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giovedì 25 agosto 2011

La Bohéme all'Arena di Verona

Mi scrive il nostro amico G.B. Mancini da Verona, ove, fermandosi lungo la via che mena al Brennero, ha assistito per caso ad una moderna rappresentazione di questo famoso titolo del bravissimo maestro Puccini. Sentite un po' che mi ha narrato della sua serata nell'augusto anfiteatro.



Serata noiosa ed incolore questa trascorsa all’Arena di Verona, cui mi ha condotto la curiosità di ascoltare insieme due delle voci liriche più distinte dell’ultimo ventennio. Mi sarei aspettato qualcosa in più da siffatto cartellone blasonato.
Marcelo Alvarez nei panni di Rodolfo ha mostrato una voce di timbro ancora ricco e sano nella gamma centrale, ma molto involgarita ed accorciata nella zona acuta, con sgradevoli suoni nasali in zona di passaggio e sovente legnosi e sguaiati già dai primi acuti , oltre i quali di fatto il tenore argentino non ha potuto spingersi. L’aria, infatti, è stata abbassata di almeno mezzo tono, mentre è stata prudentemente evitata la puntatura al do acuto all’unisono col soprano, al termine del primo atto. L’interprete poi è quello di sempre, trasandato nel canto (rozzo nel legato ed arido di sfumature), grossolano e generico nel fraseggio, volgare nel gusto (davvero brutta la Gelida Manina cantata a squarciagola stando seduto a cavalcioni sullo schienale di una sedia, a gambe aperte). Resta la dote naturale a consentirgli di vociare con generosità, con parole aperte e scandite, secondo il più caricaturale e vulgato stereotipo del canto all’italiana. Il pubblico, però, sembra apprezzare.
A poeta sì aggraziato fa pendant la Mimì di Fiorenza Cedolins, fin troppo discreta come interprete, garbata nello stile, ma devastata nell’impianto vocale. L’eccessivo compiacimento in zona centrale, dove la voce mantiene ancora un certo corpo ed una bella morbidezza di timbro, comporta una completa sordità in zona grave ed eccessive prudenze nella salita all’acuto, con note sul secondo passaggio indietro e sfocate. Imbarazzante l’acuto in chiusa al prim’atto, quasi un falsettino, incerto nell’intonazione. I tempi generalmente lenti probabilmente la aiutano a preparare con prudenza la salita ai si bemolle e si naturali di cui la parte è costellata, ma la preoccupazione evidente di riuscire a fare le note toglie alle arcate melodiche tutta la loro carica di lirismo. Togliere slancio e lirismo a Mimì significa falsare il carattere del personaggio. L’emissione ovattata rende irriconoscibili le parole, il fraseggio è assente o generico, scarsi i colori. Ne esce un personaggio piatto e noioso. Una prova insomma decisamente pallida, di quelle che non lasciano alcun segno.
Senza infamia e senza lode il Marcello di Luca Salsi, la cui prestazione si può definire accettabile solo considerando il misero standard a cui il canto baritonale ci ha abituati a partire dal secondo dopoguerra. Un canto quindi monocorde, piatto, massiccio nella misura in cui lo consente una voce di scarsa risonanza (come tutte le voci di questa Bohème).
Vincenzo Taormina nei panni di Schaunard dà una buona prova di recitazione, ma più che cantare parla, mentre Deyan Vatchkov è un filosofo svociato ed ingolfato, in linea con la prassi canora odierna nella corda di basso.
Musetta è Natalya Kraevsky, che, ad onta di una buona presenza scenica, canta con voce malferma e sgarbata, emettendo grida scomposte in zona acuta (tremendo il valzer). L’interprete poi è del tutto priva di grazia ed eleganza.
Discreti i comprimari, bravi i bambini del coro, uno dei quali nell’intervento solo “Vo’ la tromba, il cavallin!” ha fatto sentire il suono più “avanti” e sonoro di tutta la recita.
John Neschling ha diretto con tempi generalmente lenti e colori che a noi non sono pervenuti, sicuramente a causa dell’acustica problematica dell’anfiteatro. Sono pervenuti invece i frequenti scollamenti tra buca e palco, con i solisti che andavano spesso per conto proprio, e le entrate dei cori nel secondo atto tutte fuori tempo.
Gradevole lo spettacolo di Arnaud Bernard, belli i costumi, essenziali ma efficaci le scene di William Orlandi, incardinate sul colore bianco, a suggerire un’atmosfera surreale e fuori dal mondo, fatta di sogni e ricordi.
Il pubblico non numeroso ha elargito come al solito copiosi applausi a tutta la compagnia.
19.VIII.2011

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venerdì 2 luglio 2010

Turandot all'Arena: 2a rappresentazione.

Nella Turandot areniana va in scena Giovanna Casolla e con lei ricompare il finale di Alfano, eliso per volontà del regista la sera dell’inaugurazione della stagione.
Rassicurante la pagoda zeffirelliana, in nuances di giallo e verde acqua, con la solita chincaglieria sparsa qua là, scene e controscene déjà-vue, pontili in legno ed altre cineserie sparse! Il povero melomane scaligero, ancora scosso dai ridicoli orrori del Walpurgys lituano, ritrova la serenità nel guardare per guardare, senza pensieri né spaventi. Ci si può anche abbandonare ad una serata da turisti, perchè semel in anno licet…., e ritrovare così un poco di quel sapore delle prime serate all’opera da ragazzini, nella conca dell’anfiteatro romano, a ricordare tutti quelli che si sono visti sbucare da quelle quinte nel corso degli anni…

Noi non siamo certo come un grazioso signore novantacinquenne, amico di un amico, che in occasione della prima della signora Guleghina, gli ha inventariato, quale preambolo all’elegante stroncatura della diva russa e a termine di paragone, le Turandot sentite dal vivo, da Bianca Scacciati a Gina Cigna, Gertrude Grob Prandl, la Callas, quindi la Nilsson e la Dimitrova, citando le maggiori. Gran curriculum per un utente dell’Arena, non c’è che dire!!
Lette le recensioni della prima, ce ne siamo andati un po’ per sport e un po’ per affezione a rivedere Giovanna Casolla, prefigurandoci lo sfracello scaligero che ci attende nella prossima stagione con altra protagonista. La signora arriva e canta, con tutto l’onere della sua età, che non è mica uno scherzo: canta onorevolmente, con acciacchi sensibili ed evidentissimi, ma onorevolmente. Il risultato è stato assai diverso dai naufragio del duo maschile del recente Faust, tanto per intenderci, perché ai momenti difficili si sono alternati ancora momenti assai validi, pure alcuni “numeri” da cantante di rango in forma ed il personaggio è uscito nella sua pienezza.
La cosa peggiore? Di certo l’entrata. Il legato non è mai stato sopraffino nemmeno negli anni d’oro, ma adesso le frasi escono spezzettate e soprattutto ghermite duramente negli attacchi, con suoni duri e chiocci. Poi, però, arrivano gli enigmi, e la signora cambia marcia. Alterna frasi aggressive a piani e pianissimi di grande effetto, che danno smalto al fraseggio e rendono la scena impressionante. La cantante esperta sa come si bara, e qui bara con classe e furbizia.
La cosa migliore? Il duetto finale. Sarà che dopo una certa età le signore impiegano parecchio a scaldarsi, sarà la scrittura del duetto….sta di fatto che lo ha proposto con una facilità cui il buon Berti poteva solo rispondere per il collo, mentre la signora gli stava di fronte fresca come un rosa! Eppoi, vera invenzione registica, i due si sono inventati un paio di gesti a distanza ravvicinata, fin tanto che la Principessa …si è seduta, perché alla sua età se lo può concedere.
E i do? Ci sono ancora…faticosi, non più grandi né facili come un tempo, ma tutto ancora funziona nel gran vuoto dell’arena quando arriva la signora Casolla, anche alla sua veneranda età, perché è sempre una “cantante” quando è in scena, in un mondo di gente che passa di lì per caso senz’arte né parte. Ecco, e di questi casi uno era proprio lì ier sera, ad agitarsi affannosamente, senza la capacità di dire un acca che avesse senso o che ci dicesse qualcosa. La signor Tamar Iveri, con tutte le sue velleità di soprano drammatico di agilità da Vespri Siciliani, ha cantato Liù con una voce al limite dell’udibile, pigolando acidamente e con ingenuità da apprendista del canto la prima aria; spinte con poco esito le frasi concitate “ Legatemi straziatemi…”, letteralmente compitata la morte di Liù. Nei tempi del simpatico novantaciquenne le Liù si chiamavamo Pampanini, Olivero, Carteri, Chiara, Scotto, Sighele......
Qui manca tutto per essere all’altezza dei propri impegni futuri, ma ciò che di più stupisce è il consenso intorno a questa cantante. Ma di quali Boccanegra, di quali Vespri stiamo parlando di fronte ad una voce che non ha né il peso né la punta né l’omogeneità di qual modello di correttezza di soprano lirico-leggero quale Alida Ferrarini?? Ma le sentiamo (anzi le sentono!) le voci prima di scritturarle o no??
Il signor Marco Berti è voce superdotata per volume e timbro, ma ahimè non per tecnica, si sa. Ogni tanto gli riesce di squillare anche (ha beccato il primo si bem della serata e gli è uscita una bomba dalla bocca! ), poi crolla miseramente sulla puntatura del “Ti voglio tutta ardente d’amor”: si capiva bene all’inizio della frase che non ci poteva arrivare nemmeno in sogno, attesi i suoni aperti con cui ha principiato la stessa. Ha cercato di “fraseggiare” nel primo atto, esibendo mezze voci, che sono falsetti purissimi ( pieni, però, perché la dote è notevole ..), poi da lì in poi ha innestato il forte e con quello è andato fino in fondo….alla sua maniera. Il personaggio esce piatto, l’eroe piuttosto loffio in assenza di squillo…ed è un peccato ma così è l’arte dei tenori spinti di oggi.
Il signor Carlo Cigni, mio assiduo ed affezionato lettore, ieri sera mi è piaciuto di più che non nella Lucia parmigiana. Il personaggio era giusto, sobrio e non caricaturale. La voce un po’ più sfogata, ma non è ancora là dove dovrebbe suonare. Ho sentito meno Ghiaurov, cioè meno stomaco. Credo che sia il centro da proiettare e sostenere di più, cercando di scurire meno la voce in modo artificioso, che non serve, perché tanto che sia un basso non c’è dubbio.
Pessime le tre maschere, e tra i pessimi il peggiore è stato il signor Bettoschi, che si sente pochissimo, ma quanto basta per capire che è tutto scombicchierato. Più sonori l’imperatore del signor Ceron e il mandarino del signor Ceriani.
Quanto al maestro Carella ha diretto con professionismo. L’orchestra è stata nella norma areniana, sicura ma non molto sonora rispetto al palco, con i fiati che arrivano più degli archi. I momenti migliori sono stati il finale II, e l’inizio del III, mentre e si è udita una certa fiacchezza nel primo atto, nella scena tra le maschere e Calaf, dove la buca deve tirare di più il palco che non gira. C’è però qualcosa nell’acustica che non mi pare più quella di un tempo, perché la buca si sente in maniera assai differente spostandosi dalle zone basse a quelle alte delle gradinate ed anche gli strumenti arrivano in maniera diversa.
Tutto secondo previsione, in una serata caldissima, e con i fan della Casolla che urlavano dalla platea “ Giovanna …Giovanna… Giovanna!!!!!! ” E come dar loro torto!

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venerdì 27 giugno 2008

Nabucco all'Arena di Verona : Viva Nabucco!

Ripresa della nuova produzione dello scorso anno affidata a Denis Krief anche questo Nabucco, come la Tosca dell'altra sera, trova la sua ragion d’essere nei due nomi protagonisti, il grande Leo Nucci, Maria Guleghina e nel direttore d’orchestra, Daniel Oren, anch’egli dalla lunga frequentazione con Nabucco e con l’Arena.

Ne dovrebbe sortire uno spettacolo di grande effetto, invece, salvo il coro, qualche sprazzo dell’orchestra e alcuni momenti del mattatore Leo Nucci, la serata è stat priva di grandi momenti.
Innanzitutto vale spendere due parole sulla regia di Denis Krief, ennesimo genio-innovatore-rivoluzionario del teatro di regia, che, alle prese con un’opera che da Arena decisamente sarebbe, ovviamente rinuncia a qualsiasi seppur minimo tentativo di essere tradizionale per cercare un vuoto modernismo, che oggi pare ancor più l’apoteosi del visto e dello stravisto, del banale e dell’inutile.
Un’enorme struttuta metallica bianca campeggia sul palcoscenico con dei libri al suo interno, a rappresentare una biblioteca, simbolo della cultura degli ebrei, al cui lato si trovano una serie di cilindri tagliati a metà, che dovrebbero in qualche modo rappresentare i babilonesi…o queste almeno erano le intenzioni del regista. I costumi sono rigorosamente verde militare, marrone o neri, unica eccezione il bianco di Fenena, ed è la solita riproposizione di cappotti, vestaglie, palandrane, kimoni visti in svariati spettacoli che possono andare dall’Orfeo di Monteverdi alla Lucia di Lammermoor al Cavaliere della rosa. I babilonesi marciano alla maniera dei cosacchi e al terzo atto Abigaille e il coro femminile di sue seguaci sono vestite in maniera punk, con una grossa parrucca leonina alla Tina Turner che fa sembrare la Guleghina una Loredana Bertè dell’opera. In aggiunta qualche luce rossa al neon, la cui simbologia non sappiamo decifrare.
Di regia vera e propria non ve n’è affatto, nessun lavoro sugli interpreti, molto tradizionali nello stare in scena, nel bene e nel male, nessun idea originale, a meno che l’idea originale non fosse quella di far cantare il Va’ pensiero (benissimo eseguito dal coro e da Oren e bissato come di tradizione) nella struttura metallica-biblioteca.
Ci chiediamo francamente il senso di una simile non-regia, che non è innovativa e non è originale. I cosiddetti geni delle regie moderne di regie vere e proprie ne fanno sempre meno, limitandosi invece piuttosto a inserire paccottiglia quinci e quivi senza un minimo di logica pretendendo di spacciarla per arte. In realtà, almeno nell’opinione di chi scrive, non vi è molta differenza fra una regia come questa e il vecchio “Si entra da destra, si esce da sinistra, il coro entra dal centro”. Solo una, la seconda è culturalmente molto più onesta, sebbene non giustifichi.... un lauto cachet!
A capeggiare il cast, più in forma che nel recente Macbeth scaligero, Leo Nucci, che arriva spavaldo a cavallo, facendo capire fin da subito che la grinta non gli sarebbe mancata neanche per questa serata areniana. Il canto è ancora buono, la voce molto sonora, i rilievi del tempo si sentono nell’intonazione, non sempre precisa, e nei frequenti portamenti che miniano l’intonazione più di una volta. Il suo Nabucco non brilla per finezze, si esprime, anzi, quasi sempre sul forte o sul mezzo-forte. Il recente esempio della rozzezza di Lucic-Rigoletto induce a non essere troppo severi con il vero leone dell’Arena, ultimo baluardo insieme a Bruson, di un professionismo della corda baritonale che si sta vieppiù perdendo.
Insieme a Nucci trionfatrice della serata è stata Maria Guleghina, che ha, a dire il vero, solo il merito di avere una voce importante (in un mondo in cui famose, ma non certo brave, Lady Macbeth hanno il volume di Mimì), più grossa che grande e tecnicamente decisamente non irreprensibile. L’aggressività con la quale decide di caratterizzare Abigaille la spinge a cantare quasi sempre forte e fortissimo, spingendo e spesso gridando. I tentativi di cantare piano, come in Anch’io dischiuso un giorno, o nel finale, sono rovinati a causa delle mende tecniche, che fan sì che la voce si spezzi in più di un punto e che non emetta dei veri e propri pianissimi, quanto, invece, dei suoni falsettati e ingolati. L’intonazione poi, non è mai pulita, gli acuti sono spesso calanti e lo sono anche alcuni suoni centrali (nella sezione centrale del duetto con Nabucco marcatamente). E vale la pena notare che il notevole volume dei primi due atti al terzo è sensibilmente ridotto, causa, forse, la fatica di un canto tanto forzato. Fa storcere il naso pensare che una cantante con grossi problemi di dinamica e senza alcuna fantasia interpretativa sarà la nuova Adriana Lecouvreur del Metropolitan di New York….....sic!
Roberto Scandiuzzi come Zaccaria mostra più evidentemente i segni del tempo. La voce suona alle volte ingolata, nella zona medio-acuta e nel grave estremo si producono suoni malfermi, mentre alcuni acuti, come quello che conclude la profezia, sono fibrosi e duri. Né si puo’ dire, con queste premesse, che il personaggio e l’altera sacralità del sacerdote ebraico, siano venuti fuori in qualche modo. La coppia di innamorati Fenena-Ismaele era composta da Rossana Rinaldi e Valter Borin. La prima non riesce a brillare nel breve ruolo di Fenena, in scena piuttosto come la Maddalena del Rigoletto, e con più di un problema nella linea vocale, che inficiano la riuscita dell’arioso Oh dischiuso è il firmamento, coronato da un acuto strozzato e fisso. Valter Borin, invece, proprio negli acuti di Ismaele spera e affronta ogni nota dal fa diesis al la come si trattasse del do della Pira, con una voce però da lirico-leggero, una esagerata veemenza, senz perciò convincere più di tanto. Completava il cast il buon sacerdote di Belo di Carlo Striuli e la coppia Anna-Abdallo.
Molto bello il suono dell’orchestra, guidata dalla mano esperta di Daniel Oren, un po’ generico e con la tendenza ai tempi rapidi, che ha trovato i suoi momenti migliori nei brani più concitati dell’opera, perdendo però la sacralità di momenti come la profezia di Zaccaria, letteralmente tirata via, forse anche per favorire l’inteprete, alquanto in difficoltà. Come già detto, molto bene il coro che si guadagna le ovazioni del Va’ pensiero, bissato come di consueto.
Una nota di merito al solito entusista clacqueur dell’Arena, che ha dispensato superlativi assoluti agli interpreti di Tosca e di questo Nabucco, concludendo le rappresentazioni con due sentimentali Viva Puccini ! e Viva Verdi!. Un piccolo protagonista dell’Arena.


Gli ascolti

Verdi - Nabucco

Parte I
Prode guerrier - Olivia Stapp, Gordon Greer & Susan Quittmeyer
Tremin gl'insani - Matteo Manuguerra, Adelaida Negri & Rouel Beukers

Parte III
Donna, chi sei? - Renato Bruson & Christine Deutekom
Del futuro nel buio discerno - Bonaldo Giaiotti

Parte IV
Dio di Giuda...Cadran, cadranno i perfidi - Paolo Silveri
Su me...morente...esanime - Caterina Mancini


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domenica 22 giugno 2008

Tosca all'Arena di Verona: One woman show

La Tosca rappresentata ieri sera all'Arena di Verona aveva, sulla carta, almeno due motivi d'interesse: la presenza nel cast di "nomi" quali Daniela Dessì, ricondotta al Novecento dopo la zoppicante parentesi belliniana, e Marcelo Alvarez e la ripresa della regia di Hugo de Ana, peraltro già immortalata da un dvd areniano con Fiorenza Cedolins e il suddetto Alvarez. Stupisce quindi aver dovuto vedere la platea e le gradinate veronesi così sguarnite di pubblico, specie ora che, passato il maltempo, il tepore delle notti invita ai divertimenti all'aria aperta. Ma così è.
Inutile girarci intorno: ieri sera la performance della signora Dessì è stata l'unica ragione per seguire sino alla fine lo spettacolo areniano. Spettacolo che il pubblico ha del resto applaudito, alla fine, piuttosto alla svelta, e non certo per l'ora antelucana (a mezzanotte e trenta Floria si era buttata di sotto, o meglio, come vedremo, era stata assunta in cielo) ma per un senso di generale precarietà e scarso impatto della rappresentazione.

Giuliano Carella ha concertato senza eccessiva fantasia, qualche sbavatura (come da tradizione areniana) ma sempre con grande rispetto degli interpreti e delle loro esigenze, dovendosi armare di santa pazienza soprattutto con Alvarez, che particolarmente nell'assolo del terzo atto ha un po', come usa dirsi, fatto di testa propria in fatto di scansione musicale, con il direttore che aveva il suo da fare nell'accompagnare le intemperanze ritmiche e d'intonazione del tenore argentino. La voce baciata da Madre Natura non ha in Arena grande rilevanza, appurato che l'acustica permette alla voci di raggiungere gli spalti solo se queste ultime sono emesse e gestite come arte insegna e prescrive. Il che non è il caso di Alvarez, che scambia la vociferazione per generosità espressiva e risulta grosso, ma poco o punto sonoro, tanto che il Vittoria! Vittoria!, tenuto allo spasimo, dà luogo a una serie di suoni di ridotto volume e assai imprecisi dal punto di vista dell'intonazione. Nessun applauso a scena aperta per lui in un punto che, soprattutto in Arena, non usa lasciare indifferente il pubblico. La sortita è affrontata con piglio canzonettistico, il canto brilla generalmente per assenza di colori e sfumature che non siano i suoni malfermi e sbiancati propinati ad esempio in O dolci mani, che insistendo sul passaggio mette in impietoso rilievo le carenze tecniche di Marcelo. Per sottolineare quelle sceniche basta invece il duetto finale, durante il quale Alvarez barcolla come in preda al mal di mare. Pavarotti, altro conclamato sacco di patate, aveva se non altro la decenza di spostarsi il meno possibile.

Con siffatto sfascio la prova di Daniela Dessì, per quanto imperfetta, non può che contrastare fatalmente. La voce, più leggera per peso e consistenza rispetto a quella del tenore, arriva con facilità incomparabilmente maggiore, anche e anzi direi soprattutto quando la signora ha da cantare fuori scena, rectius sul retro dell'ingrombrante scenografia. Sonorissimi risultano i mi bemolle dei Mario! iniziali. Se la fascia acuta stride non poco e scende spesso a patti con l'intonazione (il do della lama, sebbene puntiforme, è comunque corretto), i centri hanno una solidità che sfida l'impatto del tempo e la naturale usura, risultando basilari per un Vissi d'arte che la Dessì, senza essere la grande fraseggiatrice che peraltro mai è stata, porta a casa con onestà e professionismo, un accorto dosaggio dei fiati e un apprezzabile impiego di pianissimi e mezzevoci. Bene fa il pubblico a chiederle il bis, prontamente concesso. Abbiamo invece qualche dubbio sull'opportunità di invocare la ripetizione di E lucevan le stelle, se non altro perché Alvarez ne approfitta per dar vita a un ignobile siparietto di arte varia: dapprima invoca un bicchier d'acqua, strabuzzando e roteando gli occhi rivolto al retropalco, e poi intercetta una bottiglietta che gli viene lanciata da un professore d'orchestra. Segue bis, puntualmente a squarciagola. Malinconico notare come, della generosità di altri tempi e ben altri interpreti, il simpatico Marcelo trattenga solo l'aspetto più becero: non perché siamo all'interno di un circo dovrebbe essere permesso a un artista lirico di fare il pagliaccio.
Per tornare alla prova della Dessì, se strappa la sufficienza per la performance strettamente vocale (vista anche la miseria del contesto), l'attrice è gravemente deficitaria. Pacifiche le origini popolane di Floria, ma la diva della Roma papalina dovrebbe star in scena con un minimo di allure e non sembrare la Rosetta di Rugantino in maschera per il Carnevale. Particolarmente fuori luogo il finale del secondo atto, in cui l'assassina del Capo della Polizia vaticana abbandona Palazzo Farnese ancheggiando come una soubrettina da poco entrata nelle grazie del capocomico.

Su Alberto Mastromarino, anche lui tutt'altro che un prodigio di finezza, possiamo dire solo che ne benediciamo la scarsa proiezione, che gli impedisce di rovinare fatalmente il finale primo. La voce, di per sé tutt'altro che piccola, giunge a tratti (una frase su cinque, in media): quanto basta a non volerne sentire di più. Quanto al secondo atto, abbiamo trovato semplicemente avvilente il suo "ringhio di conversazione". Il tanto vituperato Gobbi è, al paragone, un emulo di Battistini. Inudibili i comprimari, con l'eccezione di Nicolò Ceriani (Sciarrone), vocalmente più a fuoco del suo principale.

De Ana crea uno spazio astratto dominato da una gigantesca statua di San Michele Arcangelo, ridotta a puzzle. La chiesa sembra un magazzino invaso da vescovi, Scarpia cena su alcuni catafalchi (ricordo della Lucrezia Borgia scaligera) e alla fine Floria entra nella testa dell'Angelo per riemergerne subito dopo alla sommità, con notevole effetto plastico. Per il resto la scena è dominata da cannoni che sparano sovente (non solo all'annuncio della fuga di Angelotti) e ammennicoli religiosi di varia foggia e gusto, ivi compresa una croce a cui viene appoggiato Mario al momento della fucilazione. Misteriosa permane la presenza ai primi due atti di carabinieri che al terzo si mutano in ussari. Trovarobato di altissima classe, insomma, ma forse la disponibilità di uno scenario "naturale" come l'Arena meriterebbe maggiore sobrietà e più contenuti autoimprestiti. Posto che una regia, nel vero senso della parola, non c'è, come dimostra il confuso deambulare dei cantanti lungo lo stretto corridoio che funge da scena.

Antonio Tamburini (in collaborazione con Adolphe Nourrit)

Puccini - Tosca

Atto I
Recondita armonia - Renato Cioni
Mario! Mario! Mario! - Raina Kabaivanska & José Carreras
Tre sbirri, una carrozza - George London

Atto II
Ed or fra noi parliam da buoni amici...Vittoria! Vittoria! - Raina Kabaivanska, José Carreras & Renato Bruson
Vissi d'arte - Antonietta Stella

Atto III
E lucevan le stelle - Jaime Aragall

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