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lunedì 9 agosto 2010

Mese di agosto IV - Sigismondo dal ROF

Mi domando se possa essere utile scrivere un commento a quanto udito questa sera da Pesaro riguardo l’esecuzione del Sigismondo, titolo inaugurale della trentunesima edizione del festival Rossini, perché basterebbe scorrere i pensieri, esplosi spontanei nella chat durante la trasmissione per avere una recensione bella e pronta e soprattutto competente. Quindi per sommi capi.

Comincio, reduce e dall’aver seguito la trasmissione con lo spartito Ricordi del 1850 e dalla lettura del testo “Divas and scholars” di Philip Gossett, definito "immancabile" per il rossiniano doc dalla rossiniana doc Marilyn Horne, con l’esternare perplessità e dubbi. Nel dettaglio:
1) ho sentito sistematicamente recitativi eseguiti privi di appoggiature ed a metronomo e persino con scarsa attenzione alla dizione. Eppure gli esecutori erano italiani, salvo Olga Peretyatko, russa, eppure la più varia ed eloquente. Accento, scansione larga e fiera sono a tutti ignoti e sconosciuti e questo è particolarmente negativo in titolo che prevede una farragine di recitativi, eseguiti ab integro. Ci ricordiamo l’utilizzo della appoggiature di Garcia, proposto da Merritt, nell’Otello del 1988.
2) Abbiamo imparato quanto inattendibile la storiella che Rossini, esasperato dagli inserimenti ed abbellimenti di Velluti nel dicembre 1813 abbia deciso di scrivere la coloratura in extenso. Ciò nonostante quando Rossini nello spartito inserisce quelle che in gergo si chiamano “notine” non significa che le stesse debbano essere eseguite alla lettera, rappresentano, invece, una proposta, uno scheletro di inserimento ed ornamentazione del testo. In difetti ritorniamo agli anni ’50, quelli della “forbice di Serafin”, per riprendere Gossett, privi, però del braccio e dell’esperienza del maestro di Cavarzere.
3) Quando, poi, una frase musicale ricompare identica e l’autore non abbia provveduto a variarla, come accade nella seconda aria di Ladislao sulle parole “mi inganna” deve provvedervi esecutore o concertatore. In difetto, come accaduto in questo Sigismondo siamo ancora al Rossini ante Horne, per dare dei riferimenti cronologici.
4) Quanto, poi, all’esecuzione di un titolo del primo Rossini, notoriamente avaro di segni di espressione e di dinamica ( ce lo ripetono da cinquant’anni proprio i padri spirituali del Festival: Alberto Zedda e Philip Gossett) questo non significa limitare la dinamica al forte ed al mezzo forte ed eliminare stentando ed accelerando salvo che (cavatina di Sigismondo) non li abbia indicati l’autore limitandosi ad un accompagnamento metronomico e meccanico. Altra scelta da “forbice di Serafin”
5) Quando, poi, le variazioni nei da capo, di cui ignoro l’autore, parsimoniose e di poca fantasia sono la regola, questa è assolutamente inammissibile ed antirossiana specie se riferita ad un titolo del primo Rossini a coloratura lata e non minuta.
E così arrivo alla direzione d’orchestra, proponendo un ulteriore spunto di riflessione. Sigismondo, come tutti i titoli del Rossini giovane vennero utilizzati a piene mani dall’autore per parodie ed auto impresti. I principale e nella certezza della incompletezza: la Sinfonia verrà impiantata nell’Otello, la cabaletta della prima aria di Ladislao è un mix fra quella di Norfolk ed il “marito di tal fatta” di Donna Fiorilla, alla cabaletta di sortita Sigismondo intona il “voce che tenera” del numero alternativo, pensato per Tancredi, il coro dei cacciatori diverrà quello che introduce don Magnifico in cantina, il tema della calunnia compare nel duetto Ladislao- Aldimira, la quale, travestita, intona il tema di Fiorilla, anch’essa travestita, del finale primo del Turco, al loro primo incontro Sigismondo e d Aldimira cantano Cenerentola e don Ramiro, Ladislao, straziato dai rimorsi nella propria ultima aria intona, pure sulle medesime parole quella che diverrà la cabaletta di Matilde ossia di Seide in Adina ed in fine Sigismondo anticipa in parte il Norfolk di Elisabetta, ossia canta quel che diverrà l’aria di Josephine Fodor, Rosina.
Tutto questo, aggravato dalla circostanza che ciascun brano venga parodiato ed autoimprestato in situazioni drammatiche differenti dovrebbe inspirare la direzione a colori e dinamiche, che elidano nel pubblico l’idea del pedissequo autoimpresto, altrimenti mandiamo all’altro mondo un altro dogma dell’estetica rossiniana, ossia che trattasi di arte tutta ideale. Se ascoltando l’autoimpresto del Turco il pubblico sente sempre l’opera comica ch dirige e concerta ed anche chi canta ha fallito il proprio compito e tradito l’autore. Concittadino, per giunta, come se la circostanza rappresentante il quid pluris ed il fondato motivo della scrittura.
Sul direttore Michele Mariotti prendo a prestito il giudizio di Barbara Marchisio, riferito al recente Barbiere e spiego quella frase precisandola ed esemplificandola: questa direzione manca, a partire dalla Sinfonia, del colore ampio e solenne che compete all’opera tragica, non si distinguono mai gli strumenti cui attribuito il tema da quelli, cui affidato l’accompagnamento, che gli accompagnamenti degli ensemble (finale primo e stretta dello splendido quartetto all’atto secondo) sono pesanti, e che per contro talune sonorità e tempi (cabaletta di Sigismondo all’atto primo) sono da farsetta ossia che manca lo slancio e l’abbandono, il tutto a favore della esecuzione, rectius noia metronomica, che ha permeato tutta la serata.

E qui mi fermo precisando che alla stretta del quartetto, complice l’esecuzione maldestra di una puntatura di Aldimira e Ladislao fra palcoscenico ed orchestra c’è stato lo scompiglio. L’opera, ripeto prevede, poi, due soli concertati.
Daniela Barcellona con questo ruolo credo abbia superato il numero di parti rossiniane nel repertorio persino di Marilyn Horne. Quantità non significa qualità. Il canto di Daniela Barcellona è la più esauriente negazione del canto rossiniano. Nella parte centralizzante di Sigismondo, scritta per Marietta Marcolini, che non passa per scrittura un sol acuto, che non prevede acrobazie stratosferiche abbiamo sentito una voce aperta in basso(la e si bassi) , scarsamente immascherata al centro (a partire dal do centrale), priva di eleganza, astrattezza e stilizzazione, che sono la qualità irrinunciabile del belcantista. In ogni zona della voce si sente quello che in gergo si definisce la fibra, segno manifesto del canto non di scuola. I recitativi sono “buttati lì”, privi di senso, perché il problema è eseguire le note, ancor peggio nei cantabili dove il legato è periclitante perché la voce è nel fiato e non sul fiato e quanto alle agilità sono spesso strascicate e non scandite (duetto del secondo atto). Sempre al duetto del secondo atto a Sigismondo è affidata una frase, che anticipa quelle di Calbo o di Erisso e la Barcellona non sa fare altro che emettere sgraziati e malamente sostenuti suoni di petto. Il tasso emozionale della frase è irrimediabilmente perso e con esso personaggio, stile e gusto. Il pubblico può anche applaudire questa potenziale Ulrica, che mai oggi più che ieri ha avuto pertinenza con Rossini. Eppure la voce in sé era di qualità e di autentico mezzo soprano
Le parti scritte, come Aldimira, per Elisabetta Manfredini sono le prime che caratterizzano la scrittura vocale rossiniana. Inutile ricordare che presentano note acute soprattutto sol e la scoperti, che non escludono accento scandito ed imperioso e prevedono passi vocalizzati piuttosto lunghi come accade al finale dell’aria del secondo atto ( identica situazione per tutte le altre arie “a rondo” scritte per il soprano bolognese in Tancredi, Adelaide, ad esempio). Allora peso e colore della signora Peretyatko sono quelle della soubrette da farsa, gli acuti estremi non sembrano facili a piena voce, un po’ meglio se emessi flautati come accade negli andanti, spesso le note sul passaggio superiore suonano schiacciate (duetto con Ladislao) e la vocalizzazione non è fluidissima perché la voce non suona alta nella maschera. Unico pregio conferisce senso ai recitativi ed accenta, soprattutto nei momenti più intesamente drammatici con vigore, senza averlo però nella voce.
La parte più difficile e più onerosa dell’opera è quella dell’antagonista Ladislao, cui sono riservate ben tre arie oltre che al duetto con Aldimira, scritta per Claudio Bonoldi, tenore baritonale e piuttosto versato nel canto d’agilità stando a quanto previsto soprattutto nella seconda e nella terza aria. Il primo problema nelle parti di tenore baritonale (psicologicamente il cattivo, l’antagonista) è l’accento che deve essere scandito, di chiaro richiamo neoclassico, poi, arriva l’esigenza dell’ampiezza nei cantabili di scrittura molto centrale e la precisione e l’accentazione dei passi di coloratura. Siccome Antonino Siragusa nasce ed è un tenore chiaro di colore, anche se dotato di un buon volume, parte perdente e non è certo stato aiutato perché, quando la scelta è per forza di cose (non ci sono più tenori baritonali) quella che è stata fatta, la parte deve essere provveduta dalla prima all’ultima nota di accomodi, che consentano di simulare le caratteristiche del tenore baritonale ovvero di rendere un servizio al cantante ed all’autore. Autore cui dedicato il Festival !
Basso nel duplice ruolo di Zenovito ee Ulderico ossia Andrea Concetti ingolato e duro. Imitare i bassi russi, come scritto in chat, nelle opere di Rossini è una prodezza e dei comprimari taccio.In Rossini, però, anche i comprimari sono destinatari di numeri solistici e questo è un serio guaio, almeno per gli ascoltatori.




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mercoledì 25 novembre 2009

Di tanti palpiti radiofonici e tauriniensi

Siamo certi che il primo post che arriverà sara dell'usato tenore, ossia non si può giudicare dall'ascolto radiofonico.
Ciascuno ha, in punto, la propria opinione. Noi del Corriere della Grisi, i cui più vecchi blogghisti hanno una trentennale consuetudine con il capolavoro della giovinezza rossiniana crediamo che si possa giudicare e la bacchetta ed i cantanti dall'ascolto radiofonico.
Liberi i frequentatori della nostra pagina telematica di condividere o censurare l'opinione.
Di Tancredi abbiamo parlato spesso. Il capolavoro di Rossini, secondo l'opinione di Stendhal, il capo d'opera di Giuditta Pasta, che poi eseguiva, consenziente il maestro, un pastiche a propria misura, il titolo guida della Rossini renaissance ad opera di Marilyn Horne, il titolo di una polemica, che sa tanto di muro di Berlino e guerra fredda, propiziata da quello che si autodefinisce il luogo di salvaguardia di Pesaro ed alla quale abbiamo sentito l'urgente dovere di replicare e cn parole e soprattutto con le voci nell'agosto scorso.

La sinfonia diretta con tempi veloci e sostenuti senza abbandono e senza slancio l’uno conseguenza dell’altro. Meccanica alla baroccara.
Naturalmente credo si dirà che una scelta che esclude ogni romanticismo. Peccato che si tratti di Tancredi 1813 e che gli esegeti rossiniani parlino con riferimento al capolavoro della gioventù dell’opera degli affetti.
Cominciamo bene!
Proseguiamo con una scena introduttiva dove l’Isaura di turno (Annunziata Vestri) cempenna quattro passi di agilità che porterebbero la voce dal centro alla zona medio grave “la più tenera amistà” comprovando di non essere un mezzo e di non sapere eseguire il primo essenziale passaggio di registro.
All’entrata di Antonino Siragusa bastano quattro battute per rendersi conto che non è un baritenore, che ha problemi, noti da tempo e costantemente manifestati, a saldare le zone della voce e che siccome deve cantare al centro i tentativi di emettere acuti (Siragusa è tenore che canta Sonnambula, Cenerentola e Don Pasquale) due nella sortita ossia al conducimento della cabaletta ed alla chiusa danno luogo a suoni duri e stirati. Idem la seconda aria, questa con l’aggravante della irrinunciabile necessità di ampiezza di fraseggio, per esprimere l’ira di un regale padre. Nessuna variazione nel da capo. Applausi di cortesia. Tempi meccanici ed accompagnamento metronomico di chi (il direttore Kristjan Järvi, che si dice al suo debutto operistico) non sappia che l’accompagnamento è accompagnamento e non la melodia affidata alla voce e alle prime parti orchestrali.
Entrata di Patrizia Ciofi, anch’essa dedita all’esecuzione letterale o quasi. Difetti di sempre: afoneggiante e nel fiato la voce in prima ottava, schiacciato il registro acuto (questa è una novità), accento inerte. Applausi un poco più nutriti. Gli applausi di cortesia la Ciofi li lucra all’aria (splendida) del secondo atto “No che il morir non è” infestata di aria nella voce, strumentali trasposti e trasportino per celare il buco del passaggio.
Si arriva alla grandiosa aria “a rondò”. Cominciamo con suoni in bocca e timbro nonagenario nel “giusto dio” non certo altissimo, legato approssimativo “ tu lo sai se rea son io”. Il si nat centrale di “tuo favor “ è sordo, la coloratura minuta in zona medio alta a tratti faticosa ed i suoni schiacciati. In basso completamente sorda ( e poi nel recente passato censuravamo la zona bassa di una Devia o di una Cuberli). All’entrato del coro pesante e fragoroso risveglio, sotto l’inesperto braccio del maestro Järvi, urletti della signora Ciofi per simulare terrore, prima, e gioia dopo. Identici in entrambi casi. Alla parte acrobatica le prese di fiate, la vocalizzazione sillabica in luogo della semisillabica, i suoni bianchi e schiacciati sono la negazione della linea apollinea e classica richiesta all’esecutrice rossiniana. La versione semplificata delle –brutte– varianti della Devia non fa buon servizio a nessuno. Voce piccolissima. Un disastro. Basta avere nelle orecchie non dico Lella Cuberli, ma Gianna Rolandi (Torino aprile 1985). Il nostro civilissimo direttore è metronomico e squadrato alla chiusa e non si ferma per consentire gli immeritati applausi e regalarci una delle più sgarbate e pesanti entrate del coro che accompagna Tancredi infelice vincitore. Il coro qui come altrove sembrano gli armigeri di un dramma di Béla Bartók.
Nella rituale intervista fra primo e secondo atto la signora Barcellona ha parlato dei palpiti come del biglietto da visita del protagonista. Sarebbe, continuando la metafora del biglietto da visita, uno di quelli che si dimenticano per la poca impressione che il latore ha fatto.
I vizi sono quelli di sempre, aggravati dal passare degli anni ossia emissione per nulla stilizzata (scusate ma ricordate l’astrattezza del timbro della non più giovane Horne?), che toglie nobilità alla scrittura semplice del giovane guerriero, rende piccoli e stirati gli acuti estremi ed interpolati con parsimonia. Parsimonia che riguarda anche le diminuzioni nella cavatina, nel secondo duetto con Amenaide ed in quello con Argirio dove il tasso di eroica esaltazione è pari a zero. Ho parlato di secondo duetto fra gli innamorati in quanto omesso il primo e collocato in guisa di primo il secondo. Troppa fatica o nuova versione filologica o desiderio di emulare la prima dove le precarie, ma temporanee condizioni delle protagoniste fecero eseguire, di fatto, una “mezza porzione” di Tancredi.
Quindi dopo la sgangherata aria del sorbetto di Roggiero (Paola Gardina), abbiamo una meccanica, piatta esecuzione della incantevole descrizione dei dirupi dell’Etna, che prepara il piatto, meccanico e monotono recitativo della Barcellona che stenta sul re centrale di “nel povero mio cor”. Troppo pretendere colori, smorzature, le estenuanti, eleganti messe di voce, che hanno fatto del Tancredi di Marylin Horne il TANCREDI.
Appena sale, ma parliamo del do centrale di “l’adoro”, ancora compaiono suoni acidi e quando tenta di scendere i suoni sono intubati. Tutti in sospetto di poca fermezza, appena superato un mezzo piano o nel tentativo di cantare piano , ripresa di “ Ah che scordar non so”, funestato dall’enfatico “l’adoro” ancor della ripresa e da un paio di suonacci di petto alla chiusa. Le cose non vanno certo meglio nella seconda sezione della scena dove il direttore stacca un tempo inutilmente veloce, senza grazie, senza eleganza e senza che possa giovare all’esecuzione del poco virtuosismo, scritto ed interpolato dove la voce di Daniela Barcellona appare insicura e di eseguo volume in zona alta.
Per la cronaca assolutamente antirossiniani i parlati di Patrizia Ciofi, che attende l’esito della pugna.
Ci viene offerto il finale tragico che il commentatore radiofonico insegna essere stato eseguito per lungo tempo. Il lungo tempo è quello da poco passato ad opera principalmente di Marilyn Horne, atteso che nel secolo XIX, lo eseguì la sola destinataria Adelaide Malanotte, atteso che le grandi protagoniste eseguivano quello lieto e per giunta non di Rossini.
Per ultimo la perla del direttore, inesperto e debuttante e si sente. Tempi a casaccio senza una logica, fragori orchestrali, nessuna regia vocale, salvo l’idea di una ormai prossima consacrazione al gusto baroccaro anche di Rossini. Meglio l’oblio allora!

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giovedì 5 marzo 2009

Italiana in Algeri a Torino: riflessioni

Siccome non si può essere omnipresenti per l'Italiana in Algeri di Torino, nuovo allestimento con regia di Vittorio Bonelli, ci siamo accontentati dell'ascolto radiofonico
Poco tempo or sono avevamo dedicato un post al rondò di Isabella, scena clou dell'opera, ed alle sue interpreti di levatura storica. Senza nessun intento polemico.

E' certo che qualcuno, che non condividerà queste riflessioni, tirerà fuori la solita storia della discutibile fedeltà dell'ascolto radiofonico, rispetto a quello diretto in teatro. Una volta per tutte l'ascolto radiofonico non consente di cogliere il reale volume di una voce e gli equilibri fra tutte quelle in scena, e con la buca, regalando ampiezza a strumenti vocali di volume e proiezione limitati, togliendone, invece, a voci ampie e timbrate.
Ma da qui a sfalsare completamente l'ascolto e sopratutto la qualità tecnica di una voce ne passa e molto.
Abbiamo sentito Antonio Siragusa, dal colore sempre molto bianco (sbiancato?), certo più idoneo per timbro ed accento al mezzo carattere che non al genere tragico, che esegue con facilità i passi vocalizzati dell'allegro della cavatina "Languir per una bella", ma patisce le frasi lunghe e legate della prima sezione della stessa, che arriva esausto e stimbrato alle battute conclusive della seconda aria e che scrocca gli acuti (si nat al termine di una tessitura da tenore contraltino) dell'allegro del duetto con Mustafà "mi confondo". Anche al quintetto del caffè ed al trio dei pappataci (e nel secondo atto Lindoro è davvero poco impegnato) acuti stimbrati e note centrali non proiettate correttamente.
Quando al protagonista maschile Lorenzo Regazzo credo che la ripresa radiofonica ne falsi ampiezza e volume, che sembra, via radio, considerevole. Non credo lo sia dal vivo altrimenti sarebbe già stato arruolato per parti verdiane e, poi, la voce, alla ricerca di suoni da vero basso suona ingolata e ne risente la fluidità e scorrevolezza della vocalizzazione (vedasi l'aria "già d'insolito ardore", le agilità martellate del primo incontro con Isabella ed il quintetto del caffè) e l'estensione (stimbrato il fa acuto, che chiude il trio dei pappataci).
Le cronache coeve a Rossini, prime quelle di Stendhal, riferite al maggior buffo allora in carriera -Giuseppe Pacini- non fanno mistero che fosse privo di voce e che altre fossero le risorse per essere, appunto, il grande Pacini.
Avere poca voce, ovvero essere privi di dote naturali, che nelle corde di basso e baritono porta ai ruoli comici, non significa, almeno credo, adoperarsi per renderle il proprio strumento sgradevole e volgare ed evitare di cantare su fiato, come , invece accade a tutti i buffi del giorno d'oggi. Nessuno escluso, ossia de Candia compreso.
Il risultato di tale comportamento aprofessionale sono interpretazioni ordinarie e volgari, e prima ancora suoni sgradevoli e sgraziati, che confliggono con lo strumentale elegante e stilizzato di Rossini. Insomma comportamento assolutamente antirossiniano.
A maggior ragione quando, come ier sera, l'aspetto migliore è venuto dall'espertissima bacchetta di Bruno Campanella, che sicuro ha guidato con grazia e garbo e pure verve e brio l'orchestra del Regio . Il miglior in campo.
Però mi limito al direttore d'orchestra perchè il concertatore, che tolleri il canto e l'interpretazione della protagonista, Vivica Genaux, rende un pessimo servizio a Rossini.
Gridare allo scandalo con la Genaux, forse, è esagerato. E molto, molto peggio quando fa la baroccara. In Rossini, invece, imita la Horne. E se imitare la Callas porta ad imitarne i difetti, lo stesso accade nella copiatura del modello Marylin, ad un soprano centrale come la Geneux, la cui voce suona fra naso e gola al centro, gonfiato e non proiettato, afona e volgare in basso e urlata nei due o tre inserimenti (stretta del duetto con Taddeo e finale del rondò) di note acute.
Quando sta al centro ed è quella la zona in cui i cantabili di Isabella insistono e non imita nessuno il timbro è poco personale e la vocalizzazione, se non fantasmagorica, decente.
Intendiamoci niente di chè, però.....
E qui devo aggiungere le ultime riflessioni. La torinese è, dall'ascolto radiofonico, una edizione che non esalta e non fa gridare allo scandalo (certo un po' di suonacci li abbiamo sentiti). Sono ben conscio che i primi Rossini della mia esperienza di ascoltatore, se da un lato prevedevano Teresa Berganza o Marilyn Horne portavano la tara dei Corena, dei Montarsolo (per giunta in ruoli previsti per Filippo Galli) di tenori come Benelli ed i direttori che non concepivano di essere al servizio del canto (Abbado in primis, sino al Viaggio pesarese). Però, poi, sono arrivati cantanti con altro bagaglio di tecnica e di gusto e differenti risultati estetici ed interpretativi (i soliti Ramey, Blake, Matteuzzi), abbiamo anche capito che alcuni cantanti della generazione precedente erano ben più aderenti al gusto rossiniano di altri loro coevi (sopra tutti Bruscantini nei ruoli di basso buffo) ed abbiamo capito o immaginato e ricostruito come debba essere una grande esecuzione rossiniana. E solo quella, ci spiace, dobbiamo e vogliamo sentire in nome ed in ricordo dell'evoluzione del gusto e, forse -sono parole grosse- del progresso culturale. Da tempo , invece, siamo e non solo economicamente in regressione. Pesante, pure.

Gli ascolti

Rossini - L'Italiana in Algeri


Atto I

Cruda sorte, amor tiranno! - Lucia Valentini-Terrani (1984)

Atto II

Per lui che adoro - Bernadette Manca di Nissa (1994)
Pensa alla patria - Elizabeth Connell (1979)

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giovedì 22 gennaio 2009

Il Turco in Italia a Genova


Martedì sera abbiamo ascoltato la diretta radiofonica del Turco in Italia dal Teatro Carlo Felice di Genova.
Secondo il giudizio di molti la trasmissione via etere trasforma e addirittura deforma le voci liriche. Mai come questa volta ci auguriamo che ciò sia anche solo parzialmente vero.
Perché altrimenti non sapremmo spiegarci il successo che ha accolto lo spettacolo, pur con isolati dissensi rivolti alla protagonista.

Protagonista che era Myrtò Papatanasiu, che sostituiva l’annunciata Cinzia Forte. E che ha esibito fin dall’entrata una voce acida e piccola perché non appoggiata sul fiato, stridula fin dai primi acuti, con agilità tutte in bocca, fiati corti e sovente spezzati (finale primo, concertato della festa). La fatica di barcamenarsi in una grandiosa parte di soprano assoluto ha portato la cantante greca a regalare uno dei più pigolati rondò di Fiorilla di cui si abbia memoria. Per giunta concluso da un sovracuto fioco e calante.
Antonino Siragusa, tornato al Rossini buffo dopo l’escursione come Oreste, ci ha riportato ai tempi dei tenori di grazia o presunti tali pre Rossini-Renaissance: voce tutta nel naso, bianchiccia, impiccata e spesso calante in acuto (proprio brutta la chiusa della seconda aria), molto a disagio con la copiosa coloratura prevista. Va segnalato, a onor del vero, che Siragusa ha eseguito anche l’aria del primo atto, solitamente omessa.
Roberto De Simone e Vincenzo Taormina erano accomunati dalla voce dura e al limite del parlato. Non siamo ai livelli costernanti di un Praticò, ma è triste constatare che la lezione dei vari Dara, Corbelli, De Corato etc. è ormai lettera morta.
Simone Alaimo, che ci è sempre sembrato più un tenore camuffato da basso che un basso autentico, ha la solita voce legnosa di sempre, che l’età ha reso oscillante in acuto e fioca nei gravi, ma canta se non altro con proprietà di fraseggio e senso dello stile rossiniano. In un simile contesto, non è poco.
Pesante e fracassona la direzione di Jonathan Webb, dai tempi troppo lenti e slabbrati e notevoli sfasature tra buca e palco, segnatamente nei concertati.

Ma sicuramente tutti questi sono “effetti speciali” dovuti alla diretta radio.
Speriamo che il dvd (avete letto bene, questa produzione sarà immortalata da un dvd Raitrade...) sappia "rimettere le cose a posto".


La locandina:

Direttore - Jonathan Webb

Selim - Simone Alaimo
Donna Fiorilla - Myrtò Papatanasiu
Don Geronio - Bruno De Simone
Don Narciso - Antonino Siragusa
Prosdocimo - Vincenzo Taormina
Zaida - Antonella Nappa
Albazar - Federico Lepre

Genova, 20.I.2009



Gli ascolti

Rossini - Il Turco in Italia


Atto II

Credete alle femmine - Sesto Bruscantini & Enedina Lloris (1984)

Intesi, ah tutto intesi...Tu seconda il mio disegno - David Kuebler (1983)

"I vostri cenci vi mando"...Squallida veste e bruna - Lucia Aliberti (1986)

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lunedì 11 agosto 2008

Ermione a Pesaro: questo avanzo di ..Ermione!

Ermione è l’opera che più di ogni altra è legata al nome ed al mito di Isabella Colbran, poi signora Rossini. Pensata per la divina Isabella l’opera non venne più rappresentata, ovvero ripensata e ritoccata per nessuna altra grande primadonna dopo Isabella.
Il soprano Colbran sembra essere una sorta di araba fenice e più ancora la dannazione del festival. Piace soprattutto dire e far credere che siano ruoli di mezzo soprano. Tutti i grandi, grandissimi mezzo soprani dotate di un minino di acume e di buon senso hanno rilevato che le parti della Colbran non sono parti a loro interamente adatte e lo stesso lamentano i soprani. Soprani lirici o al più lirico spinti.

Allora dove si trova l’ubi consistam credo nel fatto che la scrittura convenga di fatto ad un soprano piuttosto centrale. A prescindere dalla abbondantissima ornamentazione che connota più di qualsiasi parte scritta per voci femminili della storia del melodramma ( e poco conta se servisse a mascherare l’incipiente declino della Colbran o perché per Rossini la melodia nascesse già ornata) le parti della Colbran sono e rimangono convenienti per quelli che poi saranno i soprani drammatici. Sino al tardo Verdi. Ad una Ponselle, piuttosto che ad una Arangi Lombardi ed anche ad una Cerquetti, tanto per citare i più indiscussi soprani drammatici, addestrate, abituate ed allenat al canto d’agiltà le parti della Colbran sarebbero state a meraviglia. Senza i problemi di frasi acute che angustiano i mezzo soprani , anche se dotate di si nat e do facilissimi o i soprani di agilità.
A scanso di equivoci e per spegnere facili entusiasmi Sonia Ganassi non può rispondere alle caratteristiche vocali della signora Rossini e tanto più essendo la gloria di Reggio Emilia cantante di limitata cognizione tecnica
C’è poi l’altro problema o busillis che riguarda Ermione ovvero il suo essere opera alla francese, opera declamata e via discorrendo. Inviterei i convinti di tale opinione a studiare titoli come Artemisia di Cimarosa o Elfrida di Paisiello. E poi spartito alla mano compiano in Ermione tanti passi declamati quanti in Otello o Maometto II e pure passi acrobatici di difficoltà pari o superiore a Donna del Lago o Armida. E per tutti i personaggi. Prova questa , probabilmente che per Rossini la scrittura nasceva di suo fiorita. Certo una fiorettatura che di volta in volta con l’uso dei medesimi strumenti è chiamata a manifestare tutti i sentimenti degli esseri umani.
Quello che invece Ermione declina al massimo grado è il Neoclassicimo. Quello della Restaurazione però, quindi legato alla precedente tradizione. Ecco perché il passato allestimento pesarese con i suoi chiari riferimenti al tardo barocco napoletano era un fuor d’opera. Come credo sia l’attuale che con scena vuota e abiti novecenteschi non è affatto astratto ed atemporale.
Noi non sappiamo come suonasse l’orchestra del San Carlo e come accentassero Isabella Colbran piuttosto che la Pisaroni. Abbiamo però chiare nella nostra mente le idee adi ampiezza, nobiltà ed aulicità che questa sera nella compagine assemblata dal ROF latitavano e non poco.
Seguendo i numeri dello spartito
Ouverture con il coro: il direttore alle prese con una serie di cambi di tempo è metromico. Il coro molle, lento. La tragicità classica è superata da colori e sonorità adatte all’opera di mezzo carattere. Un bel Bruschino.

Cavatina di Andromaca: l’emissione della Pizzolato, che in natura sarebbe un soprano non è immascherata in prima ottava. La voce come sempre in questi casi è scissa in due tronconi, l’accento, mancando di ampiezza la voce, è esagitato nelle battute che conducono dall’andate all’allegro. Allegro che nel da capo è coronato da semplificazioni e non da variazioni. Moda questa ormai regola negli attuali allestimenti.
A peggiorare la situazione un coro sgraziato e non troppo preciso.

Duetto Ermione/Pirro. Tralascio il coretto di inizio da festa dell’oratorio. La Ganassi è pesante e verista. Quando pronuncia la frasetta “affar non lieve” dove Rossini prescrive “con ironia” l’accento e il tono è da “Assai più bella è Lola”. E questa sarà la cifra interpretativa della Ganassi per tutta la sera. Evidentemente si è convinta che si tratta di opera declamata e che il declamato sia atemporale ossia lo stesso in Rossini che in Pizzetti.
Procedendo in maniera verista, anche vocalmente, la Ganassi ghermisce tutte le note superiori al la e se la nota compare in una figura ornamentale senza troppi pentimenti prende fiato e bercia la nota acuta, un si naturale. Con questa organizzazione la vocalizzazione è difficile. Vedasi il “pertinace ardor”. Quanto a Kunde la parte è troppo bassa per lui. Il gonfiare o almeno cercar di dare un poco di corpo al centro comporta suoni afoni sul passaggio e grida in zona acuta (un tempo la migliore del tenore americano). Nella sezione centrale del duetto nessuna dinamica e la Ganassi fa, naturalmente, carne di porco della prescrizione “dolce” alla cadenza. A riprova di quanto in premessa nel da capo la Ganassi non esegue variazioni, ma semplici raggiusti all’ottava bassa.

Cavatina di Oreste
L’introduzione di un passo che dovrebbe essere il paradigma dell’ansia e dello sconvolgimento dell’animo, è pesante. Non giova al carattere tragico del personaggio il timbro chiaro e bianco (sbiancato) di Antonino Siragusa, il cui accento dalle prime battute “reggia abborita” (anche le consonanti hanno il loro valore espressivo) è generico e più idoneo alla farsa o all’opera di mezzo carattere. Credo che il problema di Siragusa, cantante estesissimo in alto per natura sia quello di eseguire male o in ritardo il secondo passaggio. Quindi i si nat di “ardor” nell’entrata sono sbiancati. E per precisione lo sono in tutta l‘opera, come dimostra il pertichino di Oreste nella grande scena di Ermione all’atto secondo. Anche per Siragusa, comunque il migliore della serata, le variazioni sono semplificazioni e certi topici dell’aria come i 7 trilli nelle battute di conducimento o le quartine nelle code sono omessi (per inciso i trilli verranno omessi anche nel resto dell'opera). Niente di grave, se il resto fosse di livello e consono a personaggio ed autore.

Aria di Pirro
Certamente il momento più infelice della serata. Stupisco che Kunde abbia finito. Certo l’aria è di dimensioni mastodontiche, richiede versatilità nel canto spianato ed in quello di agilità, chiama in causa tutte le zone della voce. Insomma Andrea Nozzari aveva da essere un monstrum vocale.
A parte che l’introduzione da marcetta gela la situazione. Ermione non è una farsa .
I difetti sono quelli del duetto. Ossia Kunde manca di ampiezza quando scende. E le cose non vanno meglio in alto. I si, do e re centrali sono afoni. Spesso è stonato e non è certo aiutato nella sezione centrale dai pertichini di Ermione, il cui accento rammenta quello delle peggiori Gioconde.
Arrivato all’allegro rappezzato, tagliato nelle kilometriche code emette urla scomposte.

Duetto Ermione /Oreste al finale primo
Decente la prima parte di scrittura spianata. Però Ermione non è solo canto, ma anche interpretazione e questa latita perché in scena abbiamo Angelina e Ramiro. Quando alla sezione centrale arrivano le figure ornamentali e espresse indicazioni di crescendo abbiamo solo suoni duri e scomposti.

Finale primo
Bellissimo, inventiva musicale straordinaria (e mi meraviglio che Rossini, il miglior giudice di se medesimo non lo abbia riciclato in altra sede) è connotato da un direttore pesante e dalla difficoltà della Ganassi. Non se la passano meglio i due tenori la cui scrittura è acrobatica e non si sente la Pizzolato, che come sempre si impone ai contralti, dovrebbe fare il pedale.

Atto secondo
Duetto Pirro / Andromaca
Non c’è molto da aggiungere atteso che la voce della Pizzolato è divisa in due tronconi e Kunde fa molta fatica nella zona grave della voce. Abbiamo poi un educativo esempio di come si possa essere assolutamente inespressivi alle prese con le agilità della stretta che sono prive di slancio, erotico per lui e suicida per lei.

Grande scena di Ermione
Fiumi di inchiostro su questa scena, declamata si dice. Poi se andiamo a guardare duine, terzine e quartine forse il concetto di declamato cambia.
L’ accento è verista. Per la Ganassi, in vena di stilismo, accenta e confonde “di che vedesti piangere” come “una volta c’era un re”. Nessuna ampiezza nella zona do, re, mi centrali, che – guarda caso - è quella del passaggio superiore del soprano. Quando esegue la volata di "che volle dir viltà" emette suoni acidi e trilli cigolanti.
Per capire la distanza fra lo stile tragico e l’esecuzione che dello stesso offre l’attuale protagonista invito ad ascoltare le terzine di “del suo fallir”.
La seconda sezione “Amata l’amai” condita con singhiozzi delle migliori Santuzze di provincia, è priva delle forcelle previste da Rossini, le terzine di “acerba ferita” sono grottesche e quando arrivano le frasi scomode delle “in queste catene vo fida spirar” il rappezzo è la regola. Della scrittura di Rossini resta poco.
Di Rossini e della tragicità resta poco quando entra il coretto delle damigelle
Meno ancora rimane della cabaletta. Non siamo certo noi quelli che ci scandalizziamo di una’aria abbassata (vedi Horne nel Falliero o nel rondò di Tancredi). Anzi, ma i rattoppi della Ganassi, che deve evitare la zona più connotante la voce del soprano perché in quella zona non ha lo slancio e l’ampiezza che la parte richiede, sono una presa in giro. Soprattutto dopo i proclami che a Pesaro hanno trovato il soprano Colbran.

Finale duetto Ermione/Oreste
Parto con una interrogativa (retorica?) se Rossini prevede trilli sulle parole "o se l'aborro ignoro ancora" che vuole dirci. Che Ermione non deve sbraitare, strillare e contorcersi come faranno le gelose di fine secolo tipo Santuzza e poi dove è finita l’esemplificazione del classico e dell’aulico quando da un lato Ermione singhiozza ed Oreste, alle prese con una tessitura stratosferica ha peso specifico, colore ed accento da Paolino del matrimonio segreto. E siccome Rossini e dona Isabelita amavano il canto di bravura quando compaiono alla stretta le duine la Ganassi le fa a pezzi, non accenta accompagnata da un’orchestra pesantissima e morchiosa.

Tirando le somme:
Un tenore da opera di mezzo carattere in un ruolo serio, un tenore che dovrebbe essere un baritenore e del baritenore non ha le note e il vigore, una protagonista, che viene spacciata per la resurrezione della prima protagonista, che non ha voce e colore di mezzo soprano, mentre sarebbe assai più onesto dire che, seguendo una prassi del tempo, la parte è stata appuntata per una cantante che non è a suo agio nelle parti Colbran, una antagonista che ha peso specifico, colore identico alla protagonista e una direzione che, ad essere clementi ha condotto in porto lo spettacolo, ma che in realtà è state inerte, scentrata per stile e gusto.

Qualcuno domani ci scriverà che siamo cattivi ed esagerati, che oggi non c’è di meglio e che abbiamo assistito, invece, ad una autentica epifania. Epifania del canto, del gusto e dell’accento Rossiniano.
Il primo assunto è relativo, non parametrato e quindi non mi interessa. Quanto all’epifania del canto rossiniano non tirerò fuori i soliti nomi e personaggi della storia del canto. Mi limito ad invitare i nostri certi e fedeli detrattori a leggere un po’ di Foscolo (gli scritti di storia della letteratura) e lo spartito di Ermione.
Notte a tutti!!!

Gli ascolti


Rossini - Ermione


Atto II
Vendicata! E di qual sangue?...Fiere Eumenidi, sorgete - Nelly Miricioiu & Bruce Ford

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mercoledì 30 gennaio 2008

Rossini Opera Festival 2008 - Tra sogni e realtà


E' appena stata ufficializzata la programmazione e i cast del Rossini Opera Festival 2008. Tre i titoli d'opera : Ermione, L'equivoco stravagante e Maometto II, preceduti dal concerto inaugurale di Juan Diego Florez dal suggestivo titolo "Il presagio romantico", seguono l'esecuzione dello Stabat Mater e i concerti di canto, che vanno dal concerto celebrativo in onore di Maria Malibran con protagonista Joyce Di Donato, fino ad arrivare ai concerti di Carmela Remigio (con il puntuale sostegno del maestro Magiera al piano), di Lawrence Brownlee e infine Patrizia Ciofi.
Ma veniamo ai cast. Il primo titolo operistico della stagione è una delle opere più impegnative del catalogo rossiniano, ”Ermione”, ennesimo ruolo Colbran ed opera che guadagnò al Rossini Opera Festival un colossale fiasco nel 1987 a causa della protagonista, una declinante Montserrat Caballè e del direttore Gustav Kuhn, impreparato e stilisticamente inadeguato. Ad impersonare la figlia di Menelao sarà quest’anno Sonia Ganassi, già discutibile Elisabetta nel 2004, dove dimostrò di avere poco in comune con le scritture Colbran per tecnica e stile. In campo tenorile i due ruoli principali, Pirro e Oreste, rispettivamente un ruolo da baritenore scritto per Andrea Nozzari e un ruolo da tenore contraltino dalla spiccata propensione alla drammaticità scritto per Giovanni David. Nel primo si cimenterà Gregory Kunde, che aveva già affrontato Pirro nel 2003 negli Stati Uniti, al posto di Francesco Meli, il quale più volte aveva dichiarato di esser titolare del ruolo. Alle prese con l’alta tessitura di Oreste vedremo Antonino Siragusa, distintosi in passato come valido interprete di alcuni ruoli tenorili rossiniani, ma Barbieri e Donne del lago poco riusciti gettano molte ombre su questo debutto. Nel ruolo contraltile di Andromaca invece il Festival propone un mezzo acuto come Marianna Pizzolato. A dirigere Roberto Abbado. Regia di Daniele Abbado. Come dire…tutto in famiglia.

Seconda opera in cartellone “L’equivoco stravagante”, protagonista Marina Prudenskaja, recentemente interprete di Arsace sotto la direzione di Alberto Zedda a Berlino, dove non aveva mostrato grande propensione per il canto rossiniano. Insieme a lei il giovane tenore Dimitry Korchak, buon interprete di Giannetto ne La gazza ladra durante la passata edizione, il solito Bruno de Simone e l’immancabile Marco Vinco.

Infine "Maometto II". Nonostante Alberto Zedda sia per sua stessa ammissione da tempo alla ricerca di una "vera voce Colbran" anche quest'anno in una parte Colbran viene proposta un soprano leggero, la giovane Marina Rebeka, studentessa dell'Accademia (come Olga Peretyatko, Desdemona al ROF 2007). Una scelta alquanto non-sense, che ben si sposa d'altronde con le due precedenti riproposte di Maometto II, entrambe affidate a Cecilia Gasdia, anch'essa priva del peso specifico richiesto dal ruolo. Resta perciò ignoto il motivo per cui scritturare una voce per natura sfogata in alto e per giunta leggera in un ruolo che invece richiede un centro robusto e un registro grave molto solido. Protagonista sarà Michele Pertusi, indispensabile nelle ultime edizioni del Rossini Opera Festival vista la penuria di veri bassi rossiniani (e vale la pena ricordare che nel delirio generale si erano dichiarati pronti ad interpretare Maometto II sia Marco Vinco che Alex Esposito). Quanto comunicato dal Rossini Opera Festival propone il nome del tenore Cosimo Panozzo, anch’esso giovane dell’Accademia. Non è specificato però se come Condulmiero o come Paolo Erisso, per il quale era stato invece annunciato Francesco Meli. Come Calbo assisteremo al debutto nel ruolo di Daniela Barcellona, le cui mende tecniche l’hanno fatta produrre in prove alquanto dubbiose negli ultimi anni anche a Pesaro, prove che non hanno scoraggiato la direzione del Festival dall’offrirle questo nuovo debutto oltre allo Stabat Mater. A farle da doppio per una sola sera il mezzosoprano Hadar Halevy, diretta frequentemente dal maestro Zedda e in passato criticabile Malcolm e pessimo Calbo ad Amsterdam nel 2007. Dirigerà il Maometto II Gustav Kuhn, e si spera che questa volta impari la partitura, come non avvenne nel 1987 (come racconta Philip Gossett nel suo Divas and Scholars, pag. 7 – ed. Chicago-London 2007).

Ed è al Rossini Opera Festival che vogliamo dedicare un paio di ascolti:

Maometto II - Sì ferite, il chieggo, il merto - Beverly Sills (aggiunta a L'assedio di Corinto)
Maometto II - Non temer d'un basso affetto - Marilyn Horne

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