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domenica 8 maggio 2011

Trilogia (im)popolare al Regio di Torino e al Met

In epoca di mercato delle voci mal messo e magro per le bacchette le dirigenze dei teatri, con assoluto anacronismo, si attaccano al cosiddetto repertorio, animati dal sogno di così non perdere pubblico, anzi di conquistarne per il solo richiamo, che il repertorio esercita. In fondo è la soluzione più comoda e per certi versi la meno rischiosa. Ve lo immaginate oggi allestire titoli come Poliuto, Rosmonda d’Inghilterra, Loreley o Medea in Corinto?

Meglio la solida trilogia popolare verdiana o, almeno, alcuni dei titoli che la compongono. Garantiscono il tutto esaurito e abbassano il rischio contestazioni per la presenza, appunto, di quel pubblico, pago del solo presenziare ed ascoltare il brindisi della Traviata o la Pira.
L’idea è diffusa perché, a breve distanza di tempo, Traviata e Rigoletto sono stati proposti dal teatro Regio di Torino e Trovatore dal massimo teatro americano. Il più fantasioso si è dimostrato con Rigoletto il teatro torinese. Le tre produzioni sono state radiotrasmesse, copiosamente commentate in chat e, quindi, queste mie altro non sono che un riassunto delle opinioni del pubblico. Anzi, in chiusa aggiungo quanto uno dei nostri più affezionati lettori ha scritto dopo una pomeridiana di Traviata. Scelta questa fatta non per abiurare il compito, che ci siamo dati, ma per confortare i nostri detrattori che non siamo ancora pronti per la tutela del WWF.

Cast all stars il Trovatore, come avrebbe potuto essere nel 1913 quello Slezak, Gadsky, Amato, Homer o nel 1935 uno Martinelli, Rethberg, Borgioli perché quanto a fama internazionale Sondra Rodvanowsky, Marcelo Alvarez e Dimitri Hvorostovsky competono con i colleghi, ormai defunti, sopra citati. Peccato che alla fama internazionale si fermi la competizione, salvo che per l’Azucena di Dolora Zajic. Veterana, anni cinquantanove ed inspiegabilmente assente dalla prossima stagione del teatro la Zajic è un soprano Falcon e, quindi, più versata per Eboli ed Amneris. La sua Azucena, non levigatissima nella zona medio grave, brilla per vigore nel “Condotta ell’era in ceppi”, nel duetto seguente con Manrico, per lo splendore degli acuti in particolare il si bem conclusivo dell’opera ed il do del “tu la spremi”, stenta, invece, in “Stride la vampa” di tessitura più centrale e –stranamente- nel “Giorni poveri vivea”. Rimane, però, l’unica professionista schierata. Tali non sono gli altri tre ossia Sondra Radvanosky, Marcelo Alvarez e Dimitri Horovstovsky, ben rappresentanti, però, da accreditate agenzie. Al limite del grottesco e del caricaturale la prestazione del soprano, reduce da una lunga sindrome influenzale, che l’ha costretta a cancellare l’ardua parte della duchessa Elena dei Vespri torinesi. Una dilettante che imbrocca gli acuti estremi, timbro né bello né brutto, ma, prima ancora indecifrabile a cagione di un’emissione tubata ed ingolfata, che compromette l’intonazione, impedisce il legato (“D’amor sull’ali rosee”, in primis), rende fissa la voce a partire dalle note centrali, difficoltosa l’esecuzione dei pochi passi di agilità e, più ancora, compromette la possibilità di reggere la tessitura acuta principalmente alla scena in cui Leonora tenta di prendere i voti o le alate frasi in cui Leonora muore nel più puro stile donizettiano, ovvero secondo i desiderata di Rosina Penco.
Gli uomini. Hovrostovky gode, mi risulta, fama e stima presso alcune residue falangi cappuccilliane sopravvissute in Scala. Non ho dubbi: è becero, volgare e, come tutti i cantanti di imposto mentale prima che vocale verista ignora che sia la grandeur e la solennità, che toccano, per giunta in tessiture astrali, al Conte di Luna, innamorato respinto, rivale non solo in amore, ma anche in politica di un ardimentoso giovinetto. Qui con Marcelo Alvarez di ardimentoso giovane al primo amore, al primo scontro neppure l’ombra. Eppure, se avesse saputo dove collocare la risonanza della voce Marcelo Alvarez avrebbe potuto raffigurare con aderenza vocale e stilistica il protagonista. Invece la voce si è accorciata (pira abbassata e scorciata nelle frasi, che precedono la puntatura conclusiva) appesantita (nessuna smorzatura nell'"Ah si ben mio", nel finale dell’opera o nel precedente duetto con Azucena, insomma non gli importa della mamma e della amata!!) un “Deserto sulla terra” squadrato e metronomico, e frasi arroventate come “infami sgherri vibrano colpi mortali” o “l’infame amor perduto” che di rovente poco hanno, molto avendo di volgare e verista. Lo slancio ed il vigore dell’eroe romantico, perché tale è Manrico, mal sopportano emissione prossima al parlato.
Il migliore in campo è stato il direttore Marco Armilliato, che ha portato a termine una simile compagnia di canto. Non è un merito da poco perchè i limiti tecnici di tre dei protagonisti si risolvono in pesanti limiti di resa musicale ed interpretativa.
La tradizione di andar di passo spedito, che può essere censurabile nel Trovatore alla fine, ad onta di legittimi dubbi si rivela la scelta, che salva lo spettacolo.

Alla stessa conclusione e scelta, infatti, deve essere giunto in quel di Torino Patrick Fournillier che, secondato da un’orchestra, che sembra in questo momento suonare meglio di tutte le altre patrie, ha imbroccato la strada dei tempi veloci, cari al Verdi stigmatizzato dei figli di Toscanini, che senza scendere in polemica certamente elide molto dell’aspetto notturno o intimistico, ma evita figuracce a cantanti, spesso mal messi quanto a tecnica. Solo che anche queste scelte se possono aiutare per certo non possono propiziare il miracolo di far cantare professionalmente chi tale non sia. Alludo in principalità alla protagonista di Traviata: Alessandra Kurzak. Chi ha deciso di farne una star, tanta è la proterva presenza con cui la cantante polacca viene inflitta nei teatri italiani anche nella prossima stagione, ha preso un abbaglio... . e che abbaglio! La voce è chiara, bianca, anzi sbiancata, come quella delle colorature dei paesi un tempo dell’Est, aggravata da una assoluta incapacità di sostenere la voce (già dimostrata nel concerto scaligero), che rende la voce tremula in tutta la gamma, aperta nella zona medio grave, spinta in quella successiva costantemente stonata. Tralasciamo le urla del mi bem fuori ordinanza della stretta del “Sempre libera”, le stecche del do diesis (questo scritto di "giojr") o dei vari do della cabaletta, ma soffermiamoci sulla difficoltà del la bem dei “solinga nei tumulti” alle note gravi inesistenti del “Gran Dio morir si giovine”, all’impossibilità di cantare sul fiato le frasi del duetto con Germont dove la Violetta soprano leggero deve sublimare dolore e sofferenza (vedasi Hempel, Galli-Curci, Pagliughi e Devia) per arrivare a concludere che una siffatta cantante potrebbe al più essere proposta quale Annina e non già come protagonista. Un’autentica presa in giro per il pubblico pagante e per il contribuente. Davanti ad una siffatta scelta la Gilda di Irina Lungu, afflitta pure lei da problemi costanti di intonazione, derivati da un sostegno del suono peregrino, complice la scrittura elevata e ornata di staccati e picchettati,
è, comunque di ben altra qualità.
Quanto ai signori uomini, Stefano Secco rispecchia nella qualità vocale il cognome. Non comprendo la scelta di interpolare il do (un autentico urlo) alla chiusa della cabaletta di Alfredo, per altro eseguita senza il da capo. Per altro un simile acuto è il coronamento di una voce che, come si dice in gergo “non gira”. All’ascoltatore attento non sfugge che tutte le volte in cui Alfredo a chiamato a cantare in zona re3 –fa3, ossia quella, che coincide con il passaggio il suono perde colore e smalto perché il cantante non sa dove collocare la voce. E siccome Alfredo quasi tutta la serata canta in quella zone e più ancora in quella zona deve cantare affettuoso e dolce, come si compete al giovane innamorato che per amore da scandalo, il risulto è protagonista maschile che non seduce, che non sospira e che neppure sfoggia impeto e vigore alla scena della borsa, occasione che gli Alfredo di scadente scuola non si lasciano mai sfuggire per vociare.

Quanto a vociare la coppia duca buffone proposta in Rigoletto è esemplare. Entrambi sarebbero anche dotati eccome, perché il colore di voce e il timbro di Franco Vassallo sarebbe quello di autentico baritono e Terranova, che canta solo con la dote naturale, anche lui, se correttamente impostato, reggerebbe senza sforzo non solo le tessiture del Duca, ma anche altre ancor più impegnative. Invece abbiamo un duca di Mantova che, crolla alle “sfere agli angioli” perché la frase che sta fra il re bem3 e il la bem3 non può essere cantata con la voce naturale, che è volgare e sudaticcio in tutto il quartetto ed arrivato al si bem di “pene consolar” non può che urlare, così come non è in grado di smorzare e colorire l’intera aria del secondo atto, dove la gamma dei sentimento del duca impone per essere interpreti, varietà di fraseggio. E la sequela delle lamentele è la medesima con riferimento al protagonista acuti indietro, nessun colore nei lunghi monologhi dal “pari siamo” a quello sul sacco contenente –tragica beffa del destino- il corpo di Gilda morente dove frasi come “un sacco il suo lenzuolo” devono essere dette non urlate, non buttate lì. Comprendo la logorante monotonia di queste osservazioni, comprendo che sono sempre le stesse, ma il canto di questi signori è sempre lo stesso di gola, duro forzato, senza colori, senza intenzioni interpretative perché in quella zona della voce per interpretare, per fraseggiare, per dire ci vuole una capacità tecnica oggi sconosciuta, e che sarà sempre più sconosciuta perché la giovane ragazza che cento anni or sono andava in teatro in cerca di un modello ascoltava Luisa Tetrazzini, ma anche solide professioniste come Ada Sari. oggi che ascolta? Alessandra Kurzak e che impara ? Nulla perché non può imparare alcunchè, neanche a declamare la lettera del terzo atto.
Cedo la parola alle opinioni di Pasquale, compagno di sventure:

Signora Grisi.
una mia impressione sulla recita di oggi pomeriggio 3 maggio ( naturalmente teatro esaurito )
Stesso allestimento dell'anno scorso con inizio con la scena dei funerali con del blocchi di dimensione e altezza diverse a simulare le lapidi, poi trasformate nell'arredamento della casa di Violetta insieme a un paio di pareti e dei gradini di una scalinata,stessi oggetti disposti diversamente per la casa di Flora, poi ricoperti con lenzuola ritornano a fare parte dell'arredamento della casa di Violetta morente con l'aggiunta di un letto.L'unica variante la seconda scena che simulava un po di campagna con un po di verde,e una specie di collinetta.
Sinceramente non ho mai assistito a una recita della Traviata noiosa e piatta come questa,con un cast non all'altezza di un teatro come il Regio di Torino.
Il soprano Kurzak inadeguata a un ruolo complesso come quello di Violetta se la prima parte poteva ancora dire qualcosa,ma parecchio calante nel strano e strano e ai limiti nel Sempre libera,ma completamente inadeguata nella seconda parte sia nel duetto con Alfredo sia e ancora e peggio prima nel duetto con Germont padre cantare questa parte richiede ben altra voce nel centro,e questo anche nel finale,insomma una Violetta insipida senza sale,noiosa.(al confronto la scorsa edizione ottobre 2009la Mosuc era tutto un altro livello,e anche la Lungu non mi è dispiaciuta nel secondo cast).
Per Secco un discorso tipo non è l'abito che fa il monaco,come non è un grande nome a cantare un buon Alfredo,dopo il brindisi in "Un dì felice, eterea" ha iniziato con una mezza stonatura e durante tutta la recita non è stato un Alfredo convincente leggerino poi spesso portato a forzare.
Capitanucci un baritono dalla voce chiara sinceramente sembrava piu il fratello di Alfredo che non il padre,"in Provenza... ha cominciato bene poi verso la fine ha forzato,forse per dare piu enfasi a quello che diceva,ma rovinando la linea di canto,meglio la successiva cabaletta,anche per lui un finale insignificante.
ll Regio di Torino (io sono un abbonato )ultimante ha fatto delle bellissime recite che si può dire che è diventato il primo teatro di Italia,ma spero che questa recita e questo cast sia solo un incidente di percorso
Il coro mi è piaciuto molto anche la direzione con Fournillier molto attento al palco,ma d'altronte se il materiale che ha a disposizione è questo non può fare miracoli.
Naturalmemte il pubblico ha molto applaudito, ma ormai qui è diventata la prassi,si applaude tutto e tutti.

Salve
Pasquale L.



Verdi - La Traviata

Atto I

E' strano - Lina Pagliughi (con Giacinto Prandelli - 1951)


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domenica 20 marzo 2011

I Vespri Siciliani a Torino

Quando un governo afferma ripetutamente di voler riconoscere e premiare il merito individuale, quindi di essere contrario a finanziamenti distribuiti a pioggia che non attuino dei distinguo nell’operato di chi amministra, dovrebbe dare alle proprie enunciazioni anche una conseguente realizzazione nei fatti per essere credibile. Con i tagli al Fus si sono operate drastiche riduzioni delle possibilità di fare per tutti i teatri italiani, con limitatissime eccezioni individuate in realtà di grande fama internazionale. Giusto o sbagliato che sia, il principio guida adottato dal governo resta, per noi melomani, evidentemente in contrasto con le enunciazioni di principio, diversamente il Teatro Regio di Torino avrebbe dovuto essere la realtà prima italiana premiata per i fatti concreti e non per l’altisonanza del nome.


E’ tradizione che nel nostro paese quando si arrivi al momento di riconoscere a questo o a quello delle virtù superiori scattino tutta una serie di meccanismi da cui non riusciamo a liberarci causa l’abitudine antica a pensarla in un certo modo, dalle paure per le polemiche alle rivendicazioni sindacali o di parte, dai vincoli politici al sentito dire consolidato, ora pure la “logica del nome”, per cui di fatto si afferma sempre la legge del più forte (che non è sempre il migliore), l’agognata meritocrazia finisce chiusa nell’armadio e del meritevole tutti si scordano.
Eppure se si vuole che qualcosa cambi nel disastro generale, perché un segnale occorre darlo non solo al pubblico ma anche a chi i teatri gestisce, occorre premiare chi all’interno delle regole, uguali per tutti i teatri al nord come al sud, ha fatto meglio, senza creare scandalose voragini milionarie e riuscendo a mantenere un certo livello medio degli spettacoli.
La richiesta generica di ricolmare i tagli al Fus da parte di intellettuali e maestranze è lecita ma forse inattuabile nella realtà della nostra economia, perciò destinata a restare lettera morta, proclama retorico in favore della cultura minata dalle fredde leggi dell’economia. Forse lo è meno fare eccezione per chi è stato effettivamente virtuoso, riconoscendo ciò che il pubblico abituale dell’opera ha percepito con chiarezza dal teatro piemontese. Forse non sarebbe retorico e nemmeno eccezionale ma doverosa e giusta individuazione e premio per comportamenti non dico esemplari o perfetti, ma senz’altro migliori di altri tenuti in altri teatri, come ancora lo spettacolo di ieri sera, tutt’altro perfetto, ha dimostrato.
Smettiamo di fare eccezioni o di investire sempre sui potenti spreconi e cominciamo a farlo, al di là delle logiche politiche, per chi merita, per chi ha fatto meglio, per chi ha evidentemente saputo metterci qualcosa di più in ogni produzione, perché coro ed orchestra del Regio, dopo tanto Boris, tanto Parsifal e tanti Vespri possono ben stare orgogliosi a braccia alzate sulla scena, come hanno fatto alla recita del Parsifal cui ho assistito.
Ed anche con il forfait della diva protagonista ieri sera, il Regio è riuscito ad allestire uno dei must più difficili di Verdi e ad uscire dalla difficile prova con onore e dignità, allestendo una produzione funzionante sul piano musicale anche se non perfetta.

In primo luogo, i cantanti. Come finalmente ha detto apertamente il maestro Noseda nell’intervista radiofonica, senza cantanti l’opera non si fa, la buca da sola può suonare fin che vuole, ma se non si canta sulla scena, non si va da nessuna parte. Finalmente, ripeto, dato che i direttori d’orchestra moderni, non appena maturano una certa fama e notorietà, si fanno prendere dalla sindrome del “basto io..”: Noseda ha almeno riconosciuto che le cose non stanno così, e questo fa piacere.
Trovare interpreti all’altezza di uno spartito come i Vespri siciliani è sempre stata impresa difficilissima, perché soprattutto quelli di soprano e tenore sono due ruoli monstre della storia della vocalità. E mentre possiamo enumerare alcune straordinarie interpreti di Elena, sul ruolo di Arrigo conosciamo interpreti meno felici e famosissimi….assenti. E proprio sul ruolo di Arrigo Torino ha fatto la scommessa più azzardata della produzione, rivolgendosi fuori dal novero delle voci che normalmente praticano Verdi. Ha privilegiato l’esperienza ed un bagaglio tecnico oggi ignoto ai tenori verdiani, rischiando sul peso specifico e, soprattutto, sull’età del tenore prescelto. Già, perché i Vespri, oltre che pesanti sul piano drammatico per un ex contraltino rossiniano ( …oggi oramai tuttologo a tutti gli effetti ), hanno nella lunghezza smisurata una delle maggiori componenti di difficoltà della parte. Gregory Kunde, come abbiamo udito a Bergamo, soffre e mostra la corda e l’età se canta tessiture orizzontali di grande ampiezza, ma si trasforma, o meglio, maschera certi suoi odierni difetti legati alla lunghissima carriera, laddove la scrittura si muove e si impenna, come già nel Tell immediatamente successivo al Poliuto ( e potremmo riaprire la discussione su Nourrit Poliuto che sospendemmo per ritmo di blog ma…..). A meno della scena “Giorno di pianto”, centrale e per lui visibilmente faticosa ( impeccabile però l’esecuzione agitata della chiusa, ove i tenori di solito inciampano ), ha retto la parte con una scioltezza invidiabile ed impressionante se si considerano, poi, la sua natura vocale e la sua età, trovando anche accenti giusti ed una esecuzione precisa e mai brada. Qualche stonatura e/o forzatura in certi momenti come al duetto del II atto con Elena, nell’”Addio mia patria”, passaggi con certe sue legnosità sentite altre volte, ma nel complesso una prova impressionante, soprattutto al tremendo quarto atto. Il timbro è il solito, ma la perizia, facilità e la sicurezza esibite nella serata, Siciliana compresa, mi paiono dimostrare ….che i belcantisti di ieri erano cantanti incomparabili sul piano tecnico con quelli delle generazioni successive. Complimenti davvero.

Sostituta del secondo soprano originariamente prescelto, Tamar Iveri, e sostituta all’ultimo della titolare Rodvanovsky ( le protagoniste designate in origine non hanno smentito il pronostico che facemmo a settembre, all'epoca della presentazione della stagione, contrariamente a Gregory Kunde ), Maria Agresta ha stupito, andando oltre le aspettative. Non ho mai sentito questa cantante in teatro, e parlo per mero ascolto radiofonico. Ha gestito una parte che richiede una voce di peso ed estensione maggiori alla sua, che è meramente lirica, con pertinenza e bell’aplomb musicale, cercando sempre di non essere piatta ma di fraseggiare, come nell’”Arrigo, ah parli un core”. I suoi momenti migliori sono stati quelli in zona centro alta, gestiti con facilità nel passaggio superiore ( anche nel finale dell’”Arrigo, ah parli…” ha cercato le smorzature, non perfettamente riuscite ma comunque provate per cantare come si deve cantare il passo… ), meno in tessitura grave ove sul primo passaggio la voce non gira. Frasi davvero infelici quelle di petto e sguaiate precedenti l’aria nella scena del carcere ( e che Noseda avrebbe dovuto moderare ), meno sgradevoli certi passaggi nell’entrata, di scrittura assai grave, eseguita con compostezza. Però, pur con un mezzo leggero e forse nemmeno abbastanza ampio, è andata fino alla fine con sicurezza, si è ben disbrigata nel Bolero ( …senza trilli ), ha retto il peso dei concertati, il “Patria adorata” soprattutto, che spetta ad Elena tirare, anche con un centro spesso non perfettamente “coperto.” Sarò stata benevolente ieri sera, ma ho trovato serietà in questo approccio da parte di chi si è trovata in pole position in una simile occasione e con un simile ruolo. E non ho potuto fare a meno di pensare al recente Verdi festival, in cui la signora Agresta ha cantato senza esiti una Odabella che non dovrebbe cantare, mentre con Elena ieri sera ha voluto farci pensare di essere stata il miglior soprano passato da Parma da settembre ad oggi. Paradosso o realtà, stabilitelo voi.

Meno bene Procida e Monforte. Ildar Adbrazakov è un cantante per natura composto e statico, dalla voce bella ma non ampia e ricca. Ha dato vita ad un Procida corretto, ma incolore, per nulla statuario, perché vero basso di ampleur da Verdi non è. Nell’aria, infatti, ha anche forzato la voce per darle un corpo che non ha, ma è stato un canto innaturale e, per forza di cose, piatto, sempre forte. Quando il personaggio deve svettare, come nel concertato “Addio mia patria”, il basso russo non svetta, resta inerte, anche perché in alto la voce non ha proiezione.

Orribile Franco Vassallo. Ha un mezzo naturale di qualità ragguardevole, ma canta muggendo, dando di naso, digrignando il suono di continuo, gli acuti indietro. Ne è uscito un Monforte truculento, becero…una sventura per le orecchie cui il maestro Noseda avrebbe dovuto dire qualcosa, un suggerimento di moderazione. Spiace, in un mondo senza baritoni, che le poche voci di qualità siano gestite con siffatti limiti tecnici e, soprattutto, culturali, perché alla base di questo modo di intendere il canto in corda di baritono c’è un consolidato gusto deteriore. Eppure i dischi di Tagliabue, di McNeill, di Bruson, ma anche degli Zanasi etc sono disponibili in commercio, ed affrancherebbero questi cantanti, almeno in parte, dalla tradizione stile Carroli, Gavanelli.etc.. E starebbe anche alle bacchette dire loro qualcosa, come i Serafin o i Mitroupulos sapevano fare con i beceri incalliti alla Guelfi…

Gianandra Noseda ha diretto bene, assai meglio della Traviata dell’anno passato. Più a suo agio in una partitura di questo tipo, ha diretto con sicurezza, bello stacco di tempi, tensione drammaturgica, bel suono. Non mi è piaciuto nella seconda parte del secondo atto, quella che segue il duetto Elena Arrigo, e all’ingresso del quinto, cioè nelle scene di colore, prive di quelle suggestioni cromatiche tipiche del Grand’Operà e, soprattutto nel secondo atto, davvero pesante. Però ha dato un bel nerbo alle scene d’assieme come al preludio, ed ha accompagnato bene il canto ( forse un po’ lento per i cantanti la sezione centrale del duetto Arrigo Monforte..). Tutto però è stato diretto con sicurezza evidente, senza scollamenti, e conferendo all’opera la giusta cifra senza astrusità, fracasso, etc. Senza tante parole o annunci, una bella e convincente direzione di un maestro italiano più bravo che sponsorizzato.

Della retorica di Livermore, che ha profittato degli osannanti telecronisti Rai per scagliarsi contro i cosiddetti puristi e la loro supposta "voglia di alabarda" (sic), non voglio dire nulla. Ha scelto la via della lettura politica di un testo che ha un soggetto politico, quindi un'idea che in astratto aveva perfettamente senso. Concepire un'idea è cosa diversa dal fatto di poterla e saperla sviluppare. La realizzazione pratica mi è parsa più un omaggio alla nostra storia recente (omaggio connesso alle celebrazioni del centocinquantesimo dell’Unità d’Italia) che non una effettiva rilettura d’attualità dei Vespri siciliani, che il regista ha dovuto forzare, e non poco, per infilarci dentro la propria visione, cadendo per giunta nei soliti cliché, ma, sopratutto, nell'ideologica equiparazione di un invasore straniero alla mafia: vespri siciliani e mafia anche sul piano storico nulla hanno in comune. Un esempio, poi, fra i molti possibili di abuso di chichè frusti e decotti, quello relativo al ruolo dei media : Elena canta il Bolero seguendo il "gobbo" e attorniata da ballerine che sembrano uscite da uno show di Renzo Arbore. Una idea così forte da risultare forzata, a tratti grottesca e involuta (i cattivi con la mascherina color carne, il finale che vorrebbe essere simbolico ed è solo raffazzonato e sbrigativo). Resta uno spettacolo a se stante, che però con il clima, le atmosfere e certi significati fortemente ottocenteschi insiti nei Vespri poco c’azzecca, per non dire che confligge apertamente. Ma l’occasione in cui la produzione ha avuto luogo era fortemente celebrativa, densa di significati attuali assai pregnanti, dunque, data l’occasione va bene così, ne accettiamo la retorica ma anche la superficialità ed i luoghi comuni. A condizione di non riscoprirli, identici a se medesimi, nella prossima regia, magari gluckiana o pucciniana.




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sabato 17 luglio 2010

Le cronache di Carlotta Marchisio - Il barbiere di Siviglia alla Scala, seconda recita... nessuna novità!

Credevamo di esserci perse per Milano, lunedì sera, la sottoscritta e un paio di amiche sue. Abbiamo inizialmente preso le distanze da ogni responsabilità personale e incolpato sull’unghia la topografia, tant’è che ci siamo da subito chieste se per beffa del caso via Marconi fosse stata trasferita in via Dante e la stessa Via Dante, con una rotazione improvvisa di novanta e passa gradi, avesse preso il posto di via Marconi; quasi che il “Piccolo Teatro”, in pausa estiva, avesse deciso di ospitare una tantum un’opera scaligera. In altre parole, ci siamo domandate se questo Rossini in cartellone fosse stato epurato dal canto e rappresentato in forma di prosa, un po’ come successe nel ’92 al “Teatro delle erbe”. Purtroppo, va da sé, non c’è stato alcuno sconvolgimento cartografico né tantomeno una perdita improvvisa d’orientamento da parte nostra. Eravamo alla Scala e abbiamo assistito alla seconda recita del Barbiere di Siviglia…
Partiamo dai cantanti al debutto in questa produzione.
Inutile dirlo, l’artista che più di ogni altro ha catalizzato e continua a catalizzare l’attenzione su questo Barbiere è Juan Diego Florez, che mancava dal Piermarini dal 2007, eccezion fatta per un recente recital di successo. Diciamo subito che la prova del tenore peruviano mi è parsa buona, di gran lunga al di sopra di quella dei colleghi, vuoi per doti d’interprete, vuoi per sostrato tecnico non indifferente. Se il volume non è certo torrenziale, la zona centro-acuta/acuta rimane senza dubbio terreno di elezione, ancora fertile, per muoversi con disinvoltura sul pentagramma, tanto che le due puntature (chiusa della cavatina e del rondò) sono state eseguite e tenute con sicurezza degna di nota. Il fraseggio, pur inficiato dal diffuso “belato” di tanti tenori rossiniani del momento (Brownlee, giusto per rimanere nella stessa produzione, ne esibisce uno ancora più marcato), che finisce per produrre qualche intoppo nella potenzialità di colorare i versi, più che variegato è credibile ed efficace, poiché ben si addice alla parte dell’innamorato d’alto lignaggio. Insomma, complice la già menzionata dote scenica, il personaggio del Conte iberico viene fuori bene. Resta però qualcosa da dire sui segni d’usura, tipici del procedere della perfida linea del tempo, che tuttavia nulla vanno a togliere ai meritati applausi ricevuti. Sia chiaro, la forma fisica non c’entra nulla (gli ammiratori di Juan Diego possono con buona pace risparmiarsi la mano al cuore…). Ciò che non mi ha convinto appieno riguarda, con ogni evidenza, il coté vocale. Innanzitutto la respirazione. Nella cavatina e in particolare appena più avanti, nella canzone “Se il mio nome saper voi bramate”, il tenore è stato più volte in debito di fiato («che fido v’adoro» - «che sposa vi bramo»). Nelle ascese legate (la salita su «aurORA» o su «lo stral»), invece, capita che la voce si smagli leggermente e appaia un po’ tirata (a differenza, come detto, degli acuti di forza e a piena voce, ineccepibili), mentre al centro non è esente da qualche lieve stimbratura e calo d’intonazione, poco rilevanti ma da mettere in ogni caso in cronaca. Nel complesso, una prova considerevole.
Ci si chiede poi quali siano i motivi che spingono una sovrintendenza a scritturare dall’Ucraina cantanti censurabili come il Don Basilio di Alexander Tsymbalyuk. La voce è da vero basso slavo, che tradotto in termini contemporanei significa cavernosa e intubata. In alto non è mai a fuoco e per arrivarci il passaggio di registro è brado e risolto alla carlona. Nell’”aria della calunnia” i pochi passaggi con un minimo di ritmo vengono risolti con una piattezza di fraseggio che agghiaccia, mentre la lunga salita fino a «l’aria rimbombar!» è una sinestesia che rimanda immediatamente all’elettroencefalogramma di un comatoso. Un brutto momento, complice la pesantissima direzione di Mariotti.
Altro discorso per il veterano Alessandro Corbelli. Da parte sua ha invidiabili qualità attoriali che rivelano alla base uno studio approfondito e personale della resa scenica del “buffo”. Che sia la volta di Don Bartolo o di Don Pasquale, quando sale sul palco Corbelli è Don Bartolo o Don Pasquale. La mimica facciale rigogliosa di espressioni, l’intelligenza con cui pone la frase e la leggerezza sorniona del gesto ne fanno uno dei massimi interpreti di personaggi operistici di questa tessitura vocale. E però… Però c’è poco altro. Ed è per questo motivo che la sensazione l’altra sera è stata più quella di assistere a uno spettacolo di prosa che a uno di lirica. Perché non è accettabile che i recitativi vengano portati avanti senza pienezza di suono, senza un canto sfumato e modulato a seconda delle esigenze drammaturgiche del momento. Una gag all’opera diventa efficace se sa giocare con la miriade di variazioni potenziali che una voce impostata al canto può produrre. Altrimenti tanto vale acquistare un biglietto per “Il Pantalone impazzito” o “Le burle d’Isabella”, o per qualsiasi altra pièce della “Commedia dell’Arte”. Nell’aria del primo atto l’emissione, in quasi ogni zona del pentagramma, è apertissima, dal suono traballante, in special modo in acuto (evidenti segni di senescenza), mentre i gravi sono sonori ma ahinoi ancora parlati. Lo stesso Vassallo, che sul versante prettamente vocale è un Figaro volgare (pacchiani quegl’ «uno alla VOLTAHH» ripetuti nell’aria di sortita), spesso sguaiato in alto, privo di cavata e rotondità al centro e in basso (incredibile il primo duetto con Almaviva – “All’idea di quel metallo” – con interi versi scarniti, quasi mimati, da richiamare l’”effetto acquario”), presenta gli stessi problemi di Corbelli, anche più accentuati, nelle parti di raccordo.
Sugli altri cantanti si è già espressa l’amica Giulia, di cui condivido le riflessioni. Rimane tuttavia paradossale, ma pur degno di nota, che un solido comprimario come Ernesto Panariello (l’ufficiale) abbia il doppio della voce dei due tenori titolari.
La direzione di Mariotti ci è parsa ancora più ruvida della sera della prima, aggravata da un’orchestra in debito di protagonismo considerate le sparacchiate improvvise e impazzite dei corni e di quei fiati smorti, esagui e fissi (da pelle d’oca la svirgolata in tandem del clarinetto e del flauto nell’introduzione alla cavatina di Almaviva!). Il concertato nel finale primo è un suono indistinto, pesantissimo, senza sfumature, soverchiante tutti i cantanti, tanto da richiamare l’immagine di un indifferenziato preparato per polpette. Gelido e stopposo.
Un teatro prudentemente popolato di “incondizionali” ha espresso vivo consenso a tutti gli artisti, evitando il rischio di una seconda débacle che puntualmente non si è poi verificata. Ma uno spettacolo che regge appeso ai calzoni di un solo cantante e di un allestimento sulla soglia dei quarant’anni ci auguriamo sia di poco vanto per la direzione di un teatro come la Scala. E basti questo scambio di battute con un vicino di posto per rendere il senso ultimo del successo di questa produzione: «E’ davvero un brutto Barbiere». «Ha ragione, è il miglior spettacolo di questa stagione».


Gli ascolti

Rossini - Il barbiere di Siviglia


Atto I

Ecco ridente in cielo - Dino Borgioli (1929)

Una voce poco fa - Alda Noni (1951)

A un dottor della mia sorte - Carlo Badioli (1958)

Atto II

Ah! qual colpo inaspettato - Renée Doria, Alain Vanzo & Robert Massard (1960)

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domenica 11 luglio 2010

Il Barbiere di Siviglia alla Scala: che noia!

Poco più di un anno fa ve lo scrivemmo, nel post di commento alla stagione scaligera in corso, che il maestro Spinosi non sarebbe arrivato alla prova generale. Ci astenemmo dallo scrivere il nome del suo sostituto perché ci avrebbero accusato di andare troppo oltre, ma il melomane anziano sa abbastanza bene come gira il mondo dell’opera. E le cose sono puntualmente girate come previsto ed immaginato.Lungi da noi dal pensare alla tesi del complotto preordinato contro il maestro Spinosi, tesi che trova spazio in questi giorni su certi fori francesi, dove la new wave baroccara ha il suo più grande pubblico, ci limitiamo invece a registrare il consueto “ tempismo “ che caratterizza alcune carriere, che ormai paiono essere la sola cosa a viaggiare a tempo perfetto nel mondo dell’opera.


Il fatto che la bacchetta sostituta last minute appartenga alla medesima agenzia del signor Florez e sia figlia del Sovrintendente del ROF non è osservazione maligna del nostro sito, ma di uno dei quotidiani più grandi d’Italia. (http: //www.ilgiornale.it/milano/sciopero_baritono_chiede_danni/09-07-2010/articolo-id=459665-page=0-comments=1).
E così abbiamo finalmente registrato il debutto di Michele Mariotti a Milano, bacchetta prodigio per definizione più che per motivi oggettivi, che però non è stato in grado, su un opera di cui si dice sia grande esperto, di far “girare” la serata, ossia non farci sembrare il capolavoro di Rossini un monumento di noia e fiacchezza.
Il cast, dal canto suo, non era affatto travolgente, anzi, pochissime prove da parte dei divi, mende vocali di vario genere, e la Stella a casa, in attesa della prevista recita di lunedì, al cospetto del suo pubblico, negata a Lissner la sua doverosa presenza per la serata inaugurale. E questa è stata gran mancanza di stile e professionalità, perché due recite di Barbiere in tre giorni non sono affatto un’impresa impossibile, ma la norma dei cartelloni odierni e dei ritmi dei grandi cantanti. In situazioni di emergenza come questa soprattutto.

I dettagli

L’affaire Spinosi – Mariotti ha condizionato gli esiti della buca. Avrà anche avuto poche prove e molto da riassestare, ma l’orchestra è pur sempre quella della Scala di Milano, non un gruppo di strumentisti raccogliticci ed improvvisati, e Rossini non è Strauss o Wagner o Mahler. I signori sanno suonare, perciò certo fragore delle percussioni nell’ouverture, o certo suono secco ed acido degli archi poteva essere corretto. Si sono sentiti alcuni fuori tempo, come all’inizio dell’aria della Calunnia, o certi sfasamenti nel secondo atto, al terzetto Figaro, Rosina, Almaviva, ma poca roba a fronte della noia in cui la serata è piombata dall’entrata di Figaro in poi. Dopo un mezz’ora circa lo spettacolo ha iniziato ad avanzare con fatica, gli accompagnamenti a suonare meccanici ad onta di tutti i tentativi del giovane maestro di sfumare, smorzando e crescendo, accelerando e rallentando l’orchestra, effetti peraltro tutti uguali e ripetuti tanto spesso da risultare prevedibile. Precisione o meno, bellezza di suono o meno, il tutto aveva il sapore del compito, dell’esercizio scolastico, e mancavano vitalità, brio e soprattutto tensione dell’orchestra. Una bella pagina di A, una bella pagina di B, una bella pagina di C… costituiscono un esercizio calligrafico, ma non saranno mai un vero componimento. E noi abbiamo assistito a belle pagine di lettere ben scritte, con pulizia, che però non andavano da nessuna parte.
L’esperto maestro di Rossini, conoscitore dei dettagli del grande compositore, ha fatto sembrare il suo autore preferito prolisso, spento, poco vitale, talora anche manierato. Ma Rossini è geniale, travolgente, nevrotico, fantasioso, ironico, di un’inventiva melodica incontenibile e continua, e non produce mai, dico mai, nemmeno nelle opere minori, la sensazione che il gas esca da sotto le seggiole come ieri sera.
Sopraggiungere all’improvviso, all’ultimo minuto giustifica, certo. Ma sono cose da mestieranti e praticoni di lungo corso, che è ben altro dall’essere dei rampanti della carriera, protetti dalle mille relazioni paterne. Alla Scala si arriva fatti, e non da fare, e la si rispetta perché è il più grande teatro d’opera del mondo. Il giochino d’agenzia è lì, sotto gli occhi di tutti, e non è piaciuto per il modo in cui si è svolto ma anche e soprattutto per l’esito, e non solo a questo Corrierino, che sarà certamente incolpato della debàcle (ossia dei robusti buuu ricevuti da Mariotti) di ieri sera, ma anche a molti, numerosi abituè che hanno trovato la serata insopportabile, sebbene l’abbiano tollerata in silenzio, more solito. Il punto è che non si può spingere oltre certi limiti cantanti o direttori che non siano all’altezza della fama e della carriera che fanno: ieri sera mancava il braccio, la sicurezza, l’esperienza di raffazzonare lo spettacolo in quattro e quattr’otto, come i mestieranti di una volta facevano ogni sera. La sfumaturina non conta nulla di fronte ad uno spettacolo che non si regge in piedi!
L’entourage batterà da oggi la gran cassa dei soliti contestatori, come il maestro Spinosi batterà quella del complotto, ognuno con i propri mezzi mediatici, la stampa amica, i nicks amici etccc., ci assicureranno che la seconda è stata trionfale, anche perché arriva don Diego con il suo pubblico, ma questo Barbiere che non gira è lì da sentire…provar per credere.

Circa il cast, mi importa molto parlare della sola cantante che di questo Barbiere possegga i numeri per essere davvero una grande cantante ed un’artista, ossia la signora Di Donato.
Irriconoscibile la signora Joyce, e non solo per gli incontentabili criticoni come noi ma per i suoi stessi fans ed ammiratori! La voce si è sensibilmente ridotta in volume, il centro chioccio ed in bocca, con continui suoni nasali e tra i denti sulla lettera E, frequenti suoni ghermiti sguaiatamente in zona centrale, il registro acuto o flautato o fisso, da soprano leggero, la vocalizzazione talora addirittura imprecisa, mai di forza, talora anche aspirata. Ha retto bene la cavatina, ma non bene come alla prova generale, ma poi al duetto con Figaro, momento chiave di grande difficoltà virtuosistica, è pure comparsa l’aria nella voce; una scena della lezione tagliata ( perché?), risolta nelle gags più che col canto ( non siamo a NY ma a Milano ); poco udibile e soprattutto anche poco intonata al terzetto “Ah, qual colpo inaspettato..”.
La signora Di Donato ha abbracciato il dogma baroccaro, che è il tarlo delle voci oltre che del belcanto, ed il risultato vocale è stato questo: una Rosina artefatta, costruita, dove ogni varietà di fraseggio o intenzione interpretativa è stata “esposta”, ma non si è concretizzata in qualcosa di veramente fluido, convincente, spontaneo. Il belcanto, si sa, è razionale artefazione, costruzione intellettuale restituita al pubblico con massima spontaneità e facilità. Per queste ragioni i grandi belcantisti sanno rendere la “poetica degli affetti” con naturalezza, commuovendo o elettrizzando con la massima semplicità……apparente. La voce deve tornare ad essere manovrata con ortodossia tecnica e non imbastardita con i modi dei baroccari. Rossini, come il belcanto italiano, non sopporta l’emissione baroccara, la voce disomogenea ( una voce sotto ed una sopra, diseguali ), le agilità imprecise ( come le variazioni che facilitano la prima scrittura, con il continuo ricorso a puntature verso l’alto, l’abuso di staccati e picchettati, a discapito di quartine, terzine, trilli, volate etc.., insomma delle figurazioni più complesse ). La signora Di Donato ha variato in buona parte seguendo Marilyn Horne in “Fortunati affetti miei”, cimentandosi dunque con i grandi dell’acrobazia, ma l’esito non è stato quello che avrebbe dovuto e potuto essere perché la voce è tutta fuori posto. Urge da parte della Di Donato il ritorno al canto italiano e l’abbandono delle favole baroccare sia per la carriera, dato che la voce non è più la stessa, che per poter capitalizzare tutti i “numeri” veri che possiede, voce, personalità artistica, presenza scenica. E’ due spanne su tutte le colleghe in attività, ma di fatto non riesce a competere con le grandi maestre del belcanto pur avendone le possibilità, né a convincere.

Il Conte d’Almaviva di Lawrence Brownlee è stato viziato dal difetto capitale della voce, la mancanza di proiezione e punta. E’ garbatissimo il signor Brownlee, musicale, elegante, ma anche parecchio manierato, un po’ per gusto ( in questo è uno dei tanti epigoni di Florez ) un po’ per la natura della voce, che non ha smalto e squillo. Non so cosa si senta al Met di questa voce, sta di fatto che ieri sera era la voce più piccola in campo, per giunta al limite dell’udibile come nella scena in casa di Bartolo al primo atto. Ha cantato con grazia la serenata di ingresso, è stato in debito di volume e di accento nella scena successiva con il coro; si è cantato praticamente in solitudine il duetto con Figaro, le agilità non bellissime; ha gestito bene e correttamente il resto sino al Rondò, assai buono, eseguito però con accento sempre larmoyant. Proprio al “Cessa di più resistere” ha saputo esibire le migliori agilità della sua performance, cui purtroppo è mancato un volume di voce adeguato. Insomma, una prova corretta, che, però non può né coinvolgere né catturare, anche perché il personaggio risulta monocorde, talora esangue ed effeminato. Il limite tecnico diventa i limite del personaggio, come sempre nel belcanto.

Il Figaro del signor Vassallo non mi è piaciuto per nulla. E’ entrato cantando a squarciagola, pieno di energie, e con la tipica verve dei Figari provinciali, “vociando”, come si suol dire, in forza di un registro acuto davvero ragguardevole e squillante. La cavatina è famosa, se si canta forte si fa impressione sul pubblico meno avveduto, e la formula non cambia mai ad ogni Barbiere. Mai. Mai. Mai una volta! E Vassallo è andato in scia alla più banale ed ordinaria della prassi esecutiva rossiniana. Dalla cavatina in poi, però tutto è scemato, voce, volume, baldanza, perché il signor Vassallo non possiede il canto di agilità né la capacità di eseguire i sillabati ( disastrosi ), né l’eleganza, ossia il canto in punta di forchetta, necessari al baritono per dar vita all’intelligente, arguto e furbo Barbiere, deus ex machina della vicenda. Il signor Vassallo è parso affetto da grevità interpretativa oltre che vocale, e spiace, perché ha una dote assai considerevole. Al duetto con Almaviva al primo atto di fatto non si è sentito tanto ha dovuto alleggerire il suono per tentare di eseguire la scrittura rossiniana; al duetto con Rosina le agilità erano terribilmente imprecise ed arrabattate, e così fino alla fine. Persino al terzetto del secondo atto, la voce gli scivolava tutta indietro, nelle frasi in piano “ Dolce nodo avventurato…”.Insomma, un Figaro che non si rifugiava negli acuti, nella forzatura del suono per fare impressione, non aveva argomenti da spendere. Del resto Figaro è uno di quei ruoli perduti nella tradizione del passato e che non avremo mai il bene di sentire eseguito secondo modi che abbiano qualche attinenza con Rossini.

Il Bartolo di Bruno De Simone è stato buono, anche se smaccatamente tenorile, la voce parecchio legnosa e di gola. E’ stata di certo la voce più sonora del cast (!), e forse il personaggio che nel complesso ha maggiormente funzionato, anche perché si è astenuto da certi eccessi che affliggono solitamente il personaggio, mentre meno bene il don Basilio del signor Bretz, voce ingolatissima, acuti indietro, non all’altezza della serata e del teatro. Inoltre quando si dispone di cantanti della levatura di Giovanna Donadini la vituperata forbice di Serafin, per utilizzare la terminologia di Gossett, sarebbe veramente al servizio di Rossini e delle orecchie del pubblico.
Ancora godibile ed efficace lo spettacolo di Ponnelle, anche se modificato in tanti suoi aspetti.

Gli ascolti

Rossini - Il barbiere di Siviglia

Atto I

Ecco ridente in cielo - Tito Schipa (1926), Cesare Valletti (1957), Alfredo Kraus (1958)

Largo al factotum - Aldo Protti (1958), Sesto Bruscantini (1964), Mario Sereni (1969)

All'idea di quel metallo - Frank Guarrera & Cesare Valletti (1957), Aldo Protti & Alfredo Kraus (1958)

Una voce poco fa - Victoria de los Angeles (1962), Fiorenza Cossotto (1964), Marilyn Horne (1968)

Dunque io son - Fiorenza Cossotto & Sesto Bruscantini (1964), Teresa Berganza & Rolando Panerai (1965)

Atto II

Contro un cor - Conchita Supervía (1928), Teresa Berganza (1965)

Ah! Qual colpo inaspettato - Renata Scotto, Alfredo Kraus & Aldo Protti (1958), Marilyn Horne, Alfredo Kraus & Sesto Bruscantini (1968)

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martedì 28 ottobre 2008

I Vespri Siciliani in Genova

Decisamente plumbei i Vespri Siciliani che hanno aperto la stagione genovese (serata inaugurale trasmessa in diretta dal terzo canale di Radio Rai e in differita ieri sera dalla radio norvegese). Opera di non facile allestimento, il primo cimento verdiano (se si esclude il rifacimento Jérusalem) nella magniloquenza di gusto francese rischia, se affidato a interpreti inadeguati, il naufragio tra la noia e lo sconforto del pubblico. Il che è per l'appunto avvenuto.
Una partitura come quella dei Vespri non può essere affrontata con la monocorde "brillantezza" (più adatta a un Don Pasquale che a un grand-opéra) adottata fin dalla Sinfonia da un Renato Palumbo persino più pasticcione di quanto udito in Pesaro l'estate passata: colori smunti, tempi inutilmente pimpanti (la comica rivolta finale) e quel che è peggio attacchi sbavati e frequenti scollature buca-palco. Si vede che la grande direzione d'orchestra percepita dai critici dei quotidiani, per radio, non passa! Ugualmente misteriosa resta la scelta di tagliare un po' ovunque la partitura verdiana (con l'omissione totale della siciliana del tenore al quinto atto), segnatamente in epoca in cui il rispetto dell'integralità del testo musicale pare totemica necessità (vedi maratone barocche, con la significativa eccezione proprio del Carlo Felice, teatro in cui la Cleopatra haendeliana può perdere la sua grande aria finale senza che gli astanti facciano una piega... viva il buon cuore del pubblico genovese). Ma è sul palco che si sono manifestati i veri problemi, a partire dal tenore Casanova, che la perizia critica di Andrea Merli ci ha additato come novello Bergonzi, tutto un urlo e un impiccamento fin dal recitativo d'entrata, miagolante quando vorrebbe farsi morbido, tragicamente indietro, privo di squillo e d'incisività nel fraseggio. Degno padre di tanto figliolo un Franco Vassallo più intonato e meno fibroso del solito, ma tendenzialmente muggente e col fiato corto specie nella celeberrima pagina In braccio alle dovizie. Il timbro cavernoso, l'accento esageratamente torvo, la dizione improbabile di Orlin Anastassov ne fanno un Procida senescente ai confini del comico, mentre la Duchessa Elena della Radvanovsky, dall'acuto agro e gutturale al grave, affronta i primi due atti in modo non più che discreto (ma la voce, più che alla nobildonna austriaca, fa pensare a un'allegra comare di Windsor in trasferta sicula), per crollare al terzo e offrire nel quarto un Arrigo ah! parli a un core strillacchiante e a tratti ululato. Problemi che si ripetono al quinto atto, con un Bolero a tempo di requiem e nondimeno affannoso (mercè diletto Palumbo) chiuso da un acutino al di là del bene e del male. Insomma la cantante americana non manca totalmente di musicalità e il vibrato caprino (vedi Borgia di Las Palmas) appare meglio sorvegliato del solito, ma il ruolo verdiano è per lei troppo arduo cimento, ché la signora, a onta della voce sicuramente importante, non può dirsi soprano drammatico. Ma che importa, del resto? Il pubblico sembra aver gradito. Clap... clap... clap!

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