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mercoledì 8 dicembre 2010

I giorni della Valchiria, quinta giornata. Die Walküre alla Scala.

Serata di grande successo ieri alla Scala per la seconda giornata del Ring affidato alla coppia Barenboim Cassiers. Consensi di pubblico più per la parte musicale che per quelle visiva, ma nessuna eccellenza da parte di nessuno. Anzi, un po’di noia perché il problema di questo Ring pare essere l’assenza di idee.

Barenboim ha diretto a corrente alternata, prevalentemente su toni lirici, come da sempre è il suo Wagner, ma stavolta in modo incoerente e spesso contrario allo sviluppo del dramma, dove ad ogni momento topico il maestro ha finito per “tirare indietro”.. La buca ha suonato con poca cavata e limitata intensità sonora, nei legni soprattutto, spesso soccombenti agli ottoni nei momenti grandiosi, afflitta anche da una lentezza snervante, talora inadeguata al palco, come al duetto Brünnhilde-Siegmund, “Siegmund, sieh auf mich”, o al I atto, senza slancio come in certi momenti del duetto Siegmund-Sieglinde, dove ha finito per mancare nella resa dell’intensa passione dei due amanti incestuosi. In altri passi, come all’apertura del terzo atto, il volume è anche arrivato, ma senza vero vigore drammatico, con un’orchestra incolore, caratteristica che si sta facendo pericolosamente abituale per il complesso scaligero. Idem dicasi per il finale II, privo dell’esatta esplosiva forza drammatica di Wagner nel descrivere l’ira del dio. Altre volte ha, invece, diretto molto bene, come al grande finale di Wotan, o in altri diversi passi del duetto tra i due amanti al I atto, ma sempre in chiave lirica.
Di fondo, alla direzione del maestro sono mancati la continuità nel sostegno drammaturgico dell’azione, ed alludo al secondo atto in particolare, dove ha apertamente latitato ( dirigendo con la partitura davanti ...) sino all’arrivo della Valchiria, come pure dal punto di vista della resa cromatica delle varie scene, e dell’alternarsi delle situazioni all’interno di ciascuna di esse. Da sempre ammiratore di Furtwängler, il maestro Barenboim ha dato vita ad una prova diametralmente opposta, in fatto di resa cromatica e dinamica, a quelle del suo predecessore, che sapeva sostenere con ben altra forza anche certi momenti difficili della partitura, come il lunghissimo monologo di Wotan all’atto II. L’intreccio dei temi è arrivato con poca eloquenza e capacità narrativa, i personaggi non caratterizzati dall’orchestra. Abbiamo udito all’inizio del I atto una notte piovosa ma non tempestosa, il preludio al II secondo che pareva una passeggiata più che la fuga disperata dei due Welsungi, senza presagi di battaglia o l’epica del Walhalla; la calcata delle Valchirie più rumorosa che selvaggia; un annuncio di morte più conversativo che funebre. Insomma, è possibile che l’orchestra contenuta sia derivata da un cast che, nel canto in sourplesse, era generalmente carente di volume e penetrazione, ma la lentezza innaturale e forzata perseguita dal maestro, contraria alle necessità dei cantanti, come la mancanza di eloquenza ci fa ritenere che si tratti di scelte volute ed incondizionate di cui il maestro è il solo architetto. Si è avuta l’impressione di un approccio piuttosto indifferente da parte di Barenboim, mirato soltanto ad alcuni momenti particolari o popolari, di grande effetto e per nulla interessato da altre parti, come l’intero secondo atto, quasi che alla base della sua direzione mancasse una concezione generale dell’opera con cui caratterizzare testo e sviluppo dell’azione.

Cast composto ora da anziani esponenti del “Bayreuth style”, ora da cantanti meno giovani, per altri motivi comunque limitati quanto i primi.
Espertissimi del canto wagneriano, W. Meier e J. Tomlinson, disinvolti scenicamente ma vocalmente senescenti. La prima, amatissima dal pubblico scaligero, ha cercato di risolvere la sua Sieglinde con le consuete doti di attrice, assai poco efficaci e spendibili nel ruolo, per giunta in un allestimento privo di regia. La voce della signora Meier è ridotta di volume ( rare le sue incursioni nel canto sul “forte” ), forzata e stimbrata, priva dei gravi come dei primi acuti, sovente tra il nasale ed il gutturale, priva di legato. Si è barcamenata con mestiere, ora parlando, ora toccando appena certe note scomode, facendo leva sulla propria presenza e sul mestiere, e ciò le è bastato per essere “personaggio”.
Tomlinson ha cantato con voce tubata, acuti stonati e fissi, portamenti esagerati ed abusati, timbro senescente, frequentemente parlato. Difetti amplificati dall’età, ma caratteristici della sua intera carriera. Un Hunding più sgradevole che spaventoso o ieratico.

Di altra generazione, Nina Stemme Brünnhilde, Ekaterina Gubanova Fricka, Simon O’Neill Siegmund, Vitalij Kowaljow Wotan.
La prima, stella wagneriana del momento, ha recentemente debuttato il ruolo a San Francisco. Soprano dalla voce meramente lirica, di limitata estensione sia in zona grave, ove le note mancano quasi del tutto, che in acuto, ove mostra da sempre difficoltà evidenti, ha dato vita, in forza della sua natura vocale, ad un personaggio lirico, compostissimo, mai sgraziato o urlante. E’ stata una Brünnhilde “cantante”, accorata e dolce, come nel duetto con Siegmund, figlia affettuosa, ma mai “la Valchiria”. In debito di volume come di penetrazione al centro ( non parliamo degli acuti, che nell’Hojotoho erano strilletti, minimi ed inefficaci, inadatti ad una creatura selvaggia ) non ha mai potuto conferire al canto tutte le sfaccettature che caratterizzano il personaggio. Brünnhilde è una creatura dapprima selvaggia e vitale, foriera di morte e poi commossa dalle sventure dei due amanti, fatto che la rende indipendente e ribelle al padre. Al terzo atto è spaventata dall’ira paterna, dal destino cui Wotan la condanna per punirla; è una creatura divina che viene degradata ed umiliata. Il suo canto perciò non può essere meramente lirico, senza impennate, senza cupezza, senza paura, senza screziature forti e selvagge, come nel Todesverkündigung o nel duetto con il padre. La lirica inefficacia della signora Stemme quale Brünnhilde è chiara quando è in scena di fianco alla signora Meier, che la sovrasta per personalità e volume di voce, come pure quando canta in compagnia delle sorelle, sulle quali non ha il mezzo per svettare. Per giunta alla corda lirica del proprio personaggio, la signora Stemme non ha saputo conferire nemmeno la forza del fraseggio nella zona centrale, assenti delle vere intenzioni espressive, perché tutta protesa al canto sul forte e mezzoforte, a cercare un volume di voce che non possiede. Dovendo forzare, non ha potuto fraseggiare, suonando monocorde ed incapace di stare in primo piano come il suo personaggio divino richiede. Sarebbe un’ottima Sieglinde.

Il Siegmund di Simon O’Neill è stata la cosa peggiore della serata. Voce per nulla adatta al canto wagneriano ( come ben documenta il suo recente recital inciso per Emi), perché carente di volume e penetrazione al centro come in acuto, limitatissimo nei gravi, ha cantato con voce ora chioccia, ora nasale, dal colore biancastro, e cattiva dizione tedesca. Canta spesso con il centro scoperto, abusando di A ed E retronasali. Il suo non è stato un Siegmund tragico, o amoroso, o eroico, o sfortuntato, o solo, ma solo un Siegmund malcantato, difficile, in alcuni momenti, anche da sopportare, tanto è stato fastidioso il sound del suo mezzo vocale. Non voglio dilungarmi sul monologo del primo atto, monotono, incolore, senza epica e squillo e che la bacchetta non ha saputo soccorrere. Ha finito la sua prova in affanno, arrochendosi e “grattando” diverse volte al duetto con Brünnhilde. La sua natura vocale, nell’ambito dell’Anello, sarebbe idonea a più a Loge o a Mime, data la connotazione timbrica da caratterista del suo mezzo.

Il signor Kowaljow è stato un Wotan abbastanza corretto, ma senza personalità. Voce, anche questa, di volume modesto, senza penetrazione e con acuti sistematicamente indietro, come abbiamo ben potuto rilevare al finale dove è “passato” poco, ha restituito un Wotan stanco, poco o nulla contrastato negli affetti. E’stato soccombente scenicamente e vocalmente nel duetto con Fricka, per nulla irato o autoritario o paterno con Brunhilde, men che meno ieratico o lirico. Non ha dato al suo personaggio nessuna cifra interpretativa chiara e sensibile, in questo complice regia e direttore. Ha cantato il finale con generica plausibilità ma senza emozione o partecipazione. Senza infamia e senza lode.
Migliore di tutti, e non solo a mio avviso, la Fricka di Ekaterina Gubanova, perché è stata la sola a coniugare una certa qualità di canto con una resa esatta e pertinente del personaggio. La signora Gubanova canta con voce sopranile, piuttosto importante nel centro, di emissione non stilizzata ma nemmeno volgare o sgarbata. Gli acuti ed i gravi non sono parsi a fuoco, come i piani, decisamente indietro. Ma l’importanza del mezzo le ha consentito di rendere una Fricka di buon volume e penetrazione sonora nella sala, arcigna ed autoritaria, come in effetti è il personaggio.
Insomma, la più convincente di questo cast.

L’allestimento firmato da Cassiers ci è parso, come già il Rheingold passato, senza idee. La tecnologia di cui il regista tanto si avvale dovrebbe essere un mezzo, e non un fine, o un artificio che regge la produzione, posto che non so bene nemmeno a quali mirabilie tecnologiche mai viste alluda. Il déja-vu si è unito all’assenza di idee, al senso di vuoto, scenico e registico, con elementi talora incongrui come i pannelli in vetro smerigliato ed il gioco di ombre cinesi al primo atto, il tocco di ridicolo del caminetto barocco; la sfera rotante all’inizio del secondo, quindi la bruttura delle aste calate dall’alto al secondo atto, su cui si è in parte proiettata una sorta di foresta; i cubi e cubetti su cui saltellano le valchirie ad inizio atto III, sino al finale con le aste ed i led colorati, i fari rossi che calano sull’addormentata Brunhilde. L’azione necessitava di essere narrata anche dal regista, i cantanti coadiuvati nel canto. Non abbiamo visto nulla da parte loro, non un gesto poetico, non un movimento, non un moto del corpo che avesse un significato plausibile o rilevante. Il capolavoro di questo non-fare registico è stato il finale di Wotan, rimasto indifferente, chiuso nella sua barbara “mise”, minimo l’abbraccio paterno, Brunhilde posta su giaciglio mobile ed illuminata dalle lampade rosse come…. un pollo d’allevamento! Tante contaminazioni evidenti e mal rimasticate, da costumi e caminetti ammiccanti il duo Pizzi-Ronconi a Firenze, Chéreau a Bayreuth, un pizzico di Carsen.. etc. rimessi lì in un mix insapore, incolore ed inodore. Insomma, assenza di idee come di cifra stilistica.

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giovedì 10 giugno 2010

Mese verdiano XXI - Son giunta! Decima puntata: Nina Stemme, Eva-Maria Westbroek e Violeta Urmana

Il 13 dicembre 1938, al Teatro Comunale di Modena, Rosetta Pampanini cantò Donna Leonora de Vargas. Fu la prima e ultima sera in cui la cantante, che era all’epoca, e con fondamento, una delle più reputate voci di soprano lirico del panorama italiano e non solo, affrontò il ruolo della sventurata protagonista verdiana. Alla seconda recita, infatti, la Pampanini fu sostituita da Olimpia de Ruggeri. Erano gli anni in cui la nobildonna spagnola aveva le sue più emblematiche rappresentanti in Gina Cigna e Maria Caniglia. Una voce lirica, sia pur ricca e timbricamente attraente come quella della Pampanini, era evidentemente ritenuta non sufficiente alla bisogna. E, se consideriamo l’assolo del quarto atto registrato dalla Pampanini per la Columbia, anche il gusto interpretativo doveva essere più prossimo a Butterfly e Manon Lescaut che non alla grandiosa eloquenza della primadonna verdiana.

Da quella recita sono trascorsi molti anni e molte primedonne si sono succedute nei panni della infelice, delusa e rejetta Leonora. È, lentamente ma inesorabilmente, tramontato e trapassato il soprano drammatico, presto seguito, sul medesimo sentiero, da quello lirico spinto. C’è stata insomma la famosa liricizzazione verdiana non meno che wagneriana, e molte Mimì ovvero Manon (di Massenet) hanno asceso il sentiero che mena al monastero della Madonna degli Angeli, con esiti più o meno felici a seconda di virtù naturale e sapienza tecnica delle deputate nobildonne de Vargas. Ci siamo deliziati (chi più, chi meno, chi esclusivamente e un poco ottusamente) di timbri lunari, screziature più o meno sapientemente amministrate, filati e filatini ad effetto (effetto sempre meno travolgente via via che emergevano le magagne tecniche, che la freschezza dei mezzi consentiva, almeno in parte di occultare). Soprattutto, sulla scorta di certa critica, ci siamo convinti e persuasi che i soprani drammatici prima della Callas (e magari anche dopo) costituissero un branco di urlatrici scomposte, colpevoli, con la loro discutibile arte, di avvilire e affossare le bellezze della musica verdiana.
Con simili premesse non dobbiamo stupirci di quello che ci troviamo davanti agli occhi, e soprattutto alle orecchie, quando esaminiamo il panorama delle Leonore di Vargas a noi più vicine nel tempo.
Il repertorio di Nina Stemme, Eva-Maria Westbroek e Violeta Urmana è incentrato in prevalenza su ruoli di soprano lirico-spinto e drammatico: ovviamente Wagner (tutte e tre hanno cantato Sieglinde, la Stemme ha affrontato inoltre Senta, Elsa, Elisabeth – come la Westbroek – ed Isotta, ruolo, quest’ultimo, in comune con la Urmana, che ha cantato pure Kundry), ma anche Verdi (la Stemme e la Urmana hanno cantato Aida, la Westbroek ha affrontato l’Otello, il Ballo e il Don Carlos) e qualche titolo verista e pucciniano (Wally, Chénier e Fanciulla per la Westbroek, Tosca, Manon e Butterfly per la Stemme, Tosca, Chénier, Wally, Cavalleria e Gioconda per la Urmana). Delle tre la specialista (se così vogliamo definirla) del Cigno di Busseto è la Urmana, che ha cantato anche Lady Macbeth, Amelia del Ballo, Elisabetta di Valois e persino Odabella, cui vanno aggiunti, retaggio della precedente carriera quale mezzosoprano, la principessa d’Eboli e Azucena.
L’incipit della scena vede la Stemme esibire una voce lirica, di scarso peso in basso, tanto da suonare decisamente soffocata ed ovattata nelle prime frasi, di scrittura marcatamente centrale. In compenso i suoni al di sopra del do centrale sono spinti e ben poco gradevoli a udirsi. Ancora più grave è il fatto che nei primissimi acuti la voce si smagrisce considerevolmente e sul si naturale, come si dice in gergo, “balla”, ossia risulta priva del necessario sostegno e di conseguenza vibra in modo eccessivo. La chiusa del recitativo (“non reggo a tanta ambascia”) evidenzia l’assenza di un legato degno di questo nome. Siccome i sostenitori di questa e consimili cantanti sono soliti vantare la profonda e totale espressività del canto delle medesime, profondità evidentemente estranea a professioniste di più ortodossa emissione, sarà interessante notare come tutte le forcelle e i crescendo previsti dall’autore nel “Madre pietosa Vergine” siano bellamente spianati. Nell’unico punto in cui la cantante si sforza, bontà sua, di rispettare la forcella prevista, la voce risulta stimbrata. Durante l’intervento del coro dei frati fuori scena i fiati esibiti dalla Stemme risultano insufficienti a sostenere le grandi arcate verdine e la voce sotto risuona ancora una volta tubata (ad es. su “fede”). Altro esempio di legato poco saldo e ancor meno espressivo alla sublime frase “che come incenso ascendono a Dio sui firmamenti”, risolta con una specie di miagolio. Quanto poi all’indicazione “declamando” alle parole “Al santo asilo corrasi”, registriamo un’esibizione debitrice del peggior gusto paraverista. Spianato ancora una volta il crescendo su “Il pio frate accoglierti no, non ricuserà”, alla ripresa del tema in mi maggiore la voce risulta dura, priva di morbidezza, con più di una fissità di marca nettamente germanica. Su “Non mi lasciar, soccorrimi” la voce “balla” nuovamente, complice anche il tempo troppo largo staccato dal direttore. Alle ultime battute, che insistono di nuovo in zona centrale, la voce risulta vuota e tremula sul si tenuto ad libitum.
Decisamente più importante risulta, fin dalle prime battute, la voce della Westbroek, che pure riesce a stonare sul fa diesis sopra il do centrale all’attacco di “Son giunta”. Sempre in fascia do/fa diesis la voce risulta spinta e gridacchiata, mentre in basso (“Naviga verso occaso don Alvaro”) suona eccessivamente aperta, e il risultato è che un semplice sol (“del sangue di mio padre”) si risolve in un urlo. Il si naturale acuto è non a fuoco sotto il profilo dell’intonazione e per di più fisso, mentre in chiusa del recitativo (“ambascia”) compare un miagolio analogo a quello della Stemme. Il “Madre pietosa Vergine” si distingue per la dizione confusa e per il tentativo di risolvere la grande frase “Deh non m’abbandonare” con una vocina in fondato sospetto di scarso appoggio, all’evidente scopo di moderare l’impatto di una vocalità decisamente brada. A “Pietà di me, Signor” la voce risulta instabile e forzata sul si centrale e sulla grande arcata “che come incenso” etc. la voce si spezza e risulta qua e là stonacchiata, oltre che sistematicamente tubata nelle frasi di scrittura più bassa.
Il “declamando” è un poco più contenuto di quello della Stemme, ma siamo sempre nell’ambito della parodia involontaria. Decisamente verista nel senso più deteriore del termine la frase “il pio frate accoglierti” etc. La ripetizione del tema si segnala per i fiati troppo corti e ancora una volta per suoni, che hanno ben poco del canto lirico. L’effetto della pagina è turbato anche dal coro fuori scena dei frati, la cui esecuzione si direbbe animata da intenti anticlericali. Il legato è ancora una volta latitante in chiusa alla scena, sebbene la cantante tenti, al pari della Stemme, di tenere ad libitum il si centrale.
Quanto a Violeta Urmana, la voce ricorda da vicino quella di un soprano leggero, affetta da vibrato largo in tutta la gamma, dura e fissa, in alto prossima al grido (il si naturale del recitativo d’entrata), in basso all’inesistente (fatto assai grave per un ex mezzosoprano), caratterizzata soprattutto da un accento inerte, che rende ben poca giustizia al personaggio e al momento drammatico. Il “Madre pietosa Vergine” si segnala per le opportune intenzioni esecutive, la Urmana è la sola, delle tre, a tentare di risolvere le forcelle e i crescendo previsti da Verdi, ma la realizzazione risulta a dir poco velleitaria. La cantante possiede un maggior senso del legato e dello stile di canto italiano rispetto alle colleghe, ma in zona do centrale-fa diesis la voce non ha mai la sicurezza necessaria: basti sentire come viene risolta la frase “il pio frate accoglierti”, che appunto in quella zona insiste. Frase che dovrebbe essere alla portata di qualunque mezzosoprano degno di questo nome. Alla ripetizione del tema (“Non mi lasciar soccorrimi”) anche l’intonazione appare gravemente compromessa.
All’entrata di Melitone e, in sequenza, del Padre Guardiano si possono intuire le ragioni dell’attuale crisi delle vocazioni. Crisi delle vocazioni peraltro ribadita dalle rispettive scene della monacazione, per le quali non sarà inopportuno evocare immagini di supplizi eterni. C’è chi parla, chi bofonchia, chi esibisce un bel timbro da mastro Trabuco e chi una voce senescente e sistematicamente in cantina. Come suol dirsi, non c’è che l’imbarazzo della scelta!
La Stemme, dopo un portamento sulla frase “Fama pietoso il dice” e un fa diesis marcatamente fisso su “Vergin m’assisti”, attacca “Infelice, delusa, rejetta” con voce magra, che si fa intubata alle frasi decisamente basse del passaggio “Più tranquilla l’alma sento”. Logica conseguenza è che il si naturale di “la sua figlia maledir” sia un urlo. Comica la discesa al grave su “ov’altra visse”, mentre nella successiva sezione cantabile le indicazioni dinamiche restano ancora una volta lettera morta, sempre alla faccia della grande espressività eccetera. In compenso i si naturali sono ancora delle urla, il terzo pure ballante. Verista e scomposto l’attacco “Se voi scacciate questa pentita”: la voce è vuota sotto e al centro risulta spinta e sgraziata. La voce non sfoga e risulta ovattata e schiacciata in bocca alle parole “Salvati all’ombra di questa croce”, che l’autore, ingenuo!, prescrive “sottovoce e misteriosamente”. Di nuovo paraverista “Voi mi scacciate”. La voce è quella di una bella Manon di Massenet, gli acuti sono duri e sistematicamente indietro (il la naturale di “Mi toglierà”). Spinta e gridacchiata la voce al centro sulla frasetta “Bontà divina”, che dovrebbe scandire l’apice della tensione emotiva del personaggio. L’esaurimento delle energie si evidenzia nella chiusa del duetto, coronata da si naturali che sono ormai strilletti. Provvidenziale il taglio di una sezione della coda (taglio peraltro in comune con le colleghe).
La Westbroek mostra per contro una voce un poco più consistente e solida al centro. Purtroppo anche in questo caso la voce risulta eccessivamente spinta, tanto da risultare urlata. La chiusa della scena prima dell’entrata del basso è risolta meglio rispetto alla Stemme, ma è un canto di pura fibra, portato di una natura generosa, ma non sufficiente alla bisogna. A “Infelice, delusa, rejetta” la cantante stonacchia in zona centrale e soprattutto non risulta affatto varia e men che mai espressiva. C’è solo agitazione scomposta, spacciata – non si sa bene alle orecchie di chi – per concitazione drammatica. Il canto è dignitoso solo se la tessitura è comoda, ossia se gravita al di sotto del do centrale. Vedasi, per contro, il piglio verista con cui è staccata la frase “Più non sorge sanguinante”, che per l’appunto sale di poco al di sopra del do centrale. Duro e sfocato il si naturale acuto. Quando la cantante tenta, come da spartito, un piano, la voce va indietro e si timbra (“salvati all’ombra di questa croce”). Il passaggio “E’ questo il porto, chi tal conforto” etc. evidenzia fiati corti, mentre la chiusa del duetto (“Tua grazia o Dio”) dimostra la stanchezza inevitabile per chi canti di dote naturale una parte come questa: la voce risulta smagrita, il primo si naturale è un urlo, il secondo è un poco meglio, ma il terzo è di nuovo un suono ben poco attraente.
Nel recitativo con Melitone la Urmana esibisce, di nuovo, una voce poco salda e vuota al centro, chioccia passato il do centrale (“Un’infelice”). Censurabile il fa diesis “ppp” di “Vergin m’assisti”, mentre più dignitosa risulta la successiva discesa al grave (verosimilmente un residuo delle passate frequentazioni mediosopranili). Decisamente volgare l’attacco “Infelice, delusa, rejetta”, davvero degno di una Santuzza di provincia, per giunta con una voce, in basso, decisamente poco consistente (il mi bemolle grave su “Fremete”). Il legato è precario alla frase “Né terribile l’ascolto”, coronata da la e si naturali bellamente urlati. Come la Stemme c’è grande difficoltà a scendere alla frase “ov’altra visse”. L’indicazione “dolcissimo” all’attacco del passaggio in mi maggiore “Ah tranquilla l’alma sento” resta inevasa, anche perché la voce, dal do centrale in su, risulta ora decisamente urlacchiata. Il primo si naturale è bellamente stonato, in compenso il secondo suona duro e fisso. Altri suoni scomposti su “Un chiostro!”, dopodiché la Santuzza si muta in una sorta di Lola, ossia parodia mignon di un soprano verista: a “Se voi scacciate”, quando la cantante tenta di aumentare un po’ il volume, finisce per urlare, altrimenti canta praticamente senza appoggiare un suono. Nuova esibizione di vocina alla frase “Salvati all’ombra di questa croce”, ulteriore problematica discesa al grave su “Voi mi scacciate!”, mentre in acuto la voce si riduce a un miagolio e il la naturale conclusivo (“mi toglierà”) è un suono fisso. Altre urla a “Bontà divina”: il personaggio, dozzinale e sguaiato, è tutto in questa piccola, ma cruciale frase. Alla cabaletta, alla frase “Plaudete o cori angelici” abbiamo piccoli gemiti in luogo degli accenti previsti dall’autore e i si naturali sono, manco a dirlo, nuovi piccoli, ma non per questo più gradevoli, strilli.
Meglio soprassedere sulla “Vergine degli Angeli”, pagina di nessuna difficoltà vocale in cui si apprezzano, di norma, la qualità del timbro e la bellezza del legato. L’unica ad avere un poco di “polpa” è la Westbroek, ma a prezzo di una condotta vocale a dir poco da principiante.
Riassumendo: una gradevole voce di soprano lirico, una di lirico spinto, ma di scarsa attrattiva timbrica, e una sorta di soprano leggero con velleità similveriste, tutte e tre a mal partito con la tecnica in primo luogo e con la scrittura e lo stile verdiano in secondo. Spiace per i fautori del cosiddetto teatro di regia, rimedio universale (per i suddetti fautori) dei mali che affliggono il mondo dell’opera, ma nessun regista ovvero scenografo, per quanto immaginifico e "di grido", potrebbe trarre da uno qualsiasi di questi soprani una Leonora de Vargas almeno decente sotto il profilo vocale e, di conseguenza, espressivo.

Gli ascolti

Verdi - La forza del destino


Atto II

Son giunta!...Madre, pietosa Vergine...Chi siete?...Più tranquilla l'alma sento...Se voi scacciate questa pentita...Sull'alba il piede all'eremo...Il santo nome di Dio Signore...La Vergine degli Angeli

2007 - Violeta Urmana (con Roberto Scandiuzzi & Bruno De Simone - dir. Zubin Mehta - Teatro Comunale, Firenze)

2008 - Nina Stemme (con Alastair Miles & Tiziano Bracci - dir. Zubin Mehta - Opera di Stato, Vienna)

2008 - Eva-Maria Westbroek (con Carlo Colombara & José Van Dam - dir. Kazushi Ono - La Monnaie, Bruxelles)

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venerdì 11 dicembre 2009

Le celebrazioni per il quarantennale di Plácido Domingo

Veramente il quarantesimo cadeva la sera del sette di dicembre, ma si sa, altro urge per quella serata e, quindi, le celebrazioni per Domingo sono state posticipate alla prima data disponibile.

Qualcuno ha scritto che è un avvenimento di tale rilevanza che non si possono fare recensioni, ma ringraziare e gioire perchè vi è stato.
Potremmo anche sposare questa tesi a due precise condizioni, non verificatesi, ossia che l'ingresso fosse stato libero, come appunto accade per celebrazioni, commemorazioni, distribuzioni di onorificenze e che fosse costume del massimo teatro milanese celebrare nel medesimo modo con la medesima solennità tutti gli artisti che hanno servito quel palcoscenico. Penso a Mirella Freni e più ancora alla prossima centenaria Maria Maddalena Olivero Busch, per la quale, oltretutto, una apoteosi nel massimo teatro milanese sarebbe la riparazione per quanto il teatro all'artista in carriera ha negato.
E, quindi, dobbiamo rilevare come il proposto programma fosse tagliato sulle attuali possibilità vocali di Domingo, che, almeno nella abbandonanda corda di tenore, impongono parsimonia, ossia il primo atto di Walküre. Nessun bis, neppure di quelli popular come un'aria di zarzuela o canzone, che, pure, hanno costituito l'ossatura dei famosi e remunerati concerti dei tre tenori.
Quanto all'illustre e poliedrica bacchetta si capisce che Wagner lo ispira o gli ispira reverenza più di Bizet e Verdi, atteso che ha dato gli attacchi all'orchestra.
La quale ha esibito un suono greve e poco tondo nel preludio del Tristano, ben diverso da quello dell'inaugurazione di due stagioni or sono, suono migliorato nella seconda sezione della morte di Isotta, dall'ingresso, massiccio, degli archi. Per la cronaca la morte di Isotta è stata eseguita quale brano orchestrale. Non nascondo un poco di stupore e perplessità, antecedente l'ascolto, in quanto sodale della celebrazione era Frau Nina Stemme, che ormai è stata avviata alla carriera di hochdramatischer Sopran (insomma come la Flagstad e la Nilsson, per essere chiari).
Udita, poi, nella parte liricheggiante e centrale di Sieglinde ho ben compreso il motivo della scelta. Anzi mi meraviglio e non posso che rinnovare lo stupore manifestato all'epoca del concerto scaligero, perchè siamo innanzi ad un soprano corto in alto e corto in basso di limitata ampiezza e di nessun colore e dinamica. In buona sostanza una potenziale corretta Zerlina, Susanna, Eva dei Maestri cantori e poco altro, al massimo in serata la Contessa. Va rilevato come la povertà di colori e dinamica venga impietosamente evidenziata dalle scelte direttoriali. Nell'affrontare Wagner su un malinteso altare che nel passato nessuno (si chiamasse anche Furtwängler o Clemens Krauss) capisse alcunchè, tutte le bacchette hanno scordato che, se non altisonante, il maestro di Lispia rimane epico e solenne, mette in scena eroi e semidei la cui poetica e vocalità confligge con timbri e sonorità massenetiane e pucciniane. Chi avesse avuto la ventura di essere in sala la sera del 9 dicembre avrà percepito nella prima sezione del duetto sonorità ridotte, tempi lentissimi. L'idea potrebbe anche funzionare a condizione, qui non avveratasi, di disporre di un soprano e di un tenore dalle mille capacità coloristiche, che so una Leontyne Price ed un Richard Tucker, un Carlo Bergonzi ed una Caballé prima maniera. Nulla di tutto questo e quando, poi, si arriva allo slancio erotico di "Du bist der Lenz" o quello eroico dell'estrazione della spada ampiezza, vigore, accento scandito mancano per limiti tecnico naturali (Nina Stemme), implementati da quelli anagrafici per il celebrando Placido Domingo. Celebrato, applaudito, ma sempre generico nell'accento e nel fraseggio. Complimenti, però, è quarant'anni che ce la dà a bere in questo modo. E questa è la sua più pura cifra artistica!
Per scrupolo e perchè a quelli del Corriere piace motivare, offriamo l'ascolto di un pari età alle prese con identico brano musicale, un quasi pari età (Heinrich Knote), che, non pago di avere registrato all'epoca dell'acustico i più rilevanti passi delle opere wagneriane, si prese la rivincita su se stesso riproponendoli dopo l'avvento dell'elettrico.


Gli ascolti

Wagner

Tristan und Isolde

Preludio - Bruno Walter (1950)

Atto III

Mild und leise - Maria Jeritza (1927)

Die Walküre

Atto I

Siegmund: Lauritz Melchior
Sieglinde: Dorothy Larsen
Hunding: Mogens Wedel

Danish National Radio Symphony Orchestra
Direttore: Thomas Jensen

Danish National Radio, 31 Marzo 1960
Esecuzione radiofonica in occasione del 70esimo compleanno di Lauritz Melchior

Eine Waffe lass' mich dir weisen...Der Manner Sippe - Maria Mueller (1943)

Dich, selige Frau...Wintersturme...Du bist der Lenz - Walter Widdop & Gota Ljungberg (1927), Max Lorenz & Maria Reining (1942)

Winterstürme wichen dem Wonnemond - Heinrich Knote (1929)

Du bist der Lenz - Lilli Lehmann (1907)

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lunedì 6 aprile 2009

Nina Stemme in concerto a Ferrara con Claudio Abbado

Grande era l'attesa per questo concerto, che costituiva il consueto appuntamento primaverile del Maestro Abbado con il Teatro Comunale di Ferrara. Ma la principale attrattiva del concerto, interamente dedicato al grande repertorio tedesco (Beethoven e Strauss), era la presenza di Nina Stemme, impegnata in due pagine colossali quali l'aria dal primo atto di Fidelio e i Quattro ultimi Lieder.
Affrontare a gola fredda la grande scena di Leonore, scritta peraltro da un compositore molto più ferrato nel trattamento dello strumentale che in quello della voce umana, è impresa ardua. Ma l'impresa si fa disperata quando, come nel caso della signora Stemme, si possiede e soprattutto si mette in pratica un'idea di canto poco più che amatoriale. La bella voce di soprano lirico è inesistente in prima ottava, con suoni gonfiati e prossimi al parlato, e piuttosto vuota al centro, mentre gli acuti sono duri, quando non semplicemente gridati. Ed è appunto solo nelle grida che la voce riesce a sovrastare l'orchestra, che peraltro Abbado tiene molto opportunamente a freno nella sezione centrale dell'aria. La Stemme, che sconta anche una presenza scenica molto discutibile (la testa infossata nelle spalle, a cercare un'improbabile proiezione del suono, non è esattamente un bello spettacolo), sfoggia piani che sono in effetti suoni non appoggiati e che danno l'impressione di un canto stentato, sciatto, che assai poco si addice a questa musica trascinante. Tacciamo della parte finale, che vede la cantante assai a disagio nel canto di agilità.
Per venire a capo dei Quattro ultimi Lieder occorre un'eloquenza straordinaria, specie se non si possiede una voce importante o speciale dal punto di vista timbrico. Ma in assenza di un'adeguata tecnica di canto, i fiati sono insufficienti a risolvere le ampie arcate previste da Strauss e il fraseggio risulta piatto e scolastico. Soprattutto se a far da contraltare c'è il suono cristallino ed elegantissimo (con più di un sospetto di maniera) della Mahler Chamber Orchestra, da cui Abbado ottiene in questa pagina risultati di ottimo livello.
Non altrettanto possiamo dire della parte beethoveniana del concerto. L'ouverture "Leonore 3", posta in apertura di serata, ha un andamento incerto, a tratti persino leziosa nella ricerca di un equilibrio che fa pensare più a Haydn che al recalcitrante allievo, a tratti francamente un po' troppo bandistica (il finale). La Quinta, che costituiva la seconda parte del concerto, convince nel secondo movimento, morbido e vario, eloquentissimo, e nel terzo, soffuso di bonaria autoironia. Il primo movimento scivola via senza colpo ferire (se si eccettua qualche spernacchiamento di troppo degli ottoni, il cui suono ricorda da vicino quello degli strumenti c.d. originali), il quarto confonde la magniloquenza con l'enfasi. Trionfo, a ogni modo, e vane richieste di bis.




Gli ascolti

Beethoven - Fidelio


Atto I - Abscheulicher! - Kirsten Flagstad - dir. Bruno Walter (1951)

R. Strauss - Vier letzte Lieder
Kirsten Flagstad - dir. Wilhelm Furtwängler (1950)

Frühling
September
Beim Schlafengehen
Im Abendrot

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martedì 3 marzo 2009

Concerti di canto alla Scala: Nina Stemme


Nina Stemme, ormai in carriera da una ventina d'anni approda alla Scala. L'asseggio per lei e per gli spettatori è un concerto di canto, dedicato naturalmente a pagine cameristiche secondo i dettami della direzione artistica, che deve educare il pubblico a superare la pericolosa malattia della melomania. Poi ci domandiamo pericolosa per chi.
E' un assaggio in quanto la prossima stagione, stando ai rituali si dice, oggi consacrati nei siti internet degli artisti e dei loro procuratori, la signora Stemme, approdata ai ruoli di soprano drammatico da repertorio tedesco, vestirà niente meno che i panni di Brunilde in Walkiria.


La cantante ha scelto un programma dove occorrerebbe il fraseggio, il saper dire accompagnato da una voce di una certa pienezza e corposità soprattutto per i Wesendonck Lieder e Sibelius, eleganza e capacità di suggestione per un musicista come Rachmaninov. Dal primo istante la voce è parsa di medio tonnellaggio, non certo l’hoch-dramatisch da Brunilde e Salome, se mai da lirico spinto al più e per giunta di timbro piuttosto comune ed ordinario. Il volume non può, nonostante il repertorio cui è oggi applicata l’artista, competere con quello di una Maria Chiara o di una Freni post 1975.
Il timbro è ordinario e comune, perché l’emissione non è di scuola. La voce, infatti, non collocata nella maschera, suona piuttosto vuota in basso (la signora ricorre spesso particolarmente nei Lieder di Rachmaninov a suoni di petto); le cose vanno meglio sul mezzo forte in zona centra alta, salvo poi esibire suoni bianchi e stimbrati nei tentativi di cantare piano e di esibire l’irrinunciabile dinamica in quella stessa zona. Quanto agli acuti, di fatto non ne ha emessi, uno solo nel terzo Lied di Rachmaninov, tentato in piano ed è stato, a dir poco, avventuroso. L’esecuzione meno riuscita è stata quella dei Wesendonck Lieder, cantati con voce per nulla nobile ed amorosa e difficoltà costante appena la tessitura abbandona la scrittura più centrale; in particolare con “Im Treibhaus” ed in “Schmerzen”.
I suoni della prima ottava, spesso anche ovattati, ricordano quelli di Reneé Fleming e persino della Norman, ovvero quelli di chi non sappia eseguire il primo passaggio di registro, mentre nell’ottava superiore manca assolutamente per limiti tecnici la cavata (per far capire cosa intendiamo basta un Lied di Strauss della Caballè o della Jurinac). Se la voce non risuona in maschera, ma in gola o in posizione intermedia, viene manovrata con grande difficoltà: il canto appare macchinoso e manca della spontaneità che è la caratteristica prima dell’interprete di musica da camera. Ovviamente tali condizioni consigliano di tenersi alla larga dagli autori italiani, sia in passi operistici che cameristici. Infatti la cantante ha offerto un solo brano nella nostra lingua (fra l’altro con dizione tutt’altro che chiara) una ninna nanna di Castelnuovo-Tedesco in sede di bis.
Non si può dire che la signora Stemme manchi di personalità interpretativa, che sia una cantante priva di idee e di gusto, con difetti di musicalità. E’ l’approssimazione tecnica dell’organizzazione vocale, che dalla sua ha una naturale grandezza, ma non la penetrazione della voce immascherata, a condizionare il canto e per conseguenza a limitare il fascino dell’interprete.
Il programma di educazione, evoluzione ed ascesi del pubblico scaligero è stato completato con due bis, in lingua francese, tutt’altro che impeccabile, di Kurt Weill ed un Lied di Strauss, oltre al già citato Castelnuovo-Tedesco.
Talvolta i programmi educativi giovano più a chi li esegue che non a chi li ascolta!


Programma

Edvard Grieg
Våren (La primavera) op. 33 n. 2
Fra Monte Pincio (Dal monte Pincio) op. 39 n. 1
En svane (Un cigno) op. 25 n. 2
Hører jeg sangen klinge (Quando sento quest’aria) op. 39 n. 6
Solveigs vuggesang (Ninnananna di Solveig) op. 23 n. 26
Med en vandlilje (Con una ninfea) op. 25 n. 4

Richard Wagner
Fünf Gedichte für eine Frauenstimme (Wesendonck-Lieder)
Der Engel (L’angelo)
Stehe still! (Fermati!)
Im Treibhaus (Nella serra)
Schmerzen (Dolori)
Träume (Sogni)

Jean Sibelius
Cinque Lieder op. 37
Den första kyssen (Il primo bacio)
Lasse liten (Piccolo Lasse)
Soluppgång (L’alba)
Var det en dröm? (Ho sognato?)
Flickan kom ifrån sin ålsklings möte (La fanciulla torna dalle braccia dell’amante)

Sergej Rachmaninov
Da sei canti op. 4
Non cantare, bella fanciulla, in mia presenza n. 4
Nel silenzio della notte misteriosa n. 3

Da dodici canti op. 21
Com’è bello qui n. 7

Aprile! Un giorno primaverile di festa
Il fiore appassì

Da dodici canti op. 14
Acque primaverili n. 11



Gli ascolti

Edvard Grieg

Kirsten Flagstad - Sir Malcolm Sargent

Våren op. 33 n. 2
Fra Monte Pincio op. 39 n. 1
En svane op. 25 n. 2

Richard Wagner

Fünf Gedichte für eine Frauenstimme (Wesendonck-Lieder)

Kirsten Flagstad - Oivin Fjeldstad

Der Engel
Stehe still!
Im Treibhaus
Schmerzen
Träume






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