Dopo una lunga attesa, approda finalmente su disco, il Fidelio diretto da Abbado. Registrato dal vivo a Lucerna, nell’estate del 2010 – dopo il rodaggio in altre piazze europee (tra cui l’Italia) – avrebbe dovuto segnare un nuovo punto di partenza nell’interpretazione del tormentato capolavoro beethoveniano. Le ragioni di tale aspettativa risiedevano principalmente nel profondo lavoro di rilettura operato da Abbado nei confronti dell’esecuzione della musica di Beethoven: un percorso che ha portato il Maestro ad offrire una nuova visione del corpus sinfonico, liberandolo da certe sovrastrutture tardoromantiche, dal gusto titanico ed ipertrofico (caratteristico della cosiddetta “scuola storica”), attraverso un generale ripensamento nelle dinamiche, negli equilibri sonori e strumentali (ridimensionando l’invasività degli archi), nell’uso del vibrato, nei tempi e nella tensione “narrativa” unitaria (rinunciando agli edonismi estenuanti, al mero compiacimento estetico e all’effettismo più immediato).Un Beethoven “nuovo” (anche dal punto di vista editoriale, con l’adozione delle edizioni critiche curate da Jonathan Del Mar), presentato come lo sviluppo del sinfonismo di Mozart e di Haydn (pur nella consapevolezza di un differente approdo etico ed estetico), più classico che “romantico” (o peggio, “tardoromantico”), non più legato alle mitizzazioni di fine ‘800 e saldamente ancorato ad una sorta di razionalismo kantiano. Purtroppo nulla di tutto ciò emerge da questo Fidelio. Il disco, che dovrebbe essere la summa di un percorso interpretativo, la cristallizzazione di un'emozione, risulta, invece, molto meno interessante delle tante recite preparatorie che si sono susseguite fin dal 2008 (a Madrid, a Baden-Baden, a Aix-en-Provence, e pure a Modena e a Ferrara). E non è la prima volta, con Abbado, che il passaggio dal teatro al disco compromette il disegno interpretativo (che risulta spesso banalizzato). Un’incisione molto deludente, dunque (rispetto alle aspettative), e non solo per un cast largamente inadeguato, ma soprattutto – e spiace dirlo – per l’approccio direttoriale. Già i primi sospetti emergono dalla mera lettura del libretto d’accompagnamento: ancora si parla di un Beethoven criptogiacobino e rivoluzionario (come da vulgata ormai trapassata) e di un Fidelio che rappresenterebbe la rivolta dell’uomo libero contro l’oppressione e la tirannia del “vecchio mondo” fatto di privilegi nobiliari e prepotenza. Di nuovo si legge (a sproposito) degli ideali del 1789 trasfusi nella “musica della libertà”. Di nuovo passa più o meno sotto silenzio il fatto che il testo da cui è tratta l’opera, nasca, invece, in ambiente antigiacobino e antirivoluzionario (proprio in quel mondo che, secondo l’estensore delle note e con il consenso di Abbado, sarebbe il bersaglio critico della supposta utopia libertaria beethoveniana) e che vuole rappresentare la disumanità di un potere che abbandona le certezze dell’ordine e del diritto (e del resto basta pensare che alla fine è proprio il potere costituito, rappresentato addirittura da un nobile, a ristabilire l’ordine naturale, a restaurare gli equilibri). Fidelio è piuttosto la celebrazione di uno status quo prerivoluzionario, di un mondo ordinato gerarchicamente secondo i dettami della natura (l’amore coniugale come fondamento di ogni società che vuole essere “giusta”), della legalità e della moralità: e difatti Leonora lo dice chiaramente nel Nr. 5 della partitura “Ich hab auf Gott und Recht Vertrauen”, cioè “confido in Dio e nel Diritto”. Altro che rivoluzione! Un testo fortemente legittimista, che stride con l’immagine della vulgata beethoveniana. Abbado, invece, riporta indietro le lancette del tempo ad un approccio ideologico del tutto fuorviante (e decisamente superato) tanto da far riscrivere completamente i dialoghi del singspiel (peraltro ridotti all’osso) in chiave “sessantottina” (un solo esempio: il primo monologo di Marzelline, dove alla ragazza viene tolta la dimensione della semplice infatuazione, “da quando Fidelio è in questa casa, tutto è cambiato fuori e dentro di me”, a favore di un’ingombrante e incongrua dichiarazione di retorica libertaria, “da quando Fidelio è con noi il mondo è trasformato, i muri appaiono più distanti e il cielo più alto: io respiro la Libertà”): ecco dunque che i “cattivi” diventano agenti della reazione e dell’oppressione di regime, mentre i “buoni” sembrano guidati dalla consapevolezza politica di un’opposizione organizzata. Coerente all’impostazione ideologica è la conseguente interpretazione musicale. Innanzitutto la visione orchestrale: Abbado – a differenza delle sinfonie – pare accontentarsi del “bel suono”. L’orchestra – peraltro superlativa – è morbida, vellutata, di compostezza olimpica. Un Beethoven stranamente rassicurante e “sereno”, dal suono ricco e pieno. Quasi normalizzato. Ogni asperità pare addolcita e spianata in un approccio che ricorda l’Abbado degli anni ’80, all’epoca della sua prima integrale beethoveniana. Insomma una versione riveduta e corretta del classico dei classici: il Beethoven in salsa viennese. Certamente eseguito con grandissima precisione e virtuosismo, ma, appunto “soltanto” ben suonato (che a volte può essere molto, ma che, nel caso di Abbado, non è abbastanza).

La tensione elettrica che l’orchestra infonde nell’ascoltatore, è percepibile fin dal primo movimento, attraverso inaspettate ombre che oscurano la serenità razionale e ordinata (le dinamiche dell’orchestra si piegano come un solo strumento alla visione direttoriale) sino all’irrompere del temporale, in un continuum che non viene mai interrotto: la stessa “pace ritrovata” del finale, non è un ritorno al mondo precedente, ma una rinascita in un mondo nuovo e inesplorato. Il pubblico ha risposto con entusiasmo alle sollecitazioni – anche intellettuali – della lettura di Abbado: trionfo prolungato, tanto da strappare al Maestro ben due bis (uno per ogni parte del concerto). L’occasione (e l’emozione) per un evento di questo genere, però, mi ha portato a riflettere e a fare alcune considerazioni. La prima sul bisogno di eventi “veri” nel mare magnum dei trionfi costruiti ad arte dalle adulterazioni delle tante macchine del consenso operative oggi in ogni settore delle arti: basta toccare con mano qualità ed eccellenza per comprendere (e ridimensionare) le tante piccolezze che ci vengono spacciate per meraviglie irripetibili. La seconda in merito all’organizzazione: solo con politiche culturali lungimiranti e solide, progetti e strategie si può ridare un senso ad un settore da troppo tempo bistrattato (più che dai tagli al FUS dalla mala gestio di tanti speculatori). Una ridistribuzione più attenta delle risorse (legata a serietà e progettualità e non a criteri da “supermercato”) permetterebbe di evitare certi indegni sperperi e premierebbe gli sforzi e la professionalità di chi li ha resi possibili. Un’ultima considerazione, infine, sul lavoro d’orchestra: l’Orchestra Mozart è una compagine recente (è nata nel 2004) e giovane (per l'età dei suoi componenti), ma ha già una forte identità, un linguaggio proprio ed un repertorio d’elezione. Abbado l’ha plasmata e ha costruito, con essa, un certo suono ed un certo approccio interpretativo. Tutto ciò diviene possibile solo con la costanza di una guida vera e presente che accompagni la crescita artistica della compagine strumentale. L’esatto contrario, cioè, del “navigare a vista” che caratterizza l’orchestra del sedicente massimo teatro italiano (ma non solo): la Scala, dalla cacciata di Muti, vive un periodo di eterno interregno che non si sa dove voglia sfociare. La presenza, meramente virtuale, di un simulacro di “direttore scaligero” (che evidentemente non ha voglia e tempo di occuparsi del podio milanese), con la conseguente “rilassatezza” professionale (se non la si vuole definire, più propriamente, anarchia), comporta mancanza di continuità artistica, assenza di identità, abbassamento del livello complessivo. Una situazione del genere ha l’effetto di compromettere la presenza di altri direttori (che si trovano a dirigere in condizioni certamente non ideali, non permettendo loro di esprimere una qualsiasi visione, costringendoli a lottare, invece, per tenere tutti a tempo ed evitare capitomboli imbarazzanti) e di restringere il repertorio a titoli “abbordabili”, senza rischi eccessivi, ma senza fantasia. Ecco, assistere ad eventi come il concerto di Abbado (in cui l’orchestra era lo strumento nelle mani del direttore), amplifica il senso di frustrazione quando si confrontano spettacoli dove, invece, sembra regnare solo il caso o il caos.












