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martedì 7 giugno 2011

Roméo et Juliette à la Scalà: il salvagente di Vittorio

Romeo e Juliette di Gounod ritorna in Scala dopo un’assenza di settantasette anni. Qualche ascoltatore ieri sera nell’unico intervallo ha commentato come tale assenza fosse pienamente giustificata. Condivido l’opinione con riferimento all’esecuzione dove le ombre hanno superato le luci, la censuro, invece, con riferimento al titolo, dopo Faust, il migliore del compositore francese ed assai più rappresentato specie in presenza di un degno protagonista maschile.

La struttura del melodramma si compone, per generalizzare, di tre elementi, ovvero le scene di colore e corali, i couplet dei numerosi personaggi -diciamo di contorno- ed, infine, le pagine degli innamorati ora solistiche, ora in duetto, spesso avulse dalla azione drammatica, spesso contemplazione dei sentimenti propri dei protagonisti. I primi due elementi sono i più difficili oggi da rendere comprensibili e condivisibili al pubblico. Richiedono in primo luogo una valida guida direttoriale, un colore orchestrale, che colga luoghi e situazioni, stacchi di tempi, che definiscano le differenti situazioni drammatiche, solisti capaci ora di accento vario ora di cogliere ed esprimere le sopravvivenze e le derivazioni da altri modelli operistici, quali il grand-operà. E’, però, per il pubblico il terzo elemento, il più interessante dell’opera e che ne giustifica oggi l’allestimento. Il che significa che si deve necessariamente disporre di una coppia di qualità interpretative e vocali congrue. Scorrere le cronologie dei teatri Scala in primis, ma Met e Palais Garnier soprattutto, non è esercizio mnemonico, ma spunto di riflessione innanzi a nomi, che hanno fatto la storia del canto e dell’interpretazione di questo repertorio. I nomi di Sobinov e Gigli accanto a Lucrezia Bori e Mafalda Favero (Scala 1905 e Scala 1934) sono esemplificativi.
A questa esigenza poco rispondeva quanto offerto dalla Scala la sera del 6 giugno.
In primo luogo la direzione d’orchestra. La circostanza che Yannick Nezet-Seguin abitualmente diriga i Berliner non può assumere rilevanza alcuna per valutare in maniera positiva ed acritica la prestazione, offerta ieri sera. Rileva, invece, che le scene cosiddette di colore ed in dettaglio l’introduzione al primo atto ed al secondo quadro del terzo fossero semplicemente fragorose e grossolane, come si trattasse di festeggiamenti paesani. Quanto, poi, alle introduzioni orchestrali fossero quella del quinto atto, che introduce Romeo alle tombe dei Capuleti per rendere l’estremo omaggio all’amata, o il terzo atto quando, con chiaro riferimento alla situazione drammatica del quinto degli Ugonotti, mancavano di capacità di evocazione del clima misterioso e romantico, come pure il drammatico finale terzo con il duplice omicidio di Mercutio e di Tybault, l’ingresso del Duca e la condanna all’esilio di Romeo erano soltanto pesanti, ma privi di slancio e di tensione. Chiariamoci: l’esecuzione del terzo atto è quella che può esaltare o censurare la bacchetta perché il trapasso dal couplet di Stephano, alla sfida ludica con Gregorio, che si trasforma in tragico gioco, sino ai duelli, agli omicidi ed al bando di Romeo impongono colori orchestrali, dinamiche differenti, del tutto mancanti sul palcoscenico ed in buca. Anche i momenti di estasi amorosa precisamente il “nuit divine je t’implore” del secondo atto o il “nuit d’hymene”, che è un andante, richiederebbero, almeno maggior varietà di colori orchestrali e maggior levità di esecuzione. E’ vero che si devono anche fare i conti con il palcoscenico. Ma al passivo del direttore devono anche essere ascritti i tagli scelti. Nessuna contrarietà in linea generale ai tagli, particolarmente l’onerosa aria di Juliette detta del veleno ed i ballabili del quarto atto, che hanno consentito la circolazione del titolo. Anche queste scelte, invece, devono avere una loro logica e coerenza. Per contro sfugge la logica di quelli praticati ieri sera ovvero: parte del finale primo (ripresa dell'aria del padre), da capo della cabaletta alla scena del balcone, ovviamente le danze, la scena dei due frati al quinto atto: direi una buona mezz'ora in meno. Grave il taglio, che Gounod supplicava di non eseguire assolutamente, della ripresa di “Ah ne fuis pas encore”. Le condizioni vocali della prescelta protagonista avrebbero, invece, consigliato la soppressione dell’aria del veleno, che ha una sua tradizione (tradizione, discutibile, ma avallata anche in sede di prime rappresentazioni e di riprese autentiche come quella del 1888 con la Patti) allorchè il ruolo venga affidato ad un soprano leggero o lirico-leggero. Basta una superficiale scorsa allo spartito per condividere il buon senso di tale operazione.
Anche questa scelta immotivata è un segno dei tempi. Il più esaustivo segno dei tempi viene, però, dai cantanti. Tutti -chi più chi meno- cantano come i colleghi dediti di musica leggera, senza immascheramento del suono con la conseguenza, che risultano afoni, privi di colori e con sonorità limitate attutite e di difficile percezione. Insomma la negazione del canto professionale. Alcuni di loro stanno bene in scena, vantano fisici asciutti e scattanti, tirano di scherma in maniera quasi credibile. Sarebbero adattissimi per una commedia musicale della premiata ditta Garinei e Giovannini. Ma sono prima di tutto cantanti d’opera, ossia atleti tenuti a praticare una determinata disciplina, che per alcuni versi è sportiva. Rapido dettaglio Cora Burggraaf (Stefano) maltratta il couplet, che principia il secondo quadro del terzo atto “depuis hier je cherchee”, pasticciando, con voce da comprimaria, le semplicissime terzine di “votre tourterelle” e urlacchiando la cadenzuccia conclusiva, che porterebbe la voce ad un si bem, con tanto di forcella naturalmente non eseguita. Franck Ferrari entra ed esibisce suoni piccoli ed acidi nella sortita di Capuleto, priva di colori e automaticamente retrocede il personaggio ad un caratterista eppure allo stesso è affidata la brevissima trenodia sul corpo di Juliette, creduta morta, e la perorazione al Duca dopo l’uccisione di Tybault. A discolpa la tessitura piuttosto alta della sortita, congiunta, però, ad evidente imperizia tecnica.
Anche Alexander Vinogradov (Frére Laurent) e Russel Braun (un Mercutio, che sembra un carnevalesco Johnny Depp nei Pirati dei Caraibi) praticano il canto parlato e, quindi, si sentono poco o, più tecnicamente, le voci non corrono. Non che il primo esibisca neppure in natura un timbro ampio e sacerdotale, almeno per la sortita e per la scena del matrimonio dove, al pari del Marcello degli Ugonotti, Laurent “tira” il terzetto che, poi, diviene quartetto. L’altro siamo sinceri con fatica lo si distingue, a parte la presenza scenica e nonostante intoni la famosa canzone della reine Mab, dai comprimari. E così accade anche con Juan Francisco Gatell, che nulla ha nel timbro e nella presenza scenica dell’antagonista, oltre tutto aggravata dalla circostanza che il personaggio canti in una scrittura marcatamente centrale e che Gatell al centro suoni vuoto, stimbrato e nasale.
Per capire l’arte canora della prescelta protagonista basta il vocalizzo iniziale elementare dove la voce toccherebbe un re5 (pietosamente omesso). E’ il primo di una lunga serie di urla secche e fischianti, che la cantante georgiana inanella a partire dal si bem (e magari anche prima). Non sono molti gli acuti previsti, ma quanto basta per rendere l’idea di un canto tecnicamente da principiante, che rende l’idea della completa decomposizione. Inesistente nella prima ottava (epitalamio dopo l’aria del veleno) afona e priva di sostegno e minimale risonanza nella scrittura centrale dei duetti d’amore, ha eseguito il famosissimo valzer “je veux vivre” senza slancio, senza brio, senza rispetto dei copiosissimi segni di espressione e di dinamica ed è, come prevedibile, naufragata alla cosiddetta aria del veleno, dalla scrittura marcatamente centrale o al più sul passaggio superiore per l’insistere di mi 4 quasi in omofonia, e dall’orchestrale pesante e dove note come i la o i sol acuti ed i trilli (che sarebbero trilli in funzione drammatica, tanto quanto quelli del valzer hanno funzione brillante ed esornativa) sono urla incontrollate. Tralasciamo la ricerca di un’idea interpretativa del personaggio la cui dizione è incomprensibile e dove non si capisce quali siano i sentimenti, che prova e, per conseguenza, dovrebbe esternare atteso il timbro costantemente acido e vetroso.
Dopo la pessima aria del veleno è comparsa qualche riprovazione, che saggiamente ha consigliato di evitare a questa Giulietta l’uscita singola. Sicchè Vittorio Grigolo, il migliore in campo della serata, oltre a soccorrere la propria carente partner nei duetti ne è stato anche il salvagente alle uscite. Scelta che ricorda, ad un ormai vecchio scaligero, il penoso puntello offerto ad una maldestra Ricciarelli in occasione della Turandot inaugurale 1983.
Sono, mi sia consentito dirlo, puntelli che mai ed a nessuno dovrebbero essere offerti, che impediscono la libera espressione del pubblico, che ha pieno ed insindacabile diritto di esprimere la propria opinione, quand’anche elitaria e minoritaria.
Ho detto che Vittorio Grigolo è stato il migliore in campo. Da qui a farne un protagonista di rilievo della parte ( di fatto il vero protagonista dell’opera) ne passa e molto. Mi limiterò a qualche osservazione. In primo luogo l’azione scenica estroversa ed esagerata, sempre, particolarmente alla scena della tomba dove Romeo entra allargando le braccia con enfasi da cinema muto, dimenticando, invece, che la disperazione e prima ancora la scrittura vocale imponga una presenza scenica partecipe sì, ma contenuta. Anche alle scene di colore questo Romeo è troppo scapestrato e preoccupato di adolescenziali spacconerie. Ma sono rilievi. Quanto al canto la parte di Romeo è certo più acuta di quella di Faust, ma più grave di quella degli eroi del melodramma italiano romantico. Vedasi sia la cavatina ”Ah leve toi” che l’ingresso alle tombe del quinto atto, sempre e comunque Romeo non è chiamato a fraseggiate su note di fatto acute come il sol o addirittura il la bem. Questo consente a Vittorio Grigolo, da quel che ho visto sostenuto da una respirazione tutt’altro che esemplare, di gonfiare la voce per simulare peso e colore da lirico robusto, che non gli sono propri. E che sia così appare evidente da elementi oggi in nuce, ma già palesi per un ascoltatore attento, ossia che gli acuti suonino spinti e stimbrati (si bem della chiusa della cavatina all’atto secondo), che in qualche frase, più di altre sul passaggio, il suono vada indietro e di fatto il cantante nei tentativi di addolcire e smorzare suoni opaco e sopratutto poco udibile, conseguenza fisiologica per le voci, che non sostengano adeguatamente il suono. Piaccia o non piaccia l’arte del canto nasce dalla preparazione e tonicità della muscolatura del cantante, che, nel caso di specie, al quinto atto appare affaticato.
Con una buona dose di esperienza del pregresso, anche recente, sono certo che queste opinioni, che so elitarie, siano molto attese. Non credo da chi calchi il palcoscenico, che dovrà riposare dopo la serata di lavoro, ma da quelle molte persone, vestali, flamini, reciperatori, patroni, che hanno lo scopo di tutelare i cantanti italiani (e non già il corretto canto all’italiana, che è ultraterritoriale e sovranazionale), che leggono e, poi, acriticamente scrivono l’opposto del corriere della Grisi, che alle strette cadono nell’insulto personale e non documentato, dimentichi che questo è solo un modo per affossare e distruggere quel pochissimo che resta di un’ARTE ed il più certo sistema per fare una autentica figuraccia. Ma in fondo che me ne importa, sono sopravvissuto ad un mediocre Romeo e vado a sentirmi Paul Franz ed Antonina Nezhdanova. Ascolti assolutamente elitari.


Gli ascolti

Charles Gounod

Roméo et Juliette

Atto I


Je veux vivre - Rosanna Carteri (1964)


Atto II

L'amour, l'amour...Ah! Lève-toi, soleil...Hélas! Moi, le haïr! - Beniamino Gigli & Mafalda Favero (1935)


Atto V

C'est là!...Salut, tombeau...A toi, ma Juliette! - Alain Vanzo & Andrée Esposito (1967)










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domenica 5 giugno 2011

Roméo et Juliette: "Salut tombeau"

Romeo et Juliette è il primo lavoro ammesso all’Operà Comique senza l’impiego di recitativi parlati.Tale scelta assecondava il gusto e la moda della Parigi di quegli anni ’60 ed intraprendeva la fina della rigida divisione fra grand-operà ed opera-comique. Nuove istanze si innestavano sul vecchio genere operà comique così’ come si era codificato, di fatto, con Auber, per assecondare la ricerca di diverse sonorità, nuove soluzioni melodiche di orchestre sempre più complesse e dense, mentre la struttura dell’opera a numeri chiusi si faceva sempre più fluida. Anche se poi il titolo, secondo tradizione venne tradotto in italiano per la prima al Covent Garden (1871) ed arricchito di nuovi numeri per Palais Garnier (1888). Ovvie le ripercussioni sull'apetto vocale, soprattutto per gli eroi maschili, che abbandonò la vecchia vocalità romantica del falsettone, ancora connotante l'opera-comique a favore di quella “di petto” alla Duprez , che caratterizzava il grand-operà.


L’eroe protagonista acquisì uno squillo ed un mordente nuovo, diverso dal passato, una sonorità “moderna”.
Il Romeo di Gounod piace a tutti i grandi tenori cosiddetti eroici a partire da Mario e il titolo viene rappresentato con altissima frequenza per tutto l’ultimo trentennio dell’Ottocento, con la sua struttura grandiosa in cinque atti, la cornice storica dell’azione che circonda lo snodarsi della vicenda dei due amanti protagonisti di ben quattro duetti, al primo, secondo, quarto e quinto atto.

E così Romeo, seguendo Shakespeare, giunge nel quinto atto alla tomba di Juliette per uccidersi. Situazione questa drammaturgicamente grandiosa e che tutti i Romeo en travesti avevano avuto a disposizione per esibire le proprie qualità di interpreti. Il monologo finale, che introduce il protagonista presso il corpo dell’amata, è costruito in base alla struttura declamato – cantabile, ma senza nette cesure tra le parti più propriamente cantabili da quelle, invece, declamate, insiste sul passaggio superiore, come tutta la parte, che arriva sino al si nat. Una scrittura complessivamente più acuta, dunque, rispetto a quella del più noto tenore di Gounod: Faust.
Conformemente al dettato estetico dell’epoca, che approdava ad un nuovo tipo di vocalità maschile, più svettante, virile e senza l’ambiguità insita nel prototipo tenorile belcantista, tutte le esecuzioni che vi proponiamo, sia da parte di voci liriche più o meno robuste che da parte di voci leggere ( ma non leggere nel senso attuale del termine ), sono accomunate dal fatto che tutti gli esecutori cantano con voce piena, accenti maschili, ampiezza e squillo. Nessuna traccia di sdolcinamenti, nessun tratto eunucoide, nessun sdilinquimento, nemmeno negli esecutori dalla voce meno possente ed eroica. A chi ascoltasse il paradigma del tenore di grazia francese Edmont Clement, che incise l'aria del secondo atto e non quella del quinto, si renderà conto come anche un tenore definito leggero si sforzi in primo luogo di essere eroico ed ampio nel fraseggio.

Nella discografia la pagina è prediletta da tenori cosiddetti drammatici (più correttamente da grand-operà); i tenori di grazia, infatti, hanno sempre preferito incidere “Ah leve toi soleil..” piuttosto che il “Salut tombeau”.

Il brano non presenta segni di espressione dell’autore e, dunque, lascia libertà assoluta all’esecutore di gestire il passo a piacimento.
Ad eccezione di Hackett (registrazione dal vivo del 1935) , il Romeo più famoso al Metropolitan con Beniamino Gigli dopo De Reszke, che esegue la scena con un tempo lentissimo, per gli altri esecutori il tempo è praticamente lo stesso.
Augustarello Affrè, il tenore di Palais Garnier, monopolista per venti anni di Ugonotti, Favorita e Profeta, è la prima testimonianza del gusto francese: voce scura, piena, grande squillo, grande legato, ed accento composto e dolente. La dizione è nitida, sotto un profilo strettamente tecnico l’esecuzione del passaggio di registro superiore perfetta nonostante qualche "e" molto occlusa per facilitare l'immascheramento della voce, che è omogenea in tutta la gamma, nonostante all’epoca dell’incisione il cantante fosse alle soglie del ritiro.
Subito dopo di lui, nel 1911, Paul Franz lascia forse la più elettrizzante esecuzione da parte di un tenore di forza (non dimentichiamo che Paul Franz fu uno dei maggiori esecutori wagneriani di lingua francese). Il recitativo è esemplare per squillo ed eroismo, cui oppone un “ O ma femme….” struggente, caratterizzato da accenti patetici e specialmente dolenti. Stessa linea segue Fernand Ansseau, tenore dalla voce bellissima, accento dolente e registro medio alto penetrante e sonoro. Forse Ansseau è meno vario di Franz. Ma il canto è facilissimo pari di quello di Thill connotato dallo slancio dell'eroe ormai votato alla morte anche se, come sempre in zona acuta il timbro di Thill non può competere con quello del coetaneo belga. L'ultimo grande tenore francese a vestire con aderenza stilistica e tecnica i panni dell'eroe fu Alain Vanzo. Esecuzione semplicemente travolgente per la varietà di accento per le sfumature e ciò anche è in virtù dei fiati lunghissimi. Gli acuti squillanti ed il timbro restituiscono un Romeo davvero giovanile. In terra russa per molto tempo continuò la tradizione dei tenori dal timbro dolce, sognante e chiaro che era la caratteristica dei tenori della seconda metà dell'800 e che in Russia venna conosciuta ed imitata grazie alle performance di cantanti come Angelo Masini, Roberto Stagno ed Alessandro Bonci. A questa tradizione si riallacciano i due maggiori tenori russi del periodo fra le due guerre Kozlowsky e Lehmeshev. Kozlowsky è, forse, meno espressivo, ma canta benissimo, legatissimo ed elegante, con la caratteristica fonazione in a della lingua russa, che conferisce sua sponte un languore al personaggio.Lemeshev è il mio Romeo preferito. La sua esecuzione è semplicemente travolgente: la varietà di accento è massima sin dal recitativo, sfumatissimo anche in virtù dei fiati lunghissimi. Gli acuti squillanti ed il timbro restituiscono un Romeo davvero giovanile

In buona sostanza, il più celebre interprete dell’era moderna, Alfredo Kraus, esce da questa selezione di stelle come la voce più leggera ed esile della tradizione esecutiva dei grandi Romeo, nonostante l’aristocrazia del fraseggio e dalla facilità nel reggere la tessitura acuta. Un caso estremo di alleggerimento della vocalità del personaggio, legato alla personalità vocale e scenica di un grandissimo tenore, che però non costituisce un modello o meglio costituisce l'esempio di una modalità esecutiva, che almeno nei primi anni di vita dell'opera, fu per certo minoritaria e limitatamente praticata. E basta seguire la parte con la partitura per rendersi conto come Gounod ben pensasse ad un tenore differente da quelli (alcuni di levatura storica) dell'opera-comiqué.


Gli ascolti

Gounod - Roméo et Juliette


Atto V

C'est là!...Salut, tombeau

Augustarello Affre - 1911
Paul Franz - 1919
Fernand Ansseau - 1926
Georges Thill - 1929
Charles Hackett - 1935
Jussi Björling - 1940
Ivan Kozlovsky - 1947
Sergei Lemeshev - 1947
Alain Vanzo - 1976
Alfredo Kraus - 1981


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venerdì 25 giugno 2010

Faust: il terzetto finale

Cari amici ,
lo sciopero continua ed il Faust a Milano è ancora sospeso.
Poco male: eccovi una consolazione per voi che siete rimasti fuori dal teatro col biglietto in mano. E per noi che lo abbiamo visto! Una Antologia di straordinari terzetti finali, esecutori leggendari in prove maestre.

Apprezzerete qui i grandi bassi della tradizione francese, Plancon e Journet in particolare, come pure quelli russi, Reizen e Kipnis, quindi la nostra tradizione italiana, con Pinza e Siepi.
Grandi Margherite, sia liriche, lirico- spinte sino ai drammatici, che leggere, dalla Melba alla Taschemacher, dalla Kurz alla Eames, alla stupenda Heldy, alla Destinn sino alle più recenti Steber, Kirsten o Albanese. Quindi una sfilata di tenori che ben illustra la tradizione interpretativa di Faust, dai tenori lirici e lirici leggeri alla McCormack e Kozlowsky, ai tenori drammatici di scuola tedesca alla Jorn e Urlus o di scuola francese alla Dalmorès.
Esecuzioni più o meno affini a quelle moderne, alcune di un tasso drammatico cui non siamo certo più abituati, come i monumentali Teschemacher Rosvaenge e Hann, o il trio Jorn, Destinn e Knupfer, o gli intensissimi Ansseau, Heldy, Journet.
A voi il successivo confronto con la modernità più o meno recente.
Buona consolazione!

Gli ascolti

Charles Gounod

Faust

Atto V - Scena II

Alerte, alerte...Anges purs, anges radieux

1906 - John McCormack, Nellie Melba & Mario Sammarco
1907 - Charles Dalmores, Emma Eames & Pol Plançon
1908 - Karl Jorn, Emmy Destinn & Paul Knupfer
1910 - Enrico Caruso, Geraldine Farrar & Marcel Journet
1912 - Jacques Urlus, Melanie Kurt & Paul Knupfer
1930 - Cesar Vézzani, Mireille Berthon & Marcel Journet
1931 - Fernand Ansseau, Fanny Heldy & Marcel Journet
1937 - Jussi Bjorling, Esther Rethy & Alexander Kipnis
1937 - Helge Rosvaenge, Margarethe Teschemacher & Georg Hann
1943 - Raoul Jobin, Licia Albanese & Ezio Pinza
1948 - Ivan Kozlovsky, Elizaveta Shumskaya & Mark Reizen
1949 - Giuseppe Di Stefano, Dorothy Kirsten & Italo Tajo
1951 - Eugene Conley, Eleanor Steber & Cesare Siepi
1953 - Richard Tucker, Victoria de los Angeles & Nicola Moscona
1965 - John Alexander, Montserrat Caballè & Justino Diaz
1968 - Michele Molese, Beverly Sills & Norman Treigle
1973 - Alfredo Kraus, Renata Scotto & Nicolai Ghiaurov
1977 - Alfredo Kraus, Mirella Freni & Nicolai Ghiaurov
1996 - Marcello Giordani, Renée Fleming & Willard White
1996 - Giuseppe Sabbatini, Cristina Gallardo-Domas & Samuel Ramey
2003 - Giuseppe Filianoti, Darina Takova & Roberto Scandiuzzi

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sabato 19 giugno 2010

Faust alla Scala di Milano

Altra serata inFAUSTa alla Scala di Milano: continuiamo a discendere una china, apparentemente senza fondo. Nel calendario lirico ambrosiano giugno è diventato il mese dell’orrore: l’anno passato l’Aida di Baremboim, quest’anno il Faust. Per l’anno prossimo Attila già bene apparecchiato per stare in linea con questi due spettacoli.
Il cast era scadente sulla carta, lo si sapeva: però il signor Nekrosius ha pensato bene di collocare gli interpreti in uno spettacolo fallimentare, e così tutto è stato assolutamente perfetto per dar luogo alle ire del pubblico.
Solo Irina Lungu è andata controcorrente, dispensando un po’ di canto, pertinenza interpretativa e grazia scenica, che le sono valsi i soli consensi unanimi di una serata disastrosa, noiosa, soprattutto e protrattasi sino a tarda ora.
Mandare in scena il Faust senza Faust e Mefistofele è impresa straordinaria per un grande teatro di nome, una vera rarità!

In primo luogo, l’allestimento. Nekrosius ha realizzato uno spettacolo che ad onta di qualche buon momento poetico, nel prologo e nel primo atto in particolare, mi sembra gli sia sfuggito presto dalle mani, vuoi per la lunghezza, vuoi per l’assenza di idee veramente originali. Il suo Medioevo di sapore nordico si è lentamente trasformato in un minestrone incontrollato ed insensato di citazioni, contaminazioni cinematografiche e pittoriche smaccate, gags dejà vùe e simboli, alcuni davvero incomprensibili, che non hanno portato alla costruzione di alcun clima, di alcuna atmosfera consona al gotico romanticismo di Gounod, perché sia ben chiaro in scena andava questo Faust e non quello Goethe, con buona pace di chi oggi dalle pagine del massimo quotidiano milanese ha, per difesa d’ufficio proposto tale assunto. Il regista si è molto concentrato sulle controscene delle comparse, angeli, creature mostruose alla Bosch, saltimbanchi, personaggi incappucciati in nero alla “Settimo sigillo” di Bergmann o alla “Nosferatu” di Kinsky. Ha, però, dimenticato quasi del tutto i movimenti delle masse e, soprattutto, privato di ogni poesia ed intensità espressiva la recitazione dei protagonisti, i due amanti in particolare. Il grottesco ed il surreale hanno caratterizzato, nei movimenti come nei costumi, tutti i protagonisti, Siebel incluso, addirittura zoppo; Faust ridotto ad un personaggio un po’ ridicolo, nel suo costume surreale tipo pigiama americano ; una Margherita anche lei prima surreale e stupida poi un po’ troppo contadina dell’Est; un Mefistofele sempre alle prese con un’asta da atletica, simbolo esagerato e poco convincente di un potere demoniaco che di demoniaco alla fine aveva ben poco, parecchio, invece, di ridicolo, tanto da assimilarlo al dottor Dulcamara, complice la recitazione e la mimica di Roberto Scandiuzzi. Alcuni momenti scenografici belli, come le carpenterie, lignee che organizzano spazi prospettici profondi e suggestivi, lungo cui si muove l’azione, i mille libri aperti a terra al prologo, simbolo del sapere di Faust, potevano anche ben funzionare se non ci fosse stata tutta quella luce “en plein air” che toglieva ogni atmosfera all’azione. Irritante, invece, l’ambientazione domestica del quartetto e del grande duetto d’amore, con tanto di tappeti, attaccapanni, divanetto nero quasi pop e grandi vasi-lanterne surreali (?) lungo il letto d’amore, molto cataletto: ambientazione senza atmosfera, né pathos, che non si significava proprio un bel nulla di nulla. Al pari del frammento del Walpurgis, con quella carrozzetta bianca, che ricorda i servizi delle case di ringhiera milanesi da cui scendono i due protagonisti maschili, e una senescente Margherita su una specie di letto di morte sul fondo, circondata da pie donne che danno gli ultimi ritocchi alla salma appena composta. Una vera antologia di scemenze senza né capo né coda, né significato. Se Nekrosius non si fosse perso per strada, con una riorganizzazione razionale e ponderata delle sue citazioni e banalità forse anche avrebbe sortito qualcosa di meglio. Di fatto è bastata l’apparizione delle comparse al finale per far crollare il teatro dalle urla e dai fischi della gente, tanto che il regista ed i suoi non sono nemmeno usciti alla fine. In difetto di coraggio del proprio operato si dovrebbe anche rinunciare al lauto cachet!
Spettacoli come questo sono un inno ai tagli allo spettacolo, li giustificano, anzi, li rendono bene accetti. E’ anni che si sprecano i denari pubblici per assecondare follie ed assurdità registiche di ogni genere, spettacoli che finiscono presto al macero, senza lasciare ricordo di sé in nessuno del pubblico. Produzioni che dovrebbero essere fermati al momento della realizzazione delle maquettes o dei bozzetti dalle direzioni artistiche.
E’ ora di cambiare. Se non abbiamo nulla di nuovo e di sensato da dire, proseguiamo col vecchio esistente e collaudato. Diversamente, cerchiamo altre modalità dal concorso di idee, all’istituzione di formule contrattuali nuove per i registi, ad esempio vincolando la realizzazione in teatro, dopo la scrittura del regista e dello scenografo, alla presentazioni di simulazioni multimediali o simili. Aggiungo anche, al di fuori dello specifico caso di questo Faust, che è ora di togliere ai registi ogni potere di veto o clausola di gradimento sui cantanti. Ai registi deve essere tolta la moderna dittatura nella concezione degli allestimenti, perché è categoria professionale ormai inadatta ed incapace di gestire l’opera lirica, anzi .
Il tempo degli Strehler, dei Ronconi, dei Visconti, dei grandi uomini di teatro e cultura teatrale, lirica e non, è finito: non c’è più alcun upgrade, nessuna apporto di nuovo al teatro lirico da parte di questa categoria professionale, al più siamo di fronte al dejà vùe, come abbiamo ben visto con le ultime prove di Cheréau. Dunque, il teatro di regia deve diventare ciò che può realisticamente essere oggi come oggi: un caso eccezionale,un evento raro, che può aver luogo solo al cospetto di personalità particolarmente spiccate e capaci. Diversamente, si torni ad una razionalità almeno economica delle produzioni.

Il cast.
Con un cast cosi’ non si va lontani, si canta poco e male, per giunta con uno stile a dir poco discutibile.
Dal maestro Devine abbiamo avuto una buona concertazione e buoni accompagnamenti al canto, ma non certo una prova indimenticabile. Ha accompagnato abbastanza bene i cantanti, senza certe assurdità o idee campate per aria di certe bacchette di oggi, ma non ha nemmeno brillato per personalità. Sono mancati i colori forti dell’opera, ad esempio il clima misterioso e medioevale del prologo nello studio di Faust, come quello infernale della tragica scena della chiesa, o della scena popolaresca e marziale della soldataglia del IV atto. Ha saputo accompagnare le arie ( male il terzetto del IV atto tra Faust, Valentin e Mefistofele, invece, pesante e senza tensione drammatica ) ma mettendoci poco di suo: un po’ più di vigore orchestrale nel “Le veau d’or” di Mefistofele, ad esempio, o di intensità nell’”Il ne revient pas” di Margherita ( troppo lento per la Lungu ) come un po’ di brio nel valzer di Margherita non avrebbero guastato. C’era tutto, ma niente di specialmente emozionante o coinvolgente, in un’opera ricchissima di suggestioni, atmosfere, colori e climi diversi. Più volte invece ha pestato, e forte, soprattutto negli ensemble, come nella scena con Mefistofele Valentin e coro che segue il “Le veau d’or”, il valzer in chiusa del I atto. Di qui la bella sbuacchiata ad inizio V atto ed alla singola.
Sempre bravi coro ed orchestra, in sciopero col “vestiaire” per le note vicende dei tagli alla cultura. Una vera panzana giornalistica quella della contestazione al coro da parte del pubblico,come riportato da Corsera e Repubblica di oggi.

Il Faust di Marcello Giordani, contestato sonoramente alle singole e destinatario di un applauso men che di cortesia alla grande aria, è stato un’antologia di malcanto ed inadeguatezza stilistica.
Il signor Giordani pratica da anni anche il repertorio del belcanto, cimentandosi in ruoli monstre come Gualtiero del Pirata di Bellini, con una improprietà stilistica e tecnica davvero rare ed anacronistiche per l’era post belcanto renaissance. Grida, spinge, non lega, forza ogni suono con spavalderia ed arroganza vocale, grazie ad una dote eccellente ma brada, ed un gusto spesso estraneo al canto lirico di ogni epoca e scuola. Si finisce per rimpiangere non dico la grossolanità del belcanto praticato dai supereroi alla Corelli, ma addirittura quella dei Bonisolli.
Oggi le stagioni alle spalle del signor Giordani sono diventate molte, la carriera è lunga, e di spavalderia vocale manco se ne parla. La voce è diseguale, tubata, spesso rotta nel legato, spinta nelle salite all’acuto, insomma, un repertorio di problemi ed acciacchi dell’età che confliggono profondamente con i requisiti tecnici e stilistici della parte. Requisiti a cui la bacchetta non mi pare lo abbia minimamente richiamato, rammentandogli che il canto di Faust è ancora legato alla vocalità arcaica del tenore da Grand Opéra, con acuti da eseguire in falsettone e comunque con precisione e buon gusto. Nel caso di Faust il canto è, pur di scrittura centrale, caratterizzato da sfumature, emissione stilizzata, fraseggio ricco e variegato, nuances, insomma, tutto quello che il signor Giordani non ci ha fatto sentire. In un teatro a direzione artistica francese, si affida il titolo must dell’opera francese ad una bacchetta francese, e ci si ritrova davanti a questa esecuzione vocale stravolgente. Il che non è possibile. I momenti bui di questo Faust sono stati parecchi, a cominciare dalla sortita, dove ha mostrato, per via di gravità di tessitura, difficoltà a legare, suoni aperti al centro, sulla “E” in particolare, e nasalità ricorrenti; le frasi in cui si rivolge a Margherita al I atto, dopo la prima sezione del valzer, tutte con la voce indietro ed afonoide; la grande aria del II atto, dove si sono sentiti cali di intonazione evidenti dalla seconda frase, suoni tubati o indietro, acciacchi vari come sulle ripetizioni di “Que de richesse en cette pauvretè”, sino all’indescrivibile do della “presence”, che non ho capito davvero in che modo lo abbia eseguito ( un suono che pareva più un ronzìo stando in loggione..) ; i falsetti dell’incipit al duetto d’amore, “le grattate” su “eternelle..”, l’attacco indietrissimo di “ Divine pureté”..Il V atto è stato di certo la cosa migliore.

Il Mefistofele di Scandiuzzi è stato fortemente contestato dal pubblico per manifesta inferiorità vocale alla parte. Lo sentii a Roma nel 2003: era già provato vocalmente, sebbene bravo in scena. La Scala lo ha scritturato forse prima più di sette anni fa da non sapere le sue condizioni vocali ?
E’ stata prova di resistenza durissima per noi reggere le sue continue stonature, tubature, gutturalità assortite, in un canto senza legato, senza possibilità di fraseggio vero. Non mi piacciono i bassi che cantano alla Scandiuzzi, con la voce molto peciosa, bassa di posizione ed ingolata: amo quelli che cantano senza scurire artificiosamente, con emissioni “libere”, alte e morbide…..insomma, quello che non esiste più da decenni. Però questo cantante in forma era ben altra cosa da ieri sera.
Non gli bastano più la mimica scenica, il mestiere, il mettere cerotti qua e là in una organizzazione vocale tanto compromessa. Siamo oltre ogni limite .
La sua serata si stigmatizza ne “Le veau d’or”, passato sotto un silenzio di ghiaccio. I suoni fissi e calanti sono iniziati al prologo con Faust ( la direzione della scena a due era tra l’altro troppo lenta per i cantanti, ed i difetti suonavano molto amplificati..) e proseguiti all’aria del I atto, eseguita con la voce tutta sorda e “chiusa”e le stonature molto evidenti; nulla di diverso alla scena della chiesa a all’aria del IV atto ed al successivo terzetto. Non ha mai potuto nemmeno dispiegare l’antica ampiezza del suo mezzo, forse per i rischi che la scrittura piuttosto acuta comporta per evitare suoni ballanti e mal fermi tanto è che non è nemmeno riuscito a conferire al personaggio la ieraticità ed il carattere demoniaco che gli sono peculiari. Un vero disastro, che non fa certo onore alla sua lunga carriera.

Valentin era Dalibor Janis, già noto per il Posa dell’ultimo Don Carlo. Non condivido i buu a lui rivolti, perché è cantante …corretto. Nel senso che cerca di non vociferare, non foss’altro perché non ha il mezzo per farlo. Stenta però ad imporsi anche in un mezzo ruolo come questo, per via di una voce che non corre, di scarsa sonorità e morchiosa, tutta retronasale, che deve spingere spesso non appena l’orchestrale si spessisce. Sia alla sortita che all’aria ha esibito un fraseggio piatto e monotono, senza nemmeno rifugiarsi nel timbro. Insomma, un cantante senza infamia ma senza vere qualità, che fa una bella carriera nel deserto di voci baritonali di oggi.

Male Nino Surguladze. Ma male davvero. Aveva fior di voce, oggi apparentemente scomparsa, inacidita ed indurita oltre misura. Che un mezzosoprano che ha rivestito i panni della Faraona nel Moise recentissimo di Salzburg con Riccardo Muti non sia in grado di cantare correttamente l’aria di Siebel, che è passo da studente di conservatorio e da debuttante, è vergognoso. Esemplifica lo stato della lirica odierna, il rapporto tra qualità oggettiva e livello delle carriere. Ieri sera la Surguladze ha mancato dei fondamentali del canto, mostrandosi incapace di legare i suoni centrali a quei due primi acuti che la parte richiede, e senza nemmeno mettere un po’ di musicalità o di qualità di fraseggio al brano. Non pareva nemmeno la voce sentita agli Arcimboldi più volte.

Della Marta di Sylvie Brunet dirò solo che ben meno di dieci anni fa cantava niente po’ po’ di meno che l’Africaine di Meyerbeer, ed oggi eccola qui, a fare la caratterista.

Da ultima la signorina Lungu. E’ certo che questa cantante da il meglio di sé a Milano ed il peggio in trasferta. Ieri sera ha ritrovato le qualità che ci erano piaciute a suo tempo, ossia la musicalità, la capacità di mettere il personaggio nella giusta ottica, di stare in scena con eleganza, di cercare di fraseggiare con garbo risparmiandoci maniera e volgarità che tante sue colleghe coetanee sono solite praticare per farsi notare in scena e fuori. Un più costante sostegno della voce le procurerebbe un suono più alto e, per conseguenza dolcezza e penetrazione che le garantirebbero spazio proprio quale Susanna, Zerlina, Violetta, Adina e certi ruoli dell’opera francese, perché ha il gusto adatto a questo genere di ruoli.
La mancanza di proiezione della voce resta il difetto più eclatante ( il vero limite nella costruzione di un repertorio ), unitamente a certi cali di intonazione, soprattutto sui primi acuti, soprattutto nell’esecuzione delle smorzature.
Superata la scena del Sire di Thulè, di scrittura molto grave ed in cui è stata carente di volume, ma aggraziata, la Lungu si è poi disimpegnata bene, a meno di alcune fissità e note calanti. Ha dovuto spingere nel terzetto finale, il momento di certo per lei più pesante e dove è stata davvero al limite, e su certi acuti, come i si nat della scena della chiesa. Però ha cantato bene quartetto e duetto d’amore, come pure ” Il ne revient pas”. Ha dato senso al proprio fraseggio, disegnando una Margherita composta e dolce. E il crudele pubblico della Scala l’ha applaudita. Paradosso della storia: la signorina Lungu ha un singolare feeeling col loggione scaligero.....da fare invidia a Daniel Barenboim!


Gli ascolti

Charles Gounod

Faust


Atto II

O sainte medaille...Avant de quitter ces lieux - Apollo Granforte

Le veau d'or - José Mardones (1910)

Atto III

Faites lui mes aveux - Eugenia Mantelli, Frederica Von Stade (1971)

Quel trouble inconnu...Salut, demeure chaste et pure - Giuseppe Di Stefano (1949), Franco Bonisolli (1971)

Il était un Roi de Thulé...Ah! Je ris de me voir si belle - Bidù Sayao, Anna Moffo (1964)

Il se fait tard...O nuit d'amour - Eugene Conley & Victoria de los Angeles (1953), Franco Bonisolli & Raina Kabaivanska (1971)

Atto IV

Elles ne sont plus là...Il ne revient pas - Gabriella Tucci (1966)

Seigneur, daignez permettre - Félia Litvinne (1902), Gabriella Tucci & Justino Diaz (1966)

Déposons les armes...Gloire immortelle - Thomas Beecham (1943)

Atto V

Va t'en...Mon coeur est pénétré d'epouvante...Alerte, alerte - John Alexander, Gabriella Tucci & Justino Diaz (1966)

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mercoledì 21 aprile 2010

Le cento primavere della signora Olivero. Seconda puntata: L'altare

Chiese di ogni luogo, saloni parrocchiali, celebrazioni religiose di ogni genere sono state altre occasioni per l’arte della signora Olivero. La stessa cantante ha più volte avuto occasione di raccontare di essere stata nel salone della propria parrocchia torinese, in età di dieci anni, un autentico richiamo per il pubblico e la certezza di incassi da destinare in beneficenza.

Negli anni ‘70 la signora Olivero registrò un disco intitolato “Quando il canto è preghiera” presentato dalla stessa signora Olivero e che rispondeva all’esigenza di reperire fondi per il restauro dell’organo della Chiesa di Santa Geltrude in Solda, ove tradizionalmente a Natale e per Ferragosto (Mezz’agosto come dice la signora Olivero nella presentazione) la cantante era solita accompagnare con il proprio canto la celebrazione della messa grande. Lo ha fatto anche in tempi recentissimi, ossia ultra novantenne. Come ultranovantenne ha cantato il Panis Angelicus alla annuale celebrazione eucaristica in suffragio di Maria Callas in San Fedele a Milano. Puntuale un video amatoriale ( non si è per nulla Madga Olivero condivide con Leyla Gencer il titolo di regina dei pirati) documenta fervore e canto sul fiato della straordinaria vegliarda!
Perchè queste sono come sempre le caratteristiche delle prestazioni anche di canto sacro dell’Olivero.
Il canto sul fiato porta a suoni eterei e rarefatti, che si convengono alla raccolta preghiera, basta sentire l’attacco sublimato ( qualcuno dirà poco mozartiano con quel bel portamento iniziale) dell’ Ave Verum dove la Signora esibisce nel corso del passo alcune tenute di fiato e messe di voce portentose o i suoni tenui ed ispirati di un classico come il Panis Angelicus, dove qualche Beckmesser di turno potrebbe divertirsi a verificare il rapporto fra numero di note e di messe di voce. Per parte mia posso solo rilevare che fra i due Panis Angelicus passano quasi sei lustri e se la voce è identica la Madga novantenne è ancora più varia e sfumata della sessantenne. Esemplari in entrambe le esecuzioni la saldezza dei pianissimi alla conclusione ed il legato. Trasferito nel linguaggio della tecnica, quella che fa folleggiare il sottoscritto ed i suoi scherani (come con assoluta carenza di educazione e buon gusto qualcuno ha postato), significa esemplare il sostegno del fiato.
Un particolare ritengo doveroso rilevarlo come Madga Olivero eseguendo l’Agnus Dei di Bizet abbia voce dal colore scuro e accento veramente drammatico. Se nel Panis Angelicus la cantante esalta con voce ed accento l’aspetto “angelicus” nell’Agnus Dei (ricordo che l’Agnus Dei accompagna in rito romano la presentazione del Santissimo Sacramento prima della somministrazione ai fedeli della Santa Comunione, mentre il Panis Angelicus la distribuzione medesima del Sacramento) il canto dell’Olivero mette in rilievo parole come “peccatoribus” e “Misererere nobis”, ossia l’intrinseca indegnità dell’essere umano ad accogliere il Sacramento.
A questa visione Per contro nel Salve Maria di Mercadante brano di tradizione operistica, come buona parte della musica sacra italiana dell’800 l’Olivero accentua gli aspetti operistici e li accentua perché il suo repertorio di elezione non è Mercadante, ma naturalismo e Verismo. Potremmo anche dire che certi effetti nel melodramma dell’800 non sono affatto una invenzione del dopo Callas, ma nascono molto prima dall’Olivero e, prima ancora da Claudia Muzio Cambiamo le parole al brano e questo Salve Maria potrebbe essere la confessione di una colpevole Stuarda o di una delirante Elaisa e allora dobbiamo concludere che quei passi avrebbero facilmente vivere e convincere affidati alla tecnica ed alla fantasia di una Olivero. Mi riferisco alla ossessiva e sempre variata ripetizione della parola “peccatori”.
Le prodezza vocali quelle che fanno dell’Olivero la divina Madga sono tutte presenti nell’Ave Maria di Gounod, dove fra pianissimi, filature, smorzature, messe di voce è da sobbalzo sul banco, essendo in Chiesa, per precisione esecutiva e fervore interpretativo il si nat pianissimo e poi rinforzato del “nunc et in hora”. Vocalista ed interprete inarrivabile!


Gli ascolti

Magda Olivero / 2


Adam

Cantique de Noël ("Minuit, Chrétiens") (1959)

Bach

Matthäuspassion: Corale "Ich will hier bei dir stehen" (1970)

Bizet

Agnus Dei (1970)

Franck

Panis angelicus (1970)

Gounod

Ave Maria (1970)

Adoro Te devote (1970)

Haendel

Largo ("O mio Signor") (1959)

Mercadante

Salve Maria (1970)

Mozart

Ave verum Corpus (1970)

Reger

Maria Wiegenlied (1959)

Vitalini

Giaculatorie mariane (1959)



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martedì 24 febbraio 2009

Roméo et Juliette a Venezia

E' in scena in questi giorni alla Fenice la produzione del Roméo gounodiano che avrebbe dovuto segnare l'esordio di Jonas Kaufmann nel ruolo del titolo. All'annunciato debutto è seguita la rinuncia. Annunciata anche quella, almeno per chi abbia almeno una volta aperto lo spartito, o udito i Romei paradigmatici almeno in disco. Il teatro ha prontamente trovato un rimpiazzo in Eric Cutler, noto alle cronache principalmente per una discutibile edizione di Puritani al fianco di Anna Netrebko. L'altro motivo di curiosità e ragion d'essere dell'allestimento veneziano era la presenza di Nino Machaidze, all'esordio italiano come Juliette dopo il rutilante spettacolo salisburghese dell'anno passato. Almeno lei si è presentata all'appuntamento in Laguna, e di questo le siamo grati.

Riteniamo che il Roméo non si possa montare se si è sprovvisti di un grande tenore e, in subordine, di un soprano leggero (ma sarebbe meglio lirico-leggero, specie se si ha la velleità di inserire l'aria del veleno, espunta con il consenso dell'autore fin dalle prime esecuzioni - e non senza ragione!) e di un direttore in grado di rendere la forza della tragedia ma anche lo charme di questa musica. Venendo a mancare questi tre elementi (ma soprattutto il primo) di Roméo rischiano di cogliersi solo i difetti (una certa prolissità e un buon numero di passaggi di ottima, spesso squisita fattura ma scarsa ispirazione) e non i pregi, almeno altrettanto numerosi.
Cutler ha sfoggiato una voce lirico-leggera piuttosto nel naso e scarsamente proiettata, che a ogni tentativo di smorzatura diventa fievole e bianchiccia, mortificando intenzioni interpretative anche lodevoli, soprattutto nei primi due atti. L'acuto è sempre duro e sforzato, per giunta del tutto privo di squillo. Il momento peggiore è stato sicuramente il secondo quadro del terzo atto, che richiede, come abbiamo già avuto occasione di esporre, una sicurezza sul passaggio cui il tenorino americano sembra totalmente estraneo.
La signora Machaidze parte proprio male, con un valzer da avventizia del canto: assai imprecisa nella coloratura, qua e là stonacchiante al centro e con acuti strillati. Il volume è assai limitato e, come accade alle voci non in maschera, i piani e i pianissimi sono al limite dell'udibile. L'eleganza, la maliconia e la tenerezza del personaggio risultano del tutto assenti, tanto nel fraseggio quanto nel portamento scenico (tutt'altro che agevolato dagli estrosi costumi). Le cose vanno un po' meglio alla scena del balcone, in cui l'attacco di "Hélas! Moi, le haïr?" ha dalla sua almeno una certa continenza espressiva, presto dimenticata nel finale d'atto (peraltro con taglio del da capo di "Ah ne fuis pas encore", con buona pace di Gounod che giudicava basilare la ripresa della sezione conclusiva del duetto). Nuovi suoni acidi e sgallinanti al quartetto delle nozze e altri appena più controllati (forse anche per un venire meno delle forze?) nel "Nuit d'hyménée", finché si arriva alla grande aria del veleno, che la Machaidze affronta con temerarietà ma anche con una voce ormai ridotta ai minimi termini, priva di morbidezza, ignara di che cosa sia lo slancio e la saldezza in acuto e con imbarazzanti suoni intubati sotto. Come possa questa ragazza, innegabilmente vivace e temperamentosa, essere considerata una promessa del canto, è qualcosa che sfugge alla nostra comprensione. Certo i limiti tecnici risultano meno evidenti che non nell'Elvira bolognese, ma ciò è merito (?) della parte, non dell'artista, che è sempre la medesima.
Giorgio Giuseppini nei panni di Frate Lorenzo, che la regia trasforma in prete di strada, ha una maggiore cognizione del canto e una voce più importante di quella dei protagonisti, sebbene assai corta in acuto: gli fa però difetto l'ampiezza del vero basso nobile e il vibrato risulta un po' troppo accentuato.
Markus Werba, in una parte da fine dicitore quale Mercutio, dà prova di uno strumento piccolo e grigio e di un fraseggio che ben si accorda con la voce, tanto da rendere spento e tedioso un brano di grande effetto quale la ballata della Regina Mab. Analoghe considerazioni valgano per Ketevan Kemoklidze, la solita microsoubrette con velleità da mezzosoprano acuto, sguaiata e anche stonata. Il Capuleti di Luca Dall'Amico è il classico tenore dalla voce legnosa che gioca al basso-baritono grand seigneur. Un gioco pericoloso, come dimostra l'aria "Allons jeunes gens", privata di ogni nobiltà e caricata di suoni rozzi e fiochi.
Di livello medio-basso i comprimari, con menzione onorevole per Nicolò Ceriani, Paride che sfoggia la voce più corposa e meglio emessa di tutto il cast, e disonorevole per Michele Bianchini, becero e stonatissimo nei panni del Duca di Verona.
Carlo Montanaro ha retto con mano discreta le fila del tutto, ma senza trovare mai la cifra caratteristica del dramma, quella fusione di esprit français, lirismo e dramma che del Roméo è la chiave. L'orchestra ha suonato discretamente, ma con infinita piattezza, non certo riscattata dai clangori plebei delle scene di massa (terribile in questo senso il finale terzo). Montanaro ha però avuto l'indiscutibile merito di non coprire mai, se non appunto nel grande concertato "Ah jour de deuil", le voci, tutt'altro che immense, dei solisti.
Damiano Michieletto, di cui avevamo molto apprezzato la Gazza ladra allestita per il Rof, confeziona uno spettacolo sfarzoso e ricco di verve, ma estraneo al clima dell'opera di Gounod, che non è West Side Story né Grease. La scena fissa (un enorme giradischi) consente di ridurre i tempi morti ma risulta eccessivamente spoglia e alla fine anche poco funzionale per i cantanti, che vi si muovono quasi con circospezione e con movimenti spesso goffi (vedi ad esempio la rissa al terzo atto). Le luci, che avrebbero dovuto giocare un ruolo essenziale nel tratteggiare il lato onirico della vicenda (massime nell'ambito di una rilettura fumettistica), risultano spesso crude e banalotte (l'effetto stroboscopico e quindi il rosso diffuso al finale terzo). La grevità dei momenti comici emerge abbastanza bene, la solennità di quelli tragici (l'aria del veleno, con il fantasma di Tebaldo che perseguita Giulietta) molto meno.



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sabato 14 febbraio 2009

Il mito del primo uomo: Romeo di Gounod


Nel giorno della festa degli innamorati, il principe degli amorosi romantici, simbolo universalmente riconosciuto non solo dell’amore tragico ma dell’eleganza, della nobiltà, in una parola dello charme applicato a un genere, come l’opera, in cui questi elementi conoscono, o dovrebbero conoscere, il loro apogeo.

Che Gounod non pensasse, per la parte del giovane Montecchi, a una voce leggera è evidente qualora si consideri il repertorio di Pierre-Jules Michot, che la sera del 27 aprile 1867 creò l’opera al Théâtre Lyrique di Parigi: Mozart (Ratto dal serraglio, Don Giovanni, Flauto magico) e Massenet (fu il primo interprete della seconda versione di Mireille) ma anche, fra gli altri, Weber (Franco Cacciatore, Euryanthe, Oberon) e Gluck (una memorabile edizione di Alceste al fianco di Pauline Viardot).
La parte è lunga e ardua, di tessitura piuttosto acuta, con frasi di grande ampiezza che richiedono una notevole capacità di controllo del fiato, accenti ora languidi ora imperiosi (ma senza che questo comporti un inconsulto sbraitare), morbidezza di canto e capacità di valorizzare segni dinamici e indicazioni espressive. Insomma è come usa dirsi una parte per un cantante “fatto” e non “da fare”, magari in corso d’opera. In compenso è anche una parte che offre all’artista, o meglio al divo, l’opportunità di cogliere, nei panni dell’adolescente veronese, autentici trionfi. Come quelli che seppe cogliere, al Metropolitan di New York, Jean de Reszke, che per un decennio, dal 1891 al 1901, fu interprete di riferimento e quasi di monopolio del titolo, di solito in compagnia del fratello Edouard e con partner femminili quali Nellie Melba ed Emma Eames. Del favoleggiato “Salut tombeau” inciso da De Reszke e per suo ordine prontamente distrutto non possiamo che sognare, ma le testimonianze a 78 giri della cavatina di Romeo che trovate in coda a questo post sono eloquenti nel documentare un’arte, varia e differente per origine nazionale e sensibilità artistica dei singoli interpreti, ma alla base della quale troviamo sempre un’idea di canto assai diversa da quella oggi più diffusa.
Si può censurare l’abbassamento di tonalità, praticato peraltro non da tutti gli esecutori e non da tutti in identica misura, ma onestà intellettuale impone di domandarsi quale esecuzione in tono possa vantare la grazia lunare, l’aristocratico e appassionatissimo fraseggio e l’abbondanza di colori e sfumature sfoggiati da don Fernando de Lucia, o lo squillo e i fiati di proverbiale lunghezza di Hermann Jadlowker, o ancora la morbidezza squisita ma tutt’altro che diafana di Alfred Piccaver, stella dell’Opera di Stato di Vienna che Puccini definì “Rodolfo ideale”.

Nella sorridente galanteria del Madrigale, brano di tessitura piuttosto centrale, spicca la lettura di Florencio Constantino, tenore celebre per il Duca di Mantova ma avvezzo anche agli Ugonotti, alla Manon pucciniana e al Lohengrin, il quale canta a fior di labbro (seppure a tratti un poco aperto al centro), esegue le ornamentazioni scritte e altre ne aggiunge, sfoggiando nella parte conclusiva la saldezza del registro acuto. Ma in questa pagina a imporsi è Alain Vanzo, la bellezza della cui voce cede solo di fronte all’intelligenza che la governa. Ascoltare per credere la smorzatura su “une bouche vermeille”, che insiste sul passaggio (mi-fa), la messa di voce bissata alle parole “vous l’avez pris, rendez-le moi” e il la acuto in pianissimo in coda al brano. Lo stesso Kraus, Romeo fra i massimi, non riesce, complice un mezzo in natura assai meno dotato, a porsi alle stesse vertiginose altezze di questa autentica pietra miliare dell’interpretazione operistica.

Di un altro grande Romeo, quello di Beniamino Gigli, abbiamo scelto due brani registrati a undici anni di distanza uno dall’altro. Ebbene è nella scena del balcone che Gigli, certo stimolato dalla generosissima ed elettrica partner, offre la prova più significativa sotto il profilo interpretativo, sfoggiando nella perorazione “Ah! Je te l’ai dit, je t’adore” accenti di virile facondia che ben si sposano con la carezzevole e assai pertinente mezzavoce di “Ah ne fuis pas encore”, in cui il periglioso attacco sul la naturale di “Laisse, laisse ma main” è morbido e facilissimo.

La scena in cui a Romeo è richiesto il massimo spessore drammatico, dal punto di vista e scenico e vocale, è certo il finale del terzo atto, con la sfida a Tebaldo (attacco sul fa diesis, quindi nella zona del passaggio, e ascesa in successione al la e al si naturale acuti) e il successivo concertato “Ah jour de deuil”. Ancora una volta, difficile trovare contendenti all’altezza di un Vanzo che ha tutto, il timbro del ragazzo (anche nelle registrazioni degli anni maturi), la facilità e lo squillo in acuto (compresa la puntatura di tradizione al do sovracuto in chiusa), l’alterigia e poi la disperazione dell’omicida per caso e per sciagura. Altri potranno possedere voci più importanti, ma in una parte come questa, il mero volume ha una rilevanza assai marginale. Non che l’eccesso di volume e penetrazione sonora sia un problema ricorrente, per i Romei dei nostri giorni.

Il culmine emotivo dell’opera è però indiscutibilmente il quinto atto, in cui Romeo deve affrontare, prima del duetto conclusivo, il monologo “Salut tombeau”, autentico vertice del declamato in musica. Qui basta un suono brutto, o anche solo anodino, a sciupare l’effetto di una musica che, se eseguita convenientemente, rende difficile resistere alle lacrime. Le interpretazioni che proponiamo sono a vario titolo memorabili, ma due in particolare meritano una segnalazione: quella di Fernand Annseau, di grande pregnanza e somma autorevolezza vocale, con l’unico limite di suonare più maturo e disilluso di quanto richiesto dal personaggio (insomma è più don José che Romeo), e quella di Sergei Lemeshev, del quale proponiamo integralmente il finale. La “voce di pianto” del grande tenore russo non ha nulla di smanceroso o piagnucolante, è di una compostezza e di una sobrietà senza macchia, lo squillo argenteo è applicato alle frasi a piena voce come ai piani e pianissimi generosamente profusi, le filature e i rubati non si contano, e soprattutto sono sempre utilizzati in funzione espressiva. Difficile isolare un momento di particolare emozione nel complesso di una simile prova, ma il ritorno del tema del duetto del quarto atto, cesellato a mezzavoce, è semplicemente da brividi.


Gli ascolti

Gounod - Roméo et Juliette


Atto I

Ange adorable - Alfredo Kraus & Jeannette Pilou (1981), Alain Vanzo & Huguette Rivière (1960), Florencio Constantino & Alice Nielsen (1908), Beniamino Gigli & Lucrezia Bori (1923)

Atto II

Ah, lève-toi, soleil - Alfred Piccaver (1912), Hermann Jadlowker (1912), Charles Dalmorès (1912), Emile Scaramberg (1905), José Luccioni (1946), Lucien Muratore (1916), Fernando De Lucia (1908)

Ô nuit divine...Ah, ne fuis pas encore - Beniamino Gigli & Mafalda Favero (1934), Jussi Björling & Bidú Sayao (1947), Sergei Lemeshev & Irina Maslennikova (1947)


Atto III

Dieu, qui fis l'homme à ton image - Alfredo Kraus (con Bruscantini, Freni, Graham - 1981), Charles Hackett (con Rothier, Norena, Wakefield - 1935)

Allons! Tu ne me connais pas, Tybalt...Ah! jour de deuil - Jussi Björling (1947), Alain Vanzo (1976), Franco Corelli (1967)

Atto IV

Va! Je t'ai pardonné...Nuit d'hyménée - Charles Hackett & Eidé Norena (1935), Raoul Jobin & Patrice Munsel (1946)

Atto V

Salut, tombeau - Paul Franz (1919), Fernand Ansseau (1926), Miguel Villabella (1930), Sergei Lemeshev (1947)

Où suis-je?...Console-toi, pauvre âme - Sergei Lemeshev & Irina Maslennikova (1947)

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domenica 24 agosto 2008

Faust a Orange: Squittendo sotto le stelle


Dobbiamo confessare che è con un certo timore che ci apprestiamo a riferire del Faust trasmesso un paio di settimane fa dalla tv francese, in diretta da Orange. Timore di risultare noiosi, in primo luogo, perché le considerazioni che seguono, di inequivocabile sapore tradizionalista, sono analoghe a quelle espresse nel post di Giulia Grisi sul Romeo salisburghese. E timore di non riuscire a cogliere la bellezza e la rilevanza di una produzione che il pubblico presente a teatro, e in seguito quello ospite di molte accreditate arene virtuali, hanno applaudito con vigore, se non con convinzione. C'è da dire che l'appuntamento risultava appetibile per più di una ragione, dalla proposta di un titolo "monstre" (almeno per i nostri giorni) in uno scenario altresì "monstre", alla presenza nel ruolo di Faust di Roberto Alagna, star assai amata in terra di Francia. Purtroppo, l'estrema modestia dell'esecuzione e la conseguente (o meglio, non conseguente!) reazione del pubblico hanno prodotto in noi una sensazione di profonda stanchezza... anzi, di vero e proprio scoraggiamento.

Atteso alla prova dell'amato repertorio francese dopo la non felice (eufemismo!) avventura gluckiana, Alagna ha stupito tutti rinunciando a servirsi dei fratelli per "reinterpretare" a proprio uso e consumo la partitura. Stavolta, infatti, ha scelto di fare tutto da solo, appiattendo sistematicamente le dinamiche in favore di un perenne mezzoforte che, se gli permette di evitare falsettini e sbiancamenti (che puntali si presentano nei punti in cui il tenore tenta una forcella, una sfumatura, un colore qualsiasi, ad esempio nel duetto d'amore e nel terzetto conclusivo), toglie al canto qualsiasi nobiltà e finezza, riducendo il tormentato antieroe goethiano a un arzillo e burbero nonnetto che, tornato giovane, corre dietro alle sottane disponibili e sembra sommamente ipocrita nel dichiarare il suo amore alla bella Margherita, ché l'amore sta tutto... nella partitura, mentre nel canto del tenore siculo-francese non ne troviamo traccia, sopraffatto com'è da una costante tensione in acuto che si manifesta fin dal passaggio di registro. Dal fa in su non si contano i suoni stimbrati e spesso anche stonati, come nel Salut demeure chaste et pure, e quando imbrocca un acuto, come il si bemolle della sfida, il suono è raggiunto con sforzo udibile e anche visibile... manco fosse un fa sovracuto. E a proposito di sovracuti, il do de La présence è un falsettino miserello. Che un tenore non abbia do facili e saldi è ammissibile (anche se per un tenore come Alagna, di ascendenza lirico-leggera e ancora giovane di età, la cosa è preoccupante), ma in questi casi si ricorre al falsettone (se si è in grado di eseguirlo, ovviamente) o si abbassa il pezzo... o si cambia opera! Ma più ancora degli acuti sporchi e del registro grave dall'accentuato vibrato, è la mancanza di adesione al personaggio e alla poetica dell'autore - un po' come nel caso di Villazón - a determinare il fallimento della lettura di Alagna, piuttosto impacciato e legnoso anche come attore. Viene da chiedersi come possa, in simili condizioni vocali e sceniche, affrontare un debutto impegnativo come Chénier (previsto l'anno prossimo a Monte-Carlo). Ma sicuramente questi sono interrogativi sterili e senza costrutto, rottami di un'epoca defunta... un po' come la partitura di Gounod insomma!!!

Una maggiore proprietà di stile va riconosciuta alla sua coprotagonista Inva Mula, che a onta della vocina magra e stridula tenta a più riprese di infondere mordente e varietà al suo canto, operazione che sfortunatamente non riesce a portare a termine per irrisolti problemi tecnici. La ballata del re di Thulé è eseguita correttamente, anche se con fiati piuttosto corti, ma l'aria dei gioielli vede la cantante concedersi abbondanti sconti sulle agilità scritte, dal trillo sul si naturale centrale (semplificato) alle pasticciate scalette ascendenti, al la acuto scoperto di Ah! je ris de me voir (in primo enunciato stridulo, alla ripresa uno strilletto in pianissimo), alle stonature sulle frasette centrali ascendenti Est-ce toi? Réponds-moi, all'abborracciata esecuzione delle appoggiature e delle scale su C'est la fille d'un roi e Comme une demoiselle... Un urlo il si naturale conclusivo. E sarà bello tacere dell'accento, diciamo più adatto a una Manon pucciniana di provincia che si appresta a scappare con il malloppo. Certo Inva Mula sa essere un'attrice convincente ed è d'aspetto assai gradevole, ma tutto questo non basta a spiegare gli applausi frenetici che hanno salutato questa esecuzione, davvero dimenticabile. Certo la musica è tanto, ma tanto bella!!!

Musica bellissima è anche, o per meglio dire dovrebbe essere, quella del successivo duetto, qui funestato da larvali pianissimi tutti di gola provenienti dalle ugole dei malcapitati protagonisti. Alla stretta le urla della Mula (il do di Cédez à ma prière e il la bemolle di Partez! J'ai peur - eseguito con sprezzo del pericolo, e sì che Gounod avrebbe previsto un comodissimo "oppure" un'ottava sotto!) sono una sorta di presagio della scena della chiesa, in cui la bella Inva dà fondo a tutte le proprie energie (e anche a quelle dell'ascoltatore di timpano sensibile), tanto che nel terzetto finale suoni rauchi e soffocati si sostituiscono agli ormai consueti stridori. A conti fatti la scena migliore è risultata la prima del quarto atto, Il ne revient pas, dove la Mula, malgrado la povertà del registro centrale in questa pagina eminentemente sollecitato, ha adottato un tono raccolto (preparatorio alle esplosioni del quadro successivo) che l'ha aiutata ad arrivare in fondo senza troppi danni, fatto salvo, ovviamente, il si naturale di Mon maitre (anche qui, ovviamente, è stata trascurata la possibilità di ricorrere al fa diesis previsto in "oppure").

Il Diavolo, René Pape, ha dalla sua una conveniente allure scenica e una voce di bel timbro, anche se più da baritono puro (sebbene corto e un po' schiacciato in alto) che da basso-baritono. L'incosistenza del registro grave toglie spessore drammatico alla scena della chiesa, mentre gli acuti difficoltosi e a rischio d'intonazione privano la celeberrima serenata del suo fascino beffardo e crudele. Non male, sebbene lievemente ingessata, la ballata del secondo atto, che tuttavia dovrebbe recuperare in eleganza quello che perde in vigore. Fra i cantanti principali, Pape è quello che a conti fatti si disimpegna meglio, anche se negli assieme tende un po' a sparire.

Terribile Jean-François Lapointe, che non si accontenta di sbracare nel più assurdo verismo nella scena della morte come molti altri Valentin del suo rango, ma esegue, o meglio, muggisce anche l'aria aggiunta al secondo atto. Per Dame Marthe (Marie-Nicole Lemieux) il pensiero torna a Rodolfo Celletti, il quale auspicava, in luogo delle pessime Quickly regolarmente scritturate dai teatri, il ricorso a una Lina Volonghi addestrata alla bisogna. Stante l'esiguità della parte, una Nadia Rinaldi potrebbe essere una soluzione papabile per l'amabile vedovella. Curioso il ricorso a un tenore per la parte di Siébel, una soluzione che ci riporta indietro di svariati decenni, ai tempi dei tenorini di grazia manierati, smancerosi e strangolati. Precisamente a questa schiatta appartiene Xavier Mas, che la regia trasforma - come se non bastasse la goffaggine insita nella parte - in poliomelitico.

Michel Plasson adotta tempi letargici e concerta svogliatamente: l'orchestra, rispetto al coro, può se non altro compiacersi di un suono bello e intonato. Spettacolo elegante, senza grandi idee, di Nicolas Joel, con un immenso organo come unico décor e qualche soluzione non proprio logica rispetto a quanto previsto dal libretto (non si capisce come mai Margherita, abbigliata da ricca borghese, possa dimenticare la propria virtù di fronte a un cofanetto ricolmo di pacchiana bigiotteria).

Gli ascolti

Gounod - Faust


Acte I

Mais ce Dieu que peut-il pour moi? - Fernand Ansseau & Marcel Journet

Acte II

O sainte médaille ... Avant de quitter ces lieux - Mattia Battistini
Le veau d'or - Pol Plançon

Acte III

Salut, demeure chaste et pure - César Vezzani
Il était un roi de Thulé - Helen Jepson
Ah! Je ris de me voir si belle - Marcella Sembrich
Il se fait tard - Licia Albanese, Raoul Jobin & Ezio Pinza

Acte IV

Seigneur, daignez permettre - Gina Cigna & Nazzareno de Angelis
Vous qui faites l'endormie - Lucien van Obbergh
Par ici, par ici, mes amis ... Ecoute-moi bien, Marguerite - Leonard Warren

Acte V

Alerte! alerte! - Eleanor Steber, Brian Sullivan & Jerome Hines

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venerdì 8 agosto 2008

Romeo et Juliette a Salzburg: un urlo trionfale!

Il Festival di Salisburgo ha prodotto e diffuso via radio e tv una nuova edizione del Romeo et Juliette di Gounod, con un allestimento tradizionale, originari protagonisti la coppia Netrebko Villazon, poi divenuta Machaidze Villazon.
Un’edizione che fa riflettere sul ruolo ormai negativo dei Festival musicali, divorati dalle majors e dai loro divi, che propongono prestazioni non solo di basso livello, per giunta spacciate per arte o cultura, ma attivamente contribuiscono alla distruzione della tradizione operistica e dei suoi modi interpretativi.


In una cornice lussuosa, trasportata con gusto in un XVIII secolo senza chiara ragion d’essere, si svolge la vicenda degli amanti di Verona, con generose concessioni all’oloegrafia, un po’ di scandalo da festival nell’inutile quanto insignificante stupro inscenato durante il preludio e poca attenzione registica. La bella cornice non fa dimenticare la trascuratezza di un regista che fa di Juliette una ragazzina infantile e capricciosa al suo ingresso in scena, priva di fascino e di portamento nel suo correre di qua e di là sollevando vistosamente il vestito (tra l’altro davvero poco adatto al candore del personaggio, che risulta una sorta di Carmencita…) nonostante la bellezza del soprano, o nel suo bamboleggiare nella controscena iniziale che accompagna l’aria del padre; né il gesticolare da sceneggiata napoletana del tenore (si veda la scena finale per tutto...), genericamente irruente, un po’ da telenovela, decisamente esagerato ed inelegante nell’interpretare la passionalità di Romeo. Scene bellissime, grazie anche alla regia tv, sono quelle dell’atto IV come anche il finale di tomba, che compensano un po’ le sopradette mancanze del regista nel lavorare sui personaggi principali. Molto meglio, invece, tutto quanto riguarda i protagonisti secondari, i duelli in particolare.

La direzione orchestrale di Nezet Seguin ha funzionato nella misura in cui ha staccato tempi giusti per i cantanti, con un’orchestra che potrebbe benissimo suonare l’opera seguendo il primo violino. Il suono è stato sempre bello, pulito e talora è stata proprio la buca a rammentare il trasporto romantico, l’estatico rapimento, la passione travolgente dei due protagonisti. Altre volte sono mancati, invece, quell’atmosfera notturna e quel colore caldo, neogotico, che caratterizza inequivocabilmente l’orchestra di Gounod. Del resto, con siffatti interpreti sarebbe stata necessaria una bacchetta di altra età, alta personalità, altro polso, per governare una barca tanto difficile da…far galleggiare sul mare del canto elegante e dello stile. Di fronte ad un soprano limitato ed inesperto, assurdamente spinto sulle più grandi ed onerose ribalte del mondo, ed un divo stracelebre ormai del tutto consumato nelle sue doti naturali e ridotto…ad una delle sue caricature, il giovane Nezet Seguin non poteva che ritagliarsi il ruolo di accompagnatore.

L’opera è parsa a tratti addirittura irriconoscibile, davvero un’altra cosa da quella che conoscevamo sino all’altro giorno. E invitiamo i nostri lettori confrontare in prima persona gli ascolti che a titolo di esempio vi proponiamo qui per alcune scene chiave con questa edizione salisburghese, per misurare di persona la metamorfosi subita in questa edizione. E questo in virtù del canto dei due protagonisti, tenore in primis.
Appena Villazon ha aperto la bocca subito abbiamo capito cosa ci avrebbe atteso: la voce bassa di posizione, perfettamente ingolata e larga…degna dell’ultimo peggiore Domingo, suo evidente modello. Quella del simpatico Rolando è stata una serata di guerra con i suoi mezzi, progressivamente sempre più spenti con l’andare della serata, il canto sempre più duro e forzato, le contrazioni di gola sempre più difficili…insomma, pura incapacità di cantare il ruolo con quell’apparato di mezze voci (dell’uso del ”misto” poi, ancora necessario per un musicista come Gounod, non ne parliamo nemmeno, perché saremmo nel fantacanto…), arcate di suono, legato, emissione dolce ma piena, prerogative vocali di Romeo. Una linea di canto non è esistita, ma solo un vociare inconsulto ed incontrollato, unica risorsa di un dilettante alle corde. Villazon ha spazzato via con le tre battute d’ingresso la memoria dei travolgenti ed aristocratici Vanzo, Kraus, Kozlovsky, Lemeshev…tutti, ma dico tutti i Romeo più cari alla nostra memoria di melomani.
Arriva Juliette per cantare il suo valzer, e Villazon esegue le battute che precedono in modo straziante, tra note indietro e note gridate…una vera antologia di malcanto: Ah, voyez, cette beauté celeste…Oh tresor digne du ciel… Ha poi attaccato discretamente “Ange adorable” al primo duetto, ma appena fuori dal centro la voce ha iniziato a scappargli indietro, i tentativi di sfumature tutti afonoidi…un fraseggio piatto. Solo la compiacenza della nasalità di certi suoni della lingua. Pochetto per un ciberdivo. La chiusa all’atto primo si è ridotta all’urlo delle frasi…“oh douleur oh douleur…Capulet son père…Capulet…”. L’atto II si è aperto con un attacco di “Oh nuit” abbastanza spaventoso: i recitativi scorsi via sul forte, come il preludio all’aria “L’amour…”, tutto di gola. Nell’aria “Ah leve toi soleil” di nuovo attacco un spaventoso su “Ah.”: l’esecuzione è stata un esempio di canto a squarciagola (o gola squarciata, come si preferisce…), con passaggi terrificanti dove i piani gli sono morti in bocca ed alcuni anche “grattati”. La ripresa in falsetto, poi, di “Ah leve toi” è sembrata un altro esempio di dilettantismo, tutta a suon di mezzucci, i si bem eseguiti con contrazioni di gola…in antitesi a come si dovrebbero eseguire. Lo stile proprio a Gounod non è stato nemmeno abbozzato, poiché Villazon, perdonatemi!, grida come alla fiera! Però, va ammesso, il (raffinato?) pubblico salisburghese lo ha applaudito convinto, ed il nostro Corriere conservatore non può non essere certo che questo sia ormai un festival che seleziona in base al portafoglio un pubblico incolto e sempre plaudente…per ignoranza, crassa e patinata. E le passerelle di buona società documentate dalla tv austriaca, lo provano.
Al duetto dell’atto II Villazon risponde ai tentativi di cantare con garbo di Juliette in modo davvero sbracato, ed un nuovo strazio arriva sul celebre “Oh nuit divine”, quasi un lamento. La chiusa del duetto è stata malamente gridata, mentre le cose sono andate un po’ meglio alla scena successiva pur con qualche falsettaccio: la voce al centro, se non è forzata, ha ancora una certa qualità timbrica, sebbene si tratti di poche note ormai. Nuove urla, invece, alla chiusa d’atto, questa volta in buona compagnia della Machaidze.
Il terzo atto è stata la chiave di volta della serata, perché qui la pesantezza della scena della sfida ha esaurito le residue energie di Villazon, che ha urlato davvero oltre ogni misura la sfida, rendendo Gounod irriconoscibile, una sorta di pessimo Mascagni. Ha poi cantato di sforzo, gridando nuovamente, tutta l’introduzione del concertato finale, ghermendo le note con accento che vorrebbe descrivere la disperazione di Romeo, ma trasformando in realtà il suo personaggio in un vile da osteria. E proprio qui il giovane maestro in buca, evidentemente, nulla ha saputo o potuto sul piano della pertinenza stilistica di fronte a cotanto divo. Al nuovo duetto dell’atto IV, “Oh nuit d'hyménée”, Villazon, stremato, ha continuato ancora sul forte, senza colori o sfumature, dimenticando, e con lui la sua compagna, che il duetto è da canto a fior di labbra, e che si tratta di scena d’amore, per definizione poetica, estatica e passionale. Tutto distrutto, la musica ed il suo autore offesi e mutilati: una vera vergogna, perché nemmeno c’era l’idea di ciò che si stava cantando.
L’agognata fine dell’opera arriva con il famosissimo “Salut tombeau” di Romeo, tanto urlato da Villazon da aspettarsi che i morti Capuleti si risvegliassero a zittirlo per il fragore!! E ve lo scrivo mentre in sottofondo sto riascoltando la stessa scena eseguita da un artista straordinario che mai ebbe l’onore (che forse ora pare un merito!) di una sola sera a Salisburgo, Alain Vanzo.
Esaurito dalle numerose contrazioni di gola, a Villazon sono rimasti alla fine gli urli e gli pseudopiani afoni. La linea di canto è parsa oltremodo povera e rozza, inadatta perfino al Romeo di Zandonai, accompagnandosi con un gesticolare inconsulto, da sceneggiata napoletana.
Poco o nulla è poi cambiato nel duetto finale rispetto a quanto detto. Una prestazione veramente oltre ogni limite.

La protagonista, Nino Machaidze, al suo “lancio” quale nuova stella internazionale d’agenzia, nuova Netrebko, nuova Callas, nuova Vattelapesca…si è presentata sicurissima di sé e dei propri mezzi, affrontando la prova importantissima senza alcuna esitazione apparente. Ha delineato un personaggio più scenico che vocale, fidando sul suo bellissimo aspetto (molto guadagna il soprano georgiano dai primi piani televisivi) più che sulla voce, che ha i limiti che già abbiamo altre volte sottolineato. Questo ruolo può essere dominato anche da vocaliste di medio livello, o voci poco importanti, fatta salva la terribile scena del veleno, tanto cara a Gounod e vera pietra di paragone per distinguere le grandi dalle mediocri Juliette, quando decidono di affrontarla. Ma occorre cantare con buon legato, emissione corretta, una certa saldezza sul passaggio ed i primi acuti, cioè diversamente da quanto può oggettivamente fare questa ragazza. Il ruolo, inoltre, integralmente eseguito, finisce per assumere una rilevanza tragica appena percettibile nelle edizioni più praticate nel secolo scorso dai lirici come la Freni o le Esposito, o i leggeri come le Shlumskaya, le Sayao etc. E la riapertura del taglio si rivela irragionevole allorquando proprio lì la protagonista frana sotto il peso della spinta drammatica della scena. Ma andiamo con ordine.
La sortita, ossia il biglietto da visita che Juliette offre al pubblico, è stata cantata in modo piuttosto scolastico, con vocina infantile e movenze di bambina capricciosa, come pure nella controscena mentre il padre canta le sue strofe. Movenze imposte dalla regia, ma che in parte appartengono al modo di andare in scena di questa giovano soprano, come abbiamo già avuto modo di constatare in teatro. Bastano poi le battute del recitativo con la Nutrice per capire dove stia la voce di questa Juliette, che il valzer mette subito a dura prova. Memore dell’ascolto in teatro, dove una vocina piccola non passava la buca nel “Oh mio babbino caro” del Trittico scaligero, non posso scambiare quei suoni centrali un po’ queruli per una voce penetrante o che corra davvero in teatro. Il timbro è piuttosto acido e gli acuti gridati perché spinti. Il valzer è stato eseguito con un certo brio che le và senza dubbio riconosciuto, ma si percepisce una fatica a legare i suoni al centro, in particolare l’esecuzione delle acciaccature, soprattutto in seconda strofa. Nella serie di volatine in chiusa il trillo sul la nat è spazzato via ed il si toccato un urletto, mentre prende bene il do tenuto in chiusa, forse il solo acuto convincente della sera.
Al primo duetto con il tenore, la Machaidze canta in modo un po’ manierato ma corretto, e siccome il suo compagno di viaggio è quel che abbiamo detto, lei spicca. Certo, questa Juliette ammicca a Romeo più come una ragazza che la sa lunga che con vero candore, e l’emissione contribuisce a togliere purezza al personaggio. Terribile per entrambi la stretta del duetto, dove i suoni le escono acidi e duri.
Al secondo duetto, all’atto II, di nuovo si sforza di cantare con garbo: la prima strofa ha una buona linea di canto, complice una scrittura comoda, che le consente anche di sfumare. Il timbro resta morchioso e la voce in prima ottava assente, mentre nella seconda parte della scena Juliette si offre teneramente a Romeo con buoni accenti, sebbene la voce suoni vetrosa, il centro troppo aperto perchè il canto sia dolce e legato come dovrebbe. Di nuovo sono comparsi suoni spinti in chiusa al duetto come nella chiusa dell’atto, in compagnia di Romeo.
Il quarto atto è stato, come detto, il momento della verità della Machaidze. Già stanca al duetto con Romeo, eseguito anche questo con migliori intenzioni del compagno di viaggio, sebbene con timbro fastidioso per la fatica a reggere il volume di Villazon, il soprano ha misurato nella scena del veleno, “Amour ranime mon courage”, l’enorme distanza che sta tra le sue velleità ed ambizioni di primadonna e la realtà oggettiva delle sue possibilità vocali. La scena richiede, oltre ad una voce di ben altro peso (una Anderson, tanto per intenderci) la capacità di cantare con slancio su di una tessitura per nulla comoda, buon registro grave, saldezza tecnica per eseguire virtuosismi d’alta scuola, come l’esecuzione di forza di un trillo sul la nat con successiva impervia salita al do acuto…insomma, un bell’apparato tecnico. Le difficoltà sono state evidenti già al recitativo, in cui è bastato sentire l’esecuzione degli acuti e dei bassi nella frase “ce poignard”. L’aria è per lei troppo bassa in alcuni punti e troppo di slancio in acuto per non costringerla a strillare. I do che seguono il predetto trillo su la, infatti, sono risultati dei veri urli, nettamente crescenti, ma soprattutto le grandi frasi liriche tra prima e seconda strofa prive di cavata e spessore. Nella ripresa poi la stanchezza l’ha portata a spingere molto in alto, crescendo tutte le note acute tenute…insomma, una scena troppo pesante per la vocetta di questa ragazza, che conclude stremata.
Nino Machaidze è già stata frettolosamente definita la nuova Netrebko, ma per quanto quest’ultima si faccia dei begli sconti in questa scena, a cominciare dall’esecuzione dei trilli scritti, non mi pare che le due esecuzioni che You Tube ci mette a disposizione siano di pari livello, ed il suo potente managment dovrebbe riflettere su quanto le costi questa parte e fare tesoro di esperienze come quella di N. Dessay (che dopo aver annunciato l’opera per varie produzioni l’ha opportunamente messa nel cassetto dopo la prova del Met) anziché collocarla per ogni dove nel mondo in produzioni di questo titolo, come su altri, davvero troppo pesanti.

Due parole per gli altri ruoli secondari. Falk Struckmann ha interpretato la sua scena più da caratterista che da basso serio, complice la regia; la ballata di Mercutio, interpretato da Russel Braun, è stata ben cantata, senza effettacci e cercando una certa varietà di fraseggio, nonostante le mezze voci indietro; J.F. Gatell, tenorino di grazia imprestato ad una parte piuttosto centrale, ha ben cantato Gatell pur mancando di peso specifico; la scena del frate “Dieu qui fis l’homme a ton image” è stata cantata correttamente dal basso Mikhail Petrenko. La platea ha molto applaudito lo Stéphano di Cora Burggraaf più per aver camminato sulla balaustra, che per il suo canto senza infamia e senza lode, di vocina poco poco appoggiata.

Insomma, un grande evento più di patina che di vera sostanza musicale.



Gli ascolti

Gounod - Roméo et Juliette


Acte I

Ange adorable - Sergei Lemeshev & Irina Maslennikova

Acte II

Ah, lève-toi, soleil - Sergei Lemeshev
Hélas! moi, le haïr! - Andrée Esposito & Alain Vanzo

Acte V

Salut tombeau! - Alain Vanzo & Andrée Esposito

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