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venerdì 1 luglio 2011

Italiana in Algeri alla Scala. Il significato dell'accademia, i tempi dei verbi

Ieri sera sul palcoscenico del Piermarini è ritornata, quale spettacolo dell’accademia scaligera, l’Italiana in Algeri di Rossini nell’allestimento, che inaugurò la stagione del 1973-74 con Teresa Berganza protagonista e la direzione di Claudio Abbado.

Spettacolo dell’accademia della Scala. Ho riflettuto sul fatto che, un tempo, diciamo nella Parigi di Rossini le Accademie erano le serate cui partecipavano i maggior musicisti, strumentisti e cantanti in casa di nobile esibendosi in uno o due brani sicchè poteva capitare di sentire la Grisi, che intonava bel raggio lusinghier accompagnata dall’autore o da Chopin. Adesso accademia dovrebbe significare, invece, il luogo dove si impara o meglio si perfeziona l’arte vuoi del canto solistico di quello coreutico o di uno strumento per poi affrontare la relativa carriera. Allora –concludo- dovrebbe essere una serata come quelle degli anni cinquanta in cui i cadetti della Scala a nome Ilva Ligabue, Luigi Alva, Paolo Montarsolo, Fiorenza Cossotto cantavamo “l’osteria di Marechiaro” o “la dama spagnola”.
Poi, letta la locandina e mi sono ricordato dei tempi dei verbi della lingua italiana. Solo che non ho pensato , come avrei dovuto per la sede in cui proposta questa Italiana, non al futuro, ma al passato vuoi remoto vuoi prossimo al presente ed infine, controvoglia e per caso al futuro. Il che significa che dell’accademia in senso moderno c’era nulla o poco. Tanto meno di quella in senso antico.
Passato remoto : l’allestimento di Jean Pierre Ponnelle, varato, appunto, nel 1973 ripetuto più volte in Scala ed in altri teatri di fama mondiale con protagoniste di notorietà planetaria e di rossinianità indiscussa ed indiscutibile. A distanza di anni questa Algeri, che richiama Granada, due o tre gag misurate e sopportabili dal testo (rammentiamo in quali anni nacque l’allestimento), la scelta bellissima dell’arrembaggio in scala ridotta, le prorompenti epe di plastica degli eunuchi sono ancora oggi inarrivabili. Insegnano come l’allestimento dell’opera debba essere, prima di tutto, misura e strumentale a sottolineare il testo musicale e magari anche quello poetico, essenziale nelle opere comiche di Rossini (soprattutto Pietra, Italiana e Turco). Nessuna volgarità in scena sempre e solo l’allusione, che è la realizzazione dell’allusione contenuta nel testo. Basta nel raffronto con l’Italiana pesarese a cura di Dario Fo e la differente realizzazione della metafora del palo.
Passato prossimo: Michele Pertusi da Parma, di anni 45, in carriera da 25 e con il pregio, per questa militanza di avere sentito e collaborato con parti della storia dell’interpretazione belcantistica e di avere studiato con chi ancora capace di trasmettere saldi fondamenti del mestiere. Difetto o meglio rovescio della medaglia l’evidente usura vocale di una voce mai ricca di armonici e che di vero basso non è mai stata e che oggi stenta negli acuti estremi vedi il fa di “pappataci Mustafa” al celebre terzetto o che non è più fluida nella sezione conclusiva dell’aria di Mustafà dove la manovra del fiato ed il legato denunciano anni e carriera. Poi siccome la voce il più delle volte sta al posto giusto Pertusi che non è – ripeto un superdotato- suona sempre avanti, proiettata e sonora. Questa che oggi è rarità è stata addirittura unicità nella compagnia assemblata dal teatro milanese.
Presente : Lawrence Brownlee, Antonello Allemandi ed Anita Rachvelishvili
Il primo è entrato in scena nella sortita con voce sonora ed ampia per essere un tenorino. La scrittura di Lindoro è acutissima (piaceva molto al Rubini prima maniera) ed all’orecchio allenato appare subito evidente che al nostro tenore manca la corretta salita agli acuti facili in apparenza, ma spinti al tempo stesso. Un tempo per esemplificare la salita corretta agli acuti i maestri di canto utilizzavano il termine “cupola” , “fai la cupola” metafora azzeccata anche per esemplificare che Brownlee non segue l’immagine della monta della cupola nel salire, ma una immagine di fissa verticalità. Ciò non di meno applausi dopo la sortita. Immediata la conseguenza dei limiti nel canto in quanto già al seguente duetto con Mustafà alla frase “ah mi perdo” dove la voce del tenore fraseggia sul fa3 sol3, il cantante è privo di smalto ed emette suoni difficoltosi perché mal proiettati. Non solo il volume via via nella serata si riduce, lo sforzo aumenta ed alla fine dell’aria del secondo atto puntuale ed inesorata arriva la stecca sull’acuto conclusivo un si nat. Puntuale, insipiente firma di un pubblico ignorante arriva il grido “bravo”.
Antonello Allemandi ha una sola attenuante ovvero quella di aver diretto una compagine di studenti o poco più. Nessun colore, nessuno slancio, nessuna sottigliezza o finezza, nessuna capacità di sottilineatura con fiati e legni, che sono un po’ la sigla dell’ironia del Rossini comico, un pesante finale primo (anche piuttosto lento) un “ognuno per conto suo” , “quasi tutti stonati” al quintetto “sento un fremito” dove il direttore si limitava a battere il tempo all’orchestra, dimentico del palcoscenico.
Anita Rachvelishvili è il dubbioso presente. Fisico, colore della voce evocano quelli che un tempo erano i soprani di forza ovvero quelle voci che affrontavano il tardo Verdi (dal Ballo in poi) Gioconda, Tosca, talvolta Fanciulla e Wally, Andrea Chenier. Solo che per affrontare quel repertorio occorre un sostegno della voce, che consenta di reggere le tessiture, definite da Lauri Volpi, gagliarde. In difetto si ripiega su una corda estranea per limiti tecnici. Basta sentire l’attacco di “cruda sorte” piuttosto che l’andante “per lui che adoro” (passato sotto silenzio) per rendersi conto che siamo dinnanzi ad una voce, che non sfrutta la risonanza della cosiddetta maschera e suona opaca, comune, priva di quella stilizzazione e aurea aulica, che sono la sigla del canto professionale e rossiniano in primo luogo. Al “per lui che adoro” per sola qualità tecnica voci in natura di soprano, pure modeste per volume e colore, come Teresa Berganza, Marylin Horne e Martyne Dupuy scrivevano pagine esaltanti ed irripetibili. Che, poi, in zona medio alta ovvero sul fa4 la signora emetta suoni di un certo volume ed ampiezza è solo per dote naturale come per dote naturale, aiutandosi con alleggerimenti di suono, semplificazioni dell’ornamentazione supera le agilità del rondò. Sotto il profilo dell’agilità le cose vanno peggio nell’ingresso di Isabella alla corte di Mustafà perché le agilità martellate richiedono un controllo del suono, ignoto alla principiante, seppure dotata. Il disagio vocale, poi, porta ad una linea interpretativa sciatta ed approsimativa. Dalla bocca di questa Isabella, che della proterva e sensuale eroina rossiniana avrebbe anche il fisico , non esce una frase che sia centrata sotto il profilo dell’accento. Invito l’ascoltatore, che non voglia fermarsi al solito e facilone “ a quelli della Grisi non va mai bene niente” a sentire il “dite che è quella femmina” della Horne piuttosto che il “mia signora favorite” o “in gabbia è già il merlotto” di Teresa Berganza o le “vicende della volubil sorte” di Martine Dupuy.
Ci sono con questi presupposti che la cantante georgiana passi presto dal tempo presente a quello passato sia pur prossimo di carriera.
Futuro: dovrebbero essere coloro che sono gli unici effettivi allievi dell’accademia della Scala, che non produce molto, tanto che si appoggia a veterani o cantanti in carriera o per lo spettacolo di fine anno. Talvolta ricorre a giovani non d’accademia come accade con Vincenzo Taormina, dimagrito rispetto alla mamma Agata, che propone zia Taddea, anziana parente di Isabella in odore di mezzana, tanto è sgraziato, sopra le righe ed incapace dell’autentico virtuosismo che è richiesto al buffo ossia il canto sillabato. Per anni abbiamo sentito la censura e la reprimenda del gusto dei Corena e dei buffi precedenti, per ritornare poi al punto di partenza! Ed è per questo che ho deciso di offrire ai nostri ascoltatori un'esecuzione d'epoca, datata e censurabile per il gusto, purtroppo attuale.
Ancor più futuro ed unica solista proveniente dall’accademia, Pretty Yende, che dopo il title role dell’Occasione fa il ladro, canta la parte breve, ma disagevole per un paio di do acuto nel concertato di Elvira, l’infelice moglie di Mustafà, due soli termini per la prestazione: vocia al centro e sbraita gli acuti !




Gli ascolti

Rossini - L'Italiana in Algeri


Atto I

Cruda sorte - Teresa Berganza (1973)

Oh che muso, che figura! - Teresa Berganza & Paolo Montarsolo (1973)

Atto II

Per lui che adoro - Zara Dolukhanova (1951)













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lunedì 5 ottobre 2009

Accademia del Teatro alla Scala: le inconvenienze teatrali

Il Teatro alla Scala ha proposto ieri sera le Convenienze e inconvenienze teatrali di Donizetti, nell’ambito della stagione lirica e come spettacolo ormai divenuto in autunno tradizione dell’ente milanese come saggio della propria interna accademia.

Lascio ai musicologi i discorsi sul titolo e l’addentrarsi nei meandri delle edizioni di cui una napoletana, in parte in dialetto napoletano del 1828, ed una per Milano del 1831 (in piena carriera milanese del compositore). Mi limito ad osservare che due sono le idee portanti dello spettacolo ossia la berlina che Donizetti, prima come librettista, poi, come musicista, dedica al proprio mondo e la trovata di un ruolo en travesti all’opposto ovvero un uomo in vesti femminili.
La critica tutt’altro che tenera verso il proprio mondo e, credo, ispirata a quel genio assoluto della satira di costume, che risponde al nome di Carlo Porta, era nel sangue e nell’indole lombarda di Donizetti e aggiungo era anche nella sua penna vista l’abilità di Gaetanin quale caricaturista di sé e degli altri, l’idea, invece, di un baritono in vesti femminili pare invece venuta a Donizetti in uno dei periodi neri della sua vita, quando al teatro Carolino di Palermo assistette alla parodia del canto femminile ad opera di Antonio Tamburini, che rifaceva il verso a Marietta Gioja nell’Elisa e Claudio di Mercadante.
Quest’ultimo aspetto dovrebbe essere un faro per chi veste e aiuta ad indossare i panni protagonistici di mamma Agata.
L’aspetto di riflessione principale è, che trattasi di uno spettacolo dell’accademia della Scala ossia dove il massimo teatro milanese mette (o dovrebbe) mettere in vetrina il massimo della propria produzione artistico-vocale patrocinata oggi, dopo la scomparsa di Leyla Gencer, da Mirella Freni e Luciana Serra. Viva Leyla Gencer fu spesso Donizetti uno degli autori prescelti, talora con titoli come Ugo conte di Parigi o Parisina le cui esigenze vocali mal si conciliano con quelle dei prodotti della scuola scaligera.
Per la cronaca negli anni ‘50, quando i cadetti della scala portavano i nomi di Fiorenza Cossotto, Ilva Ligabue, Luigi Alva, era tutto un proporre titoli comici di scuola napoletana.
La scelta di quest’anno, salvaguardato il tradizionale Donizetti, si è indirizzata sull’antica e perduta tradizione.
E siccome si tratta di spettacolo di accademia si potrebbe anche dire splendido allestimento, bravi i ragazzi, cui auguriamo grande carriera perché prescelti ed educati in un grande teatro e da grandi artisti e invece…..
Abbiamo sentito un’orchestra che suonava in maniera greve e pesante. Momento più infelice ouverture dove al suono pesante ed ovattato si coniugava la totale assenza di brio e vivacità. Poi nonostante tutto la levità, l’eleganza di Donizetti soprattutto negli ensemble hanno avuto la meglio, ma motu proprio non certo per mano del direttore (Marco Guidarini) e dell’orchestra. Quanto all’orchestra, sarebbe stata rimpolpata di otto elementi provenienti dall'orchestra Divan del maestro Barenboim.
I giovani vanno soprattutto preparati e formati e poi sostenuti nel momento di andare in scena. Qui abbiamo visto una latitante applicazione di quella che, invece, dovrebbe essere la regola aurea di uno spettacolo d’accademia.
Esemplifico con la seconda donna Luigia (Aurora Tirotta), la sola proveniente dalla scuola della scala, che ha voluto o dovuto evitare di proporre una protagonista femminile provenienze dalle proprie aule di formazione. La parte in sé non esiste e allora per esemplificare la preparazione degli allievi si inserisce per lei un’aria di baule . Si sceglie quella di un’opera di Donizetti posteriore alle inconvenienze ( allora perché non proporre Butterfly?) ossia il finale di Fausta “tu che già voli spirto beato” e alla prima si esegue solo la sezione centrale appunto il “tu che già voli”, omettendo la sezione conclusiva il moderato “No qui morir degg’io” dove la candidata alla prova generale (pubblica!) era maldestramente incespicata esibendo l’assoluta incapacità di salire ad un semplice si bem.
Un siffatto comportamento potrà evitare le reazioni del pubblico, ma né insegna alcun chè alla fanciulla, che nel futuro professionale non potrà mai sperare in tali salvagente e dimostra come i soggetti deputati alle scelte sopravvalutino per certo le capacità dei loro pupilli e forse le proprie come insegnanti. Poi il pubblico scaligero, quello stanziale, e perpetuamente presente, che vuole bene alla Scala perché è la scala che salva da tante noiose serate in casa può anche applaudirla. Rende un cattivo servizio alla propria fama di pubblico serio e competente e soprattutto illude i propri neo beniamini. Maria Callas diceva alla Scala si viene fatti e non da fare
L’esemplificazione delle magagne può andare avanti per esempio con il signor Simon Bailey nel ruolo del marito di prima donna , che sale con fatica, annaspa in una serie (credo quattro) quartine vocalizzate al finale secondo.
Quanto poi a Leonardo Cortellazzi, la cui voce modesta in natura brilla però per proiezione ha affrontato come aria di baule l’aria di Tamino. La scelta è buona perché il tenore dovrebbe essere tedesco. Ma qui devo avanzare qualche dubbio sul fatto che nel 1828 si cantasse quell’aria e la si cantasse in tedesco in un teatro italiano. Sarebbe stato più coerente proporla in un italiano teutonicheggiante, ossia optare per quella che era una vera aria di baule per i tenori contraltini tedeschi ossia il “Viens gentille dame” ossia ”Komm o holde Dame” della Dame Blanche di Boieldieu.
Certo l’aria è acuta, richiede un sapiente uso del falsettone e ho il dubbio da un paio di attacchi che la salita o il cantare in zona acutissima non sia oggi agevolissimo per Leonardo Cortellazzi. Ma è solo un dubbio.
I due ruoli protagonistici.
Un uomo di elevata statura, corpulento, come Vincenzo Taormina, in abiti muliebri è già di per sé stesso ridicolo e comico anche se non ammorba lo spettacolo con la filiata o consimili facezie. Per chi non lo sapesse la filiata era la simulazione del parto, massima manifestazione della femminilità, che i gay napolateni solevano recitare per esplicitare la propria reale natura oltre l’anagrafe. Esemplare quella a suo tempo proposta in televisione da Leopoldo Mastelloni. Venendo al canto: la storia narra che Rossini amasse esibirsi in pubblico cantando la canzone del salice di Desdemona in falsettone, Antonio Tamburini, nell’Elisa e Claudio ricorreva a quest’emissione, che era elegante ed astratta per suscitare l’ilarità del pubblico. Il ridicolo sta nella parodia del testo non nei versi inseriti dall’esecutore in luogo del canto, la parodia sta nel calare, crescere, esibire i difetti del cantante. E questo se il cantante non lo sa tocca a chi li forma ed indirizza spiegarlo ed insegnarlo.
Analoga carenza di regia musicale e vocale è emersa con la protagonista femminile Jessica Pratt. La parte di Daria qui (Corilla in altre versione) è molto centrale, d’altra parte gli esecutori del teatro buffo, salvo poche eccezioni, non erano cantanti di fama e di qualità eccelse. La scrittura vocale deve essere intesa come il canovaccio dove agire, se la prescelta non ha nella zona di scrittura quella più felice della propria voce, con trasporti e aggiusti (del puntare ne parla pure il testo poetico). Ed invece qui nessuno ha provveduto a puntare, alzare accomodare con il risultato che la cantante era ben diversa da quella che abbiamo ammirato Elvira dei Puritani e Lucia di Lammermoor. Poi Jessica Pratt ne ha messo del proprio, perché una cantante delle sue qualità e possibilità arriva con la parte perfettamente trasportata, aggiustata, studiata e sistemata e se qualcuno, pianista, direttore, insegnante dell’accademia consiglia, impone o altro si saluta cordialmente sull’esempio di tante colleghe, oggi pensionate, ma esemplari anche sotto questo profilo: riporre gli occhiali, chiudere lo spartito, salutare il maestro.

Fermo restando che la sonorità del centro, esibita nella Lucia fiorentina e nei Puritani di Toulon (e gli audio la documentano, se qualcuno avesse dubbi sulle nostre capacità uditive), sembra essersi persa per la strada. Mistero. Ma si sa che: Il cervello dei cantanti è formato di tal pasta, che un astrologo non basta com'è fatto ad indagar!!!

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domenica 29 marzo 2009

Gazza ladra a Bologna

È da poco calato il sipario sulla seconda e ultima rappresentazione bolognese della Gazza ladra, ripresa dell’allestimento già visto a Pesaro due estati fa, da cui proveniva anche, in buona parte, la compagnia di canto. La prima di domenica scorsa, com’è noto, è saltata a causa di uno sciopero che si è poi esteso alle tre recite successive, facendo della recita di sabato 28 (secondo cast) la vera première e della matinée di oggi l’unica occasione di ascoltare la prima compagnia. Non intendiamo addentrarci nell’analisi di ragioni e torti extramusicali, che non a questa sede compete, ma a ben altre, e ci limitiamo quindi a registrare che i rapporti fra la dirigenza del Comunale e un buon numero di lavoratori del Teatro (sui giornali abbiamo letto di una cinquantina di persone) si sono fatti in quest’ultima stagione sempre più tesi. E questa tensione non ha mancato di riflettersi sullo spettacolo così faticosamente andato in scena.

Tensione che è prima di tutto avvertibile nella direzione e concertazione musicale, affidate a Michele Mariotti: tempi stringati, quasi che con la precipitazione si potesse più agevolmente raggiungere l’acme drammatico, un ventaglio dinamico piuttosto limitato e con netta prevalenza di forti e fortissimi orchestrali, con tanti saluti al crescendo rossiniano come veicolo di tensione narrativa, e una spiccata propensione a procedere per la propria strada qualunque cosa accada sul palco. Possiamo anche immaginare che le prove si siano svolte in un clima piuttosto difficile, ma che nei concertati, e segnatamente nelle strette, le parti entrino alla bell’e meglio, è un po’ difficile da digerire, soprattutto perché la precisione del meccanismo musicale, più ancora dei raffinati interventi degli strumenti “a solo”, è la caratteristica indispensabile alla corretta esecuzione della partitura rossiniana. Ovviamente con poche prove (penso soprattutto al secondo cast, che delle prove d’assieme è, per consolidata tradizione, la cenerentola) è raro che tutto fili alla perfezione, ma quando a inciampare è una cantante di consolidata esperienza, e che per giunta ha già cantato il ruolo (alludo a Mariola Cantarero e al suo anticipato attacco del couplet nel finale II, con conseguenti svarioni nelle battute successive), forse la responsabilità va attribuita a chi sta sul podio. Poi ci sarebbe da dire della ricerca dei colori, sempre assai laboriosa in un genere per sua natura ibrido come quello semiserio, qui rimpiazzata da una generica brillantezza che, se risuona a dovere nelle prime scene dell’opera, non riesce a venire a capo del clima, decisamente più cupo, del secondo atto. Rilevato che a Mariotti devono piacere molto le percussioni, dato che negli assieme arrivano a coprire non solo i cantanti ma anche gli altri strumenti (finali d’atto), va detto che i momenti più intensi sono quelli affidati in esclusiva o quasi alle voci (largo del finale I e cantabile del duetto Ninetta/Pippo, sezione a cappella del quintetto atto II). Registriamo anche alcuni tagli, che interessano buona parte dei recitativi, la prima sezione dei ballabili che punteggiano il brindisi di Pippo e l’intera aria di Lucia al secondo atto.

Grande attesa per la prova di Mariola Cantarero, che tornava in Italia dopo una controversa edizione di Puritani ad Amsterdam. Lo strumento, rispetto alla Gazza pesarese, suona più magro al centro e ancora più stridulo in acuto, mentre in basso si odono solo suoni aperti o meri parlati. L’interprete si sforza di essere pertinente e le variazioni sono discrete, ma la voce, ormai priva di appoggio, suona larvale e falsettante quando (quasi sempre) si limita al “piano”, mentre al primo accenno di un maggiore volume (confronto con il Podestà nel terzetto atto I, quintetto atto II) compaiono urla intollerabili persino per una Santuzza di provincia. La prestazione del soprano spagnolo risulta comunque superiore a quella della sua omologa nel secondo cast, Paula Almerares, che con voce da soubrettina, nonché di scarsa intonazione nella zona dei primi acuti, posa a soprano centrale, per giunta con variazioni acrobatiche di dubbio gusto e ancor più dubbia esecuzione.

Alex Esposito, giù udito come Fernando a Pesaro, parte male, con un recitativo d’entrata tutto sul forte in cui ogni tentativo di smorzare è preceduto da pause che sembrano interminabili e seguito da suoni a costante rischio di stimbratura. Poi si riprende e, sia pure confermando scarsa dimestichezza con gli acuti e con il canto di agilità, porta a termine dignitosamente il terzetto. Ancora le agilità sono il punto debole della grande aria del secondo atto, peraltro gestita con varietà e pertinenza di accenti, che gli vale l’unico vero applauso della rappresentazione. Purtroppo al quintetto cede alla tentazione di imitare gli accenti veristeggianti della Cantarero e sciupa con qualche urlaccio quella che fino a quel momento era stata una prova decorosa. Tutto sommato ho preferito il Fernando del secondo cast, Ugo Guagliardo, che senza essere un fulmine di guerra ha una voce di notevole impatto, agilità discrete e una presenza scenica assai più controllata rispetto all’irruente Esposito. Peccato per gli acuti, intonati ma affetti da qualche durezza.

Il Podestà era in primo cast Simone Alberghini. Nell’aria di sortita la voce non ha l’ampiezza del basso profondo che sarebbe richiesta dal ruolo, e in più punti suona fioca, scarsamente proiettata, con buono sfogo solo in acuto. C’è un’impressione generale di cautela e un’esecuzione non sempre precisa del canto di agilità. Le cose vanno meglio nel terzetto e soprattutto nel finale del primo atto, anche se nei concertati, specie quando è chiamato in causa il registro grave, la voce scompare. L’interprete è comunque molto musicale e ne dà prova al secondo atto, con una buona esecuzione della grande aria che almeno in parte compensa l’attutito volume. Resta il fatto che il disinvolto alternare parti da baritono e da basso profondo provoca più di un dubbio sulle capacità di autovalutazione del signor Alberghini, dubbi che al momento dell'ascolto si rafforzano e anzi si estendono alla condotta professionale del medesimo. Il componente del secondo cast, Luca Tittoto, ha gestito con maggiore disinvoltura – sia pure con un’intonazione a tratti un po’ al limite – una parte che neppure a lui sembrava convenire del tutto.

Per la breve ma non banale parte di Giannetto il primo cast schierava Lawrence Brownlee, che ha una voce di bel colore, purtroppo afflitta da quel fastidioso vibratino che oggi sembra andare tanto di moda fra i tenori contraltini nel repertorio rossiniano. Preciso il canto di agilità e spavalde le puntature, ma quella del passaggio è una zona minata in cui compaiono suoni schiacciati e a rischio intonazione (aria, finale I). Rose e fiori, comunque, di fronte ai suoni stimbrati e gracchianti sfoggiati da Filippo Adami, che pure sarebbe, per natura vocale e intenzioni esecutive, interprete plausibile del personaggio.

Scarsi motivi di soddisfazione hanno offerto le due interpreti di Pippo, personaggio decorativo che proprio per questo ha più di altri bisogno di un canto morbido ed elegante, tanto nello spavaldo brindisi come nel commovente duetto al secondo atto. Silvia Tro Santafé, di cui apprezziamo la simpatia scenica, ci ha fatto l’effetto di una minuscola Barbieri, con suoni di petto francamente comici, la coloratura vorticosa che tanto di moda va nel Barocco e acuti rari e faticosi. Almeno lei era udibile in assieme, il che non si può dire di José Maria Lo Monaco, praticamente il prototipo del mezzosoprano oggi à la page, inesistente nel registro grave (che la parte sollecita non poco), striminzita al centro e schiettamente sopranile in acuto.

Paolo Bordogna e Vincenzo Taormina si alternavano come Fabrizio, senza meriti o demeriti peculiari (la voce di Taormina risulta un po’ più timbrata di quella, assai tenorile, di Bordogna), mentre Lucia era Kleopatra Nasiou, alias Kleopatra Papatheologou, già udita in Pesaro. Il mutato nominativo non ha prodotti cambiamenti nella vocalità, e il taglio dell’aria appare quindi più che giustificato.

Fra i comprimari una segnalazione per Mattia Olivieri, che al secondo atto sfodera, nella frasetta di Giorgio (“Ti compiango amico mio”), un materiale vocale di discreto interesse.

Per lo spettacolo di Damiano Michieletto valgono le considerazioni di due anni fa: fantasioso, divertente, “nella” musica e non “contro” la musica, se si eccettua la richiesta, cui sono sottoposti i cantanti, di passare in pratica tutto il secondo atto con i piedi immersi nell’acqua. Questo è l’unico appunto che possiamo muovere a una regia di rara vivacità e impatto spettacolare, complice ancora una volta la deliziosa Gazza di Sandhya Nagaraja.

In appendice, e in luogo dei soliti ascolti comparati che hanno suscitato le rampogne di alcuni illuminati lettori, un brano di musica "leggera" con cui vogliamo rendere omaggio al ritorno di Mariolita Cantarero sui nostri palcoscenici.


Gli ascolti

Bixio/Cherubini: Macariolita - Ernesto Bonino (1940)

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giovedì 22 gennaio 2009

Il Turco in Italia a Genova


Martedì sera abbiamo ascoltato la diretta radiofonica del Turco in Italia dal Teatro Carlo Felice di Genova.
Secondo il giudizio di molti la trasmissione via etere trasforma e addirittura deforma le voci liriche. Mai come questa volta ci auguriamo che ciò sia anche solo parzialmente vero.
Perché altrimenti non sapremmo spiegarci il successo che ha accolto lo spettacolo, pur con isolati dissensi rivolti alla protagonista.

Protagonista che era Myrtò Papatanasiu, che sostituiva l’annunciata Cinzia Forte. E che ha esibito fin dall’entrata una voce acida e piccola perché non appoggiata sul fiato, stridula fin dai primi acuti, con agilità tutte in bocca, fiati corti e sovente spezzati (finale primo, concertato della festa). La fatica di barcamenarsi in una grandiosa parte di soprano assoluto ha portato la cantante greca a regalare uno dei più pigolati rondò di Fiorilla di cui si abbia memoria. Per giunta concluso da un sovracuto fioco e calante.
Antonino Siragusa, tornato al Rossini buffo dopo l’escursione come Oreste, ci ha riportato ai tempi dei tenori di grazia o presunti tali pre Rossini-Renaissance: voce tutta nel naso, bianchiccia, impiccata e spesso calante in acuto (proprio brutta la chiusa della seconda aria), molto a disagio con la copiosa coloratura prevista. Va segnalato, a onor del vero, che Siragusa ha eseguito anche l’aria del primo atto, solitamente omessa.
Roberto De Simone e Vincenzo Taormina erano accomunati dalla voce dura e al limite del parlato. Non siamo ai livelli costernanti di un Praticò, ma è triste constatare che la lezione dei vari Dara, Corbelli, De Corato etc. è ormai lettera morta.
Simone Alaimo, che ci è sempre sembrato più un tenore camuffato da basso che un basso autentico, ha la solita voce legnosa di sempre, che l’età ha reso oscillante in acuto e fioca nei gravi, ma canta se non altro con proprietà di fraseggio e senso dello stile rossiniano. In un simile contesto, non è poco.
Pesante e fracassona la direzione di Jonathan Webb, dai tempi troppo lenti e slabbrati e notevoli sfasature tra buca e palco, segnatamente nei concertati.

Ma sicuramente tutti questi sono “effetti speciali” dovuti alla diretta radio.
Speriamo che il dvd (avete letto bene, questa produzione sarà immortalata da un dvd Raitrade...) sappia "rimettere le cose a posto".


La locandina:

Direttore - Jonathan Webb

Selim - Simone Alaimo
Donna Fiorilla - Myrtò Papatanasiu
Don Geronio - Bruno De Simone
Don Narciso - Antonino Siragusa
Prosdocimo - Vincenzo Taormina
Zaida - Antonella Nappa
Albazar - Federico Lepre

Genova, 20.I.2009



Gli ascolti

Rossini - Il Turco in Italia


Atto II

Credete alle femmine - Sesto Bruscantini & Enedina Lloris (1984)

Intesi, ah tutto intesi...Tu seconda il mio disegno - David Kuebler (1983)

"I vostri cenci vi mando"...Squallida veste e bruna - Lucia Aliberti (1986)

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