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mercoledì 6 luglio 2011

Novità discografiche: Fidelio, Beethoven e Abbado

Dopo una lunga attesa, approda finalmente su disco, il Fidelio diretto da Abbado. Registrato dal vivo a Lucerna, nell’estate del 2010 – dopo il rodaggio in altre piazze europee (tra cui l’Italia) – avrebbe dovuto segnare un nuovo punto di partenza nell’interpretazione del tormentato capolavoro beethoveniano. Le ragioni di tale aspettativa risiedevano principalmente nel profondo lavoro di rilettura operato da Abbado nei confronti dell’esecuzione della musica di Beethoven: un percorso che ha portato il Maestro ad offrire una nuova visione del corpus sinfonico, liberandolo da certe sovrastrutture tardoromantiche, dal gusto titanico ed ipertrofico (caratteristico della cosiddetta “scuola storica”), attraverso un generale ripensamento nelle dinamiche, negli equilibri sonori e strumentali (ridimensionando l’invasività degli archi), nell’uso del vibrato, nei tempi e nella tensione “narrativa” unitaria (rinunciando agli edonismi estenuanti, al mero compiacimento estetico e all’effettismo più immediato).

Un Beethoven “nuovo” (anche dal punto di vista editoriale, con l’adozione delle edizioni critiche curate da Jonathan Del Mar), presentato come lo sviluppo del sinfonismo di Mozart e di Haydn (pur nella consapevolezza di un differente approdo etico ed estetico), più classico che “romantico” (o peggio, “tardoromantico”), non più legato alle mitizzazioni di fine ‘800 e saldamente ancorato ad una sorta di razionalismo kantiano. Purtroppo nulla di tutto ciò emerge da questo Fidelio. Il disco, che dovrebbe essere la summa di un percorso interpretativo, la cristallizzazione di un'emozione, risulta, invece, molto meno interessante delle tante recite preparatorie che si sono susseguite fin dal 2008 (a Madrid, a Baden-Baden, a Aix-en-Provence, e pure a Modena e a Ferrara). E non è la prima volta, con Abbado, che il passaggio dal teatro al disco compromette il disegno interpretativo (che risulta spesso banalizzato). Un’incisione molto deludente, dunque (rispetto alle aspettative), e non solo per un cast largamente inadeguato, ma soprattutto – e spiace dirlo – per l’approccio direttoriale. Già i primi sospetti emergono dalla mera lettura del libretto d’accompagnamento: ancora si parla di un Beethoven criptogiacobino e rivoluzionario (come da vulgata ormai trapassata) e di un Fidelio che rappresenterebbe la rivolta dell’uomo libero contro l’oppressione e la tirannia del “vecchio mondo” fatto di privilegi nobiliari e prepotenza. Di nuovo si legge (a sproposito) degli ideali del 1789 trasfusi nella “musica della libertà”. Di nuovo passa più o meno sotto silenzio il fatto che il testo da cui è tratta l’opera, nasca, invece, in ambiente antigiacobino e antirivoluzionario (proprio in quel mondo che, secondo l’estensore delle note e con il consenso di Abbado, sarebbe il bersaglio critico della supposta utopia libertaria beethoveniana) e che vuole rappresentare la disumanità di un potere che abbandona le certezze dell’ordine e del diritto (e del resto basta pensare che alla fine è proprio il potere costituito, rappresentato addirittura da un nobile, a ristabilire l’ordine naturale, a restaurare gli equilibri). Fidelio è piuttosto la celebrazione di uno status quo prerivoluzionario, di un mondo ordinato gerarchicamente secondo i dettami della natura (l’amore coniugale come fondamento di ogni società che vuole essere “giusta”), della legalità e della moralità: e difatti Leonora lo dice chiaramente nel Nr. 5 della partitura “Ich hab auf Gott und Recht Vertrauen”, cioè “confido in Dio e nel Diritto”. Altro che rivoluzione! Un testo fortemente legittimista, che stride con l’immagine della vulgata beethoveniana. Abbado, invece, riporta indietro le lancette del tempo ad un approccio ideologico del tutto fuorviante (e decisamente superato) tanto da far riscrivere completamente i dialoghi del singspiel (peraltro ridotti all’osso) in chiave “sessantottina” (un solo esempio: il primo monologo di Marzelline, dove alla ragazza viene tolta la dimensione della semplice infatuazione, “da quando Fidelio è in questa casa, tutto è cambiato fuori e dentro di me”, a favore di un’ingombrante e incongrua dichiarazione di retorica libertaria, “da quando Fidelio è con noi il mondo è trasformato, i muri appaiono più distanti e il cielo più alto: io respiro la Libertà”): ecco dunque che i “cattivi” diventano agenti della reazione e dell’oppressione di regime, mentre i “buoni” sembrano guidati dalla consapevolezza politica di un’opposizione organizzata. Coerente all’impostazione ideologica è la conseguente interpretazione musicale. Innanzitutto la visione orchestrale: Abbado – a differenza delle sinfonie – pare accontentarsi del “bel suono”. L’orchestra – peraltro superlativa – è morbida, vellutata, di compostezza olimpica. Un Beethoven stranamente rassicurante e “sereno”, dal suono ricco e pieno. Quasi normalizzato. Ogni asperità pare addolcita e spianata in un approccio che ricorda l’Abbado degli anni ’80, all’epoca della sua prima integrale beethoveniana. Insomma una versione riveduta e corretta del classico dei classici: il Beethoven in salsa viennese. Certamente eseguito con grandissima precisione e virtuosismo, ma, appunto “soltanto” ben suonato (che a volte può essere molto, ma che, nel caso di Abbado, non è abbastanza). Bastano le prime note dell’ouverture da cui sparisce ogni tensione, ogni asprezza, e ritorna ad essere “solo” uno splendido pezzo di musica: buono per la sala da concerto. Certo non mancano i grandi momenti, come da tradizione: il coro dei prigionieri e il finale, ovviamente. Ma il senso di deja-vu è persistente: si ritrovano tante storie, ma nessuna di esse è una “storia nuova”. Si respira la solita aria di oratorio laico, ma fuori tempo massimo. Chiaramente la lettura orchestrale (e quella ideologica da cui deriva) comporta tutta una serie di problemi e fraintendimenti che riportano ai Fidelio di 50 anni fa: in una visione fortemente caratterizzata politicamente (in una sorta di parabola del riscatto dell’Umanità attraverso la rivolta e la conquista della Libertà) è chiaro che un’intera porzione della partitura (quella più legata al disincanto del teatro mozartiano) risulta compromessa. In sostanza Abbado – esattamente come Furtwangler, Klemperer, Kleiber e Karajan (e molti altri) – non sa che farsene dei personaggi di Jaquino e Marzelline, trattati come elementi estranei e superflui alla partitura (mentre in realtà ne sono parte fondamentale, in quanto speculari alla coppia protagonista, a sottolineare uno sdoppiamento tra idealità e realtà tipica del teatro settecentesco: da una parte i sentimenti alti, dall’altro la quotidianità, aspetti inscindibili di un’unica materia che è la vita, o meglio la commedia umana...concetti incompatibili con le istanze del romanticismo più spinto) . E non sapendo che fare calca la mano sul lato più caricaturale. Lo stesso fraintendimento viene riservato a Rocco: nel manicheismo della lettura ideologizzata di Fidelio, un personaggio ambiguo come Rocco che “cresce” e si trasforma nel corso del dramma, non può trovare spazio (tanto che la vecchia “scuola storica” aggirava il problema con il taglio netto dell’aria dell’oro: in modo da creare una pseudo rispettabilità al personaggio, risparmiandogli l’elogio servile allo “sterco del diavolo” e, quindi, reinserendolo nella colonnina dei buoni sulla lavagna del “politicamente corretto”). Abbado – non potendo ovviamente tagliare alcunché (non siamo più negli anni ’50) – la butta in cialtroneria e Rocco è trasformato in una specie di grottesco Osmin che, improvvisamente, viene illuminato e “convertito” da una tardiva “presa di coscienza”. Ma le conseguenze di un’impostazione “vecchio stampo” si riflettono anche – ovviamente – su Don Pizzarro (bieco e farabutto come sempre) e sulla coppia protagonista (ancora una volta assemblata in un’ottica prewagneriana piuttosto che postmozartiana). Alla fine un Fidelio ben diretto, ma sostanzialmente “inutile”, che non apre alcuna nuova prospettiva interpretativa e che riposa placidamente su vecchie certezze. Insomma, manca solo la Leonore III incastrata in modo posticcio prima del finale per la completa rievocazione di certe nostalgie! Da Abbado era lecito aspettarsi di più. Diverso il discorso in merito ai cantanti: pochi cenni per constatarne la generale insufficienza (per scelte sbagliate e soluzioni interpretative che ormai sanno di muffa). A parte l’ottimo Don Fernando di Peter Mattei (che però compare solo alla fine, in una sorta di cameo di lusso), i migliori restano il Jaquino di Christoph Strehl e la Marzelline di Rachel Harnisch (anche se quest’ultima mostra più di un problema nella tenuta dei fiati). Poco gradevole il Rocco di Christoph Fischesser, soprattutto per la costante artefazione della voce (spinta di gola per assumere connotati buffoneschi). Inaccettabile il Don Pizzarro di Falk Struckmann che fa del ruolo un parente appena più sgrezzato di Fasolt, viziato da difficoltà di ogni genere nell’emissione pasticciata e arrancante, in perenne conflitto con l’intonazione: non risparmiandoci tutta una serie di effettacci (che vanno dal parlato al bercio – l’aria del primo atto è una brutta caricatura di un monologo verista) che oltre ad offendere l’orecchio di chi ascolta recano disonore alla bacchetta che ha permesso un tale esercizio di cattivo gusto! Restano Leonore e Florestan, ossia Nina Stemme e Jonas Kaufmann. Ancora una volta la scelta non si discosta dalla solita tradizione del ricorso a voci più o meno wagneriane. E ancora una volta emergono i soliti problemi nei soliti punti: lo slancio in acuto del soprano (rivelatore dell’ascendenza mozartiana della parte) e l'aria del tenore. Poco importa se, in questo caso, invece della solita e giunonica Brunhilde, si ricorre ad una più sbiadita Elsa von Brabant: sempre una voce inchiodata e poco agile rimane. La Stemme fatica a muoversi nell’atipica tessitura di Leonore e difetta pure in corpo (nel quartetto del primo atto è costantemente coperta da Marzelline): a differenza dei soprani di tonnellaggio wagneriano che occuparono abusivamente il ruolo (dalla Flagstad alla Nilsson) e che supplivano con la potenza “della canna” ad una certa fissità e immobilità, il soprano svedese – nonostante i tentativi di gonfiare e scurire (evidentemente inseguendo modelli interpretativi paleolitici) – appare povero e svuotato. Una Leonore dimessa, parente alla lontana delle valchirie anni ‘50 e distante anni luce da una cifra interpretativa più autentica (ossia il recupero di certi modelli mozartiani, penso soprattutto a Konstanze, a Fiordiligi o a Vitellia). Più o meno lo stesso discorso vale per Kaufmann: nonostante vi sia chi vorrebbe “insegnarci” a tutti i costi che si tratta del più grande tenore del secolo, in qualsiasi ruolo egli affronti (una sorta di “tenore assoluto”), il suo è un Florestan che stilisticamente non si discosta da quello della solita tradizione (con tutti i fraintendimenti e i pasticci del caso) e che tecnicamente rivela tutti i limiti di un’impostazione vocale artefatta, ingolata e non rispettosa di alcuni principi basilari: naturalmente i nodi vengono al pettine con la temibile aria dell’atto II, soprattutto nello strazio della parte finale dove l’emissione non ortodossa rende di fatto impossibile un’esecuzione almeno accettabile della linea di canto. Ora, se è possibile “barare” in taluni repertori, dove un certo uso del declamato drammatico (e la forza dell’interpretazione) maschera abbastanza bene le difficoltà, non è possibile farlo in una parte sostanzialmente vocalista come quella di Florestan (dove è naufragata regolarmente la maggior parte degli heldentenor che si sono ostinati a cantarla: ma questa è matematica, non certo casualità). E qui si deve richiamare in causa Abbado: Fidelio non è una specie dramma musicale ante litteram, non è una sinfonia per orchestra e voci e neppure un’anticipazione della “musica dell’avvenire” wagneriana (certo, lo è diventato per colpa di un’ottica interpretativa distorta e fuorviante), piuttosto è parente stretto dello Zauberflote e di Medeé o Lodoiska. Nella musica di Beethoven riecheggia la vocalità mozartiana e la visione drammatico-sinfonica di Cherubini, non c’è spazio per suggestioni romantiche e per ipertrofie tardoromantiche. Tutto il resto discende da questa consapevolezza o dal suo fraintendimento: Abbado sceglie di non scegliere, si adagia su di una comoda tradizione (conveniente alla sua sensibilità politica e all’abitudine di certo pubblico) e sforna un prodotto innocuo, ma che nasce vecchio e superato. Altri direttori hanno esplorato vie differenti (penso soprattutto ad Harnoncourt, caso raro in una discografia abbastanza monotona), in questo caso ci si è accontentati di un prodotto da banco.

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martedì 14 giugno 2011

Abbado al Teatro Farnese

La sera del 12 giugno, sotto il cielo incerto di una domenica in bilico tra temporali e schiarite, la tranquillità sonnolenta e un po’ provinciale della vita culturale parmigiana (ma il concetto può estendersi ad altre realtà), è stata scossa, per un paio d’ore, da un evento “vero”: un evento la cui importanza non è stata pienamente recepita, visto l’insufficiente attenzione che gli è stata dedicata dai mezzi d’informazione. Il Teatro Farnese – gioiello dell’architettura italiana, costruito nel 1618 per volontà del Duca Ranuccio I di Parma, per celebrare le nozze (poi rinviate) del di lui figlio con la rampolla di Cosimo II de’ Medici – dopo il suo ultimo spettacolo nel 1732, il conseguente abbandono e il bombardamento anglo-americano del ’44 (in cui venne quasi completamente distrutto), ha ripreso vita ed è tornato alla sua antica funzione. In una cornice fatta per stupire (nel senso barocco) – un’ampia cavea lignea sovrastata da due ordini di colonne e archi, decorata con statue equestri che congiunge un boccascena dedicato al trionfo delle Muse e di Bellona – che doveva durare solo pochi giorni e che invece è sopravvissuta a secoli di incuria e alle bombe dei cosiddetti “alleati”, domenica scorsa è tornata la musica (peraltro l’acustica è ottima, nonostante le grandi dimensioni della sala). A celebrare l’evento, di fronte a 1.500 spettatori, Claudio Abbado con la “sua” Orchestra Mozart e con un bel programma suddiviso in due parti. Mozart: la Sinfonia in Re Maggiore, K385, “Haffner” con il Concerto per oboe e orchestra in Do Maggiore, K 314 e il Concerto per violino e orchestra in La Maggiore K 219; Beethoven: Sinfonia n. 6 in Fa Maggiore, Op. 68, “Pastorale.


Inutile ribadire come Claudio Abbado sia uno dei più grandi direttori d’orchestra viventi (e non solo), come le sue orchestre “respirino” all’unisono col direttore (tale è l’identità di linguaggio e di intenti), come il suo gesto riesca a creare una tensione nell’ascoltatore e a trasmettergli più della musica che viene eseguita. Anche stavolta le aspettative non sono andate deluse, anche se – come sempre – Abbado pare trovarsi più a suo agio con Beethoven (di cui dà un’interpretazione elettrizzante) che con Mozart. La prima parte, infatti, conferma la lettura abbadiana di un Mozart certamente morbidissimo e olimpico, dalle dinamiche sfumate e dalle sonorità controllate, ma molto classico e “rassicurante”. Dopo una “Haffner” dalla nitidezza cameristica, Abbado si mette da parte e accompagna (senza mai smettere di guidare, però) le “voci” dei solisti: il violino di Isabelle Faust (a cui avrebbe meglio giovato una direzione più aspra e tesa) e l’oboe di Lucas Macias Navarro (che ha sfoggiato un virtuosismo davvero “trascendentale”: in particolare le cadenze, ricche di rimandi ad altri capolavori mozartiani). Ma, come ho già scritto, è con Beethoven che il Maestro offre la lettura più trascinante della serata (si può dire che mentre Mozart è “solo” ben eseguito, Beethoven è “interpretato”). E’ noto il lavoro svolto da Abbado sul corpus sinfonico beethoveniano: lavoro che è percorso di storia personale, a partire dalle esecuzioni viennesi (ancora debitrici di una concezione titanica ed ipertrofica del compositore di Bonn) sino alla svolta degli ultimi anni – che coincide con la pubblicazione della nuova edizione critica delle sinfonie di Beethoven (curata, per Bärenreiter, da Jonathan Del Mar, e che impone un generale ripensamento di dinamiche, proporzioni ed equilibri interni) – con l’adozione di una lettura più tesa, asciutta e drammatica, senza autocompiacimenti edonistici. Ai tempi più serrati si accompagna un ridimensionamento di organico (con una drastica riduzione degli archi che, nella passata tradizione, avevano preso il sopravvento negli impasti timbrici, finendo per annacquare le linee musicali), un più attento uso del vibrato e dinamiche più chiaroscurate. La scelta non è scontata, laddove si pensi a quella diametralmente opposta di Thielemann (ad esempio) che, con intenti meramente provocatori (e con risultati di grottesco deja-vu), pretende di portare le lancette della storia indietro di 80 anni riproponendo, fuori tempo massimo, concezioni interpretative decrepite (persino anteriori alla rivoluzione di Furtwängler), addirittura rigettando (per un puro puntiglio reazionario) le nuove edizioni a favore delle vecchie ristampe ottocentesche (con tutte le imprecisioni ivi contenute: mi chiedo che senso abbia ostinarsi ad usare testi peggiori, quando si dispone di fonti più corrette). La Pastorale – nella lettura di Abbado – perde il descrittivismo bozzettistico che l’ha spesso trasformata in una sorta di idillico poema sinfonico “agreste”, per assumere valenze più filosofiche: al centro non vi è il semplice “paesaggio”, bensì il più complesso concetto di “natura” (come lo intenderebbe Leopardi).


La tensione elettrica che l’orchestra infonde nell’ascoltatore, è percepibile fin dal primo movimento, attraverso inaspettate ombre che oscurano la serenità razionale e ordinata (le dinamiche dell’orchestra si piegano come un solo strumento alla visione direttoriale) sino all’irrompere del temporale, in un continuum che non viene mai interrotto: la stessa “pace ritrovata” del finale, non è un ritorno al mondo precedente, ma una rinascita in un mondo nuovo e inesplorato. Il pubblico ha risposto con entusiasmo alle sollecitazioni – anche intellettuali – della lettura di Abbado: trionfo prolungato, tanto da strappare al Maestro ben due bis (uno per ogni parte del concerto). L’occasione (e l’emozione) per un evento di questo genere, però, mi ha portato a riflettere e a fare alcune considerazioni. La prima sul bisogno di eventi “veri” nel mare magnum dei trionfi costruiti ad arte dalle adulterazioni delle tante macchine del consenso operative oggi in ogni settore delle arti: basta toccare con mano qualità ed eccellenza per comprendere (e ridimensionare) le tante piccolezze che ci vengono spacciate per meraviglie irripetibili. La seconda in merito all’organizzazione: solo con politiche culturali lungimiranti e solide, progetti e strategie si può ridare un senso ad un settore da troppo tempo bistrattato (più che dai tagli al FUS dalla mala gestio di tanti speculatori). Una ridistribuzione più attenta delle risorse (legata a serietà e progettualità e non a criteri da “supermercato”) permetterebbe di evitare certi indegni sperperi e premierebbe gli sforzi e la professionalità di chi li ha resi possibili. Un’ultima considerazione, infine, sul lavoro d’orchestra: l’Orchestra Mozart è una compagine recente (è nata nel 2004) e giovane (per l'età dei suoi componenti), ma ha già una forte identità, un linguaggio proprio ed un repertorio d’elezione. Abbado l’ha plasmata e ha costruito, con essa, un certo suono ed un certo approccio interpretativo. Tutto ciò diviene possibile solo con la costanza di una guida vera e presente che accompagni la crescita artistica della compagine strumentale. L’esatto contrario, cioè, del “navigare a vista” che caratterizza l’orchestra del sedicente massimo teatro italiano (ma non solo): la Scala, dalla cacciata di Muti, vive un periodo di eterno interregno che non si sa dove voglia sfociare. La presenza, meramente virtuale, di un simulacro di “direttore scaligero” (che evidentemente non ha voglia e tempo di occuparsi del podio milanese), con la conseguente “rilassatezza” professionale (se non la si vuole definire, più propriamente, anarchia), comporta mancanza di continuità artistica, assenza di identità, abbassamento del livello complessivo. Una situazione del genere ha l’effetto di compromettere la presenza di altri direttori (che si trovano a dirigere in condizioni certamente non ideali, non permettendo loro di esprimere una qualsiasi visione, costringendoli a lottare, invece, per tenere tutti a tempo ed evitare capitomboli imbarazzanti) e di restringere il repertorio a titoli “abbordabili”, senza rischi eccessivi, ma senza fantasia. Ecco, assistere ad eventi come il concerto di Abbado (in cui l’orchestra era lo strumento nelle mani del direttore), amplifica il senso di frustrazione quando si confrontano spettacoli dove, invece, sembra regnare solo il caso o il caos.

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lunedì 19 luglio 2010

Storia di una falsificazione: la scomparsa della Médée di Cherubini.

La seconda parte del nostro doveroso omaggio a Luigi Cherubini – nel 250° anniversario della nascita – non poteva che essere dedicato alla sua più celebre e celebrata composizione teatrale: Médée. L’opera, progettata fin dal 1792 (ma poi temporaneamente abbandonata, a favore di Eliza ou Le Mont Saint-Bernard), ebbe la sua prima rappresentazione il 13 marzo del 1797, al Théatre Feydeau di Parigi, con Julie-Angélique Scio nel ruolo della protagonista e Pierre Gaveaux in quello di Jason. L’accoglienza fu tiepida: del resto Cherubini si stava spingendo, forse, troppo “in là” rispetto alla sua epoca, richiedendo al pubblico un impegno, uno sfrzo e un'attenzione che non era ancora disposto a concedere. La Médée in effetti risultava essere, alle orecchie di un pubblico abituato a tutt'altro, una creazione del tutto nuova, sfuggente e sconosciuta, un ibrido inclassificabile nella rigida regolamentazione delle leggi francesi che presiedevano il teatro, codificandolo in generi chiusi e all'apperenza incomunicabili tra loro.

Il soggetto classico, com'era la storia di Medea, di solito veniva destinato alle sontuose sale dell’Académie de Musique (non più Royale), il luogo, cioè, della tragedia coturnata di stampo racininano: trapiantarlo nel più agile e sciolto ambiente dell’opéra-comique, oltre a costituire una specie di azzardo, comportava necessari cambiamenti. Se da un lato si perdevano tutti quegli orpelli che soffocavano la tragedie-lyrique, le lungaggini, i ballets, le parti di mero décor, dall’altro si consentiva all’autore, liberato dalle ferree prescrizioni iposte dal genere, di sperimentare e concentrarsi sulla tensione drammatica e sul tessuto sinfonico dell’opera, quale elemento unificante ed espressivo, attraverso soluzioni complesse ed elaborate, anche a scapito della fluidità e dell’invenzione melodica. Fu questa la vera causa della relativa sfortuna di Cherubini: l’estrema raffinatezza orchestrale e la profondità della concezione sinfonica, venne scambiata – e succede anche oggi – per mancanza di ispirazione e incapacità di scrivere una melodia cantabile, e gli fu sempre rinfacciata (all’indomani di Lodoiska, il Journal de Paris sicrisse che “se da questa musica v’è qualcosa da desiderare, è un po’ più di canto che possa alleviare un po’ il pubblico dagli effetti orchestrali tanto moltiplicati”), tanto che il pubblico gli preferì autori più facili e immediati (seppure assai meno ispirati e impacciati nell’uso dell’orchestra). Médée non concede nulla al canto inteso come mero esibizionismo: gli episodi solistici sono ridotti e rinunciano scientemente ad ogni edonismo vocale, a favore di una tensione drammatica costante in cui è il denso tessuto strumentale ad appropriarsi di un vero e proprio virtuosismo. Cherubini predilige i grandi ensembles “rubati” all’opera buffa e innestati nell’immobilismo aulico della musica francese di allora: i grandi finali d’atto, i cori, i concertati, i duetti. E pure, quale contrappasso alla maggiore libertà espressiva dell'opéra-comique, le regole ferree dettate per quel genere, che imponevano il dialogo parlato, frenarono, almeno in parte, l’ispirazione dell’autore, impedendogli di esprimersi in quel continuum sinfonico cui tendeva il suo linguaggio compositivo, mutuato dalla riforma gluckiana, ma arricchito di capacità e conoscenze (oltre che di ispirazione) incommensurabilmente maggiori rispetto al modello (basti confrontare la scarna ed elementare orchestra di Gluck: semidilettantesca a confronto dell'elaborazione cherubiniana). All’incompresione del pubblico, meglio disposto ad applaudire Grétry, Méhul, Spontini (che lo impegnavano molto meno), farà da contraltare l’unanime consenso dei più grandi compositori della sua epoca e di quella successiva (soprattutto di area tedesca: quella musicalmente più progredita): da Beethoven a Weber, Schumann, Wagner, Brahms (che la definì “vetta suprema della musica drammatica”). Anche se l’opera, così lontana dai gusti distratti di chi a teatro si accontentava dell’esibizione di effetti, rimase un mito di difficile comprensione, oggetto di ammirazione lontana e di fraintendimenti, forzature, tradimenti. Médée non ebbe vita facile e per tutto il XIX secolo, salvo sporadiche apparizioni, si può dire che sparì, per risorgere “italianizzata” e pesantemente rimaneggiata nei primi anni del ‘900, imponendosi in una versione spuria e del tutto arbitraria, con cui conobbe il successo (in virtù del culto riservato alla sua più importante interprete) e che ancora si pone come un ingombrante ostacolo ad una sua reale riscoperta. L’opera, dicevo, ebbe un percorso travagliato. Nel 1802 fu tradotta in italiano e, con ampi rimaneggiamenti, venne rappresentata a Vienna. Nel 1809, sempre nella capitale absburgica, Cherubini rimise mano alla partitura, e ne produsse una versione, sempre in italiano, accorciata di più di 500 battute. Nel 1855 Franz Lachner (compositore tedesco di importanza più che marginale, ma assai prolifico e piuttosto conosciuto ai suoi tempi) preparò per il teatro di Francoforte una versione in tedesco dell’opera, basata sulla Médée viennese del 1809, musicandone i recitativi in luogo dei dialoghi parlati. Nel 1865 a Londra venne predisposta una nuova edizione dell’opera: in italiano e con i recitativi scritti da Luigi Arditi. Nel 1909 l’opera ebbe la sua prima italiana, con la Mazzoleni nel ruolo di Medea: ma alla Scala fu scelta la versione ibrida di Lachner tradotta, in modo particolarmente infelice, da Zangarini. Questa fu la Medea cantata dalla Callas e per molti anni fu l’unica versione conosciuta. Dal 1976, tuttavia, è disponibile una nuova edizione dell’opera (a cura di Flavio Testi e pubblicata da Ricordi) che presenta la redazione originale del testo, alcune varianti d’autore e pure i recitativi musicati da Lachner. Sulla scorta di questa edizione, a partire dalla seconda metà degli anni ’80, qualche teatro propose con coraggio la vera Médée. Ancora però manca una vera edizione critica dell'opera (dato che anche la partitura curata da Testi non rispecchia fedelmente quella della prima del 1797): in Italia, nel 1995, venne allestita nell’ambito del Festival della Valle D’Itria, una Médée del tutto corrispondente alla prima parigina - salvo alcune sforbiciate nei versi recitati - affidando al revisore, Angelo Inglese, l'incarico di correggere i diversi errori della nuova edizione Ricordi, e le sue divergenze dal manoscritto. Questo breve excursus mostra come la Medea oggi più conosciuta, sia un'opera assai diversa rispetto all’originale di Cherubini, e come essa sia in realtà il frutto di successive rielaborazioni e stratificazioni solo minimamente dovute alle revisioni dell’autore: tali modifiche, in particolare le più radicali, sono intervenute addirittura successivamente alla morte del compositore, in epoca che nulla ha a che fare, per linguaggio musicale e visione estetica, a quella in cui Médée fu scritta. Questi interventi hanno riguardato l’intera partitura e ne hanno in parte deturpato l’aspetto. Innanzitutto la forma: Cherubini scrisse un’opéra-comique prevedendo l’alternarsi di brani musicali a parti recitate, ciò ha comportato una determinata organizzazione del materiale musicale in un equilibrio non solo formale della struttura dell’opera. La tensione drammatica, il pesante trattamento vocale riservato alla protagonista, la densità orchestrale, trovavano – nella sua forma originale – momenti di pausa nei dialoghi recitati: questo consentiva al compositore di attribuire a ciascun episodio una sua identià, come i movimenti di una sinfonia o di un concerto, senza dover ricorrere agli orpelli della tradizionale tragedie-lyrique a fungere da collegamento tra l’uno e l’altro (anche per consentire agli interpreti di non affaticare troppo il mezzo vocale: la stessa Callas evidenziò il problema definendo “assassina” la musica di Médée). I recitativi, in sostanza, non si limitano a prendere il posto dei dialoghi, ma intervengono sulla struttura dell’opera: se Cherubini avesse dovuto scrivere una partitura per l’Opéra, probabilmente avrebbe organizzato diversamente il materiale musicale. Oggi, alle difficoltà già contenute nel lavoro, si aggiunge – nell’utilizzo della versione Lachner – il peso di un continuum posticcio, non voluto dall’autore (perchè non poteva) e dallo stesso non calibrato. Oltre a quelli formali, però, sono evidenti i tanti problemi linguistici: il passaggio dal francese all’italiano (che hanno due prosodie incompatibili tra loro: per accento, tono e metrica) è sempre difficile da rendere senza sacrifici – più o meno sofferti – soprattutto in un’opera come Médée, dove il rapporto tra il significato del testo e la sua trasfigurazione musicale è molto più stretto rispetto alla successiva stagione del melodramma rossiniano, donizettiano e verdiano (e che comunque non uscirono certo indenni dal disastro di certe traduzioni ritmiche: si pensi al Guillaume Tell, Favorite, Les Vépres Siciliennes, le cui strutture musicali sono state spesso stravolte e rovinate per consentire il forzoso passaggio all’idioma italico). Nel passaggio da Médée a Medea, a parte la bruttezza letteraria della traduzione (e l'irrimediabile sciatteria dei versi di Zangarini rispetto al modello raciniano dell'originale), si perdono certi effetti appositamente studiati dall’autore, e meditati in ogni dettaglio. Si pensi alla grande aria della protgonista nell’atto I (rubo l’esempio ad un bel saggio di Andrew Porter): “Vous voyez de vos fils la mére infortunée” diventa “Dei tuoi figli la madre tu vedi vinta e afflitta”, a parte le 11 sillabe che diventano 14 (da far stare nella medesima frase musicale), cambia l’accento che nella versione originale cade su voyez, mentre nella traduzione cade sulla parola figli, e cambia così anche il significato poiché nel primo caso pone in risalto il soggetto (Jason), nel secondo l’oggetto (i figli). Ovviamente la prospettiva cambia, anche se il senso della frase è rispettato. E di esempi del genere la partitura deborda. Ma accanto a tali aspetti, ancora più gravi si rivelano gli interventi apportati al tessuto dell’opera: tagli, modifiche, aggiunte. I primi solo in parte risalgono a Cherubini – che fu costretto ad operarli in occasione della riprese viennese del 1809 (e che furono dovuti a motivi extramusicali) – dato che molti di essi appartengono alla prassi novecentesca (che non è una tradizione sacra e intangibile, giacchè figlia di una visione opposta a quella originale e non preteso filo conduttore con il modus originario di intendere l'opera), quella dei Serafin e dei Gavazzeni, per intenderci, e che rispondono ad un incomprensione dovuta ad un differente orizzonte estetico e stilistico (oltre che per una oggettiva mancanza di fonti attendibili). Un esempio particolarmente sgradevole va ravvisato ancora nell'aria della protagonista nel primo atto, di fatto quasi dimezzata (in quanto privata della ripresa, probabilmente ritenuta un'inutile ripetizione: questo rende bene l'idea dello scarsissimo livello di conoscenza di tutto ciò che restava al di fuori del tardo Verdi e del verismo; i medesimi scempi furono riservati a Donizetti, Bellini, Rossini). Le modifiche sono conseguenza dei tagli: sono rattoppi fatti per non mostrare la grossolanità delle cuciture, anche se talvolta dipendono dal gusto dell’epoca (in particolare le riscritture strumentali o certi indebiti e arbitrari “arricchimenti” nell’orchestrazione). Le aggiunte riguardano, invece, i recitativi musicati da Lachner. Il compositore tedesco, la cui vasta produzione musicale è oggi provvidenzialmente dimenticata, certo non mostra – almeno a giudicare da questi recitativi – una grande ispirazione, né una debordante inventiva musicale: ma aldilà del giudizio estetico sul suo lavoro (taluni li ritengono splendidi…Callas compresa, che arrivò ad affermare in maniera più che avventata come “la forza dell’opera di Cherubini non stia nelle arie, ma nei recitativi”…che di Cherubini non sono: ma vaglielo a spiegare!), il problema più grosso riguarda lo stile. Essi vennero composti nel 1855, quasi 60 anni dopo la prima rappresentazione, e l’intervallo di tempo si sente eccome. I recitativi di Lachner, semplicemente non c’entrano nulla con la musica di Cherubini: sono pesanti e ingombranti e rivelano un’ispirazione che si rifà più a Wagner (allora in piena attività: in quegli anni stava iniziando la composizione del Ring e del Tristan) o all’opera romantica tedesca, che al classicismo post gluckiano. Médée, trasformata in Medea, diventa qualcosa di diverso, di spurio, di inesatto, che tradisce l’originale e che di esso è solo la pallida ombra: Medea, soprattutto nel trattamento callasiano, è opera che pare scritta per soddisfare un pubblico aduso al dramma verista, ignaro della bellezza dell’equilibrio originario (assai banalizzato nelle continue riscritture apocrife) e dalla fruizione molto più superficiale: Medea diviene veicolo e strumento per il trionfo della protagonista perdendo, di fatto, la dignità di opera d’arte. La Callas indubbiamente ha complicato ulteriormente le cose: se da un lato la sua grande interpretazione (pur basata su fonti scorrette e deteriorate, oltre che su di un fraintendimento stilistico) ha scongiurato il completo assorbimento ad una estetica del tutto verista e ad una effettistica strillata in favore di una complessa costruzione drammatica giocata sulla scolpitura della frase e sull’accento tragico, dall’altro ha legato così intimamente a sé il ruolo della maga della Colchide, che ne ha, di fatto, inibito l’esecuzione alle tante che vi si sono cimentate dopo di lei e che hanno cercato, più o meno di imitarla. Il fantasma della Callas, il mito della sua Medea, è da sempre un ingombro per chiunque voglia interpretare il ruolo: non tanto nel confronto, quanto nel tabù, che un culto vedovile, ma ancora oggi insuperato, rinnova di continuo, di fare diversamente “dalla Maria”. La Sig.ra Meneghini ha reso un buon servizio all’opera di Cherubini, è innegabile, e la sua interpretazione (mi riferisco alla prima) resta nell'Olimpo della storia dell'opera, così come è innegabile che si trattasse di un servizio falsato dalle circostanze. Oggi non ci si può fermare all’idolatria del santino, o alla cura della vestale da loggione, si dovrebbe superare la paura degli spettri e avere il coraggio di ripensare a Cherubini e alla sua Médée, liberata da “fantasmi greci” e restituita alla sua vera dimensione, alla sua tensione drammatica, al suo equilibrio classico, alla sua densità sinfonica…e non fare come recentemente a Torino (e prossimamente a Cremona e circuito lombardo) riproporre ancora (nel 2010!) la “Medea della Callas”…senza disporre, peraltro, della Callas: con il doppio effetto di tradire nuovamente Cherubini (con l’aggravante oggi, diversamente da allora, di poter disporre di fonti sicure e accurate) e offendere la memoria del grande soprano, che neppure quando affrontò l’opera nel ’62, ormai sfasciata vocalmente, si ridusse ai livelli delle sue più recenti emulatrici, non tanto in termine di corettezza o freschezza vocale, ma di tecnica e comprensione di quel che si canta!

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domenica 6 giugno 2010

Luigi Cherubini, ossia l'anniversario dimenticato

Il 14 settembre del 1760, nasceva a Firenze Luigi Cherubini. Oggi, 250 anni dopo, nessuno pare essersi accorto dell’importante ricorrenza. Dopo aver letto le stagioni prossime venture delle massime istituzioni musicali italiane ed europee e sfogliando le più importanti riviste del settore (o navigando in rete, tra i più “autorevoli” siti web e forum dedicati alla musica operistica e al teatro), appare chiaro come gli “addetti ai lavori” – sovrintendenti, direttori artistici, critici musicali, musicisti più o meno blasonati, registi à la page, responsabili di case discografiche etc.. – si siano dimenticati di Cherubini. Unica eccezione il Circuito Lirico Lombardo, che propone una Medea che parrebbe vecchio stile, con cast non certo di primo piano e con i recitativi spuri di Lachner: forse ancora la Medea della Callas, che nulla o quasi c’entra con l’originale cherubiniano? Certo non basta questa “foglia di fico” a giustificare chi avrebbe dovuto dare maggior risalto al compositore fiorentino. Forse troppo impegnati a litigarsi gli scarsi finanziamenti statali (e a cercare soluzioni tanto bizantine quanto improbabili per far sì che i loro ricchi privilegi vengano conservati e, se possibile, incrementati), forse distratti dai tanti centenari e bicentenari che negli ultimi tempi hanno condizionato le programmazioni dei nostri teatri, o forse perché, più semplicemente, hanno saltato la lettera C della Garzantina con cui cercano invano di supplire a lacune imperdonabili (non si capirebbe, altrimenti, la scarsa originalità di stagioni che si susseguono e si ripetono, con gli stessi titoli, “dalle alpi alle piramidi”), fatto sta che i nostri teatri d’opera preferiscono celebrare Chopin, Mahler, Schumann (e ci mancherebbe: anche se le stagioni sinfoniche offerte ultimamente sono di livello così basso che tali omaggi, assomigliano in modo preoccupante a veri e propri insulti) e ignorare il grande Cherubini.
Già, perché Luigi Cherubini fu un grande, grandissimo compositore. Ritenuto un esempio dai suoi contemporanei per l’altissimo magistero tecnico e per la profondità e l’intrinseca bellezza dell’invenzione musicale (pubblicò, verso la fine della carriera, un importante trattato di contrappunto, in uso per decenni nei conservatori francesi e italiani), ammirato da Weber, Schumann, Brahms e Wagner, nonché da Beethoven (il cui Fidelio, e non solo, è tanto debitore dell’ispirazione cherubiniana: basta ascoltare l’Ouverture di Médée), amico di Haydn (che lo volle a Vienna), Rossini e Chopin, scrisse più di trenta opere (ingiustamente dimenticate) e poi una sinfonia (che fa rimpiangere il fatto di non averne composte altre), musica da camera di eccellente fattura, sonate per pianoforte (che anticipano quelle beethoveniane nel superamento dei canoni formali del classicismo), musica sacra (il suo Requiem in Do minore fu preso a modello di perfezione dallo stesso Beethoven, da Brahms e da Schumann). Lasciata la nativa Firenze si stabilì a Parigi (salvo una breve parentesi viennese), dove scrisse i suoi più alti capolavori, passando indenne dalla Rivoluzione all’Impero fino alla Restaurazione (non senza difficoltà: la sua musica risultava troppo complicata per Napoleone, che infatti non nascose mai la sua insofferenza verso il compositore – complice, forse, un’antipatia personale, che lo portò a preferire il più accademico Spontini, quale cantore dei suoi trionfi). Ottenne le più alte onorificenze francesi, tra cui spicca la Legion d’Onore (prima Cavaliere e poi Commendatore), e fu Accademico di Francia e direttore del Conservatorio di Parigi. Autore di quella Médée che Brahms definì “vetta suprema della musica drammatica” (e che sarà oggetto della “seconda puntata” di questo omaggio a Cherubini) e di tanti altri titoli su cui varrebbe la pena soffermarsi: ne cito solo alcuni. Dopo il deludente Démophoon (1788) – il suo esordio all’Opéra di Parigi, in cui accanto agli evidenti modelli gluckiani si fa strada un nuovo gusto per la monumentalità e la costruzione sinfonica (derivata dalle influenze tedesche) – Lodoiska (1791), al Théatre Feydeau, primo grande successo: opéra à sauvetage (come il Fidelio) che abbandona il classicismo e l’essenzialità gluckiana, per un trattamento del tutto nuovo della materia orchestrale, che diviene ardita, complessa, elaborata, sul modello di Haydn e del prediletto Mozart, ma ricca, anche, di suggestioni preromantiche (si ascolti la splendida Ouverture). La complessità sinfonica è inusuale per la musica francese e italiana dell’epoca, e trova riscontro solo nella raffinata scuola strumentale austro-tedesca. La voce diviene parte della costruzione musicale, non più terreno di mero esibizionismo canoro, e, come nelle più alte creazioni mozartiane, tutto è funzionale alla ricerca di tensione espressiva. Eliza, ou le voyage aux glaciers du Mont Saint Bernard (1794), con la sua ambientazione montana, tra i ghiacciai delle Alpi, che avrà tanto successo nella successiva stagione del melodramma. Les deux journées, ou le porteur de l'eau (1800): opera di robusta costruzione sinfonica, ricca ed elaborata, che rinuncia scientemente ai brani solistici (solo due) a favore di una sempre maggior fusione tra orchestra e canto (anche attraverso un uso innovativo dei temi ricorrenti, anticipatori di quelli wagneriani: che, giova ripeterlo, non inventò nulla di totalmente nuovo), oggi del tutto ignota, ma all’epoca fu il più grande successo dell’autore (più di 200 repliche il primo allestimento) e venne esaltata da Beethoven, Weber, Mendelssohn (che non era certo facile all’elogio), persino dal grande Goethe. E dopo Anacréon, ou l'amour fugitif (1803), un’opéra-ballet dalla sofisticata trama orchestrale e Faniska (1806), composta per Vienna, forse la sua partitura più elaborata, tanto che Weber la definì “una splendida sinfonia con canto, più che un’opera drammatica”, Les Abéncerages, ou l'étendard de Grenade (1813): grandiosa tragédie-lyrique – eseguita all’Opéra di fronte a Napoleone in persona – tratta dal romanzo di Chateaubriand, ricca ed elaborata, dalle evidenti anticipazioni romantiche (Berlioz ne fu ammiratore entusiasta, così come il sempre schizzinoso Mendelsshon) e dalla felicissima invenzione melodica. Infine Ali Baba, ou les quarante voleurs (1833) di argomento esotico e dall’innovativa scrittura tendente a eliminare i confini tra recitativo e arioso (alternata ad un trattamento belcantista della vocalità) e ad una struttura imponente (con cori, balli, complessi concertati). Una figura di primissimo piano di cui oggi pare essersi persa ogni memoria. Doveroso quindi, sarebbe stato l’omaggio al suo genio, invece nessuno ha voluto o saputo ricordarsene. Non le istituzioni musicali, né la critica più impegnata, tanto solerte ad attribuire allori ed eccellenze a taluni (funzionali alle solite imposizioni culturali che pretendono di colonizzarci - con la scusa di sprovincializzarci - a suon di Britten e Janacek, molto più chic alle orecchie foderate di wagnerismo di risulta dei nostri isterici compilatori, malati di esterofilia e complessi d'inferiorità, e saldamente ancorati a ideologie nate vecchie e ora decrepite, ma da loro proposte come novità sensazionali), né il variegato mondo degli appassionati d’opera che su riviste, siti web, forum e blog preferisce cincischiarsi in scaramucce parasindacali in merito ai tagli dei finanziamenti statali, o a fare da cassa di risonanza mediatica a questo o quell'artista (in una sorta di pubblicità più o meno occulta), o ad assumersi l'incarico di cane da guardia del proprio beniamino (stanando in ogni piega della rete, critiche e dissenso: così da poterlo eliminare in modo da lasciare immacolata la reputazione artistica del proprio datore di lavoro), o a bearsi in mitologie di novelle età dell’oro che starebbe vivendo oggi il mondo dell’opera (e di cui nessuno pare essersene reso conto) tacciando per bieco passatismo ogni opinione contraria, o votarsi a culti vedovili di ogni risma, non curandosi di sfiorare spesso il ridicolo o il patetico. E dunque non c’è traccia di Cherubini nelle prossime stagioni della sua nativa Firenze (e neppure il Maggio Musicale – divenuto ormai il giocattolo di Mehta – gli dedica alcuna attenzione); non ce n’è traccia a Parigi, salvo una Lodoiska baroccara in forma di concerto: è incomprensibile che l’Opéra non riservi un po’ di spazio ad uno dei compositori che più di tanti altri ha contribuito alla nascita della musica francese; neppure Vienna se ne ricorda. Ma la dimenticanza più grave è quella del Teatro alla Scala: il massimo teatro italiano, che avrebbe il dovere di valorizzare e celebrare uno dei più alti esponenti della cultura musicale nazionale, continua a ignorare Cherubini. Certo è difficile allestire oggi un’opera di Cherubini, soprattutto a Milano. E i motivi sono più che altro extra musicali. Vero: lo sforzo richiesto all’orchestra è notevole (le sue partiture sono più elaborate delle sinfonie di Beethoven), così come quello richiesto al coro e al corpo di ballo (sono tutte opere di impianto grandioso, che richiedono imponenti messinscene), e anche ai cantanti è richiesta una inusitata prova di resistenza (la linea vocale insiste sulle parti più scomode della tessitura, ed è spesso massacrante per lunghezza e intensità, chiamata a superare un ordito orchestrale fitto e complesso, in recitativi martellanti e ariosi drammatici, concedendo ben poco all’esibizione solistica). Tuttavia non tanto in questi indubbi fattori di difficoltà risiedono oggi le motivazioni per la prudenza eccessiva con cui vengono allestiti lavori di Cherubini. E neppure la rarità del titolo gioca un ruolo determinante (molti teatri e festival propongono opere semisconosciute o poco note al pubblico, senza nessun problema). No, gli ostacoli più grossi sono extra musicali. Alla Scala, di fatto, si aggira per i loggioni un fantasma, uno spettro, che suscita timori, tremori e fanatismi e che impedisce, ancora oggi, di proporre certi titoli. Il fantasma della Callas, che il culto vedovile di talune vestali del loggione scaligero ha assurto a idolo a cui sacrificare pure il buon senso, rende difficile il ritorno di certe opere. E’ successo con Traviata (quando venne fischiata una delle più belle direzioni di Karajan per la sola assenza della divina), e succede con Norma e con Medea. Infatti, aldilà dei risultati artistici della cantante greca (su cui tanto vi sarebbe da dire e ridimensionare: in particolare negli anni della Scala, proprio quelli mitizzati dai tanti/troppi vedovi), pare che una schiera di intransigenti adepti ritenga certi ruoli morti con la morte della Signora Meneghini. Il sol fatto di proporli significa bestemmia o eresia, da punire con fischi “a prescindere” e sceneggiate di arte varia. Tale delirio, che può apparire suggestivo nei racconti di chi ha vissuto quegli anni (anche se da prendere sempre col beneficio d’inventario) appare oggi propaggine ridicola del tempo che fu: un marchio, un simbolo come la Coca Cola, che taluno si picca di rinverdire. E questo, ripeto, aldilà degli effettivi esiti artistici della parabola callasiana, grande, grandissima cantante, ma non certo “buona per tutte le stagioni”. Ma la Medea della Callas – o meglio quel che rimaneva di Medea nell’interpretazione callasiana – verrà analizzata a tempo debito. Resta il fatto che il capolavoro di Cherubini, a causa di vedovanze, senili o adolescenziali, resta un tabù nella sala del Piermarini. Ci ha provato Muti, coraggiosamente (gliene va dato atto, a prescindere dai risultati interlocutori): prima con Gluck per creare il clima culturale, poi con Lodoiska (timido tentativo d’avvicinamento) e con La Vestale di Spontini (cercando di spezzare la maledizione callasiana e i conseguenti veti, sia pure in un ruolo meno sintomatico); mancò il traguardo di Médée – perchè giustamente Muti non avrebbe mai riproposto quel guazzabuglio della Medea del 1909 – come mancò Norma. E non solo per penuria di interpreti. Oggi, 250 anni dopo la nascita di Cherubini, nessuno è in grado o ha la lungimiranza e il coraggio, di riflettere su quel repertorio, di celebrare quel genio, che tanta ammirazione suscitò nei massimi compositori europei. Oggi si guarda ancora con sospetto o con sufficienza a Cherubini, liquidandolo come un prodotto minore, di pura accademia, che, non fosse stato per la Callas, sarebbe dovuto sparire. Eppure, prima della nascita di certi culti, veniva eseguito con notevoli sforzi produttivi (e con esiti eccellenti), penso a Les Abencerages diretti da Giulini al Maggio Musicale Fiorentino del 1956 (riproposti poi 20 anni dopo da Peter Maag, finalmente in lingua originale), Les Deux Journées diretta nel 1947 da Beecham o lo splendido Ali Baba del ’63, diretto da Sanzogno, con Kraus, Ganzarolli e la Stich-Randall. Una rimozione stupida e ingiusta secondo me, che continuo a pensare come l’opinione di Beethoven, Mendelssohn, Brahms, Schumann, Berlioz, Wagner, Haydn, Chopin, Rossini etc...valga ben di più degli strepiti preconcetti dei vecchi e nuovi vedovi “della Maria”...anche se, ne convengo, sono ben più rumorosi!



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lunedì 6 aprile 2009

Nina Stemme in concerto a Ferrara con Claudio Abbado

Grande era l'attesa per questo concerto, che costituiva il consueto appuntamento primaverile del Maestro Abbado con il Teatro Comunale di Ferrara. Ma la principale attrattiva del concerto, interamente dedicato al grande repertorio tedesco (Beethoven e Strauss), era la presenza di Nina Stemme, impegnata in due pagine colossali quali l'aria dal primo atto di Fidelio e i Quattro ultimi Lieder.
Affrontare a gola fredda la grande scena di Leonore, scritta peraltro da un compositore molto più ferrato nel trattamento dello strumentale che in quello della voce umana, è impresa ardua. Ma l'impresa si fa disperata quando, come nel caso della signora Stemme, si possiede e soprattutto si mette in pratica un'idea di canto poco più che amatoriale. La bella voce di soprano lirico è inesistente in prima ottava, con suoni gonfiati e prossimi al parlato, e piuttosto vuota al centro, mentre gli acuti sono duri, quando non semplicemente gridati. Ed è appunto solo nelle grida che la voce riesce a sovrastare l'orchestra, che peraltro Abbado tiene molto opportunamente a freno nella sezione centrale dell'aria. La Stemme, che sconta anche una presenza scenica molto discutibile (la testa infossata nelle spalle, a cercare un'improbabile proiezione del suono, non è esattamente un bello spettacolo), sfoggia piani che sono in effetti suoni non appoggiati e che danno l'impressione di un canto stentato, sciatto, che assai poco si addice a questa musica trascinante. Tacciamo della parte finale, che vede la cantante assai a disagio nel canto di agilità.
Per venire a capo dei Quattro ultimi Lieder occorre un'eloquenza straordinaria, specie se non si possiede una voce importante o speciale dal punto di vista timbrico. Ma in assenza di un'adeguata tecnica di canto, i fiati sono insufficienti a risolvere le ampie arcate previste da Strauss e il fraseggio risulta piatto e scolastico. Soprattutto se a far da contraltare c'è il suono cristallino ed elegantissimo (con più di un sospetto di maniera) della Mahler Chamber Orchestra, da cui Abbado ottiene in questa pagina risultati di ottimo livello.
Non altrettanto possiamo dire della parte beethoveniana del concerto. L'ouverture "Leonore 3", posta in apertura di serata, ha un andamento incerto, a tratti persino leziosa nella ricerca di un equilibrio che fa pensare più a Haydn che al recalcitrante allievo, a tratti francamente un po' troppo bandistica (il finale). La Quinta, che costituiva la seconda parte del concerto, convince nel secondo movimento, morbido e vario, eloquentissimo, e nel terzo, soffuso di bonaria autoironia. Il primo movimento scivola via senza colpo ferire (se si eccettua qualche spernacchiamento di troppo degli ottoni, il cui suono ricorda da vicino quello degli strumenti c.d. originali), il quarto confonde la magniloquenza con l'enfasi. Trionfo, a ogni modo, e vane richieste di bis.




Gli ascolti

Beethoven - Fidelio


Atto I - Abscheulicher! - Kirsten Flagstad - dir. Bruno Walter (1951)

R. Strauss - Vier letzte Lieder
Kirsten Flagstad - dir. Wilhelm Furtwängler (1950)

Frühling
September
Beim Schlafengehen
Im Abendrot

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lunedì 27 ottobre 2008

La musica romantica e l'opera gotica: Weber, Marschner e Wagner

Il termine romanticismo, riferito all’arte in genere (pittura, scultura, letteratura) e alla musica e all’opera in particolare, comprende un universo assai più vario e differenziato rispetto a quello che una definizione generalista vorrebbe suggerire. Diversi, infatti, sono gli aspetti e i caratteri che la musica romantica ha assunto nelle differenti culture e società in cui si è trovata a svilupparsi. E diverse, pure, le forme e le accezioni che ha assunto nel privilegiare un aspetto piuttosto che altri, ma pur sempre rimanendo entro il medesimo orizzonte. Difficile quindi trovare delle vere e proprie corrispondenze negli indirizzi estetici che hanno segnato l’800 europeo. Al massimo possono essere individuati alcuni tratti comuni.

Molto diverso appare – ad esempio – l’approccio romantico italiano rispetto a quello del nord e centro Europa (Germania e Inghilterra soprattutto). Pur conservando i caratteri di reazione al razionalismo settecentesco, attraverso un recupero di aspetti prima ignorati o sottovalutati e tramite le suggestioni di una natura misteriosa ed evocativa (parallelamente allo sviluppo di una coscienza storica che “scopre” i secoli bui e su cui fonda le proprie fantasie), le differenze culturali e sociali legate all’ambiente hanno determinato un’incidenza particolare del romanticismo sulle esperienze nostrane. In Italia, il mancato sviluppo di un autentico spirito nazionale, l’influenza politica e culturale dello Stato Vaticano, la persistenza di una forte tradizione “classica”, e la stessa armonia di un paesaggio assai più rassicurante e “morbido” rispetto alle asperità di certi scenari nord europei, hanno necessariamente influito sullo sviluppo (rectius sul mancato sviluppo) di una vera estetica romantica (ricollegabile, cioè, a quanto Schiller, o Byron, o Shelly, esemplificavano per la loro cultura nazionale). Limitandoci alla musica, si può dire che il grande romanticismo e pre romanticismo europeo, penetra in Italia per via indiretta: non attraverso un’esplicita adesione d’intenti, ma attraverso compromessi ed adattamenti dei modelli originali. Riferendoci all’opera lirica si può rilevare che esso è più presente nei soggetti letterari dei libretti, piuttosto che nella realizzazione musicale dell’opera. I titoli di molti lavori del primo ottocento italiano derivano da opere letterarie di grandi scrittori “romantici” europei: Schiller, su tutti, poi Lord Byron e Scott. Tuttavia, una volta affidati ai librettisti, essi venivano “normalizzati” perdendo molti dei loro tratti caratteristici e spesso erano ricondotti ad un intreccio di rassicurante compostezza. Al contrario, nelle esperienze europee, veniva esaltato ciò che in Italia si tendeva a eliminare o smussare: l’irrompere di una natura selvaggia e misteriosa, quasi pagana, le passioni contrastanti, la presenza dell’irrazionale e del demoniaco, si traducevano in musica attraverso un uso evocativo dell’orchestra e delle voci. Contemporaneamente si assisteva ad un recupero della tradizione popolare che attraverso il lied, la ballata, il racconto, scardinava le strutture formali dell’opera, pur restando nell’ambito del numero chiuso.

Capostipite del genere è riconosciuto in Carl Maria von Weber, il quale con il suo Freischutz si pone a modello di tutti gli sviluppi successivi, e che verrà legittimamente indicato come il fondatore dell’opera tedesca. Già nei suoi lavori sono presenti e ben compiuti tutti gli elementi che caratterizzeranno il genere , almeno fino al Wagner di Tannhauser (e per certi aspetti fino al Tristan). Innanzitutto l’irrompere della natura che compare come forza oscura, misteriosa, spirituale (fin dall’Ouverture si percepisce l’intento dell’autore di tradurre in note il senso di timore dell’uomo nei confronti di una forza così grande, sconosciuta e, potenzialmente terribile) poi i rimandi alla tradizione popolare (il lied di Kilian, il valzer, il coro dei cacciatori, la ballata di Agathe), infine la presenza costante del sovrannaturale (che traspare sovente in orchestra, attraverso un tema ricorrente, o un accordo, o un particolare colore strumentale), sino all'apparizione notturna del demonio, in un ambientazione quasi infernale in cui la natura stessa scatena i suoi elementi in una visione apocalittica e violenta. Tutto questo riverbera nel tessuto orchestrale e nelle voci, attraverso l’uso sapiente di una ricchissima strumentazione (già sinfonica) e dei temi popolari che colorano le già variopinte melodie. A ben guardare il Freischutz, apre la strada dell’opera romantica ad un indirizzo più propriamente gotico: ambientazione cupa e notturna, personaggi malvagi o vittima di maledizioni, amori perduti, conflitti interiori, presenze diaboliche e sovrannaturali, suscitando un senso di terrore e di sublime. Mentre Weber, però, dopo aver sfiorato il genere tornerà con Euryanthe e Oberon ad un romanticismo meno macabro e più cavalleresco, fatto di un medioevo sognato e reinventato come luogo di idealità, avventura e purezza (in letteratura si può trovare un paragone in Scott), la fortuna dell’opera gotica continuerà attraverso Marschner prima e il Wagner dell’Olandese Volante poi sino alla metà del secolo.

Nato nel 1795 e morto nel 1861, Heinrich Marschner si forma musicalmente nell’ambito della temperie romantica del primo ‘800: fin da subito indicato come l’unico degno rivale (e poi erede) di Weber, strinse amicizia con Beethoven e Mendelssohn, l’eco dei quali – in particolare del secondo – si avverte chiaramente nella sua opera, sia per l’elaborata costruzione sinfonica sia per la fantasiosa ispirazione melodica. L’attenzione di Marschner, dicevo, si concentra in quel particolare aspetto del romanticismo che può identificarsi con la corrente gotica. Si ritrova nei suoi lavori quel gusto per i soggetti sovrannaturali, paganeggianti e macabri (il dilettevole orrore caro ai romantici), che tanta fortuna fecero al genere. Il suo capolavoro (e anche l’unica opera dell’autore in qualche modo sopravvissuta all’ingiusto oblio, peraltro favorito dall’ingombrante presenza wagneriana – e dei suoi osannanti accoliti – che ha fagocitato tutta la tradizione romantica precedente, ridotta a mero schizzo preparatorio della sua parabola artistica) testimonia l’attenzione di Marschner per i soggetti gotici: con Der Vampyr (1828) infatti si ha la prima raffigurazione – ispirata al folklore balcanico – del “non morto” che per continuare a vivere è costretto a nutrirsi del sangue di giovani fanciulle. Tanta fortuna avrà poi il tema sino al romanzo di Bram Stocker, che ne consacrerà il mito e lo porterà poi ad essere usato ed abusato nelle successive trasposizioni anche cinematografiche. L’opera, che conserva la struttura del singspiel (presentando i numeri musicali alternati a dialoghi recitati), si mantiene saldamente nel solco tracciato da Weber, anche se sono percepibili gli intenti dell’autore di forzare le convenzioni creando episodi omogenei e di grande tensione in cui si succedono senza soluzione di continuità ariosi, recitativi, cantabili, interventi corali. Sulla stessa linea il più tardo Hans Heiling, una cupa vicenda ambientata tra il popolo degli gnomi e il regno degli spiriti, il cui principe si innamorerà non ricambiato di una fanciulla mortale – la cui rappresentazione musicale servirà da ispirazione alla Senta di Wagner (ma tutta l'opera influenzerà L'Olandese Volante, sia dal punto di vista narrativo, sia per i dettagli musicali e per il trattamento vocale del protagonista baritono). Un ritorno al romanticismo più cavalleresco si avverte in Der Templer und die Jüdin, ispirata all’Ivanhoe di Walter Scott, e già tesa al superamento del numero chiuso verso un unico e continuo flusso narrativo musicale affidato all’orchestra (echi della partitura si avvertono persino in Lohengrin). Wagner, infatti, al di là della facile vulgata che lo vede come un lampo improvviso capace da solo di creare la “musica dell’avvenire” e totalmente svincolato dalle tradizioni operistiche precedenti, ha molti debiti nei confronti dell’opera romantica (e non solo). Già ne ho parlato nell’intervento dedicato a Die Feen, ma conviene qui ribadirlo: almeno fino a Tannhauser la musica wagneriana è fortemente influenzata, tra gli altri, da Weber, Mendelssohn e Marschner appunto (le cui opere gli erano ben note quando, in gioventù, come direttore dei teatri di Magdeburgo, Konigsberg e Riga, ne allestì diverse rappresentazioni). E in fondo che cos’è L’Olandese Volante se non una vera e propria opera gotica? Ne possiede, infatti, tutti i caratteri distintivi: l’ambientazione tenebrosa e notturna, l’amore perduto di Senta, l’apparizione demoniaca, la natura paganeggiante, la inseriscono a pieno titolo nello stesso filone del Vampiro. Stesse considerazioni per quanto concerne gli aspetti strutturali e musicali, i richiami al folklore, alla ballata e al Lied.

Una volta identificato l’ambito estetico e le radici culturali di queste opere, grave errore sarebbe – in una eventuale rappresentazione – farne dei drammi musicali ante litteram (come peraltro è accaduto e accade tuttora con Weber). La tentazione è favorita dall’errata valutazione dell’opera wagneriana, letta sempre alla luce degli sviluppi nibelungici successivi e mai inquadrata nel più corretto orizzonte romantico. Così come sarebbe un errore fare di Lohengrin, Tannhauser o, soprattutto, Olandese Volante, dei pesanti macigni consacrati a ipertrofiche orchestre e a volumi sonori e vocali tanto ampi quanto poveri di colore, ugualmente sarebbe sbagliato (anzi sarebbe ancora più sbagliato) riservare il medesimo trattamento a Marschner e al suo Vampiro, nell’erronea convinzione che la sua opera tendesse (o preparasse il terreno) agli esiti wagneriani. Lo stesso approccio vocale e la scelta degli interpreti dovrebbe tenerne conto: così come in Weber, in Fidelio e nello stesso primo Wagner, le voci istruite (o distrutte?) dai dogmi di Cosima, producono risultati inaccettabili, pure in Marschner ne sortirebbero effetti grotteschi. Al contrario, e se si riflette – come sarebbe doveroso – sui primi interpreti, su quelli, cioè, per cui l’opera è stata composta, si scoprirà che l’orizzonte stilistico del primo ottocento tedesco è completamente diverso, legato cioè alla tradizione immediatamente precedente, ancora belcantista nell’impianto e che, al di là delle differenze e delle varie forme che il romanticismo musicale assumeva nelle diverse culture, erano le stesse che cantavano Bellini, Mozart e Donizetti.

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sabato 7 giugno 2008

Fidelio e il classicismo ritrovato

Il 23 maggio del 1814 al Theater am Kärntnertor di Vienna, andava finalmente in scena Fidelio, oder die eheliche Liebe, terza ed ultima redazione dell’unica e tormentata fatica teatrale di Ludwig van Beethoven. Poco o nulla ci sarebbe da dire per introdurre l’opera: sono, infatti, ben conosciute da tutti le complesse vicende relative alla sua composizione, le differenti versioni susseguitesi dal 1805 (l’anno della sfortunata Leonore) sino alla versione definitiva, e il travaglio fatto di continue modifiche, aggiusti, revisioni, miglioramenti e cambiamenti di cui sono valide testimoni le 4 diverse redazioni dell’Ouverture (che conosceranno, poi, un autonomo e fortunato destino concertistico). Questa familiarità con l’opera, si riflette da una parte in una costante presenza della stessa nel grande repertorio – soprattutto nei teatri di tradizione germanica – dall’altra si distingue in una ragguardevole discografia, a partire dagli anni ’40 del secolo.
Tuttavia, nonostante la conoscenza del titolo da parte del grande pubblico, nonostante il buon numero di testimonianze discografiche e nonostante i grandi nomi che hanno affrontato il titolo anche in teatro, Fidelio è da sempre oggetto – rectius vittima – di due grandi fraintendimenti: uno di natura politica ed ideologica, l’altro di carattere interpretativo, che, forse, proprio l’ininterrotta tradizione esecutiva – anche ai massimi livelli – ha contribuito a perpetuare.
Da sempre, infatti, si è voluto leggere nel Fidelio una sorta di inno alla libertà dell’uomo, un invito rivolto all’Umanità tutta ad affrancarsi da ogni tirannide oscurantista, una più o meno esplicita traduzione musicale degli ideali della Rivoluzione Francese (che allora da poco aveva incendiato l’Europa). Complice di questa lettura è la vulgata che ha fatto di Beethoven l’epigono di un certo atteggiamento ideologico progressista (quando non rivoluzionario), un giacobino/libertario che avversò Napoleone (si pensi alle vicende legate alla Sinfonia Nr. 3) proprio perché ritenuto colpevole del tradimento di quegli stessi ideali: uno strenuo oppositore dell’ancien régime insomma. La realtà storica – al di là di queste suggestioni che si vorrebbe sorpassate – è ben diversa, anche se è ancora molto difficile superare la portata di tali pregiudizi (che oggi addirittura paiono estremizzarsi nelle mani di registi politicamente impegnati e totalmente digiuni di storia non solo musicale, basti pensare al recente Fidelio diretto da Claudio Abbado). Beethoven, al di là delle storielle e dell’aneddotica più spiccia, non fu mai un progressista, egli, anzi, rimase tutta la vita legato ad un’idealità illuminista e kantiana, fondamentalmente legittimista e quindi conservatrice dell’ordine legale e dello status quo. Limitando l'analisi alla sola opera in questione (anche se l'argomento - molto vasto - meriterebbe un più ampio approfondimento), bisogna innanzitutto basarsi sulle fonti. E partiamo da quella letteraria (di cui si deve necessariamente tener conto) che è un dramma francese a tesi marcatamente anti robespierriana, quel Léonore ou l’amour conjugal dell’avvocato Jan-Nicolas Boully (che fu liberale, monarchico, rivoluzionario, legittimista e poi ancora monarchico a seconda della convenienza politica del momento), e che intende celebrare i valori del singolo e dell’amore coniugale (il matrimonio tradizionale, come fulcro e fondamento di ogni società che vuole essere "giusta") contro i soprusi del nuovo potere (ancorché inteso come emanazione del popolo sovrano). Un testo fortemente legittimista in cui è lo stesso “potere tradizionale” – rappresentato dall’aristocrazia – a riparare i torti e a stabilire l’ordine. Altro che rivoluzione, altro che emancipazione dell’uomo! Beethoven non interverrà mai sulle tesi del testo, poiché espressioni anche del suo universo ideale, che è quello dell’ordine e della legittimità. In questo senso assume un significato illuminante una frase di Leonora che racchiude la struttura portante dell’etica beethoveniana, nel terzetto dell’Atto I (Nr. 5 della partitura): “Ich hab auf Gott und Recht Vertrauen”, cioè “confido in Dio e nel Diritto”. Moralità e legalità. Nulla quindi, di sovversivo o rivoluzionario. E anche laddove la scrittura beethoveniana pare prestare maggiormente il fianco a letture progressiste (il coro dei prigionieri o il finale II), in realtà, se meglio si osserva, si scoprirà come non vi siano mai accenti di rottura rivoluzionaria, ma di ripristino di un ordine legale, razionale e morale: una tensione soprattutto etica, che si potrebbe dire kantiana.
L’altro fraintendimento attiene invece all’interpretazione strettamente musicale. Anche qui l’equivoco è generato dalla solita vulgata che fa di Beethoven un compositore “romantico”, nel mito del genio solitario e tormentato. E di conseguenza Fidelio ne assume gli stessi caratteri. La forzatura – già evidente – assumerà proporzioni ancora più marcate allorquando, negli ultimi anni del XIX secolo e nella prima metà del XX, la critica, soprattutto quella tedesca, ormai vittima dell’ubriacatura wagneriana (i cui postumi persistono ancora oggi) e di certe concezioni messianiche della storia musicale (e non...), per cui tutto il preesistente non sarebbe stato altro che una preparazione all’avvento di Wagner (come se questo costituisse di per sé un necessario progresso), Fidelio diverrà, anch’esso come Gluck o come Weber, un prototipo di “dramma musicale” ante litteram. Da qui ne è derivato un generale appesantimento della partitura, schiacciata da organici sproporzionati, da una portata sonora sovrabbondante, da una imposta solennità retorica e fuori luogo, dall’esasperazione di tempi straordinariamente ampi, dalla preponderanza dell’elemento sinfonico e così via. L’effetto di questa lettura wagnerianamente orientata è la sparizione di ogni trasparenza, di ogni compostezza formale, di ogni leggerezza, di ogni languore, di ogni rimando a Mozart e a Haydn, compromettendo così il classicismo della partitura, i suoi equilibri e le sue proporzioni, e ignorandone scientemente il carattere di Singspiel (giustificando così anche i tagli, tra cui l’aria dell’oro, perché troppo “leggera” e incongrua in una lettura così fortemente indirizzata, o l'omissione - e la rielaborazione - dei dialoghi parlati). Fidelio andrebbe, invece, inteso nella scia di quelle opéra à sauvetage che conobbero enorme diffusione a cavallo dei due secoli e che furono – insieme alla più composta tragedia di tipo classico – l’espressione più tipica del neoclassicismo musicale, avendo in Cherubini (definito da Beethoven “il più grande di tutti”) l’incontrastato paradigma.
Del resto anche l’analisi della partitura rimanda necessariamente a questa dimensione estetica. Sia per ciò che attiene al trattamento orchestrale sia per ciò che concerne le voci. La vocalità richiesta per Leonora, infatti – nonostante alcuni ritengano sia appannaggio delle più esagitate “sbraitatrici” wagneriane – è quella del soprano mozartiano (di un Mozart classico però, non delle odierne riletture baroccare), ricco di sfumature, dal legato impeccabile e dal fraseggio morbido, un Mozart "all'taliana" quindi, sicuro nell’acuto e nelle agilità, come lo furono, del resto, le prima interpreti (da Pauline Anna Milder Hauptmann – il cui repertorio includeva Spontini, Gluck, Pamina e Donna Elvira, nonché il Bach della Matthaus-Passion riesumata da Mendelssohn del 1829 – alla Schroder-Devrient nel 1822 alla presenza dello stesso Beethoven, fino alla Malibran). Ancora più spinosa la questione relativa a Florestano, spessissimo risolto in chiave di Heldentenor, con tutti gli inevitabili inciampi nella grande aria dell’atto II, con tanto di cabaletta (nella versione finale), che richiede ovviamente il dominio del registro acuto e delle agilità e dove i mastodonti wagneriani si strozzano o affogano. Anche Don Pizzarro fu vittima della trasformazione di Fidelio in “dramma musicale” e così il timbro chiaro e raffinato di Johann Michael Vogl (primo interprete del ruolo, baritono dal repertorio molto ampio che includeva oltre a Gretry, Cherubini, Mozart e Weigl, pure ruoli da tenore, come nell’Idomeneo, e che fu tra i più grandi divulgatori dell’opera liederistica di Schubert), si trasformò via via nei tornituranti orchi nibelungici a cui siamo ormai avvezzi. Marzelline, Jaquino e anche Rocco, invece, appartengono a quei ruoli di mezzo carattere, leggeri quasi comici, tipici del Singspiel, peculiarità queste irrimediabilmente perse (o sdegnosamente rigettate) nella fuorviante lettura wagneriana dell’opera, che nella sua ponderosa seriosità non ammetteva “leggerezze” e divagazioni.
Ora, il combinato disposto dei due suddetti equivoci può portare (e spesso ha portato) a risultati del tutto estranei all’opera così come venne composta da Beethoven. Oltretutto, mentre negli anni’50 e ’60 questa lettura poteva trovare da una parte la giustificazione storica di una tradizione esecutiva ormai ritenuta maggioritaria, dall’altra il riscatto di questi fraintendimenti attraverso l’indubbio fascino di interpretazioni esaltanti, oggi la sua riproposizione appare grottesca. Come del resto, è grottesca una lettura minimalista che si vuole collocare ideologicamente agli antipodi, secondo gli invalsi schemi baroccari che, se evita l’ipertrofismo tardoromantico che ne ha dilatato i confini, non riesce a “riempire il vuoto” lasciato sul campo. Eppure basterebbe ritornare ad un’estetica classicista appena screziata dalle temperie dello Sturm und Drang e ad un canto ortodosso e all’italiana (che ha i suoi riferimenti in Mozart e Haydn), per trovare un convincente equilibrio! Naturalmente accanto ad una impostazione eccessivamente romantica (il cui valore, ancorchè deformante, sarebbe ingiusto sottovalutare), coesistono interpretazioni che hanno invece recuperato il carattere originale del Singspiel di Beethoven.
Se si scorre la vasta discografia dell’opera si osserverà come i grandi interpreti si siano mossi essenzialmente su queste due direttrici. Da una parte la scuola storica di Bruno Walter, Toscanini, Furtwaengler, Klemperer, fino a Solti. Dall’altra parte in un ritorno a dimensioni neoclassiche e al recupero del carattere di Singspiel: Erich Kleiber, Fricsay, Karajan e Bernstein (ma questo recupero del classicismo si intravede anche nelle edizioni di Vittorio Gui). Se si ascolta Furtwaengler – e parlando di Fidelio non si può che partire da qui – si ha l’esatta idea del fascino esercitato dalla lettura iper romantica, dalla sua tensione morale, dalla visione da opera-oratorio: una forzatura certamente, ma così splendidamente eseguita da risultare convincente. Parlo soprattutto dell’edizione live del 1950 con la Flagstad che, seppur esponente di un canto che per mille ragioni non si attaglia a Leonora, tuttavia, coerentemente con la concezione di Furtwaengler appare qui splendida interprete. Nell’incisione in studio del ’53, invece, il grande direttore, confermando la propria lettura, opterà per una Mödl assai più problematica, soprattutto nel registro acuto, palesando tutti i limiti della wagnerizzazione dell’opera. Stesse considerazioni possono essere spese per il Florestano di Patzak e di Windgassen, che non riescono - perché non possono – superare agevolmente lo scoglio dell’aria e della cabaletta. Certo i momenti corali e sinfonici rimangono tra i più esaltanti di cui resti testimonianza (valgano per tutti il coro dei prigionieri nell’edizione in studio e la Leonora III – inserita prima del finale II, e salutata da un uragano di applausi – nel live). Anche Toscanini nel ‘44 si era mosso nella stessa direzione (senza però indulgere in nessun eccesso di solennità), anzi accentuando ancor di più l’aspetto drammatico e sinfonico anche se con tempi assai più concitati di quelli adottati poi da Furtwaengler. Molto convincenti i protagonisti, la Bampton e, soprattutto, Peerce, pur con tutti i problemi che le rispettive vocalità comportano (è sempre questo il punto: la lettura storica inciampa necessariamente negli scogli della vocalità che mal si adatta a voci wagneriane). Lo stesso Walter (nel ’41 e poi nel ’51) pur restando fedele all’impostazione del “dramma musicale”, stacca tempi rapidi e vibranti senza eccedere in compiacimenti e con grande presenza teatrale. Una splendida direzione, affiancata da una splendida Flagstad (soprattutto nel 1941) nella sua migliore interpretazione di Leonora, non statua di marmo, ma essere umano che soffre davvero (ed è straordinario vedere come la differenza di bacchetta produca nei medesimi cantanti personaggi anche diametralmente opposti). La lezione di Furtwaengler verrà poi estremizzata da Klemperer nel 1962: l’atmosfera è solenne e ieratica, i tempi sono larghissimi, l’orchestra è granitica, compatta e maestosa, ma la teatralità è bandita così pure ogni accenno di classicismo. Non è affatto priva di fascino questa versione oratoriale (soprattutto negli imponenti squarci sinfonici e corali e nella percepibile tensione morale dell’insieme), tuttavia non è il Fidelio di Beethoven. Il cast, in compenso presenta una Ludwig e un Vickers nelle loro condizioni migliori, e questo evita alcuni (solo alcuni...) dei soliti problemi. Da questo solco interpretativo non si sposterà neppure Solti (e poi, con risultati alterni Haitink, Dohnàny, Davis e, con risultati pessimi Rattle e Barenboim). Parallelamente a questa concezione, coesiste un’altra visione dell’opera (contemporanea a quella storica, dimostrazione quindi che non si può liquidare il passato come portatore di una sola tradizione esecutiva e che ormai sarebbe superata), che ne recupera il carattere originale di Singspiel e ne restaura la classicità, la trasparenza, i rimandi a Mozart e a Haydn, i debiti a Cherubini. Una visione più moderna ed equilibrata che ripulisce orchestra e voci da certe pesantezze wagneriane, e che sposta l’attenzione dalle alte ed astratte idealità di un teatro pretestuosamente didascalico (nell’equivoco ideologico di cui già ho parlato) ad un più concreto approccio che vede l’uomo e i suoi rapporti come centro di interesse e di indagine. Dove, finalmente, la poeticità e la fragilità degli affetti umani e individuali, non viene soffocata dai roboanti vessilli di utopie palingenetiche. In questo senso è emblematica l’edizione diretta da Erich Kleiber nel ’56, capolavoro di equilibrio nel saper dosare i tanti aspetti che caratterizzano la partitura, senza forzarne mai la portata. Ricca di chiaroscuri, di sfumature. Con un suono orchestrale puro e trasparente, ma allo stesso tempo screziato di malinconie preromantiche. A ciò si aggiunga un ottimo cast in cui spicca una Nilsson che riesce a dominare le asperità di Leonora, senza sforzi, senza scivoloni. Sulla stessa linea Fricsay nel ’57 che sottolinea ancora di più le ascendenze mozartiane del Fidelio. Interpretazione che trova ulteriore conferma con Karajan nel 1962 (live da Salisburgo con cast pressoché identico a quello di Klemperer, ma con un risultato finale del tutto opposto: anche se i cantanti non rispondono come dovrebbero - in particolare Vickers - all'impostazione orchestrale) e poi nel 1970 in studio di registrazione (dove il virtuosismo direttoriale del direttore salisburghese potrà esprimersi ai livelli massimi, realizzando un’esecuzione di tuttora ineguagliata ricchezza espressiva, varietà sonora, cura del dettaglio e bellezza timbrica - peccato per il solito Vickers). Infine, sulla stessa linea, Bernstein. Si potrebbe dire qualcosa – per avvicinarci all’oggi – dell’edizione diretta da Harnoncourt: tuttavia le intuizioni del direttore e la sua interessantissima e personalissima lettura, sono irrimediabilmente compromesse da un cast vocale non all’altezza (esattamente come nel caso del suo Freischutz). Sulle incisioni di Rattle e Barenboim, invece, meglio stendere il velo dell’oblio. Così pure l’inaccettabile edizione di Gardiner (che tra l’altro, dichiara di rifarsi alla prima versione dell’opera, mentre in realtà confeziona - spigolando tra le diverse redazioni - un libero e discutibilissimo riadattamento di cui non si comprende il senso). Un accenno, infine, alla questione della Leonora III. Terza redazione dell’Ouverture, anch’essa scartata da Beethoven a favore di quella che oggi ascoltiamo nella versione definitiva dell’opera, il brano, in ragione della sua straordinaria bellezza, venne recuperato dalla prassi teatrale ottocentesca (credo che il primo fu Otto Nicolai) e inserito inizialmente tra primo e secondo atto, poi (in una tradizione che risale a Mahler) collocato prima del finale II. Ovviamente se si ragiona con l’intransigenza di una pretesa filologia d’accatto, tale inserimento è sempre censurabile. Ma se si ragiona dal punto di vista musicale non si capisce perché mai rinunciare ad uno straordinario effetto, quando inserito in una visione coerente e motivata: penso a Bernstein (per me il più grande direttore beethoveniano della nostra epoca) che non solo opta per l’inserimento della Leonora III prima del finale, ma la salda alla struttura musicale dell’opera, eliminando lo stacco tra l’ultimo duetto Florestano/Leonora e l’inizio dell’Ouverture, lasciando che l’uno sfumi nell’altra, prolungando l’accordo finale del primo nell’attacco della seconda (privata del colpo di timpano iniziale). Splendido! Non è filologico? E chi se ne importa..

Gli ascolti

L. van Beethoven - Fidelio

Atto I

Abscheulicher - Kirsten Flagstad (dir. Bruno Walter)

Atto II

Gott! Welch Dunkel hier - Jacques Urlus, Hermann Jadlowker

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