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lunedì 15 novembre 2010

Modena: "Maria Stuarda" ancor superba e fiera

Un’antica pratica della Chiesa Cattolica cinque-secentesca, poi caduta in disuso e ai giorni nostri cancellata, affermava che l’elezione di un Papa poteva avvenire per acclamazione unanime dei cardinali elettori. Nonostante ci siano numerose ed evidenti differenze tra il Teatro Pavarotti di Modena e la vaticana Cappella Sistina, soprattutto in coloro che la frequentano, oceanica, calorosa e unanime è stata l’acclamazione che il pubblico modenese, durante la prima di “Maria Stuarda”, ha tributato alla grandissima Mariella Devia, non solo incoronata sovrana della serata.
Tale tributo, doverosissimo ça va sans dire, sottolinea ancora una volta, e ce n’è bisogno, che di artiste vere, di razza, professionali, preparate il pubblico ha fame! Una fame di arte ed entusiasmo spontaneo verso colei che con questo ciclo di recite ha letteralmente polverizzato tutte le possibili pseudo-simil-belcantiste odierne, anche recentemente ascoltate, che commenti forumistici, dolciastri proclami su social network e recensioni, o presunte tali, infarcite di accenti paragonabili solo alle svenevolezze da “Baci perugina”, hanno inopinatamente innalzano a esempio di “belcanto” moderno. Una bufala autentica, non solo colossale, ma parecchio comica oltre che greve, che puzza troppo di stantio per essere credibile. Mi spiace, ma oggettivamente è così! Una sovrana assoluta, e sola purtroppo, la Devia, che dopo il buco nell’acqua della sua recente “Traviata” bolognese, si riappropria, nel proprio elemento, dei consueti panni donizettiani dell’infelice e colpevole Stuarda, ruolo studiato, approfondito, assimilato che nonostante qualche ovvia perplessità su stile e tessitura, oggi il soprano può vantare di calzare come un guanto. E difatti il miracolo si compie: il pubblico, al suo apparire a scena aperta nel giardino di Forteringa, le tributa un applauso talmente entusiasmante, che l’introduzione orchestrale e l’attacco della Kennedy vengono ritardati saggiamente per alcuni minuti. Poi la Devia inizia con “O nube che lieve” e subito iniziano i prodigi: l’appoggio ovunque sovrano della voce, il controllo magistrale dell’emissione tutta giocata su un dolcissimo piano cesellato da acuti in pianissimo sulla parola “sospiri”, un legato a prova di bomba sostenuto da un fiato perfetto che le permette di legare intere frasi, respirando all’unisono con la musica ed un registro di testa saldo e brillante come il cristallo, lasciano il pubblico in apnea. L’accento poi è ovunque vibrante, ed è eccezionale come la Devia riesca con un fraseggio dolcissimo, intimista a scolpire l’ ambigua femminilità della regina prigioniera, riuscendo naturale ed immediato l’incanto di rendere suo complice il pubblico, il quale deve necessariamente ritenerla pura e innocente, pur nella evidente colpevolezza. “Nella pace del mesto riposo” ha un piglio decisamente battagliero, quasi una Odabella verdiana, tutto tenuto su un coerente mezzo-forte di spavalda intonazione, per non parlare del tono con cui accenta frasi come “resti, resti sul trono adorata”, il cui l’interprete è attraversata da un elegantissimo sprezzo beffardo, ma mai volgare né greve, e velata da un peccaminoso orgoglio. Le scale cromatiche, i trilli, non troppo infallibili però, ed i vocalizzi ascendenti e discendenti, su cui aleggia qualche trascurabile durezza, esplodono in acuti timbratissimi, come nelle raffinate variazioni della rispresa, in cui sorprende lo sfoggio ampio e inedito di un registro grave morbido e dal colore freschissimo. Le frasi nel successivo duetto con Leicester si colorano di abbandoni degni di una amorosa malinconica, eppure carica di desiderio, che culminano in un “Da tutti abbandonata” ricamato in un cremoso patetismo, perfetto contraltare dello scontro con Elisabetta, nel quale il crescendo nervoso dell’accompagnamento orchestrale, conduce ad una invettiva liberatoria e scabra al contempo, introdotta da un maestoso “No” e conclusa evitando saggiamente la variante acuta, gestendo cioè con sensibilità le vibrazioni dei registri centro-grave e donando maggiori sottolineature all’insulto senza quelle aperture di suono che anche interpreti più blasonate aggiungevano rovinando l’effetto. Splendido, infine, tutto III atto in cui l’orgoglio sprigionato dalle iniziali parole della Stuarda, si trasforma lentamente in quella trasfigurazione emotiva che è la “scena della confessione”, il cui vertice, oltre a tutto il lunghissimo climax finale, è raggiunto da “Delle mie colpe lo squallido fantasma”, delirio di un’anima lacerata dal peccato che dischiudendo la sua anima con la forza della voce, trascolora, nel suo galleggiare sicuro e vibrante, sui vocalizzi e impalpabili involi all'acuto verso l’autentica catarsi. Bellissimo. In questo contesto la Devia è purtroppo isolata. Un peccato gravissimo, a mio parere, che non si sia trovata una Elisabetta, non dico di pari livello, ma almeno passabile, cosa che purtroppo Nidia Palacios sicuramente non è. Dalle ripugnanti recite di “Lucrezia Borgia” a Bergamo, in cui interpretava un Maffio Orsini calamitoso e inudibile, sono passati pochi anni ed Elisabetta è un ruolo praticamente centrale che potrebbe offrire alla cantante diversi nascondigli; in più la dimensione del teatro di Modena, più ridotto rispetto al Teatro Donizetti di Bergamo, può aiutare in parte la proiezione di una voce tutto sommato troppo piccina per parti di tal fatta.
La Palacios poi non è né mezzosoprano, né contralto, ma tutt’al più un sopranino, corto corto in alto, inesistente in basso, stridulo ovunque, con una esile vocina poggiata più sulla natura che sulla tecnica, atraversata da un vibrato che rende ancora più acido il timbro, già chiaro, e a rischio rottura su ogni nota a partire dal Mi. Si aggiunga una resa del personaggio a malapena generico nonostante si sforzi di sfoggiare una parvenza di grinta. Un po’ meglio le cose vanno con il tenore turco Bülent Bezdüz, in carriera dal 1997 nel cui curriculum appaiono anche collaborazioni importanti con maestri del calibro di Sir Colin Davis (“Les Troyens”, “Falstaff”), sostituito all’ultimo minuto dell’insufficiente Adriano Graziani “provvidenzialmente” indisposto e vittima di critiche non proprio entusiastiche. Alla figura giovane il tenore associa una voce piccola, gradevole, beneducata, esilissima, ma che riesce a correre bene in teatro e si copre di gloria nel duetto con la Devia e nei passi più elegiaci, nei quali dimostra un buon controllo del fiato ed un accento interessante e quantomeno partecipe. Ugo Guagliardo (Talbot) e Gezim Myshketa (Cecil) sono praticamente due baritoni sovrapponibili; più rozzo il primo, più delicato il secondo, entrambi fanno sentire la loro voce solo al III atto, mentre negli atti precedenti non ci è dato sapere nulla della loro vocalità inghiottita com’è dall’orchestra. Brava invece si dimostra Caterina di Tonno che emerge nel ruolo di Anna Kennedy ed è l’unica che può duettare degnamente con la Devia sfoggiando voce chiara, morbida e sonora ed un musicalità di grande sensibilità. Buono il coro preparato dal Maestro Corrado Casati nonostante lo stridore di certi soprani soprattutto nella preghiera del III atto. Irriconoscibile, in meglio, la direzione di Antonino Fogliani. Sceglie l’edizione critica a cura di Anders Wiklund per quanto riguarda la partitura accogliendo alcune delle varianti “Malibran”, ma tagliando, giustamente, l’Ouverture che Donizetti scrisse per il Teatro alla Scala, che invece quando si esibì su quello stesso podio volle introdurre. Allora, ricordo, tanta era la pesantezza sia della parte visiva che della parte musicale. Un golfo mistico annegato da un’agogica grigia e spenta di suprema lentezza tanto da mortificare le intenzioni dei cantanti. A Modena Fogliani ha totalmente ripensato la sua direzione rivista sotto l’ala degli influssi rossiniani e del Donizetti già maturo della “Lucia di Lammermoor”. L’orchestra di Modena è sicuramente volenterosa e duttile, ma non può mascherare certi stridori degli archi e certe stonature dei fiati; infatti Fogliani, come già Frizza a Roma, predilige, in questo caso, tempi nervosi ed espressivi per quanto attiene alla figura di Elisabetta, facendola uscire da quell’ingombrante alone di “seconda donna” almeno musicalmente parlando, mentre predilige una timbrica più melodiosa, dolceamara, fluida per Maria Stuarda; interessante quindi lo scontro anche musicale che si viene a creare in orchestra per far emergere uno o l’altra sovrana. Molto curato, ad esempio, l’utilizzo del clarinetto per sottolineare la presenza della Stuarda, richiamando dappresso l’utilizzo che Donizetti farà dell’arpa ed del flauto per accompagnare Lucia e implacabile il declamato melodico che travolge l’orchestra nel finale del II e III atto in cui l’elettrizzante duello non avviene più tra Elisabetta e Maria, ma tra Fogliani e la Devia con esiti felicissimi per entrambi, meno per gli altri cantanti che letteralmente spariscono. La regia di Francesco Esposito (suoi anche i pregiati costumi), già collaudata in molti teatri dal 2001, di cui esiste un DVD e che vide a Roma il debutto nel ruolo della Devia, dipinge tutti i personaggi come dominati, loro malgrado dalla personalità della Stuarda, autentico deus ex machina della vicenda, moltiplicata in scena da sinistre figuranti atteggiate in pose plastiche o tragicamente ricoperte di veli rossi, all’interno di un ambiente funereo che imprigiona i cantanti tra grate incombenti, mura nerissime (scenografie di Italo Grassi), discrete proiezioni e di un disegno luci magnifico curato da Fabio Rossi che visualizza cromaticamente ambienti e passioni. In realtà non accade nulla in scena, a parte il ridicolo uso del solito frustino sado-maso, e l’insistita presenza di drappi rossi o argentati poggiati a terra volendo rappresentare di volta in volta la via verso il trono o verso il patibolo, ma si lascia guardare e non da fastidio né ai cantanti, né al pubblico. Al termine applausi cortesi per tutti, molto calore per tenore e direttore e trionfo assoluto per la Devia: trionfo, vero, autentico, rumoroso di quelli con le mani battute sulle balaustre dei palchi; di quelli con i piedi che battono prepotenti sul legno del pavimento; di quelli che accennano ad essere ritmati; di quelli con il pubblico in delirio che chiama ripetutamente e a gran voce la sua beniamina per ringraziarla delle emozioni che ha saputo trasmettere. Di fronte a questo i “trenta secondi” di clap-clap che a fine recita accoglie gli artisti nei teatri italiani ed esteri, ultimamente scambiati per successi epifanici e difesi strenuamente quanto comicamente, diventano solo materiale per barzellette.





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domenica 29 marzo 2009

Gazza ladra a Bologna

È da poco calato il sipario sulla seconda e ultima rappresentazione bolognese della Gazza ladra, ripresa dell’allestimento già visto a Pesaro due estati fa, da cui proveniva anche, in buona parte, la compagnia di canto. La prima di domenica scorsa, com’è noto, è saltata a causa di uno sciopero che si è poi esteso alle tre recite successive, facendo della recita di sabato 28 (secondo cast) la vera première e della matinée di oggi l’unica occasione di ascoltare la prima compagnia. Non intendiamo addentrarci nell’analisi di ragioni e torti extramusicali, che non a questa sede compete, ma a ben altre, e ci limitiamo quindi a registrare che i rapporti fra la dirigenza del Comunale e un buon numero di lavoratori del Teatro (sui giornali abbiamo letto di una cinquantina di persone) si sono fatti in quest’ultima stagione sempre più tesi. E questa tensione non ha mancato di riflettersi sullo spettacolo così faticosamente andato in scena.

Tensione che è prima di tutto avvertibile nella direzione e concertazione musicale, affidate a Michele Mariotti: tempi stringati, quasi che con la precipitazione si potesse più agevolmente raggiungere l’acme drammatico, un ventaglio dinamico piuttosto limitato e con netta prevalenza di forti e fortissimi orchestrali, con tanti saluti al crescendo rossiniano come veicolo di tensione narrativa, e una spiccata propensione a procedere per la propria strada qualunque cosa accada sul palco. Possiamo anche immaginare che le prove si siano svolte in un clima piuttosto difficile, ma che nei concertati, e segnatamente nelle strette, le parti entrino alla bell’e meglio, è un po’ difficile da digerire, soprattutto perché la precisione del meccanismo musicale, più ancora dei raffinati interventi degli strumenti “a solo”, è la caratteristica indispensabile alla corretta esecuzione della partitura rossiniana. Ovviamente con poche prove (penso soprattutto al secondo cast, che delle prove d’assieme è, per consolidata tradizione, la cenerentola) è raro che tutto fili alla perfezione, ma quando a inciampare è una cantante di consolidata esperienza, e che per giunta ha già cantato il ruolo (alludo a Mariola Cantarero e al suo anticipato attacco del couplet nel finale II, con conseguenti svarioni nelle battute successive), forse la responsabilità va attribuita a chi sta sul podio. Poi ci sarebbe da dire della ricerca dei colori, sempre assai laboriosa in un genere per sua natura ibrido come quello semiserio, qui rimpiazzata da una generica brillantezza che, se risuona a dovere nelle prime scene dell’opera, non riesce a venire a capo del clima, decisamente più cupo, del secondo atto. Rilevato che a Mariotti devono piacere molto le percussioni, dato che negli assieme arrivano a coprire non solo i cantanti ma anche gli altri strumenti (finali d’atto), va detto che i momenti più intensi sono quelli affidati in esclusiva o quasi alle voci (largo del finale I e cantabile del duetto Ninetta/Pippo, sezione a cappella del quintetto atto II). Registriamo anche alcuni tagli, che interessano buona parte dei recitativi, la prima sezione dei ballabili che punteggiano il brindisi di Pippo e l’intera aria di Lucia al secondo atto.

Grande attesa per la prova di Mariola Cantarero, che tornava in Italia dopo una controversa edizione di Puritani ad Amsterdam. Lo strumento, rispetto alla Gazza pesarese, suona più magro al centro e ancora più stridulo in acuto, mentre in basso si odono solo suoni aperti o meri parlati. L’interprete si sforza di essere pertinente e le variazioni sono discrete, ma la voce, ormai priva di appoggio, suona larvale e falsettante quando (quasi sempre) si limita al “piano”, mentre al primo accenno di un maggiore volume (confronto con il Podestà nel terzetto atto I, quintetto atto II) compaiono urla intollerabili persino per una Santuzza di provincia. La prestazione del soprano spagnolo risulta comunque superiore a quella della sua omologa nel secondo cast, Paula Almerares, che con voce da soubrettina, nonché di scarsa intonazione nella zona dei primi acuti, posa a soprano centrale, per giunta con variazioni acrobatiche di dubbio gusto e ancor più dubbia esecuzione.

Alex Esposito, giù udito come Fernando a Pesaro, parte male, con un recitativo d’entrata tutto sul forte in cui ogni tentativo di smorzare è preceduto da pause che sembrano interminabili e seguito da suoni a costante rischio di stimbratura. Poi si riprende e, sia pure confermando scarsa dimestichezza con gli acuti e con il canto di agilità, porta a termine dignitosamente il terzetto. Ancora le agilità sono il punto debole della grande aria del secondo atto, peraltro gestita con varietà e pertinenza di accenti, che gli vale l’unico vero applauso della rappresentazione. Purtroppo al quintetto cede alla tentazione di imitare gli accenti veristeggianti della Cantarero e sciupa con qualche urlaccio quella che fino a quel momento era stata una prova decorosa. Tutto sommato ho preferito il Fernando del secondo cast, Ugo Guagliardo, che senza essere un fulmine di guerra ha una voce di notevole impatto, agilità discrete e una presenza scenica assai più controllata rispetto all’irruente Esposito. Peccato per gli acuti, intonati ma affetti da qualche durezza.

Il Podestà era in primo cast Simone Alberghini. Nell’aria di sortita la voce non ha l’ampiezza del basso profondo che sarebbe richiesta dal ruolo, e in più punti suona fioca, scarsamente proiettata, con buono sfogo solo in acuto. C’è un’impressione generale di cautela e un’esecuzione non sempre precisa del canto di agilità. Le cose vanno meglio nel terzetto e soprattutto nel finale del primo atto, anche se nei concertati, specie quando è chiamato in causa il registro grave, la voce scompare. L’interprete è comunque molto musicale e ne dà prova al secondo atto, con una buona esecuzione della grande aria che almeno in parte compensa l’attutito volume. Resta il fatto che il disinvolto alternare parti da baritono e da basso profondo provoca più di un dubbio sulle capacità di autovalutazione del signor Alberghini, dubbi che al momento dell'ascolto si rafforzano e anzi si estendono alla condotta professionale del medesimo. Il componente del secondo cast, Luca Tittoto, ha gestito con maggiore disinvoltura – sia pure con un’intonazione a tratti un po’ al limite – una parte che neppure a lui sembrava convenire del tutto.

Per la breve ma non banale parte di Giannetto il primo cast schierava Lawrence Brownlee, che ha una voce di bel colore, purtroppo afflitta da quel fastidioso vibratino che oggi sembra andare tanto di moda fra i tenori contraltini nel repertorio rossiniano. Preciso il canto di agilità e spavalde le puntature, ma quella del passaggio è una zona minata in cui compaiono suoni schiacciati e a rischio intonazione (aria, finale I). Rose e fiori, comunque, di fronte ai suoni stimbrati e gracchianti sfoggiati da Filippo Adami, che pure sarebbe, per natura vocale e intenzioni esecutive, interprete plausibile del personaggio.

Scarsi motivi di soddisfazione hanno offerto le due interpreti di Pippo, personaggio decorativo che proprio per questo ha più di altri bisogno di un canto morbido ed elegante, tanto nello spavaldo brindisi come nel commovente duetto al secondo atto. Silvia Tro Santafé, di cui apprezziamo la simpatia scenica, ci ha fatto l’effetto di una minuscola Barbieri, con suoni di petto francamente comici, la coloratura vorticosa che tanto di moda va nel Barocco e acuti rari e faticosi. Almeno lei era udibile in assieme, il che non si può dire di José Maria Lo Monaco, praticamente il prototipo del mezzosoprano oggi à la page, inesistente nel registro grave (che la parte sollecita non poco), striminzita al centro e schiettamente sopranile in acuto.

Paolo Bordogna e Vincenzo Taormina si alternavano come Fabrizio, senza meriti o demeriti peculiari (la voce di Taormina risulta un po’ più timbrata di quella, assai tenorile, di Bordogna), mentre Lucia era Kleopatra Nasiou, alias Kleopatra Papatheologou, già udita in Pesaro. Il mutato nominativo non ha prodotti cambiamenti nella vocalità, e il taglio dell’aria appare quindi più che giustificato.

Fra i comprimari una segnalazione per Mattia Olivieri, che al secondo atto sfodera, nella frasetta di Giorgio (“Ti compiango amico mio”), un materiale vocale di discreto interesse.

Per lo spettacolo di Damiano Michieletto valgono le considerazioni di due anni fa: fantasioso, divertente, “nella” musica e non “contro” la musica, se si eccettua la richiesta, cui sono sottoposti i cantanti, di passare in pratica tutto il secondo atto con i piedi immersi nell’acqua. Questo è l’unico appunto che possiamo muovere a una regia di rara vivacità e impatto spettacolare, complice ancora una volta la deliziosa Gazza di Sandhya Nagaraja.

In appendice, e in luogo dei soliti ascolti comparati che hanno suscitato le rampogne di alcuni illuminati lettori, un brano di musica "leggera" con cui vogliamo rendere omaggio al ritorno di Mariolita Cantarero sui nostri palcoscenici.


Gli ascolti

Bixio/Cherubini: Macariolita - Ernesto Bonino (1940)

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lunedì 14 luglio 2008

Otello a Wildbad: Tutti pazzi per Desdemona

Crediamo che dopo questa recensione nessuno ci potrà accusare di non nutrire una passione sincera e autentica per le voci, fondamento insostituibile e sola ragion d'essere dell'opera. Ben tre membri di questo Corriere hanno attraversato l'Europa, addentrandosi nel cuore della Foresta Nera, tra gorge de loups, nebbie e fortunali onde assistere al primo cimento nel Rossini tragico di Jessica Pratt, soprano australiano che i nostri teatri cominciano fin troppo timidamente a scoprire e utilizzare.
Wildbad è una tranquilla località termale (età media dei frequentatori: sui 78 anni) e la sala che ha ospitato Otello, posta su una collinetta che nulla ha che vedere con la Collina della lirica, ricorda quella di una buona birreria di provincia tedesca. Adeguate all'ambiente e all'umanità che è solita popolarlo la direzione d'orchestra e la regia. Osservando Antonino Fogliani (alla testa di un'orchestra peraltro non certo impeccabile, dagli archi pseudobaroccari ai fiati pigolanti) alle prese con l'Ouverture abbiamo potuto apprezzarne il gesto, così confuso che non si capisce come l'orchestra abbia potuto trovarvi indicazioni e suggerimenti. Ove per indicazioni e suggerimenti si intenda non sfumature dinamiche e agogiche, ma semplicemente precisione e puntualità di attacchi. Il meglio dell'arte direttoriale del maestro Fogliani si esplicita nella coda dell'Ouverture, nel preludio alla sortita di Desdemona (con un corno da caccia alla volpe, ovviamente non reale) e nell'introduzione al terzo atto, in cui ogni strumento ha ben pensato di entrare quando ..... gli pareva. E si taccia, con riferimento a quest'ultimo passo, dell'approccio, più adatto all'Italiana in Londra che al Rossini coturnato. Lo striminzito Coro filarmonico di Transilvania, dopo poche battute d'introduzione, ci ha confermato l'impressione di essere in una birreria bavarese verso l'ora di chiusura.
Quanto alla regia, la scena si apre su una specie di autofficina in disarmo, con delle panche sui lati e dei bastoni conficcati in terra (allusione agli approdi veneziani?). Il trionfo di Otello è un pestaggio, non si sa se sognato o reale, eseguito da dei picciotti con una calzamaglia sul viso. Il Doge è un paraplegico in vestaglia arancione che accarezza un gatto di peluche: purtroppo non è il capo della Spectre. I patrizi veneti sono una banda di guappi con annesse sgualdrine munite di occhiali, calici di spumante e pochette. Punti topici della regia sono stati il finale primo, in cui camerieri da brasserie con grembiali bisunti ramazzano al suolo cercando di sbirciare le copiose forme di Desdemona, intenta a cambiarsi d'abito, e il terzo atto, con Desdemona, che potrebbe sembrare la réclame di un noto detersivo liquido, intenta a "tirare sù" il bucato mentre una improvvisa nevicata, che ricorda quelle dei gadget di vetro, accompagna la Canzone del salice. Il tutto, oltre che improbabile, anche orrendo da vedere. E non si prenda come scusa alla povertà di scene, costumi e regia la limitatezza dei mezzi, ché una sana forma di concerto sarebbe stata più economica e più gradita, e più ancora lo sarebbe stata una spoglia aula veneziana, con pochi elementi mobili e sobri costumi pseudocinquecenteschi.
Otello (un Indiana Jones da scenario postatomico, cappottone brechtiano d'ordinanza e bandoliera ad armacollo), Michael Spyres, è dotato di voce abbastanza corposa, di colore piuttosto scuro, esegue correttamente le agilità ma, nella zona del passaggio, compaiono suoni un poco tra naso e gola che compromettono l'ascesa agli acuti, non molti da spartito e uno solo interpolato, che suonano spesso un poco bianchi e striminziti. Con una messinscena inutile, di ostacolo alla resa vocale e alla comprensione dell'opera, era facile lasciarsi andare all'effettaccio: Spyres ha invece mantenuto una condotta vocale e scenica castigatissima, da vero condottiero del Leone di San Marco, fiero, nobile, disperato ma con misura. Con evidente richiamo al modello di Bruce Ford.
A un livello drasticamente inferiore gli altri signori. Jago (che la regia dipinge aduso al tiro di cocaina prima dei due duetti), Giorgio Trucco, si contorce su se stesso per ottenere, senza successo alcuno, agilità presentabili. In pigiama e bastone d'ordinanza, claudicante non solo nel fisico, Elmiro, Ugo Guagliardo, cui qualcuno ha dimenticato di spiegare, dopo avergli imposto l'andatura da emiplegico, che l'invalido non usa appoggiarsi sull'arto offeso. Del tenore Filippo Adami abbiamo soprattutto apprezzato l'esibizione del villoso toracino e la scarsa disinvoltura con il serramanico, mentre l'esecuzione dell'aria lo vede in serie difficoltà, che divengono serissime alla sfida. Stonature, suoni strozzati, agilità abborracciate non si contano.
Quando, alla scena di sortita di Otello, fra la piccola folla dei coristi appare l'innamorata Desdemona, si cava dalle scene l'ipostasi del soprano, così come memoria, tradizione e iconografia ce l'hanno consegnata. L'immagine continua, si avvalora e si conferma quando Jessica Pratt apre la bocca. In una parte non molto consona ai suoi mezzi di soprano assoluto, Miss Pratt ha sfoggiato misura, eleganza, precisione di esecuzione, proponendo un personaggio sognante e timoroso al primo atto, disperato, anzi tragico nell'accezione ottocentesca al secondo, in cui la Pratt ha mostrato fiati impressionanti, grandissima ampiezza nella zona acuta e sovracuta della voce ed estrema facilità nel canto di agilità, e al terzo atto grande tensione drammatica alla Canzone del salice, che se il maestro Fogliani avesse staccato a un tempo molto più lento le avrebbe giovato. Nel duetto conclusivo con Otello, una delle pagine più pesanti vocalmente di Rossini assieme al terzetto della Donna del lago, punto in cui è facile farsi prendere la mano e indulgere a effetti poco consoni allo stile del Belcanto, la Pratt ha cantato con suoni morbidissimi e facilissimi, come si conviene alle primedonne tecnicamente più ferrate. Che poi sono quelle più autentiche, a nostra insindacabile opinione.

DD + GLD + AT

Atto I: Non indugiar... Amor, dirada il nembo - Michael Spyres
Atto II: L'error di un'infelice - Jessica Pratt

OTELLO, OSSIA IL MORO DI VENEZIA
Dramma per musica in tre atti
di Francesco Berio di Salsa
Musica di Gioachino Rossini


Otello - Michael Spyres
Desdemona - Jessica Pratt
Elmiro - Ugo Guagliardo
Rodrigo - Filippo Adami
Jago - Giorgio Trucco
Emilia - Geraldine Chauvet
Doge - Sean Spyres
Lucio - Hugo Colín
Un gondoliere - Leonardo Cortellazzi

Philharmonischer Chor Transilvania Cluj
Maestro del coro: Cornel Groza

Virtuosi Brunensis
Direttore: Antonino Fogliani

Regia: Annette Hornbacher
Scene: Anton Lukas
Costumi: Claudia Möbius

Kurhaus Bad Wildbad
12 luglio 2008

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