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lunedì 11 ottobre 2010

Verdi Festival 2010: I vespri siciliani.

Il secondo spettacolo del Festival Verdi 2010 potrebbe essere definito la seconda stazione della via crucis, inflitta al pubblico. La seconda è, come accade anche nella Sacra Rappresentazione, ben più dolorosa della prima. E non siamo arrivati alla cima del Golgota e le lamentazioni finali voglio, di proposito, lasciarle per la fine di questo mese verdiano, ove il peggior Verdi è stato quello del Festival di Parma.

Rimando, perché riassume la vox populi, sia ad una intervista di Michele Pertusi sulla Gazzetta di Parma sia alle spontanee ed indignate voci della chat di questo nostro blog, raccolte durante la trasmissione dello spettacolo. La terza fonte di commento attendibile è il loggione parmigiano dignitoso e composto, come si addice ai personaggi Verdiani, che ha commentato ora con sguardi fra loggionisti, ora con commenti a mezza voce, ora con doverosi zittii una serata di quelle NO.
Spettacolo pretenzioso e raffazzonato.
Allestire i Vespri non è impresa da poco a prescindere dalla versione scelta, in italiano o in francese, integrale, tagliata e se tagliata come, ma nel scegliere questo titolo non si può incappare in una realizzazione di questo tenore. Non nel senso di Armiliato Fabio.
In difetto o si cambia titolo o si cambia mestiere se non si sia in grado di pensare e realizzare di meglio.
In primo luogo l’allestimento ed il denaro pubblico. Gettato e sprecato. Voglio credere che il regista, scenografo e costumista Pier Luigi Pzzi, classe 1930, in carriera dal 1955 circa, abbia colto con questa presenza l’occasione per servire la cultura e le precarie condizioni della pubblica finanza regalando la propria prestazione o limitandosi alla richiesta di un semplice rimborso spese. Franca Valeri direbbe argent de poche. Questi Vespri sono quelli Scala 1987 neppure riveduti e corretti, passati nel 2003, credo, a Busseto. Ad un un personaggio, che riveste il triplice ruolo e svolge, quindi, una cosiddetta opera di ingegno artistico non è lecito e morale corrispondere compenso quando l’idea dello spettacolo e circa il 70% della pratica realizzazione sia stato proposto già per ben tre volte identico. A onor del vero sarebbero quattro perchè l’ambientazione risorgimentale nacque ai famosi Vespri 7 dicembre 1970 ove Pizzi era scenografo e costumista. Poi possiamo anche rilevare come il nero indossato da una dimagrita Daniela Dessi, somigliante nel solo aspetto alle divine dell’800, sia molto elegante, ma francamente non è poco, è assolutamente nulla, lo sanno tutte le sarte di esperienza. E poi da un allievo di Visconti non accetto che i frati, che accompagnano i condannati a morte siano dell’ordine domenicano, in quanto ai soli Cappuccini spettava tale ufficio. Alla Scala nel 1970 l’errore venne evitato se la memoria non difetta. Parimenti dobbiamo censurare un maestro della metafora come Pizzi per lo stupro in primo piano durante il ratto del finale secondo.
La direzione è stata elogiata per aver saputo accompagnare i cantanti, impresa non da poco con le forze schierate nella più parte dei ruoli di protagonisti e con un’orchestra non certo eccelsa. Però non posso far a meno di rilevare la piattezza con cui nell’ouverture sono stati enunciati i temi patetici ossia la canzone di Elena ed il “mentre contemplo quel volto amato” o i clangori alla chiusa del finale primo e all’insurrezione del finale quinto, ovvero la noia, che ispiravano i duetti fra i due Monforte o le sonorità slentate e da idillio alla stretta del duetto Elena-Arrigo nel carcere. Giustamente si dirà che la bacchetta doveva fare i conti con le insufficienti, esaurite forze, disponibili sul palcoscenico. E allora se le forze sono quelle si deve anche provvedere a ridurre e semplificare le cadenze previste da Verdi ai duetti degli innamorati, per evitare il rischio che il pubblico parmigiano, emulo del milanese 1970 o 1987, richiami e con ragione il verso del domestico felino. Sono mi sia consentito quei piccoli “trucchi del mestiere” che i maestri di bacchetta e forbice conoscevano e praticavano. Il quale pubblcio innanzi ad uno spettacolo di livello ancor più basso del Trovatore inaugurale è sembrato frenato nell'esprimere compiutamente il proprio serpreggiante dissenso rispetto alla produzione.
E veniamo alle dolorose note del palcoscenico.
Meglio gli antagonisti politici che gli innamorati. Non è un grosso merito con siffatta coppia di innamorati.
E poi il loggione parmigiano continua ad applaudire Leo Nucci e noi continuano a ribadire quanto già assunto in occasione del Rigoletto scaligero e dei parmigiani Trovatore e Simone. La voce di Nucci non è mai stata, e non interessa chiarirlo se per limitata dote o carenza di vera e rifinita tecnica, una palestra di velluto, gli anni hanno fatto il resto e, quindi, in questo Guido di Monforte, certo agevolato dalla scrittura acuta, ma non acutissima Nucci sfigura meno che nei precedenti ruoli verdiani. I parchi tentativi di addolcire e cantare piano comportano sistematicamente (vedi ripresa del “In braccio alle dovizie”) problemi di intonazione ed i segni di espressione che sono, come compete al padre verdiano, qui nella particolare declinazione del padre respinto, “dolcissimo”, “pp”, “morendo” spazzati via. Per rendersi conto prima di intraprendere difese d’ufficio basta dare una scorsa allo spartito, anche senza saper leggere la musica.
E poi la voce di Nucci da tempo ha smesso pure di essere tronituante e strapotente come competerebbe a baritoni di poche nuances e sfumature e gusto verista.
Il maggior successo della serata è, giustamente, spettato a Giacomo Prestia nel ruolo di Giovanni da Procida. La voce è di autentico basso, anche se ingolato al centro e, per conseguenza sbiancato e non fermissimo sugli acuti (vedi la cadenza della sortita eseguita, mi pare, come previsto da Verdi) o l’attacco del quartetto “addio mia patria”. Non comprendo il parziale taglio della cabaletta alla sortita.
E siamo giunti agli innamorati. Non si può tacere. Anche se il lugubre silenzio che ha accompagnato la squinternata esecuzione dell’assolo “Arrigo ah parli a un cor” è stato la stigmatizzazione di una prestazione assolutamente insufficiente. Davanti ad un simile comportamento dichiarare, come ha fatto la protagonista, che i fischi sono stati atto dei soliti quattro scellerati è, a sua volta, scellerato.
Andiamo per ordine. A Verdi Sofia Cruvelli, prima Duchessa Elena, non piaceva come persona, siccome la signora si credeva la reincarnazione della Malibran e non sarà l'ultima nella storia del melodramma, il maestro le confezionò una parte di assoluta difficoltà, per certi versi la più difficile delle verdiane per soprani. Difficoltà rappresentata dalla scrittura quasi da mezzo della sortita dalla dovizia di segni di espressione, di acuti da tenere (finale quarto) sulle masse orchestrali e corali, dalla irrinunciabile difficoltà di arrivare fresca al quinto atto dove il soprano Falcon si trasforma, per l’esecuzione del Bolero, in una chateuse a roulade o quasi stile Dorus-Gras. Tralascio le fantasmagoriche cadenze, proprio perchè cadenze e quindi da riscrivere ad personam.
Anche ritoccata ed accorciata, come Verdi fece per la traduzione italiana, protagonista la Barbieri Nini, la parte richiede qualcosa di diverso da una Mimì che anni e tempi hanno trasformato in Tosca o Minnie. Cantare queste parti in altri Festival e manifestazioni estive con successo non significa esser in grado di affrontare una parte che richiede integrità vocale, scaltrezza e saldezza tecnica, agilità sicure, legato e fiati da manuale. Preciso che le attuali condizioni vocali non consentono di affrontare con credibilità alcun ruolo verdiano a Daniela Dessi.
All’entrata la cantante, vuota in basso, stridula negli acuti ha moderato il volume e con esso l’inadeguatezza al ruolo, in quanto per scuola ed esperienza una cantante, che ha dimostrato di saper reggere parti al di sopra delle proprie naturali possibilità. I primi problemi sono emersi al duetto con Arrigo al monte Pellegrino, dove la recitazione da Manon a San Sulpizio, non risolve e nasconde alcunchè, la cadenza era sgangherata, frasi come “il mio fratel de vendica” se eseguite con suoni di un certo volume mostrano una voce priva di smalto, di timbro, stridore e suoni malfermi, mentre i tentativi di addolcire danno luogo a falsettini. “Sussurri e gridi” sono la caratteristica di questa vocale ed imterpretiva di questa Duchessa Elena.
La carenza di ampiezza e saldezza sono state ancor più evidenziate nel finale terzo quando Elena “tira” il concertato con il famoso “patria adorata”, ed al finale quarto dall'“Addio mia patria” attaccato con voce senescente e malferma nei tentativi di addolcire, urlato nella stretta.
Il peggio in quell’atto fosse stato il duetto eseguito con tempo letargico, sonorità da idillio, bisbigli e falsettini, da imitatrice della peggior Ricciarelli, neanche il caso di un richiamo alla Caballè. Pacifico che il Bolero (versione facilitata ovviamente, esentata da sovracuti e note sotto il rigo, ove possibile) fosse caricaturale nell’esecuzione.
In generale dal terzo atto in poi la voce è stata al di sotto di quel minimo controllo, che consente una prestazione decente e precisare che certi acuti ghermiti ed urlati possono anche passare il Fanciulla e Tabarro, ma sono oltraggiosi per l’autore ed il cantante in Verdi e in qualsiasi autore coevo e rendono inutili e grossolani giri di controllo in loggione da parte dei managers, alloggiati in comodi posti palco.
Alla fine il caso Armiliato. L’annuncio nel lungo, imprevisto e commentato dal pubblico intervallo fra quarto e quinto atto è stato il rimedio peggiore del male e ha, per certo urtato il pubblico. Ciascuno è libero d credere ciò che vuole sulla vera o diplomatica malattia. Per parte mia posso dire di aver sentito cantare parecchi artisti, pure annunciati malati, in modo bel diverso da quello di Fabio Armiliato sin dall’inizio della serata. E siccome sino al quinto atto (stranamente il meno peggio, nonostante l'annuncio dell'indisposizione) il signor Armiliato godeva di buona salute per questo deve essere valutato.
Basterebbe rilevare che già prima della malattia era stato previsto il taglio della siciliana al quinto atto per dire dell’inadeguatezza del cantante al ruolo. Il ruolo come tutte le parti da grand-opéra batte una zona che per i cantanti della tecnica e del conseguente repertorio di Fabio Armiliato coincide non già con la zona del cantabile, ma con quella degli acuti. E se un acuto è un bercio in Cavalleria o Tosca, ma anche in Forza, la più parte del pubblico sopporta, ma se bercio sono intere frasi la cosa cambia e di molto aspetto. Lotta impari tutta la sera, quindi, con suoni indietro ed ingolati nelle frasi del primo duetto con Monforte tipo il “cantabile grandioso” (grandioso dove?) “di giovane audace” dove i fa ed i sol stanno profondamente in gola, falsettini nel duetto con Elena al Monte Pellegrino, altri suoni fuori di posto e raggiusti al “Ombra diletta”, che insiste sulla zona del passaggio superiore, dove cantano sempre una serie di personaggio come Edgardo o il duca di Mantova mai frequentati da Fabio Armiliato. Al quarto atto l’aria è uno strazio e le risoluzioni all’ottava inferiore con una bella voce grossa e bitumata uno sconveniente omaggio a Verdi, assolutamente in sintonia con il Festival. Qualcuno, oggi vilipeso, ha scritto che il canto non è l’arte della cabala, avremo occasione di dimostralo praticamente, ci illudiamo ancora, ma siamo illusi che questo principio sia chiaro nella mente di chi proponga titoli e ruoli conseguenti, di chi offra o imponga cantanti su quei ruoli ed a chi ultimo li canti. In caso di difetto vige, per tutti i soggetti, il principio di correità.



Gli ascolti

Giuseppe Verdi

I Vespri siciliani


Ouverture - Erich Kleiber (1951), Thomas Schippers (1970)

Atto I

In alto mare - Martina Arroyo (1970)

Qual è il tuo nome - Giangiacomo Guelfi & Mario Filippeschi (1955)

Atto III

In braccio alle dovizie - Heinrich Schlusnus (1933)

Atto IV

Giorno di pianto - Mario Filippeschi (1955)



Atto V

Mercè dilette amiche - Antonietta Stella (1957), Renata Scotto (1970)





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venerdì 8 ottobre 2010

"Arrigo, ah, parli a un core"

Julian Budden definisce l’aria di Elena “Arrigo, ah parli un core” il “centro immobile” del duetto tra soprano e tenore all’atto quarto dei Vespri Siciliani. Centro immobile perché lo svolgersi dell’incontro tra i due, dapprima uno scontro poi il riavvicinarsi dei due amanti che comunque non avranno unione in terra, si arresta. In un momento di sospensione del dramma, la Duchessa perdona Arrigo, dichiara di amarlo comunque, ma oramai le loro origini diverse ne separano i destini, inevitabilmente. L’amore, il rimpianto, la tristezza nobilmente composta e distaccata della primadonna caratterizzano il brano, celeberrimo, passo chiave della protagonista del secondo grand-opéra di Verdi.


Brano che trova raramente esecuzione integrale della scrittura causa la monumentale cadenza finale, che comprende una scala cromatica discendente dal mi nat al fa sotto il rigo, perfettamente eseguita di fatto solo da Maria Callas ( che pure parte dal do: le altre ne fanno esecuzioni parziali della discesa in basso o alternative ).
La scena è stata cantata in tanti modi, unendo timbro e fraseggio in casi eccezionali ed indimenticabili, di solo timbro oppure di solo fraseggio ma molto bene, né di timbro né di fraseggio, ossia male…modernamente, come ben immaginerete.
Tre sono le esecutrici eccezionali di questa parata che vi proponiamo, la Callas ( negli anni in cui era davvero la grande Callas ), la Cerquetti e la Caballè. Fedelissima esecutrice di ogni segno di espressione scritto da Verdi la prima, non perde mezza forcella, un f, niente; una linea di canto bellissima, aristocratica, dolente ma comunque vigorosa, ad onta di qualche nasalità in certi momenti. Al suo fianco, e la preferenza mi pare questioni di gusto, Anita Cerquetti, dal timbro sontuoso, anche lei nobilissima, dalla dizione scandita e perfetta, italianissima nel porgere le frasi una dopo l’altra. Possiede un timbro superiore alla Callas, ma l’esecuzione musicale di questa mi pare resti superiore. Incarnano entrambe il gusto del Verdi d’annata, lontano da ogni effetto studiato poi da chi, in virtù della ricercatezza del fraseggio o di qualche fascinoso artificio, affrontò Verdi senza possedere vera voce verdiana. In questo non alludo, nel caso dei Vespri, a Montserrat Caballè, che di “manipolazioni” verdiane ne operò tante in seguito, quanto piuttosto alla Gencer ed alla Scotto. La Caballè, infatti, produsse nei Vespri uno dei suoi più importanti capi d’opera, che cantò libera da certi vizi riscontrabili in altre prove. Voce non certo da soprano drammatico d’agilità, quale è quella necessaria alla vocalità di Elena, la Caballè canta con assoluta pienezza del suo mezzo straordinario, emettendo suoni di bellezza soggiogante, ma mai abusati o compiaciuti. A meno delle note gravi sotto il rigo, eseguite di petto non troppo bene, canta anche lei con rara ( per lei! ) aderenza alla scrittura verdiana, timbro nobile e linea di canto compostissima e sfumata. Gli acuti, quelli attaccati scoperti delle scale discendenti della chiusa ( il si nat !!! ), sono suoni celestiali, inumani direi, che la collocano nettamente al di sopra di tutte le Elene a lei successive dell’era recente.

Più vicino al modello Callas Cerquetti l’esecuzione di Antonietta Stella, figlia della medesima epoca. No sarà stata pari alle precedenti, ma la sua esecuzione è notevolissima per via del timbro, notoriamente bellissimo, la sua dizione chiara e scandita, la nobiltà innata dell’accento. In particolare, lei come le predette signore, è in grado di cantare sul passaggio superiore con assoluta facilità e solidità, emettendo sempre suoni pieni, nitidi e a fuoco, che da un certo punto in poi di questi audio, da Olivia Stapp in poi, di fatto non connotano più le voci, a riprova che in fatto di tecnica e di tradizione nel suo insegnamento abbiamo perduto alcuni fondamentali per la strada. La Stella non è certo cantante struggente, manca qua e là di magia ( penso alle scale discendenti ), ma canta ad un livello per noi oggi inimmaginabile.

Primedonne di razza, fino in fondo, Leyla Gencer e Renata Scotto, praticano l’arte del canto e quello del baro con la stessa dimestichezza, la prima assistita per me ( che la amo anche quando canta con la voce a pezzi ) da una intelligenza e da un senso delle cose rarissimi; la seconda mossa da una volontà irrefrenabile di essere sempre al di sopra della propria natura vocale e da una fantasia interpretativa senza limiti. Alla Gencer il gioco riesce benissimo laddove, mancando il timbro ed immagino anche lo spessore della voce in teatro, screzia il canto nobile con delle vene di passionalità: l’amante dice “ Io t’amo”, “Io muoio” con una intensità che fa rabbrividire; tocca l’ascoltatore con l’effetto del rallentamento compiaciuto della seconda strofa, e mette in chiusa al pezzo un fiatone da brivido dopo le scale discendenti amministrate con i suoi celebri acuti flautati presi scoperti. Insomma, un cervello ed un senso del teatro stupefacenti, senza…la voce adatta alla parte.
La Scotto canta benissimo, si affida al virtuosismo del tempo lento, lentissimo, come da arcaica tradizione documentata da Ester Mazzoleni. E sceglie anche la via dei portamenti, compiaciuti ed insistiti. Già su “Un ‘aura di contento” arriva il brivido che la grande primadonna vuole e sa provocare, ma con l’andare dell’aria la vicenda assume un po’ il tono della grande, ciclopica impresa. Il tempo si fa troppo largo per sostenere tutto il brano con senso di facilità, che è poi quello che lo spettatore deve avere, dunque il tutto alla fine oscilla tra la grande emozione e la grande fatica. Esecuzione mirabile ma esagerata nella ricercatezza.
Nell’era moderna solo Martina Arroyo sta al pari della Caballè per qualità timbrica: più della spagnola ha le note centro gravi, indubbiamente più rotonde e piene. Voce bellissima, acuti di una facilità eccezionale, ma interprete inerte, dal fraseggio lato, all’americana tanto per intenderci, non certo sulla parola o cesellato all’italiana, come il Verdi alla nostra maniera pretende. Tuttavia un canto di qualità altissima ed indimenticabile da chi ha potuto sentire questa grande cantante in teatro.
Più italiana nel fraseggio la Kabaivanska, non potendo certo avvalersi di un timbro di qualità eccelsa. La zona acuta della voce è, notoriamente, la parte migliore; nei gravi soffre pur eseguendo la cadenza pressoché integralmente, e si affida all’arte del piano, della sfumatura, e più in generale del fraseggio, che è stato suo terreno di carriera. Al di là di molti suoni non belli, la trovo assai emozionante e pregnante, anche se l’handicap timbrico non si riesce sempre a dimenticare nello scorrere del brano.

Da qui in poi le parole da spendere sono poche, per cantanti o dalla voce evidentemente inadatta ma pur capaci, come la Deutekom o la stessa Stapp, che canta assai peggio della prima ( legato scarso, i re e i mi bem centrali sulla e stretta e scoperta, duri i piani, brutto il si nat della scala discendente ); oppure voci di grande qualità timbrica ma male in arnese, come Carol Vaness ( che ogni tanto balla, apre sul passaggio, non è sfumata né fascinosa, grida il si nat alla seconda scala discendente su “Ah”, si riaggiusta la cadenza…etc ) o Daniela Dessì ( che balla sul passaggio ma riesce comunque ad eseguire i piani, molto belli, apre i suoni in basso e strilla il si nat della scala discendente, riarrangiandosi la cadenza che comunque non le riesce come dovrebbe…); oppure voci adatte alla parte ma malmesse, come una compromessa Guleghina, in grado di cantare bene solo piano, sebbene priva di legato, e con una chiusa dell’aria incommentabile; o la Radvanovsky, la cui esecuzione lentissima non costituisce affatto un prodigio quanto una scelta errata, che ci obbliga ad apprezzare appieno l’handicap timbrico e l’inespressività della cantante, fortemente limitata sul piano tecnico ( i mi sul passaggio come pure il sol acuto di “Io t’amo” sono note tremende..per non parlare del si nat come della cadenza, in cui gratta anche e si inceppa…).
Insomma , in era recente la sola Susan Dunn ha saputo dirci qualcosa di significativo nei panni di Elena, ma anche lei in virtù del timbro e non certo dell’”arte del dire”, come prova la sua esecuzione facilissima ( ad onta delle note sul passaggio superiore un po’ ballanti ) ma poco fraseggiata della scena.


Gli ascolti

Giuseppe Verdi

I Vespri siciliani


Atto IV

Arrigo, ah, parli a un core

1909 - Ester Mazzoleni
1951 - Maria Callas
1955 - Anita Cerquetti
1957 - Antonietta Stella
1964 - Leyla Gencer
1970 - Renata Scotto
1970 - Martina Arroyo
1973 - Raina Kabaivanska
1974 - Montserrat Caballè
1975 - Christine Deutekom
1985 - Olivia Stapp
1986 - Susan Dunn
1997 - Daniela Dessì
1998 - Carol Vaness
2003 - Nelly Miricioiu
2005 - Maria Guleghina
2007 - Sondra Radvanovsky



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martedì 29 giugno 2010

Stagioni 2010-11: Regio di Torino e Verdi Festival

Modello di efficienza teatrale italiana, il Teatro Regio di Torino ha già pubblicato la sua stagione 2010-11 in anticipo sugli altri teatri di pari livello. Il Regio di Parma, da parte sua, ha reso nota da qualche giorno, con una conferenza stampa romana, i titoli del Verdi festival autunnale. Commentiamo insieme le due stagioni perché quella sabauda contempla, di fatto, una sorta di mini festival Verdi al proprio interno, annoverando ben tre titoli del maestro di Busseto su sette produzioni in cartellone.

Come ben sapete, non siamo soliti indagare i perché alla base delle scelte dei titoli, ragioni artistiche e culturali ispirate da celebrazioni, progetti di scambio, disponibilità di cantanti etc. Fautori dell’antico principio che le scelte dei titoli debbano maturare attorno alle personalità dei cantanti disponibili ed alle loro caratteristiche vocali, riteniamo comunque degno qualunque principio muova una direzione artistica, a patto che dìa luogo a spettacoli in grado di funzionare.
Quello dell’allestimento di opere verdiane è problema senza soluzione, legato alla carenza di cantanti, di alcune corde in particolare, che ormai paiono estinte. Si va in scena consapevolmente zoppi nei cast, perché Verdi è un must del repertorio e non se ne potrebbe accettare la dismissione come accadde, tra la fine del XIX e gli inizi XX secolo, per certi autori o certi titoli fondamentali del repertorio belcantista e del Grand-Opéra.

Colpisce la presenza da entrambe le parti un titolo raro e difficilissimo da allestire, come i Vespri Siciliani, di fianco ai più comuni Rigoletto e Traviata Torino, Trovatore ed Attila a Parma.
Sempre di target popolare gli altri titoli torinesi, dal Boris inaugurale nella versione senza l’atto polacco, Butterfly, Parsifal e la Lucia di chiusura.
Nelle corde di basso osserviamo la dura realtà del mercato delle voci: o buoni cantanti delle generazioni recenti, come il bravo signor Adbrazakov, Procida torinese, ma di scarso peso ed ampiezza per forza di natura vocale, come pure il meno quotato signor Anastassov su Boris, oppure anziani cantanti blasonati ma senescenti, come Kurt Rydl Titurel/ Gurnemanz. Idem dicasi per i baritoni, dove forse la qualità media espressa è ulteriormente inferiore a quella dei bassi, con il senescente Nucci sul Monforte di Parma, oppure giovani di scarsa ampiezza vocale, come il signor Vassallo sul Rigoletto ed il Monforte torinesi, o il signor Capitanucci su Germont, se non addirittura inadeguati per ragioni stilistiche, come il signor Sgura sul Conte di Luna. Si canta in modo sempre più ingolato, ci si è adattati alle voci gravi maschili fibrose, spesse ed indietro, direi che si addirittura maturato un moderno gusto per questo tipo di canto e così, pian piano, si è arrivati a non avere più sul mercato cantanti dotati della necessaria ampiezza, oltre che morbidezza e capacità di sfumare, idonee al repertorio verdiano e non solo. Comunque si scelga, non si riesce più ad essere all’altezza dei requisiti della parte.

Con le voci acute maschili và forse un fio meglio, ma la razionalità non pare governare tutte le scelte, in Verdi soprattutto. Il signor Alvarez torna a Parma per la terza volta nel volgere di pochi anni come Manrico. Ha sempre mancato di squillo e di vera eleganza nel fraseggio, ma, sebbene un po’usurato dalle scelte di repertorio degli ultimi anni, non sarà certo di molto al di sotto delle sue performances passate. Diversi, invece, i casi del signor Kunde e del signor Armiliato sull’Arrigo dei Vespri, il primo perché in debito di smalto, di intonazione in zona di passaggio, oltre che di vero accento verdiano ( ma se la ricorda la figuraccia di Chris Merritt a Milano??); il secondo perché manifestamente usurato nelle prove recenti di Genova ( la facile Tosca ) e di Wien ( la centrale ma pesante Forza ). Follia dei cantanti o disperazione delle direzioni artistiche? Scelte confortate più dall’esito del pubblico che da vera idoneità ai ruoli o vera qualità artistica, invece, quelle di tenori come il signor Secco o il signor Terranova in Verdi, piuttosto che del sign. Meli quale Edgardo: assenza di fantasia e di capacità propositiva, piuttosto una tendenza a fare della ruotine che garantisca il teatro da incidenti.

Ci son però corde, come quella dei soprani, ove sarebbe ancora possibile, al contrario, maturare scelte oculate ed appropriate, e non errori marchiani.
La sig Radvanovsky, con buona pace del suo nome d’agenzia, sta sulla Elena torinese in virtù dell’ormai antica performance parigina e non per le sue attuali virtù vocali, delle quali peraltro ha dato prova ( stonata e fissa )in quel di Genova un paio di stagioni or sono. Si alterna poi con una improbabile signora Iveri, dalla voce piccola, priva dei gravi come degli acuti, di capacità acrobatiche ignote e che al massimo potrà sfarfalleggiare leggiadra per lo spartito. In quel di Parma, peraltro, si aggirerà per la scena, quale Elena, l’ombra di una grande cantante al capolinea ( non me ne voglia la signora Dessì, che molto stimo ma…), dalla voce ormai compromessa oltre misura, pergiunta in una parte che richiede estensione, capacità di fraseggio e virtuosismo. Questo è caso assai diverso dal precedente, perché di diversa caratura è la cantante in questione, ma l’età vocale è qualcosa che non si può vincere o nascondere in eterno. E quello di mettere il pubblico davanti a grandi cantanti del passato, chiedendo l’applauso di stima e di affetto, e non per merito artistico ( vero Leitmotiv del cast del Vespri parmigiani ), non è ricetta poi così onesta... verso Verdi in primis.
La suggestione del nome come della fama mediatica influenza evidentemente le direzioni artistiche in misura palpabile. La signora Fantini, oggi senza dubbio la migliore Aida, Leonora di Vargas ed Elisabetta di Valois in circolazione ( e metto nel conto pure le star di agenzia signore Urmana e Stemme ) viene con poca avvedutezza collocata sulla Leonora del Trovatore, parte di vocalità assai diversa da quelle che la signora è solita praticare, tutta incentrata sul canto aereo e strumentale in acuto e fiorettature ostiche in punta di forchetta ( e che la signora, dal canto suo, ha accettato per rientrare su un mercato in cui le spetterebbe un suo spazio dati i soprani "spinti", soprattutto quelli che non ho nominato, che lo animano.. ), perché sulle future Forza e Aida invernali pare proprio già stiano la medesime e meno qualificate signore Dessì e Carosi. Scelte che non si possono certo mettere all’insegna dell’aver opzionato il meglio disponibile in commercio, ma solo della mancanza di riflessione sulle effettive performances vocali delle cantanti in questione. Per giunta su ruoli verdiani, in quel di Parma, laddove tutto è incentrato sulla conservazione della tradizione del canto verdiano e la valorizzazione degli artisti più capaci e specializzati in questo repertorio.
Della stessa suggestione del nome, in questo caso di quelli cosiddetti “d’agenzia”, soffre anche la stagione torinese. Oltre alla suddetta sign. Iveri, si propone la Violetta della sig Kurzak, soprano leggero di nessuna speciale attrattiva tecnica, timbrica e dpersonalità. Si esibisce nei più grandi teatri del mondo, certo, ma non è che nell’universo dei soprano leggeri sia cantante tale da dispensare l’impeccabile e gelida arte di una Devia o la straordinaria emotività ed espressività di una Sills…Idem dicasi per la signora Hui He, che della sua grande voce di qualche anno fa non ha poi saputo farsene gran chè, alla luce del tempo che passa, e per la quale forse non valeva la pena allestire questo titolo che della protagonista vive. Alla solida routìne che potranno offrire in coppia la signora Mosuc ed il signor Meli inLucia, tale da garantire il certo successo della produzione al pari della Traviata u.s., non mi pare che i due cast di Rigoletto e Traviata annoverino nomi in grado di assumere su di sé l’onere della serata e traghettarla in porto felicemente. Il signor Armiliato è bacchetta brava e saggia, ma, si sa, la bacchetta da sola non può nulla in quei titoli. La sola piccola curiosità sarà vedere cosa combinerà la signora Lungu alle prese con i graziosi picchettati e staccati di Gilda.
Quanto al Parsifal ed al Boris, la cui versione monca ci ha francamente un po’ stancato per i motivi che vi abbiamo altrove illustrato, osserviamo la presenza della signora Marianelli, nel piccolo ruolo di Ksenjia, dopo i dimenticati “fasti” delle Fiorille di qualche anno fa: le carriere da “gambero” non ci piacciono, nonostante noi si passi per cattivi. Noi lo scrivemmo ma…nessuno ci ascoltò.
Tra le bacchette, incuriosiscono il signor De Billy alle prese con Parsifal, il signor Noseda alle prese, oltre che con il suo amato Boris, con la gestione dei problemi vocali e drammaturgici del cast del Vespri; il signor Temirkanov nel Trovatore parmigiano…se apparirà in teatro.
Circa gli allestimenti, non dirò nulla. Come sapete, poco ci interessano, e non parlarne sarà la nostra forma di rimostranza contro lo strapotere degli allestitori ed i loro insostenibili costi.

http://www.teatroregio.torino.it/stagione/2010-2011

http://www.beniculturali.it/mibac/opencms/MiBAC/sito-MiBAC/Contenuti/MibacUnif/Comunicati/visualizza_asset.html?id=75435&pagename=129





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lunedì 19 gennaio 2009

Concerti di canto alla Scala : Daniela Dessì.


Daniela Dessy, in carriera dal 1978 e debuttante in Scala nel 1989 ha tenuto ierisera un concerto in Scala.

Davanti ad un concerto di canto ci si domanda quale sia il programma che può connotare una cantante il cui repertorio sia stato essenzialmente italiano, dapprima a cavallo fra il genere comico ed il semiserio, fra settecento ed ottocento e, da un ventennio circa, il Verismo. E questo dopo approcci numerosi, ma sporadici al primo ottocento, da Rossini al primo Verdi, sino al tardo Verdi. Penso alle ariette del settecento, alla grande letteratura cameristica di Rossini, Bellini e Donizetti ( e magari pure Mercadante e Pacini, visti i rapporti della Dessy con opere rare e desuete almeno sino al 1985 ) per approdare a Tosti, che, come documentato da una Olivero o da una Scotto, è l’approdo naturale alla diva fin de siecle; oppure alle rare pagine cameristiche di Mascagni, Leoncavallo . Possono poi esserci tutti gli autori francesi coevi a Puccini, in particolare Massenet, la cui produzione cameristica è di grande qualità e certamente superiore a quella di Puccini, cui la Dessy ha dedicato la seconda parte del concerto: durata, orologio alla mano, dodici minuti.
Francamente con l’esperienza ed il gusto di una Dessy Debussy e Faure hanno poco a che spartire. In primo luogo perché la dizione della Dessy è confusa e pasticciata, senza essere il pubblico italiano maniaco della perfetta dizione: credo che su pagine dalle nulle difficoltà vocali si pretenda una buona articolazione del testo In secondo luogo perché Daniela Dessy, nonostante la frequentazione ormai ventennale del repertorio a cavallo fra ottocento e novecento, non ha nulla a che spartire in punto di gusto del fraseggio con le grandi dive, che frequentano questo repertorio. Nei panni delle eroine veriste la Dessy appartiene più al filone della Freni o delle Chiara, che hanno sempre evitato il concerto di canto. Ed il riferimento alla Olivero, alla Scotto, alla Kabaiwanska, ma anche a Regine Crespin si rende obbligatorio.

La diva liberty deve possedere tutte le nuances della lingua, articolarla alla perfezione, saper passare in un istante dal pianissimo al forte.
La Dessy di questa sera canta perennemente fra il piano ed il mezzo piano, per esorcizzare suoni duri ed oscillanti appena compaia un fa o un sol; se scende il suono è opaco e vuoto, mentre sugli acuti estremi la voce si riduce di volume e rassomiglia sempre più ad un grido stimbrato e acido.
Restando al concerto, sono bastate le frasi moderatamente acute dell’aria di Lia per sentire tutti i difetti in bella mostra.
Quando poi Daniela Dessy ha affrontato la seconda parte del concerto, quella vera, ossia i bis, abbiamo sentito la cavatina di Contessa delle Nozze con una voce priva del legato e della stilizzazione necessaria, pergiunta neppure tanto sontuosa come è giusto che sia quella di una cantante di scuola italiana.
Adriana, Lauretta dello Schicchi, Liù e Tosca, sono stati accomunata da un fraseggio disattento, da una occasionale cura del particolare e del dire (i mezzi espressivi delle Bertini del melodramma) e, per giunta, gravate da un timbro che, salvo poche note centrali ed a condizione di cantare piano, appare depauperato e privo delle caratteristiche delle cosiddette voci d’oro, alla cui schiera la nostra Daniela apparteneva allorquando, misconosciuta e pretermessa, eseguiva in Napoli una Mimi che pativa pochi o punti confronti.

Programma

Gabriel Fauré
Après un rêve op. 7 n. 1
Automne op. 18 n. 3
Rêve d'amour op. 5 n. 2
Au bord de l'eau op. 8 n. 1
Chanson d’amour op. 27 n. 1

Claude Debussy
Nuit d'étoiles
Beau soir
Paysage sentimental
Il pleure dans mon cœur
Romance

Da L’enfant prodigue
recitativo e aria di Lia

Giacomo Puccini
Mentìa l'avviso
Sole e amore
Sogno d’or
Terra e mare
Storiella d'amore
Morire?
Canto d'anime

Bis

Wolfgang Amadeus Mozart

Le nozze di Figaro
Porgi amor

Francesco Cilea
Adriana Lecouvreur
Poveri fiori

Giacomo Puccini
Gianni Schicchi
O mio babbino caro

Turandot
Tu che di gel sei cinta

Tosca
Vissi d'arte

Pianista : Marco Boemi

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