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venerdì 2 luglio 2010

Turandot all'Arena: 2a rappresentazione.

Nella Turandot areniana va in scena Giovanna Casolla e con lei ricompare il finale di Alfano, eliso per volontà del regista la sera dell’inaugurazione della stagione.
Rassicurante la pagoda zeffirelliana, in nuances di giallo e verde acqua, con la solita chincaglieria sparsa qua là, scene e controscene déjà-vue, pontili in legno ed altre cineserie sparse! Il povero melomane scaligero, ancora scosso dai ridicoli orrori del Walpurgys lituano, ritrova la serenità nel guardare per guardare, senza pensieri né spaventi. Ci si può anche abbandonare ad una serata da turisti, perchè semel in anno licet…., e ritrovare così un poco di quel sapore delle prime serate all’opera da ragazzini, nella conca dell’anfiteatro romano, a ricordare tutti quelli che si sono visti sbucare da quelle quinte nel corso degli anni…

Noi non siamo certo come un grazioso signore novantacinquenne, amico di un amico, che in occasione della prima della signora Guleghina, gli ha inventariato, quale preambolo all’elegante stroncatura della diva russa e a termine di paragone, le Turandot sentite dal vivo, da Bianca Scacciati a Gina Cigna, Gertrude Grob Prandl, la Callas, quindi la Nilsson e la Dimitrova, citando le maggiori. Gran curriculum per un utente dell’Arena, non c’è che dire!!
Lette le recensioni della prima, ce ne siamo andati un po’ per sport e un po’ per affezione a rivedere Giovanna Casolla, prefigurandoci lo sfracello scaligero che ci attende nella prossima stagione con altra protagonista. La signora arriva e canta, con tutto l’onere della sua età, che non è mica uno scherzo: canta onorevolmente, con acciacchi sensibili ed evidentissimi, ma onorevolmente. Il risultato è stato assai diverso dai naufragio del duo maschile del recente Faust, tanto per intenderci, perché ai momenti difficili si sono alternati ancora momenti assai validi, pure alcuni “numeri” da cantante di rango in forma ed il personaggio è uscito nella sua pienezza.
La cosa peggiore? Di certo l’entrata. Il legato non è mai stato sopraffino nemmeno negli anni d’oro, ma adesso le frasi escono spezzettate e soprattutto ghermite duramente negli attacchi, con suoni duri e chiocci. Poi, però, arrivano gli enigmi, e la signora cambia marcia. Alterna frasi aggressive a piani e pianissimi di grande effetto, che danno smalto al fraseggio e rendono la scena impressionante. La cantante esperta sa come si bara, e qui bara con classe e furbizia.
La cosa migliore? Il duetto finale. Sarà che dopo una certa età le signore impiegano parecchio a scaldarsi, sarà la scrittura del duetto….sta di fatto che lo ha proposto con una facilità cui il buon Berti poteva solo rispondere per il collo, mentre la signora gli stava di fronte fresca come un rosa! Eppoi, vera invenzione registica, i due si sono inventati un paio di gesti a distanza ravvicinata, fin tanto che la Principessa …si è seduta, perché alla sua età se lo può concedere.
E i do? Ci sono ancora…faticosi, non più grandi né facili come un tempo, ma tutto ancora funziona nel gran vuoto dell’arena quando arriva la signora Casolla, anche alla sua veneranda età, perché è sempre una “cantante” quando è in scena, in un mondo di gente che passa di lì per caso senz’arte né parte. Ecco, e di questi casi uno era proprio lì ier sera, ad agitarsi affannosamente, senza la capacità di dire un acca che avesse senso o che ci dicesse qualcosa. La signor Tamar Iveri, con tutte le sue velleità di soprano drammatico di agilità da Vespri Siciliani, ha cantato Liù con una voce al limite dell’udibile, pigolando acidamente e con ingenuità da apprendista del canto la prima aria; spinte con poco esito le frasi concitate “ Legatemi straziatemi…”, letteralmente compitata la morte di Liù. Nei tempi del simpatico novantaciquenne le Liù si chiamavamo Pampanini, Olivero, Carteri, Chiara, Scotto, Sighele......
Qui manca tutto per essere all’altezza dei propri impegni futuri, ma ciò che di più stupisce è il consenso intorno a questa cantante. Ma di quali Boccanegra, di quali Vespri stiamo parlando di fronte ad una voce che non ha né il peso né la punta né l’omogeneità di qual modello di correttezza di soprano lirico-leggero quale Alida Ferrarini?? Ma le sentiamo (anzi le sentono!) le voci prima di scritturarle o no??
Il signor Marco Berti è voce superdotata per volume e timbro, ma ahimè non per tecnica, si sa. Ogni tanto gli riesce di squillare anche (ha beccato il primo si bem della serata e gli è uscita una bomba dalla bocca! ), poi crolla miseramente sulla puntatura del “Ti voglio tutta ardente d’amor”: si capiva bene all’inizio della frase che non ci poteva arrivare nemmeno in sogno, attesi i suoni aperti con cui ha principiato la stessa. Ha cercato di “fraseggiare” nel primo atto, esibendo mezze voci, che sono falsetti purissimi ( pieni, però, perché la dote è notevole ..), poi da lì in poi ha innestato il forte e con quello è andato fino in fondo….alla sua maniera. Il personaggio esce piatto, l’eroe piuttosto loffio in assenza di squillo…ed è un peccato ma così è l’arte dei tenori spinti di oggi.
Il signor Carlo Cigni, mio assiduo ed affezionato lettore, ieri sera mi è piaciuto di più che non nella Lucia parmigiana. Il personaggio era giusto, sobrio e non caricaturale. La voce un po’ più sfogata, ma non è ancora là dove dovrebbe suonare. Ho sentito meno Ghiaurov, cioè meno stomaco. Credo che sia il centro da proiettare e sostenere di più, cercando di scurire meno la voce in modo artificioso, che non serve, perché tanto che sia un basso non c’è dubbio.
Pessime le tre maschere, e tra i pessimi il peggiore è stato il signor Bettoschi, che si sente pochissimo, ma quanto basta per capire che è tutto scombicchierato. Più sonori l’imperatore del signor Ceron e il mandarino del signor Ceriani.
Quanto al maestro Carella ha diretto con professionismo. L’orchestra è stata nella norma areniana, sicura ma non molto sonora rispetto al palco, con i fiati che arrivano più degli archi. I momenti migliori sono stati il finale II, e l’inizio del III, mentre e si è udita una certa fiacchezza nel primo atto, nella scena tra le maschere e Calaf, dove la buca deve tirare di più il palco che non gira. C’è però qualcosa nell’acustica che non mi pare più quella di un tempo, perché la buca si sente in maniera assai differente spostandosi dalle zone basse a quelle alte delle gradinate ed anche gli strumenti arrivano in maniera diversa.
Tutto secondo previsione, in una serata caldissima, e con i fan della Casolla che urlavano dalla platea “ Giovanna …Giovanna… Giovanna!!!!!! ” E come dar loro torto!

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martedì 28 aprile 2009

I Puritani di V.Bellini: Toulon ha fatto un sopracuto!


Viaggio francese del blog nella piccola e provinciale Toulon per i Puritani di Bellini, protagonisti due cantanti che, come sapete, apprezziamo molto, Jessica Pratt e Shalva Mukeria.
Con piacere vi abbiamo riconosciuto volti milanesi e genovesi ( krausiani di antica fede, spettatori che già furono a Bergamo l’ottobre scorso… ), a riprova che se i cantanti funzionano la gente si spinge sino al limite delle terre emerse pur di avere una serata di canto. E così Toulon ha fatto il suo sopracuto, ignoro se per caso o per scienza, poichè il canto, quello vero, di voce e di tecnica, ha trasformato la sala tardo ottocentesca del Municipal nel più grande teatro del mondo, perché lì si esibiva la migliore coppia oggi possibile nei panni di Elvira ed Arturo. E dico coppia, perché finalmente erano in due a duettare al terzo atto come all’amebeo di sortita, e non solo uno dei protagonisti, come sempre ci è accaduto di sentire negli ultimi anni.


Il che non è poco. Se poi alla coppia si aggiunge un buon baritono, il bilancio del cast vocale si fa straordinariamente alto ed interessante. Niente fole sull’allestimento, una sanissima mise en scene di provincia, senza infamia e senza lode, di quelle che vanno benissimo quando le cose funzionano ed il canto appaga il melomane vociomane, che è stato fatto felice a suon di colori, intenzioni espressive fino alla vera commozione, coloratura di forza e, perché no?, acuti e sopracuti. E di quelli della….Misericordia!!, cioè di quelli che ti tocca andare a tirar fuori la Sutherland e Kraus e pochi altri per superarli.

Che vi devo dire? Con buona pace degli esterofili intellettualoidi, rimbambiti dalle pappole sugli allestimenti intelligenti e “culturali”, o dei belanti seguaci di questo o quella diva di agenzia ( le ultime già in declino ancor prima di aver onorato i contratti che hanno firmato ), per cantare questi titoli ci vogliono qualità vocali e tecniche autentiche ed anche senso della musica e del canto, oltre che una grande capacità di amministrazione delle proprie forze fisiche ( …. perché concedere alla domenicale il richiesto bis del grande duettone del terzo atto, eseguito come da spartito di tradizione Ricordi, senza tagli furbeschi, sarebbe stato forse troppo per il signor tenore, atteso dal terrificante finale…..), sicchè questo è un terreno che fa la selezione, quella vera, tra chi sa e chi non sa cantare. Con il nome, la casa discografica, la silhouette, la prosopopea delle interviste, la pubblicità, ci fai ben poco, ed in fondo alla serata fai fatica ad arrivarci….se ci arrivi. Così accade che un teatro cui è capitato di scritturare due che sanno cantare, ossia un giovane brillante soprano ed un tenore assai poco capito ( perché, in un mondo di urlatori canta e non urla, ha l’abitudine di sfumare le frasi fino a farti piangere e di “esprimere” sempre…. oltre che fare acuti grandi come case…. ) abbia saputo regalarci una serata di gran canto. Di quello vero di una volta.

Il signor Mukeria non so se sia più impressionante per come canta o per come dimostra di pensare mentre canta. Razionale, lucido, controllato su ogni singola nota, non ripete mai la stessa frase due volte allo stesso modo, ma varia, trova colori ed accenti spesso inattesi e davvero nuovi. Ed amministra se stesso nella maratona di Arturo per arrivare al grande finale con l’energia che il canto romantico richiede in quell’atto. L’accento nasce dal pensiero, ma suona spontaneo, immediato e vero, perché così è il grande belcantista, che rende spontaneo ciò che è frutto del calcolo. Il suo Arturo è nobile e squillante nella nenia di ingresso, cantata con voce ampia e robusta ma chiarissima. Il do diesis una vera bomba. Eroico e virile. Ed il terzo atto, come vi ho detto, è per me il suo capolavoro, per la capacità espressiva che il grande tenore sfoggia all’aria della fonte, per la malinconia struggente che esprime, l’accento lirico e lo slancio con cui canta il duettone, acuti inclusi, e doma il tremendo finale. Nessun tenore oggi gli può stare al pari in questo repertorio.

La signorina Pratt ha aggiunto alla sua Elvira quello che mancava a Bergamo, ossia il centro della voce: zona alta e zona centrale sono ora egualmente ampie, ed il legato bello e facile in zona centrale. Ha eseguito la polacca integrale, riccamente variata e sfoggiando gran facilità nella coloratura minuta. Il finale primo che era il momento migliore della Elvira di Bergamo e la pazzia sono state eseguite con grande rispetto del legato, dei segni di espressione e delle esigenze che la vocalità della protagonista oltretutto illuminata da acuti e sovracuti penetranti, proiettati e facilissimi. E lo stesso valga per l’esecuzione delle agilità di forza della cabaletta della pazzia. Tutti momenti che riportano a gusto, vocalità di altri tempi oggi, a torto dimenticati dalla più parte degli esecutori. In questo senso miss Pratt va assolutamente controcorrente. Non si può fare diversamente perché i Puritani, ma anche Sonnambula, Maria di Rohan o Don Pasquale, per citare i primi titoli che la coppia Mukeria-Pratt potrebbe affrontare, sono titoli che non si devono proporre con le idee “alla moda”.

Il signor Pogossov, russo perfezionatosi alla scuola del Met, canta con bel garbo e accento appropriato. Di bell’aspetto, canta con misura, cerca la linea di canto elegante, ha buone agilità ed acuti di discreta qualità. La voce non è grandissima, ma ha buona sonorità, adatta a questo repertorio. Il punto debole è stato forse la sezione lenta della scena del primo atto, perché difetta un po’ nel timbro, mentre la cabaletta è stata eseguita con agilità davvero molto belle. Molto buono anche il duetto con Giorgio, dove è stato in grado anche di risparmiarci quegli acuti beceri che ci capita quasi sempre di subire dai baritoni in questa scena.

Senza infamia e senza lode il Giorgio di Wojtek Smilek, mentre di gran voce, sebbene in difetto di regalità, l’Enrichetta di Cécile Galois.

Il maestro Carella ha diretto l’opera come ad Amsterdam, sotto l’egida delle prescrizioni di metronomo, speditissime, lasciateci da Vincenzo Bellini e dai suoi collaboratori e fornitegli da F. Della Seta, curatore dell’edizione critica. Soltanto che la qualità del complesso orchestrale e corale del teatro di Toulon è assai diverso da quello della Nederlandse Opera di Amsterdam, ed il risultato non è stato esattamente dello stesso livello. I tempi del canto erano belli, sostenuti e gestiti con varietà di colori, mentre mi sono piaciuti meno i cori, troppo meccanici e veloci.

Direction musicale Giuliano Carella
Mise en scène Charles Roubaud
Assistant à la mise en scène Bernard Monforte
Décors Isabelle Partiot
Costumes Katia Duflot
Lumières Marc Vellutini

Elvire Walton (Elvira), Jessica Pratt
La Reine Henriette (Enrichetta), Cécile Galois
Lord Arthur Talbot (Arturo), Shalva Mukeria
Sir Richard Forth (Riccardo), Rodion Pogossov
Sir George Walton (Giorgio), Wojtek Smilek
Lord Walter Walton (Gualitiero), Nika Guliashvili
Bruno, Adrian Strooper

Orchestre et chœur de l’Opéra de Toulon

Coproduction de l’Opéra-Théâtre d’Avignon et des pays de Vaucluse, l’Opéra de Marseille, l’Opéra Royal de Wallonie et le Washington Opera




Gli ascolti

Bellini - I puritani


Atto II - O rendetemi la speme...Qui la voce sua soave...Vien diletto - Jessica Pratt

Atto III - Son salvo, alfin...Finì, me lassa...Vieni fra queste braccia - Shalva Mukeria & Jessica Pratt

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domenica 22 giugno 2008

Tosca all'Arena di Verona: One woman show

La Tosca rappresentata ieri sera all'Arena di Verona aveva, sulla carta, almeno due motivi d'interesse: la presenza nel cast di "nomi" quali Daniela Dessì, ricondotta al Novecento dopo la zoppicante parentesi belliniana, e Marcelo Alvarez e la ripresa della regia di Hugo de Ana, peraltro già immortalata da un dvd areniano con Fiorenza Cedolins e il suddetto Alvarez. Stupisce quindi aver dovuto vedere la platea e le gradinate veronesi così sguarnite di pubblico, specie ora che, passato il maltempo, il tepore delle notti invita ai divertimenti all'aria aperta. Ma così è.
Inutile girarci intorno: ieri sera la performance della signora Dessì è stata l'unica ragione per seguire sino alla fine lo spettacolo areniano. Spettacolo che il pubblico ha del resto applaudito, alla fine, piuttosto alla svelta, e non certo per l'ora antelucana (a mezzanotte e trenta Floria si era buttata di sotto, o meglio, come vedremo, era stata assunta in cielo) ma per un senso di generale precarietà e scarso impatto della rappresentazione.

Giuliano Carella ha concertato senza eccessiva fantasia, qualche sbavatura (come da tradizione areniana) ma sempre con grande rispetto degli interpreti e delle loro esigenze, dovendosi armare di santa pazienza soprattutto con Alvarez, che particolarmente nell'assolo del terzo atto ha un po', come usa dirsi, fatto di testa propria in fatto di scansione musicale, con il direttore che aveva il suo da fare nell'accompagnare le intemperanze ritmiche e d'intonazione del tenore argentino. La voce baciata da Madre Natura non ha in Arena grande rilevanza, appurato che l'acustica permette alla voci di raggiungere gli spalti solo se queste ultime sono emesse e gestite come arte insegna e prescrive. Il che non è il caso di Alvarez, che scambia la vociferazione per generosità espressiva e risulta grosso, ma poco o punto sonoro, tanto che il Vittoria! Vittoria!, tenuto allo spasimo, dà luogo a una serie di suoni di ridotto volume e assai imprecisi dal punto di vista dell'intonazione. Nessun applauso a scena aperta per lui in un punto che, soprattutto in Arena, non usa lasciare indifferente il pubblico. La sortita è affrontata con piglio canzonettistico, il canto brilla generalmente per assenza di colori e sfumature che non siano i suoni malfermi e sbiancati propinati ad esempio in O dolci mani, che insistendo sul passaggio mette in impietoso rilievo le carenze tecniche di Marcelo. Per sottolineare quelle sceniche basta invece il duetto finale, durante il quale Alvarez barcolla come in preda al mal di mare. Pavarotti, altro conclamato sacco di patate, aveva se non altro la decenza di spostarsi il meno possibile.

Con siffatto sfascio la prova di Daniela Dessì, per quanto imperfetta, non può che contrastare fatalmente. La voce, più leggera per peso e consistenza rispetto a quella del tenore, arriva con facilità incomparabilmente maggiore, anche e anzi direi soprattutto quando la signora ha da cantare fuori scena, rectius sul retro dell'ingrombrante scenografia. Sonorissimi risultano i mi bemolle dei Mario! iniziali. Se la fascia acuta stride non poco e scende spesso a patti con l'intonazione (il do della lama, sebbene puntiforme, è comunque corretto), i centri hanno una solidità che sfida l'impatto del tempo e la naturale usura, risultando basilari per un Vissi d'arte che la Dessì, senza essere la grande fraseggiatrice che peraltro mai è stata, porta a casa con onestà e professionismo, un accorto dosaggio dei fiati e un apprezzabile impiego di pianissimi e mezzevoci. Bene fa il pubblico a chiederle il bis, prontamente concesso. Abbiamo invece qualche dubbio sull'opportunità di invocare la ripetizione di E lucevan le stelle, se non altro perché Alvarez ne approfitta per dar vita a un ignobile siparietto di arte varia: dapprima invoca un bicchier d'acqua, strabuzzando e roteando gli occhi rivolto al retropalco, e poi intercetta una bottiglietta che gli viene lanciata da un professore d'orchestra. Segue bis, puntualmente a squarciagola. Malinconico notare come, della generosità di altri tempi e ben altri interpreti, il simpatico Marcelo trattenga solo l'aspetto più becero: non perché siamo all'interno di un circo dovrebbe essere permesso a un artista lirico di fare il pagliaccio.
Per tornare alla prova della Dessì, se strappa la sufficienza per la performance strettamente vocale (vista anche la miseria del contesto), l'attrice è gravemente deficitaria. Pacifiche le origini popolane di Floria, ma la diva della Roma papalina dovrebbe star in scena con un minimo di allure e non sembrare la Rosetta di Rugantino in maschera per il Carnevale. Particolarmente fuori luogo il finale del secondo atto, in cui l'assassina del Capo della Polizia vaticana abbandona Palazzo Farnese ancheggiando come una soubrettina da poco entrata nelle grazie del capocomico.

Su Alberto Mastromarino, anche lui tutt'altro che un prodigio di finezza, possiamo dire solo che ne benediciamo la scarsa proiezione, che gli impedisce di rovinare fatalmente il finale primo. La voce, di per sé tutt'altro che piccola, giunge a tratti (una frase su cinque, in media): quanto basta a non volerne sentire di più. Quanto al secondo atto, abbiamo trovato semplicemente avvilente il suo "ringhio di conversazione". Il tanto vituperato Gobbi è, al paragone, un emulo di Battistini. Inudibili i comprimari, con l'eccezione di Nicolò Ceriani (Sciarrone), vocalmente più a fuoco del suo principale.

De Ana crea uno spazio astratto dominato da una gigantesca statua di San Michele Arcangelo, ridotta a puzzle. La chiesa sembra un magazzino invaso da vescovi, Scarpia cena su alcuni catafalchi (ricordo della Lucrezia Borgia scaligera) e alla fine Floria entra nella testa dell'Angelo per riemergerne subito dopo alla sommità, con notevole effetto plastico. Per il resto la scena è dominata da cannoni che sparano sovente (non solo all'annuncio della fuga di Angelotti) e ammennicoli religiosi di varia foggia e gusto, ivi compresa una croce a cui viene appoggiato Mario al momento della fucilazione. Misteriosa permane la presenza ai primi due atti di carabinieri che al terzo si mutano in ussari. Trovarobato di altissima classe, insomma, ma forse la disponibilità di uno scenario "naturale" come l'Arena meriterebbe maggiore sobrietà e più contenuti autoimprestiti. Posto che una regia, nel vero senso della parola, non c'è, come dimostra il confuso deambulare dei cantanti lungo lo stretto corridoio che funge da scena.

Antonio Tamburini (in collaborazione con Adolphe Nourrit)

Puccini - Tosca

Atto I
Recondita armonia - Renato Cioni
Mario! Mario! Mario! - Raina Kabaivanska & José Carreras
Tre sbirri, una carrozza - George London

Atto II
Ed or fra noi parliam da buoni amici...Vittoria! Vittoria! - Raina Kabaivanska, José Carreras & Renato Bruson
Vissi d'arte - Antonietta Stella

Atto III
E lucevan le stelle - Jaime Aragall

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