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sabato 13 febbraio 2010

L'angolo dei lettori: La Sonnambula all'Opéra di Parigi



Cari amici,
dopo la felice esperienza del Ballo parigino di qualche mese fa, il Corriere dedica nuovamente spazio alle recensioni dei lettori, nella fattispecie Tripsinogeno e Fantedipicche, che hanno assistito per noi alla Sonnambula allestita all'Opéra di Parigi con Natalie Dessay, Javier Camarena, Michele Pertusi e la direzione di Evelino Pidò. Ringraziandoli per la disponibilità e...lo sprezzo del pericolo!, cediamo loro la parola.


“No, più non reggo”. La Sonnambula all’Opéra Bastille

Non è poi così difficile. Deludi un’aspettativa, la riconfermi pochi istanti dopo e ottieni pure la benevolenza dei battimani. E’ andata più o meno così alla prima della Sonnambula, all’Opéra Bastille di Parigi, nuovo ecomostro sorto ad affiancare il “vecchio” Palais Garnier. Un signora dal tono sconsolato esce sul palco: “Natalie Dessay est souffrante…”. Il pubblico: “Ohhhh!!”. Fischi e buu. Ma la signora, subito sorridente: “Mais malgré sa pharyngite, elle a decidé d’assurer la représentation…”. Boato e visibilio generale. Nulla di nuovo. Dai divi alle prese con repertori al limite delle proprie potenzialità vocali (Flórez a Bologna nel quasi debutto dei Puritani) ad altri artisti “in carriera” (Albelo, nella stessa occasione, ma senza portare a casa la recita…), la tentazione al facile procacciamento di indulgenze a buon mercato ha stuzzicato anche la furba stratega Dessay. Dunque, eccola in scena.
Dico subito che le condizioni vocali della diva mi sono sembrate peggiorate rispetto alla sua Amina newyorkese dello scorso anno, con cui non si possono evitare raffronti considerata la regolare riproposizione, per l’opera in questione, sia del direttore che di buona parte del cast, quasi si trattasse della tournée di una vecchia compagnia di teatro itinerante. Fin dall’entrata in scena, con la discesa su “compagne” nel verso di sortita, il soprano francese non riesce a nascondere le pecche di un mezzo vocale sbrindellato, dall’emissione piena d’aria, in particolare nei registri grave e centrale, che la tessitura della parte sollecita non poco. Ne vengono fuori dei recitativi monotoni, sbracati, completamente privi di qualsivoglia connotazione espressiva. Allora la sensazione è quella di trovarsi davanti a un personaggio volgarizzato nella parte (rischio peraltro ben diffuso quando si gigioneggia con le partiture belliniane). Una rozza, esangue pastorella – declinata per l’occasione nella mesta inserviente di un sanatorio – forse più vicina all’entourage un po’ ordinario del basco Nemorino che alla sublime solennità delle Alpi svizzere. Nella cadenza proposta nel secondo “da capo” nella cabaletta «Sovra il sen» (la prima ripresa è quasi priva di variazioni) produce un acuto stimbrato su «la man mi posa» e un altro gridato su «che i suoi contenti». Addirittura imbarazzante, come ulteriore prova del logoramento vocale in stato avanzato, gli accenti esibiti, nel duetto in coda alla cavatina di Elvino, su «Ah non ne ha d’uopo il core» e, poco dopo, su «il tuo con me restò», in chiusa, all’unisono. Il discorso non cambia su «Ah vorrei trovar parole» e sui due versi successivi, ad accompagnamento alla cabaletta del tenore, strascicati davvero con poco gusto (inutile dire che anche qui aspettarsi un suono rotondo, proiettato ed espressivo sarebbe grottesco come chiamare un miracolo a Lourdes). Stessa solfa nel recitativo e nell’aria «Ah non credea mirarti», in cui se aggiungete al solito centro dissestato qualche nota spoggiata e un’intonazione non certo indiscutibile… tirate voi le conclusioni! La parabola discendente termina (se dio vuole…) con l’esecuzione penosa del rondò. Dimenticatevi suoni fluidi, pienezza di cavata e disinvoltura nelle agilità. Solo affanno in gola e sgomento in volto.
Ma forse non tutto è da buttare. Perché se la voce è logora dal passaggio superiore in giù, in alto riesce ancora a produrre suoni puliti e sicuri, e il legato rimane ancora uno dei (pochi) punti di forza della signora. Ricordo con piacere la salita, senza debito di eleganza e raffinatezza, nella ripetizione di «amor la colorò», ancora nella cavatina di Elvino «Prendi l’anel ti dono». Così come le puntature, la più parte eseguite con una certa sicurezza (esemplare la chiusa, all’unisono col tenore, del duetto dello «zeffiro»). Anche il fraseggio e la dizione sarebbero considerevoli se non fossero intaccati da quei suoni asmatici, che non solo penalizzano il coté vocale, ma anche la resa drammaturgica del personaggio. Va detto, per onor del vero, che la signora pare ben consapevole delle condizioni in cui versa il suo mezzo vocale, tant’è che, a detta della cantante, questa parigina sarà la sua penultima Sonnambula e che i battenti, con le Amine, verranno chiusi a Vienna il prossimo aprile, a riprova che forse le perplessità che il Corriere ha sollevato in questi ultimi mesi non sono (state) poi così infondate…
A conti fatti, Dessay disegna un’orfanella completamente refrattaria all’abbandono, al “patetico”, all’elegia che una buona Sonnambula dovrebbe sempre almeno prendere in considerazione. Saranno pure evidenze e condizioni essenziali promosse da poveri passatisti, ancora attaccati alla sottana della Tetrazzini, ma sono questi i pilastri su cui deve poggiare ogni incursione nelle partiture di Bellini. Altrimenti, come in questo caso, ne vien fuori un’interpretazione un po’ forzata, nervosa, che in alcuni passaggi tradisce sul viso dell’interprete una tensione psicologica preoccupante, di cui solo dio può determinarne le cause: esuberanza registica o disagio dell’artista?

L’Elvino di Javier Camarena, tenore leggero avvezzo a ruoli donizettiani e rossiniani per la maggiore, ha un’emissione piuttosto morbida e limpida, almeno fino al passaggio superiore, oltre cui il suono si indurisce e la gola prende il sopravvento. Si esibisce in una cavatina con piglio passionale e una certa eleganza che mi ha fatto ben sperare. Peccato che da lì in poi la voce ha salutato platea e gallerie e il possidente svizzero si è trasformato in lupo mangiafrutta. Un esempio su tutti, l’attacco «No, più non reggo», che inframmezza l’aria finale di Amina, pronunciato con una durezza (e non sono andato a teatro sperando di sentire un Valletti o un Kraus…) tale da rendere quasi precario, per lo spavento, l’equilibrio della sonnambula, costretta a barcollare, per “esigenze registiche”, su una tavola messa a soqquadro da una tempesta di neve.

Michele Pertusi, promosso dall’establishment discografico come Conto Rodolfo di riferimento, è stato forse la vera delusione della serata. Non ha nulla della morbidezza di emissione e d’accento che dovrebbe possedere un autentico personaggio aristocratico, quale tradizionalmente si confà alla tessitura di basso. Eppure l’avevo trovato piuttosto in forma nel Don Pasquale bolognese, al suo debutto nel personaggio donizettiano. Qui, invece, il do3 sulla O dei «luoghi ameni» viene “dal profondo” e non è a fuoco, così come il reb3 su «io vi trovai» e il do3 sulla E di «a qual tu sei», nella cabaletta «Tu non sai con quei begl’occhi». Non solo. Oltre alla prima ottava sempre vuota, si esibisce con spavalderia grossolana, per altro con un declamato davvero volgare. Quando va bene, perché per la maggiore ho sentito una sorta di prova di scena di uno spettacolo preso direttamente dal teatro di prosa, cui mi aspetto venga presto destinato. Con i migliori auguri…
Sulle orme di una direzione artistica convinta che Lisa sia personaggio di contorno, alla stregua di una comprimaria di poco conto e non della vera antagonista, mi limito a constatare in Marie-Adeline Henry una voce acidula, refrattaria all’appoggio e berciante in acuto tre volte su tre. Misteriosa, considerata l’acerbità delle condizioni vocali della signora, la scelta di eseguire anche la seconda aria («De’ lieti auguri»), nel secondo atto, per altro con “da capo” (chiedere a Pidò).
Stesso discorso, ma di minor peso e quindi gravità, per la Teresa di Cornelia Oncioiu, che sarebbe scivolata via senza gravi danni se non avesse rovinato in toto, con urla da altoparlante al museo delle torture, il quartetto al secondo atto.
Nahuel Di Pierro (Alessio) è un (pessimo) attore di prosa.

La direzione di Evelino Pidò ha invece la responsabilità di aver diretto la baraonda vocale staccando tempi quasi sempre slentati, soporiferi. Nessuna traccia di soavità, anni luce da un accompagnamento etereo, che diventa addirittura greve quando i corni sparacchiano indefessi sotto «Prendi l’anel ti dono». Inspiegabile, se non per risonanza mediatica intorno alla diva Dessay, la decisione del doppio “da capo” in coda alla cabaletta di sortita di Amina. Come inspiegabile, se non per snellimento legato a questioni “ritmiche” (e in questo caso la prosa sarebbe davvero dietro l’angolo) il taglio netto del coro in apertura al secondo atto che, detto tra noi, non è proprio un mal sentire. Come inspiegabile, infine, se non per vera, autentica mancanza di lucidità, la decisione di non sopprimere la seconda aria di Lisa.
Gradimento del pubblico in sala: applausi scroscianti per tutti, Dessay in primis, e un paio di sacrosante sbuazzate rivolte a Pidò, al regista Marco Arturo Marelli e alla costumista Dagmar Niefind.

Tripsinogeno

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Sogno o son desto?

Varrebbe la pena, prima o poi, di cominciare ad affiancare alle recensioni degli spettacoli operistici tout court, anche una “nota a margine” di costume, un’appendice testuale birichina, dove poter rendere conto del corollario di bestialità e farneticazioni che si sono udite prima, durante, e dopo la rappresentazione, da parte di quel variopinto sottobosco umano che si è mobilitato per gremire, vestito a festa, la sala del teatro. Avanzo questa idea, certamente provocatoria, perché credo che, oltre a dar vita ad un impietoso frasario tragicomico sui “plaudenti della domenica”, si potrebbe, forse, avere un’ulteriore chiave interpretativa circa l’esito della serata. E forse adesso, a distanza di qualche giorno, sarei in grado di capacitarmi del trionfale esito con cui è stata salutata la première di La sonnambula (cui ho assistito).
Una première che ha rappresentato sicuramente, per me spettatore, un punto di non ritorno. Lo dirò francamente: non avrei mai immaginato di assistere ad uno scempio vocale e musicale di siffatta portata. Ma tanto più il mio sbigottimento è cresciuto col proceder della serata (mentre la partitura di Bellini (spietata !) si inghiottiva poco per volta tutti i suoi interpreti) tanto meno il pubblico sembrava accorgersene, deglutendo senza batter ciglio qualunque suono (o simil tale) provenisse dal palco, e riservando nel finale consensi incondizionati a tutti (o quasi).

E in particolare all’idolo nazionale Natalie Dessay. Che ha pensato bene, per la sua ultima sonnambula parigina, e secondo ormai prassi consumata tra divi starpagati e da palesi insicurezze tecniche, di incerottare preliminarmente il SUO pubblico, facendosi annunciare “souffrante” ma intenzionata a portare a termine la recita. Come dire: se il mio canto non sarà proprio ineccepibile, non vogliatemene (e soprattutto non fischiatemi!), canto solo per il rispetto che ho per voi-pubblico e per amore della partitura. La Amina della Dessay si è dimostrata sotto il profilo vocale non soltanto gravemente lacunosa, ma ha risentito in maniera progressiva delle mende vocali (ormai ai limiti dell’accettabile) della sua interprete. La voce del soprano è ormai un fantasma di sé stesso: piccola e ridotta al lumicino quanto a volume (faticosamente udibile nelle ultime file), è completamente svuotata nei gravi (inesistenti), migolante e malferma nei centri, e fibrosa nonché schiacciata nel registro acuto, dove peraltro, l’eccessivo fiato con cui articola, produce un fastidiosissimo sbiancamento del suono. Si ha perennemente l’impressione che ogni attacco, che ogni incipit di frase sia spoggiato e che il supporto del diaframma subentri solo in un secondo momento quasi fosse un orpello accessorio alla tecnica di canto dell’interprete. L’intonazione poi, diventa seriamente periclitante nei passaggi al sovracuto, che la signora ha garantito a tutti i costi producendosi in suoni spintissimi (in chiusa del primo atto), trasformatisi poi in vere e proprie grida nel finale. E proprio sul rondò conclusivo mi soffermo. La Dessay è arrivata all’ “Ah, non giunge” completamente sfiancata e sfibrata nella voce, dimostrando gravi carenze nella economizzazione delle proprie risorse. Energie che però non si è fatta mancare sotto il profilo interpretativo e fisico, secondo una logica di furbissima compensazione scenica: laddove non arriva la voce, arrivano le mossettine e le increspature del viso. Non è un caso che, degna figlia di Arturo Brachetti, è riuscita in 10 secondi ad uscire dalle quinte, a dismettere i panni di cameriera (!!!) (ah già, parleremo dell’allestimento!) a rientrare in scena e cantare, a sipario chiuso e con l’occhio di bue puntato, la cabaletta finale vestita da femme fatale con un abito rosso fuoco, sottratto forse al guardaroba di Rossella O’Hara. Certo, nel daccapo non ha eseguito alcuna variazione, e non c’era più un suono che non fosse strozzato e afono, ma volete mettere per i parigini vedere la loro Natalie dimenarsi come una bailaora de flamenco?

Dell’Elvino di Javier Camarena c’è poco da dire. La sua performance, più di tutte le altre forse, ha seguito una traiettoria parabolica discendente e precipitosa col progredire della serata. Se ho ammirato la freschezza della voce e lo splendido legato con cui ha interpretato “Prendi l’anel ti dono”, riuscendo a calibrare in maniera sorprendente, secondo me, fiato e mezzevoci sul tempo, troppo slentato che ha battuto Pidò, ha dimostrato tuttavia poco dopo, già a partire dalla cabaletta, tutte le mende tecniche del suo mezzo. A partire dai grossi problemi di intonazione che la sua linea di canto, tutta indietro e ingolata, presenta ogni due per tre. Problemi di intonazione che, se percepibili in maniera discontinua nel primo atto, sono lievitati mastodonticamente nel secondo, arrivando addirittura a ridestare la platea della Bastille dal torpore diffuso. Rumoreggiamento generale nell “Ah perché non posso odiarti”, dove Camarena ha pure “scragnato” nel ah del tutto ancora non sei/cancellata dal mio cor e ammutolimento collettivo con palpabile disagio, durante il quartetto, il momento sicuramente più buio e inquietante di tutta la serata.

Complici di questa “danse macabre a quattro” gli altri comprimari della serata, su cui veramente sarebbe educato censurarsi. Rimango tuttora basito dalla performance di uno che professionista, almeno sulla carta, dovrebbe esserlo, quale Michele Pertusi. Il basso parmense ha cantato un Conte Rodolfo intubatissimo e sfiaccato nella linea di canto, incapace di articolare i recitativi se non in un imbarazzante declamato e con grossi problemi di intonazione. Quanto alla Lisa della “vibrantissima” e petulante Marie-Adeline Henry e alla Teresa della rumena Cornelia Oncioiu mi auspico soltanto di rimuovere rapidamente e in maniera indolore il ricordo della loro “performance”. La dimostrazione più alta del pressapochismo canoro che soltanto un dilettante spudorato potrebbe oggi, così placidamente e in maniera altrettanto sfacciata, offrire ad un pubblico pagante. Davvero no comment.

Censurabile, e molto, la direzione di Pidò, che non a caso è stato buato dalle 4 teste pensanti (e dotate di un apparato uditivo funzionante) presenti in sala. A lui va imputata una direzione che non solo non è stata capace di restituire le infinite nuances presenti nella partitura di Bellini ma che non è stata nemmeno in grado di piegarsi alle mediocri risorse vocali del cast arruolato, con l’obiettivo di contenerne quantomeno le rispettive derive canore, puntualmente e immancabilmente verificatesi, al contrario. Slentato e piatto nella resa delle rarefazioni belliniane, fracassone e stordente nelle scene corali e nelle cabalette (al punto da creare un paradossale “effetto acquario” in scena), Pidò, ha impresso alla serata un ritmo sincopato e disomogeneo, mal amalgamando un’orchestra già di suo zoppicante (impressionanti i problemi di intonazione del comparto degli ottoni) e operando scelte musicali fortemente arbitrarie (come l’eliminazione tout court della scena corale ad inizio del secondo atto).

Un ultimo appunto sull’aspetto visivo. Non sono contrario alle messinscene che operano una qualche forma di slittamento temporale o simbolico rispetto alla drammaturgia di partenza; amo, tuttavia, in qualità di spettatore, che vengano rispettati quantomeno i cardini di coerenza logica che il libretto sollecita in maniera più o meno vincolante tra testo, azione drammatica, e potenziale trasposizione visiva. Ecco, mi chiedo se Marco Arturo Marelli, non avesse come riferimento Il viaggio a Reims quando ha pensato la scena per questa Sonnambula parigina. Non solo, infatti l’azione è traslata in un sanatorium di lusso anni 40-50, che tradisce visibilmente l’originaria location del villaggio svizzero (evidentemente poco à la page per Parigi), ma gli stessi personaggi perdono inevitabilmente i loro caratteri popolani e alpestri per adeguarsi a questa trasfigurazione che li catapulta nel “resort termale a 5 stelle”. Basti dire che Amina, in livrea nera e crestina bianca, diventa all’Opéra Bastille una femme de ménage al servizio della “locandiera” Lisa, che Alessio si tramuta in un sovreccitato lacché frenetico come solo le gag di Benny Hill possono rievocare, e che la stessa Lisa polarizza i suoi tratti riducendosi a frigida e cleptomane (ebbene sì!!) direttrice d’albergo. I momenti di disagio? Non si contano. A cominciare dal coro introduttivo “Viva! Viva Amina!” cantato da una schiera di cameriere dell’albergo in versione cheerleaders, sbandieranti manifesti e festoni pro-Amina, fino ad arrivare al “Vi ravviso o luoghi ameni” cantato da un Conte Rodolfo avventore per caso, seduto al bar dell’albergo e in contemplazione di bottiglie e di bicchieri di whisky . Il mulino, il fonte e il bosco invece, non pervenuti!

Fantedipicche






Gli ascolti

Bellini - La sonnambula


Atto I

Come per me sereno...Sovra il sen la man mi posa - Lina Pagliughi (1934)

Prendi, l'anel ti dono - Fernando de Lucia & María Galvany (1908)

Atto II

Ah, non credea mirarti - Luisa Tetrazzini (1909), Selma Kurz (1911)

Ah, non giunge uman pensiero - María Barrientos (1920)



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domenica 22 marzo 2009

La sonnambula al Met 2009 e la penosa rimembranza


Il ritorno della Sonnambula al Met dopo 37 anni di assenza è stato preceduto da polemiche riguardanti l'allestimento di Mary Zimmerman, sul quale sono state spese innumerevoli parole da parte della critica e dei blog americani. Eviteremo dunque di dilungarci su questo aspetto per concentrarci sull'aspetto musicale e vocale della rappresentazione.

Ovviamente infatti, anche se l'ambientazione viene modificata da un allestimento cosiddetto d'avanguardia, i cantanti pur sempre con lo spartito di Bellini devono confrontarsi e di questo devono rendere conto con le loro interpretazioni, in primis vocali. Riteniamo che allestimenti come quello newyorkese, di cui Youtube offre ampie selezioni video, siano funzionali a dive, come Natalie Dessay, assai male in arnese vocalmente, che cercano di distrarre il pubblico dalle proprie miserande condizioni vocali e convincerlo di avere qualcosa da dire, distillando pseudo finezze recitative e drammatiche consistenti in questo caso nell'atto del provare delle scarpe, litigare con le sarte e lanciare parrucche, e questo per limitarci al solo Come per me sereno. Finezze registico-drammaturgiche che chi scrive non sa, ahimè, apprezzare.

Il ruolo di Amina pare essere molto caro a Natalie Dessay che, dopo il debutto a Lausanne nel 1998, lo ha interpretato in molti teatri (Milano, Vienna, Parigi, Lione, Santa Fe, Bordeaux ecc) e lo ha inciso per la Virgin, incisione a cui questo blog ha dedicato a suo tempo ampio spazio.

L'esibizione al Met della Diva Natalie è stata, analogamente alla Lucia di Lammermoor della scorsa stagione, piuttosto avvilente. I resti di una cantante e un'Artista veramente interessante 10-12 anni fa si sono accompagnati a cattivo gusto e a mende tecniche che hanno inficiato lungo tutto l'arco dell'opera la linea vocale, rendendo difficile anche il fraseggio, manierato e lezioso, interessante solo nel recitativo della scena del Sonnambulismo cui ha fatto seguito un Ah non credea mirarti slentato e dal legato difficoltoso e una cabaletta piena di suoni aciduli e gridati. La voce della Dessay fin dalle prime note ha mostrato di essere oramai alla corda, ballante già nei primi acuti, per giunta quasi sempre gridati e mal sostenuta al centro, vedi il cantabile d'entrata, coronato dal si bemolle gracchiato di "amor la colorò" per proseguire nella cabaletta, in cui la Diva ha palesato grande difficoltà nel mantenere omogenea la linea di canto nella discesa alle note gravi e reso tutti gli acuti costantemente aciduli e gridacchiati, apice l'acuto finale, un vero e proprio bercio. I problemi a scendere alle note gravi si sono ripresentati nella cabaletta del duetto con Elvino, in cui la voce della Dessay, letteralmente si è spezzata alla frase "ma la voce o mio tesoro non risponde al mio pensier", quantomai veritiera.

Nel resto dell'opera la Dessay ha continuato a mostrare un fraseggio manierato e lezioso, prerogativa anche di altre Amine vocalmente però ben più salde, mentre per l'ambito vocale si sono succeduti suoni strozzati e calanti nel finale atto I (coronato da un ennesimo bercio), un centro opaco nell'Ah non credea mirarti per concludere con una cabaletta finale piena di acuti spinti all'inverosimile, un virtuosismo fatto di agilità piuttosto impacciate e un'intonazione al limite.

Spiace sentire in condizioni tanto precarie una cantante che è stata in passato molto interessante, ma che da almeno 10 anni ha iniziato un percorso in discesa che oggi prosegue non solo tra i problemi vocali ma fra la pseudo arte di certe trovate attoriali e registiche che poco servono all'Opera e a Bellini, utili semmai a distrarre, come già detto, il pubblico dalle magagne vocali ormai palesi e inaccettabili, soprattutto in questo repertorio. Forse nel teatro di prosa la signora Dessay potrebbe trovare migliore collocazione per il suo estro innovativo e il suo talento scenico, che nel caso di opere come La sonnambula più che farla rassomigliare ad grande cantante attrice rendono vieppiù tristi e penose le sue esibizioni.

Le cose vanno decisamente meglio con Juan Diego Florez alle prese con il ruolo di Elvino. Il canto appare più professionale e sicuro rispetto ai Puritani bolognesi, anche se la dinamica non si discosta mai dal mezzo-forte/forte, con poche sfumature nella zona centrale e acuti costantemente sul forte. Il momento migliore è apparsa l'entrata e alcune frasi dell'aria del II atto, dove però, nel tentativo di cantare piano, alcuni suoni sono risultati opachi e indietro. Male invece il finale I dove Florez ha esibito più di un suono tirato nelle frasi "voglia il ciel che il mio tormento". Sua è a ogni modo la palma della serata, impresa certamente non ardua, vista la decadente partner.

Michele Pertusi come Conte Rodolfo è apparso dalla linea vocale piuttosto appesantita e dal fraseggio piatto e monocorde. Indecorosa la Lisa di Jennifer Black, prodiga di urla e suoni gutturali e spoggiati, che avrebbe ben giustificato il taglio dell'aria del II atto, peraltro presentata in versione fortunatamente molto ridotta.

La direzione di Evelino Pidò ha assecondato le interpretazioni dei cantanti proponendo poco o nulla di interessante. I tempi infatti sono stati quasi sempre slentati o velocissimi: inutile ricercare colori o sfumature nell'esecuzione delle splendide melodie belliniane (un Ah non credea così privo di magia e colori, complice l'interprete, è raro da ascoltare).

La lunga assenza della Sonnambula dal Met non ha dunque trovato in questo allestimento alcun motivo che giustificasse il suo ritorno, soprattutto con siffatta protagonista e allestimento, che poco fanno per rendere merito a Bellini e anzi sviliscono di molto questo titolo cardine del Belcanto.


Gli ascolti

Bellini - La sonnambula


Atto I

Come per me sereno - Luciana Serra (1986), June Anderson (1991), Mariella Devia (1992)

Son geloso del zefiro errante - José Bros & Edita Gruberova (1997)

D'un pensiero e d'un accento - Edita Gruberova (con Max René Cosotti, Simone Alaimo - 1985)

Atto II

Oh, se una volta sola...Ah, non credea mirarti...Ah, non giunge - Edita Gruberova (1985), June Anderson (1991), Mariella Devia (1992)

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mercoledì 31 dicembre 2008

Alla ricerca di Amina (e cercando anche di Elvino): le grandi Sonnambule


A corredo, completamento, confronto, conforto e sostegno della recensione del disco gallitalico, insomma, per rifarsi un poco i padiglioni auditivi, proponiamo alcuni frammenti di grandi interpretazioni del titolo belliniano. Buon ascolto.










Atto I

Come per me sereno
María Barrientos, Amelita Galli-Curci, Maria Callas, Joan Sutherland, Beverly Sills, June Anderson, Renée Fleming

Prendi l'anel ti dono
Fernando de Lucia, Cesare Valletti (con Maria Callas), Alfredo Kraus (con Renata Scotto), Shalva Mukeria (con Natalie Dessay)

Vi ravviso o luoghi ameni
Pol Plançon, Tancredi Pasero, Simone Alaimo

Son geloso del zefiro errante
Tito Schipa & Amelita Galli-Curci, Nicolai Gedda & Joan Sutherland, William Matteuzzi & Lucia Aliberti

Finale I : D'un pensiero e d'un accento
Maria Callas, Joan Sutherland, Edita Gruberova

Atto II

Tutto è sciolto...Ah, perchè non posso odiarti
Fernando de Lucia, Alfredo Kraus, Rockwell Blake, William Matteuzzi, Shalva Mukeria

Ah! non credea mirarti
Adelina Patti, Claudia Muzio, Amelita Galli-Curci, Luisa Tetrazzini, Maria Callas, Renata Scotto, Joan Sutherland, Leyla Gencer, Marilyn Horne, Edita Gruberova, Mariella Devia, June Anderson, Renée Fleming, Elizabeth Parcells

Ah! non giunge uman pensiero
Amelita Galli-Curci, Luisa Tetrazzini, Marcella Sembrich, Maria Ivogün, María Barrientos, Maria Callas, Renata Scotto, Joan Sutherland, Adelaida Negri, Frederica Von Stade, Edita Gruberova, Maria Dragoni, Mariella Devia, June Anderson, Renée Fleming, Elizabeth Parcells

Gli ascolti sono a cura di Adolphe Nourrit.

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domenica 28 dicembre 2008

La Sonnambula Dessay-Meli-Pidò: recensione

Esaminati altrove i problemi filologici rimangono quelli dell’edizione, che potrebbe essere pregevole e rilevante a prescindere dalle tonalità e dai raggiusti. I quali, però, per onestà intellettuale dovrebbero essere dichiarati nei libretti di accompagnamento e, in difetto, chiaramente dichiarati e rivelati dalla critica togata. In difetto non vi è rispetto del pubblico, il silenzio è forviante specie per chi si avvicini, giovane ed inesperto, all’opera.

Dopo l’ascolto dell’Elvino di Francesco Meli un qualsivoglia giovane ascoltatore si meraviglierà e si domanderà, lecitamente, per quale motivo un Bergonzi non abbia mai avuto stabilmente in repertorio Elvino o perché un Kraus ed un Pavarotti abbiano avuto approcci fugaci con la parte. Perché l’Elvino di Francesco Meli canta spesso su una tessitura che è simile a quella di Nemorino.
L’aggiusto e l’accomodo erano, da sempre, al servizio del carattere del personaggio e dell’interpretazione, quindi. Nell’edizione, invece, abbiamo solo aggiusti ed accomodi. Manca, però, il corrispettivo della interpretazione rispettosa della poetica del personaggio e dell’autore. Perché il signor Meli, dotato in natura di un timbro di qualità, non pratica il canto professionale (le idee su sostegno, copertura e proiezione del suono, immascheramento sembrano sconosciute, alla fine dell’ascolto) tanto è che appena compare un mi3 o un fa 3 si strozza e, a scelta, emette falsettini o grida. Quindi nessuna dinamica perché la mancanza di tecnica lo costringe ad emettere piani “indietro”, ad ignorare i numerosi trilli o mezzi trilli a pasticciare i pochi passi di agilità previsti.
Elvino non sogna perché non fraseggia a mezza voce, Elvino non spara acuti, Elvino non ricorda la indiscussa ascendenza rossiniana del suo canto. Gli esempi si sprecano, bastano i toni dei recitativi veristi, i moderati dei duetti privi di legato, il suono indietro e sfibrato ad ogni tentativo di addolcire e smorzare; lo “Sposi or noi siano” del famoso “Prendi l’anel ti dono” è la summa della tecnica e del gusto del protagonista maschile.
E tralascio che in una registrazione con velleità culturali non venga eseguito il da capo della cabaletta “Ah perché non posso odiarla”. Con una simile scelta il protagonista maschile perde la sua scena più importante, che ne fa un vero protagonista e non un “puntello” alla protagonista.
Eppure in altra epoca di nessuna attenzione filologica con trasporti meno evidenti di quelli proposti per, edizione critica Tito Schipa, Alfredo Kraus ed anche il supremo trasportatore, Fernando de Lucia hanno sfoggiato dinamica ed accento assai più pertinenti al personaggio ed alla poetica belliniana.
Le osservazioni sono identiche per la protagonista, che sarebbe il più celebre soprano d’agilità oggi in carriera, stando a luoghi e titoli delle sue esibizioni.
In generale sentiamo una voce usurata, che stenta a legare e non brilla nei passi acrobatici, proposti nella versione letterale, il più delle volte, o con abbellimenti che non rispondono alla principale funzione dell’abbellimento.
Passando in rassegna la parte i limiti della protagonista sono costantemente identici. La voce suona molto vuota nella zona bassa, gradevole al centro,a condizione di non superare il mezzo forte e appena si avvicina la zona del passaggio superiore compaiono suoni, che gergalmente parlando, sono di gola, ovvio che gli acuti siano duri, faticosi, esibiti al minimo. Ossia la negazione della voce impostata secondo le prescrizioni della scuola italiana, incondizionatamente seguite da tutte le protagoniste di levatura. Ma anche dalle solide professioniste.
E’ una Amina, che, rimanendo ai soprani leggeri nei passi patetici, (la signora Dessay più volte ha manifestato insofferenza per l’aspetto acrobatico spettacolare del melodramma italiano, donde il dubbio del perché lo affronti sì spesso) non può certo competere con l’esecuzione della giovane Scotto o con i 78 giri di una Galli–Curci o di quel che resta (sempre troppo) di Adelina Patti o di Marcella Sembrich.
Sul canto di agilità vuoi la cabaletta della sortita che il rondò finale manca lo sfoggio di acrobazie che il momento scenico impone, ma anche un accento particolare e peculiare per la protagonista. Anche in questo caso il confronto con una cantante, prima di tutto “eloquente” come Renata Scotto è insostenibile per la Dessay.
Il conte Rodolfo di Carlo Colombara, un tempo dotato di vera voce di basso (e questa come tutte le parti di Filippo Galli è molto baritonale) ricorda, più che un nobile signore ancor disponibile ad amori ancillari, un versione nostrana di Gremin con canto in lingua paraslava. Anche qui una versione che si picca di essere filologica e critica dovrebbe essere importata ad un ripristino o tentativo di ripristino delle categorie vocali del tempo.
Se poi andiamo ad esaminare i suoni orchestrali non troveremo certo raffinate e tenui sonorità che richiamino il clima da idillio pastorale, ma suoni piuttosto pesanti e grevi e nessun finezza. Non mi sembra, fra l’altro, ma posso sbagliare di avere sentito il suono delle due trombe ad introdurre l’aria di Elvino. E poi sempre per coerenza, almeno nella registrazione l’esecuzione completa e completa di variazioni sarebbe non solo doverosa, ma onesta nei confronti del pubblico, che si illude di acquistare un prodotto non solo artistico, ma anche filologicamente valido.
Buon ascolto ?

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martedì 23 dicembre 2008

Edizioni critiche ed edizioni criticabili : la Sonnambula, Dessay - Meli - Pidò

Circa un anno fa, su un foro all’epoca di moda tra i melomani italiani, ebbi una singolare “disputa” col tenore Francesco Meli a causa delle recite concertistiche di Lyon e di Paris della Sonnambula di Bellini. Recite destinate ad essere documentate in un disco, da poco uscito, edito dalla Emi – Virgin, ed in cui il giovane tenore italiano interpretava l’impervio ruolo di Elvino.

Punto della questione, al di là della qualità della sua prestazione e dei fraintendimenti in merito a falsettoni e falsetti, le tonalità praticate da Meli in quell’esecuzione di Elvino. In alcuni punti chiave e particolarmente impervi della parte, le tonalità suonavano dalla registrazione radiofonica evidentemente abbassate, in un modo sconosciuto sino a quel momento, ma che, come affermato dallo stesso Meli, erano così definite nello spartito a lui fornito. Nuovo spartito Ricordi, che espressamente recava la dicitura “edizione critica”, cioè quella a cura di Luca Zoppelli ed Alessandro Roccatagliati.
Da melomane, ammiratrice incondizionata del duo Sutherland – Bonynge, riportai su quel foro parte delle complete ed affidabili ( quelle si! ) note critiche che il direttore-filologo australiano aveva allegato al libretto del disco Decca del 1963 della Sonnambula da lui diretta, protagonisti appunto la Sutherland e N. Monti. Questi, semplicissimamente, nel modo del filologo praticante sul campo, descriveva le vicende che avevano caratterizzato l’originaria acutissima scrittura di Elvino sin dalle prime rappresentazioni e per mano di Bellini stesso:

The keys used are those generally adopted both in this century and the last and are as published by Ricordi, the tenor part having been written abnormally high for Rubini. In the original manuscript the duet Prendi l’anel ti dono was written in B flat major and its cabaletta, Ah vorrei trovar parola, in G minor (now published in A flat major and F minor); the duet Son geloso was written in G major, not F major; the tenor cavatina, Tutto è sciolto, was written in B minor, not A minor, and the cabaletta, Ah perchè non posso odiarti, in D major instead of B flat major". (La Sonnambula. Note by Richard Bonynge, pg. 8 in: La Sonnambula, edizione Decca 1963, J Sutherland, N. Monti, R Bonynge )

Rispetto a quanto normalmente praticato dai tenori moderni, ossia l’edizione Ricordi tuttora in commercio, evidentemente Meli cantava in tessitura più bassa la cavatina di sortita “Prendi l‘anel ti dono”, la stretta del finale I “Non più nozze”, la scena di Elvino “ Tutto è sciolto”, restituendoci un Elvino dal colore singolarmente baritonale ( da baritenore, meglio dire ), in contrasto con quanto avevamo sino a quel momento sentito da tutti gli interpreti precedenti del ruolo.
Insistentemente sollecitato dalla Grisi e da Donzelli, che domandavano quale edizione stesse mai cantando, se la versione da baritenore proprio di Donzelli, che fu interprete del ruolo ( ma cosa cantasse esattamente non sappiamo dire…), o una trasposizione tonale verso il basso liberamente da lui operata, Francesco Meli rispondeva semplicemente che cantava “l’edizione critica”. Le tonalità dei passi in questione furono così indicate dallo stesso tenore:

- "Prendi l' anel ti dono" e il duettino seguente " Ah vorrei trovar parole" è scritto mezzo tono sotto;

- il finale del primo atto da "Non più nozze" è mezzo tono più basso fino alla fine delle stesso;

- "Tutto è sciolto" e "Pasci il guardo" sono un tono sotto, la cabaletta "Ah perchè non posso odiarti" è invece nella tonalità tradizionale;

il resto dello spartito è dal punto di vista musicale, a parte qualche notina diversa, identico a tutte la altre Sonnambule in circolazione...Per la signora grisi posso dire che lo spartito in mio possesso è l'edizione critica edita da casa Ricordi nel 2004 condotta sull'edizione critica della partitura a cura di Alessandro Roccatagliati e Luca Zoppelli; più di questo non so che dirvi a parte che io faccio il mio lavoro con una passione sfrenata e che ci metto tutto me stesso....."

La “disputa” finì lì, e forse alcuni la interpretarono, leggendo quelle pagine, come una mera questione di melomania o di faziosità loggionistica, mentre era, invece, a parer nostro, soprattutto una questione di principio, che meritava una risposta chiara ( idem dicasi per il fraintendimento sulla nozione di falsettone e di falsetto ).
In particolare ci sembrava che sussistesse gran confusione tra edizione critica e prima versione, tra versioni successive autografe e versioni successive non autografe, tra versioni documentate e libertà dell’interprete, il tutto a detrimento del pubblico e del suo diritto alla chiarezza circa la realtà storica di Sonnambula e delle modifiche apportate alla sua vocalità, trasporti e, più in generale, variazioni degli esecutori inclusi.
La recente apparizione del cd nei negozi ha risollevato, analogamente, la medesima questione, anche se su scala diversa, dato che il disco ha un pubblico di certo ben più numeroso dei siti web e, per giunta, pagante.
Il libretto di accompagnamento, anonimo, riporta quanto segue: “Questa registrazione di Sonnambula segue l’edizione critica di Alessandro Roccatagliati e Luca Zoppelli, pubblicata nel quadro dell’edizione critica delle opere di Vincenzo Bellini realizzata da Ricordi, in collaborazione con il Teatro Massimo di Catania.
I cambiamenti più spettacolari concernono Elvino (tenore). Due numeri chiave di questo ruolo, la cavatina “Prendi l’anel ti dono” ed il bel duettino tra Amina e Elvino “ Vedi o madre “erano stati trasportati in tonalità più alte, e questo a detrimento della logica tonale dell’opera. Questi ritrovano oggi la loro tessitura originale. Gli editori si sono ugualmente attenuti ad una rilettura approfondita dell’orchestrazione e delle nuances ed hanno restaurato il duo di trombe che introducono la scena di Elvino all’atto II e che la tradizione aveva soppresso…
.”
Di nuovo affermazioni poco credibili, come quella sulla trasposizione verso l’alto del duettino Amina - Elvino, contrarie a tutto quanto era noto anche ai melomani circa la tradizione interpretativa e la vocalità dell’opera e che chiariscono sulla realtà dell’edizione critica e le ragioni delle trasposizioni tonali adottate per il disco. Affermazioni “perfezionate” anche dalla nota sul restauro delle due trombe a chiave che precedono, stando all’edizione critica, l’aria di Elvino, ma che nel disco……..non si sentono!

A questo punto, ad evitare interpretazioni arbitrarie del disco come dei fatti, oltre che per curiosità intellettuale mia e dei miei amici del blog, ho cercato di ottenere dalla sola fonte attendibile, ossia i curatori dell’edizione critica in questione, elementi di chiarezza.
Grazie ad Internet ho rintracciato il professor Fabrizio Della Seta, dell’Università di Pavia, Facoltà di Musicologia, condirettore dell’edizione critica di Sonnambul,a come dell'integrale delle opere di Bellini, con i prof. Zoppelli e Roccatagliati. Mi sono rivolta al professor Della Seta via mail. Ho ricevuto una risposta molto cortese e chiarissima, che il professore ha acconsentito che venisse pubblicata per i lettori di questo blog, nonostante si tratti di un sito di hobbisti e non di una sede scientifica, ritenendo doverosa una corretta informazione del pubblico.
Pubblichiamo qui di seguito la mia mail e, quindi, la sua risposta.

Gentile Prof Della Seta,
mi permetto di disturbarla in merito all'edizione critica della Sonnambula di Bellini, cui lei ha partecipato.

Conoscevo le vicende della parte di Elvino, ossia quanto pubblicato sino ad oggi nelle note introduttive ai dischi degli anni '60, e che portarono, se ho ben inteso, la tessitura originariamente scritta da Bellini per Rubini a quella dello spartito Ricordi comunemente adottato.

Ora leggo che l'edizione critica curata da lei e dai suoi colleghi, implica ulteriori abbassamenti della parte di Elvino, fatto peraltro percepibile, anche ad orecchio profano come il mio, durante l'ascolto dell'ultima edizione discografica Meli - Dessay.

Le scrivo, dunque, per domandarle a quale versione o rimaneggiamento di Bellini si riferisca questa diversa e più bassa scrittura della parte di Elvino ( per quale cantante fu così trasportata la parte o in quale occasione? ).
Mi sono permessa di scriverle direttamente dato che la vostra edizione critica non è ancora in commercio nè le note allegate al disco che ho acquistato contengono spiegazioni in merito.

Mi scuso del disturbo e la ringrazio per la sua disponibilità

cordialmente e con molti auguri di buon natale


******


Gentile Signora,
La ringrazio per aver posto un problema quanto mai delicato. Devo precisareche i curatori dell'edizione della Sonnambula sono i colleghi AlessandroRoccatagliati e Luca Zoppelli. Naturalmente, come condirettore insieme aisuddetti dell'Edizione critica delle opere di Vincenzo Bellini, m
i ritengocorresponsabile dell'operazione nel suo complesso. Ho ricevuto il CD con l'incisione Pidò-Dessay-Meli da soli tre giorni, l'ho immediatamente ascoltato e sono rimasto stupito quanto e più di Lei. La nota anonima che si legge nell'opuscolo dichiara infatti che "i cambiamenti più spettacolari" di questa edizione riguardano le sezioni in cui interviene Elvino, che "erano stati trasposti in tonalità più alte, anche a detrimentodella logica tonale. Essi ritrovano oggi la loro tessitura originale". Ecco come stanno le cose in realtà:

- Cavatina di Elvino ("Prendi, l'anel ti dono") originale (autografo di Bellini ed edizione critica): Sib maggiore; spartito Ricordi (1831) ed edizioni correnti: Lab maggiore; CD Sol maggiore.


- Duettino ("Son geloso del zefiro errante") originale: Sol maggiore; spartito Ricordi: Fa maggiore; CD: Fa maggiore.


- Stretta del Finale I ("Non più nozze") originale: Sol maggiore; spartito: Lab maggiore; CD: Sol maggiore.

- Aria di Elvino ("Tutto è sciolto"/"Ah, perché non posso odiarti") originale: Si minore/Re maggiore; spartito Ricordi (1831); Sib minore/Rebmaggiore; spartiti più recenti: La minore/Sib maggiore; CD: Sol minore/Sibmaggiore.

Ricapitolando, nel CD in un caso è stata adottata la tonalità originale di Bellini, in uno quella delle edizioni tradizionali, in un altro c'è stato unulteriore abbassamento rispetto a queste, in un altro ancora, l'Aria diElvino, si è scelta una soluzione mista, che rispetta il rapporto originale tra le tonalità iniziale e finale del pezzo. Inoltre, la nota illustrativa afferma che l'edizione ha ripristinato il passaggio per due trombe che introduce l'Aria di Elvino. Verissimo, ma nel CD questo passaggio non c'è, come manca nelle edizioni tradizionali (se nonricordo male c'era nell'edizione Bonynge-Sutherland).. Devo precisare che in tutto ciò non c'è niente di 'sbagliato', almeno inlinea di principio. Uno dei criteri che guidano il nostro lavoro è che l'edizione deve fornire dati certi sullo stato delle fonti e sulla storiadella tradizione esecutiva, mentre l'esecutore può e deve compiere delle scelte sulla base di tali dati. La trasposizione di brani in tonalità diverse sia da quelle scritte dall'autore sia da quelle delle edizioni a stampa era prassi corrente ampiamente documentata. Nel caso specifico, molti manoscritti attestano le trasposizioni che furono apportate alla Sonnambula nel corso dell'Ottocento, nessuna delle quali si può però attribuire direttamente a Bellini, ma questo, non vuol dire nulla: anche nella sua concezione la musica si doveva adattare di volta in volta alle caratteristiche specifiche degli esecutori impiegati (la logica tonale nonera una preoccupazione dominante). Oggi, quando un teatro decide di allestire un'opera servendosi di un'edizione critica, l'editore può fornire, oltre alla partitura base, materiali d'uso con brani trasposti nelle tonalità che il direttore stesso ritiene le migliori per i cantanti che ha a disposizione. Ed è questo che è stato fatto nell'esecuzione della Sonnambula, prima in teatro e ora in disco. Però queste scelte dovrebbero essere fatte con un criterio che guardi non solo al singolo cantante ma al risultato dell'insieme; qui il guaio è che adattando questi pezzi alle esigenze di Meli la povera Dessay, che canta insieme a lui, è costretta adiventare un mezzosoprano, soprattutto in "Ah, vorrei trovar parola", dove sprofonda fino al Si grave laddove c'era un Re. La stessa logica vale per i tagli, che Bellini introduceva a volte, ma che poteva riaprire in un'altra occasione. Anche in questo caso le cose andrebbero fatte con criterio: purtroppo nel CD hanno seguito pedissequamente la prassi tradizionale tagliando la maggior parte delle ripetizioni delle cabalette, nella Cavatina e nell'Aria di Elvino e nell'Aria di Rodolfo; solo le arie di Amina si sono salvate, evidentemente perché la Dessay ama cantare le ripetizioni variate.


Al di là di queste scelte, che pertengono all'esecutore e che l'ascoltatore è poi libero di giudicare, trovo veramente discutibile che le note illustrative delle esecuzioni (in disco o in teatro) vengano affidate a persone che evidentemente:

1) non conoscono l'edizione e i principi che la informano;
2) non hanno ascoltato la registrazione (o le prove) prima di scrivere. E che i responsabili dell'edizione non siano chiamati a spiegareil lavoro che hanno svolto, un compito che evidentemente essi potrebberosvolgere meglio di chiunque altro. Così si traggono in inganno, con affermazioni a dir poco arbitrarie, i fruitori, che normalmente non hanno per questi problemi l'attenzione e la consapevolezza che Lei dimostra di avere.

Nel ringraziarLa per l'attenzione, La prego di gradire i miei migliori saluti ed auguri,

Fabrizio Della Seta

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Ecco qui la verità della ricerca filologica.
Abbiamo così appurato:

- che il booklet contiene una certa dose di approssimazione e disinformazione ( e forse meriterebbe di essere corretto per rispetto ai curatori dell'edizione critica );
- le tonalità della prima esecuzione dell'opera rispetto a quelle dell'edizione Ricordi e di quanto eseguito nel disco;
- il fatto che esistano ulteriori trasposizioni tonali verso il basso dell'aria di Elvino "Tutto è sciolto", comunque diverse da quella eseguita nel CD, di cui non sappiamo l'autore;
- che Bonynge, per la sua edizione del '63, pur non eseguendo tonalità originarie ed eseguendo molte prassi di tradizione, aveva studiato realmente le vicende dello spartito documentandosi sui manoscritti, e riportando puntualmente i fatti nel libretto allegato al disco. Oggi i libretti che accompagnano i nuovi dischi sembrano non posseder la stessa affidabilità.

In definitiva, per quanto riguarda il tasso filologico dell'operazione, un'edizione più criticabile che critica a causa dei suoi principi ispiratori.
Segue recensione del disco.

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venerdì 5 settembre 2008

Stagioni prossime venture: Gli States


Le stagioni americane hanno sempre differito da quelle europee in più punti, vengono, per esempio, organizzate e annunciate con largo anticipo e, in passato, hanno saputo offrire spunti e occasioni interessanti non sempre colti se non in tutta Europa, perlomeno in Italia.
Nella stagione 1982/1983 per esempio, mentre in Italia si era agli albori del Rossini Opera Festival, la Carnegie Hall propose una serie di tre titoli rossiniani sotto il nome di Rossini Festival : Semiramide, La donna del lago e Tancredi, tutte con al centro la figura protagonistica di Marilyn Horne e accanto a lei Lella Cuberli, June Anderson, Frederica Von Stade, Chris Merritt, Dano Raffanti, Rockwell Blake. Stagioni (e terra) ricche però anche di contraddizioni, è notissima la riluttanza del Metropolitan, ossia del maggior teatro americano, di mettere in cartellone all'inizio degli anni 60 l'Adriana Lecouvreur per Renata Tebaldi (negata a Rosa Ponselle decenni prima) e di inscenare un Rossini serio nonostante le spinte di Marilyn Horne che riuscirono solo in una tardiva, ancorchè splendida, edizione di Semiramide.
Oggi quegli spunti e quelle contraddizioni si sono ampiamente rimescolati assieme dando vita a stagioni organizzate spesso e volentieri sul richiamo del big name in cartellone e di eventi annunciati che puntualmente si rivelano degli annunciati disastri, almeno ai nostri orecchi. La stagione 2008/2009 non fa, negli intenti, eccezione.
Cominciamo dalla capitale, che può vantare ben due stagioni operistiche, quella della Washington Opera e quella della Washington Concert Opera, e proprio nel teatro principale, diretto da Placido Domingo, uomo di agenzia da sempre e in ogni senso, abbiamo il primo evento della novella stagione, una nuova produzione di Lucrezia Borgia che, sulla carta, si preannuncia quantomeno "avventurosa", con protagonista Renée Fleming che torna nel sicuro suolo americano a interpretare per la terza volta il ruolo della venefica Lucrezia (nel decennale della trionfale tamburata milanese). Suo doppio sarà Sondra Radvanovsky, anche lei niente affatto intimorita dagli inciampi in cui era occorsa in quel di Las Palmas col ruolo donizettiano (prendendo magari ad esempio The Beautiful Voice e la sua nota esperienza milanese).
Il largo anticipo con cui vengono annunciate le stagioni americane da anche modo che i forfait comincino con largo anticipo e proprio nella Borgia vediamo che l'annunciato Giuseppe Filianoti come Gennaro è stato sostituito dall'esuberanza del giovane Vittorio Grigolo, cui si aggiunge un Ruggero Raimondi che torna ad Alfonso dopo 40 anni. E non vogliamo ricordare la famosa frase della bolognese Zia Fidalma! Sul podio lo stesso Placido Domingo. Sicuramente una proposta non banale e che possa passare inosservata e che, anche noi, siamo curiosi di ascoltare.
Il resto della stagione di Washington scorre poi sotto il segno della tradizione, tra l'inaugurale Traviata, Les pecheurs des perles con la coppia Charles Castronovo e Norah Amsellem (che ha impressionato l'America nella scorsa stagione con un'Elvira che non si credeva proprio si potesse eseguire così), Peter Grimes, Carmen, Siegfried e una Turandot con due protagoniste veramente "di grido" : Maria Guleghina, approdata da poco al ruolo pucciniano e Sylvie Valayre. A chiudere la stagione un altro "evento" popular che con la musica ha poco a che fare e che anzi la svilisce, la Petite Messe Solennelle con Andrea Bocelli diretta da Placido Domingo.
Per quanto riguarda invece la Waghington Concert Opera, specializzata nel riproporre in forma di concerto titoli desueti del grande repertorio, si ascolteranno la Maria Padilla di Donizetti con la giovane Leah Partridge e il veterano Bruce Ford come Don Ruiz (ruolo già cantato sempre negli States alcuni anni fa), Il giuramento di Mercadante, una vera rarità, affidata alla buona volontà non sempre bastante di Elizabeth Futral e del tenore James Valenti, di sicura avvenenza, e un concerto di Belcanto con Stephanie Blythe (nonostante i suoi approcci col Belcanto siano stati decisamente da dimenticare).

Dall'altra parte della costa troviamo San Francisco e la stagione della War Memorial Opera House, che si inaugura in settembre con Simon Boccanegra affidato al divo Dimitri Hvorostovsky e a Barbara Frittoli, che prosegue con titoli del Novecento da Die Tote Stadt e due opere moderne in prima esecuzione, Idomeneo affidato ad un cast di "specialisti", una produzione di Elisir d'amore con Inva Mula, Ramon Vargas e Alessandro Corbelli, Bohéme con Angela Gheorghiu (e a San Francisco avrà la fortuna di non scontrarsi ancora con Renata Scotto come successo lo scorso anno a Chicago, che ne impose, giustamente, la protesta), Tosca e infine La traviata con la neo-mamma Anna Netrebko.

Altra importante Traviata sarà quella della provincia americana di Santa Fe, che ospiterà il debutto-evento nel ruolo del titolo di Natalie Dessay assieme al tenore Pirgu e ai due Germont del marito Laurent Naouri e di Anthony Michaels-Moore. Un cast forse ideale per un Matrimonio segreto alla Piccola Scala. Produzione dell'amato Laurent Pelly che si presume la Diva vorrà rimordernare secondo la sua ben nota ottica stupendo come sempre i suoi ammiratori, e visti gli esiti di Lucia di Lammermoor e di La fille du régiment si immagina che l'estro di Natalie saprà sbizzarrirsi a maggior ragione con la Violetta di Traviata, distogliendo magari l'attenzione dalla resa vocale, sempre più in declino e sempre meno importante secondo gli ammiratori di Natalie, sublimata dalle doti attoriali (o circensi che dir si voglia).

Prima di questa Traviata la diva francese sarà a Chicago ad inaugurare la stagione della Lyric Opera come Manon di Massenet accanto al bel tenebroso dei tenori per eccellenza : Jonas Kaufmann. Inaugurazione evento anche questa che apre una stagione composta dai Pescatori di perle, che sarà terreno per altri "opera hunk", per dirla all'americana, come Eric Cutler e Nathan Gunn, che se non saranno capaci di duettare con sognanti mezzevoci nei momenti più importanti dell'opera potranno però mostrare con sicurezza muscoli e doti simili, purtroppo non vocali. Altri titoli : Porgy and Bess, Madama Butterfly (con l'americana Patricia Racette), Tristan und Isolde con quel che resta, e non alludiamo al peso, di Deborah Voigt e Clifton Forbis...e ci chiediamo se la cantante americana sarà in grado di portare a termine tutte le recite di Isolde nelle condizioni vocali in cui versa o se incapperà in qualche forfait come il passato Tristan del Met ha dimostrato (e come appunto le condizioni vocali preannunciavano...). Chiudono la stagione una produzione di Ratto dal serraglio e del tradizionale dittico Cavalleria rusticana & Pagliacci dove tra Vincenzo La Scola e Vladimir Galouzine nei ruoli tenorili, quale Santuzza si farà affidamento sullo stagionato professionismo di Dolora Zajick.

Prima di arrivare alla più importante stagione operistica americana, quella della Metropolitan Opera House, diamo un'occhiata ai titoli proposti da Eve Queler nell'ambito della stagione della sua Opera Orchestra of New York che, per quanto annunciato, proporrà La sposa dello Zar di Rimsky-Korsakov con Olga Borodina, Rienzi per la terza volta (evidentemente un titolo molto amato da Miss Queler) e Medea, che vedrà il debutto di Aprile Millo nel title-role. E in un presente di Theodossiou e di Michaels bene fa la Millo a togliersi la soddisfazione di debuttare Medea. Ma soprattutto vi sarà uno Special Event...Ferruccio Furlanetto in un omaggio a Ezio Pinza in cui intepreterà pagine da Boris Godunov, Don Quichotte (opera di Chaliapin ma mai di Pinza), Die Zauberflote, Don Carlo, Eugenio Onegin e altre. Ammiriamo l'idea di dedicare una serata ad Ezio Pinza, iniziativa lodevolissima, ma conoscendo Pinza e conoscendo Furlanetto forse si è scelto il cantante meno adeguato a ricordarlo!

Arriviamo infine alla stagione della Metropolitan Opera House, il tempio lirico americano per antonomasia. Inaugurazione di Gala come di consueto quest'anno con protagonista assoluta Renée Fleming, che si produrrà nel II atto della Traviata di Verdi, nel III della Manon di Massenet e nel finale di Capriccio di Richard Strauss, quelli che lei ritieni i suoi personalissimi cavalli di battaglia. Serata di Gala dicevamo, ma non solo, anche vero e proprio evento mondano, in cui la star testimonial della Rolex sarà vestita addirittura da Chrisian Lacroix, Karl Lagerfeld e John Galliano nei tre estratti e come se ciò non bastasse il giorno della prima verrà anche lanciato un profumo dal suggestivo nome "Renée". Un'inaugurazione che più mondana non si potrebbe pensare, con picchi di divismo da far arrossire soprattutto le giovani colleghe Netrebko, Gheorghiu ecc.
La stagione prosegue con la riproposta della ponchielliana Gioconda affidata a Deborah Voigt, già deludentissima al debutto tre anni or sono a Barcellona, e le osservazioni per il Tristano si ripropongono pedisseque, affiancata dalla Borodina, dalla Cieca di Ewa Podles e fra gli uomini Aquiles Machado (già presente nel 2006), Carlo Guelfi e James Morris, la Salome di Strauss in cui tornerà a spogliarsi Karita Mattila (che in febbraio invece vestirà i panni della Tatyana dell'Onegin), Traviata, Don Giovanni con Erwin Schrott e per alcune recite un Leporello d'eccezione, l'anziano Samuel Ramey (e dopo il Silva di Ferruccio Furlanetto avrà un sapore meno amaro, crediamo). Lucia di Lammermoor vedrà invece il debutto nel ruolo di Diana Damrau, che si è fatta carico di molte delle recite che Anna Netrebko ha dovuto cancellare per via della gravidanza, la diva russa ha annunciato però alcune recite in Febbraio assieme al consueto Rolando Villazon. Nello stesso periodo la bella Netrebko dovrebbe cantare anche alcune recite di Bohéme come Mimì. Dopo la Scala di Milano Daniel Barenboim porterà Tristan und Isolde anche al Met, senza Waltraud Meier con la coppia protagonistica Katarina Dalaymann/Peter Seiffert, mentre un altro divo wagneriano, Ben Heppner, reduce dai guai del passato Tristan del Met (guai, come abbiamo già detto, condivisi con Deborah Voigt), si cimenterà con l'Hermann della Dama di picche di Tchaikovsky accanto a Maria Guleghina (che riprende, dubbiosamente, il ruolo dopo molti anni mentre la condizione vocale consiglierebbe il title role) e Felicity Palmer, Contessa già nota al pubblico newyorchese.
Altra serata di puro glamour operistico si preannuncia La rondine di Puccini, con Angela Gheorghiu e il consorte Roberto Alagna, cui si alternerà Giuseppe Filianoti, in una produzione che nel ruolo di Rambaldo vedrà Samuel Ramey nelle insolite vesti pucciniane.
In Dicembre ennesimo evento operistico, la Thais con Renée Fleming, che riporterà il titolo al Met dopo 30 anni (l'ultima produzione essendo stata nel 1978 con Beverly Sills e Sherrill Milnes) che in aprile sarà anche interprete di Rusalka, altro suo cavallo di battaglia già intepretato al Met nel 1997 e nel 2004. La lunga stagione proseguirà poi con la ripresa dell'Orfeo ed Euridice di Gluck con il title role che tornerà alla voce di mezzosoprano (Stephanie Blythe) dopo l'esperimento David Daniels e la direzione di James Levine e Rigoletto con Alessandra Kurzak e Diana Damrau e ben tre tenori, Filianoti (che, crede chi scrive, bisserà il successo della Lucia), Beczala e Calleja e i baritoni Ataneli e Lucic, pronto a rinnovare anch'egli la squallida performance di Dresda, diretti da Marco Armiliato.
Abbiamo riportato sopra le incertezze che negli anni 60 un titolo come Adriana Lecouvreur faceva sorgere ad un manager pure di grande esperienza come Rudolf Bing, nonostante la presenza di una Diva e grandissima cantante come Renata Tebaldi, che con ragione impose il titolo, destinato ad altre grandi riprese al Met nel nome della stessa Tebaldi, di Montserrat Caballè, di Renata Scotto e Mirella Freni. Dopo tutte queste grandissime primedonne (e ricordando che la prima interprete al Met fu la bellissima Lina Cavalieri insieme a Caruso) maestre nel canto e nel fraseggio al Met Adriana torna con la voce di Maria Guleghina, che ben giustificherebbe i dubbi che erano di Bing, priva non solo della maestria vocale di una Freni e dei mezzi privilegiati della Tebaldi e della Caballè, ma soprattutto delle indispensabili doti di fraseggiatrice esperta (à la Scotto per intenderci) che la Guleghina non ha mai avuto, incline piuttosto all'urlo scomposto. Accanto a lei come Maurizio di Sassonia era previsto Marcelo Alvarez che invece nello stesso periodo sarà interprete di Manrico nel Trovatore, ruolo nel quale ha preso il posto dell'annunciato Salvatore Licitra, mentre il simpatico Marcelo sarà sostituito addirittura da Placido Domingo, che riprenderà al Met, 40 anni dopo, il ruolo del suo debutto nel teatro newyorchese....impossibile però non notare il declino delle partner di Domingo, Maurizio accanto a tutte le più grandi Adriane della storia capitatane da Magda Olivero! E in Marzo il Met proporrà una nuova serata di Gala per celebrare i 125 anni del teatro e i 40 anni del debutto di Domingo, con scene originali da alcune storiche prime produzioni del Met come Il flauto magico con scene di Chagall del 1967, il primo Parsifal del 1903, la prima assoluta della Fanciulla del West e il primo Faust inaugurale del Met del 1883...certo di quelle grandi produzioni veramente non sono rimaste che le scene!
Ultimi eventi del Met una nuova riproposta del Ring des Nibelungen diretto da James Levine con christine Brewer, Waltraud Meier, James Morris, una riproposta di Cavalleria/Pagliacci sempre con la Meier e Roberto Alagna, al debutto, credo, in Turiddu, mentre la consorte vestirà i panni di Adina, adatti ma forse tardivi, in compagnia di Rolando Villazon, che in mancanza della giusta vocalità crediamo compenserà con le consuete burle sceniche, il già citato Trovatore con Alvarez, Sondra Radvanovsky alternata ad Hasmik Papian (salvatrice della patria nella Norma dello scorso anno) e le due Azucene di Dolora Zajick (detentrice del ruolo al Met da un ventennio) e di Luciana D'Intino. Infine due titoli del Belcanto, la ripresa de La Cenerentola con Elina Garanca e l'attesissima nuova produzione di Sonnambula con i due divissimi Dessay e Florez con regia di Mary Zimmermann che ha già fatto parlare di sè (con la Dessay si può dire una garanzia ormai che l'opera verrà stravolta...genialmente ovviamente) perchè pare ambientata in una compagnia che prova La sonnambula e rivive le stesse situazioni...insomma la Dessay è pronta per sia per Mamma Agata (con qualche raggiusto - la parte della Primadonna essendo improponibile ormai) ma soprattutto per Pirandello alla Comedie Française!
Una stagione quanto mai ricca e pensata, si percepisce, secondo gli imperanti dettami di cui già abbiamo discusso qualche articolo fa che dimostrerà quali frutti il glamour operistico sa dare. Per conto nostro ci consoliamo confrontando una settimana del Met 1908:

17/12/1908 - Puccini/Le Villi (prima americana) - Alda, Bonci, Amato, Toscanini + Mascagni/Cavalleria rusticana - Destinn, Caruso, Amato, Toscanini
18/12/1908 - Wagner/Gotterdammerung - Fremstad, Burgstaller, Muhlmann, Hinckley, Toscanini
19/12/1908 - Donizetti/Lucia di Lammermoor - Sembrich, Bonci, Campanari, Spetrino
19/12/1908 - Bizet/Carmen - Gay, Martin, Farrar, Noté, Toscanini
20/12/1908 - Concert - Noté, Gay, Martin, Rappold, Didur, Spetrino
21/12/1908 - Verdi/Il trovatore - Martin, Eames, Amato, Homer, Spetrino
23/12/1908 - Wagner/Tristan und Isolde - Schmedes, Fremstad, Feinhals, Homer, Mahler

Gli ascolti

Bellini - La sonnambula - Prendi, l'anel ti dono - Nicolai Gedda & Renata Scotto

Cilea - Adriana Lecouvreur - La dolcissima effigie - Placido Domingo & Renata Tebaldi

Donizetti - Lucrezia Borgia - Maffio Orsini, signora, son io - Leyla Gencer, José Carreras & Tatiana Troyanos

Donizetti - Lucia di Lammermoor - Chi mi frena in tal momento? - Jan Peerce, Roberta Peters, Mario Zanasi & Nicola Moscona

Massenet - Thais - Dis-moi que je suis belle - Leontyne Price

Massenet - Manon - Je marche sur tous le chemins...Oui, dans le bois (Fabliau alternativo) - Bidù Sayao

Massenet - Manon - Toi! Vous! - Lucrezia Bori & Richard Crooks

Mozart - Die Zauberflöte - In diesen heil'gen Hallen - Ezio Pinza

Ponchielli - La Gioconda - La barca s'avvicina...Così mantieni il patto? - Zinka Milanov, Kurt Baum, Nell Rankin & Leonard Warren

Verdi - La traviata - E' strano...Ah, fors'è lui...Sempre libera - Vina Bovy

Verdi - La traviata - Qui desiata giungi...Di sprezzo degno - Rosa Ponselle, Frederick Jagel & Lawrence Tibbett

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giovedì 8 maggio 2008

June Anderson in concerto ad Aix en Provence

Ho deciso di spingermi sino ad Aix en Provence per pura curiosità, cioè sentire dopo tanti anni la più giovane delle tre “signore” dell’opera tuttora attive, June Anderson. Già, perché continuavo a domandarmi come mai si parli sempre delle altre due e dei loro impressionanti ruolini di marcia, dimenticando che anche la bella americana, ex vera superstella dello star system, si è rimessa in pista da qualche anno, sebbene con ritmi diversi e circondata da una specie di….aura solitaria. Mi incuriosiva sentirne lo stato vocale e soprattutto i modi di gestire il suo autunno professionale, che sono, poi, la vera meraviglia delle nostre amatissime e stimatissime signore “da corsa”. Vi dirò subito che il viaggio ha riservato sorprese inaspettate, cancellando anche il mio scetticismo di fondo verso una cantante che ho molto apprezzato agli esordi della sua carriera, ma meno nella fase matura. Il resoconto e le considerazioni sono passatiste, anzi….sfacciatamente passatiste.

Negli anni aurei, quando June Anderson era una star di prima assoluta grandezza, richiesta nei più grandi teatri del mondo, non mi pareva esente da difetti, tutt’altro. Straordinaria nelle parti di lirico di coloratura come nell'opera francese, nelle parti tragiche da lei amatissime, come quelle di Rossini scritte per la Colbran, la cantante risultava forzata nella zona centrale della voce ed inerte, per non dire assente nell’accento. Peculiarità, quest’ultima, anche di certi personaggi, come Lucia ed Amina, per certo più consoni ai mezzi della cantante americana, che spesso prediligeva tempi lenti anche negli allegri, col risultato di privarli spesso della loro più autentica carica. Certo la voce era eccezionale, per estensione e brillantezza della zona medio alta oltre che per penetrazione ed espansione in teatro, impressionante nella Lucia fiorentina dietro la Gruberova, o nella Fille du Regiment a Parma. In virtù di tanta grazia vocale, la Anderson si è sempre considerata un soprano drammatico, con risultati vocali, e soprattutto interpretativi, che facevano storcere il naso a chi del soprano drammatico aveva una concezione ortodossa. Del resto nessuna, ma davvero nessuna altra cantante sua coetanea poteva vantare le doti naturali ( unite ad una bellissima presenza scenica ). Insomma una superdotata cui si poteva sospettare facessero difetto ora una esatta cognizione tecnica, ora una completa e coerente definizione del personaggio. Eppure….regolarmente trionfatrice, col consenso anche della critica e dei discografici, fin tanto che non si spinse sul periglioso terreno del Verdi drammatico, da cui uscì sfiancata e con la voce rotta. La Norma di Parma e la Lucia di Milano furono la prova eclatante, tra Trovatori, Lombardi, Miller, del modo in cui da anni sforzava la sua voce sfidandone la resistenza. Questi i pensieri di chi, viaggiando verso Aix, rimuginava sul dove avrebbe arrivare la signora se solo avesse avuto di se stessa una concezione….semplicemente diversa, quale quella che guidò, temporibus illis, una Sutherland, anziché procurarsi da sola motivi di autodistruzione vocale.

Il programma scelto per questo concerto con orchestra all’auditorium di Aix è stato robustissimo, degno di un grande soprano d’agilità all’apice della forma: aria di Semiramide, cavatina di Norma; finale di Sonnambula compreso il rondò; grande scena finale della Desdemona di Verdi inclusa l’Ave Maria; finale di Pirata, recitativo e rondò inclusi. Un programma da anni verdi, di quelli monumentali, cui erano abituati i belcantisti della sua generazione, oltre che lei stessa, specie se potevano usufruire dell’orchestra. E per quanto mi sia sforzata di resistere a qualunque effetto tipo flash back non ho potuto fare a meno di essere catapultata indietro, in una dimensione del canto che mai come ieri l’altra sera ho percepito diversa da quella attuale, e in modo totale, dalla sostanza ai dettagli.
Over 55 June Anderson entra in scena ed è ancora una bellissima ed elegante signora, da non credere, nemmeno stando nelle prime file di platea, che abbia la sua età. Incede e si muove con semplicità aristocratica, sempre nella misura, sorridente come da ragazza.

Poi appena attacca la cavatina di Semiramide alquanto acrobatica nella scrittura persino della prima sezione si osserva che la voce è salda, non ha perso la brillantezza dell’ottava superiore e che la cantante, a differenza del passato, è attenta ad emettere suoni coperti ed oscurati nella zona bassa. La situazione si è ripresentata esattamente identica, sotto il profilo del controllo vocale, all’allegro “Dolce pensiero”, di scrittura piuttosto grave: la Anderson ha esibito le medesime variazioni di un tempo, nulla omesso ( compresi gli orribili staccati, assai poco rossiniani, da lei da sempre tanto amati ): il tutto con una grande (…ormai arcaica ) fluidità e suoni dolci e timbrati rispetto ad un tempo.
Nella cavatina di Norma, di cui la Anderson ha eseguito solo la sezione centrale del Casta diva, sono comparse un po’ delle sue note spinte del passato, ma la linea vocale era curatissima e precisa l’esecuzione delle difficoltà, in primis i la ribattuti, risolta in modo….elementare.
Il finale di Sonnambula poi, di tessitura centrale, è stato cantato con intenzioni interpretative che non ricordo proprie della giovane Anderson. Nell’Ah non credea mirarti le parole hanno preso altro e diverso significato da allora, il canto dolente e malinconico di una voce veramente corposa, mentre la coloratura del rondò, eseguito col da capo variato, è di nuovo arrivata facile e fluida, tanto diversa da quella delle moderne voci di soprano leggero, ossia imperiosa e monumentale. E la saldezza vocale era tale che, ad un certo punto, non avrei voluto sentire alcune fissità che qua e là si sentivano con evidenza, e questo perché, complice l’aspetto, non mi sentivo affatto di fronte ad una cantante di 56 anni, ma alla Anderson di allora.
Il vero stupore è, però, arrivato al secondo tempo, aperto della grande scena di Desdemona. Qui, a suo agio nella tessitura centrale e spianata, la Anderson ha saputo trovare accenti davvero inattesi, alternando, nella nenia della Canzone del salice, malinconia e tragici presagi di morte, mentre all’Ave Maria, cantato piano, il legato è parso di una freschezza davvero impressionante per un soprano cinquantaseienne.
Quindi il finale del Pirata, completo di recitativo e da capo variato della cabaletta. La voce esibita è suonata immascherata ed estesa in prima ottava ( e mai avevo udito questi suoni quando era nel pieno della sua carriera ), l’accento scandito, il fiato più lungo che non al primo tempo del concerto ed una colonna di suono veramente ampia, direi imponente per la media delle voci oggi correnti. Il brano ha ripreso così il senso drammaturgico che gli è proprio ( o meglio, si è molto avvicinata alla vocalità del drammatico d’agilità ), complice un finale dove la coloratura è stata eseguita con una facilità estrema, variazioni bellissime ( ….un remake di quanto scrisse Zedda tanto tempo fa, se non vado errata…), a ricondurre Imogene nella corretta prospettiva drammaturgica e stilistica .
Immaginerete da voi il trionfo che il pubblico le ha tributato, e non solo per affezione, ma per l’intensità emotiva creata. Dopo alcuni minuti di applausi ritmati, la bella June, di nuovo sorridente, ha spiazzato l’auditorium e, contro ogni previsione, ha bissato, alla maniera dei grandi soprani di coloratura con…….. Je veux vivre, seguito da Oh mio babbino caro!!! Le è bastato ridurre un poco il volume per volare sul grande valzer di Juliette con la leggerezza e la freschezza di una ragazza!

Così dopo tanti anni ho rivisto un soprano uguale e diverso al tempo stesso da quello che conobbi vent’anni fa. Uguale nei mezzi, certo ora meno smaglianti, nel modo di gestire la zona centro alta della voce, nella facilità della coloratura, con i suoi tipici suoni spessi, ora un po’ duri o anche fissi sul passaggio.
Diversa, invece, nel modo di cantare in prima ottava e, soprattutto, nel fraseggio, presente come non mai. Se certe fissità della voce sono il segno inequivocabile del tempo e dell’usura di una natura prodigiosa, certo resta veramente impressionante la colonna di suono che investe l’ascoltatore, la potenza e la facilità con cui il lato drammatico dei personaggi prende subito forma appena apre la bocca. Quello della sua voce è un altro e diverso ordine di grandezza rispetto a quelle che oggi si assumono gli oneri di questo repertorio, in particolare i ruoli Colbran e Pasta, ed appartiene ad una estetica vocale diversa da quella oggi corrente. Ed il pensiero ora và al debutto in Lucrezia Borgia l’anno prossimo, con quel rondò finale a tutte vietato in questo momento se lo si intende non come una sequenza di note ma come una vera scena di “coloratura drammatica”, ed ai ruoli mancanti che potrebbero ancora esservi in questo stato di freschezza, come la terribile Elisabetta Regina d’Inghilterra, qualora qualche direttore di teatro desiderasse, con un po' di fantasia, mettere in scena un 'opera scritta per un soprano drammatico, che non si intitoli Norma, con l'obbiettivo di restituirne la vocalità secondo prassi stilistiche proprie alla tradizione del belcanto.

Concerto tenuto al
Gran Théatre de Provence de Aix en Provence
martedì 6 maggio 2008

ORCHESTRE RÉGIONAL DE CANNES PROVENCE ALPES CÔTE D’AZUR
Philippe Bender, direction

G. ROSSINI
Semiramide : Sinfonia
Bel Raggio lusinghier

V. BELLINI
Norma: Sinfonia
Casta Diva

Pirata: Sinfonia

Sonnambula: Ah, non credea mirarti

G. VERDI
Giovanna d'Arco: Sinfonia

Otello: Canzone del Salice- Ave Maria

P. MASCAGNI
Cavalleria Rusticana:Intermezzo

V. BELLINI
Il Pirata: Col sorriso d'innocenza

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domenica 4 maggio 2008

Sonnambula a Genova


Una Sonnambula con due facce quella genovese, con il tenore ed il soprano a specchiarsi l’uno nell’altro grazie alla visione unitaria di Oren, sognante, lirica e lentissima; una concertazione motivata da ragioni opposte, il lasciar cantare per l’uno ed il soccorrere continuo per l’altra, perché opposti sono effettivamente i due cantanti protagonisti, Shalva Mukeria e Nino Machaidze.

Daniel Oren, infatti, disponendo di una protagonista dalla voce di soprano leggero, debole dal punto di vista tecnico, in difficoltà nel canto sia in zona di passaggio che nella coloratura, ha scelto la via di tempi larghi e sognanti, anche nelle cabalette, funzionali a consentirle di aver tempo per “trovare” i suoni e di eseguire anche la scrittura minuta, grande artificio che ha dato modo alla musicista, obbiettivamente ricca di intenzioni interpretative assai pertinenti, di trovare una modalità espressiva ad onta di un timbro che, sempre per ragioni tecniche, si è fatto vetroso ed acidulo rispetto alla Fille du Regiment scaligera dell’anno passato. Sull’altro lato Shalva Mukeria, già suo partner nella Filla Saligera: tenore dalla voce chiara ma corposa, per natura portato all’espressione malinconica e lirica, tecnicamente solidissimo nella zona del passaggio superiore e dotato di grande estensione e proiezione in acuto, ha tratto giovamento da una direzione con tempi larghi, che gli ha consentito di esibire un legato di grande qualità ed un contino alternarsi di smorzature e suoni rinforzati quali la tradizione vocale e lo stile “rubiniano” esigono.
Anche nei cori, tanto importanti nella costruzione del clima agreste e notturno dell’opera, Oren ha staccato tempi lenti, ricchi di piani e smorzature, e sorretti dal coro genovese con accento astratto e soffuso: peccato solo per qualche svarione all’ingresso, perché poi tutta la recita è corsa via in perfetto accordo con la buca. L’orchestra ha suonato bene, senza cercare astruserie o assurdi motivi di originalità, in modo direi semplicemente….funzionale all’idea di fondo, ossia creare un clima coerente con la musica ma sempre atto a reggere il canto. L’esecuzione ha implicato il taglio di pressoché tutti i da capo salvo quello del rondò finale di Amina ( la cabaletta della sortita di Amina, quella di Elvino, quella del Conte Rodolfo, il concertato I, l’aria e la cabaletta di Elvino, ) l’aria di Lisa al II atto e la scena Elvino-Lisa “Lisa mendace anch’essa”.
Nei dettagli:
L’Amina della lanciatissima Nino Machaidze, che si è assunta anche l’onere delle recite di primo cast in cui era prevista Mariola Cantarero, è di aspetto garbato e dolcissimo in scena, lirica e purissima nelle intenzioni musicali, ma afflitta dai problemi tecnici che condizionano inevitabilmente la resa vocale. Sin dal suo apparire con le battute del recitativo la voce è ostica per timbro, ed appena arrivano il passaggio si bem – fa sulla a di amplesso o, nel Come per me sereno quello della discesa la bem – sol di nacque, o la stonacchiatura sul fa della a di amor la colorò ben se ne capiscono le ragioni. Oren stacca un lentissimo ( più lento dell’aria ) nel Sovra il sen la man mi posa eseguito dalla Machaidze cercando di governare la correttezza del suono, che diventa però acido di nuovo sulla frase …forza a sostener, con difficoltà evidenti per non strillare il re bem toccato; le code poi sono eseguite tutte spampanate per la stanchezza di quanto prima eseguito. Soffre il confronto al duetto con un Elvino estatico e languido, che và a nozze con i tempi larghissimi di Oren e che dispone di una voce piena e sonora. Il bellissimo coro che narra la storia del fantasma dopo l’aria del Conte introduce un’atmosfera notturna e magica che precede il Son geloso del zefiro: di nuovo le battute del recitativo Elvino, e me tu lasci senza un tenero addio? meriterebbero una voce dolcissima e tenera, non querula e petulante. Elvino canta il suo canto d’amore in solitudine, perché Amina non lo può seguire su quel terreno ove Bellini, magicamente commuove l’ascoltatore con la sua nenia sublime, grazie agli effetti del canto legato: non può essere estatica ed il regista, scellerato complice di un misfatto anziché coadiutore della musica, condanna Amina a…….. stirare, con tanto di asse, ferro a vapore e gruppo di frigoriferi ed elettrodomestici assortiti alle spalle! L’acuto crescente in chiusa è figlio della stanchezza e, perché no, di una scottatura da ferro da stiro!
Quanto detto può ben esemplificare e spiegare quanto accade dopo, dalle frasi crescenti pronunciate nella scena che ha luogo nella stanza del Conte, sino al finale I, attaccato sempre con intenzioni musicali bellissime ma durante il quale il soprano piano piano sparisce per la stanchezza, l’attacco sol – re del Reggimi o madre in apertura di secondo atto, a tutta la grande scena finale, dove paga l’assenza di legato nella scrittura centrale dell’Ah non credea mirarti, ove le frasi non escono con la dovuta fluidità e rotondità del canto da belcanto, appunto, ed al successivo rondò, ove i suoni brutti sono davvero troppi, nonostante il soccorrevole Oren rallenti il tempo del da capo per consentire l’esecuzione della coloratura ( i picchettati hanno veramente sofferto…). Inutile dire che il pubblico le ha tributato alla fine un vero successo.
Non ho difficoltà ad ammettere che l’Elvino del signor Mukeria mi è piaciuto moltissimo. Anzi, mi ha veramente emozionato, perché il cantante, oltre che essere molto capace tecnicamente, è assai espressivo. Espressivo di quell’espressività elegante e raffinata che è dei grandi tenori, ossia nella misura di uno stile contenuto, mai plateale o gratuito, ma intenso e malinconico. E la malinconia, si sa, è una delle peculiarità della musica belliniana, dunque …..ecco la magia dell’emozione creata con il gusto e con la tecnica, in un ruolo, l’Elvino versione Ricordi, che resta comunque uno dei più ingrati e difficili del belcanto romantico.
La voce non impressiona per qualità timbriche, ma è nettamente connotata, molto chiara e giovanile, priva di tratti eunucoidi o falsettanti. Il suono arriva facile e sempre legato, mai forzato o spinto, mai sul forte, salvo in qualche raro momento, quando serve. E la sicurezza del canto sul passaggio gli consente di avere numerose frecce al suo arco in questo ruolo, perché è lì e sui primissimi acuti che Bellini colloca tanti punti coronati, che Mukeria ha trasformato in smorzature bellissime ed intense, esibite senza eccesso di compiacimento o maniera.
Sin dalle prime battute d’ingresso la voce ha, in primo luogo una sonorità diversa rispetto a quelle presenti in scena, più vicina e presente, ed il biglietto da visita del tenore di grazia è il fa coronato sull’Ah di Ah tutto è il core, sonorissimo e avanti. Il Prendi l’anel ti dono ha una linea di canto elegantissima, ricca di piani e sfumature, e frasi come cara, nel sen ti posi questa gentil viola toccano il cuore di chi ascolta per la loro intensità emotiva. Compaiono anche un paio di portamenti, ma non come mezzo per prendere le note “da sotto “, bensì come prassi di stile, poiché non è mai un problema per questo tenore cantare ogni nota alta in modo centrato e diretto. All’allegretto Ah vorrei trovar parola la salita al do scritto su guardi e facile e l’acuto suona come la note più ampia e sonora della gamma.
Mukeria canta anche il successivo duetto con Amina con l’arte di chi sa come si debbono “porgere“ le frasi con stile ed eleganza: nelle battute di recitativo che precedono, nel passaggio fa coronato – do di Perdona, esegue una smorzatura da brivido e mette tra se e la compagna di viaggio una distanza stilistica sterminata, quella tra l’aristocratico signore e la giovinetta…..che pare proprio di bassi natali. Nei passaggi vocalizzati tra la prima e la seconda strofa esegue le cadenze usando piani sostenutissimi, facilissimi e veramente impressionanti. E così lo spettatore è perennemente attratto nell’ascolto del tenore, che canta il quintetto che precede il finale primo D’un pensiero d’un accento con un’eleganza, un dolore composto e dolcissimo che paiono veramente d’altri tempi, non certo dei nostri. E di nuovo, rubinianamente, smorza il sol coronato scritto su del di questo pianto del mio cor prima dell’attacco del coro, ed alla fine il pubblico gli tributa una grande applauso personale.
Un vero peccato i tagli di Oren al secondo atto, che mortificano un po’ troppo la parte di Elvino, così veramente monca. Alla bellissima introduzione di Oren all’aria, segue lo scomodo attacco mi –sol del Tutto è sciolto in pianissimo, passando lentamente verso il mezzoforte, sempre con voce sostenutissima e legata, ed il canto arriva nuovamente intenso e dolcissimo. Come legato, secondo prescrizione belliniana, il Taci il guardo e appaga l’alma e facile anche la stretta dell’allegro Ah perché non posso odiarti , con il si bem in chiusa tenuto nell’uscire di scena. Che devo dirvi ancora? Forse che ieri avremmo voluto applaudire per una sola frase, l’ultima di Elvino, quel Più non reggo a tanto duolo a pertichino dell’aria finale di Amina, che ha letteralmente rubato il momento magico al soprano, con una smorzatura, l’ultima, che ci ha commosso davvero.
Quanto al resto, devo ricordare la bella prova di Carlo Colombara, un Conte misurato, nobile, di buona voce anche se di pochi colori a dire la verità. Del resto del cast vocale taccio volentieri.
Quanto al regista, Patrick Mailler, come avrete capito, qualche caduta di tono in un contesto passabile: ha eliminato l’ambientazione alpina, forse ritenuta troppo bucolica, a favore di una modernità bianco e nero che ricorda un po’, nei costumi, le carte di picche del cartoon Alice del Paese delle Meraviglie, sostituendo la casa di Teresa con una sfera che pareva un incrocio tra un grosso batiscafo ed una gabbia pensile. Ha ritenuto, a parte la scena della stireria ( libera citazione dal vecchio Mefistofele fischiatissimo di Ken Russell proprio a Genova o dalla recente Fille du Regiment di Pelly, a voi la scelta ! ) di fa comparire strane pecorelle da presepe in alcune scene, come sullo sfondo della stanza del conte, al duettino con Alisa….no so, forse un’allusione piccante (?!), trasformando le Alpi in un…. ovile, come ha commentato ironicamente il mio anziano vicino di poltrona. Ovile riprodotto poi anche nel foyer della platea, dove le pecorelle ci attendevano per una foto, davanti ad un tavolone imbandito di agresti delizie culinarie ….di plastica!
Il Conte arriva poco nobilmente a cavallo di uno strano triciclo, indossando inspiegabili abiti sahariani, mentre il finale del soprano ha un ambientazione un po’ “disco” durante l’aria, con il buio in scena, una raggio di luce verde dal fondo contro il pubblico e lei in un cono di luce……..insomma, una cifra stilistica diversa ed incongrua da tutto il resto. Poi d’improvviso la scoppio di luce prima del rondò, ed il bianco e nero da giocattolaio si trasformano in verdacci prato e rossi carmini, a terra e sui vestiti del coro, tanto volgari e sfacciati da invocare la censura, e che hanno causato il mormorio scocciato del pubblico.
Però è stata una gran giornata, superiore alla media corrente.
( recita del 3 maggio 2008 )

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