giovedì 16 luglio 2009

Corsi e ricorsi...

L’ultimo numero della rivista Classic Voice, propone – annunciata sin dalla copertina – un’intervista “doppia” alla coppia Dessay & Pirgu, in occasione dell’imminente debutto della diva nei panni di Violetta Valery, tra i cactus di Santa Fe, New Mexico, e con il tenore albanese nel ruolo dell’amato Alfredo. Le domande, invero, non oltrepassano mai quel limbo di superficialità e banalità tipico di siffatte occasioni, a mezza via tra il celebrativo (della star) e il promozionale (dell’evento), tuttavia la lettura risulta abbastanza interessante e – relativamente ad alcune dichiarazioni del soprano francese – sorprendente.
A domanda circa l’esistenza di una o più tecniche di canto, infatti, la Dessay risponde testualmente: “Penso che esista una sola tecnica; ma siccome le voci sono diverse, i risultati possono variare. La tecnica standard è quella italiana, con la voce che si espande salendo. Consente la massima flessibilità nella più ampia gamma di repertorio”.

E ora? Non era la stessa Dessay a sostenere che non fosse necessario cantare in maschera e che quella italiana fosse solo una tecnica e nemmeno la più importante (e comunque non quella adatta per il barocco filologizzato)? Non era proprio lei ad essere additata – in certi ambienti – come la “campionessa” di un altro modo di cantare “più moderno, più alla moda, più internazionale” rispetto alla provinciale e reazionaria scuola italiana (che solo “biechi e ottusi” passatisti - usi a imperversare loggioni che taluni vorrebbero normalizzati - si ostinerebbero ancora a considerare condicio sine qua non di ogni repertorio, e additati, per questa ostinazione, ad esclusivi colpevoli dell'assenza dei pretesi big del canto dai palcoscenici nazionali)? Forse una revisione tardiva di certe posizioni che tanto sono à la page nel mondo musicale francese (vittima più di altri delle odierne manie baroccare), dovuta, magari, al fatto che lontana dal patrio suol non è più costretta ad assecondarne i dogmi e i deliri (per ottenere gli applausi della critica d’oltralpe - e di certa critica nostrana che nasconde il proprio isterismo con senili conversioni e incoerenze)? O forse si è resa conto che – in un momento “difficile” della sua carriera (non per mancanza di successo, ma per necessario ripensamento di repertorio) – proprio nella perfezione di quella tecnica – tanto trattata, sino all'altro ieri, con sufficienza e irrisione – vi è l’unica e possibile cura a certi problemi vocali, che nemmeno i fans più ortodossi fingono più di non sentire (e quella tecnica la Dessay, prima di cadere vittima dei suoi stessi pregiudizi, la padroneggiava come poche cantanti del presente)? Oppure si tratta di una captatio benevolentiae nei confronti di quell’ambiente liquidato da taluni con il termine “vociomane” (in accezione spregiativa, s'intende), in vista dell'azzardato debutto in Traviata e dell’inevitabile strascico di polemiche, discussioni e “battaglie” che tale debutto necessariamente comporterà? O forse una nuova maturazione, dovuta al tempo che passa e alle ultime esperienze canore: deludenti rispetto alle aspettative – e di ciò la prima ad esserne conscia non può che essere la Dessay stessa? Comunque sia, qualunque siano le motivazioni recondite o palesi, se in mala o buona fede, se per calcolo opportunistico o umile sincerità, stavolta la diva si merita un applauso a scena aperta, con lancio di rose e richiesta di bis!

Gli ascolti

Auber - Manon


Atto I

Bourbonnaise (C'est l'histoire amoureuse) - Adelina Patti (1895)

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martedì 14 luglio 2009

Idomeneo ad Aix: riflessioni.

Venerdì sera abbiamo assistito alla diretta televisiva dell'Idomeneo da Aix-en-Provence.
I fischi che hanno accolto la regia del signor Olivier Py, al pari di quelli che hanno salutato il Lohengrin allestito la settimana scorsa a Monaco di Baviera, sotto la guida scenica del signor Richard Jones, ci impongono certe riflessioni.
Gli allestimenti cosiddetti moderni, in giacca e cravatta, sono storia vecchia. Il primo spettacolo di questo tipo venne proposto a Berlino nel 1937. L'opera era Macbeth e la protagonista femminile Sigrid Onégin. Leggere la biografia di Rudolf Bing per sincerarsi. Ricordare a se stessi che da quella rappresentazione sono passati settantadue anni.

Nel corso degli anni quella che era una novità si è tramutata prima in una consuetudine, quindi in un luogo comune. Oggi davvero logoro. L'esatto opposto dell'innovativo e dell'avanguardia che vorrebbe essere. Anzi è divenuta la regola e la modernità sarebbe un bell'allestimento di Idomeneo con colonne neoclasssiche e consimili. Ossia quella Grecia classica che agitava le menti dei contemporanei di Mozart, che stavano chiudendo la stagione barocca.
Quello che disturba e offende non è solo la totale estraneità di questo tipo di spettacoli all'opera da mettere in scena (l'Idomeneo, come tutte le opere serie del Settecento, non ha nulla che spartire con l'attualità e il quotidiano, e basta leggere Winckelmann per rendersene conto), ma soprattutto l'infallibile bruttezza degli allestimenti. Bruttezza che fa il paio con quella, altrettanto infallibile, degli allestimenti polverosi e vecchio stile che i registi di presunta avanguardia vorrebbero cancellare con l'opera loro.
Spettacolo dopo spettacolo ci vengono proposte sempre le stesse, rimasticate immagini. La guerra di Troia diventa il solito conflitto paracolonialista con venature palestinesi. Il palazzo di Idomeneo una giungla urbana fatta di casette prese in prestito al presepe o alla scenografia del celebre varietà Milleluci. Elettra ovviamente è una psicolabile che compie abluzioni servendosi di un secchio di sangue e ovviamente si pugnala. Insomma: noia, noia, noia.
I balletti ovviamente geniali e intellighentissimi mostrano piuttosto le doti fisiche che l'arte coreutica dei danzatori. E anche qui nessuna novità rispetto alla tradizione più deteriore. Siamo espliciti e senza falsi pudori: in altri luoghi reali e virtuali ci si può "pascere" della visione di un bella figura. Di maschio, naturalmente!
Certo rimane l'umanizzazione dei personaggi. Perché se Idomeneo ha cappotto e giacca e cravatta, e se Ilia indossa un tailleurino da hostess Alitalia, il pubblico più facilmente palpiterà per la loro sorte, pensa il regista. Peccato che le figure dell'opera seria di umano, meglio di reale abbiano nulla o ben poco. Il re, l'eroe, la principessa e la Furia (perché queste sono le figure dell'Idomeneo) sono l'espressione di affetti ideali, non di sentimenti più o meno naturalistici. Che piaccia o che non piaccia.
Inviterei i nostri lettori alla consultazione di un brano che ritengo illuminante e che tutti i registi scenografi e costumisti dovrebbero mandare a memoria e sul quale riflettere lungamente. Si tratta della recensione che Ugo Foscolo dedicò, stroncandolo, all'Adelchi manzoniano. E lo stroncò sul presupposto fondato della assoluta mancanza di aderenza ai canoni classici della tragedia.
E' compito degli interpreti (cantanti e direttore) mettere in luce la dimensione degli affetti. Il quartetto di Aix, freddino e tirato via alla bell'e meglio, priva l'opera della sua pagina più struggente e comunica solo una gran voglia di scappare dal teatro. O di cambiare canale.
Resistere sino alla fine è atto di assoluto eroismo. L'intelligenza, la cultura possono essere stimolate e provocate, non offese.
Offese dal ripetere e riproporre cose che sono vecchie quanto il descrittivismo di Zeffirelli, che sono estranee alla poetica ed al gusto del tempo e che dovrebbero servire solo a mascherare una men che mediocre esecuzione vocale e strumentale.
Perchè altro aspetto dimenticato quando non vilipeso è che trattasi ancora di opera e non di teatro da repubblica di Weimar.
Insomma nessuno dice che si debba tornare alle scene dipinte. Anche se in tempi di ristrettezze economiche non sarebbe male utilizzare quello che si ha in dispensa, rectius in magazzino, prima di imbarcarsi in nuove, onerose produzioni. Ma è tempo che i registi comincino a capire che non tutto può essere loro permesso. Il pubblico, come l'altra sera ad Aix, ha modo e a quanto pare intenzione di farlo presente ai diretti interessati.
E ci auguriamo che questa sia la novella strada. Dopo l'augurio, il dubbio che i soggetti deputati a "gestire", imbottiti della loro cultura, ripeto loro cultura, siano in grado di reagire.




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domenica 12 luglio 2009

La stagione ideale: La muta di Portici

Proseguiamo con la nostra stagione ideale o dei sogni che dir si voglia, e lo facciamo con un titolo tanto importante (in ogni senso) quanto raro e anzi invisibile, almeno negli ultimi decenni: La Muette de Portici di Daniel-François-Esprit Auber, su libretto di Eugène Scribe e Germain Delavigne, andato in scena per la prima volta al Théâtre de l'Académie Royale de Musique (Opéra) di Parigi il 29 febbraio 1828.

La scelta è dettata in primo luogo dal fascino esercitato dal titolo, il primo grand opéra mai composto, nonché modello per i successivi e anche per composizioni estranee al genere (basti sentire il coro del mercato nel terzo atto e confrontarlo con quello che apre il quarto atto di Carmen). Fascino cui contribuisce non poco la tradizione esecutiva del titolo, che si è avvalsa di alcuni dei più grandi cantanti della storia, molti dei quali eminenti virtuosi rossiniani (a ribadire, se non bastasse l’ascolto, la prossimità di questa musica al melodramma serio italiano del primo Ottocento). Tenuta a battesimo da Adolphe Nourrit e Laura Cinti-Damoreau (la “golden couple” della stagione parigina del Pesarese, già interprete de Le siège de Corinthe e Moïse et Pharaon e di lì a poco destinataria de Le comte Ory e Guillaume Tell), in un allestimento che schierava fra gli altri Henri-Bernard Dabadie (futuro Tell) nel ruolo di Pietro, La Muette conobbe presto i favori di molte primedonne e primi uomini, da Julie Dorus-Gras (che fu la principessa Elvira alla Monnaie di Bruxelles, nel 1829 e poi di nuovo nell'agosto 1830, nella celeberrima edizione che spronò alla rivolta i ribelli anti olandesi) a Domenico Donzelli (primo Masaniello alla Scala nel 1838), ai coniugi de Candia, che proposero il titolo al Covent Garden nel 1849, teatro in cui, l’anno successivo, il pubblico potè udire, nei panni del protagonista maschile, Enrico Tamberlick, mentre nel 1851 al Regio di Torino l’eroico capo dei lazzaroni fu interpretato da Gaetano Fraschini (ed è facile immaginare il rilievo conferito dal tenore “della maledizione” alle veementi frasi del finale secondo). Com'è ovvio, ognuno di questi interpreti poteva e doveva adattare le rispettive parti alle proprie caratteristiche vocali (Donzelli ad esempio ben difficilmente avrebbe potuto cantare una parte scritta per il giovane Nourrit senza ricorrere a trasporti e riscritture), sempre ovviamente nel rispetto del carattere della musica e magari incrementando, ove possibile e lecito, le difficoltà previste dal compositore. Potevano esserci tagli, ma ben difficilmente il pubblico si sarebbe accontentato delle semplificazioni non poco mortificanti che taluni vorrebbero far passare per "variazioni".

Dopo almeno sei decenni di fortuna e complice il tramonto delle scuole di canto ottocentesche, di cui il disco fortunatamente ha preservato gli ultimi splendori, il titolo scompare progressivamente dai palcoscenici (su alcuni, come quello del Met, era stato in ogni caso una meteora) ed è solo l’amore e l’interessamento di pochi divi (Fernand Ansseau, ad esempio, di cui proponiamo in appendice il duetto del secondo atto) a tenere in vita La Muette, fino all’esecuzione proposta dalla radiotelevisione francese nel 1971, in occasione delle celebrazioni per il centenario della morte del compositore. A questa benemerita iniziativa seguirono altre riprese (perlopiù in forma di concerto, e quasi mai notevoli per cantanti e direttori coinvolti) e la registrazione dell’unica versione in studio disponibile su cd, realizzata dalla EMI nel 1987, con un cast guidato da un Kraus purtroppo non più al massimo della forma e da una poco motivata June Anderson, il tutto sotto la bacchetta affidabile, se non trascinante, di Thomas Fulton. Decisamente poco per un’opera che, al di là dell’importanza storica e delle illustri memorie, ha dalla sua una dimensione spettacolare che l’esecuzione concertistica o l’ascolto su disco non può che indebolire fatalmente.

Come ogni grand opéra che si rispetti, La Muette esige, per non trasformarsi in un festival di buone intenzioni e noia assicurata, cantanti in grado di onorare le richieste della partitura. Nello specifico, le prime parti sono essenzialmente due, vale a dire Masaniello ed Elvira. Alfonso, pur dovendo affrontare un’aria solistica inserita nell’introduzione al primo atto, gioca un ruolo tutto sommato di secondo piano; altrettanto dicasi, e a maggior ragione, per la parte del basso (Pietro).
Alla principessa Elvira compete la gioia venata di superbia della dama di rango in procinto d’impalmare il figlio del viceré di Napoli, quindi lo sdegno per l’infedeltà del promesso sposo e al tempo stesso l’affetto sincero nei confronti della sventurata Fenella, e infine, negli ultimi due atti, la commovente perorazione rivolta a Masaniello e alla sorella, perorazione che condurrà la vicenda al suo tumultuoso finale. Nella grande aria di entrata "Plaisir du rang suprême", Elvira si esprime con gli stilemi della primadonna rossiniana, a partire della formula stessa dell’aria bipartita, composta da un cantabile di contenute dimensioni e da una cabaletta di fiammeggiante virtuosismo. Quando poi il virtuosismo è debitamente "rimpolpato" dall’interprete (si veda quanto proposto da Frieda Hempel, di cui forse si può censurare il gusto, ma non l’eccellente tecnica, che, proprio perché eccellente, si traduce in somma sapienza espressiva), l’effetto del pezzo è irresistibile. Di non minore rilievo sono il duetto con Alfonso al terzo atto e soprattutto la cavatina “Arbitre d’une vie”, che esige un legato e una eloquenza di alta scuola.

Ancora più complessa e, quindi, fonte di soddisfazioni ancora maggiori per il cantante è la parte di Masaniello. Al protagonista maschile spettano ben tre assoli: la barcarola “Amis, la matinée est belle” al secondo atto e, al quarto, l’aria “O Dieu! toi qui m'as destiné” e quindi l’aria del sonno “Du pauvre seul ami fidèle”. La barcarola, come ogni brano lirico di sapore popolaresco (vedi, per citare un’opera italiana, l’assolo “Di’ tu se fedele” dal Ballo in maschera), deve essere interpretata con grande misura, e questo per due ragioni: da un lato è la parodia (nell’accezione letterale) di una canzonetta, dall’altro è l’inno cifrato della rivolta imminente. E nessun congiurato vorrebbe essere sorpreso a strillare i propri progetti. Il tono eroico e la necessità di sfoggiare un’autentica coloratura di forza caratterizzano tanto il duetto patriottardo al secondo atto quanto l'assolo in apertura del quarto, laddove invece l’aria del sonno, sublime ninnananna per l’esausta Fenella, esige prima di ogni altra cosa compostezza, intensità e fantasia nella gestione della linea del canto, caratteristiche che sono la conseguenza di un canto perfettamente sul fiato. Fra l'altro proprio quest'ultima pagina sollecita al massimo il registro acuto (nell'ambito di una parte di per sé decisamente acuta), che deve essere squillante e al tempo stesso dolcissimo. Non per caso, è (o meglio detto, stante la rarità attuale del titolo: era) prassi diffusa l'abbassamento di un tono intero.

Un ruolo chiave, nell’allestimento di questa opera, spetta poi al duo cui, nei moderni allestimenti lirici, si è soliti assegnare il potere assoluto: la coppia direttore-regista. È auspicabile infatti che il responsabile della parte musicale e il curatore dell’aspetto visivo maturino assieme una visione dell’opera, che consenta allo spettacolo di sembrare qualcosa di più che una festa in maschera o una sfilata di moda con accompagnamento di musica dal vivo. Ciò ovviamente presuppone che direttore e regista abbiano lungamente riflettuto sul libretto e sulla partitura, conoscano e apprezzino il lavoro di poeti e compositore, siano al corrente delle difficoltà che i cantanti scritturati per l’occasione dovranno affrontare e sappiano quali strategie o magari quali stratagemmi adottare per consentire agli esecutori di uscire vivi dalle rispettive parti e alla rappresentazione di approdare in porto nella maniera più felice possibile. Ma al giorno d’oggi queste piccolezze sono da molti ritenute superflue. In fondo di una regia si valuta principalmente (per non dire: solo) se “abbia qualcosa di nuovo da dire” o se “riveli aspetti inediti” del titolo scelto, magari attraverso una bella ambientazione novecentesca, che tramuti Scribe e Delavigne in precursori di Curzio Malaparte.
Il direttore poi, lungi dal valorizzare le atmosfere grandiose di questo monumentale affresco in musica, saprà soddisfare le aspettative di certo pubblico e soprattutto certa critica, proponendo una versione superintegrale (avendo magari a disposizione cantanti capaci di arrivare sì e no alla fine del terzo atto) e, dall'inizio alla fine dell'opera, una fiumana orchestrale massiccia e inarrestabile (con gli interpreti che arrancano alla disperata ricerca di un attacco). Superfluo aggiungere che Nomi di prestigio, sul podio come in cabina di regia, saranno per siffatto pubblico e siffatta critica un valore aggiunto non indifferente. Tutto considerato, forse non è un male che La Muette de Portici resti confinata alle fantasie dei melomani.


Gli ascolti

Auber - La muette de Portici


Ouverture - Jean Doussard (1971)

Atto I

Plaisir du rang suprême...O moment enchanté - Frieda Hempel (1910)

Atto II

Amis, la matinée est belle - Emile Marcelin (1913)

Mieux vaut mourir que rester misérable...Amour sacré de la patrie - Fernand Ansseau & Tilkin Servais (1930)

Atto IV

Du pauvre seul ami fidèle - Léon David (1905), Hermann Jadlowker (1913), Jacques Urlus (1916)

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giovedì 9 luglio 2009

Aida alla Scala: secondo cast e repliche

Breve bilancio di questa produzione scaligera di Aida dopo l’ultima di sette rappresentazioni, ieri sola recita pubblica con il secondo cast annunciato ab origine, Urmana, d’Intino, Licitra, Pons, Prestia, Spotti e mia terza recita, dopo la prima e la terza, quest’ultima per sentire la prova di Manon Feubel. Bilancio cui partecipano anche i resoconti e le opinioni di amici fidedegni che hanno assistito alle altre rappresentazioni. Bilancio per certi versi sconcertante e che dà molto da riflettere, dato che si tratta di opera di repertorio corrente.

In primo luogo la bacchetta. Si è arrivati all’ultima recita per assistere ad una serata in cui i fuori tempo che hanno caratterizzato le rappresentazioni precedenti, in particolare quelli al terzo atto, finalmente sparissero ( tremendo e marchiano lo svarione udito alla terza all’attacco del concertato dell’atto II dopo il passaggio delle trombe del trionfo e che ha spiazzato l’intero palcoscenico…). Troppo spesso durante le recite si sono uditi scollamenti buca – palco, cantanti indietro o avanti l’orchestra e scombicchieramenti analoghi ( penso alla terza recita con Pons che perde le battute “ Pensa che un popolo che muor vinto straziato..” o la salita anticipata al do dei Cieli azzurri della Feubel…).
Finalmente ieri sera le cose stavano insieme come avrebbero dovuto stare sin dalla prima recita, e così ci siamo fatti un‘idea dell’Aida di Barenboim, che non ci è parsa nulla di speciale ma semplicemente …una buona Aida. E’ rimasto rumoroso come alle prime rappresentazioni nella danza dei moretti ed in certi passaggi del trionfo, moscio e senza epica ( le trombe del trionfo mi parevano tanto liriche da essere più consone all’introduzione all’aria di Ernesto nel Don Pasquale..) per un momento che mi pare inequivocabile nella sua essenza; al contrario intenso e struggente in certi momenti come nel terzo atto, quando ha staccato un tempo ampio ad Amonasro nel “ Pensa che un popolo che muor ” ( peccato che ci volesse un Dio dei baritoni come Galeffi per reggere quell’intensità ampia e crescente con il canto…) , o certi passi del duetto Amneris Radames come la scena della tomba. Luci ed ombre, direi. E poche prove. E stacchi di tempo che hanno troppo spesso spiazzato i cantanti, che ne han fatto le spese sulla loro pelle. Pergiunta la qualità del suono dell’orchestra non è stata nulla di che, e da una bacchetta di questo calibro non è illecito avere aspettative direttoriali, soprattutto da un direttore che nel su teatro berlinese il repertorio lo ha praticato, e parecchio. Peccato.

Aida. Desaparecida la Fantini, pareva dovesse cantare l’audizionata Feubel, sostituita invece dalla Siri, che ha retto, non senza fatica, le repliche. Con voce inadatta al ruolo è stata la migliore ad opinione unanime. La Feubel ha deluso, e le ragioni della sua non andata in scena, salvo che per una sera, son state chiare. Mancanza assoluta di voce in zona centrale e grave, tanto da essere quasi inudibile in interi momenti della parte. Impressionante il vuoto di voce al terzetto di ingresso, come in certe frasi dell’aria del I atto ( “I sacri nomi di padre e d’amante…”), come al terzo. L’orchestrale di Aida non è quello dei Foscari, si sa, e la parte è diversamente scritta dunque…
Violeta Urmana ha cantato meglio rispetto al 2006, almeno stando a quanto udii allora. La voce è piccola, poco sonora, “mangiata”, come si dice in gergo, da un cambio inopinato di registro, che, in virtù di un canto non sul fiato e di una voce che anche da mezzo non era del tutto sfogata, ha causato la riduzione di volume. L’assottigliamento della voce che la cantante lituana deve operare per raggiungere la zona acuta la fa “vocina”, inadatta alle opere da soprano pesante. Ieri sera i do c’erano anche, ma sempre tirati, in mezzo a suoni falsettanti e spesso anche stonacchiati. Non riesce a forare negli ensemble nonostante stia sempre al proscenio. Di contro le manca il centro, il corpo vero della voce, fatto che rende la sua Aida incapace di qualsiasi colore perché priva di cavata. Le forcelle scritte da Verdi sono volate via come ogni tentativo di fraseggio, che è stato sempre monotono e piatto ( penso alla prima aria o al duetto con Amneris…). Che dire? Ha cantato, certo, ha messo lì un canto migliore di quello esibito al Macbeth ma …..le jeux sont fait per lei..

Radames ieri era Salvatore Licitra. Voce grande e ancora bellissima nel centro: ha cantato male, per il semplice motivo che gli acuti non ci sono più, perché son sempre stati emessi con la forza della dote naturale e non con la perizia della tecnica. La parte, per giunta, ne ha tanti, e da eseguire con squillo. E’ entrato con un recitativo bellissimo e poderoso: impressionante! Poi ha attaccato l’aria e la gola si è chiusa sin dalla prima battuta: il canto si è fatto strozzato o forzato, e da lì la musica non è più cambiata. Al centro le cose girano, in alto un disastro, con tanto di stonature e fissità, dovute anche al fatto che il tenore spinge tantissimo. Troppo. Non ci sono sfuggiti gli innumerevoli tentativi di piano, intenzioni belle e pertinenti ( un classico quella sul “vicino al sol” dell’aria ), ma eseguiti in modo sempre avventuroso, con sonorità tanto strozzate da causare mormorii tra il pubblico. In breve, ha faticato nella scena del tempio, non ha “bucato” nel concertatone del II atto, ed è crollato al III, dove ha stonato frequentemente in maniera vistosa, come pure al IV atto nella scena della tomba. Qualche contestazione al suo indirizzo, poche grazie l’alto numero di turisti.
In questo alternarsi di tenori, ove pure Fraccaro ha trovato la sua serata di contestazioni aperte alla sesta recita, cantata, stando alle cronache, come le altre sere, non ha trovato spazio Stuart Neill. Nella sua recita non è stato una folgore ma pare, stando alle cronache, che a parte un paio di svarioni evidenti, fosse il migliore dei tre. A voi informarvi ulteriormente da amici e conoscenti, ma se così è stato, c’è da domandarsi il perché bacchetta e direzione del teatro non lo abbiano fatto cantare di più.

Amneris ieri sera è stata Luciana d’Intino, della cui bellissima voce resta abbastanza poco sotto il peso di una carriera costellata da serate verdiane, senza essere mai stata voce veramente verdiana. Ha cantato con voce poitrinèe nella zona centro grave, con buona sonorità e tentando di governare, nei limiti del possibile, l’emissione, mentre in quella acuta la voce è indietro, nettamente meno sonora ed ovattata. In più “lo scalino” della voce è netto, tanto che le due voci sono immiscibili, con danno del legato in zona centrale. E’ stata capace di tirare il concertato atto II, ad esempio, ma le è mancata un po’ la benzina nella scena del giudizio, troppo pesante per lei, tanto da soccombere sotto l’orchestra. Bella l’interprete, di esperienza e gusto. Al duetto con Aida ha fraseggiato con eleganza schiacciando la collega, come pure al duetto con Radames, ove ha cercato di dare voce al dolore della donna innamorata e respinta. Per quanto male in arnese, e con alcuni suoni bassi davvero artefatti, è stata più gradita della Smirnova, a cui è nettamente superiore almeno per gusto,esperienza e intelligenza.

Non ho udito il sostituto di Pons, di cui non mi han detto gran chè. Diciamo che ieri sera il baritono spagnolo è riuscito a trovarsi nei tempi del maestro, ma il canto……lasciamolo perdere, oggi come ieri. Ho preferito il Re di Marco Spotti a quello di Carlo Cigni, perchè un filo meno gutturale, ma è questione di poco, mentre Prestia Ramfis è usurato, con la voce che balla vistosamente.

Morale della favola: c’erano molti handicaps in questa produzione, ma di certo una maggiore sintonia ed affiatamento tra buca e palco avrebbe potuto dare alla produzione un altro esito. La Scala non è da routine di teatro tedesco, proprio no. Né l’opera italiana può essere affrontata allo stesso modo di quella tedesca, perché è altra e diversa nei modi e negli scopi. Speriamo che tutti facciano tesoro di questa esperienza per la prossima stagione, maestro Barenboim in primis.

La cosa più bella dello spettacolo, ve lo voglio raccontare, sono stati i miei due vicini di posto ieri sera, Niels, di anni 12, e Dorotea, di anni 6. Sono stati i vicini più attenti e compenti di queste tre serate di Aida, col loggione inzeppato di turisti men che occasionali per un teatro d’opera e che al massimo han saputo commentare “ Ah, questa la conosco!” durante le trombe del trionfo.
Il mio piccolo vicino, allievo di violino, mi ha dolcemente commentato i cantanti uno ad uno, spiegandomi che Licitra non canta più bene, che il baritono non gli piaceva e che le donne erano le migliori del cast e perché, a suo avviso, Barenboim, non sia un direttore adatto a Verdi. Tutte opinioni che condivido! Inutile dire che gli amici che vanno ogni sera, un gruppetto sparuto e minuscolo ormai, li hanno accolti facendoli sedere nei posti centrali che occupano da sempre, perché la loro attenzione perfetta e l’intelligenza dei loro commenti li ha affascinati.
E’ stato un peccato che il piccolo Niels non abbia avuto modo di parlare con il signor ZZ, agente teatrale di professione, presente anche ieri sera in loggione ad illudersi di controllare, perché avrebbe saputo dargli spiegazioni ottime, semplici e competenti sul perché i cantanti, compresi i suoi, non fossero gran chè! ZZ ne avrebbe tratto vero giovamento professionale.

Gli ascolti

Verdi - Aida


Atto I

Se quel guerrier io fossi...Celeste Aida - Francesco Merli

Atto II

Fu la sorte dell'armi - Irine Dalis & Leonie Rysanek (1960)

Salvator della patria...Ma tu Re, tu Signore possente - Cornell MacNeil, Aprile Millo, Bruno Sebastian, Grace Bumbry, Paul Plishka & Terry Cook - Nello Santi (1986)

Atto III

Qui Radames verrà...O patria mia - Stella Roman (1941)

Ciel! Mio padre - Gwyneth Jones & Matteo Manuguerra (1976)

Aida!...Tu non m'ami!...Sacerdote, io resto a te - Mario Filippeschi (con Anna Maria Rovere & Robert McFerrin - 1956)

Atto IV

Ohimé...morir mi sento - Mirella Parutto (1963)

La fatal pietra...O terra addio - Antonietta Stella & Giuseppe Di Stefano (1956)


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martedì 7 luglio 2009

Aida in Scala, quinta puntata: le Aide "degli anni di piombo" (1972-1985)

Le Aide degli anni di piombo, ad ascolti fatti, sono le meno entusiasmanti. Viste e sentite dal vivo. Gli altri "compilatori" democraticamente hanno deciso di affidarmele. Da una parte il ricordo dal vivo e dall'altra gli ascolti, che pirateria e radiofonia ci hanno, per fortuna, conservato.

La prima: anno 1972, Martina Arroyo, grazie ad un fortunoso recupero dei biglietti all'ultimo, tanto fortunoso che andai in biglietteria a pagarne una parte il giorno successivo. Allestimento di Aida molto criticato. Particolare e bellissimo. La necessità di adattarla al più piccolo palcoscenico di Monaco, in occasione delle Olimpiadi (quelle funeste del 1972), aveva indotto il regista De Lullo e soprattutto Pierluigi Pizzi, nel ruolo che gli era ed è proprio e congeniale (quello di scenografo e costumista), a delineare un Egitto accennato e richiamato. Pur sempre, l'Egitto di Aida, efficace, rispettoso dell'epoca di composizione, solo depurato di ogni paccottiglia.
Il cast era, sulla carta, stellare. Ricordo trionfo per tutti e sopra tutti per la straripante Amneris di Fiorenza Cossotto, che alla scena del giudizio era incontenibile. Il loggione, secondo l'usato costume, rimpiangeva qualcuno la Simionato, altri e molti Ebe Stignani.
In epoca allora principiante di liricizzazione, alleggerimento, che ha condotto all'attuale snaturamento della protagonista la statuaria Martina Arroyo fu l'ultimo soprano drammatico protagonista in Scala.
Nonostante ampiezza e peso la voce era morbida, dolcissima, dominava senza fatica la scrittura impervia di Aida. Vivo il ricordo di una voce, che splendente e facile si espandeva per la sala.
Solo che la opulenta voce e persona della signora Arroyo era ad onta della qualità e quantità vocale piuttosto inerte nei passi più drammatici. Basta sentire come accenta al duetto con Amneris "Amore amore gioja tormento" per capire la concezione del personaggio. Lo stesso limite appare al duetto con Amonasro (il solito Cappuccilli, che evoca immagini truculente e veriste) ed anche all'incipit del duetto con Radames. L'inconveniente era limitato con il mezzo straordinario della Arroyo e per il fatto che bastasse rispettare le doviziose indicazioni del testo musicale per realizzare il personaggio. Certo che tutte le invocazioni ai Numi, sparse per l'opera, sono splendide; la seduzione al terzo atto è un'autentica seduzione vocale; alle "foreste vergini" vediamo e sentiamo quello che musica e parole indicano. E lo stesso dicasi per il finale dove la Arroyo non sembra inciampare sugli staccati, anzi. E non si dimentichi che la dizione era facile e scolpita, senza esagitazioni ed affettazioni.
L'ultima grande Aida? Diciamo l'ultima vera voce di Aida, almeno.

Il doppio di Martina Arroyo, per la cronaca, si chiamava Jessye Norman. Non la ascoltai, dal vivo. Registrazioni coeve (Parigi 1973) ricordano che lo strumento fosse allora di qualità, pur limitato in alto perché la cantante non sapeva eseguire correttamente il primo passaggio, ingolando i suoni in quella zona della voce. Poi la Norman divenne una diva discografica e con patina culturale preferì e per motivi vocali e per motivi fisici darsi alla liederistica, reietto il melodramma, sopratutto se italiano. E quando nel 1987 si presentò in Scala, osannata e proclamata divina in vita, con un programmuccio da concerto la delusione fu cocente rispetto a quello che il disco recapitava a domicilio.

Nel gennaio/febbraio 1976 Aida ritornò in Scala nel tradizionalissimo allestimento di Lila de Nobili e regia (non l'ultima) di Franco Zeffirelli. Anche per questa ripresa grande cast (Caballé, Bumbry, Bergonzi, Cappuccilli, Raimondi) e la splendida bacchetta di Thomas Schippers.
La prima fu una serata "calda" a partire dall'epiteto "stonato" di cui un periclitante Bergonzi fu fatto oggetto alla chiusa della sortita. Finì, però, dopo vari commenti, con un trionfo per la coppia protagonistica, efficaci e raffinati al duetto finale. Nelle riprese il pubblico apprezzò ancora per una sera Carlo Bergonzi e, poi, Pedro Lavirgen, uno dei nomi di mezza classifica della agenzia Carlos Caballé. Inutile sprecare genealogie della señora.
L'Aida della Caballé impone analitiche riflessioni sull'esecuzione e sul fatto. Nell'Ottocento i più famosi tenori (Rubini, Mario, Moriani sino a Tamagno) erano accusati di "cantare in ciabatte", ossia di concentrarsi solo su alcuni brani, in genere le arie solistiche. Spesso, però, bissate o trissate.
Chi volesse la declinazione femminile del fenomeno ascolti questa Aida.
Dal 1973 in poi e sistematicamente, la Caballé, soprano lirico di voce qualitativamente unica, inerte nell'accento drammatico ed handicappata dal fisico nei ruoli di giovine innamorata e seduttrice come Mimì e Manon per i quali aveva la voce adatta, scelse o accettò la scelta di dedicarsi al repertorio verdiano pesante. Motivi: il successo planetario della carriera, l'assenza di autentiche voci drammatiche e soprattutto la funesta (ogni giorno di più) abitudine delle major del disco di scegliere ed imporre un soprano tuttologo. Quello che altri definisce assoluto, ignorando che fosse realmente il soprano assoluto all'epoca (1830 circa) in cui tale definizione era di uso corrente.

Di Aida al pari di tutti i titoli del Verdi pesante, di cui Giacomo Lauri Volpi lucido e spietato enuncia le difficoltà, la Montserrat aveva fatto la propria versione: i passi più ispirati erano le arie elegiaco-patetiche (tipo "Cieli Azzurri", "Morrò, ma prima in grazia"), banditi, invece, l'accento aulico e scandito, che l'eroina verdiana impone, e perché la voce era priva di quelle caratteristiche e perché l'interprete, considerati carattere e "catena di montaggio" della carriera, "tirava via" nello studio senza trovare le soluzioni di Claudia Muzio o Leyla Gencer, quando costrette al passo più lungo della gamba. Perché sia chiaro, soprani lirici o al più lirico spinti come la Patti, la Krusceniscki, la Muzio e la giovane Gencer (Forza 1957) hanno vestito con successo i panni delle eroine del tardo Verdi per virtù di accento. Esattamente come altre ben dotate in quanto a volume, ma con riconosciuti limiti temperamentali (Rosetta Pampanini) hanno limitato i rapporti con la schiava etipoe. Regola questa a cui si è attenuta anche Mirella Freni.
Cose sentiamo dal live del gennaio 1976? Una Aida dal timbro splendido, ma con ampiezza e colore da schietto soprano lirico, una dizione spesso confusa ed un rapporto carente e conflittuale con il testo, un accento dolente, che potrebbe stare tanto alle trenodie di Bolena che alla morte di Mimì, acuti dopo il si bem o falsettati o "grossi" e un poco fibrosi anzichè squillanti e penetranti (anche qui ritornano la Gencer giovane e la Muzio). Il do dei cieli azzurri è fortunoso e la linea musicale per raggiungerlo manomessa, oltretutto la Caballé non tenta neppure il canonico filato del disco e, credo, se la memoria non falla, delle recite successive alla prima. Quanto al registro grave e medio grave la registrazione lascia presagire che nel giro di poco tempo, con la collaborazione della serie infinita di Balli, Forze, Tosche e Turandot, sarebbero arrivate le note sgangherate di Gioconda o Semiramide. Gli esempi si sprecano: dallo scontro con Amneris, alla frase "fuggiam gli ardori inospiti" sino all'incipit del duetto di morte e la sezione conclusiva "l'estasi di un immortale amore".

Aggiungo un omaggio al doppio della Caballé, Liliana Molnar-Talajic. Invito chi non la conoscesse ad ascoltarla con cura per la facilità con cui affronta ogni difficoltà del ruolo senza esserne soverchiata. Anzi. E' interessante perché i panni di Aida, tradizionale e senza uscite particolari, li veste con maggior proprietà della señora.

Aida tornò quale titolo inaugurale della stagione 1985-'86 dopo un decennio di assenza. Un lungo periodo rispetto alla precedente frequenza del titolo. Sintomo indicatore di una difficoltà a reperire i cantanti da Verdi che gli "addetti ai lavori" mascherarono per venti anni e di cui lo agangherato cast dell'inaugurazione 2006-'07 piuttosto che le registrazioni discografiche sono il sintomo indiscutibile.
Il fatto è che Maria Chiara, la protagonista del 7 dicembre 1985, senza essere un soprano drammatico, senza essere una fraseggiatrice sublime e per giunta non più al top della forma (non fosse altro perchè era dal 1978 che macinava Aide dopo tre lustri circa di Traviate e Butterfly) fu anche lei per molti versi una Aida assai più credibile della Caballé.
Tralasciamo l'aspetto scenico perché senza essere una grande attrice la Chiara era elegante ed aggraziata, ma la voce era bella e dolcissima sino al si bem (più sopra c'erano oscillazioni non troppo gradevoli), scendeva con facilità e senza manomettere la qualità del suono e ad ogni frase, fosse d'amore, piuttosto che di insurrezione, corrispondeva sempre l'accento appropriato. Scusate se è poco! anche se il soprano lirico o al più lirico spinto, nonostante il personaggio remissivo e sconfitto, in Aida aggiunge un'altra non prevista e richiesta sconfitta, quella del rapporto con la scrittura vocale.


Gli ascolti

Verdi - Aida

Atto I


Ritorna vincitor - Martina Arroyo (1972), Jessye Norman (1973), Montserrat Caballè (1976), Maria Chiara (1984)

Atto II

Fu la sorte dell'armi - Martina Arroyo & Fiorenza Cossotto (1972), Liliana Molnar-Talajic & Irina Arkhipova (1974), Montserrat Caballè & Grace Bumbry (1976), Maria Chiara & Elena Obraztsova (1985), Susan Dunn & Dolora Zajick (1988)

Atto III

Qui Radames verrà...O cieli azzurri - Martina Arroyo (1972), Liliana Molnar-Talajic (1974), Gilda Cruz-Romo (1976), Montserrat Caballé (1976)

Ciel! Mio padre! - Martina Arroyo & Piero Cappuccilli (1972), Liliana Molnar-Talajic & Ernest Blanc (1974)

Pur ti riveggo, mia dolce Aida - Carlo Bergonzi & Gilda Cruz-Romo (1973), Luciano Pavarotti & Maria Chiara (1984), Giuseppe Giacomini & Susan Dunn (1988)

Atto IV

La fatal pietra...O terra addio - Carlo Bergonzi & Gilda Cruz-Romo (1973), Carlo Bergonzi & Montserrat Caballé (1976)



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domenica 5 luglio 2009

Idomeneo, Re di Creta - René Jacobs

Con Idomeneo, Re di Creta, K 366, il ciclo delle opere mozartiane dirette da René Jacobs per la Harmonia Mundi, arriva al suo quinto capitolo (e, salvo sorprese o imprevisti, si concluderà, verosimilmente in un paio di anni, con i due singspiel tedeschi – e proprio Il Flauto Magico verrà eseguito dal direttore belga, il prossimo 26 luglio ad Aix-en-Provence, in vista della probabile incisione). Dopo il deludente Don Giovanni dell’anno passato, molte erano le aspettative per l’interpretazione jacobsiana di quello che, tra i grandi capolavori di Mozart, è il titolo meno frequentato (circostanza, questa, dovuta alle intrinseche difficoltà dell’opera, alle problematiche testuali che comporta, a indubbi “pregiudizi culturali”, riconducibili a sorpassate teorie ideologico-musicali ancora oggi difficili da superare in certi ambienti – ossia la pretesa supremazia del teatro gluckiano e, quindi, la sottovalutazione di tutto il resto, liquidato come stanco e inutile tentativo di rianimare l’ormai morente Opera Seria – ed infine la pretesa circoscrizione del “vero” Mozart operistico alla sola trilogia dapontiana e, in parte, alle due opere tedesche).

Altro motivo di interesse era dovuto alla prospettata occasione dell’ascolto di una nuova edizione della partitura – basata sul fondamentale testo critico edito da Bärenreiter, ma rivisto sull’autografo mozartiano – predisposta appositamente per questa incisione discografica. Alla prova dell’ascolto questo nuovo Idomeneo ha rivelato pregi e difetti. Doverosa premessa è la mia diffidenza nei confronti di Jacobs (che incarna, a mio giudizio, tutti i vizi dei cosiddetti “specialisti del barocco”): diffidenza che non è mai preconcetta, che deriva, sempre, da un ascolto completo, ripetuto e “vergine”, e che non mi ha impedito di apprezzare le due prime uscite della trilogia dapontiana (Così fan tutte e Nozze di Figaro) e, soprattutto, l’ottima Clemenza di Tito: in tali incisioni l’interpretazione di Jacobs aveva raggiunto risultati molto interessanti e “nuovi” (cosa già di per sé degna di lode, vista la cospicua storia discografica di quei titoli, che nell’arco di più di mezzo secolo ha conosciuto l’interpretazione di tutti i più “grandi”, tra direttori d’orchestra e cantanti). Un Mozart leggero, fresco, giovanile, ma anche spietatamente razionale e tragico, con cast che, pur non facendo gridare “al miracolo” (né facendo dimenticare, neppure per un istante, lo stuolo dei tanti e ben più prestigiosi predecessori), risultavano, tuttavia, ben affiatati, corretti (per lo più) ed in linea con le intenzioni interpretative del direttore belga. Con il successivo Don Giovanni, invece – per un discorso approfondito in merito ad esso, rimando alla recensione dell’edizione discografica – sembrava che Jacobs avesse cambiato (o perso di vista) la rotta tracciata – forse per l’importanza del titolo o il “peso” della sua tradizione interpretativa – ed avesse cominciato a “navigare a braccio”, applicando i dogmi più estremi dell’ideologia baroccara – quasi per il gusto di apparire controcorrente a tutti i costi – con scelte discutibili o assurde (come il preteso aggancio di Mozart al recitar cantando di ascendenza monteverdiana), autentici svarioni stilistici, cast totalmente sballati etc…

Questo Idomeneo, dunque, poteva essere la triste conferma di questa sua ultima tendenza interpretativa, oppure segnare il rientro in quella linea tracciata all’esordio della sua avventura mozartiana (rispetto alla quale quel Don Giovanni sarebbe, quindi, da leggere quale mero “incidente di percorso”). Ebbene, dopo l’ascolto non si può affermare né l’una cosa, né l’altra.

Pregi e difetti dicevo. Inizio dai primi. Innanzitutto l’orchestra: la Freiburger Barockorchester si conferma una compagine di grande precisione tecnica, dal suono piacevole, abbastanza pieno e duttile (priva, cioè, di quella meccanica asetticità, che si riscontra in altre formazioni barocchiste): certo le dinamiche sono spinte, talvolta, al parossismo e i contrasti sono, spesso, esasperati, ma l’orchestra non mostra quasi mai – in quelle occasioni – nessuna delle difficoltà di intonazione e precisione che altrove si riscontrano. A ciò si aggiunga un corpo generalmente pieno – dovuto ad un organico più denso rispetto ai soliti “2 violini e 3 pifferi stonacchianti” tipici di tante orchestrine baroccare – ed una ricerca, seppure vista nell’ottica interpretativa del suo repertorio d’elezione, del “bel suono” anche come puro piacere estetico. Stesso discorso per l’ottimo RIAS Kammerchor, compatto e sonoro, ma anche morbido e duttile, perfetto nel rendere la grandiosità haendeliana degli episodi corali. Tra i pregi va poi sicuramente annoverata l’accentuata “drammaticità” dell’interpretazione di Jacobs, per certi versi inedita: il suo Idomeneo, almeno negli intenti programmatici, non è un marmoreo monumento neoclassico, una fredda statua del Canova – levigata e perfetta – una serie di arie e pezzi d’insieme, alternati a recitativi secchi o accompagnati, di cui si ammira l’intrinseca bellezza, senza coglierne il senso teatrale (il Mozart “alla Gluck” di Muti, ad esempio, noioso e freddo, oltre che stilisticamente non pertinente); è, invece, una tragedia nel senso classico del termine, in cui (per dirla con Nietzsche) convivono apollineo e dionisiaco e dove proprio il conflitto di questi opposti elementi genera il dramma e diviene motore dell’azione. Tra le note positive, infine, il ricorso, nelle riprese delle arie e nei da capo, a variazioni e abbellimenti: scelta doverosa, vista l’ascendenza di Idomeneo alle tradizioni dell’Opera Seria, così come la predisposizione di cadenze scritte ad hoc, laddove i segni di corona, presenti in partitura, ne suggeriscono (rectius, ne obbligano) l’inserimento. Della realizzazione dei primi, tuttavia, e della scrittura delle seconde, parlerò tra breve.

Questi i pregi (non pochi nella generale economia dell’opera), ma purtroppo maggiori – secondo me – i difetti. Essi sono riconducibili, innanzitutto, ai soliti vezzi baroccari (aggravati, qui, dalle tendenze dell’ultimo Jacobs, corrispondenti allo stile del suo pessimo Don Giovanni). Ecco, quindi, che, talvolta, la drammaticità, diviene esagitazione: una furia inutile che di per sé non significa nulla (in termini di concinnitas e intensità teatrale) e che, anzi, ne mina la continuità drammatica e, attraverso strappi e stridori incontrollati e bradi, fa sì che il suono prodotto dall’orchestra – generalmente “bello” – venga scientemente imbruttito e reso volgare, rozzo, sciatto. A ciò si accompagna una scelta di tempi piuttosto incoerente, e comunque sempre spediti (pur non arrivando a certi eccessi da delirio della velocità), che appaiono fini a sé stessi e poco corrispondenti alle esigenze della partitura. Ma una generale mancanza di coerenza e di omogeneità, è forse il difetto maggiore della lettura jacobsiana. Manca, sostanzialmente, un disegno uniforme, una linea portante che attraversi la partitura: gli episodi appaiono slegati tra loro, anche all’interno dello stesso numero, i cambi di tempo o il passaggio tra le diverse sezioni, sono sempre bruschi e violenti. La tensione narrativa viene spesso interrotta dalle frequenti esplosioni di “nervosismo sonoro”, che porta anche a certe imbarazzanti “perdite di controllo” da parte dell’accompagnamento orchestrale. Ancora una volta agli intenti programmatici di Jacobs, corrisponde una realizzazione deficitaria, non del tutto compiuta e non pienamente conforme ai presupposti (dichiarati sia nelle note di accompagnamento che nell’interessante intervista contenuta all’interno del DVD allegato all’edizione).

Questo vizio di fondo, questo peccato originale, inficia, dunque, almeno in parte, i pregi riscontrati, e rende l’ascolto a volte difficoltoso, stancante, poco stimolante e – una volta presa dimestichezza con la lettura jacobsiana e superato l’iniziale “sconcerto” per talune scelte operate dal direttore belga – alla fine semplicemente noioso. Circa la nuova edizione del testo, poi, non sono percepibili grandi cambiamenti rispetto ad altre registrazioni che utilizzano l’edizione critica: l’opera è data nella sua integralità secondo la redazione originale per Monaco del 1781 (salvo qualche taglio nei recitativi secchi), comprendendo anche i numeri soppressi da Mozart stesso in vista della prima rappresentazione, nonché la versione completa di “Fuor del mar”, la redazione “lunga” dell’intervento della Voce nel finale dell’opera e il balletto conclusivo (assenti, invece, salvo una diversa versione – quella per legni – dell’intervento della Voce, i brani alternativi scritti dall’autore per le diverse esecuzioni dell’opera e collocati in appendice, seppur limitatamente a quelli predisposti per Monaco, nelle incisioni di Gardiner e Davis III).

Tra i gravi difetti, infine, va annoverata la realizzazione dei recitativi secchi, delle variazioni e delle cadenze. Per quanto riguarda i primi si devono ripetere le medesime considerazioni già espresse riguardo l’analoga realizzazione di quelli per il Don Giovanni: anzi, con ancor maggiori riserve. Jacobs, come al solito, dà molta importanza ai recitativi, poichè per lo più in essi, procede e si sviluppa l’azione drammatica – secondo i dettami e le forme dell’Opera Seria – e li affida ad un continuo formato da violoncello, contrabbasso e fortepiano (ottimamente suonato, peraltro, da Sebastian Wienand), concedendogli, però, un’eccessiva libertà d’improvvisazione. Il direttore belga non fa mistero di concepire l’accompagnamento secco come mero canovaccio sopra il quale costruire una vera e propria “realizzazione musicale” del continuo: cosa che concettualmente non “farebbe una grinza”, ma che, nella realizzazione immediata, si presta a più di una discussione, dati gli eccessi a cui tale “arbitraria riscrittura” è pervenuta. C’è, infatti, una bella differenza tra l’esecuzione dei meri accordi e l’ossessiva sovrabbondanza di improvvisazioni che soffocano i recitativi stessi (trattati alla stregua delle linee di basso numerato delle opere di Monteverdi)! La presenza del fortepiano, infatti, è decisamente invasiva, con vere e proprie ricostruzioni armoniche e melodiche (a volte neppure molto belle) tali da far tramutare gli stessi recitativi da “secchi” ad “accompagnati” (seppur limitatamente all’accompagnamento di tre strumenti soltanto). L’improvvisazione raggiunge veri e propri arbitri nell’inserimento di “brani solistici” all’interno della struttura musicale: un esempio tra tutti l’apertura dell’Atto II, laddove, prima del dialogo tra Arbace e Idomeneo, in forma di recitativo secco, si ascolta una specie di “preludio” per fortepiano realizzato rielaborando materiale musicale preso dall’Ouverture e lungo più di 2 minuti! Il senso e la legittimità di tali operazioni continua a sfuggirmi. Anche perché l’unico risultato a cui portano è l’appesantimento degli stessi recitativi, compromettendone l’immediata intelleggibilità (aggravata, com’è in questo caso, dalla pronuncia “fantasiosa” di taluni interpreti) e il valore di “stacco” tra i diversi numeri della partitura.

Diverso il discorso relativo alle variazioni e alle cadenze. Se appare quanto mai opportuno ricorrere agli abbellimenti nei da capo delle arie – che ricalcano la struttura delle arie tripartite, caratteristiche dell’Opera Seria – è pur vero che essi non devono compromettere la costruzione musicale mozartiana (giocata sempre su delicati e raffinatissimi equilibri) né forzare il valore e la funzione che hanno all’interno della struttura dei brani (si ricordi, ancora, che è Mozart stesso a predisporre già all’interno del corpus del testo gli abbellimenti – salvo le appoggiature, che però è discorso diverso e attiene più allo stile che al virtuosismo – laddove ritenuti funzionali: e lo si vede nelle grandi arie da concerto così come nelle diverse redazioni dei brani solistici, calibrati secondo le capacità o incapacità dei suoi interpreti). E’, dunque, problema sempre delicato l’incidenza delle variazioni nelle opere di Mozart, che dovrebbe condurre l’interprete a ricorrere ad esse cum grano salis, sia per ciò che concerne la loro abbondanza, sia per il loro stile. Jacobs (esattamente come con il suo Don Giovanni) adotta un atteggiamento incoerente: non varia sempre (anche dove sarebbe logico), ma quando varia, lo fa male.

Gli abbellimenti predisposti tendono, infatti, a forzare la linea vocale – spesso irriconoscibile – alterandone la coerenza armonica e la struttura ritmica. Oltre al fatto che essi appaiono più consoni ad un lavoro di Cavalli o di Peri (certi trilli, certi intervalli dissonanti), ma anche a certi divertissement di musica contemporanea (quando non addirittura a canzonette blues o jazz) che ad un’opera della seconda metà del secolo XVIII. Analoghe considerazioni valgano per le cadenze: giustamente inserite nei segni di corona, secondo la corretta prassi belcantistica, esse sono di una bruttezza assoluta ed oggettiva. Totalmente avulse dal contesto musicale del brano, sembrano note slegate l’una dall’altra ed eseguite a casaccio dall’interprete, mancando di suscitare sia la meraviglia sia l’ammirazione per la perizia vocale del cantante. Se, dunque, come appare chiaramente dall’ascolto di questo Idomeneo e del precedente Don Giovanni, è palese l’incapacità di Jacobs di scrivere delle cadenze decenti e coerenti con lo stile della musica eseguita, perché non ricorrere a qualcun altro per la predisposizione delle stesse? Forse l’ego smisurato del direttore belga gli impedisce di cedere anche una piccola parte del suo ruolo demiurgico nella realizzazione dell’opera, a costo di inficiare con sciatteria e scarsissima fantasia (oltre che imperizia), la di per sé ottima inserzione di elementi decorativi negli spazi lasciati – anche da Mozart – a disposizione delle capacità dei suoi interpreti? Restano da esaminare le performances dei singoli cantanti. E qui arriviamo ai punti dolenti dell’edizione! Soprattutto per quanto riguarda gli elementi femminili del cast, per i quali si può parlare tranquillamente di prestazioni disastrose (quasi tutte).

Nel complesso, invece, buono il cast maschile. Protagonista, nei panni del tormentato eroe cretese, Richard Croft. Già Orfeo nella bella edizione dell’opera di Gluck diretta da Minkowski, presenta un Idomeneo dalla voce leggera, ma abbastanza calda e brunita nei centri e sicura in acuto (dove il tenore americano ha più facilità d’esecuzione – anche se la parte rimane ancorata ad un registro centrale), dalla potenza non certo debordante, ma precisa e pulita. Con un ottima padronanza della coloratura (le agilità sono nitide e belle sgranate) e dei fiati. Certo manca di quella statura eroica ed epica che la parte richiederebbe (Jadlowker o Ford, ad esempio) o di quella sfacciata solarità che si ascolta nel tanto – ingiustamente – sottovalutato Idomeneo di Pavarotti, forse anche il volume della voce non è impressionante (immagino dal vivo) e l’esibizione virtuosistica non è certo paragonabile a quella di un Blake, tuttavia, l’interpretazione di Croft resta una delle migliori, tra le incisioni complete dell’opera: non solo rispetto ai pessimi Idomenei dei tenorini sbiancati di scuola anglosassone (i soliti Langridge, Rolfe-Johnson, Bostridge, dalla vocalizzazione ridicola e dalla pronuncia fortunosa), ma anche rispetto a quello inciso da Gedda, a quello di Vargas e di Araiza (anche se non è da liquidare con leggerezza, come ha fatto certa critica) o all’imbarazzante esperimento di Domingo. Un Idomeneo più umano che eroico, più tormentato che autoritario, ma comunque convincente e ben cantato. Stesso discorso può essere ripetuto, almeno in parte, per l’Arbace di Kenneth Tarver: parte spinosissima e ambigua nell’economia dell’opera. Resta comprimario, ma gli sono affidate due splendide arie, fitte di difficoltà e assai impegnative (e spesso tagliate). Certo la parte vorrebbe un timbro più scuro e caldo, ma Tarver non se la cava affatto male, sia nelle agilità, sia nel fraseggio, e, seppure appaia un pò troppo leggero e acuto per il ruolo, nel confronto con il “misero” resto della discografia, riesce addirittura a primeggiare. Di poco peso e di scarsa importanza baritono e basso, asai poco sfruttati nell’opera: senza infamia e senza lode il Gran Sacerdote di Nicolas Rivenq e corretto, nell’esiguità della propria parte, la Voce di Luca Tittoto.

Tra il mediocre e il disastroso, invece, il reparto femminile del cast. A cominciare dall’insulsa Ilia di Sunhae Im! Davvero non si comprende come una cantante del tutto priva della tecnica necessaria anche solo per affrontare un ruolo marginale o di comprimaria, una mancata Zerlina dal timbro acidulo e fastidioso, senza nessuna autorità nel fraseggio, senza alcuna tenuta di fiato (non riesce a reggere più di due battute senza ricorrere a pesanti boccheggi), del tutto aliena al concetto di legato e completamente incapace di eseguire le agilità (anche le più semplici di una parte che, di per sè, non richiede certo un mostro di coloratura) possa interpretare la fiera e nobile principessa troiana: in realtà c’è da chiedersi perchè mai una Sunahe Im possa cantare in una produzione operistica professionale, di una rinomata casa discografica... Le cose non migliorano certo con l’Elettra di Alexandrina Pendatchanska (già pessima Elvira nel Don Giovanni jacobsiano): il timbro è più autoritario, certo, il mezzo di cui la natura l’ha dotata è potenzialmente ragguardevole e la voce è meglio impostata, ma la vocalizzazione è difficoltosa, sfocata, brada, volgare. La coloratura è molto imprecisa e i fiati sono corti: anzi dà più volte l’impressione di essere in costante affanno (e non per mere mancanze tecniche, ma per precise – e censurabili – scelte interpretative)! L’emissione, poi, tende a continui sbalzi dal sussurro al grido, risultando sgraziata e rozza (oltre che banale: rendere la rabbia contraffacendo la voce o la furia digrignando i denti, sarà forse didascalico e “naturalistico”, ma contraddice l’estetica di quel belcanto a cui, nonostante le personali convinzioni di Jacobs, l’opera appartiene). Corretta ma niente di più Bernarda Fink nel ruolo di Idamante.

Tirando le somme non si può che parlare di un’occasione mancata: accanto a ottimi intenti vi è una realizzazione deficitaria degli stessi. Accanto ad un buon protagonista (cosa rara in questi tempi) non si è saputo, o voluto, creare un cast alla medesima altezza, confermando la sensazione per cui Jacobs non sia assolutamente in grado di predisporre una compagnia di canto coerente con le esigenze della partitura eseguita, selezionando i propri interpreti in base a logiche del tutto insondabili e che nulla hanno a che fare con la loro reale predisposizione per affrontare i ruoli (l’esempio della Im è emblematico, ma pure Tarver o Croft – al di là dei buoni/ottimi risultati raggiunti in questa occasione – sono scelte di per sé azzardate rispetto a quanto richiesto: ossia due tenori centrali, dalla voce calda e corposa, laddove i due scritturati restano essenzialmente tenori acuti e leggeri, non a caso impiegati spesso in ruoli da haute-contre, la cui vocalità nulla avrebbe a che fare con Idomeneo ed Arbace). Ancora una volta, quindi, Jacobs piega la riuscita musicale dell’opera ai propri preconcetti ideologici e non riesce a tradurre compiutamente gli intenti programmatici dichiarati. Non una cattiva edizione, tutto sommato, ma che certamente non si pone come riferimento per alcunché, né segna una qualche novità nell’ambito della ristretta discografia dell’opera (sia a livello editoriale che esecutivo). Ma poco importa: ancora non era sugli scaffali dei negozi e già, questo Idomeneo, otteneva, come ogni registrazione del potente direttore belga, la solita serie di riconoscimenti: ffff (Télérama), choc du Monde de la Musique (Classica), diamant (Opéra Magazine), e chissà cos’altro la “generosità” dei cugini d’oltralpe vorrà (o dovrà) tributargli. Misteri della fede (baroccara)?


Gli ascolti

Mozart - Idomeneo


Atto I

Estinto è Idomeneo?...Tutte nel cor vi sento - Gertrude Grob-Prandl (1950), Birgit Nilsson (1951)

Atto II

Se il padre perdei - Sena Jurinac (1951)

Atto III

No, la morte io non pavento - Karl Erb (1939)

D'Oreste, d'Ajace - Carol Vaness (1991)

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venerdì 3 luglio 2009

300.000: una festa napoletana

La cucina napoletana è, dagli antipasti ai dolci, fra le più fantasiose, colorate e varie d'Italia. Tale caratteristica vale identica per la tradizione musicale partenopea.
In musica ed in cucina vivono e convivono usanze e tradizioni popolari e nobili al tempo stesso. Quello che nasce nel popolo spesso approda all'accademia.
E quindi persino due grandi come Salvatore Di Giacomo e Francesco Paolo Tosti si cimentarono con la tradizione popolare rivisitata, il primo predisponendo un testo letterario e l'altro mettendolo in musica.
Abbiamo, insomma, nella famossima "Marechiare" una sorta di salotto che si apre verso l'aria aperta. Quasi che i signori si concedano divertimenti, che per tradizione pertengono al popolo ed alla sua specifica tradizione.
Ecco perchè Marechiare ha ispirato a noi del Corriere della Grisi un parallelo con i piatti della cucina partenopea, ove, come detto nell'incipit, convivono e si incontrano tradizione popolare e nobile.
Non abbiatevene a male: ciascuno dei cantanti, che si esibiscono in Marechiare ci ha evocato un "pezzo forte" della gastronomia napoletana.
E questo abbinamento, che è affettuoso e deferente, nonostante tutto è stato scelto per celebrare i 300.000 ingressi al nostro sito. Inaspettati e non per falsa modestia o per indurre alla captatio, ma perché abbiamo fatto in soli quattro mesi ben 100.000 accessi.

Ecco il menù:

- Fritto misto (crocché, carrozze di mozzarella e provola, fiorilli e palla di riso): ROSA PONZILLO, in arte ROSA PONSELLE;

- Crostata di tagliolini alla glassa: Don FERNANDO de LUCIA;

- Carne alla genovese: TITTA RUFFO;

- Parmig(g)iana di melanzane: EBE STIGNANI;

- Sfogliatelle: TITO SCHIPA;

- Babà: BENIAMINO GIGLI;

- Rosolio: CARLO BUTI;

- Ammazzacaffè straniero: JOSEPH SCHMIDT.

Se ritenete i nostri accostamenti inopportuni, non vogliatecene male.
Musica e buona cucina hanno, crediamo, un intimo rapporto.
Spesso si accompagnano ed incontrano assai bene.
Entrambe, in quanto prodotti di altissimo artigianato, per essere grandi e degne di memoria hanno necessità di una grande abilità nell'esecuzione.
Ed è quello che, ciascuno nel suo genere e nel suo modo ora più nobile, ora più popolare, offrono questi signori, che nella nostra immaginazione stanno la sera su una terrazza con la vista del Golfo e il desiderio di divertirsi e divertirci con la nobile arte del canto.


Il testo (di Salvatore di Giacomo):

Quanno sponta la luna a Marechiare
pure li pisce nce fann' a l'ammore,
se revotano l'onne de lu mare,
pe la priezza cagneno culore
quanno sponta la luna a Marechiare.

A Marechiare nce sta na fenesta,
pe' la passione mia nce tuzzulea,
nu carofano adora int'a na testa,
passa l'acqua pe sotto e murmuléa,
A Marechiare nce sta na fenesta.

Chi dice ca li stelle so lucente
nun sape l'uocchie ca tu tiene nfronte.
Sti doje stelle li saccio io sulamente.
dint'a lu core ne tengo li ponte.
Chi dice ca li stelle so lucente?

Scetate, Carulì, ca l'aria è doce.
quanno maie tanto tiempo aggio aspettato?
P'accompagnà li suone cu la voce
stasera na chitarra aggio portato.
Scetate, Carulì, ca l'aria è doce.


La traduzione (di Rocco E. Pagliara):

Quando sorge la luna a Marechiare,
perfino i pesci tremano d'amore,
si sconvolgono l'onde in grembo al mare,
e per la gioia cangiano colore,
quando sorge la luna a Marechiare.

A Marechiare sorride un balcone,
la passione mia vi batte l'ale:
l'acqua canta di sotto una canzone,
un garofano olezza al davanzale.
A Marechiare sorride un balcone.

Chi dice che le stelle son lucenti,
degli occhi tuoi non vide lo splendore!
Li conosco io ben quei raggi ardenti!
Ne scendono le punte in questo core!
Chi dice che le stelle son lucenti..?

Destati, che la sera è tutto incanto,
e mai per tanto tempo io t'ho aspettata!
Per accoppiar gli accordi al mesto canto,
stasera una chitarra ho qui portata!
Destati, che la sera è tutto incanto.



Gli ascolti

Tosti - Marechiare


Carlo Buti
Fernando De Lucia
Beniamino Gigli
Rosa Ponselle
Titta Ruffo
Tito Schipa
Joseph Schmidt
Ebe Stignani

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