima, e con ragione a mio parere. Una produzione in forma di concerto sarebbe stata addirittura più opportuna: i protagonisti vestiti sempre allo stesso modo; ridicola la trovata di fare uscire il coro dall'armadio a muro; oggetti che scendono dal soffitto, dal cielo o che sorgono da sottoterra per illustrare ogni scena, per non parlare di quei ballerini che si danno un gran da fare per mimare quello che i quattro cantanti non sanno realizzare, peraltro buati anche alla recita di venerdi cui ho assistito. L'architettura di fondo era pesante e pacchiana, l'atmosfera romantica della Scozia di Scott completamente assente: non dico che la si debba riprodurre in maniera descrittiva od olegrafica, ma almeno rievocarla simbolicamente, o con atmosfere variamente costruite. Al contrario, una proiezione luminosa tutta blu quasi di tipo psichedelico, allusione al colore del lago, distruggeva ogni pathos: la medesima scena era al contempo un palazzo, un prato, un lago, una rocca e non so che altro. Ho avuto l'impressione che nessuno, nè regista, nè scenografo, nè costumista, nè coreografo, insomma nessuno, avesse una concezione precisa ed esatta di questa opera: assenza di un obbiettivo unitario, tanto che ognuno ha buttato lì a caso la propria idea e ne è risultato un guazzabuglio che non portava a niente.

Mi aspettavo, ed avrei voluto, che almeno il direttore riuscisse a mettere in rilievo i fremiti romantici che percorrono quest'opera. Roberto Abbado, invece, è stato completamente inoperante: se avessero messo al suo posto un metronomo sul leggio sono convinto che il risultato sarebbe stato lo stesso. Fin dall'introduzione l'orchestra è apparsa svogliata, con un suono arido e tendenzialmente fisso negli archi, gli accompagnamenti meccanici, i concertati alquanto grezzi. Non appena il coro ha attaccato "Del dì la messaggera" ci è poi resi conto di quanto il livello del canto sia caduto in basso anche nelle sezioni corali: mancavano compattezza, omogeneità e pienezza di cavata,imprescindibili ad un coro degno di questo nome. Le voci suonavano fibrose, stimbracchiate ed ingolate un po' in tutti i reparti.
Sul libretto, peraltro, è scritto che questo composto da pastori e pastorelle, ed i versi recitano "ai nostri riedasi lavori usati.........così a' sudori del buon pastore". In scena, al contrario,v’era gente vestita come ad un ricevimento di gala, con tanto di coppe di spumante in mano! Mi spiace ma gradirei che ci fosse una coerenza fra quello che è il libretto e quello che viene allestito in scena, altrimenti non ha senso. "Già un raggio forier" è per me una delle più belle pagine non solo di quest'opera ma di tutta la storia dell'opera in generale. A causa di questa compagine e dell'inerzia di Roberto Abbado, il brano è passato via inosservato, come si fosse trattato di una lagna qualunque.

Mi chiedo se qualcuno abbia mai detto a Joyce Di Donato che il belcanto è basato sulla soavità dell'emissione e sull'omogeneità della voce. Sin dalla cavatina di ingresso, "Oh mattutini albori", la voce era già spoggiata e vuota, sintomo di una disorganizzazione vocale che è andata sempre più accentuandosi nel corso della serata. Il registro grave è senza sostegno, grottescamente pompato e pochissimo sonoro, quindi senza autentica proiezione: quando non si è dotati in natura si deve supplire con la tecnica per proiettare la voce; diversamente occorre essere dei superdotati, come la signora Barcellona.
Anche nel centro la voce della signora Di Donato suona vuota, aspramente rimasticata in bocca. La dote vocale emerge nelle salite all'acuto,ma piena voce, perché questo è il registro naturale del soprano lirico e non del mezzosoprano acuto, quale la Di Donato è. Purtroppo la Signora ha la brutta abitudine di ghermire i suoni, risultando così isterica e inutilmente aggressiva, tanto che il fraseggio e la linea di canto perdono le due caratteristiche fondamentali del personaggio, nobiltà e la dolcezza. Ne risulta una Elena becera, volgare, affetta da concitazione esteriore nei momenti più drammatici, lagnosa in quelli più elegiaci, tutta mossette e ammiccamenti. Dopo avere udito tali suonacci da parte della protagonista sentire Uberto commentare "di quegli accenti il dolce suon" viene solo da ridere. Gli acuti, inoltre, sono stati quasi sempre crescenti e fissi, come fisse sono state le rare messe di voce. Le agilità di grazia erano rimasticate in bocca, nè nitide nè precise, una sorta di tartagliamento inintelleggibile; quelle di forza, per utilizzare un termine caro al Mancini, sgallinacciate, sia per l’abuso del colpo di glottide che per via del suo modi di ghermire i suoni in modo sgraziato. Così il personaggio è stato così tradito e sfasato, il canto rossiniano travisato nelle sue caratteristiche più fondamentali. Per completezza di cronaca, Joyce Di Donato ha toccato il fondo nel rondò finale : le variazioni sono state una vera e propria riscrittura della melodia rossiniana, da lei infarcita senza gusto di trilli, peraltro pasticciati nell'esecuzione e aspri nel suono, con picchettati flautati fuori stile. Fossero almeno stati il vero flautato ( che aveva ad esempio una June Anderson o una Aliberti )! Si è trattato invece di suoni ora sbiancati ora smunti, completamente inadatti al canto rossiniano.

La signora Daniela Barcellona può, all’ingresso in scena, destare una certa impressione ed illudere un pubblico sprovveduto, dall'orecchio poco purgato e poco avvezzo al canto autentico, perchè la dote è alquanto cospicua. Non appena comincia a cantare davvero i nodi vengono al pettine: l'aria d'entrata è stata pesante, con un legato molto approssimativo, percorsa da un affanno inutile, non so se causato da una cattiva respirazione o da una concezione interpretativa precisa, mirata ad esprimere l'affanno del personaggio. Il che sarebbe una trovata fuori posto, perchè espediente di stampo naturalista, ed il naturalismo, si sa, con Rossini c'entra ben poco. Nell'interpretazione della signora Barcellona non sono poi emersi nè la nobile fierezza d'animo nè l'eroismo di Malcolm, complice un modo di stare in scena molto goffo e impacciato che la linea di canto troppo affannosa e scomposta.
Gli acuti sono suonati tutti fibrosi e duri nella sala, quello nella ripresa della cabaletta della seconda aria un vero urlo. Il registro grave connotato da gutturalità continue, mentre il centro è parso più compatto ma comunque incravattato, con agilità pesanti e meccaniche. Nelle cabalette, in particolare nelle sezioni variate, quando l'agilità si fa più fitta e minuta, ha fatto ricorso alle aspirate: al canto di gola si è aggiunta l’aria fra una nota e l'altra, con un effetto di meccanicità a tratti addirittura esilarante, non consoni ad una professionista del suo livello. A mio modo di sentire, questo Malcolm non è stato poi di molto superiore a quello dell'Arsace di Barbara di Castri, della famigerata Semiramide al Théâtre des Champs-Elysées qualche annetto fa'.

Simon Orfila ha cantato con una voce compatta e omogenea, ma di una omogeneità dovuta al fatto che tutte le note sono state emesse con un solo ed unico registro, quello di stomaco: dopo quella del muggito eccoci giunti alla scuola del vomito, mai sentita voce tanto dura e aspra! Di legato poi non se ne è parlato per nulla; zero sfumature; tutto ugualmente sbraitato in modo sforzato e meccanico, tanto che il ruolo di Douglas si è trasformato in quello di un basso sgangherato e parlante. Una interpretazione inesistente, perché mancando il canto viene di conseguenza a mancare il personaggio, fatto assai normale dato che il personaggio in Rossini sempre si realizza attraverso il canto. Scenicamente, poi, era sgraziato come se fosse stato preoccupato solo dalla sua vociferazione.

Colin Lee potrebbe anche dare l'impressione di essere un baritenore, ma è una voce emessa a casaccio. Ha improvvisato ogni tre note un metodo di emissione diversa e tutti l'uno più strampalato dell'altro. Così procedendo ha alternato suoni ora opachi ora legnosi, gli estremi acuti aspri e strozzati, le agilità ora aspirate o a colpo di glottide. Quando ha cercato di cantare frasi a mezzavoce, non avendone la tecnica, ha ottenuto solo di mandare la voce indietro, stimbrando paurosamente il suono. Un Rodrigo esageratamente grezzo ed aggressivo, perché l'aggressività risiede nella scrittura vocale, tutta di forza e di sbalzo. Scrittura che occorreva realizzare in modo esemplare, come sapeva fare Chris Merritt, mentre in questo modo Colin Lee ne ha finito, travisando il canto, per realizzarne la caricatura, tutta fondata sulla concitazione.

Juan Diego Florez è stato l'unico della serata a dar prova di un canto, almeno nei grandi parametri, professionale. Certo, per tipologia vocale, è una voce adatta a Lindoro e non al Rossini serio, per il quale occorre una voce più nutrita nei centri, maggiore ampiezza di cavata, più estro interpretativo. Nel signor Florez si percepisce l’assenza di colori, perchè non ha la vera mezza voce; però, almeno lui, non ha cercato di eseguirla stimbrando il suono o strozzandosi. Come al suo solito si è giovato solo di variazioni di intensità, che forse alla fine lo rendono piuttosto monotono, ma almeno non ha emesso suoni brutti. Nelle variazioni e nell'ornamentazione non ha mai usato il trillo, come d'altronde la Barcellona, e questo semplicemente perchè ne l'uno ne l'altra non lo sanno eseguire, mancanza grave da parte di cantanti incensati e dichiarati dal pubblico orecchiante e dalla critica odierna come "rossiniani".
Gli estremi acuti a piena voce di Florez sono suonati timbrati e squillanti ma anche alquanto tesi,mai completamente liberi da sforzo, fatto rilevabile anche scenicamente: il tenore stava in scena tutto teso in avanti, senza la naturalezza e la spontaneità della recitazione scenica e, soprattutto, del canto facile a corpo rilassato. Ciò nonostante il suono non è mai stato veramente sforzato. Il signor Florez, infatti, non canta aperto, non è ingolato, ma non ha nemmeno quella rotondità di suono che deriva dell'immascheramento perfetto. Se questo fosse migliore la sua voce se ne gioverebbe in smalto ed in incisività,e potrebbe conferire al suo fraseggio maggiore autorevolezza. Il suo Giacomo V, infatti, sconta il limite tecnico laddove stenta ad essere credibile nei momenti più concitati come la sfida, dove era davvero alla frusta. Florez ha saputo convincere solo nei momenti dolenti e amorosi, cioè nei duetti con Elena e nell'aria "O fiamma soave".
Comunque,in confronto ai suoi colleghi Florez ha cantato bene perchè ha cantato con buon legato, agilità ben eseguite, nitide e precise, con tutte le note distintamente percepibili ed al contempo legate l'una all'altra (come si suol dire "sul fiato"). Non direi però che abbia rivelato "gli accenti nascosti" del personaggio, conferendo a Giacomo V i colori di un Blake, artefice di una girandola di sfumature realmente espressive.
Di Florez colpisce sempre l'agitarsi con moto ondulatorio del corpo durante la vocalizzazione, soprattutto quelle di forza. E’ certo che il suo canto di agilità sia servito da pietra di paragone per quelle degli altri, gettando su di loro un ombra. In poche parole è sempre la solita storia : Florez sembra un fuoriclasse del canto solo se paragonato al livello generale di cui oggi siamo vittime. Passa per un fuoriclasse solo per mancanza di una vera ed autentica concorrenza.
Semolino





Gli ascolti

Rossini - La donna del lago

Atto II

O fiamma soave - Chris Merritt (1985), Rockwell Blake (1986)

Alla ragion, deh rieda - Lella Cuberli, Rockwell Blake & Chris Merritt (1986)

Tanti affetti - Angeles Gulin (1974), Lucia Aliberti (1990)


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lunedì 19 aprile 2010

L'Orphée di Juan Diego Flórez, ossia il salice piangente

Cari amici,
il nostro Semolino recensisce per il "Corriere della Grisi" il nuovo disco di Juan Diego Flórez: Orphée di Ch.W.Gluck.

Premetto, non sono un ammiratore di Gluck, e men che meno del Gluck della così detta "Riforma", compositore che considero pretenzioso, accademico, pedante, estremamente logorroico, ed anche insipido e noioso quanto un levigatissimo marmo canoviano.

Di tutta la sua produzione riformata, l'Orfeo è forse, con l'Alceste, l'opera che contiene i passaggi più riusciti.

L'interesse personale per questa registrazione era quello di sentire la prova del tenore peruviano nel ruolo di Orphée nella sua versione parigina, destinato quindi non ad un castrato ma ad una voce di haute-contre, voce che niente ha a che vedere col falsettista. Lo specifico perchè molti falsettisti di oggi, in Francia, si autodefiniscono haute-contre, ma in realtà, all'epoca, almeno fino al Nourrit, la parola haute-contre designava un cantante maschile la cui estensione era quella del tenore acuto, ma anche con centri pieni e gravi nutriti per poter far fronte ai ruoli con un'ampiezza di cavata che potesse conferire autorità d'accento e aulicità al declamato, che è poi il punto di forza della (pedantissima) tragédie lyrique da Lully a Spontini. Insomma ci vorrebbe una voce tipo Jadlowker.

La direzione d'orchestra è stata affidata a Jesús López-Cobos e l'orchestra è quella Sinfonica di Madrid. Essendo oramai questo tipo di repertorio stato dato in appalto ai baroccari, con i risultati che ben si conoscono, il fatto di sentire, fin dall'ouverture, un suono pieno e corposo, caldo e vibrante, mi ha predisposto favorevolmente. Fra l'altro il direttore cerca di ottenere tinte pastello combinate a un fraseggio nervoso e l'idea di per se stessa è validissima, però l'entusiasmo scade subito. Mi è bastato pensare e riascoltare, per farne il paragone, quello che diventa questa ouverture quando
è diretta da Solti! Con López-Cobos ci si accorge già subito dopo qualche battuta che la sezione degli archi ha un suono grigio e plumbeo, a tratti sembrano le corde del bucato. Questa ouverture seppur breve è, come tutto in Gluck, un brano logorroico perchè è molto ripetitivo e se il direttore non ha estro e fantasia, come è il caso qui, non riuscendo quindi a trovare sfumature di fraseggio e/o di suono diverse l'una dall'altra ogni qualvolta la filastrocca si ripete, si cade subito nella noia assoluta, e così via per tutta l'opera. Direzione ora fiacca, ora plumbea, e i passaggi di sonorità più intensa non fanno altro che mettere in rilievo il suono pessimo dell'orchestra e la mancanza di inventiva del direttore. Le trombe nel finale paiono di plastica.

Flórez è il solo tenore con una voce degna di questo nome ad avere inciso il ruolo che io ricordi, i baroccari hanno tutti utilizzato sprovveduti coristi di terz'ordine, con voci spoggiate e cempennanti, con delle emissioni campate in aria. Flórez non ha secondo me la voce da primo uomo, né da haute-contre protagonista, non ne ne la dovuta e richiesta ampiezza vocale, né l'estro interpretativo. La voce sarà anche bella, anzi direi carina piuttosto che veramente bella; ma se avesse cantato nel periodo 1900-1940, avrebbe fatto il comprimario, perchè è tecnicamente incompleto - ne spiegherò nel seguito i motivi - e manca anche di spiccata personalità interpretativa, non sorprende mai, è sempre previsibilissimo. Infatti questo suo Orphée è tutto un salice piangente, tutto piagnucoloso e dolente dall'inizio alla fine. Si potrà obiettare che Orphée si duole per la morte di Eurydice, ma questo non dovrebbe impedire al cantante, pur nel fraseggio dolente, di variare e colorire maggiormente la linea vocale. Flórez non solo è monotono nell'accento, ma anche e soprattutto esegue tutte le sfumature solo coll'uso delle variazioni dinamiche, cioè di intensità, non utilizza mai, perché non sa emetterla, l'autentica mezzavoce (carenza tecnica), e senza l'impiego sagace della mezzavoce autentica, va da sé, il canto diventa monotono. Che cosa rendeva una voce così ingrata come quella di Blake tanto variopinta e sgargiante? vivida ed eletrizzante? sempre sorprendente? Era proprio il cospicuo e appropriato uso delle autentiche mezzevoci, che permettono di apportare colore al canto, altrimenti diventa monotonia mortale.
Nonostante questo ho provato un certo piacere ad ascoltare un tenore come Florez in questo tipo di repertorio, poiché pur coi suoi limiti sopra citati, è un cantante impostato con una tecnica che resta salda e sana nei suoi parametri più generali. Sentirlo cantare un ruolo come questo, dopo tutte le lagne infami e abbominevoli dei tenoruzzi baroccari, è stata una ventata di aria fresca. Però Flórez è bravo perché il contesto della concorrenza è disastroso, in assoluto non è nemmeno lui all'altezza del compito, e non solo per i motivi già citati. Ci sono altri limiti oltre alla monotonia dell'accento e alla mancanza della mezzavoce: nell'aria virtuosistica che conclude il primo atto le agilità sono bene eseguite, ma sono come un compito scolastico del primo della classe e basta, mancano di vero mordente, di quella follia che un aria così virtuositica richiederebbe.
Orphée non passa tutto il tempo a dolersi, ha momenti di declamato ampio e aulico, concitato, non sono molti ma ci sono e Florez sostiene i passaggi in questione in maniera poco credibile, sia per mancanza di corpo nei centri e nel registro grave, sia per la mancanza di autorità nell'accento: la voce avrebbe avuto bisogno di ben altro metallo. Poi quando in certi passaggi (non li segnalo, divertitevi a scoprirli) cerca di fare dei trilli, tutto crolla; come si può definire belcantista (e rossiniano) un cantante che li sapona in quella maniera? C'è un punto nel finale in cui tenta persino la mezza voce in
un trillo, farfugliatissimo fra l'altro, e non sapendola eseguire perde l'appoggio, la voce va indietro, diventa querulo falsetto e quando riprende a piena voce, poiché ha appena perso l'assetto, fa fatica a ritrovarlo e il canto di colpo diventa caprino, teso, il suono resta avanti, ma è troppo forzato. Da quel punto in poi concludere la parte gli costa moltissimo. E si sente.

Le parti femminili sono un disastro. Già il ruolo di Eurydice è una trafila di insulse lagne, se poi le si ascoltano gracchiate da Ainhoa Garmendia le orecchie sono messe a dura prova. La Garmendia è dotata in natura di una voce che per definirla con una frase del Mancini la si potrebbe qualificare di
"vociuzza infelice", se poi si aggiunge che è ingolatissima, quindi aspra nei centri, fioca in basso, di carta vetrata appena sale, si salvi chi può! Il ruolo di Amore affidato a Alessandra Marianelli è un filino meno peggio, ma non perché sappia cantare, solo per il fatto che costei è dotata per natura di una
voce leggermente più avanti nel centro, per il resto non procede meglio.

Insomma una versione da consigliare ai fans di Flórez e a coloro che hanno voglia di ascoltare un Orphée tutto salice piangente e cantato da una voce che assomiglia a qulacosa di corretto, almeno nel timbro e nelle linee principali, ma non certo una prestazione e una interpretazione degna di un Divo di tale rinomanza.

Il vostro Semolino.........e abbasso La Venexiana! Lo so che non c'entra niente, ma volevo dirlo lo stesso......


Gli ascolti

Gluck - Orphée


Atto III

J'ai perdu mon Eurydice - Ivan Kozlovsky (1954)

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giovedì 11 marzo 2010

La fille du régiment in diretta da Barcelona

Radio Rai ha portato nelle nostre case, ieri sera, la Figlia del reggimento allestita dal Gran Teatre del Liceu. Si tratta della medesima produzione già vista a Vienna, Londra, New York e San Francisco, con la regia di Laurent Pelly che traspone la vicenda ai tempi della Belle Epoque. Cambiano le bacchette, cambiano le primedonne (prima la Dessay e la Damrau, ora Patrizia Ciofi), ma, con mirabile coerenza, il clima musicale resta comunque più legato ad Offenbach che al Bergamasco.

La direzione è affidata a Yves Abel, che tre anni fa diresse il titolo in Scala con il medesimo protagonista maschile. L'ouverture è fracassona, priva di finezza nell'enunciazione del tema del reggimento, il suono - specie quello degli archi - invariabilmente cupo e assai poco morbido. Una fotocopia del ricordo "live". Alla faccia delle presunte deformazioni operate dalla radio. Nel resto dell'opera abbiamo un'orchestra monocroma e impacciata, cori (soprattutto quello femminile nell'introduzione al primo atto) al limite dell'amatoriale e accompagnamenti alle arie tendenzialmente slentati, che offrono un ben povero servizio al canto. Perché, lo diciamo senza tema di smentite, il vero interesse di questa opera risiede nelle grandi pagine dedicate alla voce.
Marie è Patrizia Ciofi. La Ciofi gode fama, meritata, di cantante seria e di grande musicalità. Volendo però intendere in senso ampio la serietà richiesta a un professionista, in ogni settore, sarebbe dovere della signora Ciofi sospendere per un po', o concludere, la carriera. Le prove più recenti (Viaggio a Reims, Traviata, Tancredi) sono accomunate da una voce fioca e velata, in perenne difetto di appoggio, con il risultato che, al primo tentativo di mezzoforte, il soprano è costretto a spingere e di conseguenza a gridare. Gli acuti, soprattutto quelli aggiunti con generosità degna di miglior causa alla fine delle arie, sono sistematicamente tirati, a volte anche calanti (scena della lezione dove la signora senza fatica canta alla baroccara), nella zona del passaggio compaiono suoni fissi (canzone del reggimento) e in fascia centro-grave la voce semplicemente non c'è e la cantante, non potendo fare altrimenti, è costretta a parlare (scena con Sulpice). A ciò si aggiunga che, ove sia chiamata a cantare in assieme (duetto con Tonio, finale primo - in cui Marie deve "tirare" il concertato -, terzetto), la voce si fa ancora più larvale e di fatto svanisce nel nulla. Sappiamo che la Ciofi gode del favore e dell'affetto di ammiratori pronti a perdonarle qualunque menda vocale in nome di una non meglio specificata "espressività" insita nel canto della signora. A questi ammiratori, che sappiamo intenti a scorrere queste righe, chiediamo: vi sembra che la Marie querula e lagnosa, inevitabile portato del canto della Ciofi, abbia qualcosa che spartire con il personaggio brillante e patetico ideato da Donizetti? Poi si ha il coraggio di criticare June Anderson, che aveva acuti schiacciati, ma quanto a voce, presenza scenica, phisique du role e garbo musicale si assestava su tutt'altri livelli!!!
Svariati mondi vocali separano questa Marie dal suo Tonio, sebbene Juan Diego Flórez torni a questo personaggio (uno dei suoi più riusciti) con meno baldanza e più cautela rispetto al passato. La voce è sempre molto smilza, qua e là compaiono suoni nasali e il vibrato si fa più pronunciato nel corso della serata appena cerca di "dar volume" alla voce, ma l'interprete è giustamente molto misurato e supera con grazia gli ostacoli - non insormontabili - della parte. L'aspetto più interlocutorio è la gestione del legato, soprattutto quando si tratta di conciliare gli acuti (certo la zona più propizia al tenore peruviano) e i centri. Se gli acuti sono facili, come nell'aria del primo atto (bissata a furor di pubblico), la discesa al centro nelle frasi che separano i do si produce a prezzo di suoni aperti, mentre se il brano insiste in zona centrale, come nell'assolo del secondo atto, risulta problematica la scalata agli estremi del pentagramma. Certo, volendo fare i passatisti fino in fondo potremmo osservare che Kraus, anche in vecchiaia, dispensava nella sola aria del secondo atto una tale quantità di colori e nuances, quale il buon Flórez non ci regala nel corso dell'intera serata. Ma è anche vero che ogni cosa esiste in un contesto e anche rispetto a quello deve essere considerata e valutata. Con i magri tempi che corrono, quella di Flórez è una signora prestazione.
Pietro Spagnoli (Sulpice) è come al solito molto tenorile e in difetto di eleganza, ma la parte assai limitata lo espone poco, e quanto meno ci grazia dalle cadute di gusto che caratterizzavano la prova di Carlos Alvarez nella medesima regia.
Male, malissimo Victoria Livengood (subentrata all'ultimo minuto ad Ann Murray vedova Langridge, ed è la sua sola giustificazione), che scambia la Marchesa per un personaggio da avanspettacolo. Forse la dirigenza del Liceu avrebbe dovuto fare appello all'amore patrio della signora Caballé.
La parte della Duchessa, per il solito terreno di dive canore in fase "anta", è in questa produzione assegnata a un attore di prosa, Ángel Pavlovsky, specialista in parti "drag". Non sappiamo quale sia stato l'effetto della trovata in teatro. Per radio risultava assolutamente anodino, malgrado la recitazione caricata.
Chiudiamo, com'è nostro costume, con qualche ascolto. Per memoria e comparazione. Checché ne dicano i nostri censori, la memoria del passato (non solo dei pregi, ma anche dei difetti e dei limiti) è il solo elisir di lunga vita del teatro d'opera. Per questa ragione proponiamo, fra le altre, una Marie che fu una grande Lucia di Lammermoor ma anche Aida, Amelia del Ballo e persino Isotta e Carmen. Fu anche una celebrata interprete pucciniana e straussiana, il che dovrebbe fugare ogni dubbio sul peso vocale della signora. Possiamo discutere degli acuti, tendenzialmente fissi (anche facendo la tara all'anno di registrazione), ma la saldezza al centro e la qualità del legato, oltre alla sapiente gestione delle dinamiche, lasciano esterrefatti.
Dimenticavo: anche Jadlowker, con la sua voce naturalmente brunita che rimanda fin dall'attacco a personaggi di ben altro calibro, è raffinato e assolutamente sontuoso.



Gli ascolti

Donizetti - La fille du régiment


Atto I

Chacun le sait, chacun le dit - Margarethe Siems (1911)

Quoi! Vous m'aimez? - Frieda Hempel & Hermann Jadlowker (1909)

Atto II

Rataplan - Marcella Sembrich (con Charles Gilibert & Marie van Cauteren - 1903)

Pour me rapprocher de Marie - John McCormack (1910)

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domenica 30 agosto 2009

Spigolature da melomani, questioni da filologi

L’edizione critica di Zelmira, curata da Helen Greenwald e Kathleen Kuzmick Hansell (Fondazione Rossini 2005), illustra chiaramente i connotati di quella che fu la cosiddetta “versione di Parigi”, rappresentata nel 1826 al Théâtre des Italiens, protagonisti G. Pasta, G.B. Rubini, M. Bordogni e A. Schiassetti. Versione riproposta quest'anno al Rossini Opera Festival.
Presi da una certa curiosità, in compagnia del buon amico Tamburini, abbiamo consultato l'edizione critica, dalla quale abbiamo dedotto quanto segue.
Per punti:

1) A Parigi venne tagliata la scena seconda del primo atto, ossia il dialogo fra Emma e Zelmira dopo l’Introduzione. Si passava così dall'uscita di scena di Antenore e Leucippo alla cavatina di Polidoro. A Pesaro, quest'anno, la scena Emma-Zelmira è stata eseguita, come da edizione napoletana.

2) Altre consistenti modifiche interessarono l'Aria di Antenore ("Mentre qual fiera ingorda"). Nel Recitativo dopo il duetto Zelmira-Ilo, furono tagliate le battute 65-70 (vedi autografo dell'opera, conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi) e venne effettuato un ulteriore taglio alle battute 75-81. "Mentre qual fiera ingorda" (cantabile dell'aria) venne tagliato, mentre si eseguì regolarmente il Coro dei Sacerdoti "Di luce sfavillante". Al Coro seguì, al posto della cabaletta "Ah dopo tanti palpiti", un recitativo sul quale le responsabili dell'edizione critica annotano: “Nessuna delle fonti musicali conosciute mette in musica questo testo" (Commento critico, p.170). Impossibile quindi eseguire la scena così come proposta a Parigi, a meno di non comporre di sana pianta un recitativo da inserire in luogo di quello perduto.

3) Verso la fine del secondo atto venne modificato il Recitativo dopo il Quintetto, nella sezione che presenta Zelmira e Polidoro in carcere. Dopo le parole di Zelmira “che le mie preci accolse”, fu aggiunto il distico “e propizio al figlial tenero amore/In vita serba il caro genitore”, dal quale si passava direttamente alla grande

4) Aria di Zelmira, costituita da una Preghiera composta per l'occasione e da una parte di musica riciclata da Ermione. Sia il tempo di mezzo ("Stridon le ferree porte") sia la cabaletta "Dell'innocenza, o Dèi" provengono dalla Gran scena della protagonista in Ermione. Osservano le curatrici dell'edizione critica: “lo stesso Rossini apportò molti cambiamenti e indicò vari tagli direttamente nel manoscritto autografo di Ermione”, che si trova alla Bibliothèque del Musée de l’Opéra di Parigi (Ms.Rés. 649). Il manoscritto della Preghiera si trova invece nei Fonds Michotte a Bruxelles. L’unica fonte conosciuta della partitura completa dell’aria di Zelmira versione Parigi 1826 (preghiera e cabaletta) è conservata a Napoli, nella Biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella [2.8.40 (17)]. L’edizione critica segue la lezione della partitura di Ermione per quanto riguarda il tempo di mezzo, giacché la partitura di Napoli presenta in questa sezione alcuni tagli, relativi a battute di raccordo fra enunciato e ripresa della cabaletta.
Sia la preghiera (Andantino) sia la cabaletta (Più mosso) sono in partitura nella tonalità di mi maggiore; il mi maggiore è, per inciso, anche la tonalità di "Se a me nemiche o stelle" da Ermione. Ed è nel tempo di mezzo che, nella recente esecuzione di Pesaro, è stato operato un rappezzo (pratica corrente e diffusissima nel XIX secolo) in modo che il mi maggiore della preghiera si trasformasse, nella cabaletta, in un più "comodo" re maggiore (e quindi i si naturali acuti di Zelmira che concludono la scena diventassero dei la). Il rappezzo viene messo in opera nel momento in cui Antenore e Leucippo cantano "Giunto è il fatal momento". Nella partitura c'è una modulazione (battute 77-82) per cui il tema del crescendo orchestrale passa dall'iniziale do maggiore, attraverso una progressione cromatica, alla tonalità di mi maggiore. A Pesaro la modulazione era identica, ma veniva risolta sulla tonalità di re maggiore. Al proposito si possono ascoltare gli esempi musicali seguenti:

Zelmira - Numero 10bis: Aria Zelmira - Battute 70-90 - Edizione critica

Zelmira - Numero 10bis: Aria Zelmira - Battute 70-90 - Realizzazione pesarese

Per completezza riportiamo in appendice il passo dell'esecuzione pesarese e, a confronto, lo stesso brano musicale (identico nella progressione tonale, limitatamente al passo in questione) così come si ascolta nell'Ermione. (A onor del vero, già al momento dell'ascolto radiofonico avevamo avuto il sospetto di un cambiamento di tonalità per la cabaletta, ma abbiamo voluto attendere il rientro dalle vacanze per compiere una verifica al pianoforte.)

Un altro problema relativo ai pertichini dell'aria è costituito dalla presenza di Antenore. Nel libretto stampato per le rappresentazioni di Parigi, Antenore usciva di scena dopo il Quintetto "Nei lacci miei cadesti" per non rientrarvi più. Nell’edizione critica, invece, Antenore è in scena e canta nel tempo di mezzo e nella cabaletta di Zelmira: in ciò viene seguita la partitura di San Pietro a Majella. In linea generale, comunque, l’edizione critica segue il manoscritto di Ermione per i punti su cui le fonti divergono (vedi Commento critico, p. 172), ribadendo che “potrebbe (...) non trattarsi della stessa forma del passo come eseguito a Parigi”.
A Parigi, quindi, Antenore non partecipava alla scena finale. Probabilmente si trattò di un cambiamento deciso durante le prove. “Fu in questa forma che la scena venne eseguita a Parigi e così è presente nel libretto parigino del 1826. Questa edizione ha ritenuto di ricomporre le contraddizione tra le fonti” (volume I dell'edizione critica, p. XLI), assegnando ad Antenore, nel Recitativo dopo l’aria di Zelmira (vedi oltre), una frase ("Ma qual fragor?") che il libretto parigino attribuiva a Leucippo. Dopo questa frase Antenore esce definitivamente di scena e le restanti battute del libretto napoletano (nonché il tentativo di assassinare in extremis Polidoro) passano integralmente a Leucippo.

5) Altri cambiamenti effettuati nel Recitativo dopo l’aria di Zelmira: le battute 1-7 sostituirono le battute 105-136 della prima versione e il passo proseguì con le battute 137-168 dell’edizione napoletana. In un secondo momento, vennero inserite al posto di alcune delle vecchie battute (169-172) 5 battute nuove per Ilo (n. 40-44 del nuovo recitativo). Le ultime sei battute del recitativo sono uguali nelle due versioni. Nell’autografo c’è un taglio delle battute 34-37 (che corrispondono alle n. 163-66 dell’edizione napoletana) e che contengono una citazione musicale del duettino Emma-Zelmira. Scrivono le curatrici dell'edizione critica: “La modifica [non] è certamente attribuibile allo stesso Rossini”. Il cambiamento può essere legato al fatto che, nel libretto parigino del 1826, il figlio non entrava in scena nel finale dell'opera e Zelmira cantava “O piacer! Sposo, ti stringo/Un’altra volta al mio tenero seno” (nell’edizione di Napoli gli stessi versi recitavano "O piacer! figlio! ti stringo/un'altra volta al mio materno seno"). “Da ciò sembra potersi dedurre che nel 1826 Rossini avesse modificato la musica di questo passo e in effetti le battute corrispondenti sono state depennate nell’autografo, ma non è presente alcun passo sostitutivo”. Di fatto, quest'anno a Pesaro, abbiamo udito il passo così come compare nell'edizione di Napoli.

6) Veniamo al Finale II, vale a dire la grande Aria finale di Zelmira dell'edizione napoletana riscritta per terzetto con coro. Ancora Greenwald e Kuzmick Hansell: “I cambiamenti furono apportati da Rossini direttamente nel manoscritto autografo originale, dal quale è possibile ricostruirli per intero. Questa è l’unica fonte conosciuta che conservi il Finale secondo come realizzato per Parigi [N. 11a]” (Commento critico, p. 181). “Che il compositore tenesse ben presenti gli interpreti a disposizione si evince dal fatto che, assegnando un passo particolarmente fiorito a Ilo (N. 11, battuta 85a), ha indicato sul manoscritto non il nome del personaggio, ma quello del tenore Rubini” (volume I, p. XLI – il passo in questione si trova a p. 640 del manoscritto). Le battute riscritte per Rubini presentano passi di grande impegno virtuosistico e ben 6 mi bemolle sovracuti. Per esemplificare la complessità del brano, ne abbiamo realizzato una versione digitale. Va tenuto presente che il passo viene ritornellato: le prime undici battute (28a-38a della partitura) si ripetono nelle battute 72a-82a, mentre le successive sei (n.85a-90a) sono riprese dalla numero 94a alla 99a. Le ultime otto (100a-107a) sono la cosiddetta "coda": le riportiamo per completezza.

Zelmira - Numero 11bis: Finale II - Battute di Ilo


E’ evidente, dunque, che i filologi non erano materialmente in grado di ricostruire al 100% la versione parigina del 1826, e che anche per quanto concerne il finale rimangono, oggi come spessissimo nell’800, piccole incongruenze legate al meccanismo di innesto di sezioni musicali appartenenti ad altre opere, nella fattispecie Ermione.
Lo spettatore profano, però, non può fare a meno di domandarsi perché sulla locandina pesarese di questa Zelmira comparisse la dicitura “versione di Parigi” quando non si è eseguita esattamente la VERSIONE di Parigi ma soltanto il suo FINALE, ossia la sola porzione ancora effettivamente eseguibile perché ricostruita con la garanzia delle fonti documentarie.
Peccato veniale, direte voi, perché al pubblico è piaciuto aver udito un’aria in più cantata da Antenore.
Peccato filologico mortale, però, per chi è solito confrontarsi con questi problemi, in quanto questa supposta versione di Parigi è in realtà quella di Vienna cui è stato appiccicato il finale di Parigi del 1826! In fondo, sarebbe bastato limitarsi all’indicazione di cartellone FINALE DI PARIGI (come fece la signora Horne in tutte o quasi le rappresentazioni di Tancredi con il finale tragico, appartenente alla versione ferrarese) per salvaguardare la correttezza del rapporto con l’edizione critica, che, mi pare, dovrebbe essere uno dei criteri ispiratori di un allestimento da festival.
Uno ma non il solo. Credo siamo tutti d’accordo sul fatto che se si decide di eseguire una rielaborazione d’autore pensata per determinati cantanti, in questo caso la Pasta e Rubini, delle cui caratteristiche vocali molto sappiamo, le scelte di cast dovrebbero essere tali da garantire una resa vocale compatibile con quelle da loro possedute e per le quali hanno posto nella storia del canto. L’idea drammaturgica di Rossini è chiara, evidentissima ed il confronto con quanto scritto in prima battuta per questo finale di Zelmira indicava la via da seguire, ossia quale cantate protagonista femminile ricercare sul mercato. La musica non vive in se stessa, perché è documento cartaceo: la musica esiste solo per forza di un “medium” che è l’esecutore, peculiarità che distingue questa forma d’arte dalle altre. Una “versione Pasta” presuppone che si disponga di un soprano in grado di cantare quello che cantava la Pasta e di rendere quel tipo di canto che fece di lei la cantante preferita da Bellini: forza e varietà di accento, vis tragica, coloratura etc... Per la Pasta furono concepite la Beatrice di Tenda, la Sonnambula e la Norma belliniane, l’Ugo Conte di Parigi e l’Anna Bolena donizettiana, la Niobe di Pacini…etc…Tutte opere che la protagonista della recente produzione di Zelmira non canta. Né può pensare di cantare, se non come seconda donna, ove prevista.
Scelta inadatta, che ha scontentato i buon udenti, inutile alla resa proprio di quel finale parigino che si è deciso di farci ascoltare, finale di straordinaria inventiva musicale e forza tragica. Altro sgambetto alla filolologia, a nostro avviso, perché la scelta dei componenti di un cast deve essere pertinente a quanto si intende far rivivere in scena, ossia il pensiero musicale e drammaturgico dell’autore. Potremmo anche arrivare a dire lo stesso per quanto attiene la scelta di Flórez, essendo quanto scritto da Rossini un “ad personam” molto forte, come lui stesso pare ancora indicarci quando scrive “Rubini” invece di “Ilo”. Sappiamo bene, però che queste tessiture di altezza eccezionale, con sovracuti scritti a manciate, erano amministrate da voci che usavano non solo la voce di petto, ma anche quella di testa, i cosiddetti falsettoni, modalità esecutiva che possiamo ritenere estinta da lungo tempo, a meno di anomalie assolute come Chris Merritt. Questo fatto giustifica parte delle mende esecutive del tenore in acuto, e rende secondaria la questione della restituzione di Ilo - Rubini da parte di un tenore che con la vocalità di Rubini ha poco che fare.
Balza agli occhi con tutta evidenza, però, come il festival abbia usato due principi del tutto opposti nel procedere all’esecuzione del finale in questione, uno per la signora Aldrich ed uno per il signor Flórez.
Per la prima è stato predisposto l’abbassamento di un tono, dalla tonalità da mi maggiore a quella di re maggiore, della cabaletta dell'aria finale, scena tra l’altro di tessitura assai idonea ad una voce di mezzo acuto. Tessitura che una Bumbry, una Verrett, una Dupuy, una Horne in piena carriera avrebbero amministrato con comodo, conferendole il vigore tragico che le spetta. Ma queste erano mezzosoprani, non mezzi soprani...
Il terzetto finale, invece, che contempla per Flórez l’esecuzione delle pazzesche agilità sulle note mi bemolle-re naturale sovracuto, non ha subito alcun abbassamento, per giunta con un tenore capace del re naturale ( che non è poco! ) e che avrebbe potuto eseguire abbassata la figura ornamentale, anziché rabberciare alla bell’e meglio la scrittura del passo, tra l’altro ripetuto due volte.
Dunque nell’arco di cinque minuti il principio ispiratore dell’esecuzione cambia, in due sensi opposti. Si sceglie l’esecuzione di un finale che come tale non può essere eseguito da due degli esecutori principali e si procede all’abbassamento di tonalità per la cantante più deficitaria del cast, ma non per chi canta qualcosa di pressoché ineseguibile facendogli un rappezzino allo spartito piuttosto che un doveroso e assai più rossiniano abbassamento ad una tessitura abbordabile.
E di queste scelte il melomane curioso non capisce la logica ispiratrice, che di certo non è unica, né unitaria, a meno di non assumere l’adagio: cantante che vai, filologia che trovi!

GG e AT


Gli ascolti

Rossini

Ermione


Atto II - Il tuo dolor ci affretta...Se a me nemiche, o stelle - Nelly Miricioiu (con Bruce Ford - 1995)

Zelmira

Atto II - Stridon le ferree porte...Dell'innocenza, o Dèi - Kate Aldrich (con Kunde, Palazzi & Esposito - 2009)

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lunedì 10 agosto 2009

Zelmira a Pesaro: riflessioni dopo la prima

Presente in sala alla prima di Zelmira, aggiungo alla bella recensione di Giulia Grisi, che condivido in massima parte, alcune considerazioni relative all'ascolto dal vivo.

Mi ha impressionato la saldezza di Gregory Kunde, che a onta di gravi molto deboli e frequenti stonature in zona di passaggio e nonostante alcuni attacchi un poco sbiancati è stato un Antenore plausibile per fraseggio vario e scultoreo, accento e vigore dell'agilità di forza. E ciò malgrado una regia che faceva dell'usurpatore di Lesbo una sorta di generale dell'aviazione di film tipo Pearl Harbour o del più autarchico Luciano Serra pilota. Accanto a lui tutte le altre voci del cast, con l'eccezione di Esposito e della Pizzolato (almeno nel registro acuto), sembravano vocette di poca importanza.
L'Ilo di Florez delude per lo scarso peso specifico (e non è una novità) ma soprattutto per la monotonia del fraseggio, che tende a fare del principe troiano un efebo preda di eventi troppo maggiori di lui. E' stato poi penoso vederlo risolvere (non sempre impeccabilmente) il canto di agilità, massime sul passaggio, con suoni ora "tirati" ora vuoti e bianchi, emessi per giunta a prezzo di visibili contorsioni fisiche. La sensazione, segnatamente nel finale, è stata quella di un cantante preparato, serio, musicale, ma terribilmente al di sotto delle richieste, espressive prima ancora che tecniche, della parte.
La Aldrich è il vero mistero di questa produzione. Schietta voce di soprano corto, con gravi inesistenti malgrado l'evidente e massiccia "pompatura" e acuti striduli disseminati ovunque (anche se un poco più controllati rispetto all'Adalgisa bolognese), la cantante si è segnalata soprattutto per l'inerzia e la mollezza con cui ha affrontato quello che se non erro è il suo primo cimento con il repertorio della Colbran. Pesaro non è nuova a simili esperimenti, ma stavolta si è davvero esagerato. E la prima a rendersene conto credo sia stata la Aldrich medesima, veramente allo stremo nella grandiosa scena finale ripensata per Giuditta Pasta.
Meglio di lei ha fatto la Pizzolato, che pure alla scena di sortita evocava nei gravi piuttosto aperti una sorta di parodia di Fedora Barbieri. Nel secondo atto ha risolto discretamente il cantabile dell'aria aggiunta ma si è ritrovata in affanno nella cabaletta, toccando gli estremi acuti con udibile difficoltà. Ma è stata sicuramente più pertinente della Aldrich nel fraseggio, nell'espressione, insomma nel ritratto di quella che è la corifea della tragedia per musica. Azzardo dicendo che, previ opportuni trasporti e riscritture, avrebbe meritato lei il title role assai più della collega.
Esposito, dal mezzo di insolita potenza (rispetto al suo standard), ha però voce senescente e difficoltà nella gestione del legato anche maggiore che nella recente Gazza Ladra bolognese. Tutto sommato gli ho preferito Mirco Palazzi, che dopo una scena d'apertura assai stentata e fuori fuoco è sembrato "carburare" maggiormente e ha cantato con voce non bella ed espressione costantemente torva, ma senza eccessivi cedimenti a un gusto deteriore, il resto della parte.
Direzione priva di nerbo, caratterizzata da attacchi spesso sporchi, scarsamente attenta alla coesione di buca e palco (e fuori scena, vedi gli ingressi regolarmente in ritardo della banda), nessuna idea del pathos e della grandiosità della partitura rossiniana. L'orchestra ha suonato piuttosto bene, con un bel suono levigato, più adatto però al repertorio leggero che a quello serio, anzi tragico.
La regia di Barberio Corsetti, colma di cappotti come una deteriore tradizione vuole e impone, evoca uno scenario apocalittico che rimanda da un lato alla DDR, dall'altro a film come Blade Runner (le proiezioni sul croma key - una finta sperimentazione vista da almeno 30-35 anni - evocano un mondo sotterraneo, frutto dell'oppressione di Antenore). Per motivi incomprensibili il figlio di Zelmira è un neonato (ma quanto è durata l'assenza di Ilo? due settimane??) e Polidoro un vegliardo a metà strada fra Matusalemme e lo zio Venanzio del Giornalino di Gian Burrasca di wertmulleriana memoria. Come ha chiosato una spettatrice all'uscita dalla sala: "un brutto film". Che ultimamente stiamo vedendo un po' troppo spesso.

Gli ascolti

Rossini - Zelmira

Atto I

S'intessano agli allori...Terra amica - Rockwell Blake (2003)

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Zelmira, versione Parigi 1826

Allestire opere come Zelmira fu da subito ardua impresa e tale rimase sino alle moderne riprese della Rossini renaissance. A maggior ragione lo è in tempi come quelli correnti, carenti di fuoriclasse, ma mentre si può invocare la clemenza del pubblico in fatto di tenori, attese le mostruose scritture dei due protagonisti, meno lecito è il farlo in punto di primedonne o di bassi, almeno stando a quel che Rossini in questo titolo esige.
In questa produzione di Zelmira il ROF è riuscito miracolosamente nel contrario, andando oltre le aspettative con le voci acute maschili e deludendo nel resto, nella scelta della protagonista soprattutto.

Gregory Kunde, Antenore,si è ritagliato una seconda carriera da baritenore, fatto che gli fa grandissimo onore, perché ne prova l’alta perizia tecnica che ha fatto grande tenore belliniano. L’ampiezza del mezzo vocale, conquista degli ultimi anni, oltre ad un buon virtuosismo di forza, gli consentono, ad onta dell’età, di dar senso agli antagonisti di Nozzari. Kunde ha cantato come un vecchio leone, esperto e intelligente, gestendo virtù e limiti con sapienza…antica. Spartito alla mano si è scontato pochissimo di quanto previsto, eseguendo anche bellissime variazioni nella cabaletta della sortita. Qui la voce, come capita ai cantanti di lungo corso, ha impiegato tempo a carburare ed i brutti suoni sono stati tanti, in alto soprattutto, ma il tenore ha eseguito tutto a meno della cadenza dell’aria .
Nella seconda scena solista, “Mentre qual fiera ingorda”, terribile per i salti e la coloratura, si è riacconciato, con mestiere, alcuni battute delle frasi iniziali e di quelle bassissime, al la sotto il rigo, “..le leggi infrange ognor..”, come pure le code della successiva cabaletta, ma non ha mai rinunciato a cantare di forza e ad accentare. Nel terribile “Figli miei di Lesbo” che introduce il grandioso è stato davvero impressionante. L’età del tenore si sente laddove mostra il “buco” in zona di passaggio alto, più raramente in quello basso: ha stonato ad esempio, negli attacchi sul fa del quintetto del I atto, “La sorpresa o stupore”, ed in qualche momento del quintetto del II atto, ma il canto come il personaggio nel complesso hanno girato sino alla fine, con pertinenza d’accento, recitativi compresi.

J.D. Florez ha domato la scrittura di Ilo oltre le aspettative, e non è poco data l’altezza ed il virtuosismo che connotano la parte. Il tenore peruviano, definito dai commentatori radiofonici il più grande tenore rossiniano vivente è al di sotto delle esigenze della parte. E prima che vocalmente come interprete. Basta sentire come esegue i recitativo di Ilo all’inizio del secondo atto privo del tono dolente e disperato che compete ad Ilo, prodromo degli eroi belliniani, Gualtiero in primis Personaggio questo che viene largamente anticipato nel terzetto “il figlio mio” atto primo, dove Florez manca di ampiezza nel recitativo e dove nel cantabile non può che aprire i suoni per simulare la tragicità di cui la voce nondispone. Quanto all’aspetto vocale Florez oggi canta sempre con evidente nasalità in zona acuta, aprendo il suono sul passaggio e sui primissimi acuti e vibrando più sopra. Quanto agli acuti estremi (do e re di cui è costellata la parte) sono raggiunti di preferenza sulla vocale “I” ed a condizione di rallentare il tempo prima di sparare la nota acuta. Fra l’altro sparare gli acuti estremi, ossia sostituire i passi vocalizzati con acuti (come accade nell’esecuzione della semplificata cadenza del’aria o nel duetto con Polidoro alla frase “splende sereno”), spianare le figure acrobatiche nei da capo, che richiederebbe un aumento e non la riduzione della coloratura ( note ribattute del da capo del duetto con Zelmira), semplificare le cadenze (recitativo di sortita sulla parola “amato”, quella alla chiusa dell’andantino della sortita) mancare di mordente nelle agilità è la negazione del canto e dello stile rossiniani.
Intendiamoci bene: il rappezzo ,il raggiusto sono giusti e leciti e lo insegna proprio in questa Zelmira l’autore medesimo, ma lo spirito dell’autore ossia quello del personaggio non possono essere modificati e traditi. Qui Ilo non era un eroe di ispirazione classica, ma un fanciullo. Ed il problema non è vocale è interpretativo.
Queste osservazioni non vogliono essere una dorata pillola per una recensione di gran lunga migliore verso Kunde, che verso Florez. Ma il personaggio di Antenore, scritto per un cantante (Andrea Nozzari) che era prima di tutto un cantante e, subordinatamente, un interprete non ha le sfaccettature che Ilo, prodromo degli eroi romantici offre e richiede.

Marianna Pizzolato, habitué del Festival, possiede la più bella fra le voci in scena. Difetta nel suo utilizzo. In primis per motivi tecnici, particolarmente sul primo passaggio, che non è eseguito correttamente e che si ripercuote su entrambe le zone estreme della voce; se correttamente eseguito ne trarrebbe giovamento anche la vocalizzazione, che risulterebbe più precisa e meno fosforescente. Ha cantato bene il terzetto del primo atto ( la migliore di certo), un po’ meno il duetto con Zelmira, ove ha tubato vistosamente frasi come “ …qual pensier funesto..”. Quanto all’aria, ha potuto disimpegnarsi nell’aria ma è stata in debito d’ossigeno nella cabaletta, strillacchiando qua e là.

Quanto alla protagonista, Kate Aldrich, non se ne comprende il motivo della scelta. E’priva delle qualità vocali, tecniche ed interpretative che la parte richiede. Le è stato sufficiente il breve recitativo di ingresso con Emma “non fuggirmi” per esemplificare il campionario delle proprie carenze a partire da centri veristi e dalla voce “indietro” dal fa4 e per giunta in una scrittura centrale e comoda. Le carenze si fanno più evidenti con il crescere delle difficoltà della parte come accade nell’agilità di forza del duetto con Ilo “ Che mai pensare” o la modestia del legato sia nella sezione del duetto che, ancor più,nel famoso”perché mi guardi e piangi” eseguito meccanicamente e senza languore e la struggente poesia che il passo richiede. Velo pietoso ( e per entrambe le cantanti ) riguardo i passi acrobatici delle code. Al terzetto con Ilo e Polidoro sotto la spinta tragica del momento la voce diviene una vocina vetrose che grida malamente “oh qual calunnia, che pena è questa”.
Arrivati al finale abbiamo avuto la riproposizione di quello che Rossini pensò a Parigi per la divina Giuditta Pasta nel 1826. Abbiamo quindi un’immagine precisa e plausibile di quella che era la vocalità e la capacità interpretativa della cantante prima che diventasse l’interprete di Donizetti e Bellini. Rossini non solo regalò a Giuditta Pasta una splendida preghiera, ma inserì una sezione della cabaletta di Ermione e passi della scena del carcere della Gazza. Tutto questo deve indurre a riflettere sulla genialità e sulla poetica di Rossini. Quanto alla prima è evidente perché la scena ha una forza tragica ben superiore a quanto il maestro avesse pensato per la non più fresca Colbran e perché i pezzi “recuperati” sono quanto di più adatto possa esserci alla situazione drammaturgica. Ermione, trasferita in Zelmira, forse ne guadagna dall’innesto.
Non solo questa scelta smentisce la storiella che certe parti della Colbran nacquero e morirono con la loro prima interprete, per essere più plausibile che quei titoli richiedevano capacità vocali ed interpretative riservate a pochi, donde la sparizione. Quella d’inserire Gazza Ladra esemplifica il concetto di arte ideale per Rossini, che ripropone la stessa musica per la stessa situazione: una donna carcerata per una ingiusta accusa .
Tutto questo richiederebbe una grande cantante e la “scelta” del Festival signora Aldrich, mezzosoprano alquanto scalcagnato, che la “nouvelle vague” di imporre un mezzo nei ruoli Colbran esige dopo decenni di soprani lirico leggeri (Gasdia, Devia, Peretiatko) per giunta inflitta in un tempo in cui si disponeva di mezzi acuti saldi e sicuri.
Nel dettaglio: a prescindere dallo scadente e per nulla ispirato accompagnamento abbiamo sentito una preghiera piatta e senza pathos con svarioni nei rari passi di coloratura come la quattro quartine di “barbaro” o il grido sul la acuto coronato di “ah” o sul trillo e sulle terzine di “ a mali miei”; arrivato l’impresto da Ermione o si dispone della raffinata capacità simulatoria di una Cuberli o dell’ipotetico vigore di una Verrett, una Horne, una Bumbry e una Dupuy o si grida miseramente. Abbiamo volutamente omesso Maria Callas e la Sutherland post 1975, perché ci vogliono convincere che non siamo mai esistite.

Nessuno dei due bassi mi ha impressionato. Il loro canto ha mostrato, alla radio, evidente durezze in acuto, debolezza nel canto di agilità ( penso alla coloratura del terzetto di Polidoro con le due donne o ai trilli prescritti nel terzetto finale e non eseguiti da Esposito ). Niente di particolarmente scandaloso o fuor di media, ma non un buon canto perché entrambi hanno la voce troppo bassa di posizione, con tutto ciò che ne deriva.

Il maestro Abbado ci è parso avere acquistato un po’ più di vigore rispetto all’Ermione dell’anno passato, migliorando certe meccanicità di cui gli scrivemmo allora. Ma da qui ad una grande direzione di un Rossini tragico, però, molto ne cala.
Durante il primo atto ha staccato qualche tempo comodo, come la cabaletta della sortita di Ilo, opportunamente accellerata nel conducimento tra prima e seconda strofa, ma gli è mancata ora la capacità di dar respiro al canto, come alla cabaletta della sortita di Antenore, ricadendo un po’ anche lui nella marcetta ( vedi ingresso di Ilo che è, invece, “marziale”); ora la capacità di stimolare gli interpreti, come nel caso della piatta Aldrich della preghiera finale o del duetto con Emma; ora la poesia degli accompagnamenti, come al duetto Zelmira Emma; ora la vis tragica, come al terzetto Ilo Polidoro Zelmira. Il terrore delle moderne bacchette di essere troppo romantiche in Rossini ormai li porta a negare ciò che, invece, romantico è. Abbado non decampa da questa regola, e così ha finito per stravolgere l’impressionante terzetto, ove non solo l’orchestra ma anche la vocalità sono già completa realizzazione del poi, ossia di ciò che per anni abbiamo creduto essere solo di Donizetti, Bellini e Verdi e che, invece, il grande Gioachino aveva già inventato e messo in scena prima di loro. Lo aveva ben capito Thomas Schippers, nel 1969, con la sua filologia pratica e l’intuito dell’artista geniale. Oggi, dopo tanti studi, invece, pare lo dobbiamo dimenticare per forza. Idem dicasi per il finale primo, che è già l’ ”Atro evento, prodigio funesto” della Semiramide, che Zedda con tanta tensione drammatica ha sempre diretto. Ad onta di un solo anno e mezzo di differenza cronologica, Abbado ha diretto questo momento straordinario in modo terribilmente meccanico e per nulla tragico, quasi fosse altro e diverso compositore, e non se ne comprende la ragione ( tralasciamo poi che nessun interpoli più nei concertati uno straccio di volata o spari una acuto come il cielo comanda, aggiunte che non erano le spacconate della Horne e dei suoi seguaci, ma un modo elettrizzante di descrivere la tensione del momento ). Una direzione a mezza via, direi, che non ha dato giusta resa a tutte le diverse componenti dell’opera, ma solo a alcune.
Un’edizione a luci ed ombre, dunque, nel complesso più efficace dell’Ermine dell’anno passato.

Quanto ai singolari criteri filologici che hanno ispirato questa Zelmira versione Parigi ’26 avremo modo prestissimo di riparlarne diffusamente in sede ad hoc.

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domenica 22 marzo 2009

La sonnambula al Met 2009 e la penosa rimembranza


Il ritorno della Sonnambula al Met dopo 37 anni di assenza è stato preceduto da polemiche riguardanti l'allestimento di Mary Zimmerman, sul quale sono state spese innumerevoli parole da parte della critica e dei blog americani. Eviteremo dunque di dilungarci su questo aspetto per concentrarci sull'aspetto musicale e vocale della rappresentazione.

Ovviamente infatti, anche se l'ambientazione viene modificata da un allestimento cosiddetto d'avanguardia, i cantanti pur sempre con lo spartito di Bellini devono confrontarsi e di questo devono rendere conto con le loro interpretazioni, in primis vocali. Riteniamo che allestimenti come quello newyorkese, di cui Youtube offre ampie selezioni video, siano funzionali a dive, come Natalie Dessay, assai male in arnese vocalmente, che cercano di distrarre il pubblico dalle proprie miserande condizioni vocali e convincerlo di avere qualcosa da dire, distillando pseudo finezze recitative e drammatiche consistenti in questo caso nell'atto del provare delle scarpe, litigare con le sarte e lanciare parrucche, e questo per limitarci al solo Come per me sereno. Finezze registico-drammaturgiche che chi scrive non sa, ahimè, apprezzare.

Il ruolo di Amina pare essere molto caro a Natalie Dessay che, dopo il debutto a Lausanne nel 1998, lo ha interpretato in molti teatri (Milano, Vienna, Parigi, Lione, Santa Fe, Bordeaux ecc) e lo ha inciso per la Virgin, incisione a cui questo blog ha dedicato a suo tempo ampio spazio.

L'esibizione al Met della Diva Natalie è stata, analogamente alla Lucia di Lammermoor della scorsa stagione, piuttosto avvilente. I resti di una cantante e un'Artista veramente interessante 10-12 anni fa si sono accompagnati a cattivo gusto e a mende tecniche che hanno inficiato lungo tutto l'arco dell'opera la linea vocale, rendendo difficile anche il fraseggio, manierato e lezioso, interessante solo nel recitativo della scena del Sonnambulismo cui ha fatto seguito un Ah non credea mirarti slentato e dal legato difficoltoso e una cabaletta piena di suoni aciduli e gridati. La voce della Dessay fin dalle prime note ha mostrato di essere oramai alla corda, ballante già nei primi acuti, per giunta quasi sempre gridati e mal sostenuta al centro, vedi il cantabile d'entrata, coronato dal si bemolle gracchiato di "amor la colorò" per proseguire nella cabaletta, in cui la Diva ha palesato grande difficoltà nel mantenere omogenea la linea di canto nella discesa alle note gravi e reso tutti gli acuti costantemente aciduli e gridacchiati, apice l'acuto finale, un vero e proprio bercio. I problemi a scendere alle note gravi si sono ripresentati nella cabaletta del duetto con Elvino, in cui la voce della Dessay, letteralmente si è spezzata alla frase "ma la voce o mio tesoro non risponde al mio pensier", quantomai veritiera.

Nel resto dell'opera la Dessay ha continuato a mostrare un fraseggio manierato e lezioso, prerogativa anche di altre Amine vocalmente però ben più salde, mentre per l'ambito vocale si sono succeduti suoni strozzati e calanti nel finale atto I (coronato da un ennesimo bercio), un centro opaco nell'Ah non credea mirarti per concludere con una cabaletta finale piena di acuti spinti all'inverosimile, un virtuosismo fatto di agilità piuttosto impacciate e un'intonazione al limite.

Spiace sentire in condizioni tanto precarie una cantante che è stata in passato molto interessante, ma che da almeno 10 anni ha iniziato un percorso in discesa che oggi prosegue non solo tra i problemi vocali ma fra la pseudo arte di certe trovate attoriali e registiche che poco servono all'Opera e a Bellini, utili semmai a distrarre, come già detto, il pubblico dalle magagne vocali ormai palesi e inaccettabili, soprattutto in questo repertorio. Forse nel teatro di prosa la signora Dessay potrebbe trovare migliore collocazione per il suo estro innovativo e il suo talento scenico, che nel caso di opere come La sonnambula più che farla rassomigliare ad grande cantante attrice rendono vieppiù tristi e penose le sue esibizioni.

Le cose vanno decisamente meglio con Juan Diego Florez alle prese con il ruolo di Elvino. Il canto appare più professionale e sicuro rispetto ai Puritani bolognesi, anche se la dinamica non si discosta mai dal mezzo-forte/forte, con poche sfumature nella zona centrale e acuti costantemente sul forte. Il momento migliore è apparsa l'entrata e alcune frasi dell'aria del II atto, dove però, nel tentativo di cantare piano, alcuni suoni sono risultati opachi e indietro. Male invece il finale I dove Florez ha esibito più di un suono tirato nelle frasi "voglia il ciel che il mio tormento". Sua è a ogni modo la palma della serata, impresa certamente non ardua, vista la decadente partner.

Michele Pertusi come Conte Rodolfo è apparso dalla linea vocale piuttosto appesantita e dal fraseggio piatto e monocorde. Indecorosa la Lisa di Jennifer Black, prodiga di urla e suoni gutturali e spoggiati, che avrebbe ben giustificato il taglio dell'aria del II atto, peraltro presentata in versione fortunatamente molto ridotta.

La direzione di Evelino Pidò ha assecondato le interpretazioni dei cantanti proponendo poco o nulla di interessante. I tempi infatti sono stati quasi sempre slentati o velocissimi: inutile ricercare colori o sfumature nell'esecuzione delle splendide melodie belliniane (un Ah non credea così privo di magia e colori, complice l'interprete, è raro da ascoltare).

La lunga assenza della Sonnambula dal Met non ha dunque trovato in questo allestimento alcun motivo che giustificasse il suo ritorno, soprattutto con siffatta protagonista e allestimento, che poco fanno per rendere merito a Bellini e anzi sviliscono di molto questo titolo cardine del Belcanto.


Gli ascolti

Bellini - La sonnambula


Atto I

Come per me sereno - Luciana Serra (1986), June Anderson (1991), Mariella Devia (1992)

Son geloso del zefiro errante - José Bros & Edita Gruberova (1997)

D'un pensiero e d'un accento - Edita Gruberova (con Max René Cosotti, Simone Alaimo - 1985)

Atto II

Oh, se una volta sola...Ah, non credea mirarti...Ah, non giunge - Edita Gruberova (1985), June Anderson (1991), Mariella Devia (1992)

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venerdì 9 gennaio 2009

I Puritani a Bologna: tra divismo e velleità

Di ritorno dai Puritani di Bologna, le nostre considerazioni su una produzione che ha come principale motivo d'interesse la presenza di Juan Diego Flórez, al debutto italiano nel titolo e alla terza prova nell'opera (dopo Las Palmas 2004 e Vienna 2005).

Nemmeno in questa lussuosa occasione ha trovato la sua esecuzione di riferimento la recente edizione critica dei Puritani di Bellini. Nella sua originaria versione parigina, l’opera continua, infatti, a rappresentare uno scoglio ingestibile, nella sua monumentale integrità, per i cantanti del giorno d’oggi, sia che si tratti di divi consumati o di aspiranti tali. Mentre il programma di sala ingannevolmente afferma agli spettatori che “ …in questa edizione potremo ascoltare tre passi “riaperti”: un terzetto (atto I scena X) per Arturo Enrichetta e Riccardo, “Se il destino a me t’invola”; una parte del duetto Elvira Arturo ( atto III scena II ) a partire dalle parole “Ah perdona ell’era misera” e l’intero Andante sostenuto cantabile “ Da quel dì che ti mirai”. Ultima aggiunta la cabaletta a due per Elvira e Arturo ( atto III scena III ) nel finale ultimo, “Ah sento o mio bell’angelo”…) (Programma di sala, pag. 11, autore G. Gavazzeni), lo scorrere della serata dimostra come la dura realtà dell’andare in scena abbia imposto al celebre tenore come alla sua giovane compagna di viaggio di mettere da parte velleità ed ambizioni e rassegnarsi ad una riduzione sensibile delle rispettive parti, soprattutto per quanto riguarda il terribile terzo atto. Sicchè l’agognata “edizione critica”, indispensabile marchio “culturale” da porre sui cofanetti dei dvd e nei curricula delle carriere dei più giovani, si è semplicemente tradotta nella ricollocazione dell’originario terzetto che precede il finale primo ( Arturo Enrichetta Riccardo) e nella riproposizione, quale “cabaletta a due” e non più per soprano solo, dell’”Ah sento o mio bell’angelo” in chiusa d’opera. Il tutto a fronte di alcuni tagli vistosi, tra cui, nota più dolente di tutte, per non dire dvvero snaturante della sua essenza musicale e drammaturgica, la vasta amputazione del duettone finale ( ove non solo non è stato riaperto alcun taglio, ma si è anche dimezzato quanto di prassi da sempre, e per questo cut si rimanda all’incisione Filippeschi Pagliughi, Previtali ); la sezione finale della seconda strofa dell’aria di Arturo al terzo atto; parte della Polacca di Elvira; parte della sezione finale del duetto Riccardo-Giorgio. Di modo che, come al solito nel nostro presente, alla novità di alcuni elementi di tutto interesse ha fatto da contraltare un’operazione di “sartoria” dello spartito di fronte alla quale paiono ben poca cosa quelle che operava l’augusto avo del curatore del programma di sala! E questo tralasciando, poi, gli aspetti di quella che dovrebbe essere anche la componente “vociologica” (permettetemi il termine) della filologia musicale, poiché in una edizione che pretenda di dirsi ”critica” occorre rispettare, e non tradire, come in questo caso, le corrette modalità del canto del tempo (a cominciare da quella cosa chiamata “emissione stilizzata”, fondamentale nel belcanto ma oramai dimenticata, assieme a tutta una serie di altre “pretese” da melomani rétro come noi, per nulla interessati ai begli occhi del soprano o alla silhouette del tenore, ma al mero canto ). Ma andiamo con ordine.

Sarebbe noioso riproporre considerazioni sullo storico quartetto della prima parigina, nonché le notizie, che già vi ha qui fornito direttamente il curatore dell’edizione critica, prof. Della Seta, circa la genesi di questa opera e la sua edizione critica. Ne abbiamo parlato ampiamente e ritroverete gli argomenti in alcuni post precedenti.
Delle quattro voci scelte dal teatro bolognese solo D’Arcangelo aveva, a mio avviso, le carte in regola per i Puritani, ma nemmeno lui poi ha saputo convincere.

Flórez è per sua propria natura voce leggera, priva del corpo come degli armonici necessari. Canta Arturo per coté di carriera, per imposta necessità a chi vuol essere stella belcantista da star system, ma è intimamente Lindoro, Idreno, don Narciso, al limite Ernesto ( e in questo non v’è niente di male….ognuno ha la natura vocale che ha). Gli mancano la voce e la “potenza” necessaria nel canto belliniano, sia nei momenti eroici che in quelli lirici, ove canta bene, con eleganza ma….in maniera evidentemente inadatta. Anzi, canta con quella “maniera” che già altre volte abbiamo criticato. Si è presentato con voce lunga, facile alla tessitura vertiginosa come allo sfogo nei sopracuti, con una linea di canto pulitissima e nitida, fatto che gli fa grande onore dopo il brutto Rigoletto. E va ammirato soprattutto per la sua capacità di reazione. E per quanto la voce sia molto ridotta di volume, resta di gran lunga il migliore della serata, data anche la capacità dimostrata nel “resistere” ad un ruolo che sfianca. Il ruolo è sempre stato inadatto a lui, e di qui i robusti tagli, eccessivi quelli del terzo atto. La cavatina è stata uno dei momenti migliori della sua serata, perché è elegante ed ancora facile in alto, ad onta di un do diesis non sicurissimo e di alcuni fiati un po’ corti. E' mancato un legato di vera qualità nei passaggi la-re tipo “A te o CA-RA, amor TALO-RA “ e le forcelle, che sono un po’ il suo handicap per forza di cose, non sono risultate ben udibili per mancanza di cavata della voce. Ingiusti gli sparsi buu dall’alto. Anche se non è da escludere che si sia trattato di una reazione all'invadenza dei plauditores.
Flórez ha poi sofferto vistosamente nei momenti di forza per assenza di peso, a cominciare dal recitativo con Enrichetta come al successivo duetto della sfida, ove frasi come ”Sprezza audace..” fanno sembrare il suo timbro infantile. Ha puntato bene in alto le frasi, assai faticose per la sua voce, “ Non temo il tuo furore..ti sprezzo…”, che molto gli costano: si è controllato bene, però, senza spingersi a forzare o gridare. Un po’ di fatica nella tessitura acuta del terzetto, cantato, però, con bel lirismo, a meno di qualche attacco scoperto a voce un po’ troppo piena ed una mezza stecca, che può capitare.
Non ha potuto barare, invece, alla grande aria del terzo atto, opportunamente scorciata, come già altri tenori in passato, da Filippeschi ad Araiza, in questo caso della sezione “ Sempre uguali ha i luoghi e l’ore “ ( battute 442-458 ) della seconda strofa, ove Bellini, stando alle numerose messe di voce e legature, richiede ulteriore ampiezza nella linea di canto. Il brano si addice ad una voce importante, per poter dare vero senso a malinconia, nostalgia, doloroso ricordo insite nella nenia belliniana. L’accento è pertinente, ma Florez arriva a questo punto evidentemente stanco e l’aria è pesante per la sua voce: il canto è risultato leggero e manierato, le forcelle scritte anche in questo caso appena abbozzate. E non ho potuto fare a meno di pensare alla convenienza che avrebbe Florez a praticare Les Pêcheurs de Perles, La dame blanche, Le Postillon de Lonjumeau, la Manon di Auber….. Anche il recitativo all'inizio del terzo atto, ad essere più precisi, è stato eseguito con slancio e proprietà di intenzioni, ma anche con la voce di Ramiro che entra in casa di Don Magnifico. E per inciso è questo recitativo uno dei pochi punti (assieme all'attacco di "Nel mirarti un solo istante" e alle primissime battute del "Credeasi misera") in cui Flórez ha cantato a voce piena in un terzo atto giocato in evidente difesa. Il successivo duetto con Elvira, abbiamo detto, è stato davvero troppo tagliato. Se ne è eseguita la metà circa. Per fortuna! Come da tradizione si è eliso l’annunciato “Da quel dì che ti mirai” ( battute 560-717 ) , ma si è pure tagliata parte della prima strofa di Elvira del “Vieni, vieni tra queste braccia”, per attaccare già sul “Ah deh vieni, vien tel ripeto t’amo” quella che è la sezione finale della ripresa a due voci del brano, ove Arturo canta, tra l’altro, una terza sopra alla sua prima scrittura ( battute 795-838). Gli acuti restano facili, compreso il re naturale prescritto, ma lo slancio di un Pavarotti o di un Kraus, oppure la varietà di accento di certi dischi a 78 giri, appartengono ad un altro pianeta. Ed ad un’altra opera! La fatica è stata tantissima, e la voce è parsa spesso al limite. Né la musica è potuta cambiare al tremendo finale, cantato con tanta fatica, acuti facili ma deficit di ampiezza e di dinamica: il brano è eseguito con logica prevalenza di lirismo, ma frasi come “ ..l’ira frenate..” non sono per nulla liriche , o lo possono essere solo se le approccia una voce corposa e piena. Ed alla fine resta solo una domanda: perché Flórez non dà una svolta opportuna al suo repertorio? Certa opera francese attende questo grande tenore: là stanno da tempo le sue opere ed è ora di cantarle!

Nino Machaidze non possiede qualità tecniche e men che meno timbriche, se queste abbiano mai importanza nel belcanto, per cantare Elvira. I problemi tecnici ve li descrivemmo chiaramente allorquando fu Amina in quel di Genova l’anno passato, e vi rimandiamo a quella recensione, dato che nulla è cambiato. L’interprete, invece, è pertinente nei suoi intenti, ad onta di un portamento scenico non da grande primadonna quale è Elvira.
A parte il fuori scena iniziale della chiesa, ha avuto da subito le sue belle gatte da pelare. Il duetto con Giorgio è caratterizzato da grande slancio, con virtuosismo di chiara ascendenza rossiniana, da eseguire di forza. La voce è arrivata subito acida e vetrosa al centro sin dalle prime battute “ Sai com’arde il petto mio..”, offuscata e a tratti proprio afona in ottava bassa, ove il passaggio di registro non gira come dovrebbe. I primi acuti sono stati anch’essi striduli: note chiave della serata i la bem e la nat tenuti ( ve ne sono svariati scritti ), una vera croce per la giovane georgiana. Sulla coloratura di forza prescritta per frasi tipo “…di dolor io morirò, di dolor…” si è arrangicchiata in qualche modo, incespicando sui lunghi trilli ( altro punto debole ) prescritti sul mi-la nat di “ dolor amor”. Un grido il la nat di “..Ah padre mio..”.
La polacca, tagliata nella sezione centrale ( 208-226 ) e nelle code, è stata eseguita a bella e giusta velocità, ma in modo impreciso, a cominciare sin dal gruppetto previsto in seconda battuta di ingresso, quindi il trillo maldestro scritto sul fa diesis di “rose”, poi quella scritta su “..monil, del bel monil…” e di lì un po’ tutta la coloratura successiva, compreso il sopracuto in chiusa. Il finale primo, eseguito a meno delle tradizionali ma non scritte puntature ai re naturali, ha messo in evidenza i problemi timbrici del registro acuto, nelle salite al do di “Ah vieni..”: la voce è sonora, ma non corposa, almeno non quanta ne serve ad una vera grande Elvira.
Quanto alla scena di pazzia all’atto secondo atto, ha cercato costantemente di cantare piano e dolce dando rilievo espressivo a frasi come “…ah mai più qui assorti insieme…”, ma le difficoltà a legare i suoni al centro han finito col penalizzarla. Mariotti l’ha assecondata al massimo, facendo quasi sparire l’orchestra in alcuni punti, ma l’assenza di cavata necessaria e prescritta da Bellini in frasi come “ ancor tu sai che un cor fido…” è venuta fuori con chiarezza. L’effetto è stato quello di un certo torpore, persistente anche nelle battute di conducimento prima della cabaletta, che meriterebbero di essere ravvivate. La cabaletta chiama in causa ancora il virtuosismo di forza che, pedonatemi!, mi rese tanto celebre all’epoca: spariscono subito i segni di corona scritti sul “ vien ti posa vien ti posa sul mio cuor “, le serie di quartine discendenti sono eseguite alla comemiviene e senza purezza, i trilli lasciamoli perdere assieme al sopracuto in chiusa. Insomma, qui di grande virtuosa non se ne parla proprio, nonostante quel che ci vogliono far credere i signori del management. Quanto al duetto del terzo atto, anche la signora Machaidze ha beneficiato, come Flórez, della forbice della provvidenza, che le ha scontato un bel tocco della sua parte del “vieni vieni fra queste braccia”. Arrivataci stanca, come il suo partner, ha cantato con un accento dolente molto commovente, ma, ahimè, il timbro, per la stanchezza e la tensione, e la qualità del legato sono parsi improbabili. Ciononostante, evidentemente in grazia e della freschezza data dalla giovane età e della scelta di spingere regolarmente i suoni, la signora è riuscita a coprire in più di un punto il tenore nei passi a due. Quanto al senso generale di questa Elvira, non possiamo non sottolineare, come per Florez, la mancanza di peso vuoi lirico-tragico vuoi virtuosistico: Elvira è ben altro che una ragazzina un po' querulina, bensì primadonna completa, con tanto di fascino ed eleganza, caratterizzata da anche da vero vigore drammatico. Il risultato complessivo è stato, per forza di cose, troppo "mignon" per essere accettabile e corretto a valle della belcanto renaissance.

Gabriele Viviani, di solida natura e con voce corposa, facile in acuto ma vistosamente limitato in basso, ha cercato di cantare con accuratezza e dolcezza, ma l’emissione non è stilizzata, spesso vistosamente nasale. Il canto resta punto elegante, e talora anche greve. Nell’aria del primo atto si sono sentite alcune grossolanità anche vistose, come la pausa, non scritta per andare a prendere il mi bem nella coloratura scritta legata di “..alla vita che s’avanza…” e nella corrispondente battuta della seconda strofa. Ma, soprattutto, l’esecuzione è stata piatta e senza colori. Semplificata la cadenza di Bellini, eseguita alla bell’e meglio.
In cabaletta ( terrificante il pertichino del secondo tenore) è stato abbastanza preciso, pur omettendo le quartine vocalizzate della sezione finale, ma, soprattutto, sempre monotono e inelegante.
Al famoso terzetto con Arturo ed Enrichetta gli è stato giustamente richiesto di cantare piano, quasi di sussurrare il pedale alla trenodia del tenore, ma la voce è parsa fuori fuoco, posto che la tessitura è altissima. Nulla di speciale al duetto con il basso, cantato in modo troppo verista e nemmeno molto preciso nella scrittura (e senza contare il taglio di una decina di battute, dalla 317 alla 327).

Ildebrando d’Arcangelo ha cantato con voce bassa, troppo bassa ed ingolata per il suo stesso standard. E’ parso correttissimo nel duetto con Elvira al primo atto, anche nell’esecuzione musicale, ma monotono e un po’ greve, a causa… dell’emissione. Senescente. Anche per lui marcata afonia all'ottava bassa.
Al secondo atto “Cinta di fiori” è stata eseguita con troppa pesantezza, complice anche Mariotti. Nessun colore, nessun accento dolente, nulla. Di nuovo tanta monotonia, pure con qualche frase a voce ballante. Il duetto con Viviani in affanno. Una prova inaspettata da lui.

Terribile il Bruno di Gianluca Floris, un po' meglio il Gualtiero di Ugo Guagliardo, corretta ma priva di slancio e microbica l'Enrichetta di Nadia Pirazzini. Ma pretendere la perfezione dei comprimari, in una compagnia che quasi al completo ignora che cosa sia una voce proiettata, sarebbe grottesco.

La prova, osannata dal pubblico, di Michele Mariotti è stata a luci ed ombre, caratterizzata proprio dalla discontinuità. Le luci sono arrivate, come spesso nei giovani direttori odierni, ove era necessario mettere in primo piano il lirismo, i toni estatici e sognanti. Le ombre, invece, laddove era necessario sostenere con l’orchestra la tensione drammaturgica, dar forza e vigore drammatico all’azione, sottolineare i toni epici e cavallereschi. Esempi: l'inizio dell'opera, in cui nulla faceva pensare alla solennità dell'alba, l’apertura dell’atto secondo, mollissima e noisa; la scena del temporale all’atto terzo, ove non è riuscito ad essere davvero corrusco e spaventoso, oppure nella terribile marcetta, che sarebbe un “Allegro maestoso sostenuto”, che inframezza l’aria di Arturo: che passassero di lì dei “furenti” è stato davvero difficile crederlo. A reggere bene e con convinzione l’azione drammaturgica, poi, gli è riuscito, ma molto bene, nel duetto del primo atto Elvira-Giorgio, con fuori scena suggestivi e begli effetti prospettici e la prima sezione del duetto Giorgio Riccardo, con epica e piglio veri. In altri momenti ha ripiegato su “effetti” molto riusciti, come il clima sospeso del ripristinato terzetto del primo atto. Ho trovato, invece, monotonia e pesantezza in altre parti, come nel coro iniziale dell’opera, oppure nel mix alterno di belle sonorità e inerzia nell’ingresso di Arturo, come pure nel finale primo, con una introduzione molto bella seguita da momenti letargici sulle frasi del coro “ Demente vivrà”, oppure una chiusa veloce molto, troppo meccanica; o nel “Suoni la tromba intrepido”, staccato con bella velocità ma un po’ bandistico.
L’orchestra, inoltre, non ha avuto sempre un bel suono, un po’ di fragore di piatti, qualche fracasso qua e là, intonazione precaria dei fiati soprattutto all'ultimo atto. Insomma una prova alterna, di certo servizievolissima verso i cantanti ( basti pensare alla pazzia di Elvira), di un giovane di belle speranze, spinto un po’ troppo in alto e un po' troppo in fretta per la sua effettiva resa.

Veniamo allo spettacolo di Pier'Alli, il solo che alla fine non benefici delle ovazioni del pubblico, beccandosi qualche fischio a nostro parere ingiustificato. Il regista-scenografo-costumista crea una scena tutta giocata sui toni del grigio e del blu, con begli effetti di luce soprattutto nel duetto atto primo Giorgio-Elvira, al terzetto nel finale primo (con i personaggi isolati da tre proiettori stile Sandro Sequi) e nell'introduzione al terzo atto, risolta con un suggestivo controluce. A scene anche troppo stilizzate e rarefatte si contrappongono costumi ligi alla tradizione, ancora una volta giocati sul grigio-blu scuro, con l'unica macchia bianca costituita dai costumi di Elvira. Già visti i simboli ricorrenti (pugnali che calano dall'alto a mo' di colonne, porte automatiche, proiezioni di cieli foschi che nel finale si rasserenano), così come i gesti rituali del coro, per il quale pare valere la regola cara a Beppe de Tomasi, "si entra da destra, si canta e si esce da sinistra e viceversa" e che per il resto non esce da figurazioni simmetriche e spesso rimane in scena nella totale immobilità. Certo si poteva fare di più per i solisti, che, salvo Viviani e in parte d'Arcangelo, abbandonati a loro stessi tendono ad abbassare un pochino troppo l'età dei loro personaggi, sortendo un curioso effetto di bambini che giocano a fare i grandi. Davvero censurabile la scena della pazzia, con Elvira circondata da prefiche velate di nero che recano in mano, al posto delle tede di classica memoria, più prosaiche lampade ad olio.

Nel complesso, e sintetizzando, uno spettacolo che onora ben poco Bellini e poco aggiunge al percorso artistico del divo per il quale è stato montato, malgrado il rilievo che Flórez viene ad assumere in un cast in cui tutti, ma proprio tutti, sono almeno due spanne sotto di lui. E uno spettacolo sul quale grava l'ombra dell'affaire Mosuc, ben noto e doviziosamente commentato in molti fori specializzati.

Giulia Grisi & Antonio Tamburini


Gli ascolti

Bellini - I puritani


Atto I

Ah! Per sempre io ti perdei...Bel sogno beato - Ernest Blanc (Bonynge - 1963)

O amato zio...Sai com'arde in petto mio - Margherita Rinaldi & Paolo Washington (Ceccato - 1969)

A te o cara - Francisco Araiza (Soltesz - 1987)

Son vergin vezzosa - Gianna D'Angelo (con Kraus, Arié, Granados - Wolf-Ferrari - 1967), Anna Maccianti (con Kraus, Gaetani, Fortunato - Zani - 1970), Adriana Maliponte (con Kraus, Raimondi, Di Stasio - Gavazzeni - 1972)

Dov'è Arturo?...Ah, vieni al tempio - Lina Pagliughi (Previtali - 1952), Anna Moffo (Rossi - 1959), Anna Maccianti (Zani - 1970), Adriana Maliponte (Gavazzeni - 1972)

Atto II

Oh rendetemi la speme...Qui la voce sua soave...Vien diletto - Anna Moffo (Rossi - 1959), Margherita Rinaldi (Ceccato - 1969), Adriana Maliponte (Gavazzeni - 1972)

Atto III

Son salvo, alfin...Corre a valle - William Matteuzzi (con Mariella Devia - Bonynge - 1989)

Finì, me lassa!...Nel mirarti un solo istante...Vieni fra queste braccia - Anna Moffo & Gianni Raimondi (Rossi - 1959), Anna Maccianti & Alfredo Kraus (Zani - 1970)

Ah! Sento, o mio bell'angelo - Lucia Aliberti (Luisi - 1988)

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