venerdì 16 gennaio 2009

"Pensa alla Patria"


“Buon Dio, ecco terminata questa povera piccola Messa. Io sono nato per l’opera buffa, Tu lo sai bene! Poca scienza, poco cuore, ecco fatto! Sii dunque benedetto e concedimi il Paradiso…” scriveva Rossini, riferendosi alla Petite Messe Solennelle, tracciando così di sè un ritratto ironicamente umile, leggero e con la tipica modestia di chi sa di essere il più grande... Questa affermazione e la sprezzante incomprensione di Beethoven (a cui, evidentemente, rimanda), sono testimonianza di quella malinconia e di quella leggerezza che è l’universo musicale rossiniano: serio o buffo che sia. Innanzitutto per constarne la difficoltà di ridurre quest’ultimo, in particolare, alla semplice dimensione del comico! Vi sono ambiguità, segreti, malinconie, nel gioco delle costruzioni musicali, nell’apparente perfezione dei meccanismi del surreale, che mostrano quale e quanta complessità e finezza innervi la musica del pesarese che sembra sempre sollevarsi distaccata, con aristocratica leggerezza “dalle cose del mondo”, dai drammi così come dalla commedia.

Nessun titolo buffo di Rossini può essere inquadrato nel genere meramente comico, si diceva: in ciascuno vi è qualcosa di più, forse nemmeno intuito dal librettista (e spesso nemmeno colto dal pubblico, ora come allora), ma ricercato e raggiunto attraverso una certa distanza disillusa, a testimoniare la nostalgia per la fine di un mondo ormai passato e l’inadeguatezza e l’estraneità agli eccessi di quello nuovo (così irragionevole e primitivo nel dar sfogo ai suoi istinti più immediati – laddove Rossini mediava e stemperava ogni passione, ogni dolore, ogni risata, attraverso una trasfigurazione ideale e musicale, che la rendeva astratta e quasi metafisica...trasportandola ad un livello di superiore razionalità). Nemmeno nelle farse definite tali dall’autore stesso, peraltro, vi è spazio per il puro abbandono al ridicolo: ognuna nasconde un lato oscuro, segreto...niente di insistito, di troppo marcato, ma solo qualche accenno che si percepisce appena nella scelta della strumentazione, ad esempio, nell’abbandono di certe frasi di oboi o clarinetti, nel languore del canto dei corni...magari incastonati tra crescendo e concertati in cui le parole perdono significato proprio e diventano solo fonemi prestati alla musica per dar forma ad una follia del tutto razionale. Come nelle farse così nelle opere buffe: l’intima crudeltà del Barbiere di Siviglia, la nostalgia mozartiana del Turco in Italia, il malinconico lirismo della Cenerentola. Per non parlare delle grandi opere semiserie, la cui ambiguità è scelta di genere. Il grado di tale ambivalenza è ben rilevabile, poi, anche dai frequenti autoimprestiti: lo stesso brano, la stessa cellula musicale, assume significati antitetici a seconda del contesto in cui viene inserito, e la stessa musica che pareva attagliarsi perfettamente ad un ingarbugliato intreccio comico, appare inspiegabilmente perfetta (con leggere modifiche di dettagli) per esprimere situazioni e sentimenti opposti. Questa ambiguità è presente pure in quella che viene spesso indicata come il più puro esempio del buffo astratto rossiniano, della pura “follia organizzata”, del comico assoluto...la cui musica per dirla con Stendhal avrebbe fatto “dimenticare tutta la tristezza del mondo”. L’Italiana in Algeri, dramma giocoso in due atti, su libretto di Angelo Anelli, rappresentato per la prima volta a Venezia il 22 maggio 1813. In una struttura certamente incentrata sul gioco degli inganni, sull’assurdo e il surreale – in cui però emergono talvolta inaspettati squarci di lirismo e malinconia: si sentano i corni della cavatina di Lindoro – si staglia una protagonista del tutto atipica rispetto al genere: Isabella. Creato per l’ugola e la tecnica di Marietta Marcolini (che ottenne così un enorme successo) è ruolo che per statura e complessità, si pone a mezza via tra la commedia e la tragedia (ossia in quel luogo dove Rossini amava di più transitare) in un’ambiguità e polivalenza (rilevabile anche dai segni scritti in partitura) che contribuisce – forse anche inconsciamente – ad attribuirle tutto quel fascino. In particolare la grande scena con Rondò nel secondo atto, “Pensa alla Patria”, che per struttura, intensità e livello di virtuosismo, richiama l’Opera Seria. Stendhal la definisce un monumento storico! Ed in effetti si staglia come unicum nel resto dell’opera.

Il brano, il N. 15 della partitura, si presenta come una lunga scena di 228 battute strutturata in coro introduttivo, recitativo accompagnato e Rondò, composto di andante iniziale e allegro per la cabaletta. L’incipit, dopo la breve introduzione strumentale, dà già la dimensione drammatica del pezzo. A piacere, è indicato in partitura, mentre la voce scende nelle zone più basse della tessitura sino ad una cadenza in crescendo (di mano dell’autore) piuttosto intricata e con salti ascendenti di nona (SI2-RE#4; RE#3-FA#4) per poi chiudersi in un SI2. Dopo la pausa il cantabile vero e proprio caratterizzato da sestine ascendenti e discendenti e da una scrittura insistita nelle zone centrali e basse della tessitura. Segue l’allegro, dove, dopo le brevi battute in cui Isabella prima zittisce l’inopportuna ilarità di Taddeo (con un impeto e una dignità da vera eroina tragica) e poi si rivolge con severa dolcezza all’amato Lindoro (che poco prima era “impallidito” di fronte alla risoluta fermezza della protagonista), la linea vocale si arricchisce di abbellimenti e agilità di forza, nella ricerca di un estremo virtuosismo (peraltro insistito sempre in centro e in basso) che fa turbinare la voce in un vero delirio di scale, cadenze, colorature: “Qual piacer! Fra pochi istanti” con una teoria di quartine che si susseguono su e giù per il pentagramma, per concludersi, dopo la ripetizione variata, nella cadenza di prammatica, lasciata all’interprete.

Il brano proprio per quelle caratteristiche di atipicità (che non può essere considerata mera parodia dell’Opera Seria) e per la sua estrema difficoltà, è stato banco di prova di tante primedonne, tra cui non può essere dimenticata la Laura Cinti-Damoreau: una delle più grandi cantanti del suo tempo, a Parigi collaborò direttamente con Rossini, nella stagione del Théatre-Italien. Per il ruolo di Isabella scrisse una serie di variazioni e di cadenze che ben danno l’idea di cosa fosse il canto d’opera nella prima metà dell’800 e di quale fosse allora il ruolo dell’interprete (che – spesso si dimentica, suggestionati da certe vulgate che risalgono alle ottuse incomprensioni di certi campioni del germanesimo musicale – era anch’esso e prima di tutto, musicista e non ignorante e capriccioso guitto da palcoscenico come amano rappresentare i suddetti). Dette variazioni – che si possono leggere nella loro interezza in nota all’edizione critica dell’opera – si caratterizzano per una vera e propria riscrittura acrobatica del brano: non solo, infatti, si inseriscono nelle corone a fine frase (luoghi deputati alla cadenza), ma anche, e soprattutto, nel cantabile (battute 87-99) e nella ripresa del tema dell’allegro (battute 184-207). La Cinti-Damoreau nell’arricchire la scrittura rossiniana, insiste nella zona acuta (più congeniale alle sue corde). Particolarmente impressionante è la grande cadenza nella sezione finale dell’andante, con quattro salti ascendenti di ottava (SI2-SI3; RE#3-RE#4; FA#3-FA#4 e LA3-LA4) inseriti in quartine discendenti, seguiti da una lunga scala cromatica che sale e scende dal SI acuto al RE, per chiudersi sulla tonica della tonalità. Non da meno, naturalmente, le cadenze finali tendenti allo sfogo in acuto.

Tuttavia, pur divenendo in fretta il brano più famoso dell’opera (vuoi per l’atipicità del suo carattere, vuoi per l’esibizione vituosistica), non passò indenne alle sue successive revisioni, spesso dovute ad esigenze di censura: a Roma vennero cambiate le parole in “Pensa alla sposa”, a Venezia fu sostituito il coro introduttivo a causa della sua nascosta citazione della Marsigliese. Ma l’intervento più radicale fu la sostituzione del brano per la ripresa al San Carlo di Napoli nel 1815, dove il pezzo che mai avrebbe potuto passare la rigida censura borbonica, fu rimpiazzato dal N. 15a, “Sullo stil dei viaggiatori”, anch’esso di notevole impronta virtuosistica, caratterizzato da una scrittura più acuta, ma assai più convenzionale e inevitabilmente inferiore rispetto all’originale. Il ruolo di Isabella attirò le grandi primedonne dell’epoca, e anche nel secolo successivo non smise di affascinare le grandi dive.

La riscoperta novecentesca dell’opera si può far risalire alla sera del 26 novembre 1925 quando Vittorio Gui accompagnò Conchita Supervia a Torino. E da lì sino alle protagoniste della Rossini-renaissance a partire dagli anni ’60/’70 e cioè Teresa Berganza, Marilyn Horne, Lucia Valentini-Terrani, Martine Dupuy e, più recentemente, Ewa Podles (tralascio volutamente Agnes Baltsa, poiché fenomeno legato alla moda dell’epoca e alle majors del disco – e perché, oltre alle evidenti mancanze tecniche, poco interessante dal punto di vista esecutivo: mera lettura della pagina scritta, seguita pedissequamente senza alcuna fantasia o libertà…in ossequio alla fondamentale incomprensione di Abbado dell’opera belcantista e rossiniana – così come Jennifer Larmore che si limita a fare la parodia della Horne). Ognuna di esse con un approccio differente al ruolo e al brano, derivante da diversità di tecnica e di personalità artistica.

Si consideri ad esempio la morbida eleganza della Berganza (mi riferisco all’incisione ufficiale del ’63), vellutata e venata di malinconia, ma con una coloratura perfetta (anche se non si avventura in iperbolici sfoggi di virtuosismo, mantenendo, e semplificando, per lo più le cadenze originali e senza variare più di tanto la ripresa dell’allegro), nitida, brillante, oppure l’Isabella della Valentini-Terrani (sul finire degli anni ’70): coloratura fluente, pulita, linea di canto sicura in tutta la gamma dell’estensione.

Importante punto di svolta, però, è costituito dalla Horne: mi riferisco a due incisioni diversissime tra loro. L’incisione in studio dell’opera integrale (1980 con Scimone) e il recital “Souvenir of a Golden Age” (recentemente ristampato) che contiene il Rondò e che risale al 1966. La Horne affronta il personaggio con piglio “eroico”, come sfoggio di un vertiginoso vituosismo “di forza”. L’esibizione vocale è, in entrambi i casi, stupefacente. Le quartine sgranate in modo perfetto, la voce sicura che spazia in alto e in basso con una facilità disarmante, le cadenze pirotecniche e le ricche e fantasiose variazioni nelle riprese. Mentre nell’incisione integrale, però, la Horne si attiene fondamentalmente alla redazione rossiniana (pur prendendosi tutte le libertà dovute all’interprete, come nelle variazioni dell’allegro, risolte nel registro basso) ed esegue, ad esempio, solo parte della grande cadenza prevista dall’autore prima del cantabile dell’andante, nel recital recupera alcune delle variazioni della Cinti-Damoreau (sia nelle due cadenze dell’andante stesso che in quelle finali, mentre le variazioni nella ripresa dell’allegro sono più o meno le stesse che riproporrà 15 anni dopo con Scimone), in uno strepitoso esempio di acrobatico virtuosismo.

Sulla stessa linea, ma ancor più indirizzata verso un’interpretazione eroica e guerriera del brano, è il Rondò della Podles (in un bel disco del '95), dove sfrutta appieno il sontuoso registro basso e l’incredibile facilità nello sgranare la coloratura: la Podles nell’andante non esegue le cadenze di Rossini, ma opta per formule più ridotte, tuttavia nell’allegro (sia nelle variazioni della ripresa, sia nella cadenza finale) recupera alcuni stralci della Cinti-Damoreau.

Una lettura meno “di forza”, ma pur sempre di grandissimo impatto virtuosistico, è quella della Dupuy (dal vivo a Bologna nel 1987), che pure si attiene alla scrittura rossiniana, sostituendo – come tutte finora – le cadenze originali con altre, meno impegnative. In effetti non mi risulta che, sino ad ora, siano mai state riproposte integralmente le variazioni della Cinti-Damoreau, né che sia mai stata eseguita integralmente la grande cadenza scritta da Rossini prima della sezione cantabile dell’andante. Scelta comprensibile e filologicamente ineccepibile (almeno per una filologia rettamente intesa): ogni cantante ha la sua propria personalità, le sue caratteristiche vocali e, soprattutto, è interprete del ruolo. E un vero interprete, almeno nel senso ottocentesco del termine, contribuisce alla configurazione del ruolo, lo adatta alle proprie capacità e peculiarità, ne arrichisce la scrittura dove e come può o vuole. Non ripropone meccanicamente e non riproduce (almeno tendenzialmente) interpretazioni che appartengono ad altri: sennò si rischia di ricadere nella mera archeologia musicale. Resta il fatto che sulla carta sono incredibili e piacerebbe ascoltarle prima o poi…anche se, visto il livello delle odierne e sedicenti primedonne – che usurpano il ruolo di cantanti rossiniane – forse è meglio immaginarsele o leggerle, piuttosto che ascoltarle, magari stuprate dalla tecnica periclitante di qualche starlette da rivista patinata che scimiotta le grandi dive del passato (in operazioni commerciali giocate su improbabili e improponibili parallelismi).

Gli ascolti

Rossini: L'Italiana in Algeri

Atto II


Pronti abbiamo e ferri e mani... Amici, in ogni evento... Pensa alla Patria... Qual piacer! Fra pochi istanti - Teresa Berganza (1957), Marilyn Horne (1981), Lucia Valentini-Terrani (1985), Martine Dupuy (1987), Ewa Podles (2002)


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mercoledì 14 gennaio 2009

divinatio in plauditores n° 2

Caro Oscar,
forse dovrei dire cara contessa Serpieri, richiamando il personaggio della novella boitiana (reso a tutti noto, però, da Luchino Visconti ed Alida Valli), che furente per il tradimento si trasforma da amante in delatrice.

Quello che chiunque affermi altrove non mi interessa. E' la loro opinione che io rispetto in misura inversamente proporzionale a quanto loro non hanno rispettato quella mia e di chi con me condivide l'avventura di questo blog. Lasciami dire però, che taluni fori mi ricordano i salotti della nobiltà nera romana o del cappuccio milanese dove si può essere ammessi solo se la propria opinione si plasma su quella dei padroni di casa. In genere tali salotti mi ricordano certe veglie funebri lombarde dove tutti si è accomunati dalla celebrazione delle "cristiane ed elette virtù" del de cujus, magari noto viveur o nota nave scuola.
Mi disturba e offende, però, che si faccia chiaro ed esplicito riferimento alle opinioni di chi non può e/o non vuole intervenire per controbattere, ovvero che per l'ennesima volta, pur a distanza di tempo si venga meno, secondo un consolidato stile, al rispetto del dibattito e del dialogo.
E allora dall'unico rostro che ho e voglio avere, contando nulla gli altri, credo di dover ribadire ed esprimere il mio ed altrui pensiero sull'esecuzione dei Lombardi del signor Meli, sempre tanto caro a parte del pubblico e degli addetti ai lavori ed oggi proposto come tenore verdiano del futuro.
Ho ascoltato l'esecuzione per mezzo di Teleducato. Ne ho ricavato che vale la pena di starsene a casa non ravvisando un interesse in un Pertusi, per forza di cose usurato, in una Theodossiou, il cui luogo di esibizione sarebbero quei graziosi locali dove, al Pireo, si cuoce e commercializza il gyros pitha e, appunto Francesco Meli.
E all'elogiato signor Meli mi limito.

La parte di Oronte è la prima parte importante e seria (nell'accezione teatrale) composta da Verdi. Verdi, al pari di Bellini, credo, preso da sé stesso, specie in gioventù non era nè Rossini nè Donizetti nel trattare le voci. A sua attenuante l'epoca di transizione fra vocalità protoromantica a vocalità romantica piena, che sarà, appunto, quella del Verdi dalla fine degli anni di galera, quando stilemi compositivi ed espressivi di marca donizettiana verranno definitivamente cassati o almeno superati per divenire verdiani.
Quindi non si può, per correttezza, parlare di vocalità verdiana con riferimento al giovane innamorato jerosolimitano. Oronte canta come i tenori di Donizetti e soprattutto si esprime come loro. Basta sentire la sospirosa e tenera cavatina e la cabaletta, ancor più accorata ed elegiaca. Pur trattandosi di cabaletta. Verdiana per giunta.
Allo stesso modo si esprimerà l'anno successivo Ernani, almeno alla sortita ed alla morte e pure Carlo V, baritono, sempre nell'Ernani.
La sortita di Oronte è di quelle pagine, che per renderne la situazione drammatica, ossia per essere interpreti, richiedono morbidezza di voce, legato, forcelle, smorzature, ovvero l'apparato espressivo di un Edgardo e di un Chalais. Parti donizettiane, che cito perchè il primo Oronte -Carlo Guasco- ne fu interprete famosissimo o, per la seconda, creatore.
Rispetto a queste parti la tessitura è meno acuta, anzi decisamente centrale, senza, però, nulla avere in comune con quelle da baritenore pensate per Donzelli e suoi emuli. Oronte fu di competenza degli eredi o emuli di Rubini, fra cui appunto Guasco, Poggi (alla Scala nel 1844, ma era il marito della divina Frezzolini), Mario a Londra nel 1861, se non sbaglio.
Negli anni '50 dell'800 Oronte, come in misura maggiore Ernani, entra nell'orbita dei tenori più marcatamente verdiani come Raffaele Mirate (Milano), Baucardè a Napoli nel 1853, sino a Gaetano Fraschini, che nella prima parte della carriera passava per un tenore "muscolare".
Ma la parte, marcatamente centrale, consentiva (e consentì per un lungo periodo se si ascolta come affronta il terzetto Francesco Merli) fraseggi vari, ispirati ed eloquenti.

La storia interpretativa di Oronte sembra far propendere che le caratteristiche vocali dei primissimi esecutori, quindi, di scuola e formazione protoromantica potesse anche richiamare quella dell’attuale Francesco Meli, se tecnicamente più ferrato, sapesse legare e smorzare come lo spartito, ossia Verdi, indica.
Quanto alle indicazioni di spartito dell’aria si parte con una doppia forcella prevista su "nel suo bel core” alla quartina di “beato amore” Verdi prevede dolce, sul do centrale di “tante armonie” compare l’indicazione “marcato” e sul fa di “ quanto” quella di con forza. Insomma un po’ di ormoni anche per Oronte, perché subito dopo Verdi riprende a chiedere un “dolcissimo” sul fa di “pianeti” e arrivati alla serie di “mortal” della chiusa dell’aria l’autore stesso oltre a distribuire una dovizia di forcelle, che forse gli esecutori intendevano anche come rallentando e stentando (indicazione che ai tempi era lasciata all’assoluto dominio dell'esecutore) provvede, anche, di qualche gruppetto, che serve ad illeggiadrire ulteriormente l’aria e più, a dare una sorta di indicazione interpretativa. Nella sezione conclusiva la scrittura è sempre marcatamente centrale salvo un paio di sol acuti e la dinamica sempre improntata all’elegia se si pensa che alla chiusa Verdi espressamente indica un “dolcissimo” sull’ultimo sol, preceduto da un pianissimo sul penultimo “non va”.
Questa piccola e parzialissima disamina non rappresenta il “far le pulci” o fare Beckmesser, riducendo l’arte al rispetto dei segni di esecuzione, ma solo informarsi sull’autore e sulla sua opera, come leggere direttamente in latino Cesare o Cicerone anziché in traduzione. Esaminando grandi tenori alle prese con un’altra pagina verdiana come l’aria di Rodolfo della Miller abbiamo, molto tempo fa, rilevato come l’aderenza al pensiero dell’autore possa essere pienamente realizzata con un rispetto ora parziale, ora amplificato delle indicazioni dello stesso.
Essere ascoltatori seri ed autonomi impone di rilevare che tutti i segni di espressione previsti da Verdi (che non credo fossero esaustivi se richiamo alla mente e al cd certe esecuzioni verdiane di Marconi, Bonci, Slezak, de Lucia ed anche Tagliavini o Bergonzi fra i sessanta ed i settanta) non sono stati minimamente rispettati, che la voce del signor Meli suona sul sol acuto stimbrata perché sta nella gola e non nei risuonatori superiori e perché le note precedenti gli acuti (intendo re mi e fa) non sono adeguatamente coperti ed immascherati e che l’unico, ripeto unico, tentativo di addolcire si è risolto in un suono indietro. Dirò anche di più il suono immascherato assume di suo una stilizzazione ed una astrattezza, che sottrae il canto al quotidiano per consegnarlo alle iperboli espressive del Romanticismo. Accedeva ad esempio a Tucker, meno vario nel fraseggio di tenori della generazione precedente, ma dotato di una tecnica di canto, che esaltava con la proiezione del suoni i tratti essenziali dell’eroe romantico, fosse Rodolfo o Manrico.
Il nostro Francesco Meli ricorda altro tenore, sempre genovese, dalla dote cospicua e dalla tecnica approssimativa, anche se più squillante in alto: Alberto Cupido. Ascoltare proprio Cupido nei Lombardi scaligeri del 1987 per la dimostrazione dell'assunto.
Come abbiamo già detto altre volte ed altrove nei grandi teatri o ai grandi appuntamenti si arriva "già fatti" e non da fare. E lo abbiamo detto con il conforto di una assoluta professionista (prima che primadonna) come Maria Callas. Senza questi presupposti l'esecutore verdiano del futuro presto e per forza diventerà Andrea Chenier e don José, come, purtroppo, e per la stessa ragione accadde ad un altro Oronte parmigiano: Josè Carreras.
Spiace, ovvio perchè al melomane quello autonomo e autopensante la smorzatura da sogno l'acuto proiettato e prorompente danno la scarica adrenalica.

Chiosa. E' un po' limitato, calunnioso ed indimostrato, assumere che il fischio isolato provenga da dd o gg. Non sono omnipresenti, non sempre contestano apertamente se insoddisfatti ( come nel caso bolognese) e, forse, il loro pensiero non è poi un...."apax". Purtroppo, diranno in molti.


Gli ascolti

Verdi - I Lombardi alla prima crociata


Atto II

La mia letizia infondere...Come poteva un angelo - Ferruccio Tagliavini, Carlo Bergonzi (1979), Carlo Bergonzi (1986), Alberto Cupido (1986)

Atto III

Qui posa il fianco...Qual voluttà trascorrere - Carlo Bergonzi, Christine Deutekom & Paul Plishka (1979), Carlo Bergonzi, Aprile Millo & Paul Plishka (1986)

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sabato 10 gennaio 2009

175.000: Wagner in italiano!!!

Wagner in italiano, che è, poi, il contraltare del Verdi in tedesco, era la nostra idea per i 150.000 ingressi nel blog. Le entrate al di sopra di ogni attesa in occasione dell'inaugurazione scaligera, ci hanno costretti a rinviare ad un successivo incremento di ingressi il "concertone" di Wagner in lingua italiana.

Il mito e la foia dell'esecuzione in lingua originale sono nati negli anni '40 del secolo scorso e sono stati incrementati negli anni successivi, trascorsi i quali eseguire un Lohengrin in italiano è il segno di ignoranza ed inculturalità. E su questo altare ci siamo persi, magari, il trio Caballé, Bergonzi, Bumbry in Lohengrin o il Corelli, Mac Neil, Cossotto, Arroyo in Tannhauser.
I nostri nonni o bisnonni e, persino, Wagner non la pensavano affatto così. Il problema essenziale era farsi capire (oltre che quello contingente di riempire il teatro stante l'assenza di sovvenzioni pubbliche ed alchimie di bilancio) e, quindi, in Italia e paesi di lingua spagnola si cantava Wagner in Italiano ed in Francia in gallico idioma.
A questa regola si attenevano cantanti di carriera middleuropea come, primi, che ricordo Frida Leider, Brunilde scaligera nel 1928 o Leo Slezak protagonista, sempre in Scala, di Tannahauser nel 1905. Non solo, ma anche cantanti italiani quali Giuseppe Kaschmann, che era dalmata di Lussinpiccolo, conoscevano ed eseguivano Wagner nelle due versioni. Basta guardare le cronologie del Met, della Scala e di Bayreuth.
La conseguenza della scelta della lingua originale prima, sempre e comunque ha distrutto la grande tradizione dei cantanti italiani o di scuola italiana continuata sino alla Callas ed alla Tebaldi ed anche più oltre come intendiamo testimoniare.
Anche quest'ultimo assunto deve essere oggetto di qualche riflessione e puntualizzazione, ovvero i cantanti tedeschi, coevi ai wagneriani "mediterranei" cantavano con la stessa tecnica (spessisimo aveva studiato in Italia o con maestri italiani) di quelli italiani. Fra Slezak e Vinas, a parte la lingua non corrono differenze, come pure fra Pertile e Volker, nei panni di Lohengrin. Ancor più evidente l'eguaglianza se ascoltiamo le Elsa di Brabante di una Tebaldi (o quelle veramente sontuose della Pampanini o della Caniglia) e quella della Muller o della Lemnitz.
Poi i cantanti di origine tedesca hanno completamente dimenticato tecnica e gusto della generazione loro precedente e abbiamo sentito solo mal canto e mala interpretazione, sconosciute, ripeto dieci anni prima della funesta apparizione dei Kollo, Jerusalem e successori, così Wagner ha subito uno scempio interpretativo, pari solo all'attuale dell'opera barocca.
Per inciso: diversi mondi, diverse poetiche, eguale scempio sul presupposto di teorie pseudo culturali , che, invece, affondano la radice nell'incapacità professionale e culturale dei loro mentori.
Gli ascolti non sono completi e non hanno questa presunzione. La struttura dell'opera wagneriana, sopratutto la Tetralogia riduceva molto, sopratutto all'epoca acustica, la possibilità di registrarne estratti. Quindi mancano le testimonianze di grandi wagneriane come la Pinto, la Krusceniscky o sono assolutamente inattendibili.
Però in mezzo alla scelta a registrazioni di levatura storica come il Lohengrin di Pertile (alla Scala l'opera si dava ogni biennio sinchè il tenore fu fra gli ospiti fissi del teatro) o il Wotan di de Angelis o l'autentica teoria di Wolfram dove è una gara fra i maggiori baritoni italiani devo segnalare il Lohengrin di Fleta.
Le sonorità attutite, l'uso pressochè costante di una mezza voce dolcissima e penetrante (perchè sostenuta dal fiato.....more solito), l'emissione pura e stilizzata superano ogni altra registrazione del brano, Fleta restituisce l'idea, più dei grandissimi che in ogni lingua hanno cantato il personaggio, che Lohengrin è un semidio, apparso in terra, ma seguita ad essere un semidio e come una deità deve esprimere la propria teofania.
Buon ascolto!!!


Gli ascolti - Gran concerto wagneriano


Lohengrin


Atto I
Grazie, o Signor - Enrico Molinari (1928)
Sola ne' miei prim'anni - Maria Caniglia (1936), Rosetta Pampanini (1940), Maria Chiara (1973)
Mercé cigno gentil - Fernando de Lucia, Aureliano Pertile (1927)

Atto II
Aurette a cui sì spesso - Mafalda Favero
Elsa!...Chi è là? - Elvira Ceresoli & Cesira Ferrani (1905), Elena Nicolai & Renata Tebaldi (1954), Bianca Berini & Katia Ricciarelli (1973)

Atto III
Cessaro i canti...Dì, non t'incantan - Giuseppe Borgatti (1919 - acustico), Giuseppe Borgatti (1928 - elettrico), Fernando de Lucia & Josefina Huguet, Aureliano Pertile & Ines Alfani-Tellini (1927), Gino Penno & Renata Tebaldi (1954)
Da voi lontan - Aureliano Pertile (1927), Ettore Parmeggiani (1928), Miguel Fleta (1924)


Tannhäuser

Atto I
Sia lode a te - Fiorello Giraud (1903)
Allor che tu coll'estro - Mattia Battistini (1911), Enrico Molinari (1928)

Atto III
O tu bell'astro - Mattia Battistini (1902), Riccaro Stracciari (1925), Enrico Molinari (1928), Carlo Tagliabue (1946)
Col cor contrito - Giuseppe Borgatti (1919)


La Valchiria

Atto I
Cede il verno - Francisco Vinas (190?), Giuseppe Borgatti (1919)

Atto III
Addio, sublime prole d'eroi - Nazzareno de Angelis (19??), Luigi Rossi-Morelli (1930)
Questi occhi fulgidi ognor - Luigi Rossi-Morelli (1930)


I Maestri cantori di Norimberga


Atto I
Nel verno al pié - Alfonso Garulli (1902), Fiorello Giraud (1903)


L'Olandese volante

Atto II
D'un'antica, remota usanza - Giuseppe Taddei & Angeles Gulin (1970)

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venerdì 9 gennaio 2009

I Puritani a Bologna: tra divismo e velleità

Di ritorno dai Puritani di Bologna, le nostre considerazioni su una produzione che ha come principale motivo d'interesse la presenza di Juan Diego Flórez, al debutto italiano nel titolo e alla terza prova nell'opera (dopo Las Palmas 2004 e Vienna 2005).

Nemmeno in questa lussuosa occasione ha trovato la sua esecuzione di riferimento la recente edizione critica dei Puritani di Bellini. Nella sua originaria versione parigina, l’opera continua, infatti, a rappresentare uno scoglio ingestibile, nella sua monumentale integrità, per i cantanti del giorno d’oggi, sia che si tratti di divi consumati o di aspiranti tali. Mentre il programma di sala ingannevolmente afferma agli spettatori che “ …in questa edizione potremo ascoltare tre passi “riaperti”: un terzetto (atto I scena X) per Arturo Enrichetta e Riccardo, “Se il destino a me t’invola”; una parte del duetto Elvira Arturo ( atto III scena II ) a partire dalle parole “Ah perdona ell’era misera” e l’intero Andante sostenuto cantabile “ Da quel dì che ti mirai”. Ultima aggiunta la cabaletta a due per Elvira e Arturo ( atto III scena III ) nel finale ultimo, “Ah sento o mio bell’angelo”…) (Programma di sala, pag. 11, autore G. Gavazzeni), lo scorrere della serata dimostra come la dura realtà dell’andare in scena abbia imposto al celebre tenore come alla sua giovane compagna di viaggio di mettere da parte velleità ed ambizioni e rassegnarsi ad una riduzione sensibile delle rispettive parti, soprattutto per quanto riguarda il terribile terzo atto. Sicchè l’agognata “edizione critica”, indispensabile marchio “culturale” da porre sui cofanetti dei dvd e nei curricula delle carriere dei più giovani, si è semplicemente tradotta nella ricollocazione dell’originario terzetto che precede il finale primo ( Arturo Enrichetta Riccardo) e nella riproposizione, quale “cabaletta a due” e non più per soprano solo, dell’”Ah sento o mio bell’angelo” in chiusa d’opera. Il tutto a fronte di alcuni tagli vistosi, tra cui, nota più dolente di tutte, per non dire dvvero snaturante della sua essenza musicale e drammaturgica, la vasta amputazione del duettone finale ( ove non solo non è stato riaperto alcun taglio, ma si è anche dimezzato quanto di prassi da sempre, e per questo cut si rimanda all’incisione Filippeschi Pagliughi, Previtali ); la sezione finale della seconda strofa dell’aria di Arturo al terzo atto; parte della Polacca di Elvira; parte della sezione finale del duetto Riccardo-Giorgio. Di modo che, come al solito nel nostro presente, alla novità di alcuni elementi di tutto interesse ha fatto da contraltare un’operazione di “sartoria” dello spartito di fronte alla quale paiono ben poca cosa quelle che operava l’augusto avo del curatore del programma di sala! E questo tralasciando, poi, gli aspetti di quella che dovrebbe essere anche la componente “vociologica” (permettetemi il termine) della filologia musicale, poiché in una edizione che pretenda di dirsi ”critica” occorre rispettare, e non tradire, come in questo caso, le corrette modalità del canto del tempo (a cominciare da quella cosa chiamata “emissione stilizzata”, fondamentale nel belcanto ma oramai dimenticata, assieme a tutta una serie di altre “pretese” da melomani rétro come noi, per nulla interessati ai begli occhi del soprano o alla silhouette del tenore, ma al mero canto ). Ma andiamo con ordine.

Sarebbe noioso riproporre considerazioni sullo storico quartetto della prima parigina, nonché le notizie, che già vi ha qui fornito direttamente il curatore dell’edizione critica, prof. Della Seta, circa la genesi di questa opera e la sua edizione critica. Ne abbiamo parlato ampiamente e ritroverete gli argomenti in alcuni post precedenti.
Delle quattro voci scelte dal teatro bolognese solo D’Arcangelo aveva, a mio avviso, le carte in regola per i Puritani, ma nemmeno lui poi ha saputo convincere.

Flórez è per sua propria natura voce leggera, priva del corpo come degli armonici necessari. Canta Arturo per coté di carriera, per imposta necessità a chi vuol essere stella belcantista da star system, ma è intimamente Lindoro, Idreno, don Narciso, al limite Ernesto ( e in questo non v’è niente di male….ognuno ha la natura vocale che ha). Gli mancano la voce e la “potenza” necessaria nel canto belliniano, sia nei momenti eroici che in quelli lirici, ove canta bene, con eleganza ma….in maniera evidentemente inadatta. Anzi, canta con quella “maniera” che già altre volte abbiamo criticato. Si è presentato con voce lunga, facile alla tessitura vertiginosa come allo sfogo nei sopracuti, con una linea di canto pulitissima e nitida, fatto che gli fa grande onore dopo il brutto Rigoletto. E va ammirato soprattutto per la sua capacità di reazione. E per quanto la voce sia molto ridotta di volume, resta di gran lunga il migliore della serata, data anche la capacità dimostrata nel “resistere” ad un ruolo che sfianca. Il ruolo è sempre stato inadatto a lui, e di qui i robusti tagli, eccessivi quelli del terzo atto. La cavatina è stata uno dei momenti migliori della sua serata, perché è elegante ed ancora facile in alto, ad onta di un do diesis non sicurissimo e di alcuni fiati un po’ corti. E' mancato un legato di vera qualità nei passaggi la-re tipo “A te o CA-RA, amor TALO-RA “ e le forcelle, che sono un po’ il suo handicap per forza di cose, non sono risultate ben udibili per mancanza di cavata della voce. Ingiusti gli sparsi buu dall’alto. Anche se non è da escludere che si sia trattato di una reazione all'invadenza dei plauditores.
Flórez ha poi sofferto vistosamente nei momenti di forza per assenza di peso, a cominciare dal recitativo con Enrichetta come al successivo duetto della sfida, ove frasi come ”Sprezza audace..” fanno sembrare il suo timbro infantile. Ha puntato bene in alto le frasi, assai faticose per la sua voce, “ Non temo il tuo furore..ti sprezzo…”, che molto gli costano: si è controllato bene, però, senza spingersi a forzare o gridare. Un po’ di fatica nella tessitura acuta del terzetto, cantato, però, con bel lirismo, a meno di qualche attacco scoperto a voce un po’ troppo piena ed una mezza stecca, che può capitare.
Non ha potuto barare, invece, alla grande aria del terzo atto, opportunamente scorciata, come già altri tenori in passato, da Filippeschi ad Araiza, in questo caso della sezione “ Sempre uguali ha i luoghi e l’ore “ ( battute 442-458 ) della seconda strofa, ove Bellini, stando alle numerose messe di voce e legature, richiede ulteriore ampiezza nella linea di canto. Il brano si addice ad una voce importante, per poter dare vero senso a malinconia, nostalgia, doloroso ricordo insite nella nenia belliniana. L’accento è pertinente, ma Florez arriva a questo punto evidentemente stanco e l’aria è pesante per la sua voce: il canto è risultato leggero e manierato, le forcelle scritte anche in questo caso appena abbozzate. E non ho potuto fare a meno di pensare alla convenienza che avrebbe Florez a praticare Les Pêcheurs de Perles, La dame blanche, Le Postillon de Lonjumeau, la Manon di Auber….. Anche il recitativo all'inizio del terzo atto, ad essere più precisi, è stato eseguito con slancio e proprietà di intenzioni, ma anche con la voce di Ramiro che entra in casa di Don Magnifico. E per inciso è questo recitativo uno dei pochi punti (assieme all'attacco di "Nel mirarti un solo istante" e alle primissime battute del "Credeasi misera") in cui Flórez ha cantato a voce piena in un terzo atto giocato in evidente difesa. Il successivo duetto con Elvira, abbiamo detto, è stato davvero troppo tagliato. Se ne è eseguita la metà circa. Per fortuna! Come da tradizione si è eliso l’annunciato “Da quel dì che ti mirai” ( battute 560-717 ) , ma si è pure tagliata parte della prima strofa di Elvira del “Vieni, vieni tra queste braccia”, per attaccare già sul “Ah deh vieni, vien tel ripeto t’amo” quella che è la sezione finale della ripresa a due voci del brano, ove Arturo canta, tra l’altro, una terza sopra alla sua prima scrittura ( battute 795-838). Gli acuti restano facili, compreso il re naturale prescritto, ma lo slancio di un Pavarotti o di un Kraus, oppure la varietà di accento di certi dischi a 78 giri, appartengono ad un altro pianeta. Ed ad un’altra opera! La fatica è stata tantissima, e la voce è parsa spesso al limite. Né la musica è potuta cambiare al tremendo finale, cantato con tanta fatica, acuti facili ma deficit di ampiezza e di dinamica: il brano è eseguito con logica prevalenza di lirismo, ma frasi come “ ..l’ira frenate..” non sono per nulla liriche , o lo possono essere solo se le approccia una voce corposa e piena. Ed alla fine resta solo una domanda: perché Flórez non dà una svolta opportuna al suo repertorio? Certa opera francese attende questo grande tenore: là stanno da tempo le sue opere ed è ora di cantarle!

Nino Machaidze non possiede qualità tecniche e men che meno timbriche, se queste abbiano mai importanza nel belcanto, per cantare Elvira. I problemi tecnici ve li descrivemmo chiaramente allorquando fu Amina in quel di Genova l’anno passato, e vi rimandiamo a quella recensione, dato che nulla è cambiato. L’interprete, invece, è pertinente nei suoi intenti, ad onta di un portamento scenico non da grande primadonna quale è Elvira.
A parte il fuori scena iniziale della chiesa, ha avuto da subito le sue belle gatte da pelare. Il duetto con Giorgio è caratterizzato da grande slancio, con virtuosismo di chiara ascendenza rossiniana, da eseguire di forza. La voce è arrivata subito acida e vetrosa al centro sin dalle prime battute “ Sai com’arde il petto mio..”, offuscata e a tratti proprio afona in ottava bassa, ove il passaggio di registro non gira come dovrebbe. I primi acuti sono stati anch’essi striduli: note chiave della serata i la bem e la nat tenuti ( ve ne sono svariati scritti ), una vera croce per la giovane georgiana. Sulla coloratura di forza prescritta per frasi tipo “…di dolor io morirò, di dolor…” si è arrangicchiata in qualche modo, incespicando sui lunghi trilli ( altro punto debole ) prescritti sul mi-la nat di “ dolor amor”. Un grido il la nat di “..Ah padre mio..”.
La polacca, tagliata nella sezione centrale ( 208-226 ) e nelle code, è stata eseguita a bella e giusta velocità, ma in modo impreciso, a cominciare sin dal gruppetto previsto in seconda battuta di ingresso, quindi il trillo maldestro scritto sul fa diesis di “rose”, poi quella scritta su “..monil, del bel monil…” e di lì un po’ tutta la coloratura successiva, compreso il sopracuto in chiusa. Il finale primo, eseguito a meno delle tradizionali ma non scritte puntature ai re naturali, ha messo in evidenza i problemi timbrici del registro acuto, nelle salite al do di “Ah vieni..”: la voce è sonora, ma non corposa, almeno non quanta ne serve ad una vera grande Elvira.
Quanto alla scena di pazzia all’atto secondo atto, ha cercato costantemente di cantare piano e dolce dando rilievo espressivo a frasi come “…ah mai più qui assorti insieme…”, ma le difficoltà a legare i suoni al centro han finito col penalizzarla. Mariotti l’ha assecondata al massimo, facendo quasi sparire l’orchestra in alcuni punti, ma l’assenza di cavata necessaria e prescritta da Bellini in frasi come “ ancor tu sai che un cor fido…” è venuta fuori con chiarezza. L’effetto è stato quello di un certo torpore, persistente anche nelle battute di conducimento prima della cabaletta, che meriterebbero di essere ravvivate. La cabaletta chiama in causa ancora il virtuosismo di forza che, pedonatemi!, mi rese tanto celebre all’epoca: spariscono subito i segni di corona scritti sul “ vien ti posa vien ti posa sul mio cuor “, le serie di quartine discendenti sono eseguite alla comemiviene e senza purezza, i trilli lasciamoli perdere assieme al sopracuto in chiusa. Insomma, qui di grande virtuosa non se ne parla proprio, nonostante quel che ci vogliono far credere i signori del management. Quanto al duetto del terzo atto, anche la signora Machaidze ha beneficiato, come Flórez, della forbice della provvidenza, che le ha scontato un bel tocco della sua parte del “vieni vieni fra queste braccia”. Arrivataci stanca, come il suo partner, ha cantato con un accento dolente molto commovente, ma, ahimè, il timbro, per la stanchezza e la tensione, e la qualità del legato sono parsi improbabili. Ciononostante, evidentemente in grazia e della freschezza data dalla giovane età e della scelta di spingere regolarmente i suoni, la signora è riuscita a coprire in più di un punto il tenore nei passi a due. Quanto al senso generale di questa Elvira, non possiamo non sottolineare, come per Florez, la mancanza di peso vuoi lirico-tragico vuoi virtuosistico: Elvira è ben altro che una ragazzina un po' querulina, bensì primadonna completa, con tanto di fascino ed eleganza, caratterizzata da anche da vero vigore drammatico. Il risultato complessivo è stato, per forza di cose, troppo "mignon" per essere accettabile e corretto a valle della belcanto renaissance.

Gabriele Viviani, di solida natura e con voce corposa, facile in acuto ma vistosamente limitato in basso, ha cercato di cantare con accuratezza e dolcezza, ma l’emissione non è stilizzata, spesso vistosamente nasale. Il canto resta punto elegante, e talora anche greve. Nell’aria del primo atto si sono sentite alcune grossolanità anche vistose, come la pausa, non scritta per andare a prendere il mi bem nella coloratura scritta legata di “..alla vita che s’avanza…” e nella corrispondente battuta della seconda strofa. Ma, soprattutto, l’esecuzione è stata piatta e senza colori. Semplificata la cadenza di Bellini, eseguita alla bell’e meglio.
In cabaletta ( terrificante il pertichino del secondo tenore) è stato abbastanza preciso, pur omettendo le quartine vocalizzate della sezione finale, ma, soprattutto, sempre monotono e inelegante.
Al famoso terzetto con Arturo ed Enrichetta gli è stato giustamente richiesto di cantare piano, quasi di sussurrare il pedale alla trenodia del tenore, ma la voce è parsa fuori fuoco, posto che la tessitura è altissima. Nulla di speciale al duetto con il basso, cantato in modo troppo verista e nemmeno molto preciso nella scrittura (e senza contare il taglio di una decina di battute, dalla 317 alla 327).

Ildebrando d’Arcangelo ha cantato con voce bassa, troppo bassa ed ingolata per il suo stesso standard. E’ parso correttissimo nel duetto con Elvira al primo atto, anche nell’esecuzione musicale, ma monotono e un po’ greve, a causa… dell’emissione. Senescente. Anche per lui marcata afonia all'ottava bassa.
Al secondo atto “Cinta di fiori” è stata eseguita con troppa pesantezza, complice anche Mariotti. Nessun colore, nessun accento dolente, nulla. Di nuovo tanta monotonia, pure con qualche frase a voce ballante. Il duetto con Viviani in affanno. Una prova inaspettata da lui.

Terribile il Bruno di Gianluca Floris, un po' meglio il Gualtiero di Ugo Guagliardo, corretta ma priva di slancio e microbica l'Enrichetta di Nadia Pirazzini. Ma pretendere la perfezione dei comprimari, in una compagnia che quasi al completo ignora che cosa sia una voce proiettata, sarebbe grottesco.

La prova, osannata dal pubblico, di Michele Mariotti è stata a luci ed ombre, caratterizzata proprio dalla discontinuità. Le luci sono arrivate, come spesso nei giovani direttori odierni, ove era necessario mettere in primo piano il lirismo, i toni estatici e sognanti. Le ombre, invece, laddove era necessario sostenere con l’orchestra la tensione drammaturgica, dar forza e vigore drammatico all’azione, sottolineare i toni epici e cavallereschi. Esempi: l'inizio dell'opera, in cui nulla faceva pensare alla solennità dell'alba, l’apertura dell’atto secondo, mollissima e noisa; la scena del temporale all’atto terzo, ove non è riuscito ad essere davvero corrusco e spaventoso, oppure nella terribile marcetta, che sarebbe un “Allegro maestoso sostenuto”, che inframezza l’aria di Arturo: che passassero di lì dei “furenti” è stato davvero difficile crederlo. A reggere bene e con convinzione l’azione drammaturgica, poi, gli è riuscito, ma molto bene, nel duetto del primo atto Elvira-Giorgio, con fuori scena suggestivi e begli effetti prospettici e la prima sezione del duetto Giorgio Riccardo, con epica e piglio veri. In altri momenti ha ripiegato su “effetti” molto riusciti, come il clima sospeso del ripristinato terzetto del primo atto. Ho trovato, invece, monotonia e pesantezza in altre parti, come nel coro iniziale dell’opera, oppure nel mix alterno di belle sonorità e inerzia nell’ingresso di Arturo, come pure nel finale primo, con una introduzione molto bella seguita da momenti letargici sulle frasi del coro “ Demente vivrà”, oppure una chiusa veloce molto, troppo meccanica; o nel “Suoni la tromba intrepido”, staccato con bella velocità ma un po’ bandistico.
L’orchestra, inoltre, non ha avuto sempre un bel suono, un po’ di fragore di piatti, qualche fracasso qua e là, intonazione precaria dei fiati soprattutto all'ultimo atto. Insomma una prova alterna, di certo servizievolissima verso i cantanti ( basti pensare alla pazzia di Elvira), di un giovane di belle speranze, spinto un po’ troppo in alto e un po' troppo in fretta per la sua effettiva resa.

Veniamo allo spettacolo di Pier'Alli, il solo che alla fine non benefici delle ovazioni del pubblico, beccandosi qualche fischio a nostro parere ingiustificato. Il regista-scenografo-costumista crea una scena tutta giocata sui toni del grigio e del blu, con begli effetti di luce soprattutto nel duetto atto primo Giorgio-Elvira, al terzetto nel finale primo (con i personaggi isolati da tre proiettori stile Sandro Sequi) e nell'introduzione al terzo atto, risolta con un suggestivo controluce. A scene anche troppo stilizzate e rarefatte si contrappongono costumi ligi alla tradizione, ancora una volta giocati sul grigio-blu scuro, con l'unica macchia bianca costituita dai costumi di Elvira. Già visti i simboli ricorrenti (pugnali che calano dall'alto a mo' di colonne, porte automatiche, proiezioni di cieli foschi che nel finale si rasserenano), così come i gesti rituali del coro, per il quale pare valere la regola cara a Beppe de Tomasi, "si entra da destra, si canta e si esce da sinistra e viceversa" e che per il resto non esce da figurazioni simmetriche e spesso rimane in scena nella totale immobilità. Certo si poteva fare di più per i solisti, che, salvo Viviani e in parte d'Arcangelo, abbandonati a loro stessi tendono ad abbassare un pochino troppo l'età dei loro personaggi, sortendo un curioso effetto di bambini che giocano a fare i grandi. Davvero censurabile la scena della pazzia, con Elvira circondata da prefiche velate di nero che recano in mano, al posto delle tede di classica memoria, più prosaiche lampade ad olio.

Nel complesso, e sintetizzando, uno spettacolo che onora ben poco Bellini e poco aggiunge al percorso artistico del divo per il quale è stato montato, malgrado il rilievo che Flórez viene ad assumere in un cast in cui tutti, ma proprio tutti, sono almeno due spanne sotto di lui. E uno spettacolo sul quale grava l'ombra dell'affaire Mosuc, ben noto e doviziosamente commentato in molti fori specializzati.

Giulia Grisi & Antonio Tamburini


Gli ascolti

Bellini - I puritani


Atto I

Ah! Per sempre io ti perdei...Bel sogno beato - Ernest Blanc (Bonynge - 1963)

O amato zio...Sai com'arde in petto mio - Margherita Rinaldi & Paolo Washington (Ceccato - 1969)

A te o cara - Francisco Araiza (Soltesz - 1987)

Son vergin vezzosa - Gianna D'Angelo (con Kraus, Arié, Granados - Wolf-Ferrari - 1967), Anna Maccianti (con Kraus, Gaetani, Fortunato - Zani - 1970), Adriana Maliponte (con Kraus, Raimondi, Di Stasio - Gavazzeni - 1972)

Dov'è Arturo?...Ah, vieni al tempio - Lina Pagliughi (Previtali - 1952), Anna Moffo (Rossi - 1959), Anna Maccianti (Zani - 1970), Adriana Maliponte (Gavazzeni - 1972)

Atto II

Oh rendetemi la speme...Qui la voce sua soave...Vien diletto - Anna Moffo (Rossi - 1959), Margherita Rinaldi (Ceccato - 1969), Adriana Maliponte (Gavazzeni - 1972)

Atto III

Son salvo, alfin...Corre a valle - William Matteuzzi (con Mariella Devia - Bonynge - 1989)

Finì, me lassa!...Nel mirarti un solo istante...Vieni fra queste braccia - Anna Moffo & Gianni Raimondi (Rossi - 1959), Anna Maccianti & Alfredo Kraus (Zani - 1970)

Ah! Sento, o mio bell'angelo - Lucia Aliberti (Luisi - 1988)

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martedì 6 gennaio 2009

Joyce DiDonato canta Haendel: molto Furore... per poco

È di recente uscita il primo recital in studio di Joyce DiDonato, basato su pagine del repertorio haendeliano, vuoi operistiche vuoi oratoriali. Nell’autunno del 2007, scrivendo di un’Alcina milanese da altri salutata come l’avvento di una nuova stella Barocca, avemmo occasione di esprimere dubbi sulla tenuta e vocale e interpretativa di quella lettura. Dubbi che oggi si presentano corroborati e rafforzati dall’ascolto di questo cd, il cui titolo, “Furore”, si riferisce non solo alla mente sconvolta di eroi ed eroine del melodramma settecentesco, ma anche all’entusiasmo che castrati e primedonne suscitavano nel pubblico dell’epoca, fenomeno che il disco dovrebbe propiziare nei riguardi della cantante americana. Ora, se del primo “furore” il disco fornisce esempi doviziosi e perfino sovrabbondanti, l’epifania del secondo è ostacolata da un canto che per intrinseca qualità e rigore di aderenza stilistica si colloca su posizioni di marcata, sia pure involontaria, retroguardia. E questo malgrado – o forse dovremmo dire: complici? – un’orchestra e un direttore di lungo corso baroccaro (Christophe Rousset alla guida dei suoi Talens Lyriques).

I quattordici brani scelti si caratterizzano tutti per una scrittura marcatamente centrale, che insiste sulla fascia mi3-fa4, con rare escursioni al di sotto del pentagramma e il la4 come nota estrema: insomma, pane per un mezzosoprano acuto o per un soprano centrale. La scrittura è quanto mai varia: a pezzi di bravura ampiamente fioriti (che la prassi impone di variare copiosamente nei da capo e in coincidenza con i punti coronati) si alternano melodie ampie e cantabili, senza che venga mai meno la necessità di una voce morbida e rotonda, perfettamente astratta, capace di restituire il carattere sovrumano e talora disumano degli eroi descritti dalla musica, e sufficientemente flessibile per risolvere agevolmente le mille insidie della scrittura haendeliana.
Non intendiamo tediare il lettore con un’analisi minuziosa di tutti i brani. Ci limiteremo quindi a segnalare, di traccia in traccia, gli elementi a nostro parere più significativi.

Il disco si apre con la grande aria di furore di Serse, “Crude furie degl’orridi abissi”. Appropriato il tempo rapido staccato da Rousset, assai meno il suono aspro e secco degli archi. Fin dalla prima frase, costruita sull’arpeggio re3-sol3-si3-re4, la voce della DiDonato appare divisa in due zone: dal sol3, pur senza vantare un timbro stellare o una speciale morbidezza, risuona più o meno a dovere, sotto il sol3 compaiono suoni vuoti, che la cantante gonfia per aumentarne lo spessore, finendo solo per renderli ulteriormente grotteschi. Già questa disuguaglianza di emissione compromette la tenuta del legato e l’effetto del brano. Sappiamo bene che la collera di Serse, protagonista di un’opera nominalmente seria ma di fatto di mezzo carattere e a tratti comica senz’altro, non può certo essere quella di un dio o di un eroe di altri melodrammi haendeliani, ma un minimo di nobiltà e di aplomb andrebbe comunque mantenuto anche in questa circostanza. Del resto siffatta disomogeneità vocale emerge in maniera analoga in tutti i brani del disco, quindi non può essere considerata una scelta stilistica relativa al singolo brano. L’esecuzione delle sestine su “veleno” è appiattita su quelli che sono i dogmi baroccari in materia di agilità: dei suoni tutti in bocca, piccoli e opachi, non sempre intonati, modello Cecilia Bartoli, per intenderci. Le difficoltà ad amalgamare i diversi registri vocali si ripresentano nel salto d’ottava mi3-mi4 “degl’orridi abissi”, mentre su “d’atro veleno”, attacco scoperto sul re4, assistiamo a un tentativo di messa di voce che si risolve in un attacco fisso della nota, che poi viene lasciata vibrare. Con analogo espediente viene risolto, poco dopo, l’attacco sul sol4. Nel frattempo (all’attacco “Crude furie degl’orridi abissi”, passaggio re4-sol4) possiamo renderci conto di come la voce della DiDonato presenti una terza zona, che inizia grossomodo dal mi4 e arriva fino agli estremi acuti (nel disco in questione la nota più alta è un si4): una fascia molto più sonora delle due prese in considerazione finora, ma in cui i suoni sembrano più forzati e quasi gridati che naturalmente squillanti. Con quale beneficio per il rispetto della poetica barocca è facile immaginare. Ignorata l’indicazione di Adagio sulle ultime battute della prima sezione, che avrebbe presupposto l’esecuzione di una cadenza, si passa alla seconda parte, conclusa da una cadenza sulla zona mi4-si4 che rafforza l’impressione di un registro acuto schiettamente sopranile e assai poco amalgamato con il resto della voce. Il da capo dovrebbe proporre variazioni a sottolineare e intensificare il virtuosismo della scrittura, ma nel caso specifico assistiamo soprattutto a generosi trasporti all’acuto, all’interpolazione di qualche trillo sulle note tenute e a una semplificazione delle agilità alla prima comparsa delle parole “d’atro veleno”, in cui i mordenti scritti sono sostituiti da passaggi in terzine. Anche la cadenza finale insiste sull’acuto, riproponendo di fatto la conclusione della seconda parte. Improprio, in tutto questo, parlare di interpretazione: il fraseggio è assai monotono, la voce monocroma e stabile sul mezzoforte (con incursioni nel piano, che sono poi suoni indietro, esclusivamente nella sezione mediana) e l’agitazione espressiva troppo esasperata per essere davvero convincente.

Le successive arie di Medea del Teseo vedono la cantante americana un po’ meno in affanno, complice la tessitura più marcatamente centrale e le poche variazioni e interpolazioni all’acuto. La nenia “Dolce riposo”, agevolata da un tempo molto più spedito rispetto al Largo indicato in partitura, è risolta in modo corretto, benché la quartina che parte dal sib3 sul secondo “dolce riposo” appaia alquanto saponata. Bello il legato sulla frase “ed innocente pace! Ben felice è quel sen che vi possiede”. Dopo il salto d’ottava mib3-mib4 su “che vi possiede”, appare un suono duro sulla transizione mib4-fa4, indice di un secondo passaggio non perfettamente risolto. Il recitativo “Ira sdegni e furore” rivela una foga di imitazione naturalistica che fa a pugni con le esigenze del canto: le scalette discendenti su “furore” sono cempennate e aspirate come da peggior prassi finto-antica, e l’attacco sul mi4 “desti nell’alma mia” dà luogo a suoni assai prossimi al grido. Comprendiamo l’esigenza di esprimere il furore della maga insultata, ma pur sempre di principessa, per quanto negromante, si tratta. Identici suoni forzati e duri su “amante sprezzata”, poco dopo. Assai sbiancati i due fa4 su “incanti”, ancora una volta spia di difficoltà nella zona del secondo passaggio. Nella successiva aria “O stringerò nel sen”, malgrado la cantante si profonda in trilli non scritti e alla lunga noiosetti per la loro prevedibilità, compaiono suoni stonati su “o la rival cadrà” in zona si3-la3 e assai difficoltoso risulta l’attacco scoperto sul fa4 dell’ultimo “o la rival cadrà coll’ira mia”. Assai poco bella anche la sezione centrale, con nuovi suoni duri e sgraziati su “la gelosia” (fa4-mi4). Il da capo propone, ancora una volta, incursioni all’acuto, con volenterosi piani e pianissimi più vicini all’uggiolato che al canto lirico. Arriviamo così all’ultima aria del Teseo, “Morirò ma vendicata”, in cui la voce deve dialogare con l’oboe solista. L’attacco sul re4 “Morirò” è una nota fissa e sbiancata, il che stabilisce immediatamente una disparità insanabile con lo strumento concertante, che tiene molto meglio l’intonazione. Il resto è il solito tripudio di coloratura con la quinta innestata, che per giunta ogni tanto (quartina fa3-fa4-mib4-fa4) subisce percettibili battute di arresto, come se il motore fosse ingolfato. Un piccolo strillo anche il lab4 scritto su “ma vendicata”. Nel da capo il passaggio “lacerata trucidata”, che insiste in zona sib3-fa4, viene risolto staccato e con un accento assai più appropriato in un’opera buffa (magari in un Barbiere, opera assai familiare alla DiDonato) che in una settecentesca scena di furia. E a questo proposito il pensiero non può che volare a un altro soprano accorciato riciclatosi nel Barocco, Anna Caterina Antonacci, nella sua capitale interpretazione dell’ultimo monologo della Medea di Cherubini, pochi mesi fa in Torino. Il da capo si segnala principalmente per la tendenza dell’oboe a variare più della voce, e soprattutto con maggiore sobrietà e aderenza espressiva.

L’aria di Sesto dal Giulio Cesare, “L’angue offeso mai riposa”, è contraddistinta da un tono maggiormente raccolto e sorvegliato rispetto agli estrosi exploit che la precedono. Anche qui, però, con eccezioni, come l’attacco scoperto sul sol4, che si presenta per la prima volta alle parole “se il veleno pria non spande” e che ogni volta che si ripete dà luogo a suoni aggressivi e duri, assai poco adeguati a descrivere l’ambigua e sospesa calma del personaggio, sempre irrisolto, almeno sino alla scena finale, nell’esecuzione dei suoi propositi di vendetta. Non particolarmente felici né fluide, ancora una volta, le quartine di semicrome che iniziano su “pria non spande”, che portano la voce a scendere dalla prediletta zona centrale all’assai meno risolto registro grave. Difficoltoso, nella seconda sezione, il salto d’ottava fa4-fa3 “se non svelle”, e piuttosto becero e indegno di un patrizio romano, per quanto imberbe, l’accento alla cadenza sulle parole “l’empio cor”, in cui compaiono suoni aperti francamente evitabili, anche se perfettamente “in stile” rispetto a quanto sentiamo ormai da anni nei dischi dei cosiddetti specialisti di questo repertorio.

L’aria di Admeto circondato dalle Furie spiazza per la disomogeneità fra la resa del recitativo e quella del successivo cantabile “Chiudetevi, miei lumi”. Il recitativo si caratterizza per i suoni marcatamente e grottescamente aperti nel registro medio-grave, da “e che da me volete” e poi su “un affanno penoso” e “senza turbar la quiete”, spingendosi fino nel registro medio con il passaggio “tornate omai tornate”. Ancora una volta la decisione di descrivere in maniera naturalistica lo sconvolgimento del personaggio trasfigura la pagina in una sorta di parodia involontaria. L’aria è affrontata con una maggiore compostezza di accento, pur con occasionali slittamenti di intonazione sui do4 di “morir mio” e “eterni Numi”, da attaccare a partire dal mib3, e gravi artificiosamente pompati, segnatamente sulle parole “toglietemi alle pene” in zona do3-re3-mib3. A ogni modo l’assolo di Admeto sembra convenire alla voce della DiDonato più dell’aria di furore di Alceste, “Gelosia spietata Aletto”, in cui gli ampi salti della scrittura accentuano in modo drammatico la disparità e la disomogeneità dei registri vocali e inducono la cantante a spingere e forzare, sortendo suoni brutti e assai poco regali. Difetti che si ripresentano, accentuati dalle aquiline varianti all’acuto, nel da capo.

La prima sezione della celebre aria di Giunone dalla Semele, “Hence, Iris hence away”, è eseguita cercando una maggiore omogeneità e compattezza vocale rispetto ai brani precedenti. Il che non può che giovare al carattere della pagina, che rispecchia l’alterigia e il sussiego della dama di rango celeste, ferita in quella fedeltà coniugale di cui dovrebbe essere lei stessa la patrona. Purtroppo già nella sezione centrale fanno la loro comparsa suoni opachi e inutilmente gonfiati, segnatamente in fascia mib3-sib2, alle parole “There Somnus I’ll compel” etc. Una zona profonda rispetto a quella in cui gravitano i brani proposti in questo recital, ma non una zona impervia per un mezzosoprano, quale la DiDonato almeno nominalmente è, che dovrebbe scendere senza troppe difficoltà al sol grave. Nella medesima zona si presentano, in cadenza, suoni aperti e ostentatamente plebei, che preludiano alle variazioni del da capo, con cui, tanto per cambiare, la voce sale all’acuto con diffusi stridori (su tutti il quarto “Iris hence away”) e propone ornamentazioni sghembe che vanno a turbare la simmetria di quelle proposte dall’autore.

Le osservazioni riguardanti la scena di furore di Alceste si possono riproporre tali e quali per il brano da Imeneo, “Sorge nell’alma mia”, classica aria di tempesta che prevede scale ascendenti e discendenti e arpeggi lungo quasi due ottave, dal do3 al la4. I suoni aperti e beceri non si contano.

Meno scoperte le difficoltà di un’aria come “Scherza infida in grembo al drudo” da Ariodante. La scrittura prevalentemente centrale e l’assenza di colorature vorticose fanno sì che l’interprete debba non solo eseguire con voce dolce e morbida la dolcissima cantilena, comprensiva di infidi salti d’ottava, ma anche opportunamente variare e accentare la melodia, onde evitare di renderla fatalmente noiosa. Il che per inciso con i baroccari capita regolarmente, per non dire sempre. Superfluo inoltre ricordare la necessità di onorare i punti coronati previsti. L’esecuzione della DiDonato è genericamente corretta, malgrado qualche suono stimbrato (vedi ad esempio l’ultimo “a morte in braccio”), ma scolastica e piatta, e non basta qualche accento inutilmente veemente nella sezione centrale a risollevare le sorti di una lettura del resto non agevolata dall’orchestra, dai colori pastello assai poco adatti a rendere l’atmosfera fosca e disperata della notte in cui si consuma l’inganno di Polinesso.

Altro brano elettrizzante è l’aria della maga Melissa dall’Amadigi di Gaula, “Desterò dall’empia Dite”, in cui la voce deve gareggiare con ben due strumenti solisti, la tromba e l’oboe, a loro volta impegnati in un esercizio di reciproca emulazione. Non sappiamo se per scelta della cantante o del direttore, ma l’aria è eseguita come scritta almeno per quanto riguarda la parte dello strumentale, e per la voce con variazioni (staccati sul la naturale) assai poco consone e al personaggio e allo stile dell’epoca. Forse la DiDonato progetta di inserire questa aria nella scena della lezione per qualche futura Rosina, nel quale caso l’interpretazione risulterebbe perfettamente centrata e le variazioni più che plausibili. Se così non fosse dovremmo ancora una volta sottolineare come le agilità soffiate e gli accenti aggressivi non siano il modo migliore di onorare questo compositore in generale e questa pagina in particolare.

Abbiamo tenuto per ultimi i brani dall’Hercules. La parte di Dejanira è l’unica di Haendel, fra quelle comprese nel disco e assieme a quella di Ariodante, che la DiDonato abbia affrontato in teatro, per giunta più di una volta. Logico quindi aspettarsi una maggiore sicurezza e anche un maggiore approfondimento interpretativo, nell’approccio a queste pagine. Logico ma forse non del tutto corretto. Lo prova il fatto che proprio in questi brani il dettato haendeliano viene al massimo grado stravolto, e crediamo sia lecito supporre, del tutto deliberatamente. Il recitativo che precede “There in myrtle shades reclin’d” è affrontato senza eccessi, anche se purtroppo con manifesta insufficienza del registro grave, evidente sin dal do3 di “night”. L’aria è cantata con un bel legato, soprattutto sulla frase puntata in zona la3-do4 “bliss and love”, che purtroppo si spezza al momento del passaggio dal re3 al sol4 sulle parole “eternity of bliss”. Tutto sommato, però, e malgrado non abbondino le sfumature, il brano è risolto in maniera convincente, a testimonianza del fatto che intenzioni di canto caute e sorvegliate aiutano a limitare l’impatto delle imperfezioni vocali, se non a rimuoverle del tutto. Le cose vanno meno bene nel successivo “Cease ruler of the day”, in cui il carattere apparentemente agevole della melodia per gradi congiunti spinge la cantante a osare piani e pianissimi in odor di falsettino, a sbiancare le note tenute (do4 coronato alla cadenza finale e il successivo sib3 su “falsehood”), evidenziando inoltre la scarsa tenuta del registro centrale al sol3 ribattuto di “endless night”. Rose e fiori, comunque, rispetto alla grande aria del terzo atto, “Where shall I fly”, in cui fin dall’attacco la DiDonato scambia il declamato haendeliano per una versione musicale ma non troppo del declamato in prosa. E anche in questo la signora è in abbondante, se non ottima, compagnia. Troppi sono gli sconfinamenti nel parlato, quando non nel grido puro, per indicarli uno per uno: ci limiteremo a segnalare i più notevoli, da “Oh cruel Nessus”, al “Let me be mad” risolto su un mi4 che sembra tradurre in linguaggio più o meno sonoro la pazzia, o meglio l’invasamento umano, all’attacco “See! See! They come” e al “black Tisiphone”, davvero terrificante. E tacciamo dei sospiretti, dei suoni fissi e sbiancati nelle sezioni indicate “Lento”, della coloratura aspirata (nonché semplificata: vedi ad esempio l’omesso trillo sul re3 di “skyes” alla prima ripresa del Concitato) e dei gravi gonfiati all’inverosimile, nonché dall’accento plebeo, più adatto a una Santuzza preda del rimorso che a una regina, per quanto ossessionata dalle Furie. Da opera buffa, ancora una volta, il parlato puro all’ultima ripresa di “See, see, see, see the dreadful sisters rise”. Lo spettro dell’Antonacci fa ancora una volta pesantemente capolino. Assai sguaiata e del tutto fuori stile la conclusione, con suoni aperti e sbracati sul fa3 alle parole “no rest the guilty find”.
È accettabile una Dejanira cantata, o meglio, urlata così, per giunta con una voce che non possiede un decimo dell’ampiezza e della potenza di interpreti del passato, indicate dai supposti specialisti come esempi di malcanto e nulla aderenza stilistica? A nostro parere assolutamente no, ma visti i peana che accolsero l’Alcina del Conservatorio, forse ci inganniamo.

E tanto per fare una volta di più la figura dei biechi passatisti, chiudiamo questo intervento proponendo una rassegna di interpreti haendeliane. Nessuna di loro è o è stata “specialista” in senso stretto di musica settecentesca, e con l’eccezione di una sola, nessuna è universalmente considerata un modello di canto haendeliano. Ciononostante riteniamo ci sia maggiore ricchezza vocale, più spiccata fantasia e acume interpretativo, in una parola, più canto e forse anche più Furore in queste polverose esecuzioni che non nel levigato cd della DiDonato. Che, per inciso, rimane una delle cantanti che più ci interessano in questo gramo presente, ma che con questo disco ci sembra compiere più di un passo indietro.


Gli ascolti

G. F. Haendel


Giulio Cesare in Egitto


Atto II - L'angue offeso mai riposa - Martine Dupuy (1988)


Ariodante

Atto II - Scherza infida - Tatiana Troyanos (1985)


Serse

Atto I - Ombra mai fu - Ebe Stignani (1948)

Atto III - Crude furie degl'orridi abissi - Frederica Von Stade (1997)


Semele

Atto II - Hence, Iris hence away - Marilyn Horne (1980)


Hercules

Atto III - Where shall I fly - Fedora Barbieri (1958)


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sabato 3 gennaio 2009

Il mito del primo uomo: Arturo dei Puritani


E’ inutile dire che il ruolo di Arturo nei Puritani, ultima opera scritta da Bellini, è da sempre uno dei topoi del repertorio tenorile, tra i più grandi ruoli dell’amoroso romantico. Questo perché il ruolo fu pensato ad hoc per un cantante che, estesissimo in alto, si giovava ancora dell’antica prassi dell’acuto in falsettone, che gli consentiva di reggere tessiture acutissime ma con uno slancio ed una forza di accento mai udite prima nei contraltini.

Questo, stando alla descrizione che ne fanno le fonti scritte a lui coeve, gli veniva anche da un mezzo di notevole qualità ed ampiezza, estraneo alla media dei tenori contraltini che lo avevano preceduto. Allorquando recensimmo l’omaggio discografico a Rubini di J.D.Florez vi riportammo il passo in cui Panofka descrive il Rubini celebre ed in fase matura, di fatto quello per cui Bellini scrisse tre titoli fondamentali, Pirata, Sonnambula e Puritani. Per la purezza del canto aereo Panofka lo metteva al pari dei castrati di un tempo; per la sua capacità di flettere la voce al pari di un soprano leggero; sul piano drammaturgico ed espressivo poteva cantare sia da tenore di forza che leggero.
“La voce di Rubini era, ad una volta, d’una maschia possanza, meno per l’intensità del suono, che pel suo metallo vibrato, della più nobile lega, e d’una rara flessibilità, al pari d’un soprano leggiero: cosicché egli arrivava alle più alte note del soprano sfogato con una sicurezza ed una purezza d’intonazione così meravigliose, che si sarebbe tentato di crederlo un castrato. Rubini teneva, ad un tempo, del tenore di forza e del tenore leggiero…....Uno de rari meriti di questo cantante consisteva nel potere cantare pianissimo, e far già così un grande effetto; di servirsi del primo registro ( volgarmente e falsamente chiamato di petto ) fino al sol solamente, e d’avere unito il primo al secondo registro in modo, da potere, senz’ombra di sforzo, emettere collo stesso vigore il si b, il si e il do……”( E. Panofka, Voci e cantanti, Firenze, 1871, pg. 97-98 )



Le parole di Panofka sono molto importanti, poichè descrivono Rubini a circa 40 anni dalla prima rappresentazione, alle soglie del tardo Verdi, con voci come Tamberlick e Tiberini nelle orecchie. Sebbene nei Puritani Bellini non abbia più spinto il suo tenore preferito alle vette di Gualtiero o di Elvino prima maniera, il ruolo rimase a lungo legato al nome di Rubini, e soltanto in forza della Grisi, prima Elvira, venne riproposto sulle scene parigine e londinesi, interprete il suo consorte Mario, epigono di Rubini. In Italia invece il titolo circolò grazie all’altro celebre “imitatore” di Rubini, Nicolaj Ivanoff.
Fu comunque una “deriva”progressiva del ruolo verso il tenore cosiddetto di grazia, perché capace di reggere l’altezza della scrittura di Arturo e di emetterne i relativi sopracuti, magari privandolo di parte del suo vigore drammaturgico. Con tenori come Roberto Stagno, prima parte di carriera, Checco Marconi, Alessandro Bonci, Giacomo Lauri Volpi ( che li cantò dal ’21 al ’23, per poi riprenderli nel ’33 al Maggio Musicale Fiorentino e nel ’51 con la Callas ), Dino Borgioli, sino a Kraus, si compone la linea degli interpreti “leggeri”. Termine che, vale la pena di essere ripetuto, non ha nulla a che vedere con i tenori corti, bianchi e falsettanti, che circolano dal dopoguerra con la asserita specializzazione mozartiana e rossiniana (sino all’arrivo di Blake e Merritt): non per nulla erano tenori che affrontavano senza difficoltà Lucia, Favorita, Sonnambula e alcuni di loro i più significativi titoli del Grand-Operà.
Un altro diverso gruppo è costituito da Hipolito Lazaro (Arturo al Met nel ’18 con la Barrientos ), Mario Filippeschi, Gianni Raimondi e Luciano Pavarotti, con i quali Arturo riacquista un maggior peso vocale, perdendo, però, i connotati astratti dell’eroe romantico e buona parte del rispetto di quei numerosissimi segni di espressione che Bellini aveva posto in spartito. Segni di espressione che, nelle incisioni più arcaiche quale quella di Marconi, appaiono addirittura amplificati ed arricchiti dagli interpreti rispetto a quanto previsto dall’autore.
In altra sede abbiamo già commentato l’esecuzione di Checco Marconi. Non possiamo dire che Rubini o Mario cantassero come Marconi, ma che il modello di Marconi venga da molto lontano, ossia dalle origini o quasi del titolo belliniano è scontato. Nessuna esecuzione successiva è varia, quanto a dinamica ed agogica, come il reperto archeologico di Checco Marconi. Nessun tenore, se non Lauri Volpi (di cui forse andrebbero anche ascoltati per le idee interpretative i reperti registrati nel 1959) ed in parte Fleta e Lazaro, è in grado di evocare all’ascoltatore moderno un’idea di canto tenorile differente da quella cui siamo abituato negli ultimi cento anni. Quell’idea di cui il primo Arturo fu indiscutibile inventore.

Arturo non spaventa solo per gli acuti ed i sopracuti scritti, quanto per la tessitura, molto alta in parecchi momenti ed ampiezza e slancio drammatico. Di certo Arturo ha il carattere dell’eroe nobile, lirico ma pare connotato anche da quella maschia possanza che Panofka indicava come peculiarità del canto di Rubini maturo. Gualtiero del Pirata, ad esempio, momento chiave nella definizione del tenore romantico, lo era molto meno. Una delle peculiarità di questo ruolo consiste certo nella gran copia di forcelle, messe di voce e smorzature, spesso poste in sequenza, come nelle prime battute di “Ah te, o cara, amor talora”, su scrittura quasi orizzontale, oppure in frasi come “…tra la gioja e l’esultar.. “ ove Arturo deve eseguire una lunga messa di voce al F nella salita al la acuto; oppure, ad esempio, nell’aria del terzo atto, in chiusa di prima strofa, ove è prescritta una messa di voce nella salita re -si bem acuto e quindi di nuovo una messa di voce e successiva smorzatura sui sol puntati di “..ogni gioja gli par duol…”; idem dicasi per la seconda strofe, le cui frasi conclusive “ Sempre eguali ha i luoghi e l’ore…” sono ricchissime di forcelle singole e doppie. Un canto lontano da qualunque sentore di monotonia o piattezza dinamica per un tenore capace di controllare la voce a qualunque altezza. I fiati di Arturo sono poderosi, immensi, a dare ampiezza alla trenodia del canto belliniano: le legature scritte non lasciano scampo nemmeno in quei limitati passi ove ancora traspare il Rubini virtuoso, come nella sequenza di quartine e duine prescritte legate e con messa di voce-smorzatura di “….mio contento, il mio contento…” sempre dell’ ”Ah te o cara”, oppure ancora nell’aria finale ove compare anche un gruppetto, quartine etc, per giunta con segni di corona, che l’esecutore era chiamato a gestire, ossia …rimpolpare ancora (!) a piacimento. E’ scontata la vena anche malinconica del personaggio amoroso belliniano, che trova nell’aria dell’ultimo atto la sua palestra di accenti patetici ma non certo lamentosi.
Panofka, infatti, parla di accento scandito, di fraseggio scultoreo riferito a Rubini (che, non dimentichiamo, nella fase terminale della carriera fu considerato anche un grandissimo Edgardo, altro ruolo sacro del romanticismo tenorile..) ed il significato delle parole lo si può cogliere esaminando la vocalità che richiede Arturo alla scena della sfida: principia con l’indicazione di “con forza”, prevede una bella corona su si nat di “audace”, richiama anch’essa qualche passo vocalizzato (come accadrà anche in Lucia), chiedendo ad Arturo di fraseggiare in una zona (mi3- sol3) analoga a quelle dei personaggi rossiniani pensati per David e sulla cui vocalità Rubini si era formato.

Quanto al celebre duetto con Elvira, in origine un vero “ duettone “ cui venne scorciato il liricissimo “ Da quel dì che ti mirai” che sentiamo ripristinato da Bonynge con Pavarotti e la Sutherland ed oggi reintegrato nell’edizione critica ( vedi post relativo ), esso richiede accento lirico ma anche uno slancio straordinario. Nella seconda sezione del “Vieni vieni tra queste braccia “ , quella eseguita all’unisono, Arturo canta alla terza sopra Elvira, in zona fa-si nat, con tanto di corona su la nat di “ah deh vieni…” , re nat sopracuto attaccato scoperto e da eseguirsi rallentando (!!!!) di “t’amo si”, svariate forcelle nelle battute seguenti e corone su “d’immenso d’immenso amor” su sol e la nat, inezie rispetto a quanto vien prima! E dopo! con il pesantissimo Largo maestoso “ Credeasi misera”. Le ampie legature, le forcelle e gli accenti non lasciano dubbio alcuno sul come vada eseguito, potendolo eseguire !, questo monumentale finale, con frasi che partono dalla zona rebem-do-rebem-mibem, e salgono al fa-mibem-rebem-fa, quindi a solbem-fa-mibem-fa, salite al la bem, e quindi con gli slanci sino al re bemolle ed al fa sopracuti che han fatto la leggenda del canto, di Arturo e del suo primo interprete.
Che dire ancora? Se questo non è un mito di primo uomo, allora non ci sono miti!


Gli ascolti

Bellini - I Puritani


Atto I

A te, o cara - Hipolito Lazaro (1916), Giacomo Lauri-Volpi (1922), Miguel Fleta (1923) Giacomo Lauri-Volpi (1928), Alfredo Kraus (1966)

Ferma! Invan rapir pretendi - Alfredo Kraus, Piero Cappuccilli & Corinne Curry (1969), Luciano Pavarotti, Sesto Bruscantini & Mirella Fiorentini (1969)

Atto III

Son salvo, alfin - Gianni Raimondi (1959), Nicolai Gedda (1963), Luciano Pavarotti (1969)

Finì...me lassa!...Vieni fra queste braccia - Francesco Marconi & Maria Galvany (1907), Hipolito Lazaro (1916), Alfredo Kraus & Joan Sutherland (1966)

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giovedì 1 gennaio 2009

Capodanno 2009 con Hit parade 2008!

Cari amici, è Capodanno: oggi saremo impegnati in un bel pranzo……pesante, di quelli di cui siamo capaci solo noi cantanti!

Inviteremo, quali ospiti del nostro luculliano desco, ornato di ravioli e zamponi che ben nutrono le ugole preziose, la signora Geraldine Farrar ed il signor Antonio Scotti, trionfatori assoluti ed inarrivabili nella contesa dei downloads: 4232……bis! Straordinari, non vi pare? ( …noi tutti ne abbiamo un po’ di invidia, non avendo cilindri nostri da farvi udire…)

Divertitevi pure a leggere i consensi dei grandi artisti celebrati dal nostro Corriere e, perché no?, accompagnate pure il vostro pranzo con il concerto che testè vi abbiamo predisposto per vostro divertimento.

Vi auguriamo un Felice Anno Nuovo, che vorremmo ricco di tanta buona musica, se non fosse che…….beh, almeno speriamolo!!

Auguri

dd, at, an, gld, ll, gg


Hit Parade 2008

1) Là ci darem la mano - Scotti & Farrar - 4232

2) Don Giovanni: A cenar teco - dir. Dimitri Mitropoulos - 1982

3) Votre toast - Mardones - 1872

4) Non ti scordar di me - Tebaldi - 1138

5) Non ti fidar o misera - dir. Dimitri Mitropoulos - 1106

6) Era desso il figlio mio - Gencer - 867

7) M'odi ah m'odi - Gencer - 522

8) Plus blanche que la blanche hermine - Jadlowker - 505

9) Oh quante lagrime - Doloukhanova - 495

10) Bell'alme generose - Gencer - 484

11) La calunnia - Mardones - 483

12) La gita in gondola - Gencer - 451

13) Ne ornerà la bruna chioma - Scotto - 434

14) Oh ciel! Où courez-vous? - Slezak & Bland - 432

15) Mein lieber Schwan - Jadlowker - 421

16) Recondita armonia - Bonci - 416

17) Come per me sereno - Sills - 416

18) Nobles seigneurs, salut - Doloukhanova - 408

19) E' il sol dell'anima - Lauri-Volpi & Pagliughi - 408




Gli ascolti - Hit parade 2008

1) Antonio Scotti & Geraldine Farrar
Puccini: La Bohème - Mimì?...Speravo di trovarvi qui

2) Dimitri Mitropoulos
Mascagni: Cavalleria rusticana - Intermezzo

3) Leyla Gencer
Catalani: La Wally - Ebben? Ne andrò lontana

4) Hermann Jadlowker
Offenbach: Les Contes d'Hoffmann - La Chanson de Kleinzach

5) Renata Scotto
Bellini: Il Pirata - Oh, s'io potessi...Col sorriso d'innocenza

6) Leo Slezak
Puccini: Tosca - E lucevan le stelle

7) Beverly Sills
Thomas: Mignon - Je suis Titania

8) Giacomo Lauri-Volpi
Bellini: Norma - Meco all'altar di Venere

9) Lina Pagliughi
Rossini: Il barbiere di Siviglia - Una voce poco fa

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