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martedì 24 agosto 2010

Mese di agosto XIII - Viens gentille dame

Louis-Antoine-Eléonore Ponchard, star dell’Opéra-Comique e creatore della Dame blanche di Boïeldieu, avrebbe dovuto essere il protagonista del Robert le Diable, prima che Meyerbeer mutasse la destinazione e di conseguenza la natura del proprio lavoro, affidato da ultimo alla più prestigiosa fra le scene nazionali, quella dell'Opéra. Basterebbe questa nota biografica per capire quanto Ponchard fosse diverso da quei tenori esili, in ogni senso, che dagli anni Cinquanta in poi hanno, con sparute eccezioni, monopolizzato il repertorio del tenore di grazia.

In realtà la genealogia vocale che fa capo a Ponchard (che fu, tra l’altro, insegnante di canto ed ebbe allievi del calibro di Jean-Baptiste Faure, Rosine Stoltz, Henri-Bernard Dabadie e persino Giovanni Matteo de Candia, in arte Mario) si può ricostruire con sufficiente precisione, visto che alcuni dei maggiori tenori in servizio presso l’Opéra-Comique nei primi decenni del XX secolo hanno inciso la cavatina di Georges Brown.
Il brano, nella tonalità di mi bemolle maggiore, composto da una sezione lenta in quattro quarti (Andantino con moto) e da una più veloce nella curiosa misura di cinque quarti (Allegretto), esprime il rapimento estatico del protagonista, che nel diroccato e a lui ignoto maniero di famiglia attende l’apparizione della misteriosa dama eponima. Non c’è un autentico scarto fra cantabile e cabaletta, l’uno trapassando nell’altra nel momento in cui l’impazienza ha il sopravvento nell’animo del giovane e valente ufficiale. Il brano, giocato su una tessitura piuttosto alta (in particolare sul secondo passaggio di registro, sul quale “battono” numerosi attacchi), sale a più riprese al la bemolle e al si bemolle acuti, per poi scendere, nelle fioriture con cui è variato il tema di apertura, prima al mi bemolle basso e quindi, nella cadenza che precede il ritorno del tema nel suo enunciato originario, al re sotto il rigo. Nella cabaletta compaiono, oltre a nuovi acuti (fra cui un do opzionale), fugaci ma non facilissime terzine e quartine di agilità, scale discendenti, un salto di decima (dal fa basso al la bemolle acuto), fino al si bemolle acuto che corona il brano, prima dell’intervento dell’arpa (preludio all’entrata in scena della Dama bianca) e della ripresa (“dolcissimo”) del tema, ancora una volta chiuso da un si bemolle acuto con tanto di corona.
I tenori attivi all’Opéra-Comique e documentati dal disco rispondono ai nomi di Edmond Clément, René Lapelletrie, David Devriès e Miguel Villabella. Loro parente prossimo, e star della Monnaie di Bruxelles, è André d’Arkor, che di tutti i precedenti ha forse il timbro più caldo e pastoso, seguito a ruota da Villabella, voce di grande bellezza (sia pure afflitta da qualche nasalità e da un eccesso di portamenti, che ne sminuiscono, e non poco, il fascino, oltre ad “irrigidire” l’esecuzione e provocare una realizzazione un poco stentata delle agilità della cabaletta).
Quel che è comune a tutti i precedenti, salvo in parte, come detto, Villabella, e che doveva evidentemente essere il tratto distintivo della tradizione e della memoria storica dell’Opéra-Comique e teatri analoghi, sono le “buone maniere” vocali, che consistono essenzialmente in un’emissione di scuola, che rende la voce morbida e fluida nei vocalizzi senza che risulti stimbrata e afonoide, e che di conseguenza permette al cantante, indipendentemente dalla gradevolezza del timbro, di inserire nel canto quelle sfumature, in difetto delle quali non avremmo più l’elegia di un amante impaziente, ma uno scomposto vociferare ovvero, in difetto di qualità timbriche, un rauco e ben poco piacevole mormorio. Si ascolti invece come questi cantanti riescano a differenziare il senso delle frasi e a scandire i momenti dell’attesa del personaggio, affrontando gli acuti previsti (e altri aggiungendone all’uopo: per tutti valga il si bemolle inserito, in luogo del si bemolle centrale scritto, su "émue"), acuti risolti ora in falsettone, ora (tipicamente alla cabaletta) a piena voce. La dolcezza dell'attacco di Clément, la grande facilità di D'Arkor nell'esecuzione delle scale discendenti nella cabaletta, le variazioni generosamente profuse da Lapelletrie fin dal primo enunciato del tema del cantabile sono impressionanti, anche se l'esecuzione più seducente, perché più sfumata, è opera dal meno conosciuto Devriès, che risolve la pagina con un sapientissimo gioco di variazioni agogiche e dinamiche, tali da valorizzare, assieme al testo, la dote timbrica, di per sé non irresistibile.
Preme inoltre sottolineare come tutti questi grandissimi tenori avessero in repertorio Barbiere di Siviglia, Manon e Contes d’Hoffmann, ma anche Faust, Werther, Carmen, Butterfly, e ancora Lucia di Lammermoor e Bohème (D’Arkor), Traviata e Tosca (Devriès), persino Fanciulla del West (Lapelletrie). Consuetudine che testimonia una solidità al centro, un mordente e una proiezione vocale, tali da rendere agevole l’esecuzione di ruoli spinti, senza che venisse meno la facilità, e quindi l’espressività, del canto. Per altri, forse, un simile elenco testimonierà quanto il pubblico di ieri fosse facile ad accontentare, all'opposto, magari, di quello di oggi. Le registrazioni, di ieri e soprattutto di oggi, smentiscono però fatalmente l'assunto.
Quella francese, rectius francofona, non è l’unica grande tradizione di canto applicata alla cavatina di Georges Brown. Se ascoltiamo Hans Buff-Giessen (formidabile esecutore di trilli, come quello aggiunto in chiusa), e più ancora Leo Slezak (immenso interprete wagneriano e verdiano, fra l’altro), udiamo, fatte le debite differenze in quanto a dote naturale, analoga proiezione della voce, prodigiosa capacità di controllo del fiato, identica scansione delle agilità, risolte di forza, ma senza che il cantante debba bofonchiare o peggio. Tanto per non smentire la nomea di passatisti che ci accompagna, potremmo affermare che, fra i tenori di area mitteleuropea del presente e del recente passato, nessuno sfoggia, neppure nel repertorio più frequentato (che non è sempre il più consono, anzi), l’autorevolezza e lo squillo di uno Slezak, di fronte al quale impallidisce persino Rosvaenge (alquanto svogliata e piatta la sua esecuzione).
In tempi a noi più vicini, fronte di un ridotto numero di tagli rispetto a quanto previsto dallo spartito (ma con i tagli, spesso resi inevitabili dalla durata standard dei vecchi dischi, spariscono anche variazioni e abbellimenti, che testimoniavano una precisa prassi storica), l’interpretazione perde vigore e smalto, a volte a favore di un’esecuzione graziosa, magari un poco inerte (e nella cabaletta il fuoco, l’impazienza dell’amante, deve avvertirsi, pena il precipitare della tensione drammatica), altre volte a vantaggio di un’esecuzione che mira a mettere in evidenza, in via esclusiva o quasi, la bellezza di un timbro o la facilità di estensione in alto (a prezzo di qualche rantolio o strozzamento di gola: si veda ad esempio la maldestra, per non dire peggio, realizzazione di Kunde). Certo l'assidua pratica rossiniana consente a Rockwell Blake di venire a capo di gran parte delle difficoltà tecniche del brano, ma il confronto con i cimeli a 78 giri neppure si pone, per vaghezza timbrica e più ancora per qualità del legato, oltre che per numero e pertinenza di sfumature.
Chi si contenta gode, asserisce il proverbio. E dato che la Dame blanche pare essere titolo sconosciuto ai signori sovrintendenti e direttori artistici (anche a quelli di origine transalpina), forse, per restare in tema di proverbi, non tutto il male viene per nuocere.


Gli ascolti

Boieldieu - La Dame blanche


Atto II

Viens, gentille dame

Hans Buff-Giessen - 1905
Leo Slezak - 1905
Edmond Clément - 1916
René Lapelletrie - 1919
Helge Rosvaenge - 1928
David Devriès - 1930
Miguel Villabella - 1930
André D'Arkor - 1931
Alessandro Ziliani - 1935
Fritz Wunderlich - 1960
Nicolai Gedda - 1965
Rockwell Blake - 1992
Gregory Kunde - 1997

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domenica 23 novembre 2008

Il tenore prima di Caruso e del Verismo, parte I


La fama di Juan Diego Florez e la scelta dello stesso di dedicare a Giovan Battista Rubini il suo ultimo recital possono far discutere, per la quasi totale assenza di legame fra il tenore peruviano ed il divo bergamasco.
Contro i detrattori o gli scettici nei confronti di Florez viene avazata l’obiezione, assai facile, che non esistono documentazioni fonografiche di Rubini, ma solo descrizioni scritte che, come tutti i documenti cartacei, debbono, poi, essere interpretate.
Credo, al contrario, che, nonostante l'assenza di documentazione diretta, ci sia molto, molto di più ossia la tradizione vocale ed interpretativa del tenore prima di Caruso, che si rifà al tenore romantico di cui Rubini con Nourrit fu il paradigma e l’esempio. Sino alla svolta impressa da Caruso, in quanto modello del tenore verista, alla vocalità maschile.
I reperti del canto e del gusto dei tenori prima di Caruso sono numerosi e significativi. E se anche nessuno di questi può essere direttamente riferibile a Rubini può, però, essere l’immagine della tecnica e del gusto praticato ad ogni latitudine o longitudine sul finire del secolo XIX, prima del mutamento di gusto e l’affermarsi della vocalità verista
I tenori di estrazione ottocentesca, se non vogliamo usare il termine, rubiniana cantavano tutti in modo simile. La comunanza di lessico tecnico è evidentissima, come l’interpretativa.
Erano, famosissimi, famosi e “di fianco” tutti in grado di passare ad ogni altezza del pentagramma dal piano al forte, talvolta, anche partendo dal pianissimo, cantavano le note acute a piena voce, in falsettone e, talvolta, anche in falsetto (nota è la prodezza al do bem del duettone degli Ugonotti di ripetere la frase “dillo ancor” in falsetto, in falsettone e, poi, a piena voce), molti di loro eseguivano correttamente e qualcuno addirittura spericolatamente passi di agilità piuttosto complessi, molti trillavano con facilità, anche eseguendo le opere di Verdi, erano in genere rispettosi dei segni di espressione. Anzi spesso ne aggiungevano molti e propri, anche perché di segni di espressione e di dinamica, sino al primo Verdi, i compositori erano parchi, essendo dinamica ed agogica pertinenti la sfera dell’interpretazione e, quindi, esclusivo diritto del cantante.
In questo senso anche tenori del dopo Caruso come Fleta, Lauri-Volpi, Schipa, Wittrish e D’Arkor furono ancora vicini al modello ottocentesco.
Questo dominio tecnico consentiva a Manrico di essere il Conte d’Almaviva a don Ottavio di essere Raoul de Nangis a Tannahauser di essere Faust. E, più in generale, la padronanza tecnica era (e sarebbe anche oggi) un mezzo di espressione e, quindi, di rispetto della volontà dell’autore banditi come erano suoni forzati, esecuzioni stentoree e squadrate per dinamica e agogica. Un’altra costante è che anche i cosiddetti tenori di forza suonassero squillantissimi in alto, capaci di smorzature e, comunque, di colore chiaro, rispetto ai tenori cosiddetti di forza portati in auge proprio da Caruso, che nella fase finale della carriera suonava più scuro di un baritono. Al riguardo vedasi i duetti con De Luca del 1920, se, poi, si tiene conto che Caruso interpreta Nemorino..........
E chiaro che ci sono anche difetti che al nostro orecchio ed al nostro gusto suonano poco gradevoli.
In primo luogo la libertà dinamica ed agogica, può apparire leziosaggine, com’è sgradevole la tendenza di tutti i tenori, specie se di grazia, ad emettere molto aperte le vocali dei suoni centrali e magari, la libertà famosissima e censuratissima di far cadere suoni scomodi su vocali più comode di quelle del testo. In proposito, però, non vedo perché gridare allo scandalo per “il mio sol pensier sei te” di Fernando de Lucia e non per “le tenebre fonde” di Imogene secondo Felice Romani, trasformate in “ tenebre oscure” da Maria Callas.
L’ascolto, con queste premesse riserva sorprese assolute una sorta di viaggio nel tempo e nell’arte molto particolare ed interessante.
Gino Monaldi nel suo “cantanti celebri” scrive di Mario:" una sera del 1864 in casa di Paolina Lucca -nota editrice di musica- mi fu dato di sentirgli cantare la serenata del Barbiere e il duetto del Rigoletto. Mario era già avanti con l'età e aveva quasi abbandonato le scene: l suono della sua voce conservava nondimeno la purezza adamantina dei suoi verd'anni e il metodo era sempre quello suo squisitissimo e inimitabile che fece di lui il più geniale fra i cantanti di teatro. Ebbene, alle prime note uscite dalla sua gola confesso d'aver provato anch'io un senso spiacevole, quasi disgustoso. Quei suoni chiari ed aperti, quel fraseggiare scandito, quella sillabazione martellata, quel modo di cantare così singolare e cotanto dissimile da ogni altro, mi sembravano una leziosaggine e una smanceria antipatica. Man mano però, che quella voce e quel canto mi penetravano nell'anima provavo un gaudio e una dolcezza infinita. Mai la voce umana mi era apparsa così ricca e così varia di poetica espressione. Quando uscii da quella casa ero pieno d'una delizia intensa, non mai finora provata. Il fenomeno più strano fu questo: che per qualche tempo non seppi più tollerare altre voci e altri cantanti. Tutti, anche i migliori, mi sembravano quasi coristi al confronto de grande Mario."
Credo che non sia difficile trovare rispecchiate le parole di Monaldi dedicate a Mario con riferimento ad un altro mito di fine ottocento Francesco (meglio noto come Checco) Marconi (1855-1916), che cinquantacinquenne esegue, integrale, con Maria Galvany, la sezione conclusiva del duetto finale dei Puritani.
E’ un altro Bellini rispetto anche a quello cui la più celebrata coppia dei nostri giorni, (Sutherland-Kraus) ci ha abituati. Persino la più belliniana coppia, che la registrazione documenti, appare piatta e metronomica nel raffronto con questa primordiale registrazione. Le libertà (molte e soprattutto maschili) della coppia Marconi-Galvany in fatto di tempi e dinamica si risolvono in una esecuzione dolcissima, sfumatissima, veramente protoromantica, ma per nulla sdilinquita o asettica.
Ancora un Marconi esausto e di cui è evidente ormai la voce priva di smalto e di corpo cesella come il momento scenico impone il “cielo e mar” a tal punto da far apparire squadrato e poco fantasioso persino Beniamino Gigli, che della aria di Enzo ha offerto una esecuzione di assoluto riferimento. Non riesco ad immaginare il confronto con il poco felice Pavarotti della registrazione ufficiale Decca o Josè Cura, che il pubblico scaligero apostrofò per certi atteggiamenti più consoni ad un california dream men, che non al nobile Enzo Grimaldo.
Un altro stupore assoluto viene dall’esecuzione della cavatina di Almaviva di Hermann Jadlowker (1877-1953), il quale cantava d’abitudine Otello di Verdi o, magari, Bacchus di Ariadne auf Naxos, salvo, poi, eseguire a voce piena volate, scale ed arpeggi nei panni del Conte o, addirittura, rimpolpare la cadenza prevista per Raoul negli Ugonotti.
La corretta esecuzione dell’ornamentazione era comune e praticata anche da tenori wagneriani come il più celebre heldentenor prima di Melchior, ossia Jacques Urlus (1867-1935) che trilla nell’aria di Manrico o Heinrich Knote (1870-1953), che esegue il duetto con Azucena con inserimento di falsettoni e, comunque, con una precisione di espressione e rispetto dei segni di espressione rare, comunque, impensabili al momento attuale per un tenore, che eseguiva d’abitudine Wagner e ruoli spinti.
Ovvio che il falsettone era applicato sistematicamente al repertorio francese.
Un tenore ritenuto di forza, Otello e Jean de Leyda, che esegua con un legato immacolato ed un falsettone perfetto l’aria della Dame Blanche di Boieldeau, come Leo Slezak (1873-1946) oggi è impensabile.
Era poi ovvio logico e scontato che nei panni di Lohengrin fossero tutti estatici, dolcissimi e con una linea di canto esattissima e che ad un canto legato, sfumato e raccolto si attenesse anche l'esecuzione dell'aria di Manrico.
Ma l’esecuzione dei passi di agilità era la prassi anche per la scuola francese, come risulta dalla siciliana del Robert Le Diable di Leon Escalais (1859-1941).
Però Esclais, cui l’aspetto fisico, tutt’altro che avvenente, precluse il palcoscenico più importante di Francia esegue con estasi ed eleganza, oltre che acuti squillanti e penetrati, l’aria di Gaston dalla Jerusalem. E alle prese con “Suplice imfame”, versione francese della più nota pira esibisce una saldezza ed uno squillo in alto, che neppure i sistemi primordiali di registrazione possono tarpare. O se lo fanno consentono di ascoltare una vocalità ed un’interpretazione perdute come idea ancor prima che come realizzazione.



Ascolti


Checco Marconi - I Puritani - “Vieni fra queste braccia" - con Maria Galvany
Checco Marconi - La Gioconda - “Cielo e mar”


Hermann Jadlowker - Il Barbiere di Siviglia - “Ecco ridente in cielo”
Hermann Jadlowker - Gli Ugonotti - “Bianca al par di neve alpina”
Hermann Jadlowker - Lohengrin - " Mercè cigno gentile"

Jacques Urlus - Il Trovatore - “Ah si ben mio”

Heinrich Knote - Il Trovatore - “Mal reggendo” - con Margarete Matzenauer

Leo Slezak - La Dame Blanche - “ Vien gentile dame”
Leo Slezak - Les Huguenots - "Grande Duetto" - con Elsa Bland
Leo Slezak - Il Trovatore - "Ah si ben mio"

Leon Escalais - Robert Le Diable - “Au tournoi chevaliers”
Leon Escalais - Jerusalem - "Je veux encore entendre"
Leon Escalais - Le Trouvère - “Suplice infame”



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