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giovedì 8 aprile 2010

La cento primavere della signora Olivero. Prima puntata: Il salotto della signora Magda

Comincia oggi un ciclo dedicato a una delle più grandi cantanti del ventesimo secolo. Non diciamo la più grande perché la concorrenza è tale e tanta da rendere l’idea stessa di attribuire una simile palma una pia illusione o, volendo essere più giusti, un insensato delirio. Però va detto che, nel repertorio che le fu più congeniale, è difficile rintracciare, fra quelle documentate dal disco, una cantante più completa nella tecnica, più esatta nel gusto, più estrema e totalizzante nell’arte di affrontare in scena, a un tempo, il mito di un personaggio (che fosse Tosca, Manon, Francesca o Violetta poco cambia) e il mito della cantante d’opera. Anzi, della diva verista, che della cantante d’opera è, a pari merito con la primadonna belcantista, ipostasi suprema.

L’omaggio alle cento rigogliose primavere di Maria Maddalena Olivero Busch ci accompagnerà, come è giusto, sino alle porte dell’estate.
Cominciamo con l’arte del concerto di canto, una delle sedi predilette, e giustamente, da una cantante che non aveva certo nell’opulenza del mezzo vocale la propria principale attrattiva.
Magda Olivero propose, come è noto, le proprie estenuate eroine su tutti i palcoscenici, senza che le dimensioni e il prestigio della sala avessero a condizionare in alcun modo la sua arte. In sede di recital si spinse oltre, esibendosi sino ai settanta anni e oltre in sale da concerto, saloni privati, aule, pubbliche piazze, cortili e soprattutto chiese. Ma quello del canto sacro è un capitolo che tratteremo a parte.
Nei suoi concerti “la Magda” affrontava regolarmente le grandi pagine del suo repertorio operistico. A ciò la spronavano tanto il grande affetto e il supremo rispetto per il suo pubblico, quanto l’assenza di smanie culturali, che imponessero il predominio della liederistica in sede di recital. Peraltro la signora non era certo restia a proporre brani di autori stranieri, segnatamente francesi. E anche nel formulare queste proposte dimostrava una fantasia che i nostri evoluti programmatori culturali sono ben lungi dal possedere. Peraltro anche nei brani in lingua straniera la dizione è curatissima ed estremamente limpida.
Naturalmente la parte del leone spettava sempre agli autori italiani, da Denza a Respighi, con una predilezione per le romanze dedicate a fanciulle compromesse ed abbandonate al loro destino. Esemplare il caso della “Povera Lina” di Capponi, nella quale la signora declina come nessuna il paradigma della signora altolocata, che per metà compiange e per metà biasima la sventurata giovinetta. In questa sottilissima arte l’Olivero ha una degna rivale nella sublime signora Franca Norsa, in arte Valeri, di cui proponiamo in appendice la celebre interpretazione della dama benefica.
Non per caso la Olivero legò strettamente il proprio nome a quello di Francesco Paolo Tosti, autore prediletto anche e soprattutto in sede di bis. Il musicista ortonese, con la sua nutrita casistica di amanti infelici, deluse e rejette si prestava troppo bene al talento istrionico della signora Magda. Le pagine di Tosti, ben poco fiorite e di tessitura prevalentemente centrale, non sembrano, sulla carta, le più adatte a una voce come quella della Olivero. Lo diventano però, come testimoniano gli audio, anche i più precari, per la capacità dell’interprete di esibire un legato di altissima scuola (i fondamenti sono quelli così spesso teorizzati dalla signora in sede d’intervista: appoggio e respirazione), un’osservanza maniacale delle indicazioni espressive (non di rado infittite rispetto a quanto previsto dall’autore) e una dizione chiara e scandita. Si consideri a titolo d’esempio “Il segreto”, staccato a un tempo più lento del Moderato indicato in spartito, eseguito tutto a mezza voce, con qualche sapiente ricorso a sonorità più accentuate per sottolineare gli snodi cruciali del testo (“Amo”, “come uno schianto”) e il progressivo “morendo” nell’ultima strofa, a rendere l’amorosa consunzione della voce narrante. Un finale estenuante che non può non evocare la morte di Adriana Lecouvreur, tanto per ribadire, casomai servisse, che non si è dive veriste per caso o per dote, ma in primo luogo per scienza del canto.
Identica impressione suscita "Dopo", in cui la signora Olivero, quanto a dinamica sfumata e proprietà di accento, ha un solo termine di paragone, ovvero don Fernando de Lucia. E scusate se è poco!
C’è, oltre a quella del canto, una lezione che si può trarre da questi cimeli della signora Olivero, ossia che non esiste melodia tanto povera o scadente, che non risulti almeno accettabile, se non avvincente, quando è affrontata da un’interprete in grado di esaltarne le qualità. Le romanze proposte sono tutte, o quasi, piccoli gioielli del kitsch da salotto, divertissement a mezza via tra il patetico e l’ironico, nugae di cui è facile sorridere, vuoi per la retorica dei versi, vuoi per la qualità dell’invenzione musicale. Eppure la signora Magda riesce a trasformare queste disgraziatissime “pentite” in personaggi assolutamente plausibili, naturalmente secondo i canoni dell’estetica verista e decadente: eccessivi, disperati, estremi, tanto più toccanti quanto più la cantante sa mantenere un distacco e una misura che sembrerebbero in contraddizione con l’estetica di cui sopra, e invece ne sono l’indispensabile complemento. Paradigmatico, in questo, il “Sogno” di Tosti, in cui la passionalità della visione erotica si mescola all’ironico disincanto della cornice onirica.
Poi qualcuno, magari desideroso di stuzzicarci, potrà tacciare di superficialità e pacchianeria l’arte della signora Olivero. A noi pare, semplicemente, che non esista più sublime commediante di questa autentica diva del pentagramma.



Gli ascolti

Magda Olivero / 1

Mattei


Restez avec moi (1973)

Denza

Si vous l'aviez compris (1973)

Tosti

Il sogno (1973)

Dopo (1973)

Il segreto (1973)

Pour un baiser (1973)

Chanson de l'adieu (Partir, c'est mourir un peu) (1973)

Capponi

La povera Lina (1972)

Pinsuti

Il libro santo (1972)

Guercia

Non m'amava (1973)

Leoncavallo

Mattinata (1980)

Duparc

Chanson triste (1981)

Massenet

Elegie (1980)

Fauré

Après un rêve (1980)

Hahn

Si mes vers avaient des ailes (1980)

Respighi

Nebbie (1980)



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martedì 9 febbraio 2010

Simon Keenlyside in concerto alla Scala


Programma raffinato per una delle voci più importanti della scena internazionale: Simon Keenlyside ha scelto alcuni fra i più ispirati Lieder di Schubert, di Wolf e di Brahms per il suo concerto di canto alla Scala. Le recensioni dei suoi recital, in diverse capitali della musica, sono tutte da cinque stelle.

Lo scritto sopra riportato è la presentazione che il Teatro alla Scala ha dedicato al baritono inglese.

E' molto istruttiva e per la lingua e per lo stile. Apprendiamo che esiste il super superlativo e che i cantanti lucrano recensioni da Guide Michelin.
Lo diciamo a beneficio di chi, leggendoci, spulcia il nostro latino, privo, credo, di altri e consistenti argomenti di polemica e dibattito.
Sappiamo, per averlo letto più volte, che i programmi dei concerti di canto rispondono al deliberato e nobile scopo, proclamato dalla dirigenza scaligera, di educare il pubblico.
Anche certe case di correzione e di punizione, anche i metodi educativi del Vescovo Vergerus del film Fanny ed Alexander rispondevano al medesimo scopo.
Solo che al pari di quegli educatori, i cui esiti, anche senza essere fanatici del metodo Montessori, erano nefasti, il processo di rieducazione fallisce per le energie artistiche messe in campo. Faccio un esempio chiaro, ma lampante: riproporre, anno 1983, Maometto secondo con un bel cast Ghiaurov, Obraztsova, Carreras, Baltsa sarebbe stato un errore imperdonabile, una operazione per nulla culturale e pure fallimentare sotto il profilo commerciale.
Infliggere una serata di 19 Lieder di Schubert, Wolf e Brahms affidandoli ad un cantante che: non si capisce se sia un basso o un baritono, tanto bituma la voce nella quarta grave (quarta di quell'ottava centrale, che utilizza); che canta o mezzo forte o con un tenue falsettino; che ha problemi di volume e di ampiezza e che non dispone, per limiti tecnici, della tavolozza espressiva minimale per tali programmi, offrendo, per contro, un legato molto, molto approsimativo, è abortire l'operazione in partenza.
Siccome completezza impone di dettagliare ricordo come i difetti fossero particolarmente evidenti nel secondo e terzo Lied di Schubert (Der Tod und das Mädchen, op. 531 e Dass sie iher gewesen, op. 775) e quanto al legato soprattutto in Wolf.
Tanto per chiudere: la liederistica femminile post bellica è il frutto delle affettazioni della signora Legge, la maschile di quello -identico- del signor Fischer-Dieskau. Sentire il proposto Heinrich Schlusnus in brani della letteratura del salotto di lingua tedesca.
A riprova dell'esito e della stima del pubblico, per le scelte proposte, siano, se "il botteghino" ha valore e significato, i circa ottanta (di centocinquanta) palchi vuoti, la platea piuttosto rara di pubblico e le due gallerie dove tutti, anche i miseri come Donzelli, entrati con l'ingresso da Euro 5, si sono seduti in prima fila.
Si potrà facilmente obiettare che il pubblico è ignorante e sogna solo il repertorio, ossia i famosi dieci titoli, che si crede nelle direzioni artistiche germano-italiche essere il repertorio italiano e francese.
Con altrettanta facilità si può obiettare che siffatte scelte, affidate a siffatti esecutori non possono che nascer morte o di breve vita.
E non con facilità, ma con buon senso e minima nozione della storia della musica da camera, si DEVE replicare per non subire ulteriori vessazioni che la musica da salotto è esperienza culturale comune all'Europa tutta, pure mediterranea ed agli Stati Uniti d'America!!! E' scritto sulla Garzantina.
E per dimostrare che la Garzantina non mente abbiamo pescato il re del salotto italiano a cavallo fra Otto e Novecento (Francesco Paolo Tosti), in corda di baritono (vero!). Per chi voglia mettere i "puntini sulle i" precisiamo che è una delle venti o trenta scelte possibili, tutte atte a dimostrare che ci sono tanti ed ugualmente importanti salotti.



Gli ascolti

Brahms


Von ewiger Liebe - Heinrich Schlusnus (1939)

Regenlied - Heinrich Schlusnus (1939)

Tosti

Ancora - Mattia Battistini (1902)

Invano - Antonio Scotti (1902)

L'ultima canzone - Giuseppe Bellantoni (1910)

Denza

Occhi di fata - Mattia Battistini (1902)

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venerdì 3 luglio 2009

300.000: una festa napoletana

La cucina napoletana è, dagli antipasti ai dolci, fra le più fantasiose, colorate e varie d'Italia. Tale caratteristica vale identica per la tradizione musicale partenopea.
In musica ed in cucina vivono e convivono usanze e tradizioni popolari e nobili al tempo stesso. Quello che nasce nel popolo spesso approda all'accademia.
E quindi persino due grandi come Salvatore Di Giacomo e Francesco Paolo Tosti si cimentarono con la tradizione popolare rivisitata, il primo predisponendo un testo letterario e l'altro mettendolo in musica.
Abbiamo, insomma, nella famossima "Marechiare" una sorta di salotto che si apre verso l'aria aperta. Quasi che i signori si concedano divertimenti, che per tradizione pertengono al popolo ed alla sua specifica tradizione.
Ecco perchè Marechiare ha ispirato a noi del Corriere della Grisi un parallelo con i piatti della cucina partenopea, ove, come detto nell'incipit, convivono e si incontrano tradizione popolare e nobile.
Non abbiatevene a male: ciascuno dei cantanti, che si esibiscono in Marechiare ci ha evocato un "pezzo forte" della gastronomia napoletana.
E questo abbinamento, che è affettuoso e deferente, nonostante tutto è stato scelto per celebrare i 300.000 ingressi al nostro sito. Inaspettati e non per falsa modestia o per indurre alla captatio, ma perché abbiamo fatto in soli quattro mesi ben 100.000 accessi.

Ecco il menù:

- Fritto misto (crocché, carrozze di mozzarella e provola, fiorilli e palla di riso): ROSA PONZILLO, in arte ROSA PONSELLE;

- Crostata di tagliolini alla glassa: Don FERNANDO de LUCIA;

- Carne alla genovese: TITTA RUFFO;

- Parmig(g)iana di melanzane: EBE STIGNANI;

- Sfogliatelle: TITO SCHIPA;

- Babà: BENIAMINO GIGLI;

- Rosolio: CARLO BUTI;

- Ammazzacaffè straniero: JOSEPH SCHMIDT.

Se ritenete i nostri accostamenti inopportuni, non vogliatecene male.
Musica e buona cucina hanno, crediamo, un intimo rapporto.
Spesso si accompagnano ed incontrano assai bene.
Entrambe, in quanto prodotti di altissimo artigianato, per essere grandi e degne di memoria hanno necessità di una grande abilità nell'esecuzione.
Ed è quello che, ciascuno nel suo genere e nel suo modo ora più nobile, ora più popolare, offrono questi signori, che nella nostra immaginazione stanno la sera su una terrazza con la vista del Golfo e il desiderio di divertirsi e divertirci con la nobile arte del canto.


Il testo (di Salvatore di Giacomo):

Quanno sponta la luna a Marechiare
pure li pisce nce fann' a l'ammore,
se revotano l'onne de lu mare,
pe la priezza cagneno culore
quanno sponta la luna a Marechiare.

A Marechiare nce sta na fenesta,
pe' la passione mia nce tuzzulea,
nu carofano adora int'a na testa,
passa l'acqua pe sotto e murmuléa,
A Marechiare nce sta na fenesta.

Chi dice ca li stelle so lucente
nun sape l'uocchie ca tu tiene nfronte.
Sti doje stelle li saccio io sulamente.
dint'a lu core ne tengo li ponte.
Chi dice ca li stelle so lucente?

Scetate, Carulì, ca l'aria è doce.
quanno maie tanto tiempo aggio aspettato?
P'accompagnà li suone cu la voce
stasera na chitarra aggio portato.
Scetate, Carulì, ca l'aria è doce.


La traduzione (di Rocco E. Pagliara):

Quando sorge la luna a Marechiare,
perfino i pesci tremano d'amore,
si sconvolgono l'onde in grembo al mare,
e per la gioia cangiano colore,
quando sorge la luna a Marechiare.

A Marechiare sorride un balcone,
la passione mia vi batte l'ale:
l'acqua canta di sotto una canzone,
un garofano olezza al davanzale.
A Marechiare sorride un balcone.

Chi dice che le stelle son lucenti,
degli occhi tuoi non vide lo splendore!
Li conosco io ben quei raggi ardenti!
Ne scendono le punte in questo core!
Chi dice che le stelle son lucenti..?

Destati, che la sera è tutto incanto,
e mai per tanto tempo io t'ho aspettata!
Per accoppiar gli accordi al mesto canto,
stasera una chitarra ho qui portata!
Destati, che la sera è tutto incanto.



Gli ascolti

Tosti - Marechiare


Carlo Buti
Fernando De Lucia
Beniamino Gigli
Rosa Ponselle
Titta Ruffo
Tito Schipa
Joseph Schmidt
Ebe Stignani

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martedì 12 maggio 2009

Monica Bacelli in concerto alla Scala

Ieri sera alla Scala si è tenuto un concerto di canto di Monica Bacelli. Per punti salienti:
La cantante:
Monica Bacelli, credo sulla quarantina, in carriera da quindici, spesi, soprattutto, nel barocco ed in Mozart. Qualche esperimento nell'opera moderna. Nominalmente mezzo soprano.

I "nominali mezzosoprani" sono una categoria, oggi, assai folta. Discendono dalla Supervia e sopratutto da Teresa Berganza. Come molte discendenze recano disdecoro al capostipite.
Si chiamino Bartoli, di Donato, Garanca, Ganassi per citare quelle di carriera internazionale ed anche Bonitatibus, Provvisionato, Comparato per citare quelle di carriera nostrana oltre che la Bacelli, sono soprani lirici, digiune della tecnica di respirazione corretta o, nella migliore delle ipotesi, della necessità di applicarla costantemente, vuote ed aperte in basso, corte in alto, ovattate ed opache al centro. Tutte caratteristiche del cantante di scarsa cognizione professionale. Come interpreti, pur praticando il Belcanto (a condizione che sia di scrittura centrale e spianata) sono monotone e noiose. I fans le dicono stiliste, ignoranti del fatto, cantanti ed ammiratori, che nel Belcanto il grande interprete è, prima ancora, un grande vocalista. Anche se esegue passi spianati. Leggere per edificazione culturale Stendhal.
Basta sentire Monica Bacelli appena apre la bocca nel primo Lied di Wolf per avere la più esaustiva esemplicazione della "mela in bocca", modo gergale per indicare il suono indietro. Talvolta se la scrittura abbandona la terza centrale per raggiungere un mi4 o fa 4 si percepiscono suoni decenti, sempre da soprano lirico per peso e colore.
Il programma:
Tutti sanno che la dirigenza scaligera impone solo musica da camera nei programmi dei cantanti, chiamati ad esibirsi nei concerti di canto. Incidentaliter: la sala del Piermarini ha dimensioni ben differenti da quei luoghi ove i brani di Tirindelli piuttosto che di Wolf vennero eseguiti e per i quali vennero pensati.
E poi - discorso già fatto per programmi che sono nella loro programmazione già sentiti - non vi sono motivi validi e condivisibili per ritenere il Lied o al più Fauré e Debussy il paradigma della cultura in fatto di cameristica.
Credo che il cantante che osasse inserire "Santa Lucia" sarebbe passibile di protesta.
Quindi ieri sera il pubblica ha udito Wolf e Debussy.
Ottimo l'accompagnamento pianistico. Per forza, si tratta di Antonio Ballista.
Ma con la voce ingolata, che non galleggia mai sul fiato, una dizione pasticciata sia in tedesco (il Lied è, per acclamazione, superiore a qualsiasi altra composizione cameristica perché superiore il suo testo) che in francese, dove erano percepibili le sole parole parlate (vedi terza chanson di Debussy) il programma di culturalizzazione a favore dell'ignorante pubblico non decolla.
Tralascio la "mise" da passeggio sul lungomare D'Annunzio ovvero mimica e gestualità da decathlonista.
I Bis:
Nei bis è comparso in dose massiccia e monografica (altra campagna di culturalizzazione) Tosti. Qui anche peggio. L'autore di Ortona, maestro di canto e del canto, non ammette sgarri alla grammatica vocale. Non vale neppure la pena di scendere in particolari. Offriamo a mo' di esempio pagine di Tosti ora cantate con bella voce ora cesellate con l'arte del fine dicitore. Quello che proponiamo è Tosti non il parlato di ieri sera senza canto sul fiato, da Tosti insegnato ed imposto dalle di lui composizioni.
Il teatro ed il pubblico:
Settecento posti invenduti; settanta palchi vuoti, platea la cui densità era quella dello spettacolo pomeridiano infrasettimanale al cinema, nonostante la tessere sconto per gli over 65.
Alla fine degli Italienische Lieder qualche fuga. Più consistenti defezioni al primo intervallo.
Sparsi per il loggione, anch'esso tristemenete vuoto, applaudivano coloro che, rinnegato un passato di pubblico competente e preparato, si permettevano un tempo di "beccare" Pavarotti o Bergonzi ; passeggiavano, applaudivano, "tenevano sotto controllo la situazione", addobbate come Carmen al Politeama o sussiegose e arcigne come Norne, signore, che, poi, interrogavano i presenti sul nome dell'autore del "Non t'amo più" o de "L'ultima canzone". Pagine che un tempo tutti conoscevano, cantavano ,accompagnavano al piano.
Ogni tanto un'amica, che pensa ancora in modo autonomo (soggetto pericoloso!) mi guardava con sguardo interrogativo e perplesso. Le ho sorriso. Sconsolato ed ironico. Pensavo al Sogno di Tosti, che, esperta sognatrice come You Tube testimonia, la signora Olivero, forse, ci offrirà per il suo centesimo genetliaco.


Gli ascolti

Hugo Wolf

Italienisches Liederbuch


Auch kleine Dinge n. 1 - Erna Berger (1946 ; 1960)
Mein Liebster ist so klein n. 15 - Erna Berger (1960)
Ihr jungen Leute n. 16 - Erna Berger (1946 ; 1960)
Wir haben beide lange Zeit geschwiegen n. 19 - Erna Berger (1946)
O wär’ dein Haus durchsichtig n. 40 - Erna Berger (1946 ; 1960)
Ich hab’ in Penna einen Liebsten wohnen n. 46 - Erna Berger (1946 ; 1960)

Gedichte von J. W. Goethe
Lieder aus Mignon “Wilhelm Meister”


Heiss mich nicht reden - Edda Moser (1976)
Nur wer die Sehnsucht kennt - Edda Moser (1976)
So lasst mich scheinen - Edda Moser (1976)
Kennst du das Land - Edda Moser (1976)


Claude Debussy

Proses lyriques


De rêve ; De grève ; De fleurs ; De soir - Denise Duval (F. Poulenc pianoforte - 1958)

Trois ballades de François Villon

Ballade que Villon feit à la requeste de sa mère - Charles Panzéra (1931)


Francesco Paolo Tosti

A vucchella - Rosa Ponselle (1926)
Ideale - Regina Pacini (1906)
L'ultima canzone - Ezio Pinza (1927)
Marechiare - Ebe Stignani (1947)
Non t'amo più - Luciano Pavarotti (1985)

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martedì 6 maggio 2008

Grandi concerti di canto: Renata Scotto a Mosca (1964)

Nel proseguire nei nostri concerti di canto l’omaggio ad una grandissima primadonna.
Primadonna sul palcoscenico e prima ancora nelle scelte antecedenti la salita sul palcoscenico.
Spesso accusata di fare “il passo più lungo della gamba” la Scotto affrontò opere che al soprano lirico leggero (perché tale era per timbro e colore) sembravamo precluse.
Falso quello che dicono certi tifosi Callas, che la Scotto ne fosse la copia.
Era ed è solo una cantante con un’eccezionale capacità di fraseggio come lo erano state prima di lei una Muzio e sopra tutti Madga Olivero. Se mai si può osservare che talvolta il fraseggio della Scotto quel voler dire sempre e tutto e più di tutto portano Bellini e Donizetti verso epoche e poetiche successive. Quelle che avrebbero, per ragioni vocali connotato la fase finale della carriera della cantante savonese.
E’ certo che il fraseggio, la dinamica sfumata, un uso intensissimo di piani e pianissimo hanno consentito la gestione di opere quali il tardo Verdi (Ballo e don Carlos) e il Verismo, che a soprano lirico proprio non stanno.
Il concerto di Renata Scotto a Mosca fu un trionfo come erano state le performance della cantante ligure sempre nel corso di quella tournée.
Ci fu, come era nello spirito della Scotto, la polemica.
Polemica musicale perché, diffusasi la voce che la Traviata inaugurale sarebbe stata affidata a Mirella Freni, la Scotto cantò da par suo ( salvo qualche sovracuto forzato e spinto ) la grande scena di Violetta. A reclamare e recriminare che il ruolo era, per diritto, suo. A distanza di quasi mezzo secolo credo che la signora Scotto avesse ragione, e non perché alla prima il pubblico rumoreggiò e protestò contro la scelta della dirigenza scaligera, mentore von Karajan.
Arrivata, poi, in patria la polemica fu ancora più feroce e aperta, complice, invece, la conferenza stampa di Giulietta Simionato, che a quel punto della propria carriera poteva esprimere la propria opinione sulle scelte della Scala.
Per la cronaca la Scotto ritornò acclamatissima in Scala con i Capuleti poi nel tempo riuscì ancora, per colpa del suo fantasma preferito, a litigare con il loggione scaligero.
Ma devo dire che la dirigenza scaligera di allora fu cieca e miope. Preferì alla signora Scotto, certo dotata di carattere (e per una discutibilissima equazione carattere uguale cattivo carattere), altre cantanti di miglior carattere, ma di minore levatura interpretativa. Anche questo fa parte della storia del massimo teatro milanese.
In un programma assolutamente popolare, esatto per il contesto in cui si svolse, la Scotto passa in rassegna quello che allora era il proprio repertorio. E dimostra una straordinaria resistenza fisica. Si può, come sempre nel caso della Scotto eccepire e sottolineare che certi suoni non siano belli e capita non solo negli acuti estremi, ma anche nei centri quando la cantante cerca ampiezza e proiezione hanno talvolta un che di forzato.
Accade sempre e sistematicamente quanto la cantante vuole dire e dire troppo. Accade nel recitativo di Giulietta Capuleti dove “le nuziali tede” sanno più di problemi coniugali da malmaritata operistica ( Beatrice di Tenda piuttosto che Anna Bolena) che dell’innocenza dell’adolescente o nel recitativo di Violetta, troppo ansiosa al primo atto. Per contro, nelle battute che introducono l’Addio del passato la cantante è tanto eloquente quanto misurata e composta. Non solo, nei cantabili il controllo assoluto del fiato consente il rispetto del legato della dinamica e sfumature anche ad alta quota.
Accade nell’Addio del passato e nel “Caro nome”, accade ancor più in Sonnambula dove la Scotto è straordinaria per intuizioni interpretative, per finezza di fraseggio e dove, però, si lascia prendere la mano dal dire a svantaggio del cantare, dimentica che si tratti di una di quelle melodie “lunghe e lunghe” che spesso sono complete con il fluire del canto. E poi quando arriva Puccini dove direi è irrinunciabile abbiamo una Butterfly misurata, minimalmente bambina ( e bambola) ed una Mimì equilibratissima nel difficile equilibrio fra cantare e dire, tutto pucciniano.

Renata Scotto, soprano
Antonio Tonini, pianoforte

Conservatorio di Mosca
18 settembre 1964

Bellini - I Capuleti e i Montecchi - Eccomi in lieta vesta... O quante volte
Verdi - La Traviata - E' strano... Ah fors'è lui... Follie... Sempre libera; Addio del passato
Verdi - Rigoletto - Caro nome
Bellini - La Sonnambula - Ah non credea mirarti... Ah non giunge
Donizetti - L'Elisir d'amore - Prendi, per me sei libero
Puccini - La Bohème - D'onde lieta uscì
Puccini - Madama Butterfly - Un bel dì vedremo
Tosti - A vucchella
Rossini - La danza
Puccini - Gianni Schicchi - O mio babbino caro

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martedì 15 aprile 2008

Non solo Lieder

Le nostre riflessioni e gli ascolti collegati sono dedicati a coloro i quali hanno avuto la ventura di assistere al concerto scaligero del signor Bostridge.
Noi abbiamo deliberatamente mancato l’appuntamento.
Qualcuno dirà perché siamo preconcetti e tanto ignoranti da non comprendere la grandezza del Lied.
Potrebbe anche essere vero, ma due cose vanno dette.
Primo: non vi sono valide argomentazioni per dichiarare ed assumere una superiorità della musica da camera tedesca rispetto a quella in altra lingua. La superiorità non risiede certo nel fatto che taluni testi divenuti Lieder siano parte della produzione dei massimi poeti di lingua tedesca o che gli autori degli stessi siano ritenuti i maggiori compositori di musica sinfonica.
Altre ragioni per proclamare la superiorità della Forelle rispetto al Sogno o al Segreto di Tosti non ravvisiamo.

E allora, per cominciare, offriamo due grandi cantanti che eseguono un brano famosissimo di Tosti, di quelli dove, se si manca di misura, si dimentica e si fa dimenticare l’essenziale ed irrinunciabile aspetto salottiero del musicista di Ortona e come l’espressione sia fatta di rubati, accelerando, stentando, dinamica sfumata. Tito Schipa, famosissimo esecutore da camera, ed Ebe Stignani, molto meno nota come cantante da camera, sono entrambi perfetti nel cogliere l’aspetto salottiero e, quindi, folkloristico e pseudo popolare del brano, celeberrimo e spesso urlato in stile da posteggiatore: “Marechiare”.
L’altro motivo per cui non possiamo apprezzare le attuali esecuzioni di Lieder è la presunzione che il Lied debba, specie se di Schubert, essere affettato nell’espressione, precario nell’esecuzione vocale, in questo propiziato dalla scrittura, assolutamente elementare rispetto ad un qualsiasi brano da salotto italiano o francese.
E allora pensiamo sia giusto ricordarsi di alcuni cantanti che avevano del Lied la giusta, drammatica (nel senso letterale del termine) concezione e che ritenevano giusta un’espressione serena e misurata, ma scevra da ogni affettazione in primo luogo.

Tosti:
Marechiare - Ebe Stignani, Tito Schipa

Schubert:
Erlkönig - Ernestine Schumann-Heink, Sigrid Onégin, Lilli Lehmann
Die Forelle - Edmond Clément, Ernestine Schumann-Heink, Lotte Lehmann
Der Tod und das Mädchen - Ernestine Schumann-Heink, Lotte Lehmann
Auf dem Wasser zu singen - Lilli Lehmann
Du bist die Ruh' - Lilli Lehmann
Freudvoll and leidvoll - Lilli Lehmann
Heidenröslein - Lilli Lehmann
An eine Quelle - Lotte Lehmann
Der Jüngling und der Tod - Lotte Lehmann
Auflösung - Lotte Lehmann
Dass sie hier gewesen - Lotte Lehmann
Schwanengesang - Lotte Lehmann
Die Männer sind méchant - Lotte Lehmann
Ave Maria - John McCormack

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martedì 29 gennaio 2008

Juan Diego Flórez in concerto alla Scala

Il tour concertistico di JDF ha fatto finalmente tappa anche al Teatro alla Scala di Milano.
Il celebre tenore è ritornato tra i proclami un po’ eccessivi dell’ufficio stampa del teatro ("Il 20 febbraio dell’anno scorso, li aveva ripetuti di slancio: i nove Do di Tonio ne La fille du régiment di Donizetti, coroncina che alcuni tenori non riescono nemmeno a iniziare. Ed era esplosa la gioia del pubblico. Qualcuno aveva obiettato che il rito del bis è un passo indietro, ma Juan Diego Flórez è così: il regalo della naturalezza nel toccare e tenere le vette del suo registro, se può, lo elargisce senza risparmio e senza pensarci troppo. E condivide con molti il pensiero che il teatro musicale è il cerchio magico in cui chi eccelle ha diritto a qualche eccezione, se serve a tenere in vita l’antico rito del melodramma……" ), sull’onda del successo dell’ambizioso disco dedicato a G.B.Rubini e del concerto-conferenza tenuto all’Università Cattolica.
Concerto molto atteso dei suoi innumerevoli fans, come ad ogni esibizione di una superstella che si rispetti, soprattutto per la curiosità di sentirgli eseguire dal vivo le due impegnative arie del Bianca e Fernando e dell’Elisabetta Regina d’Inghilterra. Si, perché il programma, o meglio, i programmi della nutrita stagione concertistica del peruviano ( di circa 60 serate programmate per il 2008 un terzo sono concerti di canto, come l’anno passato del resto..) si fondano sull’esibizione di alcuni particolari estratti del suo ambizioso cd, intorno ai quali sono collocati opportunamente pezzi di assoluto riposo, limitato contenuto virtuosistico, un po’ di folcklore peruviano ( forse in onore dei “folcloristici” come noi! ), anticipazioni sul suo futuro operistico e…pause.
Un mix sapientemente dosato e calibrato, dove si osa ma solo il minimo indispensabile al mantenimento dell’immagine di grande virtuoso contraltino: le alte puntature del Bianca e Fernando e la drammatica fatica dell’Elisabetta vengono subito archiviate al primo tempo, con tanto di soccorrevole intermezzo pianistico tra le due esecuzioni, non bastando quelli di prammatica. Poi giù, al secondo tempo, con i pezzi della Morales, per tornare all’antico scaldavoce dei tenori di un tempo, J’ai perdu mon Eurydice, al più facile virtuosismo dell’aria aggiunta L’espoir renait dans mon ame sempre di Gluck, a chiudere il programma con la lirica Linda di Chamounix. Un programma sopra la media corrente, è sicuro, ma che non ha certo le velleità universali e la magnificenza dei programmi di una Horne, o la lussuosa eleganza di una Sutherland, di una Berganza o di una Cuberli, né l’esprit de merveille della sequenza di grandi scene con cabaletta di un Merritt, di un Blake, di una Dupuy o di una Anderson. Insomma,un programma perfettamente in stile con la carriera di Flórez, forse un po’ troppo riciclato, perché nell’era dei mass media gli strumenti che servono a costruire le fame planetarie svelano poi anche gli aspetti seriali e ripetitivi del lavoro degli artisti, nel suo caso la reiterazione eccessiva dei programmi da concerto ( ed ancora il pensiero và al buon Bonynge, che, in altri tempi, già riteneva che un programma da concerto non dovesse essere ripetuto più di 3-4 volte affinchè conservasse appieno il suo vero contenuto artistico e …magico ). Ci siamo recati tutti assieme al concerto, anche noi presi dalla curiosità che l’allure mediatica che circonda questo cantante suscita. E' stato il solito Flórez.
Decisamente migliore il secondo tempo anzi i bis, quasi che Flórez abbia pensato il concerto più sui bis che non sul programma vero e proprio. In questo è stato veramente generoso e simpatico con i fans in delirio. Per altro non ha eseguito nessun brano nuovo rispetto a quelli che ha eseguito nel folto carnet di concerti tenuti sino ad ora, anzi alcuni erano già stati eseguiti proprio a Milano lo scorso mese di novembre.
Ciò nonostante e nonostante una serie di problemi vocali, e per conseguenza interpretativi, il pubblico, fra applausi fuori tempo e ostentati ringraziamenti, ha decretato al tenore un successo che ricorda certi concerti scaligeri di autentici fuoriclasse.
Siccome Flórez e i suoi ammiratori sono convinti che il tenore peruviano sia un cantante assolutamente unico e di levatura storica la prestazione del tenore peruviano non può essere giudicata in raffronto alla situazione mediocre del presente, ma oggettivamente.
I grandi o ritenuti tali si devono comparare solo fra loro.
Oggi il problema è che a Flórez non si addicono né i brani di tessitura acuta né quelli di tessitura centrale.
Nella scena di Gennaro di Lucrezia Borgia, aggiunta per Nicola Ivanov, tenore contraltino per eccellenza, Flórez è stato in costante difficoltà, senza dinamica e senza colori, perennemente sul forte e per contro nella belliniana “Ricordanza”, che si rifà alla pazzia di Elvira, ha retto con sforzo e afonia la tessitura centrale. In entrambi i brani il legato è inesistente e i tentativi di sfumare, di cantare piano e pianissimo si risolvono in suoni vuoti, smorti, veramente poco piacevoli.
Non solo, ma un tenore di origine rossiniana ossia di agilità ha eseguito con evidente difficoltà sia gli elementari passi di agilità dell’aria del Re pastore che quelli dell’aria di Orfeo nella versione Le Gros.
E siccome Rossini sarebbe l’autore per eccellenza di Florez quello che il tenore peruviano ha eseguito lascia molto perplessi.
L’accento assolutamente minimalista da parte comica dell’opera del settecento napoletano secondo il miglior gusto anni ’50, non si addicono né alla poetica dell’”Esule” nè alla verve salottiera dell’Orgia e le cose peggiorano quando lo stesso peso e la stessa inesistente dinamica vengono applicate alla grande scena di Norfolk, dove le agilità in tempo veloce sono spesso pasticciate e l’accento assolutamente inerte. Dinamica inesistente. E come sempre acuti ghermiti e spesso ovattati. Ossia la negazione dell’estetica e della tecnica rossiniana.
In generale si deve rilevare che gli acuti di Flórez suonano ghermiti ed ovattati soprattutto i primi, chevrotanti e nasali gli estremi sicchè è facile pensare che il sostegno del fiato non sia quello del fuoriclasse, quale Flórez vorrebbe essere. Il tutto è evidentissimo nella cadenza dell’aria di Carlo della Linda, dove il primo acuto (credo un do) suona nasale, ma facile ed abbastanza squillante poi accade qualche cosa e la cadenza con un altro do finisce malamente rappezzata.
Che qualche cosa nell’organizzazione vocale di Flórez vada male alle prese con i primi acuti è evidentissimo nell’aria di Orfeo, troppo bassa per un tenore come Florez, privo del timbro e dell’ampiezza che il genere tragico richiede ed anche - in fondo siamo in una esecuzione concertistica - della dinamica e del gusto di uno Schipa, che eseguiva normalmente il lamento di Orfeo.
Il problema emerge uguale ed identico anche nell’arioso di Romeo dove manca l’estasi e abbandono e dove la voce, oltre ad accentuare il fastidioso vibrato che da sempre la caratterizza, si irrigidisce irrimediabilmente nello sforzo di emettere e tenere il do conclusivo. Come gusto Flórez tiene “comizio” solo che il volume e l’ampiezza limitata nascondono e mitigano lo svarione interpretativo.
Insomma, di questa serata abbiamo apprezzato la verve di JDF, la simpatia e comunicativa di un artista consumato e la sua generosità nei confronti del pubblico (che non è stato liquidato, ai bis, con un paio di ariette da salotto), ma, con la voce messa in questo modo e quindi regolarmente nasale e falsettante nei piani e a mal partito fin dai primi acuti (e si taccia dei contorcimenti adottati per produrli), è difficilissimo sfumare, variare, imprimere a ogni brano il suo carattere. Il programma scorre monotono, senza fremiti e sorprese, generando una comprensibile impressione di noia e freddezza esecutiva. Non è ingessato l'interprete, lo è la sua tecnica di canto, che non gli consente la necessaria flessibilità.

PRIMA PARTE

I. “Dies Bildnis ist bezaubernd schön” (aria di Tamino da Die Zauberflöte) - Wolfgang Amadeus MOZART
II. “Si spande al sole in faccia” (aria di Alessandro da Il Re Pastore) - Wolfgang Amadeus MOZART
III. “La ricordanza” - Vincenzo BELLINI
IV. “All’udir del padre afflitto” (aria di Fernando da Bianca e Fernando) - Vincenzo BELLINI
V. “L’esule” (Qui sempre ride il cielo)- Gioacchino ROSSINI
VI. “L’orgia” (Amiamo, cantiamo) (testo del Conte Pepoli) - Gioacchino ROSSINI
VII. (Piano solo) “Prelude de musique anodine” (Allegretto moderato), dai Péchés de vieillesse (vol. 13) - Gioacchino ROSSINI
VIII. “Deh! troncate i ceppi suoi” (aria di Norfolk da Elisabetta, regina d’Inghilterra) - Gioacchino ROSSINI

SECONDA PARTE

I. “La zamacueca” - Rosa Mercedes AYARZA DE MORALES
II. “Malhaya” - Rosa Mercedes AYARZA DE MORALES
III. “Si mi voz muriera en tierra” - Rosa Mercedes AYARZA DE MORALES
IV. “La rosa y el clavel” - Rosa Mercedes AYARZA DE MORALES
V. “Hasta la guitarra llora” - Rosa Mercedes AYARZA DE MORALES
VI. “J'ai perdu mon Eurydice” (aria di Orfeo da Orphée et Eurydice) – Christoph Willibald GLUCK
VII. “L’espoir renait dans mon ame” (aria di Orfeo da Orphée et Eurydice) – Christoph Willibald GLUCK
VIII. “Linda! si ritirò” (aria del Visconte Carlo da Linda di Chamounix) – Gaetano DONIZETTI

BIS

"Una furtiva lacrima" - da Elisir d'Amore -Gaetano DONIZETTI
"Ah, lève-toi soleil" - Roméo et Juliette -Charles GOUNOD
"T'amo qual s'ama un angelo" - Lucrezia Borgia -Gaetano DONIZETTI
"La donna è mobile" - Rigoletto - Giuseppe VERDI
"L'alba separa dalla luce l'ombra" - ( testo di Gabriele d'Annunzio ) - Francesco Paolo TOSTI

by GG, DD, AT

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