Ieri alla Scala è andato in scena Attila, con un cast completamente riformato rispetto all’originario progetto ed ulteriormente modificato dal cambio last minute della titolare del ruolo di Odabella. Sicchè nel ruolo della vergine guerriera è stata proposta la terza scelta.Un successo pieno e convinto, tributato da parte del teatro ad una produzione che ancora una volta ci ha dimostrato quali siano le “poetiche” esecutive oramai gradite ai più: le urla sul palco ed il fracasso della buca.
Che poi i cantanti debbano urlare oltre le loro possibilità per superare il muro di suono, che si frappone tra loro e la platea, o che il direttore debba ricorrere ad un numero esagerato di decibel e ad un quarantottismo orchestrale superficiale ed inutile per occultare, coprire e/o supplire a guai e carenze del palco è speculazione oziosa e che non porta da nessuna parte. Il dato di fatto è uno: rumore e chiasso. Ma siccome paga, perché la gente applaude, bravi loro!...e povero Verdi!
Anche se riteniamo doveroso raccontare, atteso che nessun altro lo farà la formazione del pubblico ossia: claque a ranghi serrati per evitare disavventure come Tosca o Cavalleria e Pagliacci; giovani studenti di conservatorio d'ambo i sessi e di variegata nazionalità sul lato Filodrammatici della seconda galleria, che vengono portati a educare gusto ed orecchio; vecchio pubblico che applaude del pari sordo e convinto, perchè riprovare la Scala è dire che non si è veri intenditori e allora ci si nutre del prodotto scaligero. Non comprendo nè le faccie scontente di parecchi all'uscita piuttosto che nell'unico intervallo, nè chi cerca di limitare peso e portata dal recente passato, pur di non ammettere che sotto il profilo vocale e musicale siamo a Waterloo. Gli uni mancano di coraggio, gli altri necessitano di molto molto fosforo.
Non è solo opinione di questo sito che il maestro Luisotti sia sicuro amministratore e concertatore delle compagini in buca e sul palco, autorevole e chiaro nel gesto, soccorrevole con i cantanti laddove occorre lasciar loro prendere un fiato abusivo o coprirli quando serve, e, come altri spettatori del recente concerto con la Filarmonica hanno verificato di persona che al maestro piacciano i F ed i FF, che ne abusi privando completamente il proprio dirigere di ogni slancio lirico, ogni afflato, ogni attimo di poesia. Nel sorbire una bibita al bar prima della recita, una coppia di signori non più giovan,i che evidentemente aveva assistito al concerto di Tchajkovsky e Prokofiev, assicurava ai presenti al tavolo che l’Attila sarebbe stato diretto da….“un rumorista”. Una battuta simpatica e garbata che, però, rende benissimo il senso della questione. Il signor Luisotti ha diretto con velocità, altissima intensità sonora ( da fare impallidire le serate più arrabbiate e nevrotiche del maestro Muti ), nessuna poesia e atmosfera ( si veda l’alba sulla laguna, che precede la sortita di Foresto, l’introduzione al primo atto cui segue il Fuggente nuvolo, il terzetto finale..etc..), mancando talora di nerbo ( paradosso dei paradossi!) negli accompagnamenti al canto ( la sortita di Odabella in particolare ) o di quella intensità ed espansione tipicamente verdiane che, valga per tutti, il concertato all’atto I o quello che precede le mancate nozze del secondo.
Ho letto or ora un’ inopinato paragone tra la direzione di ier sera e quelle celebratissime del maestro Muti. Non posso per nulla trovarmi d’accordo. Riccardo Muti, anche quello delle serate peggiori, non si è mai abbandonato a tanta gratuità bandistica, a tanto bimbarabum ossessivo e martellante quale quello udito ieri. Poteva essere nevrotico, scatenato, esagerato, ma mai così piatto, senza idee e rumoroso. Il Verdi tutto sangue e cabalette era quello di Muti, ma era Verdi, piacesse o meno. C’erano anche gli archi, certi colori dei violoncelli e dei contrabbassi, l’accompagnamento melodico al canto ( magari senza prese di fiato per i cantanti!...), ma anche il senso ottocentesco del testo, dei grandi momenti espressivi e teatrali di Verdi. Nella direzione di Luisotti, purtroppo no, e dirige senza che alcuna somiglianza possa mai essere invocata, per giustificarlo, con un Levine, ma anche con un più nostrano Patanè. Piace il fragore? Benissimo, è un fatto di gusti. Noi pretendiamo qualcosa di più, perchè secondo noi Attila è qualcosa di più di una banda.
La compagine vocale ha di certo fatto meglio di quanto avrebbero mai potuto fare gli interpreti originariamente chiamati, ma da qui a dire che si sia ben cantato ce ne corre. E parecchio!
In primo luogo va sottolineato, poiché è il problema cogente del canto lirico odierno, che nessuno del quartetto protagonistico esibisce una tecnica di canto “sul fiato”, ossia quella che, per intenderci, consente di manovrare la voce con facilità, guidandola dal piano al forte e viceversa con morbidezza ed omogeneità, emissione composta esente da forzature, finalizzata all’esecuzione della miriade di segni di espressione di cui Verdi costella la scrittura del canto o che l'autentico interprete deve di sua iniziativa inserire. Nel canto sul fiato il suono arriva nella sala senza ricordare allo spettatore la gola o qualsiasi altro organo del cantante, la voce suona “fuori dal corpo”, perfettamente udibile e sonora anche nei piani. Non c’è mai senso di fatica in questo modo di cantare, mai sforzo, mai lotta con la voce.
Ciò premesso, possiamo dire che ieri nessuno ha cantato secondo questi che sono i modi della tradizione vocale italiana.
Abbiamo udito gole ipersollecitate, canto di fibra, note spinte, gutturalità sparse, acuti indietro, voci gonfiate oltre il limite della razionalità per voler essere ciò che naturalmente e per tecnica non sono e non possono essere. Alla poetica del rumore si affianca oggi quello dello sforzo e dell’urlo dei cantanti, che cantano con fatica evidente e non possono restituire il personaggio che interpretano, le sue emozioni, gli intenti espressivi che l’autore voleva raggiungere. Tutto è atletico, muscolare, è una lotta con i propri mezzi. E non è l'atletismo vocala praticato da cantanti di cognizioni tecniche meditate di un Corelli, di una Nilsson, di una Price o anche di una Arroyo o diuna Cossotto, si badi bene. E’, viceversa, il frutto della perdita di certi saperi tecnici, dell’alchimia del canto all’italiana, che ha subito una progressiva vicarianza, vuoi per insipienza via via sempre più diffusa, vuoi per mal gusto anch’esso sempre più diffuso, da parte di tecniche che mettono il cantante in grado soltanto di spingere a più non posso, di non governare la linea di canto sul centro, di emettere acuti sul forte o falsettati. Tecniche inadeguate agli spartiti che, poi, si pretende di eseguire, che consentono l’ispessimento della voce ma ne compromettono la duttilità, la manovrabilità spontanea. I passaggi di registro, superiori o inferiori, si eseguono senza perizia, più frequentemente non si eseguono del tutto, e così si grida sopra e ci si ingolfa nei gravi. Il canto che ne discende è quello odierno ( si badi bene, odierno, non solo quello di ieri sera, ma quello normalmente dispensato dalla maggior parte dei cantanti odierni..), piatto, monotono, sempre forte o mezzoforte, che dei segni di espressioni ( centinaia, migliaia ) che costellano gli spartiti verdiani fa piazza pulita senza troppi problemi. Da un lato abbiamo i filologi, discorsi dotti sul rispetto dell'autore, l'autenticità della lezione, i fans del rigore mutiano al testo e dall'altra abbiamo nei teatri esecuzioni che dello spartito e di quanto in esso contenuto bellamente fanno piazza pulita ( e ieri sera eravamo in linea con l'andazzo generale, Verdi festival docet ) mentre il pubblico applaude soddisfatto. L'importante è stato.....assuefare il pubblico a tale estetica antistorica, ed il gioco ormai pare riuscito.
Ma vediamo da vicno i "lottatori" in campo.
Lotta con tutta evidenza il signor Sartori, alla prese da subito con il muro di suono che gli si para davanti alla sortita: l'onda de "La tempesta perfetta"! La voce si è fatta meno facile sul centro rispetto alle ultime prove scaligere, gli acuti sono sempre là, mai sfogati e squillanti, il legato è deteriorato, e Foresto gli costa grandissima fatica, nonostante sia uno dei pochi tenori che sul passaggio riesce un po’ districarsi, più per dote naturale che per tecnica. La cabaletta della sortita gli è costata uno sforzo enorme causa il fragore dell’orchestra, si è barcamenato al duetto con Odabella ma senza esprimere alcunché, ha messo lì la seconda aria alla meno peggio, senza mai avere la necessaria ampiezza di fraseggio e volume, per affrontare il terzetto finale senza benzina, dove puntualmente ha inciampato.
Lotta anche il il signor Vratogna, che canta alla Nucci senza le qualità vocali e tecniche di Nucci. Il gusto è quello attuale, contaminato e deteriore, la voce evidentemente fibrosa, la tessitura di “Dagli immortali vertici” troppo alta per dar luogo ad un canto con un po’ di legato e morbidezza, il personaggio monotono e truce, mai nobile, il canto senza intenzioni espressive, piatto anche lui.
Lotta Orlin Anastassov, basso verdiano cui manca di fondo l’ampiezza per cantare Verdi, almeno in sale grandi come la Scala. Le cose “migliori” le ha fatte sentire lui, ossia la sua quarta centrale, cui non sta appiccicato né un registro acuto udibile, dato che, pure lui, non sapendo eseguire il passaggio superiore, in alto talmente indietro da non sentirsi per nulla ( soccorrevole nella cabaletta il F di Luisotti sui vari fa acuti scritti, di cui non ne abbiamo udito uno solo..!) , men che meno un registro grave ( per un parte che poi grave non è ). Gli manca l’ampleur ad Anastassov, e soprattutto la risonanza che, con la giusta tecnica, un Ramey sapeva metter in campo per sopperire alla propria natura vocale, spontaneamente non consona a Verdi. L’ampleur ed il legato, udito solo a tratti, come al concertato davanti a Papa Leone. Il segno dei tempi è tutto qui: Ramey approcciò Verdi sporadicamente, con cautela e furbizia, conscio di non essere vera voce verdiana; Anastassov, che non ha la tecnica di Ramey nè una voce davvero importante, canta sopratutto Verdi....
Lotta la signora Lucrezia Garcia, ritenuta giovane promessa (in carriera da dieci anni, stando al sito della sua agenzia!), che forse dovrebbe attendere di essere più solida tecnicamente prima di darsi ai ruoli pesanti. La signora Garcia ha colpito il pubblico per una certa penetrazione degli acuti, frutto, però, di un canto di spinta, dunque incontrollato e non sempre a fuoco nell’intonazione. Il centro è debole, però, secondo i modi del canto odierno. Quando arrivano le frasi centrali da emettere con lirismo e dolcezza, basti pensare al terzetto finale, la voce si riduce in volume, il legato latita, il timbro è chioccio, per una certa tendenza a schiacciare i suoni. Se poi la tessitura si alza e non basta buttarla fuori, i guai sono lì sotto gli occhi e le orecchie di tutti. Il “Fuggente nuvolo”, grande scena di ripiegamento lirico e nostalgico del personaggio, di scrittura aerea, costellata da segni di piano e pianissimo e forcelle è stato eseguito sul mezzoforte per non dire sul forte, i segni di espressione bellamente spianati, e prese abusive di fiato clamorose, rabberci alla linea vocale e musicale come la salita al do, con paziente pausa della buca, per tacere della cadenza maldestramente scorciata e pasticciata. Il brano ne è uscito snaturato nella sua essenza espressiva e lirica, difficile da riconoscere. Avrà anche fatto buona impressione nell’entrata, dove la freschezza le ha consentito di lanciare gli acuti con una certa facilità e di eseguire la cabaletta con bella correttezza, ma poi tutto è finito lì. Una "promessa", a mio modo di vedere, deve provare di saper fare ciò che fa con sapienza tecnica non per dote naturale, e la signora Garcia non mi ha trasmesso alcun senso di solidità.
Lo spettacolo di Gabriele Lavia ha avuto bei momenti, il prologo in particolare ( a meno delle compagne di Odabella in mimetica ed anfibi ), con le rovine del teatro romano in primo piano, e momenti grotteschi, come la tavolata anni ’30 con le coriste in calottine di strass, lampadari e tavolata da ricevimento mondano antistante un frammento a rudere della Scala bombardata, metafora, immagino, sul declino del teatro piuttosto insignificante. Idem dicasi per l’ultimo atto, con la solita proiezione su maxischermo di film hollywoodiano sui Attila, stile fratelli Lumiere ( 3° o 4° volta quest’anno?...), poltroncine anni ’50 tra le quali si aggirano i protagonisti della tragedia. Regia pochetta e piuttosto banale, qualche cappotto in pelle immancabile, piuttosto una certa incoerenza di cifra tra le scene, ma forse era il male minore. Tanto valeva riprendere la produzione precedente assai meglio riuscita, dato l’esito alterna, di poca inventiva, che non mi ha convinto per nulla, a differenza di altri spettacoli dello stesso Lavia.
