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domenica 14 agosto 2011

ROF Pesaro. Deutsche Zusammenfassung

Das Rossini Opera Festival von Pesaro wurde in diesem Jahr mit „Adelaide di Borgogna“ eröffnet.

Die Titelpartie übernahm die Australierin Jessica Pratt, die damit ihr Debüt in Pesaro feierte. Zwischen permanenten Fehlbesetzungen und philologischen Diskrepanzen, womit in der letzten Zeit das Festival das Werk Rossinis zu zelebrieren bevorzugt, brachte die junge Sopranistin mit ihrem makellosen Legato, dem strahlenden, vollen Oberregister und der gesättigten, expressiven Koloratur eine so hohe Leistung dar, wie sie in Pesaro seit Jahren nicht mehr gehört wurde. Das Geheimnis des Erfolgs einer Jessica Pratt liegt einzig darin, dass die Sängerin ihre gesamte Arbeit den Regeln der klassischen italienischen Gesangsschule entsprechend aufbaut, worunter in erster Linie die Anerkennung und Nutzung der Atemtechnik als des allerwichtigsten Fundaments und eine „hohe“, in der „Maske“ positionierte Stimmemission zu verstehen ist. Sie hat mit der Flexibilität und Homogenität ihrer Stimme beim Festival Maßstäbe gesetzt, woran alle anderen Hauptdarsteller nicht nur von „Adelaide“, sondern auch der nachfolgenden Opern „Moses in Ägypten“ und „La scala di seta“ zu messen sind. Wenn eine sonst als Rossini-Spezialistin deklarierte Daniela Barcellona mit ihrem von Natur aus hochbegabten, aber keineswegs richtig genutzten, völlig inhomogenen und jeglicher technischen Stilisierung beraubten Instrument große Mängel in ihrer Hosenrolle aufwies, war der Tenor Bogdan Mihai mit seiner zwischen Kehle und Nase blockierten Stimme einfach nur unakzeptabel. Den beiden Letzteren kosteten ihre Leistungen mehrere Buh-Rufe, während Jessica Pratt einen einhelligen Triumph feiern durfte.
Außer der Regie des ewig gleich skandalösen Graham Vick, die bei den provinziellen italienischen Medien und Kritikern für viel Gesprächsstoff sorgte, hatte ansonsten der am zweiten Tage des Festivals aufgeführte „Moses in Ägypten“ nur wenig anzubieten. Während Alex Exposito mit seinem mit Anstand gesungenen Pharao die beste Leistung des Abends darbrachte und die Anderen mit vielen Mängeln und Lücken davonkamen, erreichte in der Rolle der Elcia die italienische Mezzosopranistin Sonia Ganassi ein nur selten gehörtes niedriges Niveau. Das Gesangssystem dieser zweiten angeblichen Rossini-Spezialistin besteht einzig und allein aus einer endlosen Reihe von gesprochenen Phrasen, vulgär aufgeklafften Brusttönen, dumpfen Geräuschen im Mittelregister und geschrienen Höhen. Damit sorgte sie am Ende ihrer Arie bei einem Teil des Publikums für einen heftigen Protestausbruch.
Mangelhaft und nicht immer in gutem Zusammenspiel auch die Darsteller des komischen Einakters „La scala di seta“. Insgesamt ziemlich problematisch ist die Leistung des Chors, besonders in der „Adelaide“. Unter den Dirigenten bot Dmitri Jurowski eine allzu lyrisierte „Adelaide“, während Roberto Abbados „Moses“ solide geführt war, aber insgesamt eher flach blieb. José Miguel Pérez-Sierra dirigierte eine korrekte „La scala di seta“, die aber mit den Ansprüchen der beiden ernsten Opern sowieso nicht verglichen werden kann.



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sabato 13 agosto 2011

Pesaro atto terzo. Sorella Radio: La scala di seta e i plausi unanimi

Tutto come da copione, finalmente. Come hanno con palpabile sollievo rilevato gli Orsomando di radio Rai, nessuna contestazione ha turbato la sfilata degli applausi a compimento della rappresentazione di Scala di seta e ideale coronamento delle tre dirette del Rof 2011. Pare che la sera precedente, alla fine del secondo atto del Mosè in Egitto, gli stessi speaker, novelli Gianduia “couraj scapuma”, avessero frettolosamente abbandonato la sala, timorosi che le contestazioni indirizzate all’improvvida Elcia (e non allo spettacolo, come da vulgata celermente diffusa e oggi emendata) potessero travolgere anche loro. Ma ora che sul mare di Pesaro è di nuovo bonaccia, si può guardare con relativa serenità alle prossime repliche di questo e degli altri titoli.

Quanto alla Scala di Seta, ripresa della produzione 2009 con una nuova bacchetta e un cast per cinque sesti mutato, va rilevato che:

a) persiste la scelta di inserire in un’operina comica un’aria da concerto scritta nello stile dell’opera seria, mancando, come già due anni fa, di un cantante in grado di eseguirla, senza trasformarla in un brano caricaturale. E persiste il sospetto che si sia aggiunta “Alle voci della gloria” (diventato “dell’amore”) per giustificare la presenza di un intervallo nel corpo di un’opera composta di un solo atto. Speriamo almeno che l’indotto (leggasi buvette del teatro e bar e gelaterie adiacenti) ne abbia tratto giovamento. Non altrettanto può dirsi dell’autore e della sua poetica.

b) nel cast si mescolavano giovani cantanti di belle speranze e scarno curriculum (alcuni, come il secondo tenore, direttamente dal vivaio dell’accademia Rof) e navigate glorie del canto rossiniano, o per meglio dire pesarese. Sfoggiavano gli stessi difetti di base: assoluta incapacità di eseguire il sillabato (requisito fondamentale per le voci maschili gravi, ma rilevante anche per quelle femminili, nell’ambito della farsa), agilità morchiose e saponate, difficoltà a legare i suoni in zona centrale, massime nei cantabili, stimbrature dai primi acuti, suoni acidi e squittenti sui sovracuti anche troppo generosamente interpolati (Maestro Zedda, ma non erano forse arbitrari e di cattivo gusto?). E parliamo di un festival che si picca di allestire le opere dell’autore nell’assoluto rispetto del testo musicale e della prassi esecutiva.

c) quanto alla bacchetta ha fatto meglio di quelle delle altre due serate, ma solo perché il compito era assai più agevole e meno spinoso in ogni senso, e benché ci siano stati momenti (quartetto a conclusione della prima parte dello spettacolo) in cui ognuno andava letteralmente per proprio conto.

A questo punto crediamo sia doveroso che Sorella Radio, che nelle ultime settimane è stata piuttosto Radio Matrigna, emendi i passati errori e offra un’altra esecuzione pesarese della Scala di seta, certo non esente da pecche, ma di certo superiore, per verve scenica non meno che musicale, a quella trasmessa poche ore fa. Invitiamo in particolare ad ascoltare la reazione del pubblico alla fine dei singoli numeri e al termine dell’opera e a confrontarla con quella dei plaudenti di ieri sera. Anche da questo si possono trarre molti utili ammaestramenti. Utili in primo luogo a quei critici, giornalisti e consimili, che onde scusare la modestia (innegabile) dell'esecuzione discettino di opere minori, riciclate e altre amenità (indimostrate perché indimostrabili). Cari signori, conviene smettere di frustare la sella per risparmiare il cavallo, come recita un noto adagio, e chiedersi piuttosto come mai questa musica, che ha sempre suscitato l'entusiasmo del pubblico, oggi non trovi, di norma, che reazioni di composta benevolenza.



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venerdì 12 agosto 2011

Pesaro atto secondo: Mosè dal vivo. Tutta colpa di Sigrid Onegin.

E’ stata una serata deludente, depressiva e che rende plausibili e giustificati i paventati tagli ai finanziamenti per la cultura.
Tagli giustificati perché ieri sera piangeva e gemeva come il desolato Egitto la cultura in nome della quale è stato ammannito al pubblico, in parte soddisfatto, un terribile pastone. Scenico, filologico e vocale.

Pastone scenico che, a sentire la critica sempre più disinformata e superficiale, è stato il motivo della bagarre consumatasi fra secondo e terzo atto, rappresentati in uno, ha voluto attribuire all’insoddisfazione e riprovazione del festival. Chiariamo: da sempre l’allestimento si contesta alla fine e non a metà spettacolo. Tradizione ben nota a quelli che sono stati falsamente indicati come contestatori, prodigiosamente moltiplicatisi alla fine dello spettacolo all’uscita di Vick e collaboratori. Il pubblico ha pazientemente sopportato uno spettacolo, che brillava solo per incongruenza, trovata fastidiose, inutili ed antimusicali. Citarle tutte è impossibile. Deve l’ascoltatore radiofonico immaginare la scena ingombra dalla sezione di un’abitazione di un maggiorente arabo con pacchiano lusso alberghiero, attorniata dalla solita fatiscente e bombardata periferia palestinese, dove in vena di cultura fusion (dopo la cucina arriva anche quella) si aggirano poveracci, che sono palestinesi, ma che sono anche ebrei, che da palestinesi si trasformano in kamikaze. I responsabili della parte visiva hanno disseminato il tutto di caccole tipo donne delle pulizie provviste di spazzoloni e detersivi spray, Elcia, che, cantando il duettino con Amenofi confeziona una bomba, sempre Elcia mina il trono di Faraone, la luce richiamata da Mosè è la discesa di un provincialissimo lampadario, e poi gli schiavi costretti a camminare more ferarum, mentre viene eseguita musica che richiama il genere sacro, che esibisce inventiva musicale irripetibile, che strabilia per scienza contrappuntistica. Nulla più confligge della musica rossiniana con una rappresentazione realistica.
Mi domando, poi, se regista e scenografo abbiamo realizzato l’involontario comico delle corde sul pagliericcio dove si rifugiano i fuggiaschi Osiride ed Elcia che congiunto alla parole del testo richiama l’ipotesi di una seduta di giochi erotici, o più sinistri scenari da snuff movie.
Tralasciamo, poi, che l’allestimento naufraghi miseramente davanti alla realizzazione del passaggio del mar Rosso, che diviene l’attraversamento del muro del pianto perfezionato dall’arrivo delle truppe americane.
Oltre queste incongruenza mi pongo una serie di domande ossia se i responsabili della parte visiva abbiamo riflettuto un istante sulla musica di Rossini e sul termine azione tragico sacra, sulla massima di rossiniana provenienza che l’opera è arte tutta ideale; se il pubblico, che in quanto italiano e di livello scolastico elevato e comunque tale da possedere quel minimo di cultura sulla storia del popolo ebraico e di cosiddetta dottrina della Chiesa Cattolica e ultimo, ma primo in ordine di importanza, se una simile scelta non nasca o da ignoranza crassa e provincialismo della dirigenza artistica o dallo scaltro pensiero che un allestimento “à la page” serva a sviare attenzione di pubblico e critica dalla autentica miseria della parte filologica e musicale.
Pastone filologico. Questa dobbiamo dirla è una documentata esclusiva e specialità del festival pesarese. E dopo i trasporti alla parte di Corinna nel Viaggio e l’invenzione (non nel senso giuridico) della versione di Parigi di Zelmira, che poi è stato svelato si conosce a pezzi, e non ab integro, quest’anno abbiamo avuto un Mosè in Egitto non in versione 1818, che non comprendeva la famosissima preghiera, ma la versione 18????…. che espunge l’aria apocrifa è vero, ma sempre eseguita di Mosè, espunge come nel 1819 l’aria di Amaltea ed inserisce la preghiera. Peccato per il pasticcere di turno che mai un simile pastone filogico abbia avuto documentata rappresentazione. E allora non vedo perché scandalizzarsi della Rosina soprano, o di una cantante, che nei panni di Amaltea imponga la versione, napoletana, diretta da Rossini e quindi autentica come e ben più del sangue di San Gennaro, di Rosmunda Pisaroni.
Fantascienza perché non ci sono i contralti per le opere scritte per contralti e non si può certo scialare ….
Ma intanto sotto la sigla Rossini anzi di filologia del festival viene servito un prodotto che in linea teorica si censura e per contro si offre. Perché….. perché basta sentire la Amaltea accattata dal festival per capire la strumentalità della spacciata scelta filologica.
Pastone vocale.
Contrariamente alla rumorosa Ermione di qualche anno fa ed alla modesta dDnna del lago parigina Roberto Abbado ha condotto l’opera con sicurezza e con tempi felici, anche se la sezione conclusiva del finale primo “Ah quale smania” e la sezione orchestrale dell’attraverso del mar Rosso e l’annegamento degli Egizi (qui trasformato in strage) erano piuttosto pesanti ed il suono orchestrale non brillava per levigatezza e rotondità.
Neanche il coro chiamato ad una parte protagonista (e non solo per l’esecuzione della famossima preghiera) brillava per precisione e qualità di suono. Prestazione migliore di quella offerta la sera prima con Adelaide.
Nessuno dei cantanti con l’eccezione di Alex Esposito nel ruolo di Faraone era sufficiente ed accettabile. Esposito non è un basso, la voce manca di armonici e di ampiezza anche se Farone è più un baritono che un basso, il legato è limitato, per un uso della respirazione che non coincide con quello della tradizione italiana (bastava vedere da vicino il cantante nella scena finale), ma rispetto al resto della compagnia è la reincarnazione di Filippo Galli.
Modestissimo Riccardo Zanellato, privato dell’aria di Mosè, privo di ampiezza, legato e nobiltà. Basta sentire l’ingresso “quel Mose che chiedesti” buttato lì come una frasetta centrale di un comprimario e non come l’ingresso del profeta del capo politico, ossia del protagonista dell’opera, la voce stimbrata ed afona appena la scrittura sale come accade ad esempio nell’invocazione “la somma Tua bontà”.
Giusta al di là dello svarione filologico, la scelta di tagliare l’aria di Amaltea, le frasi della scena delle tenebre, l’urlo sul do del “voci di giubilo”, gli interventi nel quartetto “mi manca la voce” sono anche troppo per la dote vocale della signora Senderskaya.
Eppure la medesima canta Matilde del Tell e Semiramide, sotto la guida di Alberto Zedda.
Altre gravissime carenze ha palesato il tenore cinese Yijie Shi (una colonna del festival diciamo usando il linguaggio dei programmi di sala e dei commentatori Rai, atteso che ha qui cantato Ory come protagonista, Demetrio dell’omonimo titolo e Belfiore nel Viaggio accademico) nel ruolo di Aronne, dal timbro bianco e squittente inuna parte che ho deve eseguire in zona centrale recitativi accompagnati o partecipare ai concertati dove, però ha la sua ben precisa linea vocale e spesso “tira” il concertato coma accade nella prima parte del “celeste man placata” sino all’ingresso di Osiride.
Del pari limitato Dmitry Korchak nel ruolo protagonistico di Osiride, che sebbene privo di aria solistica ha una parte di grandissimo rilievo e pari difficoltà perché deve cantare d’agilità, declamare in zona acuta essere ora protervo ed irato (interventi del quintetto “celeste man placata” e seguente allegro “voci di giubilo”) ora tenero ed innamorato ( scena della fuga) solo che ira, protervia e dolcezze amorose mal si conciliano con un timbro acidulo e aspro e con agilità per nulla smaltate e squillanti.
Terzo tenore schierato dal Festival nel ruolo del mago Mambre, Enea Scala. Assomigliava a uno dei figli di Saddam Hussein. Cantava come gli altri due tenori.
Ma il vero punto negativo del cast è stata la protagonista femminile ovvero Sonia Ganassi quale Elcia. Che sia un mezzo o almeno una voce ambigua è falso. Era un soprano, che non sapeva cantare e faceva il mezzo con acuti ghermiti e agilità approssimative. Oggi è una voce da comprimaria, che accenna e grida. Nel dettaglio alla prima sezione del duetto con Osiride quando compaiono un paio di la ed un si nat sono state urla, sussurri alla sezione centrale del duetto “Non è ver che stringa il ciel” e di nuovo scomposte urla alla cabaletta, che ho il dubbio sia anche stata opportunamente scorciata. Al duettino con Amenofi, la Amenofi di turno (Chiara Amarù) aveva voce doppia per volume ed ampiezza e anche di miglior qualità di questa novella Isabella Colbran made in Pesaro. Quando Rossini mette in bocca all’innamorata Elcia frasi come “Rendi a me poter divino” durante la fuga e che nascevano dal desiderio ed esigenza di esaltare la bellezza del timbro e la rotondità di suono al centro della voce giudicata la “più perfetta”, sentiamo solo suoni mal fermi e bianchi senza alcun sostegno sul fiato. Il capolavoro è la grande scena conclusiva, che come tutte le scene tragiche pensate per la Colbran, deve esaltare la versatilità dell’interprete nel genere declamato, patetico e agitato (che comporta l’esecuzione delle agilità di forza). Abbiamo sentito volume limitatissimo, farfugliamenti e scarso legato alla sezione patetica “porgi la destra amata”, la cui linea musicale era difficile riconoscere e serie difficoltà alla stretta dove le due scale conclusive, figura ornamentale che doveva essere particolarmente propizia alla Colbran, sono state pasticciate e concluse con due si nat ghermiti e gridati, dopo che le variazioni del da capo della cabaletta “smanie tormenti e affanni” avevano ridotto la scrittura vocale circa a una quinta. Alla prestazione vocale è seguita la reazione del pubblico. Spacciata per contestazione politica all’allestimento. Falso. I fischi hanno un solo autentico responsabile già citato nel titolo, frau Sigrid Onegin. Chi la ascoltasse non può non comprendere il fondamento della contestazione.


Gli ascolti

Rossini - Mosé in Egitto


Atto I


Ah, se puoi così lasciarmi - Rockwell Blake & Cecilia Gasdia (1983)


Atto II

Parlar, spiegar, non posso - Rockwell Blake & Simone Alaimo (1983)

La pace mia smarrita - Barbara Daniels (1981), Daniela Dessì (1983)

Tu di ceppi mi aggravi la mano? - Ruggero Raimondi (1981)

Porgi la destra amata - Elizabeth Connell (1981), Anna Caterina Antonacci (1994), Cecilia Gasdia (2000), Sonia Ganassi (2011)




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giovedì 11 agosto 2011

Pesaro, atto primo: Adelaide dal vivo

Quest’anno il Festival di Pesaro nello spettacolo inaugurale sembra averne azzeccata una ovvero la protagonista Jessica Pratt, che il pubblico del teatro Rossini ha salutato con autentiche ovazioni dopo la grande aria del secondo atto.
Con i tempi che corrono e con le costumanze del Festival non è poco. Anzi.

Ma secondo la consolidata tradizione festivaliera c’erano anche parecchi aspetti che confliggevano con Rossini e con la sua specifica poetica. In primo luogo la direzione d’orchestra o meglio la concertazione. Da tempo (vedi il Sigismondo dell’anno passato) si cade nell’equivoco che la drammaticità di Rossini sia differente da quelle successive e l’eccesso pota a sonorità alleggerite addolcite e soprattutto la di qualsivoglia aulicità, solennità, estasi, epica e magniloquenza, che del dramma serio rossininano sono la peculiarità. Basta ascoltare come affrontasse le scene più apertamente drammatiche Alberto Zedda, che non è certo mai stato un grande direttore d’orchestra per cogliere l’inadeguatezza delle scelte corrente e di cui , quale direttore artistico del festival il medesimo Zedda sembra essere sodale. Ne hanno risentito di questa “farsettizzazione” i pezzi d’assieme ossia il quartetto della scena prima, il finale primo ed il quartetto del secondo atto, quando fra i contendenti irrompe Adelaide. Mi permetto di aggiungere che si tratta di una delle pagine più originali ed ispirate dell’opera, ma che richiede guida sicura, scansione e quattro cantanti. Sono risultati scentrati anche i duetti fra gli amorosi e quelli di sfida fra Ottone ed Adelberto al primo atto e quello del secondo fra tenore e soprano. Non hanno avuto il primo la cifra estatica degli incontri fra gli idealizzati amanti rossiniani ( non dimentichiamo che trattasi di due donne) ed i secondi il colore da cupa congiura medioevale ( vista con gli occhi dell’uomo dell’800). Oltre tutte e siamo alla seconda scivolata del festival l’allestimento affidato a Pier’Alli, che il pubblico ha salutarmente fischiato. Battaglia degli ombrelli, proiezioni da sponsor della regione Toscana, fango e soldati marcianti che avrebbero dovuto intonare la canzone del Piave, cameriere con crestina da musical hanno contribuito sviato il pubblico da quella che dovrebbe essere la cifra dell’opera. Opera che di suo come tutta la drammaturgia rossiniana si poggia su valori differenti da quelli della produzione melodrammatica successiva.
E se a questa aggiungiamo la diffusa latitanza del canto di scuola , di quel canto immascherato che è il solo ed unico presupposto della congrua esecuzione dei titoli belcantistici si comprende perché una signora della Pesaro bene, per dovere di rango sociale in teatro abbia commentato che l’opera è brutta, cantano male salvo al ragazza bionda (leggi Pratt). Vox populi!!!
E le scivolate sono proseguite con la compagnia di canto. Comprimariato da spedizione punitiva quello delle signore Jeannette Fischer e Francesca Pierpaoli nei ruoli di Eurice e quello in travesti di Iroldo. Patetiche e velleitarie le varianti inserite nei loro momenti solistici. Con siffatte disponibilità di cantanti la scure della vituperata scuola di Serafin ha quanto meno il pregio di risparmiare figuracce a cantanti, strazi all’ascoltatore, oltraggi all’autore.
Le cose non sono certo andate meglio con i “cattivi” ossia Nicola Ulivieri, che ha raschiato e urlato i due acuti della parte e senza la voce di basso. Il peggio era costruito dal giovane tenore Bogdan Mihai, che nella parte di Adelberto ha esibito una voce fra gola e adenoidi, agilità scivolate e spappolate assoluta incapacità di approdare alla zona acuta o almeno medio alta della gamma vocale. L’attacco dell’aria “grida natura” era un tragico involontario comico. Un simile elemento si deve avere il decoro di non presentarlo in scena, in generale e massime in un luogo deputato a Rossini e con la presunzione di offrire al pubblico uno dei prodotti di punta della scuola di perfezionamento della Scala, che andrebbe chiusa. Confesso ed esterno la assoluta difficoltà a raccapezzarmi e a comprendere questa situazione e queste scelte.
E arriviamo alla diva del festival Daniela Barcellona, che alcune frange del pubblico hanno, alle uscite singole, contestato dopo fiacchi applausi al rondò, che conclude l’opera e che per ubicazione è il momento del tributo all’esecutore. Siccome da tempo ritengo che il mezzo triestino non sia una cantante rossiniana condivido le riprovazioni del pubblico. In breve la parte di Ottone è troppo acuta, oggi come nel 2006, per la Barcellona e, quindi, le frasi sia dei cantabili che degli allegri (rondò finale e duetto con Adelaide) che investono la zona medio alta sono state aggiustate, sicchè la parte sembrava quegli abbozzi di parte riservati da Rossini alla Marcolini ed alla Malanotte, che poi provvedevano di loro a diminuire. Solo che non posso in questo caso aggiungere il tradizionale avverbio “opportunamente” perché il risultato è stato una frammentazione della linea musicale non più riconoscibile. Oltre tutto a differenza di una Horne, ultima fase della carriera, la Barcellona non è in grado di diminuire e fiorire le parti in modo da occultare le mende vocali perché con l’agilità di forza una cantante della limitata capacità tecnica della Barcellona ha, per forza di cose, rapporti molto problematici. Il problema di partenza è sempre e solo quello di una cantante dotatissima in natura, che non sa da che parte si respiri professionalmente, si distribuisca il fiato e si immascheri il suono ed esibisce l’impietoso “scalino” dei mezzosoprani a fine carriera. Suoni di petto in basso, suoni opachi al centro, grida incontrollate in alto. Se poi si vuole si può anche prendere lo spartito e proseguire in questa impietosa selezione di vizi e dei difetti me ne domando il senso. Ma urge segnalare certi parlati come il “basta vederla io voglio” del duetto con Adelberto, i suoni di petto aperti e stimbrati al recitativo che introduce il finale primo, suoni opachi al centro nell’andante del duetto d’amore “vieni al tempio” e nella stretta “tu che nei cori” dove il suono galleggiante sul fiato di Jessica Pratt copriva la grana grossa e comune della voce di Daniela Barcellona.
Perché poi il segreto del successo di Jessica Pratt sta solo e semplicemente nel cantare sul fiato con un controllo della voce. Questo le consente di cantare sempre, anche nel quartetto di sortita di scrittura bassa, che non conviene alla giovane cantante che ha il meglio della voce nell’ottava superiore, di essere varia nel fraseggio, regale e dolce al tempo stesso, di essere preziosa e raffinata , magari a scapito di un poco di slancio nell’aria di sortita e di dare il brivido alla grande aria “cingi la benda candida” dove Jessica Pratt ha sfoggiato tutto quello che la grande esecutrice, anzi interprete di Rossini deve possedere ovvero estensione, legato e smorzature anche ad altissima quota, capacità di cantare piano e forte, fluidità di esecuzione dei passi di coloratura. La grande esecuzione rossiniana passa in primis da brivido che le difficoltà vocali rese con facilità danno e non già dallo sforzo di una voce che prova a fare. Invito a riflettere sulla differente impressione che hanno suscitato i due rondò ossia quello di Adelaide e quello di Ottone, brani di eguale peso vocale ed interpretativo, che ieri sera sono emersi solo in quello di Adelaide, passato, invece, come una cosa di limitata difficoltà e valore espressivo quello del deuteragonista en travesti. E di qui il meritato trionfo che altro fondamento non se non il canto e la tecnica del canto. E’ stato dopo anni una luce nei cast del festival.


Gli ascolti


Rossini - Adelaide di Borgogna

Atto I

O sacra alla virtù...Soffri la tua sventura - Daniela Barcellona (2006)

Atto II

Questi, che a me presenta...Vieni, tuo sposo e amante - Daniela Barcellona (2006)


Meyerbeer - Le Prophète

Atto V

O prêtres de Baal - Sigrid Onégin (1929)



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