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sabato 30 ottobre 2010

Le cronache di Carlotta Marchisio - Elisir d'amore in Scala: secondo cast.

Era lì, bastava così poco per accorgersene, eppure…
Si fa tanto parlare, spesso da parte di chi ha buone ragioni per farlo, che l’opera lirica, e in particolare il canto, versa in condizioni tutt’altro che allarmanti, che il teatro è sano e in continua evoluzione, ossia capace di assecondare le aspettative di un nuovo pubblico, che ha coltivato e alimentato altri stimoli fruitivi.

Va da sé che il “vociomane” (appellativo convertito di recente in misterioso insulto), da quelle parti, fa una magra figura. Nei casi migliori viene liquidato quale sfigato Bartleby, destinato a un’irreversibile misantropia, altre volte quale dead man walking incalzato all’ultima preghiera (si leggano, a riguardo, recenti “discussioni” in rete). Altri criteri, appunto. Eppure qualcosa continuava a sfuggirmi, l’altra sera, a teatro. A riguardo – perché voglio impegnarmi in prima persona come archeologa delle motivazioni perdute – mi è venuta in aiuto un’amica francese, che il 20 ottobre ha assistito con me alla recita del secondo cast di questa Elisir ambrosiana. Per le scale della galleria, alla mia domanda “Allora, che ne pensi?”, Isabelle, che nonostante il consueto aplomb parigino fatica a nascondere una certa insoddisfazione di fondo, mi risponde: “Ça n’a été qu’un bon cours d’italien! Merci aux sous-titres!”. I sottotitoli! Come non averci pensato prima! Mi son subito detta: “Ecco un’altra, nuova opportunità per lo spettatore moderno! Un “Italian Institute” prestigioso!” Sede dei corsi: Teatro alla Scala. Frequenza: quattro ore mensili (tollerata, già da qualche anno, la fuga al trillo della campanella dell’intervallo). E i docenti? Insegnanti madrelingua di prestigio: tra gli altri, Lorenzo Da Ponte, Felice Romani e Francesco Maria Piave.
Ironie a parte, rimane evidente che la boutade di Isabelle ha un suo valore di fondo, perché sottende, come stravagante ma reale conseguenza, una verità che col canto moderno – e in particolare con la serata cui ho presenziato – ha invece molto a che fare. L’assoluta afonia delle voci. Poche volte mi è capitato, infatti, di assistere a una rappresentazione in cui l’”effetto acquario” – effetto che tanto destabilizza lo spettatore medio televisivo e che invece pare non turbare più di quel tanto quello operistico – divenisse una costante, sia per frequenza che per continuità, tanto da far pensare più a un concerto per coro e orchestra, coadiuvato magari da movimenti scenici di tre o quattro mimi, che a una serata di canto lirico (censurabile, da questo punto di vista, il finale primo). E in questo senso non viene certo in aiuto la bella quanto “sacrificante” regia di Pelly, che ponendo i cantanti per buona parte del tempo nella profondità del palcoscenico manifesta una visione d’insieme senza dubbio coerente ma che va a discapito del canto. Con interpreti di questo peso vocale forse una regia che prevedesse uno sfruttamento più intenso del proscenio sarebbe stata un valido aiuto. In primo luogo per il pubblico.
Fa eccezione in questo contesto come dire… “ittico”, per il discreto volume, per altro esibito giusto nei momenti solistici, l’Adina di Irina Lungu, appena dignitosa Marguerite nel recente Faust della vergogna (e disastrosa Violetta al San Carlo), qui invece villanella dal timbro rauco e stridente, limitato di conseguenza nelle modulazioni e potenzialità espressive della voce. Fatica ad accentare con fantasia una parte che più di altre si presterebbe a essere colorata con pennellate personali, finendo per cavar fuori nient’altro che un personaggio esanime, indifferenziato e monocorde, almeno sul coté interpretativo. Sul piano vocale riesce a risolvere bene le parti più espressamente centrali e facili della partitura, come l’aria di sortita, dove il soprano non deve far altro che seguire una semplice linea vocale vicina al parlante. Linea vocale che in altri momenti o perde di compattezza e finisce per “svirgolare” sulla chiusura della frase, oppure si assottiglia in qualche fissità di troppo, soprattutto nei portamenti discendenti. Anche l’intonazione, spesso crescente, non è proprio cristallina. E la stessa aria di commiato, ben attaccata in mezzo piano (do4 di «PRENdi»), è cantata con voce dura, legnosa, che diventa querula e acida già su un sol4. Potete solo immaginare, di conseguenza, cosa sia stato il do5 su «Io BRAmo»… Il confronto con un’Alda Noni o una Margherita Carosio, le tanto bistrattate subrettine di pochi lustri fa, risulterebbe a dir poco impietoso.
Impressionante, e non in termini elogiali, il Nemorino di Francesco Demuro, le cui doti naturali e tecniche non gli permettono nemmeno di sostenere una tessitura tutt’altro che ardua, come quella del villico innamorato. Il timbro è gradevole, così come pregevoli sono i tentativi di rispettare (a volte) i segni di espressione, traccia inequivocabile di onestà d’approccio alla professione. Si percepisce anche un gusto interessante per quanto riguarda l’accentazione della parola, in particolar modo nei recitativi, seppur in massima parte difettoso del giusto sostegno del fiato (gradevolissimo resta a suo modo il senso di stupore, suggerito in apertura del cantabile a due voci, in principio di primo atto, sui versi «E che m’importa?» e «Oh Adina! E perché mai?», oppure laddove, nel primo incontro con il navigato imbonitore, dà un’inflessione patetica originale ai versi «Avreste voi per caso / la bevanda amorosa / della regina Isotta?») Tutto però rimane fermo, bloccato tra i fumi dell’intenzione, perché anche la “cassetta degli strumenti” è misera misera. L’emissione è tremula, instabile in ogni zona del pentagramma, e di limitata proiezione, per deficit congeniti prima ancora che tecnici. La prima ottava, come le note iniziali del centro, è inesistente; spettrale anche nei passaggi di accompagnamento orchestrale leggero. Basti riascoltare l’aria d’entrata, autentico paradigma della resa vocale generale, per rendersi conto che solo in alcuni passaggi di tessitura medio-alta diventa, in qualche modo, percepibile. Perché gli acuti, “tirati via” con la sguaiataggine di chi non può fare altro che aprire e spingere, col risultato di traballare già appena oltre il passaggio, non rientrano tra i suoni di scuola (volgarissima la salita – se di salita si può parlare… – al fa4 in corrispondenza del secondo «perCHE’», poco più avanti, prima della ripresa dell’”aura lusinghiera” – «Chiedi al rio perché gemente» – in cui si coglie l’intenzione di qualche mezza voce – «UN poter» – non segnata in partitura e incautamente attaccata sul la4, che finisce per sbiancarsi, andare in dietro e pure calare un poco). E sto parlando di un pugno di sol4 e fa4, mica di otto do di fila! Poco bene anche nella famosa romanza, che scivola via senza l’intimo trasporto che un timbro malinconico e delicato dovrebbe suscitare. Il tenore sardo tenta pure un accenno di forcella, a riprova di quella correttezza d’approccio al canto di cui dicevo poco sopra, ma ciò non basta. Il fiato manca e la tenuta viene meno. Allora, se anche Nemorino ti va stretto, mi spiace per il signor Demuro, non resta che cambiare mestiere, per lui e per quei cantanti che basano, anche solo nelle intenzioni, la propria professionalità sul valore esecutivo del canto. Parrebbe scontato ma, in tempi di galoppante revisionismo, fa bene precisare.

Un po’ meglio l’accoppiata bricconcella del Dulcamara di Renato Girolami e del Belcore di Giorgio Caoduro.
Va subito detto che Girolami è lontano anni luce da un’autentica corda di basso, sia per pasta timbrica che per centraggio di tessitura, tanto da far pensare a un tenore non sfogato. I gravi e i centri vengono per buona parte coperti dall’orchestra, mentre arriva piuttosto sonoro in acuto. Però dal do3 in su comincia a “ballare” e ad aprirsi, mentre già dalla cavatina è orchesca la salita al mi3 di «Ah di patria il caldo affetto», insipido assaggio della sfilza di altri mi3, tutti slabbrati, che chiude l’assolo. Ma si tratta in definitiva di un ciarlatano ambulante che rimane entro i confini di una dignitosa correttezza per buona parte della rappresentazione, pur non reinventando per nulla il poliedrico ruolo, riciclato invece senza parsimonia nella logora prassi delle caccolette, del fraseggio calcato e degli accenti inseriti e omessi secondo arbitrio (misteriosa l’accentazione marcatissima su «ch’io vendo niente men di nove lire»), prassi divenuta oramai tangente allo stereotipo più trito. E anche se il pubblico pare divertirsi, sono convinta che certe libertà interpretative, magari sostenute da un bagaglio tecnico più solido, potrebbero esser giocate con intenzioni meno prevedibili.
Singolare invece la prova di Caoduro. Perché è qui che lo spettro dell’afonia si fa più minaccioso. Se dovessi giudicare la performance di un cantante sulla base del volume della voce, questo Belcore sarebbe di gran lunga il vincitore della palma del peggiore in campo, dal momento che di cantanti svociati in tal guisa pochi ne ho uditi. E però… Però a discapito di una proiezione davvero esigua, il cantante friulano esibisce il solito timbro invidiabile, per altro sostenuto da un’emissione rimasta stabile, seppur un po’ tubata, per tutto l’arco della serata, con addirittura un paio di momenti notevoli per autorità d’accento e baldanza da sergente. Mi riferisco all’irruenza di quel «Silenzio!» atto a quietare la “Barcarola” in apertura di secondo atto, ma prima di tutto al bel contrappunto con cui si inserisce nella distesa melodia di Nemorino “Adina credimi”, che già avvicina, pur soltanto nella partitura, i due giovani paesani. Non esemplare invece la cavatina, in cui il legato ascendente è ancora esponente di quella celebre scuola, pur con meno evidenza rispetto all’Enrico genovese (tutti indietro i mi3 in corrispondenza di «PORse il pomo» e di «FIN la madre», così come i re3 di «del mio DOno» e di «ne riPOrto»).
Non pervenuta anche la Giannetta di Barbara Bargnesi, sepolta senza remore nei meandri più profondi del coro.
Sulla direzione di Donato Renzetti, rimando i nostri lettori alla considerazioni del caro amico Donzelli in luogo della recensione sulla prima compagnia. Mi limito a due puntualizzazioni: con un cast di tale tonnellaggio vocale sarebbe stata buona cosa moderare certi impeti, in particolare durante i numeri d’insieme. E il Preludio, che avrebbe potuto sfruttare l’assenza dei solisti per venir fuori come effettivo momento personale per il direttore, rimane slavato e fiacco. L’orchestra, dal canto suo, ha suonato meglio rispetto alla prima, e al di là di un paio di brutti passaggi dei flauti, non proprio all’unisono, ha esibito buona compattezza. Peccato anche per qualche attacco poco preciso.
Insomma, abbiamo scoperto che di questi tempi anche un’Elisir non è così facile da realizzare, nemmeno alla Scala. Ma non disperiamo, mi vien da dire. Al Piermarini i corsi di italiano per stranieri sono appena iniziati! Ci sono ancora speranze per il teatro d’opera. Basta confidare nei display. A ciascuno il suo…

Una breve appendice.
In particolare a seguito di serate di tale portata, fallimentari perché mai veramente decollate, fa davvero impressione ripensare a quei personaggi che si aggirano ogni sera per le gallerie del teatro, orgogliosi della propria acriticità di giudizio, di cui fanno triste vanto come spettatori e addetti ai lavori. Una corte dei miracoli assimilabile unitamente alla solita, povera banda di restauratori dell’ordine, sempre vigili e all’erta, armati di malta e cazzuola per stuccare le crepe che spuntano, ogni volta più evidenti e frequenti, sulle mura del condominio della favola ufficiale.

Carlotta Marchisio



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venerdì 29 ottobre 2010

Elisir d'amore dalla Fenice di Venezia

È terminata da poco la diretta radiofonica dell’Elisir veneziano.
Recita accolta da applausi deliranti. Concentrati peraltro dopo le arie dell’ultimo quadro del secondo atto. Ed accompagnati da martellanti richieste di bis. Puntualmente onorate da tenore e soprano.
Smaltiti i fumi dell’effimero entusiasmo, ci chiediamo quanto segue:

a) che senso abbia proporre, come ha fatto Desirée Rancatore, un rondò finale fitto delle più assurde variazioni liberty (tali da rendere una Miliza Korjus, al paragone, un modello di sobrietà e gusto musicale), quando poi del suddetto rondò si offra una versione monca della parte conclusiva (corrispondente alla rinnovata salita al la bem 4 e alle successive terzine). Similmente risulta incomprensibile la scelta di sopprimere le ultime battute della stretta al duetto con Dulcamara (riducendo la coda di fatto a un assolo del buffo) solo per preparare una puntatura, anche questa di gusto assai dubbio, al mi sovracuto. Questo per quanto riguarda la musicista e l’interprete. Il livello dell’esecutrice lo conosciamo e non da oggi. Voce di perfetta acidità in tutta la gamma, esibisce alla sortita un centro artificiosamente gonfio (attacco “Della crudele Isotta” sul si centrale), al duetto con il tenore e più ancora al finale primo un’ottava bassa intubata (“pesar le sentirà” con discesa al do sotto il rigo) e per tutta la sera un registro acuto e sovracuto che non ha la consistenza del cristallo, consistenza puntualmente evocata dai numerosi ammiratori della diva, bensì quella del vetro.
b) Restiamo perplessi, e anche qui non per la prima volta, di fronte alla prova di Celso Albelo, che nonostante la voce sempre di bel colore e sufficiente volume (almeno per il repertorio di mezzo carattere) esibisce fin dalla cavatina marcate nasalità e penose stonature in zona do-mi centrale, ovvero la zona che prepara il secondo passaggio di registro. E come puntualmente avviene in questi casi, gli acuti sono risolti “di natura” (cioè con sforzo) solo nel primo atto, perché nel secondo (e segnatamente dal duetto con Belcore, con la puntatura al do di “Dulcamara volo tosto a ricercar”) iniziano i problemi. Problemi che proseguono e si sostanziano alla “Furtiva lagrima”, condita da suoni bianchicci e malfermi, spacciati per mezzevoci. Vittoriosamente, a giudicare dalla reazione del pubblico lagunare.
c) Altro e maggiore imbarazzo suscita il Belcore di Roberto de Candia, per il quale il teatro di prosa sembra lo sbocco più conveniente, in questa fase della carriera. La voce è legnosa, e fin qui non ci sarebbe nulla di bizzarro, visti anche i campioni della corda baritonale attualmente in attività. Così come non stupiscono i suoni chiocci con cui sono risolte le agilità della sortita. Ma l’accento perennemente torvo e zotico, da autentico villain da circo, nuoce alla parte più di tutto il resto.
d) Ciò premesso non appare curioso che Bruno de Simone, non esattamente un virtuoso del canto, e anzi sempre sull’orlo della declamazione fortunosamente intonata, risulti in simile contesto non solo il più corretto sotto il profilo vocale, ma il più misurato ed espressivo del quartetto solistico. E questo benché le caccole di tradizione, parlati in primis, siano tutte presenti all’appello.
e) Matteo Beltrami, sul podio di una difficilmente riconoscibile orchestra del teatro veneziano (in formazione ridotta, o almeno così è parso di cogliere), ha diretto con scarso brio e più di uno sfasamento tra buca e palco (segnatamente al finale primo e al quartetto del secondo atto). Davvero convincente solo il tempo, bello rapido, staccato al rondò di Adina.
f) Un’ultima perplessità riserviamo ai cronisti di mamma Rai, che hanno commentato il doppio bis, e la serata nel suo complesso, parlando di (parafraso) evento eccezionale nel panorama del teatro d’opera in Italia. Eppure Parma è in Italia, o almeno così ricordavamo.
g) Ma davvero non c'era, nel coro della Fenice, una voce più presentabile della deputata Giannetta, che si è pure tolta il discutibile sfizio di numero due puntature nell'introduzione al primo atto?


Donizetti - L'elisir d'amore

Atto I

Chiedi all'aura lusinghiera - María Galvany & Aristodemo Giorgini (1906)

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domenica 3 ottobre 2010

Elisir d'amore alla Scala

Una bella serata di quelle dopo le quali tutti sono andati a casa felici e soddisfatti. Contentoni, si dice a Milano. Qualche ovvia eccezione al tripudio, e non solo di quelli del Corriere della Grisi. Almeno credo.


Sabato sera, recita fuori abbonamento, penso; un pubblico felice e plaudente per il solo fatto di essere alla Scala. Magari per la prima volta. Ancor più felici gli addetti ai lavori (direttori artistici, consulenti per le voci, agenti) che, salvo la riprovazione indirizzata alla protagonista, ha “sfangato” la serata, nata con molte incognite, prima fra tutte il protagonista maschile. Addirittura trionfanti per il bene fatto alla Scala, amata più della mamma, certe stagionate frange del pubblico, ormai difensori ad oltranza di qualsiasi spettacolo sul palcoscenico del Piermarini, dimentichi del proprio passato e di quello del teatro, che difendono con ardore, ignari, mi auguro per loro, di accelerarne la fine allontanandone, con il loro plaudente comportamento, la linfa vitale rappresentata vuoi dal pubblico under 30 vuoi dal dibattito e dal confronto. E’ questo il vero spunto di riflessione, l’unico, che meriti cenno e parola perché sui cantanti, sulla direzione, tutto è già stato detto e scritto, e se non lo fosse si potrebbe si potrebbe utilizzare passi di altre recensioni come nelle opere del Settecento con le arie, che transitavano, dall’uno all’altro titolo con egual significato drammatico.
E questo non perché, come apostrofati, con proterva maleducazione: “Non ci va mai bene niente”, ma perché nessuno dei quattro cantanti protagonisti (e pari ad essi la comprimaria Giannetta – Barbara Bargnesi) aveva la voce a fuoco e capace anche in parti propizie del palcoscenico, come il risonantissimo punto Callas, di farsi sentire anche se privi di volume stratosferico. Poi i quattro mostravano, variamente lo stato vocale ed interpretativo, cui conduce l’insipienza tecnica. Al massimo grado Rolando Villazon, piatto, incolore, timbro e volume da comprimario, sempre su un sordo e secco forte, cortissimo in alto, se di acuti si può parlare con riferimento a Nemorino. Che si agiti in scena, che trasformi Nemorino nel Richetto dello Zecchino d’oro Anni 60 (altro che Charlot!) non sono elementi che giustificano l’assoluzione finale da parte del pubblico ed il lauto, lautissimo compenso, che si dice frutti al tenore la partecipazione allo spettacolo.
In condizioni vocali assolutamente pari, nonostante al più giovane età Nino Machaidze, che, alla fine del ben poco impegnativo rondò (robetta si dice in loggione), il pubblico ha copiosamente buato. Alla breve: voce corta, acida, incapace di colori ed accenti, agilità da principiante. Possono anche evitarle l’onta delle uscite singole, ma la scelta né migliora la tecnica della cantante, né tantomeno ne allunga la carriera. Il compenso percepito, anch’esso mi si dice Top Fee, riservato all’ex studentessa dell’Accademia, può giustificarsi in forza di quattro mossette, ancheggiamenti e moine. Fra Elisir d’amore e l’avanspettacolo dove le reclute apostrofavano le subrettine, passano circa 100 anni. E l’osservazione valga anche per valutare l’allestimento strabordante di inutili gags che distolgono dalla musica e dalla perfetta drammaturgia donizettiana. Ancora indietro nel cammino della decozione vocale Ambrogio Maestri, ma solo perché canta da buffo e “caccia” un paio di voluminosi acuti. La voce presenta quello che in gergo si chiama “il buco”, più tipico delle voci di basso e di mezzo-soprano in zona medio-grave, che gli impedisce fluidità nei sillabati e quell’ampollosità che dell’inveterato cialtrone è caratteristica prima. Anche qui, che alla barcarola sibili la“esse”come il vecchio sdentato può far ridere solo chi creda Elisir d’amore titolo per il Teatro Smeraldo e non per la Scala. Il signor Viviani difetta della vanagloria, vocale in primis, che compete a Belcore, pasticcia pure le agilità della stretta del sortita e del duetto con Nemorino. E’, però, lontano dalla meta cui sono giunti i protagonisti.
Edizione integrale. Sempre più rimpiango le forbici ed i coltelli di Serafin, Votto e Gavazzeni. Per eseguire il duetto Adina-Dulcamara, che rifà il verso ai grandi duetti da opera seria senza inserimenti o senza variazioni di dinamica, tanto vale tagliare come è inutile la riapertura del taglio nel quartetto “Io già m’immagino” (che parafrasi nientemeno che Semiramide) con esecutori come quelli propinatici ieri sera, anche con un direttore diverso. Vero è che Donato Renzetti ha tenuto insieme l’orchestra, fragorosa, ed il palcoscenico, inutile dolersi poi di quel che in eleganza e languore non c’era ai passi topici come Adina credimi o Una furtiva lagrima, perché con quel protagonista…ma almeno il Preludietto, il coro dei contadini alla prima scena, e quello dell’ingresso di Dulcamara, non devono richiamare gli armigeri di Fausta o Parisina, ma l’iconografia ottocentesca della campagna lombarda, ben diversa dalla realtà del lavoro e della fatica. Ma Elisir d’amore con il suo trasognato protagonista nulla ha a che spartire con la realtà. Questo ovviamente lo ha ben dimenticato Laurent Pelly. Dimenticavo, ho la presunzione di credere che a casa insoddisfatto oltre a parecchi, ci sarebbe andato anche Gaetano Donizetti. Per sua fortuna è morto!


Gli ascolti

Donizetti - L'Elisir d'Amore


Atto II

Quanto amore!...Bella Adina...Una tenera occhiatina - Alda Noni & Sesto Bruscantini (1951)

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domenica 28 marzo 2010

Elisir d'amore a Bologna

Vorremmo uniformarci al precetto pasquale di imminente applicazione e parlarvi con animo lieto e giocondo dell’Elisir d’amore andato in scena ieri sera al Comunale di Bologna. Purtroppo, come ci insegna la Storia, non sempre le aspirazioni individuali, neppure le più legittime, sono destinate a realizzarsi.
La settimana scorsa June Anderson ha dimostrato in terra felsinea che si può fare arte anche nel più minuscolo dei teatrini di provincia. Ieri sera la sovrintendenza bolognese ha ribadito, per l’ennesima volta, che il blasone di un teatro non lo mette automaticamente al riparo dal rischio di proporre spettacoli, a esser buoni, parrocchiali.

Non è questione, come sicuramente obietteranno i nostri più fidati lettori, di non sapere apprezzare l’apporto, magari claudicante ma così vitale, delle giovani forze destinate a portare nuova linfa al teatro. O magari di non voler bene al Teatro bolognese, quasi fosse un parente o un amico di vecchia data.
L’Elisir in questione, presentato alla stampa e dalla stampa come spettacolo dei cadetti della Scuola dell’opera, di scolastico ha in realtà ben poco. Di quattro prime parti ben tre sono state affidate a cantanti in piena carriera, per i quali le attenuanti legate alla scarsa esperienza sulle tavole del palcoscenico non possono e non debbono valere. Si conferma così la tendenza lanciata dal Don Pasquale dello scorso anno e ripresa in questa stagione dall’Idomeneo: si assembla un cast di professionisti, magari al debutto nelle rispettive parti, e lo si “tutela” affiancandovi, al massimo, una o due nuove leve. L’amore per i giovani, tanto sbandierato da questa sovrintendenza, ha molto della carità pelosa di dapontiana memoria.
Però poi nessuno si stupisca se il teatro, malgrado i prezzi stracciati, stenta a riempirsi. Ieri, all’abbassarsi delle luci, c’erano molti posti vuoti in platea e almeno quindici palchi completamente deserti. E questo certo non si può imputare alla rarità del titolo prescelto.
Venendo ai cantanti, la prova di Juan Francisco Gatell non riesce a dissipare le perplessità che questo giovane artista suscita a ogni nuova apparizione sui nostri palcoscenici. La voce è piccola, ma questo è un difetto che si avverte poco, in una sala dalle dimensioni contenute come quella del Bibiena. Assai più grave è che sia bianchiccia e tremolante, indice di un’emissione poco sicura e bloccata in gola. Quindi non solo poco squillo e nessuna espansione all’acuto (Nemorino sta in acuto assai poco, del resto), ma, e questo è decisamente più grave, una dinamica inesistente, bloccata su un costante “forte” (che poi, dato il ridotto spessore vocale, è di fatto un “mezzoforte”), nessun colore, nessuna smorzatura, nessuna idea di fraseggio degna di questo nome. Stenta e falsetta alla sortita, davvero spettrale, accenna al duetto con Adina, canta di dote naturale (che non è molta, ma è sufficiente in questo contesto) il duetto con Dulcamara e deve quindi tornare a suoni larvali per il finale d’atto, in cui si confonde letteralmente nel coro. Al secondo atto la musica non cambia: pallido e privo di poesia il duetto con Belcore, un poco meglio la scena con le ragazze in cui accenta se non altro con proprietà il passaggio “Io già m’immagino che cosa brami”. La “Furtiva lagrima” è cantata con voce un poco più piena e addirittura, nella seconda strofa, un accenno di forcella, risolta però malamente e con qualche scivolata d’intonazione. Il pubblico gli ha decretato un piccolo trionfo, anche per la buona resa scenica, ma di qui a parlare di grande prova… ci vuole un amore di cui, ahinoi, non disponiamo!
Gezim Myshketa, che un paio d’anni fa aveva dimostrato un certo garbo nello sciagurato adattamento dell’Orphée realizzato dai fratelli Alagna, ha inteso assecondare sul piano vocale la regia, che dipinge Belcore come una sorta di bulletto di periferia. La voce è grossa ma non ampia, per limiti tecnici più che per limitata natura, di colore chiaro, che il cantante si sforza di bitumare nel malinteso tentativo di renderla più seducente o magari più adatta a un “villain”, abbastanza squillante in acuto, tanto da suscitare il sospetto di trovarci di fronte all’ennesimo tenore, reso baritono dall’impossibilità di eseguire correttamente il passaggio di registro. La sortita dimostra l’assoluta incapacità del cantante di eseguire le agilità previste, risolte con un borbottio poco rassicurante. Nel canto del baritono albanese si cercherebbero invano la dinamica sfumata, le mezzevoci insinuanti, le mille inflessioni della seduzione baldanzosa, ma sempre elegantissima, dell’azzimato sergente. Quelle inflessioni che erano verosimilmente la cifra dei grandi Belcore ottocenteschi, da Tamburini a Battistini, sino a don Antonio Scotti, di cui proponiamo la sortita, per ogni opportuno confronto. Ora, senza arrivare a imitarli in tutto, Myshketa potrebbe trarre sicuro giovamento da una respirazione un poco più solida, sulla scorta di simili modelli. Ieri sera il suo voluminoso torace denotava, nella sua immobilità, una totale latitanza in tal senso.
Michele Pertusi, ormai, dopo l’esperienza del Don Pasquale, deputato “coach” della Scuola dell’Opera, ritorna a Bologna con una parte quanto mai acconcia alle sue attuali condizioni vocali. A poco serve ripulire il personaggio dalle caccole di tradizione, quando ciò che resta è un canto legnoso e opaco, privo della cavata del vero basso come della saldezza in alto del baritono, faticosissimo nei tanti sillabati previsti dal ruolo (segnatamente nei duetti). Anche lui, al pari di Gatell, in assieme fatica a spiccare ed è facilmente coperto dall’orchestra.
Veniamo ad Anna Corvino, unica vera allieva della serata fra le prime parti. L’anno scorso la giovane artista aveva cantato, sempre a Bologna, una recita di Rigoletto affidata (stavolta per davvero) ai cadetti della Scuola dell’Opera. Siccome, a dispetto della vulgata corrente, siamo davvero buoni e misericordiosi, ci eravamo astenuti dal recensire quella Gilda, diciamo, stentata. Nell’Elisir la Corvino trova una parte decisamente più consona ai suoni mezzi naturali, che sono quelli del soprano leggero. Di certi soprani leggeri del passato la cantante, sia detto en passant, possiede anche la giunonica complessione, che la regia non si perita di mettere in evidenza con minigonne e shorts. Purtroppo il parallelo termina qui, perché l’impostazione canora è meno che da principiante. La voce, in difetto di appoggio (un difetto che appare ricorrente fra le fila degli allievi bolognesi), suona chioccia al centro, prossima all’inesistente in basso, stridula in alto, fascia in cui l’intonazione non è sempre impeccabile, specie negli acuti generosamente interpolati in chiusura delle arie. L’assenza di una corretta emissione impedisce alla cantante di legare le frasi a dovere e all’interprete di delineare un personaggio che non sia smanceroso e manierato.
Si taccia della Giannetta di Anna Maria Sarra, poco o nulla udibile. Per fortuna.
Sotto la direzione di Daniele Rustioni l’orchestra e il coro hanno offerto una prova un poco più dignitosa di quella proposta nell’Idomeneo. Certo, malgrado la rotazione delle bacchette, la gestione dei concertati (stretta dell’introduzione, finale primo, scena delle fanciulle al secondo atto) rimane a dir poco problematica e induce a interrogarsi, prima ancora che sul livello di preparazione, sulla capacità di concentrazione della masse artistiche del Teatro. Poi, come per i cantanti, sarebbe vano attendersi una direzione capace di differenziare, nel duetto Adina-Nemorino, le frasi, musicalmente identiche, che accompagnano le frivole dichiarazioni della giovane e le malinconiche riflessioni del suo innamorato, o ancora, nel concertato “Adina credimi”, dinamiche e colori diversi per i differenti stati d’animo dei personaggi e del coro. Mancano poi completamente a questo Elisir la grazia della commedia fintamente popolaresca e l’elegia del personaggio di Nemorino, soprattutto al secondo atto. C’è un discreto ritmo, e nulla più. In una parola: routine. Di provincia, appunto.
La regia era affidata a Rosetta Cucchi, personalità poliedrica e poliforme, come ci svela il suo curriculum: regista, pianista accompagnatrice di numerosi cantanti, fra cui Mariella Devia, coordinatrice della preparazione musicale presso il ROF e il Festival di Wexford, di cui è anche segretario artistico e che coproduce con il Comunale questo nuovo allestimento di Elisir. La signora Cucchi è inoltre direttore artistico del Lugo Opera Festival e della Fondazione Toscanini di Parma. Ovvio che non le resti molto tempo per dedicarsi alla regia, e quindi non stupisce che questo Elisir ricicli la solita idea (già vista dozzine di volte, specie nei teatri tedeschi) dell’ambientazione moderna in un contesto scolastico, tra “Grease”, “Saranno famosi” e un film a caso di John Hugues. Il giochino funziona discretamente, se si eccettua il già citato fraintendimento della figura di Belcore, cui si sarebbe potuto rimediare facendo del reggimento una sorta di accademia militare, in modo da salvare i riferimenti al forzoso arruolamento di Nemorino e al “fatale contratto” riscattato da Adina. Resta però da chiarire come possano risultare credibili, in un contesto metropolitano e contemporaneo, i richiami ai “rustici” da parte di un Dulcamara vestito come un vecchio hippie e soprattutto la disarmante credulità di Nemorino, la cui limitata esperienza del mondo mal si addice a un teenager di oggi.
Chiudiamo, al solito, con qualche ascolto, precisando che le Furtive lagrime proposte appartengono a cantanti che si sono esibiti nel titolo a Bologna. Vorremmo dedicare questi ascolti non al sovrintendente e direttore artistico Marco Tutino, che sicuramente li conosce benissimo (è il suo lavoro) e che ieri sera sedeva nel suo palco, applaudendo con grande entusiasmo gli interpreti da lui stesso scelti, bensì a quegli spettatori, ieri sera in visibilio per le prodezze vocali e sceniche di questo Elisir, che forse ne ignorano anche l’esistenza. Speriamo vivamente che, ad ascolto avvenuto, qualcuno fra tali plaudenti possa, una volta censurata la cattiveria, malafede e presunzione che abbiamo dimostrato in queste poche righe, farci sapere se e come tale ascolto abbia modificato la percezione della serata di ieri.
Quasi dimenticavo: che bell’opera l’Elisir! Che bella musica!


Gli ascolti

Donizetti - L'elisir d'amore


Atto I

Come Paride vezzoso - Antonio Scotti (1905)

Udite, udite, o rustici - Gaetano Azzolini (1927)

Obbligato, ah sì, obbligato - Fernando De Lucia & Ernesto Badini (1907)

Adina credimi - Tito Schipa (1928)

Atto II

Venti scudi - Enrico Caruso & Giuseppe De Luca (1919)

Una furtiva lagrima - Alessandro Bonci (1918), Tito Schipa (1929), Cesare Valletti (1953)

Prendi, per me sei libero - Lina Pagliughi (1934)


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martedì 20 ottobre 2009

Cartoline orobiche

Il nostro Duprez è andato a Bergamo per assistere all'Elisir d'amore ivi rappresentato. Non ha ritenuto di produrre una recensione, avendo ascoltato solo la prima metà dello spettacolo. Riteniamo comunque le sue impressioni d'ascolto altamente interessanti e pienamente degne di essere divulgate.

L'Elisir bergamasco è stato qualcosa di raccapricciante: dopo il primo atto mi son chiesto "perchè sopportare oltre?" così sono uscito e sono andato a mangiare un cartoccio di castagne in piazza (domenica, infatti, c'era una specie di fiera con braci scoppiettanti)... Che dire dello spettacolo? Cantanti indefinibili: Nemorino ha annunciato la sua indisposizione, ma ha cantato lo stesso...in stile Casciarri (Talbo Cavaliero nella passata stagione in Bergamo, NdD)! Adina era spesso stonata come una campana e in palese difficoltà nelle, pur modeste, esigenze della partitura. Belcore strillava e Dulcamara parlava (con tutto l'armamentario di caccole, aggiunte, volgarità e vezzi che parevano esagerate già negli anni '50: tanto che al confronto Corena pare un fine dicitore, un sobrio Bruscantini). Direttore d'orchestra pesante come un capobanda (che oltretutto strepitava e canticchiava, coprendo spesso i cantanti e anticipandone ad alta voce le entrate) e tagli a profusione (tutti i da capo). Regia tutta sbagliata: vicenda riambientata in un giardino delizioso nella campagna inglese dei primi '700, con damine, cicisbei, nobiluomini etc...nessun contadino, nessun rustico, nessun sempliciotto (immagina l'imbarazzo di "Udite o rustici" mentre di fronte vi è un pubblico di cavalieri e nobili con parrucche incipriate, spadine e abiti riccamente decorati - peraltro Dulcamara arriva con seguito di due donzelle semivestite e due moretti, coi quali si esibisce in coreografie degne da musical: mossette, balletti, trenini...) Insomma: un orrore! E pensa che 'sta roba va in tour in Giappone! Volevo recensire, ma non valeva la pena.....

L’elisir d’amore
di GAETANO DONIZETTI
Melodramma in due atti


Domenica 18 ottobre ore 15.30

Interpreti principali: Linda Campanella, Matteo Peirone, Ivan Magrì, Mario Cassi, Filippo Morace, Leonardo Galeazzi, Diana Mian

Direttore: Stefano Montanari
Regia: Francesco Bellotto
Scene: Angelo Sala
Costumi: Cristina Aceti
Orchestra e coro del Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti
Maestro del Coro Fabio Tartari

Nuovo allestimento in coproduzione con Konzerthaus-Tokio
Produzione Teatro “G. Donizetti” di Bergamo, Azienda Teatro del Giglio di Lucca




Gli ascolti

Donizetti - L'elisir d'amore


Atto II

Una furtiva lagrima - Hipólito Lázaro (1926)

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martedì 16 dicembre 2008

Elisir d'amore a Firenze


Eh, sì. Siamo proprio in gramaglie....ma di quelle strette, se non si riesce più nemmeno ad allestire un cast che dispensi canto professionale nell'Elisir d'amore di Donizetti.
Comunque saremo brevi per questa recensione, dato che poi verranno a dirci che dalla radio non si può ben capire e valutare la performance teatrale.

E’ stato un Elisir diretto da una bacchetta che ha la fama di essere l’esecutore per eccellenza di questo repertorio e per capacità di conduzione dell’orchestra e per sensibilità conclamata verso il canto. Questa sera, però, il maestro Campanella è parso assente. Ingiustificato. L’accompagnamento al canto è stato troppo spesso meccanico e di brutto suono. Elegia e malinconia donizettiana sono state le grandi assenti della sua componente orchestrale. Stimato e ritenuto estimatore del buon gusto, Campanella ha bellamente taciuto davanti ai solisti, in particolare all’esecuzione pacchiana e volgare di Bruno Praticò.

Il quale Praticò proverrebbe da un luogo ( Martina Franca, ossia domus Cellettiana ) ove i Corena, i Montarsolo, i Luise erano messi alla gogna per cattivo gusto e pessima esecuzione vocale. Davanti al Praticò di questo Elisir quei signori erano stilisti finissimi. La sua vociaccia sgraziata e sgangherata ricorda una delle tante papere dei cartoons piuttosto che un bass-baritone. Davvero sfinente ed insopportabile, forse perché a fine sera, la sua sciabattata Barcarola….un modello negativo assoluto!

La signora Mei, dopo avere inseguito vanamente la chimera dei ruoli da tragediénne classica, oltre al fuggito Devereux, esibisce una vocetta che ricorda le peggiori suoubrettine anni ’50, querula, bianchiccia, totidalmonteggiante, in palese difficoltà in alto come nei passi agilità ( semplice ), tipo il duetto con Nemorino al finale I o il duetto con Dulcamara atto II, per tacere del rondò finale.
Nel “Prendi per me sei libero” non riesce ad eseguire proprio le due elementari frasi iniziali, perché la voce si fa fissa e poco intonata. Apre i suoni al centro mentre i primi acuti sono subito aciduli e precari. Le battute di conducimento tra aria e rondò sono state malamente strillacchiate in acuto, e tacciamo delle oscene note di petto in basso ( fuor di ogni decenza!......Campanella dove è? ).
Quanto a ” Il mio rigor dimentica”, la Mei ha esibito una esecuzione delle agilità men che dilettantesca, con aspirazioni evidenti di ogni suono, alla moda…svizzera, lido ove forse può maggiormente piacere. La signora Mei ha oggi quasi un monopolio di questi ruoli di mezzo carattere di Donizetti, Rossini e Bellini. Il che è fatto incomprensibile, dato il livello delle sue prestazioni, che esulano da ogni vena di quella malinconica eleganza e contenuto lirismo che furono prerogativa delle grandi primedonne buffe dell’Ottocento. Grisi in primis.

Il signor Francesco Meli lo abbiamo già bistrattato altre volte, né lui è cambiato in questi mesi.Anzi.
A saper cantare, ossia passare di registro quando sale, avrebbe una voce bellissima e sarebbe buon interprete, perchè le intenzioni sono giuste in questo ruolo ( un po’ volgarotto il Trallalà del finale I ma insomma…..). Con la voce messa così, i falsetti per forza di cose arrivano a frotte per simulare una dinamica che non si può avere con la voce in gola. Lo stupore giovanile, l’estatico rapimento del giovane innamorato risultano artefatti ed artati, come nel “Quanto è bella, quanto è cara…” ad esempio. La grande aria è zoppa perché la voce, in gola, va via a tratti perché priva di legato. L’attacco sul fa dell’aria e il seguente sol bemolle di “negli occhi suoi” incerti e malsicuri sono la prova dei suoi difetti e dei suoi limiti, che si ripercuotono poi sul legato come sulla dinamica. La messa di voce in chiusa è stata rabberciata alla bell’è meglio. Ma sono tutte tare derivate da un canto puramente istintivo.
Se, per motivi diversi,avevamo espresso a suo tempo dubbi sul Rigoletto di Florez, sul Duca di questo ragazzo non se ne possono avanzare che dei ben maggiori e sostanziosi. Speriamo sappia smentirci, ma…..

Il signor Capitanucci canta con voce non bella, né molto stilizzata nell’emissione, nè con stile specialmente elegante. E’ parso tuttavia nettamente il più bravo della compagnia, o il meno peggio, stabilitelo voi! Non si è abbassato alle volgarità ed alle smargiassate di certi Belcore, e lo ringraziamo di questo, dato che in questo cast poteva essere facile farsi prendere la mano.

Quanto al signor Arcà che, intervistato nell’intervallo, si è proclamato, con un po’ di eccesso melodrammatico, protettore dell’arte di Francesco Meli come dei giovani generale, suggeriamo di riascoltare grandi tenori quali Schipa, o Kraus, sommi esecutori del passaggio di registro, e di fare un sano ed utile confronto con il suo Nemorino, onde poterlo opportunamente consigliare…..non tanto sul repertorio, quanto sulla sua latitanza tecnica. Perché è questa caro Arcà, la vera causa dei declini precoci dei giovani di oggi, ancor più delle scelte di repertorio. Ma forse il terreno della “vociologia” non è adatto ai sovrintendenti come ai direttori artistici di oggi.




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venerdì 5 dicembre 2008

Il mito del primo uomo: Nemorino

Perché solo primedonne? L'opera è fatta in egual misura di primedonne e primi uomini che, per tradizione, si combattono sul palcoscenico i favori del pubblico a suon di acuti piuttosto che di filature e messe di voce.

Se Violetta Valery è un personaggio che quasi tutti i soprani hanno cantato e possono cantare per i tenori analogo ruolo lo svolge Nemorino, il contadinello pensato da Donizetti e Romani, sulla falsa riga di Auber e Scribe. Quasi tutti i tenori in carriera, sin dall'origine, dell'opera sono stati attratti dal mite e remissivo ragazzo, vittima, per amore di una capricciosa fittajola, dapprima di ciarlatano, che gira per i paesi circumvicini e, poi, di uno smargiasso sergente rivale in amore. Poi come in tutte le favole il lieto fine, propiziato dalla morte, in città (verrebbe da dire a Bergamo, tanto della sua terra vi trasfuse Donizetti), del ricco zio di Nemorino.
Per altro basta guardare la scrittura vocale per rendersi conto che, con poche esclusioni, il ruolo possa essere ora di tenori di colore chiaro, dolce e limitato volume ora di tenori di voce scura ed anche possente. A condizione generale di sapere cantare con morbidezza e rotondità sulla zona cosiddetta del passaggio di registro. Questo oggi, ossia dal 1900 in poi perchè fu Caruso, particolarmente il tardo Caruso a donare a Nemorino un peso ed una possanza vocale che sino ad allora gli erano stati estranei.
Andiamo con ordine:
a) la scrittura vocale. La parte è assolutamente centrale, prevede rarissimi ed elementari passi di agilità (qualche terzina) al duetto con Adina, optional di tradizione la volata al si bem di "Dulcamara volo tosto a ricercar" e la cadenza della "furtiva lagrima". E', però, tutta sul passaggio di registro ed abbonda di indicazioni come i "con passione" e "legato" dell'incipit del finale primo "Adina credimi", sino alle reitarate indicazioni di piano, pianissimo, e di esecuzione di legature davvero lunghe nella pagina più famosa dell'opera.
In fondo Donizetti con Nemorino inventa una nuova tipologia vocale, perché Nemorino nasce dalla semplificazione vocale dei personaggi di mezzo carattere dei melodrammi rossiniani, quali Lindoro di Italiana, Giocondo di Pietra del paragone e Giannetto di Gazza Ladra. Per certi versi il suo progenitore più diretto è Paolino del Matrimonio segreto.
Nemorimo, privo di difficoltà vocali insormontabili, tipiche della vocalità belcantistica anche nell'opera comica o di mezzo carattere (vedi il già citato Lindoro), sembra addirittura presagire quella dei tenori cosiddetti di grazia fra '800 e '900 tanto è che tutti i grandi interpreti di Massenet, di Nadir dei Pescatori e di Rodolfo di Bohème ebbero stabile in repertorio Nemorino.
b) Conseguenza della scrittura vocale il fatto che tutti i grandi tenori dell'800 cantassero Nemorino. Uno dei più famosi fu Mario, che affrontò il ruolo a Parigi nel 1840 agli Italiani con il solito cast di star che connotava gli spettacoli di quel teatro. Anzi per quell'edizione Donizetti medesimo approntò un finale alternativo e ampliò la parte di Adina per la divina di turno, che era la Tacchinardi Persiani.
Come cantasse Mario e tutta la schiera dei Nemorino sino ai primi del'900 non lo sappiamo. La registrazione di Fernando de Lucia, però, può essere illuminante della prassi esecutiva. Qualcuno potrà parlare di libertà e di arbitrio con i rallentando e gli accelerando seminati quasi in ogni battuta; io credo, invece, che si tratti di una realizzazione, prima che vocale, di grandissima interpretazione, perché nessun Nemorino è ingenuo e naif come de Lucia. Ingenuo e naif è poi quello che richiede l'autore.
I panni di Nemorino furono indossati da tutti i grandi tenori di grazia fossero appunto Mario, Moriani, Guasco, Naudin (che, però, praticava anche il grand-opéra) sino a cantanti alle soglie del secolo come Masini, Stagno e Marconi.
In fondo evitarono il personaggio solo tenori cosiddetti di forza, quelli che in Domenico Donzelli vedevano il loro prototipo (per intenderci Tamberlick, Tamagno, in area italiana, Affré ed Esclais in area francese).
c) La tradizione interpretativa fu quella e per il pubblico Nemorino doveva sospirare e languire (uso parole del testo poetico riferite al personaggio, non a caso). Deviazioni non erano ammesse, tanto è che a Napoli nel 1902 Caruso venne, nel nome di Fernando de Lucia, pesatemente riprovato nella parte. Chi ascolta la registrazione del duetto del secondo atto con Belcore (un'esemplare Giuseppe de Luca) percepisce come a fine carriera - anno 1919 - il più celebrato tenore del tempo avesse difficoltà a cantare nella zona di passaggio e quindi come quel Nemorimo fosse molto poco vicino alle indicazioni dell'autore ed alla poetica del personaggio.
Dopo Caruso quasi tutti i tipi vocali vennero "sdoganati" e ritenuti idonei a cantare Nemorino. Basta sentire tenori di ampio tonnellaggio e ben altro repertorio come Lázaro, Pertile e Tucker, dei quali il solo Lázaro cantò l'opera in teatro.
Però il modello assoluto ed ineguagliato rimase Tito Schipa. Spartito alla mano non c'è una indicazione dinamica che il tenore leccese non rispetti e spesso non amplifichi. Nell' "Adina credimi" l'equilibrio fra l'indicazione di "legato" e quella di "con passione" è resa con equilibrio assoluto e, ritengo, irripetibile. Nemorino non è più l'ingenuo ragazzo diviene il giovane innamorato colpito nel profondo dei sentimenti. Qualcuno (grande ammiratore di Schipa, ma per nulla incline a peana e santificazioni come Rodolfo Celletti) ha parlato con riferimento a quest'esecuzione di "poesia".
E l'esattezza del tenore cosiddetto di grazia nel ruolo è confermata da due grandissimi di scuola russa facenti parte della schiera dei tenori di grazia Smirnov e Lemeshev. Sia chiaro non hanno nulla a che vedere con i tenori dalla voce bianchiccia e dai suoni mal fermi, che nell'ultimo mezzo secolo sono stati etichettati tenori di grazia. Erano tenori che cantavano Tosca, Adriana, Traviata, Lucia, Fra' Diavolo, Manon, Werther, Faust e Romeo di Gounod. Sono, però, voci chiare, molto dolci, ma timbratissime e di una assoluta saldezza nella zona, ove Nemorino deve esprimersi e deve avere una dinamica praticamente illimitata, pena un'esecuzione piatta, metronomica e, alla fine, noiosa.
d) L'effetto Caruso su Nemorino. Forse sarebbe più corretto chiamarlo effetto verismo su Nemorino, ovvero avere ritenuto Nemorino parte non esclusiva per tenore di grazia. Chi ascolta le registrazioni parziali di Lázaro, Pertile e Tucker nulla può eccepire sulla resa vocale ed interpretativa. L'attacco della "Furtiva lagrima" di Tucker è estatico, pur con una voce corposa che "galleggia" sul fiato, rispetta le indicazioni di legato previste dall'autore, sa cantare piano e forte, fra l'altro con un'autentica pienezza e turgore vocale, senza però che la voce, da tenore lirico spinto (la registrazione è un concerto del 1970, quindi Tucker era oltre i cinquant'anni e frequentava da tempo ben altro repertorio) svisi il personaggio e le indicazioni dell'autore. E lo stesso accade con Lázaro dotato del timbro lucente e squillante da tenore de espada, piegato alle sfumature che lo stupore del personaggio dinnanzi all'amata impongono alla sortita. Ma c'è l'effetto negativo Caruso e più che Caruso vorrei dire Di Stefano, di cui volutamente abbiamo evitato ascolti. Ossia un Nemorino che al di là di una voce di buona quando non di eccelsa qualità naturale siccome la parte è facile canta a squarcia gola, con dinamica limitata fra il forte ed il mezzo forte e per insipienza tecnica spacciando suoni indietro e falsettanti per mezze voci. Insomma tutto ciò che Nemorino non deve essere perché ogni realismo a partire dalla voce grezza e non affinata e stilizzata dalla tecnica è un assoluto controsenso antidonizettiano.


Gli ascolti

Donizetti: L'Elisir d'amore


Atto I

Quanto è bella, quanto è cara - Hipólito Lázaro (1926), Beniamino Gigli (1953)

Chiedi all'aura lusinghiera - Beniamino & Rina Gigli (1953)

Obbligato! ah sì, obbligato - Fernando de Lucia & Ernesto Badini (1907)

Adina credimi - Tito Schipa (1928)



Atto II

Venti scudi - Enrico Caruso & Giuseppe De Luca (1919)

Una furtiva lagrima - Enrico Caruso (1904), Tito Schipa (1929), Beniamino Gigli (1933), Dmitri Smirnov (1910), Sergei Lemeshev (1950), William Matteuzzi (1987), André D'Arkor (1931), Hipólito Lázaro (1926), Richard Tucker (1970), Cesare Valletti (1953), John McCormack (1910), Joseph Schmidt (1931), Alain Vanzo (1968), Aureliano Pertile (1929)

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