Doveva essere un trionfo e i cronacisti della Rai tale lo hanno definito nei loro, in ogni senso, pietosi commenti. A sentire bene l’unico della pessima compagnia di canto, che abbia riscosso applausi di un certo peso è stato il baritono. Passati, per contro, quasi sotto silenzio i luoghi topici della luciferina protagonista e le oasi di canto del basso e del tenore. E poi abbiamo il problema principale ovvero il direttore d’orchestra. Riccardo Muti, di anni 70 applicato a Macbeth da oltre quaranta, disponeva di una delle migliori orchestre del mondo. E allora quando si dispone di tale compagine non basta, per essere Muti e per essere riconosciuto come un grande direttore verdiano per non dire il direttore verdiano, cavare un suono genericamente bello, morbido e rotondo. Perché dai Wiener non ci si accontenta di un coro dei sicari, che rievochi corte mantovana o di Boston, non si suonano danze delle streghe, che evocano un salotto parigino in attesa di Eugenia de Montijo Bonaparte o per contro si dia in clangori all’incipit del concertato atto primo o della festa dopo l’omicidio di Banquo. Colori sinistri, richiami d’averno, apparizioni di deità ctonie, colori nebbiosi e spettrali in orchestra (quale occasione migliore che l’introduzione al sonnambulismo) sembrano non appartenere alla scelta interpretativa di Riccardo Muti in questo Macbeth. Abbiamo sentito il solito Muti, che imperversò unico esecutore verdiano in Scala per un ventennio, che nei momenti drammatici e di tensione pesta e rumoreggia ( il famoso bim barabum ) ed in quelli di canto, di riflessione risulta inerte e abulico anzi loffio per usare un termine che iersera nella nostra chat è girato alquanto. A condimento di questo sta la filologia del Maestro, che mescola senza logica e senso le due versioni dell’opera e come un tempo si faceva con la sinfonia della Forza, posta fra primo e secondo atto, antepone al coro delle streghe le danze. Eseguire l’aria di Macbeth della versione 1847, sacrificando la spettacolare chiusa corale prevista nella versione 1865, non ha giustificazione. Potrebbe, ma non è la logica di Muti ,averne per aderire al desiderata di un interprete e vocalista esimio. Battistini, Galeffi, Schlusnus, Tagliabue e fors’anche un Bruson redivivi. Qui Muti disponeva di un cantante inadeguato sotto ogni punto di vista. Invece. Il cast era indecente ed impresentabile non solo a Salisburgo, ma in qualsivoglia oscuro teatro di provincia. Posso anche concedere a Muti che taluni tempi e talune sonorità siano nate dall’esigenza di non affossare ed affondare vieppiù i cantanti ( anche se simili premure appartengono a direttori ben differenti dal nostro) come ad esempio il tempo garibaldino del sonnambulismo, la piattezza assoluta della arie di Banco e di Macduff, ma in generale la regia vocale latitava. E non la fanno risorgere un paio di frasi, che potrebbero rivelare quanto meno qualche ora spesa al piano con gli interpreti. Poi anche le quaranta ripetizioni del duetto o del sonnambulismo, che Verdi inflisse a Felice Varesi e Marianna Barbieri – Nini ben poco potrebbero con i due protagonisti. Difficile dire chi fosse peggio. Alla prima frase della Lady erano già urla incontrollate in alto, suoni afoni in basso, leziosaggini vocali ed interpretative per camuffare una carenza di professionalità di base. Se vogliamo fare l’elenco non abbiamo sentito gli staccati del duetto con Macbeth, le agilità del brindisi erano penosa pasticciate, nell’aria aggiunta “La luce langue” ai suoni sordi ed opachi della prima sezione -piuttosto bassa di tessitura- sono seguite le urla laceranti di “o voluttà del soglio“. La scena del sonnambulismo, poi, non merita commento perché ad una esecuzione vocale sgangherata e mal messa se n’é sovrapposta una interpretativa ben peggior con suoni plebei, aperti in basso, stonature continue in zona medio alta (“il sir di Fiffe” una vera perla di malcanto) e un gusto che rende la Varnay sobria, controllata e castigata. Insomma una vergogna. Vergogna condivisa in coppia perché dal “mi si affaccia un pugnal" in poi il signor Lucic ha urlato, afoneggiato e parlato senza pietà e misericordia per il proprio organo vocale e per le orecchie del pubblico. Anche qui l’elenco dei topoi del peggio (le apparizioni al banchetto o l’accesso di Macbeth per ricevere il secondo oracolo, perché la tessitura è acuta e Macbeth dovrebbe declamare e invece grida) non servono per un triste, quando astratto gioco al peggior suono, ma per ricordare che il personaggio debole, allucinato in balia di moglie e streghe (per certi versi molto simili) richiede legato, canto a fior di labbro, rispetto dei segni di espressione. Nulla una poltiglia di lontano sapore verista, nel senso peggiore del termine. Anni fa, precisamente novembre 1977, la Rai trasmise da Torino un Macbeth dove, un non più all’apogeo, Carlo Bergonzi cantò l’aria di Macduff con un legato, un’espansione, un senso della frase, una nobiltà di fraseggio che sono ricordo incancellabile, esempio e modello. Ve lo posto ed invito gli ascoltatori (gli sventurati ascoltarono!!! Direbbe Manzoni) a paragonare l’esecuzione dell’esausto Giuseppe Filianoti con quella del commendator Bergonzi che di anni ne contava 53 e da venticinque macinava Aida, Ballo, Forza, trovatore. Non serve altro. Anzi serve una sola cosa negare che Carlo Bergonzi, ma anche Gino Penno, Flaviano Labò, Bruno Prevedi e Veriano Luchetti siano mai esistiti , mai abbiano calcato le scene! L’ablazione della memoria, il rinnegare il passato, cari signori che stamani giocate a Radio Osanna e voi pubblico, che seguite questi pifferai magici può salvare capre e cavoli oggi e domani, ma per il dopodomani non garantisce nulla. Il piatto è vuoto!!!
Il teatro dell’Opera di Roma, già Reale dell’Opera, e prima ancora Teatro Costanzi, a differenza di tutti gli altri italiani brilla per la naturale mancanza di un pubblico affezionato e tradizionalmente amante del melodramma. Razza rara in irreparabile estinzione, ma che negli altri enti autonomi e fondazioni mostra ancora una residua vitalità e talvolta “alza la fronte tanto oltraggiata” per esprimersi in librettese. Il teatro della capitale nacque come tale e come tale venne gestito sicché fondazione e rilanci hanno, qui più che altrove, una chiara connotazione politica. Ieri sera con anticipo rispetto alla data usuale, che cade nel nuovo anno, si è inaugurata la stagione con un titolo più volte praticato in Roma, soprattutto negli spazi delle terme di Caracalla. Doveva essere un successo con tutti i crismi, in primis bis della pagina corale più celebre e lo è stato. Dal primo numero dall’ascolto radiofonico la medesima voce ha gridato “bravo, brava, bravi” ad ogni numero solistico sino appunto all’invocato e concesso bis. Il maggior destinatario del successo è stato e per fama e per contingenza il maestro Muti, che unico direttore di fama oggi frequenta Rossini tragico, al proprio terzo incontro con il titolo dopo l’inaugurazione scaligera del 2003 ed il Festival di Salisburgo nel 2009. Una abbondante frequentazione se si considera che, spesso, i titoli operistici praticati da Muti lo sono stati una sola volta, come era facile comprendere dall’ascolto. Solo che la frequentazione e la proposizione non basta per Mosè, soprattutto quando - e giustamente - si esegue il titolo ab integro o quasi, rispettando la versione grand-opéra. Che ci vuole per eseguire correttamente il Rossini dell’ultimo periodo? Tutto. L’orchestra è chiamata a lunghi assoli, dell’orchestra sono chiamate ad essere presenze vere ed autentiche tutte le sezioni (ottoni e legni in primo luogo), il coro è protagonista non solo del famoso “Dal tuo stellato soglio”, ma anche in ogni atto a partire dalla prima parte del primo, interamente scritta per Parigi e che rappresenta l’omaggio rossiniano alla tradizione della tragédie di marca francese ed ai solisti Rossini dedica, non solo nei passi importati dalla versione napoletana, la sua fantasmagorica, acrobatica scrittura vocale. Nessuno sconto, tanto alcuni di quei protagonisti si erano formati al dramma italiano, come la Cinti o come Nourrit e Levasseur, e sarebbero diventati i prototipi del canto del grand-opéra di Meyerbeer, ovvero della più complessa scrittura vocale e drammatica del teatro d’opera. Il tutto troppo per le forze schierate dal teatro della capitale e per le qualità di Muti, che nonostante tutto, anche se lo volesse non potrebbe per certo sostituirsi ora agli strumentisti ora ai solisti. In breve, ma con ordine Muti talvolta eccede in due sensi (lo fece anche in Scala e con molti titoli) ossia eccede in languori e rallentamenti come se disponesse di Sutherland, Caballé, De Angelis, ovvero eccede in clangori. In pratica era privo di nerbo il duetto degli amanti in fuga all’incipit del quarto atto, il duetto al secondo fra Faraone ed Amenofi staccato ad un tempo letargico che non aiutava la cattiva qualità del canto di agilità dei cantanti, anche il tema delle tenebre era privo della solennità e del carattere oratoriale che al brano compete. Per contro il finale primo allorché Mosè impone le tenebre era soltanto fragore e la stessa preghiera affidata più al coro che non alle voci troppo lenta nella prima sezione e nella seconda di sonorità esagerate e tempo accelerato per la situazione drammatica. Inoltre il risultato sonoro non può certo competere con quello di Salisburgo e non per la guida in buca, ma per l’orchestra. Così risulta smentito chi ritenga che la musica operistica italiana sia di terza scelta rispetto alla straniera. Basta sentire come suonano pesanti tutte le strette di tutti i concertati, con gli archi che ricordano quelli delle più scalcinate orchestre dei festival estivi anni ’80, come sia sgraziato il suono degli ottoni e dei legni e come l’idea generale di questo Mosè sia ben lontana, in orchestra, da quella pulizia e da quella precisione, sigla dell’esecuzione delle acrobazie orchestrali rossiniane. Non che sul palcoscenico le cose procedessero in maniera esemplare. Anzi. Anche la Rossini renaissance, che è stati l’elemento di punta dell’esperienza esecutiva operistica degli anno ’80 deve ritenersi irrimediabilmente finita. Dirò che per indicare nel suo complesso la compagnia di canto assemblata a Roma la lingua di Dante non basta (almeno per la mia insufficiente conoscenza come assume alcuno) e ricorro a quella di Carlo Porta che definirebbe le scelte romane “mal tra insema”. Se si impongono distinguo lo sono fra il gravamente insufficiente e l’insufficiente. La palma del peggior elemento in campo spetta senza dubbio alla signora Kasyan nel ruolo di Anais, per la cui scelta, si dice, il direttore abbia anche speso tempo in audizioni. Audizioni che ci hanno regalato una protagonista dalla voce pigolante, da soubrette, stonata, fissa, corta, capace di autentiche urla sia alla chiusa del duetto d’amore che della grande aria a rondò del quarto atto per tralasciare strilli e strilletti piazzati nei concertati ed anche nel duetto con Maria (Nino Surgulazde, che ci scrive di apprezzare, molto, lei, le nostre recensioni al nostro opposto verso di lei e sempre per le medesime ragioni). Suo degno partner il signor Cutler. Anche qui il rosario dei limiti e dei difetti è sempre il medesimo riservato alla partner cui, trattandosi di cantante in carriera e prossimo al debutto nel Raoul degli Ugonotti, aggiungo assoluto stupore per la scrittura nel capolavoro di Meyerbeer. Non è neppure il caso di dettagliare che un cantante in serie difficoltà nel cantabile del duetto con Faraone o nel “non è ver” del duetto d’amore possa plausibilmente cantare il duettone o il settimino. Anche l'Elisero del signor Juan Francisco Gatell ha, come la protagonista femminile, voce, accento e fraseggio da opéra comique e non già tragique. Anche Offenbach, del resto, è grande musica francese. Quanto al protagonista Mosè richiede in italiano o in francese altra sonorità, altra cavata ed altra ampiezza ed il tempo non ha certo portato questi nuovi ed essenziali elementi ad Ildar Abdrazakov. Opaco velato nei passi di agilità, come accade a chi non sostenga il suono nella zona grave della voce, sforzato in alto in una parte di basso baritono (alla prima Dabadie, poi primo Belcore) Nicola Alaimo. La di lui sposa Sinaide è una veterana del ruolo (debuttato, credo nel 1993 a Venezia) e pseudo specialista per il pubblico odierno del canto rossiniano: Sonia Ganassi. Se proprio dovessi affidarle un ruolo di madre, quale è Sinaide, penserei a Mamma Lucia. Le intenzioni musicali, le variazioni opportune al centro nel finale della propria aria sarebbero apprezzate ed apprezzabili se la voce non fosse tubata al centro, complice una respirazione rumorosa, gridata in zona alta, verista in quella grave. Ma la situazione vocale è questa e i suoi fans, tanti ferventi e rumorosi nell’insultare le colleghe (in altri teatri ed in altri titoli) dovrebbero riflettere prima di gridare, all’indirizzo della Leonora del recente Trovatore parmigiano, un reggianissimo “vai a cantar Giocooonda”. Questo per la cronaca e per dire che qui la smetto, come Sharpless, non per pietà, ma per non essere monotono e ripetitivo.
Gli ascolti
Rossini - Mosè
Atto II
Ah! d'un'afflitta il duolo...Calma quell'ira, e cedi - Olivia Stapp (con Umberto Grilli - 1976)
Il 14 settembre del 1760, nasceva a Firenze Luigi Cherubini. Oggi, 250 anni dopo, nessuno pare essersi accorto dell’importante ricorrenza. Dopo aver letto le stagioni prossime venture delle massime istituzioni musicali italiane ed europee e sfogliando le più importanti riviste del settore (o navigando in rete, tra i più “autorevoli” siti web e forum dedicati alla musica operistica e al teatro), appare chiaro come gli “addetti ai lavori” – sovrintendenti, direttori artistici, critici musicali, musicisti più o meno blasonati, registi à la page, responsabili di case discografiche etc.. – si siano dimenticati di Cherubini. Unica eccezione il Circuito Lirico Lombardo, che propone una Medea che parrebbe vecchio stile, con cast non certo di primo piano e con i recitativi spuri di Lachner: forse ancora la Medea della Callas, che nulla o quasi c’entra con l’originale cherubiniano? Certo non basta questa “foglia di fico” a giustificare chi avrebbe dovuto dare maggior risalto al compositore fiorentino. Forse troppo impegnati a litigarsi gli scarsi finanziamenti statali (e a cercare soluzioni tanto bizantine quanto improbabili per far sì che i loro ricchi privilegi vengano conservati e, se possibile, incrementati), forse distratti dai tanti centenari e bicentenari che negli ultimi tempi hanno condizionato le programmazioni dei nostri teatri, o forse perché, più semplicemente, hanno saltato la lettera C della Garzantina con cui cercano invano di supplire a lacune imperdonabili (non si capirebbe, altrimenti, la scarsa originalità di stagioni che si susseguono e si ripetono, con gli stessi titoli, “dalle alpi alle piramidi”), fatto sta che i nostri teatri d’opera preferiscono celebrare Chopin, Mahler, Schumann (e ci mancherebbe: anche se le stagioni sinfoniche offerte ultimamente sono di livello così basso che tali omaggi, assomigliano in modo preoccupante a veri e propri insulti) e ignorare il grande Cherubini. Già, perché Luigi Cherubini fu un grande, grandissimo compositore. Ritenuto un esempio dai suoi contemporanei per l’altissimo magistero tecnico e per la profondità e l’intrinseca bellezza dell’invenzione musicale (pubblicò, verso la fine della carriera, un importante trattato di contrappunto, in uso per decenni nei conservatori francesi e italiani), ammirato da Weber, Schumann, Brahms e Wagner, nonché da Beethoven (il cui Fidelio, e non solo, è tanto debitore dell’ispirazione cherubiniana: basta ascoltare l’Ouverture di Médée), amico di Haydn (che lo volle a Vienna), Rossini e Chopin, scrisse più di trenta opere (ingiustamente dimenticate) e poi una sinfonia (che fa rimpiangere il fatto di non averne composte altre), musica da camera di eccellente fattura, sonate per pianoforte (che anticipano quelle beethoveniane nel superamento dei canoni formali del classicismo), musica sacra (il suo Requiem in Do minore fu preso a modello di perfezione dallo stesso Beethoven, da Brahms e da Schumann). Lasciata la nativa Firenze si stabilì a Parigi (salvo una breve parentesi viennese), dove scrisse i suoi più alti capolavori, passando indenne dalla Rivoluzione all’Impero fino alla Restaurazione (non senza difficoltà: la sua musica risultava troppo complicata per Napoleone, che infatti non nascose mai la sua insofferenza verso il compositore – complice, forse, un’antipatia personale, che lo portò a preferire il più accademico Spontini, quale cantore dei suoi trionfi). Ottenne le più alte onorificenze francesi, tra cui spicca la Legion d’Onore (prima Cavaliere e poi Commendatore), e fu Accademico di Francia e direttore del Conservatorio di Parigi. Autore di quella Médée che Brahms definì “vetta suprema della musica drammatica” (e che sarà oggetto della “seconda puntata” di questo omaggio a Cherubini) e di tanti altri titoli su cui varrebbe la pena soffermarsi: ne cito solo alcuni. Dopo il deludente Démophoon (1788) – il suo esordio all’Opéra di Parigi, in cui accanto agli evidenti modelli gluckiani si fa strada un nuovo gusto per la monumentalità e la costruzione sinfonica (derivata dalle influenze tedesche) – Lodoiska (1791), al Théatre Feydeau, primo grande successo: opéra à sauvetage (come il Fidelio) che abbandona il classicismo e l’essenzialità gluckiana, per un trattamento del tutto nuovo della materia orchestrale, che diviene ardita, complessa, elaborata, sul modello di Haydn e del prediletto Mozart, ma ricca, anche, di suggestioni preromantiche (si ascolti la splendida Ouverture). La complessità sinfonica è inusuale per la musica francese e italiana dell’epoca, e trova riscontro solo nella raffinata scuola strumentale austro-tedesca. La voce diviene parte della costruzione musicale, non più terreno di mero esibizionismo canoro, e, come nelle più alte creazioni mozartiane, tutto è funzionale alla ricerca di tensione espressiva. Eliza, ou le voyage aux glaciers du Mont Saint Bernard (1794), con la sua ambientazione montana, tra i ghiacciai delle Alpi, che avrà tanto successo nella successiva stagione del melodramma. Les deux journées, ou le porteur de l'eau (1800): opera di robusta costruzione sinfonica, ricca ed elaborata, che rinuncia scientemente ai brani solistici (solo due) a favore di una sempre maggior fusione tra orchestra e canto (anche attraverso un uso innovativo dei temi ricorrenti, anticipatori di quelli wagneriani: che, giova ripeterlo, non inventò nulla di totalmente nuovo), oggi del tutto ignota, ma all’epoca fu il più grande successo dell’autore (più di 200 repliche il primo allestimento) e venne esaltata da Beethoven, Weber, Mendelssohn (che non era certo facile all’elogio), persino dal grande Goethe. E dopo Anacréon, ou l'amour fugitif (1803), un’opéra-ballet dalla sofisticata trama orchestrale e Faniska (1806), composta per Vienna, forse la sua partitura più elaborata, tanto che Weber la definì “una splendida sinfonia con canto, più che un’opera drammatica”, Les Abéncerages, ou l'étendard de Grenade (1813): grandiosa tragédie-lyrique – eseguita all’Opéra di fronte a Napoleone in persona – tratta dal romanzo di Chateaubriand, ricca ed elaborata, dalle evidenti anticipazioni romantiche (Berlioz ne fu ammiratore entusiasta, così come il sempre schizzinoso Mendelsshon) e dalla felicissima invenzione melodica. Infine Ali Baba, ou les quarante voleurs (1833) di argomento esotico e dall’innovativa scrittura tendente a eliminare i confini tra recitativo e arioso (alternata ad un trattamento belcantista della vocalità) e ad una struttura imponente (con cori, balli, complessi concertati). Una figura di primissimo piano di cui oggi pare essersi persa ogni memoria. Doveroso quindi, sarebbe stato l’omaggio al suo genio, invece nessuno ha voluto o saputo ricordarsene. Non le istituzioni musicali, né la critica più impegnata, tanto solerte ad attribuire allori ed eccellenze a taluni (funzionali alle solite imposizioni culturali che pretendono di colonizzarci - con la scusa di sprovincializzarci - a suon di Britten e Janacek, molto più chic alle orecchie foderate di wagnerismo di risulta dei nostri isterici compilatori, malati di esterofilia e complessi d'inferiorità, e saldamente ancorati a ideologie nate vecchie e ora decrepite, ma da loro proposte come novità sensazionali), né il variegato mondo degli appassionati d’opera che su riviste, siti web, forum e blog preferisce cincischiarsi in scaramucce parasindacali in merito ai tagli dei finanziamenti statali, o a fare da cassa di risonanza mediatica a questo o quell'artista (in una sorta di pubblicità più o meno occulta), o ad assumersi l'incarico di cane da guardia del proprio beniamino (stanando in ogni piega della rete, critiche e dissenso: così da poterlo eliminare in modo da lasciare immacolata la reputazione artistica del proprio datore di lavoro), o a bearsi in mitologie di novelle età dell’oro che starebbe vivendo oggi il mondo dell’opera (e di cui nessuno pare essersene reso conto) tacciando per bieco passatismo ogni opinione contraria, o votarsi a culti vedovili di ogni risma, non curandosi di sfiorare spesso il ridicolo o il patetico. E dunque non c’è traccia di Cherubini nelle prossime stagioni della sua nativa Firenze (e neppure il Maggio Musicale – divenuto ormai il giocattolo di Mehta – gli dedica alcuna attenzione); non ce n’è traccia a Parigi, salvo una Lodoiska baroccara in forma di concerto: è incomprensibile che l’Opéra non riservi un po’ di spazio ad uno dei compositori che più di tanti altri ha contribuito alla nascita della musica francese; neppure Vienna se ne ricorda. Ma la dimenticanza più grave è quella del Teatro alla Scala: il massimo teatro italiano, che avrebbe il dovere di valorizzare e celebrare uno dei più alti esponenti della cultura musicale nazionale, continua a ignorare Cherubini. Certo è difficile allestire oggi un’opera di Cherubini, soprattutto a Milano. E i motivi sono più che altro extra musicali. Vero: lo sforzo richiesto all’orchestra è notevole (le sue partiture sono più elaborate delle sinfonie di Beethoven), così come quello richiesto al coro e al corpo di ballo (sono tutte opere di impianto grandioso, che richiedono imponenti messinscene), e anche ai cantanti è richiesta una inusitata prova di resistenza (la linea vocale insiste sulle parti più scomode della tessitura, ed è spesso massacrante per lunghezza e intensità, chiamata a superare un ordito orchestrale fitto e complesso, in recitativi martellanti e ariosi drammatici, concedendo ben poco all’esibizione solistica). Tuttavia non tanto in questi indubbi fattori di difficoltà risiedono oggi le motivazioni per la prudenza eccessiva con cui vengono allestiti lavori di Cherubini. E neppure la rarità del titolo gioca un ruolo determinante (molti teatri e festival propongono opere semisconosciute o poco note al pubblico, senza nessun problema). No, gli ostacoli più grossi sono extra musicali. Alla Scala, di fatto, si aggira per i loggioni un fantasma, uno spettro, che suscita timori, tremori e fanatismi e che impedisce, ancora oggi, di proporre certi titoli. Il fantasma della Callas, che il culto vedovile di talune vestali del loggione scaligero ha assurto a idolo a cui sacrificare pure il buon senso, rende difficile il ritorno di certe opere. E’ successo con Traviata (quando venne fischiata una delle più belle direzioni di Karajan per la sola assenza della divina), e succede con Norma e con Medea. Infatti, aldilà dei risultati artistici della cantante greca (su cui tanto vi sarebbe da dire e ridimensionare: in particolare negli anni della Scala, proprio quelli mitizzati dai tanti/troppi vedovi), pare che una schiera di intransigenti adepti ritenga certi ruoli morti con la morte della Signora Meneghini. Il sol fatto di proporli significa bestemmia o eresia, da punire con fischi “a prescindere” e sceneggiate di arte varia. Tale delirio, che può apparire suggestivo nei racconti di chi ha vissuto quegli anni (anche se da prendere sempre col beneficio d’inventario) appare oggi propaggine ridicola del tempo che fu: un marchio, un simbolo come la Coca Cola, che taluno si picca di rinverdire. E questo, ripeto, aldilà degli effettivi esiti artistici della parabola callasiana, grande, grandissima cantante, ma non certo “buona per tutte le stagioni”. Ma la Medea della Callas – o meglio quel che rimaneva di Medea nell’interpretazione callasiana – verrà analizzata a tempo debito. Resta il fatto che il capolavoro di Cherubini, a causa di vedovanze, senili o adolescenziali, resta un tabù nella sala del Piermarini. Ci ha provato Muti, coraggiosamente (gliene va dato atto, a prescindere dai risultati interlocutori): prima con Gluck per creare il clima culturale, poi con Lodoiska (timido tentativo d’avvicinamento) e con La Vestale di Spontini (cercando di spezzare la maledizione callasiana e i conseguenti veti, sia pure in un ruolo meno sintomatico); mancò il traguardo di Médée – perchè giustamente Muti non avrebbe mai riproposto quel guazzabuglio della Medea del 1909 – come mancò Norma. E non solo per penuria di interpreti. Oggi, 250 anni dopo la nascita di Cherubini, nessuno è in grado o ha la lungimiranza e il coraggio, di riflettere su quel repertorio, di celebrare quel genio, che tanta ammirazione suscitò nei massimi compositori europei. Oggi si guarda ancora con sospetto o con sufficienza a Cherubini, liquidandolo come un prodotto minore, di pura accademia, che, non fosse stato per la Callas, sarebbe dovuto sparire. Eppure, prima della nascita di certi culti, veniva eseguito con notevoli sforzi produttivi (e con esiti eccellenti), penso a Les Abencerages diretti da Giulini al Maggio Musicale Fiorentino del 1956 (riproposti poi 20 anni dopo da Peter Maag, finalmente in lingua originale), Les Deux Journées diretta nel 1947 da Beecham o lo splendido Ali Baba del ’63, diretto da Sanzogno, con Kraus, Ganzarolli e la Stich-Randall. Una rimozione stupida e ingiusta secondo me, che continuo a pensare come l’opinione di Beethoven, Mendelssohn, Brahms, Schumann, Berlioz, Wagner, Haydn, Chopin, Rossini etc...valga ben di più degli strepiti preconcetti dei vecchi e nuovi vedovi “della Maria”...anche se, ne convengo, sono ben più rumorosi!
E così Riccardo Muti è sbarcato in America. Il Maestro che “tutto il mondo ci invidia”, incompreso e sbeffeggiato nella madrepatria, “vigliaccamente” cacciato con un “colpo di mano sindacale” in diretta TV (officiante Emilio Fede, con un collegamento speciale del TG4 che testimoniò, tra sospiri delusi, retorici “vergogna!” del giornalista e “pacate” invettive contro l’ingratitudine delle maestranze, le fasi più convulse della sfiducia), costretto suo malgrado ad allargare le fila della nostrana “fuga di cervelli” in viaggio (di speranza) verso lidi più fecondi (ma, il nostro, col piglio un po’ guascone e un po’ levantino dell’emigrante), ha finalmente trovato una collocazione che i suoi fan ci assicurano “prestigiosissima”. Anzi, più d’una, dopo il purgatorio delle piazze periferiche (su cui spicca, per basso livello, la grigia Piacenza): ora sul suo regno – esteso su entrambe le sponde dell’Atlantico – davvero non tramonta mai il sole. E’ recente l’incarico stabile all’Opera di Roma (fortissimamente voluto dalla strana coppia Gianni Alemanno/Bruno Vespa, l'uno in veste di sindaco, l'altro come consigliere del teatro, nessuno con reali competenze musicali), mentre è ormai consueta la sua presenza a Salisburgo. Figura discussa e discutibile, musicista con luci e ombre, “primadonna” con le smanie dell’oneman show sempre e comunque (anche a costo di sotterrare uno spettacolo per far brillare la sua stella), responsabile – almeno in parte – della decadenza del Teatro alla Scala, è tornato alla ribalta. I suoi “vedovi” – assai diversi dagli analoghi abbadiani che sono meno rancorosi e complottisti, ma più saputelli, sofisticati e radical chic (si sentono moralmente superiori, costoro) – si preparano ad uscire dai loro rifugi carbonari per riappropriarsi del loro culto (anche se all’appello mancheranno in molti, rispetto ai plauditores del ventennio: spariti al mutare di bandiera), con il solito rancore, ma con un pizzico di soddisfatta rivalsa, approfittando dell’attuale disastro del teatro meneghino (la cui gestione – la peggiore di sempre – fa persino rimpiangere le tremende stagioni mutiane) e dei “trionfi” esteri che i giornali patrii attribuiscono al loro idolo (a volte peccando di un certo eccesso letterario e confondendo il vero con il desiderato), e pregustandosi le inevitabili polemiche che seguiranno la plantumazione del centro di Milano che l’amministrazione comunale ha deciso inaudita altera parte (naturalmente paga la cittadinanza) per assicurarsi la presenza del divo Claudio dopo gli anni dell'esilio. Comunque sia, Muti torna a scaldare quel che resta del SUO pubblico, anche se costretto a faticose e dispendiose trasferte romane, per la serie “non può quel che vuole, vorrà quel che può”. Ma più che guardare a Roma (e non alla prestigiosa – per davvero – Accademia di Santa Cecilia, ma a quel baraccone che è il Teatro dell’Opera: immagine speculare del bizantinismo grottesco e sprecone che regge la nostra Pubblica Amministrazione - anche nei suoi livelli supremi), preferisco rivolgermi oltre oceano. Il Maestro Muti, infatti, con la sua indole da arruffapopoli e l’incontestabile abilità, un po’ cialtrona, nel vendere sé stesso (i suoi pregi e, soprattutto, i suoi difetti), ha conquistato il pubblico di Chicago con un programma poutpourri che, seppur indefinito quanto a linee guida e scelte estetiche (e a forte rischio di anonimato) , che assomiglia ad una specie di “il meglio di…” del repertorio sinfonico del Maestro, presenta una serie di titoli mai affrontati dalla Chicago Symphony Orchestra (l’orchestra di Reiner e di Solti, passata a Muti dopo Barenboim), e che, verosimilmente, hanno destato la curiosità e l’aspettativa di un pubblico avvezzo a tutt’altro genere (e abituato a differente aplomb rispetto all'istrionica esuberanza del Maestro). Un programma modesto, a dire il vero, anche se i suoi italici adepti hanno gridato a chissà quale miracolo, accusando chi critica di essere un rosicone. Ma, soprattutto, Muti sbarca al Met. Per la prima volta. E per il suo debutto sceglie Verdi e con un titolo tra i più legati alla sua carriera: Attila. L'opera è una delle più interessanti del primo Verdi ed è emblematica del suo stile: pregi e difetti. Ma è anche opera assai difficile: prevede un ruolo monstre per il soprano (Odabella è uno dei personaggi vocalmente più pesanti dell'intero catalogo), a cui è richiesta forza, resistenza, estensione, agilità, ma anche abbandono nei momenti più lirici, e fin dal suo ingresso in scena, con l'esaltante “Santo di Patria” e quel salto di 2 ottave che ne caratterizza l'incipit (indimenticabile è l'esecuzione della Sutherland); e così pure per basso e baritono (Attila ed Ezio), chiamati l'uno a rendere il difficile equilibrio tra nobiltà e barbarie senza scivolare nel facile cliché del villain o del suo opposto, l'altro a interpretare l'ultimo condottiero di Roma, attraverso una linea vocale impervia e molto acuta che mette a dura prova le corde baritonali; per non parlare del tenore, drammaticamente insulso, ma musicalmente assai complesso e inafferrabile. Anche direttore e orchestra sono chiamati ad una prova impegnativa: con il primo Verdi il rischio dell'effetto banda è dietro l'angolo, così pure l'eccesso contrario. Peraltro anche il titolo debuttava al Met. Peccato: penso a come sarebbe potuto essere l'Attila di Levine, anima del teatro di New York e della sua orchestra (portata, grazie alle sue capacità, a livelli di eccellenza) , nonché il più grande direttore verdiano vivente (e uno dei migliori in assoluto), capace di mantenere un equilibrio perfetto tra slanci risorgimentali, vena melodica, romanticismo e strappi lirici, senza rinunciare a precisione, raffinatezza e nobiltà d'esecuzione (e rispettando con passione e amore i segni d'espressione verdiani: si ascoltino le incisioni di Giovanna D'Arco, Luisa Miller, un incredibile Stiffelio, e poi Ernani, Don Carlo, Trovatore, Aida...). Forse proprio la primizia del titolo ha influenzato sulla scelta: Muti ha, come sempre, voluto primeggiare, evitando confronti, creando l'evento, e passando - in qualche modo - alla storia. Ma la storia racconta di un esito interlocutorio: un successo personale di Muti, più sulla fiducia che sull'esibizione (gli applausi maggiori si sono sentiti al suo ingresso), un'accoglienza tiepida ai cantanti (alcuni contestati...al Met!) e fischi per l'allestimento e la regia. Non una bella serata. Non un bel debutto. Niente da far passare alla storia (salvo i fischi, davvero inconsueti al Metropolitan...questo sì evento storico da segnare nelle cronache del teatro). Ma resta, comunque, un tassello importante nella storia personale di Muti, nei suoi rapporti con l'opera verdiana. Attila è una partitura molto frequentata dal Maestro, e ha segnato tappe importanti nella sua carriera. Dall'edizione Rai del 1970 (forse la più bella), a quella di due anni dopo con la Gencer a Firenze; dall'incisione del 1989 e le seguenti rappresentazioni nella stagione scaligera '90/91 (con uno straordinario Samuel Ramey) sino a questo Attila del Met, 20 anni dopo. Nel corso di questi 40 anni l'interpretazione del titolo è cambiata con il mutare della bacchetta, della sua sensibilità, delle sue esperienze e delle sue visioni estetiche-musicali. E non è cambiata in meglio. Innanzitutto nella gestione delle voci (da sempre bestia nera dell'ex direttore scaligero): non mi addentro nelle scelte, si aprirebbero discorsi troppo ampi e fuorvianti, parlo di accompagnamento e rapporto palco/buca. Il direttore che amava il canto e che cantava con l'orchestra, solare e calda, delle prime due incisioni, lentamente scompare, impegnato nella costruzione del monumento a sé stesso e nel proprio culto della personalità. L'orchestra si fa pesante e invasiva, i tempi forsennati, senza concedere nulla alle voci che si avventurano sul palcoscenico: tutto ruota intorno al podio e al suo satrapo. Con la scusa di una filologia mal interpretata (e utilizzata a seconda di vantaggi spicci e funzionali alla propria autocelebrazione) Muti si appropria del vero Verdi, con la pretesa di ripulirlo da certe perfide tradizioni (intento sacrosanto e quanto mai opportuno: la cosiddetta tradizione ha compiuto scempi da condanna a morte), ma con risultati discutibilissimi anche sul piano filologico (togliere acuti e cadenze, soprattutto nel primo Verdi, è sbagliatissimo, anti storico, anti scientifico, anti filologico appunto): eseguire la partitura “così come scritta”, non significa nulla, anzi, si finisce per tradirla (si legga quanto scrive Gossett sull'argomento). E così si passa dalla Stella e la Gencer ad una insulsa Studer, che galleggia a stento nei panni di Odabella, sino alla Urmana del Met. Da Lucchetti si passa al tremendo Schicoff (e all'illustre Sig. nessuno - Kaludi Kaludov - degli spettacoli scaligeri) ad un tenore donizettiano come Vargas, che non disturba il concertatore. Per non parlare del protagonista: Raimondi, Ghiaurov, Ramey...Abdrazakov. Ma non voglio parlare dei cantanti: i nomi sono scritti e il confronto è impietoso. Tre sono i grandi momenti orchestrali dell'opera: il preludio, l'alba sulla laguna adriatica e il grande finale II. Le incisione degli anni '70 mostrano una lettura epica, ma non retorica; elegante, ma non molliccia: un Verdi robusto, vibrante, esaltante. Non un Donizetti in minore, ma un compositore con un suo preciso linguaggio che Muti non nasconde, non maschera, non attutisce. Evitando gli effettacci di certa tradizione. Le cose cambiano radicalmente con le edizioni scaligere: qui Muti è troppo occupato a fare Muti, tanto da tralasciare Verdi. Come sempre, in quegli anni, l'orchestra si copre di gloria (riflessa, naturalmente: il trionfo è per la bacchetta). Ma è solo un mutamento di linguaggio, un diverso disegno interpretativo: una direzione esemplare per certi versi (a tratti migliore di quella degli anni '70), ma deficitaria in altri. I ritmi, ancora una volta, sono travolgenti: gli stacchi delle cabalette sono incalzanti senza essere pompieristiche, il suono non è mai sbracato, il racconto è teso e la lettura continua e unitaria (talvolta però i cantanti perdono il filo: Zancanaro nello splendido duetto con Attila dell'atto I). Ciò che manca, però, è lo slancio romantico dei momenti lirici: l'abbandono anche edonistico a certi disegni melodici verdiani, l'indulgere in taluni particolari, certi rallentando (si prenda il preludio inciso da Karajan e lo si confronti con uno qualsiasi di Muti: sembrano brani diversi). Muti, forse nell'intento di nobilitare Verdi, lo sterilizza: getta una patina di anonima eleganza neoclassica che nulla c'entra con i turgori del melodramma ottocentesco. Trasformare Verdi in epigono di Cherubini o Spontini, non solo è sbagliato: è stupido. E Muti, nel ventennio scaligero, ha ricondotto ogni partitura affrontata ad una pulizia asettica, ad un suono secco e compito, preciso e sterile, che ha soffocato ogni slancio e ha, di fatto, omologato tutto e tutti. L'alba che si stende sulla laguna è resa come in un dipinto di Poussin, non concede nulla all'impeto romantico, al colore e al calore, alle suggestioni che la musica richiama. Una lettura legittima? Forse, ma dai risultati dubbi: è fredda, glaciale, matematica. Lo stesso difetto, lo stesso problema, sarà la causa del tonfo dei Vespri Siciliani (ridotti a tragédie-lyrique) e caratterizzerà tutto il suo Verdi scaligero. La lettura del Met prosegue nella medesima direzione, recuperando solo un poco della solarità mediterranea che caratterizzava le precedenti incisioni, ma in compenso lasciandosi andare a effettacci bandistici assai sgradevoli (naturalmente i media nostrani hanno dato la colpa all'orchestra del Met, accusata di essere men che mediocre: eppure come diversa appare sotto la direzione di James Levine!). Ma la questione ha una portata più ampia. Non me ne vogliano i tifosi del Maestro, ma fondamentalmente Riccardo Muti non è - e non è mai stato - un direttore verdiano! Lo è diventato solo grazie ad una fortuita combinazione di fatti e circostanze: dall'autoincoronazione in tale ruolo all'inesperienza di quel pubblico e quella critica che, durante il ventennio scaligero, si spellava le mani o consumava le penne...a prescindere (e privi di reali riscontri con qualcosa di diverso), sino all'ampio battage mediatico che ne volle fare - sconsideratamente - l'erede di Toscanini (anche in reazione al tedesco Abbado): un'eredità il cui valore, peraltro, sarebbe da ridimensionare e discutere. Ora, generalmente, non essere un direttore verdiano, non costituisce un grave difetto né una qualche mancanza particolare, salvo in un caso: quando si dirige un'opera di Verdi. E anche in questo caso si dovrebbero fare dei distinguo, giacchè almeno a partire da Aida il linguaggio cambia profondamente: ma con il resto del catalogo verdiano non si può imbrogliare, soprattutto nei primi titoli, sino agli anni di galera (quando ad emergere è soprattutto il mestiere - anche di eccellente o geniale fattura - piuttosto che le finezze e le raffinatezze che ne hanno caratterizzato la scrittura a partire dalla trilogia popolare).
Attila, radiotrasmesso ieri sera ed in scena da una decina di giorni al Met di New York è stato il debutto sul podio del primo teatro degli Stati Uniti d’America di Riccardo Muti, ormai prossimo ai settant’anni. Debutto atteso per il pubblico e soprattutto per il direttore, che da tempo non aggiungeva, dopo i noti fatti della Scala un podio di rilievo. Attila è un titolo che Riccardo Muti ben conosce, atteso che il suo primo incontro risale al 1970 presso la Rai, allora artisticamente guidata dal mentore di Muti, ossia Francesco Siciliani. Più volte il maestro di Molfetta è tornato ad affrontare il testo verdiano. Voglio credere che presto avremo il tempo di una disamina attenta dei vari incontri fra Muti ed Attila. Era poi, un debutto per il titolo sulle scene del Met. E ui il rimpianto di un antico approdo è molto perché , per giocare al fantacast nel 1930 sul palcoscenico si sarebbe potuto sentire e vedere un Attila irraggiungibile ed impensabile con Ezio Pinza, Lawrence Tibbett/Giuseppe de Luca/ Giuseppe Danise, Giovanni Martinelli/Giacomo Lauri Volpi, Elisabeth Rethberg sotto la guida verdianissima di un Ettore Panizza o di un Tullio Serafin. Oggi, a conti fatti, il pubblico newyorkese di quel che ottantenni a poteva essere la prassi ha potuto sperimentare solo una direzione verdiana. La direzione di Riccardo Muti è stata della ripresa radiofonica l’aspetto migliore. Il preludio, l’introduzione al quadro di Aquileja con il levar del sole (che era un sole di una caldo luglio lagunare, per lo splendore ed il turgore dell’orchestra) il colore fosco che accompagna il peregrinare di Odabella in attesa di Foresto, lo stacco ed il piglio di molte scene fra cui la stretta del duetto fra i due amanti, l’apparizione di Leone e tutto il finale primo sono veramente splendidi da sentire e verdiani nella accezione e diffusa e condivisibile del termine. Spesso l’orchestra e con lei il direttore cantano. Lo fanno in luogo e vece dei mediocri esecutori vocali. Talvolta lo fanno alla Muti ossia cantano solo loro come accade in tutte le cabalette dove il ritmo e l’aplomb sembrano essere le prime ed uniche preoccupazioni del maestro e dove gli applausi sono strappati al pubblico grazie, appunto, alle prodezze orchestrale e non certo ai sovracuti alle note tenute alle filature, ossia alle prodezze vocali, che forse in Verdi hanno ancora la loro importanza. Un tempo questi erano torti gravissimi e vizi capitali,perché la disponibilità era di cantanti del rango di un Ramey, per parlare di uno che il maestro accettava ed il cui trionfo, proprio in Attila, seguito da richiesta di bis diede l’occasione al maestro per un evidente gesto di insofferenza e stizza. Oggi con la miseria imperante sono vizi e torti ben più contenuti. Non solo, mentre un tempo si poteva sempre trovare un cast alternativo e migliore delle scelte del maestro oggi si stenterebbe nel già nominato gioco del fantacast. Gli insulti, le rimostranze e lo stupore sono già stati espressi in chat da alcuni nostri affezionati lettori ed amici. Non posso che condividerli. E’ evidete che il volume e l’ampiezza vocale di Ildar Abdrazakov e Violeta Urmana non sono neppure da primo Verdi perchè nessuno dei due dispone di una tecnica di canto adeguata e consona al ruolo. La signora Urmana dal sol acuto urla a voce piena, miagola sul piano e sul pianissimo. La non fresca Leyla Gencer, Odabella di Muti nel 1972, a Firenze coloriva ogni frase, Violeta Urmana riesce talvolta ad arrivare in fondo. Niente estasi al fuggente nuvolo, niente fuoco di Amazzone alla sortita o al duetto con Foresto. Per capire limiti e modestia del mezzo di Ildar Abdrazakov, nel title role, basta sentire l’ampiezza e la nobiltà della oscillante voce di Ramey (nel cameo di Papa Leone I) che ripete le medesime frasi che erano state del re unno all’inizio del quadro. Ovvio che con tale dote non si può pretendere che questo Attila faccia paura ad Ezio nel loro primo incontro o esprima angoscia e sgomento all’evocazione del primo atto o del finale sempre dell’atto. Quanto a Giovanni Meoni, che è subentrato ad Alvarez basta dire che è uno sgangherato tenore verista e non un baritono. Fuoco, nobiltà, eloquenza ed anche prosopopea che spettano al generale romano sconosciute. E devo dire che con questo personaggio anche il sostegno orchestrale non c’è stato. Ramon Vargas, che non è un tenore verdiano, ma al massimo, con altra tecnica, un buon tenore donizettiano, il che per Foresto non è poi un guaio, ma la manovra del passaggio e l’idea di dar senso alle frasi clou del personaggio proprio non ci sono. Il tutto per dire che un direttore come Muti, a prescindere da reieterate e non condivisibili scelte è merce rara e preziosa, ma per certo non basta. Leggere una lettera dove Verdi, anno 1881, si pone l’amletico dubbio opere per i cantanti o cantanti per le opere?
La ORF ha trasmesso in questi giorni il grande successo salisburghese di Riccardo Muti in Moïse et Pharaon di Rossini, opera in cui lo avevamo già ascoltato a Milano, al Teatro Arcimboldi. L’evento musicale è stato accompagnato da svariate interviste al Maestro, certo affascinato da quest’opera, nella quale ha affermato di ritrovare certe ascendenze di Cherubini, Spontini e Gluck, sue antiche passioni. L’ascolto dell’audio è di grandissima suggestione, soprattutto in alcune pagine consone all’indole di Muti: lo hanno assecondato in ogni intento un coro (Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor) ed un'orchestra eccezionali (Wiener Philharmoniker) nella loro perfezione esecutiva, tocco, colore. I punti di forza di questa direzione, a parte l’ouverture, sono stati le grandi scene corali o gli ensemble, come l’inizio dell’atto II ( la cosiddetta scena delle Tenebre ), la successiva grande preghiera di Moise, “Ô toi dont la clémence”, oppure quella al IV atto, “Des cieux où tu résides ”, o il finale dell’opera, con la cavalcata dei cavalieri egiziani travolti dalle onde del Mar Rosso. Muti nulla ha tolto alla solenne monumentalità di queste pagine di Rossini, assecondandone ed amplificandone l’aspetto mistico o descrittivo, ora con tempi larghi e cantabili, ora con grandiosa drammaticità (finale), mentre le arie sono state accompagnate con il vigore tragico di sempre (scena di Sinaïde, scena di Anaï) finalmente prive delle nevrosi e degli scatti furibondi che avevano caratterizzato gli accompagnamenti dell’edizione di Milano. La concezione che Muti ha di Rossini, però, è ciò che lo limita in altri importanti momenti dell’opera, quelli lirici ed elegiaci in primis. In una visione tragica di ispirazione neoclassica di quest’opera, Muti ha finito per trascurare la vicenda amorosa di Anaï e Aménophis, che non è affatto marginale nell’opera. La vicenda amorosa, a ben vedere, connoterà sempre gli affreschi storici del successivo Grand Opéra di cui Moise costituì un indiscusso modello e non sarà mai situazione drammaturgicamente secondaria all’affresco storico. In questo aspetto invece, Muti ha mancato di languore e di lirismo, rifugiandosi in accompagnamenti meccanici, come nel grande duetto oppure nel momento della fuga degli amanti. La stessa direzione delle danze, momento formalizzato di questo genere di opera, forse ha lasciato a desiderare in fantasia e varietà.
Limite vero di questa produzione, però, è stato il cast vocale, in parte rimaneggiato all’ultimo ma di certo inferiore a quello dell’edizione milanese. Ed il cast in Rossini regge lo spettacolo. A raggiungere gli effetti voluti da Muti sarebbe stato necessario un basso di voce ben più ampia e di qualità timbrica superiore all’Ildar Abdrazakov di oggi, che ha perso parte di quella morbidezza che avevamo udito a Milano. Il suo canto fatica ad essere solenne, ieratico e sacerdotale come la parte richiede, e non bastano la correttezza e l’accento compassato per dar vita ad un Moise in sintonia con orchestra e coro che gli fanno da straordinario sfondo. Anche Nicola Alaimo è lontano dall’impressionante Faraone scaligero di Erwin Schrott. Gli fanno difetto slancio e aggressività, mordente e precisione nel canto di agilità, in una linea buona ma inerte, sempre sulla difensiva. Faraone è personaggio negativo, ma personaggio grandioso, a tutto tondo e…a tutta forza, forse lontano dalle corde di questo cantante. Eric Cutler (Aménophis) non possiede nulla della qualità timbrica e della freschezza esibite dal Filianoti del 2003 a Milano. La voce è perennemente strozzata negli acuti e fibrosa, per modestia tecnica; anche l’esecuzione della coloratura è parsa approssimativa, mentre J.F. Gatell (Eliézer) ha cantato allo stesso modo di quanto udito nel Viaggio a Reims scaligero, cioè modestamente e con voce asfittica.
Nel reparto femminile ha raccolto molti consensi Marina Rebeka, con una prova che in un teatro italiano avrebbe destato, come già nell’Anna Erisso pesarese, parecchie perplessità. Se già aveva sofferto il peso tragico di Anaï una voce lirica come Barbara Frittoli, non poteva non uscirne acciaccata una voce più leggera come la Rebeka, per il semplice motivo che Anaï, al pari della Mathilde del Tell, non è soprano di coloratura. Alla grande scena finale, diretta da Muti anche in modo più pacato di quanto fatto a Milano, il soprano lettone è uscito provato. Non basta una buona punta della voce per gestire questo ruolo, che, per forze di cose, porta un soprano di coloratura a forzare sul centro per reggere il confronto con il robusto orchestrale ed il ritmo incalzante e, per conseguenza, a perdere di fuoco negli acuti, troppo spesso forzati o gridati. Anche il canto di agilità ne ha risentito, con un’esecuzione aspirata ed imprecisa di quanto prescritto da Rossini. Sin dal duetto d’amore col tenore, che prevede un incipit di reale contenuto tragico, il soprano manca del giusto peso vocale che le consenta di essere credibile nell’accento. Una prova ben diversa da quella del recente Viaggio a Reims di Milano e più vicina a quella del Maometto II dell’anno passato, caratterizzata da un senso di approssimazione anche musicale. E queste sono le conseguenze di carriera (di certo felici per lei, un po’ meno per il compositore ed il pubblico) regalate proprio del Festival Rossini, artefice del suo avvallo (e non solo del suo) quale soprano tragico. Ci spiace, perché nei ruoli idonei al suo reale tonnellaggio vocale ed alle sue capacità espressive, la Rebeka sarebbe soprano davvero interessante. Nino Surguladze, in sostituzione di Sonia Ganassi, non è cantante da belcanto per emissione e preparazione tecnica. Per quanto giunta all’ultimo, è parsa più preparata della collega sul piano musicale, forse perché intimorita dall’arduo compito, ma questo non le è bastato in una sede prestigiosissima quale Salzburg per essere all’altezza del compito. Le hanno fatto difetto, oltre all’emissione, che nel belcanto è primo requisito, gli acuti, troppo gridati, ed il canto di agilità. La sua Faraona, alla fine, è uscita abbastanza estranea agli stilemi espressivi del belcanto. E dire che la tradizione esecutiva di quest’opera fino agli anni ‘50 fornisce chiari parametri per la corretta scelta delle voci di Anaï e Sinaïde, la prima solitamente affidata a soprani drammatici o quantomeno spinti, la seconda a voci più liriche quando non a mezzosoprani acuti, soluzione che garantiva maggiore adeguatezza alle caratteristiche drammaturgiche e di scrittura vocale dei due ruoli. Senza infamia e senza lode la Marie di Barbara di Castri, anche se un timbro più morbido nell’attacco della preghiera del IV non avrebbe guastato. In conclusione, un grande Maestro, con grandi coro ed orchestra, che però da solo non bastano in Rossini.
Nella battaglia Roma-Milano per l’opera, che, a distanza di sessant’anni, ricorda quella combattuta fra la Scala toscaniniana e l’allora Reale dell’Opera, che doveva essere il primo teatro d’Italia, perché teatro della capitale, in un momento in cui le bacchette, chiamate anche nei più grandi teatri italiani, stentano a tenere le orchestre e collegare buca e palcoscenico e regalano coloriti orchestrali prossimi alla banda, non possiamo non essere contenti per l’incarico conferito al Maestro Muti al Teatro dell’Opera di Roma. Quanto al pubblico romano, però, dobbiamo noi milanesi preavvertirlo che presto sarà un tripudio ed un profluvio di tardo settecento napoletano (eseguito con rigore bachiano), di Cherubini (magari il Maestro potrà finalmente proporre Medée o la Faniska della cui mancata rappresentazione i più fanatici si dolevano dopo la splendida Lodoiska), Spontini, di un primo Verdi, in eccesso di quarantottismo, un toto cast sino a mezz’ora prima dello spettacolo, un nascere e un sorgere di fan club alimentati dal Verbo del Maestro ed assolutamente impermeabile a qualsivoglia altra bacchetta. E nulla diciamo circa la scelta dei cast; in anticipata riparazione offriamo con Mattia Battistini, Giacomo Lauri-Volpi, Gabriella Gatti e Gabriella Tucci un saggio della grande scuola di canto romana. Quando il Maestro passerà alla Sistina vi proporremo Alessandro Moreschi.
Qualche riflessione sugli avvenimenti che hanno preceduto e seguito il Sant’Ambrogio 2008, prima della seconda recita, che potrebbe finire come la seconda dell’Aida, che inaugurò la stagione 2006-’07 oppure senza incidenti di percorso da consentire ai quotidiani dell’11 dicembre la proclamazione di un trionfo storico ed epocale per tutti , Daniele Gatti in testa. E se non succederà qualche cosa di strano sarà quest’ultima la scelta, perché abbiamo già letto il tentativo di imputare a pochi facinorosi, ovvero i prezzolati sicari dell’escluso protagonista la cagione dei fischi che hanno subissato soprattutto il direttore la serata del 7 dicembre. Ritornerà tutto come prima. E nessuno rifletterà su quanto accaduto in teatro. Male! perché i fatti di questi ultimi giorni, a nostro avviso, sarebbero essenziali per trarre conclusioni e proponimenti. Il primo, evitare di andar dicendo che una ventina di plauditores del tenore sarebbero gli artefici dei fischi, perché affermarlo significa dire, tenuto conto che la sostituzione è avvenuta quando non era più possibile mettersi in coda per gli ingressi, che venti biglietti sono stati sottratti alla vendita ufficiale e girati per esaudire una richiesta contraria alle norme che, ci illudiamo, regolano la vendita dei biglietti Ciò premesso, questa volta concordiamo con la firma ufficiale del Corriere della Sera che, ieri, chiariva come quel proluvio di fischi non potesse, per forza maggiore, esser stato organizzato dall’escluso protagonista. Per la prima volta, e con stupore, sentiamo una verità da un rostro, che fu sempre il difensore di fiducia del teatro milanese, precipue del suo passato direttore principale Maestro Riccardo Muti. Andar dicendo che il tenore escluso e invitato a farsi da parte, ma non ufficialmente protestato, sarebbe l’organizzatore della bagarre è una scusa pilatesca per assolvere la coscienza a chi, arrivato sino alla generale con quel tenore, poi lo ha scaricato, sperando di frustare la sella per risparmiare il cavallo. Sbagliato sia da parte del tenore che da parte dei suoi, sino al 6 dicembre, mentori. Sbagliato da parte del sig Filianoti rilasciare interviste fra il pietistico e il furente, prive solo dell’operistico anatema, dopo aver arringato in maniera ora lecita ora censurabile il pubblico, i componenti di blogs, ricercato incontri, favori e misericordia dopo un men che mediocre Edgardo e tutt’altro che esaltanti performances, tutte implacabilmente divulgate per canali assolutamente ufficiali. Caro signor Filianoti, favori, sostegno ed affezione del pubblico non si propiziano con minacce e blandizie, ma con le proprie prestazioni in scena, con il riflettere sul perché la propria voce non giri più come un tempo e non scrivendo lettere che, solo per buon gusto, non abbiamo pubblicato, pur potendolo in quanto destinatari delle stesse. Una sua collega quarantaquattro anni or sono, solennemente riprovata dal pubblico della Scala, in tutte le interviste ha sempre ribadito di aver tratto maggior profitto per la propria professionalità e carriera da quell’insuccesso che da centinaia di successi. Ma questo in una vicenda triste e squallida sarebbe il minor male e l’aspetto meno interessante. Ciascuno di noi ha il carattere che ha e la reazione che più gli sorge spontanea e poi, francamente, chiunque avrebbe diffidato degli amicali avvertimenti di chi non solo ti ha scrittura, ma ti è anche venuto ad ascoltare al debutto nello stesso titolo in Zurigo tre mesi or sono, ti ha fatto provare per un mese e, poi, nel dubbio, che possa andar male l’agognata prima, consigliato di startene a casa per ripresentarti, diciamo alla terza recita, una volta ufficialmente riacquistata la mai persa salute, ossia, più prosaicamente, cessato il pericolo fischiatori di Sant’Ambrogio (leggi: figuraccia in mondovisione). Anche perché non occorre né esperienza personale né fantasia per immaginare che il lasso di tempo dal 7 al 14 dicembre sarebbe stato quello idoneo per reperire il secondo Don Carlo, dopo la promozione del secondo a primo. E quindi, per il povero signor Giuseppe Filianoti, al danno la beffa. Sicchè per certi versi non possiamo che approvare le scelte del “licenziato” protagonista. Dobbiamo però consigliargli di risparmiare il tempo nelle sedute telefoniche o via internet alla ricerca della captatio benevolentiae, privilegiando l’ascolto di tenori quali Pertile, Tucker e magari Mc Cormack.
La verità è che il licenziamento spetterebbe, più che al protagonista, a chi, a suo tempo, ha operato la scelta, offrendo prova di non saper adempiere l’incarico conferitogli. E qui con riferimento non solo al protagonista, ma tutto o quasi il cast di questo Don Carlos . Per tacere della cosiddetta parte visiva. Che sia epoca di “vacche magre” non è neppure il caso di dirlo, tanto l’assunto, ripetuto esce dalle orecchie; ma un po’ di oculetezza e di capacità professionale è caratteristica che si impone sia per chi faccia il direttore da opera e, magari ambisca al ruolo vacante di direttore stabile, sia in chi, istituzionalmente, presso il teatro milanese venga qualificato come “responsabile delle compagnie di canto”. Il nome del primo troneggia in locandina, quello del secondo nell’organigramma del teatro, stampato o reperibile via internet, con la propria esplicita qualifica professionale. Senso di responsabilità e professionalità, per non usare altra più plebea, ma efficacissima espressione, ossia “avere le palle”, avrebbe imposto di presentare il prescelto al pubblico soffrendone l’eventuale riprovazione. Il fischio è una delle manifestazioni cui da sempre ha diritto il pubblico, che acquista con il biglietto questo suo, proprio, esclusivo diritto. Suo proprio esclusivo diritto che carriere di cantanti e direttori pianificate a tavolino e non costruite sulle tavole del palcoscenico vogliono sottrarre al pubblico. Anni or sono la Scala, e la sua dirigenza prona alle case discografiche “ammalò” la titolare di un ruolo protagonistico per mandare in scena il soprano prescelto, ufficialmente per il secondo cast. Fu una vigliaccata ben peggiore di quella patita da Giuseppe Filianoti, anche perché l’esclusa era la miglior interprete di quel repertorio e allo zenith della propria parabola artistica il pubblicò la “sgamò” e premiò l’imposto soprano con commentini e fischi per l’intero arco della serata. E siccome il pubblico, piaccia o non piaccia, ha molto più buon senso, orecchio ed onestà dei deputati alle scelte e della critica, la nostra imposta patì in ogni sua esibizione nel teatro milanese. Se volete, decorsi già ventun anni si potrebbero anche fare anche i nomi dei due soprani, oggi entrambe ritirate dalle scene. Scontato quello del direttore. Direttore che, schiariamoci subito, ha creato con il proprio manipolo di fedelissimi, oltre al "totocantante" , il terrore da fischio. Perché, è ovvio, il fischio intacca il mito l’immacolata gloria del direttore senza macchia, dell’uomo dalle mille serate e dai mille ed uno successi. Ignora il nostro ed il suo entourage che grandissimi direttori d’orchestra (in primis Arturo Toscanini direttore di Forza del destino nel 1909 in Scala, von Karajan in Traviata anno 1964, ma in tempi recenti Gavazzeni, Abbado, Maazel) sono stati fischiati in una produzione per essere, poi, issati sugli scudi in quella successiva. Ancor di più con riferimento ai cantati: le solite Callas e Tebaldi,i più recenti Pavarotti e Caballè. Adorati dal pubblico scaligero, ma, talora, contestati e che dalla fischiata non hanno avuto nocumento alcuno per la loro splendida carriera. Due elementi poi emergono da questa vicenda: La fobia da fischio e la spasmodica battaglia per minimizzarlo, limitarlo e deriderlo (ossia far intendere allo spettatore che lui non conta niente) è una delle tante deviazioni che oggi affliggono il melodramma e la mancanza, nel teatro milanese di ruoli e, quindi, responsabilità certe ed inequivocabili delle scelte proposte in palcoscenico. Per minimizzare e irridere le intemperanze del pubblico si ricorre ormai ad una critica che ha omesso e dimenticato che il proprio solo compito sia quello di offrire criteri certi ed oggettivi al pubblico ed agli addetti ai lavori (soprattutto quei giovani che in varia veste e titolo si affacciano alla carriera artistica) preferendo il political correct nelle migliori ipotesi, la piaggeria nella maggior parte. In questo modo non si contribuisce a creare, forse si salva oggi il salvabile ma si distrugge per generazioni. La damnatio memoriae di grandi direttori di orchestra, eccellenti cantanti cui tutti i giorni assistiamo utilizzando tutti i media possibili sono tristi immagini di come si sia ridotta la critica. Obliano i critici di oggi che la firma della pagina dello spettacolo scaligera nell’era Callas –Franco Abbiati- mai conobbe la signora Meneghini Callas e che mai l’allora soprintendente avrebbe osato fare pressioni sulla proprietà del massimo quotidiano milanese per la scelta del critico musicale, consigliando i nomi di chi era “vicino“ al teatro. Con riferimento al dovere di assumere le proprie responsabilità, non può tacersi lo smembramento in tanti rivoli delle due cariche istituzionali del teatro, Soprintendente e Direttore Artistico, il primo quale responsabile della gestione economica l’altro dell’artistica. Figure non riassumibili nello stesso soggetto, per le peculiari caratteristiche richieste, pena, come accade oggi in Scala, l’appalto ad altri soggetti di una parte delle prerogative professionali e la contrastante frammentazione delle responsabilità. Ma anche questo deve essere detto: esso è l’eredità del recente passato dove il direttore principale, che si arrogava la prorogativa di Direttore Artistico dei soli propri spettacoli, mal sopportava la presenza di un vero Direttore Artistico, sicchè la figura veniva assolta da vari soggetti, Soprintendente in primis. Ed è pleonastico dire che di questo recente passato dai sofisticati e sofistici equilibrismi il pubblico e l’arte e la memoria cultura unica del melodramma pagano uno scotto pesante come un macigno. Quel macigno che la critica ed il pubblico a la page sembra scorgere solo in un tenore della pletorica complessione del quale si sa solo dire: “ Ma come fa il soprano ad innamorarsi di lui!!!!!!!!!!!!!”.
Questo ultimo Don Giovanni, segna la conclusione del ciclo Mozart/Da Ponte nell’interpretazione di René Jacobs (e, almeno temporaneamente, chiude la serie delle sue incisioni mozartiane: pare, infatti, che i prossimi impegni dell’instancabile direttore belga, siano rivolti a Handel – si bisbiglia un nuovo Giulio Cesare – e Cavalli, salvo che le sue attenzioni si spostino bruscamente sul nostro Rossini, circostanza che, mi auguro, gli dei della musica scongiurino). Con questa incisione, si compie anche la completa barocchizzazione di Mozart. Jacobs infatti, si pone come il più estremo e intransigente apostolo di questa “sacra” missione che riconduce la musica del salisburghese nell’alveo del teatro musicale barocco, interpretandola quindi come estrema propaggine dell’opera seria (portata al suo apogeo da Handel) e ricondotta ad una prassi esecutiva ispirata ai canoni (alquanto discutibili) della nuova filologia. Ma mentre i vari Gardiner, Hogwood, Ostman, appaiono semplicemente noiosi nella pedissequa applicazione di tali dogmi (che sono i soliti noti: tempi spediti, assenza di qualsivoglia morbidezza e sfumature, esasperazione dei contrasti dinamici, rinuncia alla colorazione di suoni strumentali e vocali che risultano costantemente fissi, secchi e aspri, onnipresenza del continuo, sovrabbondanza di ornamentazioni spesso fuori stile, voci piccole, sbiancate, leggere), Jacobs si spinge oltre. Egli infatti non si accontenta più di ricondurre Mozart a Handel (come già nelle precedenti Così fan tutte e Nozze di Figaro), ma lo trasporta ancora più indietro, sino alla tragédie-lyrique (Lully e Rameau) e al recitar cantando monteverdiano. Ora, se già appare una forzatura leggere Mozart pensando all’opera seria handeliana (ignorando quindi tutto quello che è successo nella seconda metà del XVIII secolo: riscoperta del classicismo, diffusione delle idee illuministe, influenze della riforma di Gluck), ricondurlo sino a Monteverdi risulta esercizio tanto arbitrario quanto ridicolo. Ma come procede Jacobs in questa operazione? E’ lui stesso a dichiarare i suoi intenti nelle note che accompagnano l’incisione. Nel libretto infatti, c’è una lunga intervista al direttore, intitolata con un certo eccesso, burning question (domande scottanti: laddove, in realtà, appaiono considerazioni spesso decisamente banali, quando non assolutamente strampalate), in cui Jacobs dispensa le sue verità. Innanzitutto egli ci informa che il Don Giovanni sarebbe una delle meno conosciute opere di Mozart (o almeno una delle più fraintese) e aggiunge che, fino ad oggi, noi abbiamo sempre ascoltato una versione adulterata, corrotta, falsificata dell’opera, come – uso parole sue – un quadro del passato su cui si sono sovrapposte altre mani in secoli successivi. Afferma quindi che solo con la sua versione si è ripulita la partitura da tutte le alterazioni successive, permettendo così ai colori originali di tornare alla luce (sempre modesto il nostro René). Jacobs poi sostiene che questa falsificazione sia dovuta alla mala fede di E.T.A. Hoffmann e successori, che avrebbe fatto di Don Giovanni una sorta di eroe tragico, laddove in realtà non sarebbe altro che una figura comica e farsesca. Lui invece, riconduce l’opera ad una sorta di trilogia di cui farebbero parte Eliogabalo di Cavalli e Don Chisciotte di Conti, riportando, quindi, Mozart al recitar cantando secentesco. Dice, infatti, che ci si deve approcciare alla musica mozartiana pensando a Monteverdi (compiendo così un marchiano travisamento storico ed estetico, ignorando che mentre in Monteverdi l’armonia è serva dell’oratione, con la nascita dell’opera seria la musica si emancipa dal testo, per assumere una sua centralità ed autonomia). Per lui “Mi tradì quell’alma ingrata”, ad esempio, andrebbe rapportata al monteverdiano Lamento d’Arianna e ricondotta al topos barocco della donna abbandonata. Ma in genere tutto il Don Giovanni andrebbe considerato come un’opera barocca o pre barocca. Continua, poi, denunciando come tutte le interpretazioni musicali dell’opera siano state falsate da questa cattiva interpretazione, che ha portato alla demonizzazione del personaggio, alla sottolineatura esclusiva degli aspetti tragici e drammatici, alla forzatura in tal senso del testo, e poi all’arrochimento della voce, allo scurirsi dell’accento, alle urla, alla sostituzione dei recitativi con dialoghi in tedesco etc... Non so quali esperienze di ascolto abbia avuto il buon Jacobs (che sostiene in tante interviste di non ascoltare mai incisioni di altri), ma spacciare i suoi incubi per realtà è quantomeno disonesto: non mi sembra, infatti, che nella lunghissima storia interpretativa dell’opera si possa riscontrare, prima del suo messianico avvento, la prevalenza di una sorta di wagnerizzazione di Mozart (che pure in certi ambienti di scuola teutonica – che pare oggi andare di gran moda – c’è effettivamente stata), non credo che Giulini, Walter, Karajan, Abbado, ma anche Muti o Barenboim, facciano ruggire Don Giovanni o appesantiscano l’accompagnamento come se fosse l’VIII Sinfonia di Mahler! Altro aspetto che lui critica, nelle burning questions, è la pretesa ambiguità dell’opera. Per lui è una falsificazione: nessuna ambiguità, nessuna sfaccettatura. Don Giovanni è un personaggio esclusivamente comico, i cui appetiti sessuali si risolvono tutti in grotteschi fallimenti, è un volgare seduttore, un immorale e farsesco corruttore di fanciulle, per di più maldestro e sfortunato, privo di ogni dimensione tragica (e tragico non significa drammatico o funereo o infernale, come fraintende Jacobs). A lui si contrappone la perfezione della coppia Donn’Anna/Don Ottavio, in uno speculare gioco degli equivoci, visti come i veri eroi positivi, di incorruttibile nobiltà e fermezza (in questa visione Donn’Anna torna ad essere solo la vittima di Don Giovanni, senza più nessun dubbio sul suo interiore contrasto tra ragione e sentimento: dubbio che rendeva il personaggio estremamente combattuto tra repulsione e attrazione verso il seduttore, e, per questo, di straordinaria umanità e modernità - qui resta invece, solamente la maschera di una purezza ideale – ignorando ancora una volta la sott’intesa malizia della musica di Mozart). Jacobs quindi, elimina dall’interpretazione ogni sfumatura, ogni senso di inafferrabile ambiguità, il Dramma Giocoso diviene volgare Opera Buffa. E per sottolineare questo, lo riempie di caccole interpretative, sospiri, urletti, parlati, versi, balbettii che neppure la peggiore e tradizione teatrale anni ’50 ha mai prodotto (ecco dove va a finire il rigorismo presuntuoso di questi baroccari). Ovviamente la lettura di Don Giovanni come personaggio cinico, amorale (più che immorale), solo, malinconico, conscio della prematura fine della sua parabola eppure ancora attaccato al suo passato che ormai sbiadisce nel ricordo (mi piace qui riferirmi al Casanova di Schnitzler) è del tutto assente. Forse Jacobs confonde questa ambiguità (che è uno dei motivi più affascinanti dell’opera) con le idealizzazioni romantiche che ne hanno fatto una sorta di Faust o di Lucifero. Ma così facendo Jacobs travisa il personaggio: Don Giovanni è figlio di quel razionalismo cinico e ironico, malinconico e spietato di cui è esponente anche il Don Alfonso di Così Fan Tutte. In lui si incarna l'autunno dell'Illuminismo, arroccato sulle certezze della sua ragione, mentre il mondo attorno cambia e il tempo passa e la vita tramonta. Don Giovanni sta lì in mezzo, osserva, è superiore, al di là del bene e del male. Quest'ambiguità è totalmente assente in Jacobs (e in questo errore non è il solo a cadere, molti infatti non superano questa che è una delle più grandi difficoltà dell’opera). Sulla scelta dei tempi Jacobs, ovviamente, segue la consueta tendenza baroccara alla velocizzazione e alla speditezza, e – nello spacciarla per quella giusta ed autentica (curioso che un altro, e più serio, direttore filologo, Nikolaus Harnoncourt, pervenga ad una opposta conclusione, dilatando, nelle sue esecuzioni, le dinamiche e ampliando il respiro) – arriva ad affermare che i tempi più lenti della tradizione pre filologica, sono dovuti ad un equivoco in cui i passati esecutori sono caduti: essi, infatti, rallentavano perché, essendo musica bellissima, avrebbero voluto che durasse il più a lungo possibile. Scrive proprio così! Talvolta poi (ad esempio nel caso del finale II), certe scelte fanno a pugni non solo con la vecchia tradizione esecutiva (e questo è proprio l’intento jacobsiano), ma anche con le fonti (ed è cosa più grave, giacchè le note scritte andrebbero rispettate, e non trattate alla stregua di un canovaccio da commedia dell’arte): se si prende la Neue Mozart-Ausgabe edita da Barenreiter (edizione critica recentissima, la terza, datata 2001), si noterà che l’ingresso del Commendatore è segnato con un andante (e non andante alla breve, come Jacobs ci assicura che Mozart avesse in realtà inteso: forse confondendo il tempo del brano, un 4/4 tagliato – cioè un 2/2 – detto anche a cappella o alla breve, ma intendendosi non già l’indicazione dinamica – che andante era e andante rimane, quindi con misurazione metronomica che va, secondo la convenzione di Maelzel, da 76 a 108 – bensì derivante dal nome dato alla nota del valore di 2/4 detta anche minima o, appunto, breve), stessa indicazione riportata nella prima parte della Sinfonia, di cui riprende il tema (sviluppato poi, per tutta la scena). Eppure Jacobs, che in apertura di Sinfonia utilizza un tempo sì veloce, ma non eccessivamente, in questo finale II accelera quasi a raddoppiare la velocità, con il risultato di renderlo sbrigativo e frettoloso, e annullando di fatto, ogni stacco dinamico con la conclusione dell’opera, che risulta essere solo di poco più movimentata, nonostante le indicazioni di più stretto (in corrispondenza a “Oimè, che gelo è questo mai”), allegro (in corrispondenza di “Da qual tremore insolito”) e allegro assai (in corrispondenza a “Ah dove è il perfido”), che suggerirebbero quindi un maggior contrasto ritmico con il precedente andante in modo da movimentare e variare la dinamica dell’intero finale che, dopo essere passato per un rasserenante larghetto, si conclude con un presto. Di questo evocativo ed efficacissimo gioco dinamico non v’è più traccia nella presente incisione. Infine Jacobs ci parla della sua scelta editoriale, nell’optare per la versione di Vienna del 1788 (relegando in appendice l’aria di Leporello “Ah pietà signori miei” e quella di Don Ottavio “Il mio tesoro intanto”) ripetendo considerazioni arcinote, ma spacciate per innovative (e pensare che pure Gardiner optava per la medesima edizione, più di dieci anni fa, senza incensarsi tanto), sull'asserito squilibrio della versione mista (che però io personalmente prediligo, perché oltre ad includere entrambe le arie di Don Ottavio non comprende il duetto tra Leporello e Zerlina “Per quelle tue manine”, che effettivamente rallenta e intorbidisce l’azione, senza apportare migliorie musicali, data la modestia del brano). Questi i punti-chiave della lettura jacobsiana del testo mozatiano. Certo le premesse non incoraggiano l’ascolto, tuttavia vale la pena soffermarsi sulle conseguenti realizzazioni di cotanti presupposti. Appena inserito il cd nel lettore e dopo qualche minuto di ascolto della Sinfonia, colpisce la totale assenza di colore: i contrasti sono esasperati, tutto è o ffff o pppp, senza nessuna sfumatura e morbidezza. I suoni, fin da subito, sono stimbrati ed emessi con fastidioso stridore, gli archi sono ovviamente ridotti (e pensare che Mozart stesso scriveva al padre, in occasione della prima della sua Sinfonia in do maggiore, che per lui sarebbe stata una gioia immensa eseguirla con venti violini primi!, mentre questi sedicenti filologi odierni ne impongono al massimo sei o sette, scambiando una banale necessità pratica per chissà quale volontà estetica!), sgradevoli, aspri e gessosi, i fiati, dal suono molto secco e incolore, sono predominanti. Tutto l’accompagnamento orchestrale poi, è greve, pesante, impacciato, sovrabbondante, chiassoso (mentre le precedenti uscite discografiche mozartiane, pur con tutti i limiti dei presupposti estetici, erano almeno giocate sulla leggerezza e l’eleganza). Il canto segue, ovviamente, le medesime direttive, riproponendo i soliti vezzi baroccari, di cui ho già abbondantemente dato conto. Vale la pena però, soffermarsi su due aspetti: la realizzazione dei recitativi e le abbondanti variazioni di cui è infarcita la partitura. I recitativi sono un vero punto dolente (e stupisce, poiché solitamente Jacobs li cura con maggior attenzione): risultano sempre chiassosi e grevi, il fortepiano è invasivo e le improvvisazioni sono decisamente brutte (e qui si sente il cambio di mano: nelle altre realizzazioni c'era il bravissimo Nicolau de Figueiredo, elegante nell'accompagnare, fantasioso, incalzante; qui c'è il greve e decisamente poco ispirato Giorgio Paronuzzi, davvero pessimo - mentre nella jacobsiana Clemenza di Tito era parso molto più convincente). Alla pesantezza inutile di questi recitativi (talmente sovrabbondanti di inserti strumentali di violoncello e basso, da non sembrar più neppure "secchi", ma accompagnati) si aggiunge la pronuncia sgradevole di taluni interpreti e il ricorso a quell'armamentario di versi, versettini, moine, caccole, berci che fan tornare alla mente certe incisioni anni '50 (stile Gobbi o Corena nei momenti peggiori per intenderci) e che, francamente, si sperava fosse un brutto ricordo del passato. Sulle variazioni il discorso è più complesso. Premetto che nella musica mozartiana, non mi convince molto l’alterazione della linea vocale con abbellimenti e ornamentazioni eccessive (e questo perché la struttura musicale delle sue opere è definita da un equilibrio fragilissimo, e basta davvero poco a minarne la perfezione), nè la ritengo del tutto corretta (con l'eccezione delle appoggiature, che, però, è questione ben differente), vista la prassi d'epoca e l'ambiente (siamo sempre nella Vienna della riforma gluckiana, nell’Europa del classicismo illuminista, ed è questo l’ambito dove egli opera, che piaccia o meno). Senza contare che Mozart, laddove ha voluto cadenze, abbellimenti e variazioni le ha sempre scritte, tanto da approntare diverse redazioni dei propri brani a seconda delle capacità del cantante (si vedano le differenti versioni di “Fuor del mar” e di “Marten aller arten”), cosa che sarebbe risultata del tutto superflua in epoca di opera seria barocca, dove i cantanti, per semplificare o abbellire, non aspettavano certo che l’autore vi provvedesse. Si deve considerare poi, che solo pochi degli interpreti con cui ha lavorato, erano dei veri virtuosi: tra quelli che mi vengono in mente, citerei in particolare Maria Aloysia Weber (per lei Mozart scrisse diverse arie da concerto, tra cui “Ma che vi fece, o stelle” KV368, “Ah lo previdi” KV272, e la impervia e spettacolare “Popoli di Tessaglia” KV316), poi la sorella Maria Josepha Weber (prima Astrifiammante) e, naturalmente, Katharina Cavalieri (la prima Costanze e la Elvira di Vienna, per cui fu scritta “Mi tradì quell’alma ingrata”). Comunque, se pure si vuole variare, si dovrebbe procedere con grande cautela, con buon gusto, e in modo coerente e non invasivo allo stile musicale dell'opera o del pezzo, magari ispirandosi alle stesse ornamentazioni preparate da Mozart, per taluni brani suoi (“Ah se a morir mi chiama” dal Lucio Silla, o la già citata “Marten aller arten” o l’aria da concerto KV294 “Alcandro lo confesso”) o per quelli di altri autori (Adriano in Siria e La clemenza di Scipione di Johann Christian Bach ). Jacobs invece, agisce diversamente e azzarda – in modo assai differente dalle precedenti incisioni mozartiane - uno stile di abbellimenti più consono al recitar cantando monteverdiano, con trilli fissi e ribattuti, e messe di voce somiglianti a sirene, che poco o nulla c'entrano con lo stile mozartiano (in verità stonerebbero pure in Handel!) e che vanno a vanificare la purezza del canto. Ancora più azzardate appaiono poi le scelte relative al luogo in cui inserire dette variazioni: esse, infatti - se proprio si devono/vogliono fare - dovrebbero essere riservate ai da capo delle arie (e questo per una questione di logica: la linea musicale viene prima esposta come scritta e poi variata per mostrare la bravura dell'interprete, da Handel a Donizetti è sempre stato così) e invece Jacobs, inspiegabilmente non varia tutte le arie col da capo, in compenso mette delle oscene variazioni nell'aria del catalogo (dimenticandosi che Leporello è personaggio buffo e la prassi dell'epoca per tali ruoli non prevedeva virtuosismi o esibizioni) e nella seconda strofa della serenata del protagonista (ma una seconda strofa non è un da capo!). E poi che variazioni! Sono oggettivamente brutte, senza scampo, la serenata è semplicemente rovinata, la seconda strofa va ad alterare del tutto la linea vocale sino a renderla incomprensibile e irriconoscibile (facendo pure a pugni con l'armonia del pezzo). Insomma Jacobs procede in modo incoerente e grossolano: varia dove non dovrebbe, e dove si potrebbe non varia. E comunque – per limiti di gusto suoi o dell'interprete – varia sempre in modo osceno. Gli interpreti impiegati poi, a prescindere dalle basi teoriche delle loro esecuzione, sono del tutto inadeguati (con parziale esclusione di Leporello). Johannes Weisser interpreta un Don Giovanni, dalla voce chiara e sbiancata, quasi tenorile, povera di colore e con gravi lacune tecniche, in cui non c’è traccia di calore e morbidezza (il tanto vituperato canto all’italiana, in odio ai baroccari), è un seduttore troppo giovanile e sopra le righe, volgare ed esagitato, e spesso sfocia nel parlato (ad esempio la frase “Leporello un’altra cena, fa che subito si porti”). La pronuncia italiana è carente (e i recitativi ne risentono terribilmente) e credo che, senza le comodità di uno studio di incisione, sarebbe difficilmente udibile in un teatro vero e con un’orchestra vera (caratteristica, questa, che accomuna tutti, o quasi, i nuovi cantanti filologici). Leporello è interpretato da Lorenzo Regazzo (il migliore in questo improbabile cast), con voce dal bel timbro, anche se non molto corposa, e dall’emissione ben controllata. Il canto è morbido e abbastanza elegante, ma risente del clima generale, fornendo un’interpretazione talvolta poco misurata, e piena di inutili eccessi “teatrali” spesso di cattivo gusto (si senta ad esempio l’aria del catalogo). Kenneth Tarver (che, per la cronaca, ha pure azzardato il difficilissimo ruolo di Giacomo V nella rossiniana Donna del lago per Opera Rara, soccombendo miseramente all'impervia e proibitiva scrittura), è tenorino sbiancato e sospiroso, e si inserisce perfettamente nella tradizione anglosassone dei Don Ottavio insipidi ed effemminati. I fiati sono corti (effetto apnea) e l’agilità non è impeccabile. E’ costretto a spingere appena sale nella tessitura e ricorre spessissimo al falsetto, rendendo ancora più evanescente, il già sbiadito personaggio. Oltretutto la voce tende a crescere. Nikolay Borchev è un Masetto modesto, molto gutturale e dall’emissione aspirata e traballante. Alessandro Guerzoni è un buon Commendatore, anche se messo in difficoltà (soprattutto in alto) dai tempi particolarmente rapidi del finale II, dove una voce poco agile come è naturalmente quella del basso, con tali velocità non può che trovarsi a disagio. Passando al reparto femminile, le cose peggiorano ancora. Donna Elvira è una Alexandrina Pendatchanska (novella star del canto baroccaro) dalla voce abbastanza debole, fissa e tendente a calare, che si sforza di trovare un certo corpo, con agilità costantemente aspirate e poco fluide. Gli acuti non sono facili e i bassi appaiono evanescenti e sforzati. In “Mi tradì quell’alma ingrata” naufraga in più punti, quando i fiati non reggono i tempi già veloci staccati da Jacobs. La peggiore di tutto il cast (e forse la peggiore Donn'Anna dell'intera discografia dell'opera) è però Olga Pasichnyk: voce estremamente gutturale, emissione impastata, enormi difetti di pronuncia, agilità difficoltosa e pasticciata, centro povero, bassi inesistenti e acuti strillati e fissi come sirene, monocorde, incapace di legare e di tenere il fiato. Semplicemente pessima. Infine la Zerlina di Sunhae Im, una zanzarina leziosa e dalla voce piccolissima, che si assottiglia sempre di più man mano che sale, e che sparisce quando scende. Questo è il Don Giovanni nella revisione (assai libera) di René Jacobs, che verrà salutato dalla solita gragnula di premi e riconoscimenti che i nostri cugini d’oltralpe riservano ad ogni uscita dell’onnipotente direttore belga (tanto che sembrano creati apposta per lui e i suoi sodali), ma che non è altro che un ulteriore passo verso una preoccupante omologazione del teatro d’opera, in letture fondamentalmente antimusicali, poichè prescindono dal dato estetico dell’appagamento (belle voci e bel suono) che la penuria odierna di veri artisti impedisce. E allora - malcelato intento di questi filologi d'accatto - meglio modificare i canoni estetici con finzioni e costruzioni ideologiche, per garantire il magro esistente, piuttosto che porre rimedio a questa veloce decadenza. Ormai il mondo discografico è stato conquistato dal verbo baroccaro (dopo Mozart e Beethoven si estenderà a Rossini e chissà, pure al melodramma) e, dopo il mercato discografico, si appresta a monopolizzare anche i palcoscenici. Cosa resterà allora del piacere del belcanto? Chiudo con le parole di Daniel Barenboim, relative a questa trionfante pratica delle esecuzioni filologiche: “Ho due problemi con il cosiddetto pensiero dell’esecuzione filologia. Prima di tutto mi disturba il fatto che si tratta di un movimento, quindi di un’ideologia, di una visione del mondo, che più che porsi domande si dà l’aria di conoscere già le risposte. E quindi limita la creatività umana. Ciò non toglie che vi siano molti musicisti straordinari, dotati di incredibile talento, fra i colleghi che vi aderiscono. Però questo movimento ha in un certo senso isolato alcuni singoli elementi – il suono, il tempo – come se fossero indipendenti l’uno dall’altro. Penso che questa sia una sciocchezza colossale. In secondo luogo, e lo dico senza nessuna ironia, questa ideologia è riuscita a farsi passare per progressista. Ecco perchè ha così tanto successo, ecco il motivo del suo trionfo. Ma come può essere progressista qualcosa che invita a guardare indietro, per vedere com’erano le cose in passato?”
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