venerdì 11 gennaio 2008

"La bontà in trionfo", ossia come non si dovrebbe cantare la Cenerentola di Rossini


“Cenerentola vien qua/Cenerentola va là/Cenerentola va su/Cenerentola vien giù..” E proprio un “su e giù” può definirsi l’andatura delle non poche incisioni di questo capolavoro rossiniano. Per onestà occorre però precisare che, purtroppo, nella sua storia discografica, si trovano molte più Cenerentole attestate su livelli bassi (e talvolta bassissimi) che esempi non dico ottimi, ma almeno buoni. Infatti la maggior parte delle incisioni “ufficiali” oggi disponibili sul mercato, occupa (soprattutto per ciò che riguarda la protagonista) tutti gli spazi disponibili che, in un’ipotetica scala di classificazione qualitativa, vanno dal mediocre al pessimo. Questo, dicevo, per i “meriti” delle interpreti principali, chiamate via via, a risolvere i difficili problemi legati al ruolo del titolo.
Ovviamente la resa della protagonista non può che influenzare e determinare il risultato finale di ogni incisione/spettacolo, poiché non è per nulla concepibile una Cenerentola senza Cenerentola, e laddove vi siano pure degli eccellenti e nobili Alidoro, o degli spregiudicati e pirotecnici Don Ramiro, o dei Don Magnifico finalmente non bercianti e non parlanti, o persino dei Dandini che non si limitino a fare la macchietta da avanspettacolo, mancando di una vera protagonista, il risultato non potrà che deludere.
Ma perché, dunque, questo sfacelo? Quali sono queste grandi difficoltà? Beh, innanzitutto sono le stesse di ogni ruolo rossiniano: agilità e coloratura, emissione corretta, buon gusto (soprattutto nelle variazioni, che – giova ricordare – devono sì mostrare ed esaltare la bravura dell’interprete vocale, ma non dovrebbero mai soverchiare la linea di canto ed annegarla in continui e schizofrenici saltelli su e giù per il rigo tali da rendere irriconoscibile la musica scritta – e magari senza l’adeguato bagaglio tecnico per risultare quantomeno ascoltabili) e naturalmente raffinatezza. Ad esse, che sono le solite difficoltà che ogni interprete incontra nell’affrontare Rossini (sia esso soprano, contralto, tenore o basso), se ne aggiungono, nel caso di Cenerentola, altre, diverse e particolari, a rendere più complessa la già complessa scrittura vocale del pesarese. Cenerentola è, infatti, opera singolare: non è più una semplice opera buffa, come Il Barbiere di Siviglia o L’Italiana in Algeri, ma (e questo lo si può notare fin nell’esplicita definizione sul frontespizio della partitura, che recita melodramma giocoso, il che non può che riportare alla mente la simile definizione che si incontra sul Don Giovanni mozartiano) richiama quel genere teatrale, andato sempre più in disuso e travolto dalle temperie drammatiche dell’incipiente romanticismo, che si definiva comédie larmoyante (del quale vi sono numerosi e gloriosi esempi nella appena precedente tradizione operistica italiana: si pensi alla Nina, pazza per amore di Paisiello, o al Matrimonio segreto di Cimarosa; e che verrà poi recuperato, in pochi ed ultimi sporadici tentativi di ridonargli linfa vitale, dal Bellini della Sonnambula e, soprattutto dal Donizetti di quel capolavoro, ancora oggi misconosciuto, che è la Linda di Chamounix). Suddetto genere prevede, accanto a personaggi marcatamente buffi e caricaturali, personaggi di livello quasi drammatico, caratterizzati da un accento già tragico che deve riflettersi sia nella resa vocale della scrittura, sia nella caratterizzazione del ruolo. E questo per differenziare musicalmente (solo musicalmente, senza ricorrere a caccole e altri beceri stratagemmi interpretativi che oggi, purtroppo, stanno incredibilmente tornando di moda) la commedia dal dramma, sino al lieto fine che ricomponendo i conflitti tra le parti, ricompone gli stili contrapposti. Il personaggio di Cenerentola/Angiolina è dunque chiamato a dare corpo e soprattutto voce a questa ambiguità fondamentale: da una parte il virtuosismo necessario e imprescindibile, dall’altra l’accento malinconico e tormentato (ma senza cercare il dramma a tutti i costi, estraneo all’estetica rossiniana). Il tutto viene quindi sublimato nel rondò finale, luogo dove la vicenda termina, dove l’ambiguità finisce, dove i conflitti cessano, riunificati dall’esplosione belcantista mai fine a sé stessa, ma espressiva ed evocativa al tempo stesso. Compito difficile dunque e motivo principale del fallimento di numerose incisioni dell’opera, segno questo che solo una vera primadonna dovrebbe avvicinarsi ad essa (come lo furono le prime interpreti, la Righetti Giorgi o la Malibran) e segno, anche, dell’imbarbarimento dei tempi, vista l’assegnazione del ruolo a cantanti che avrebbero potuto tutt’al più aspirare ad un’onesta carriera di comprimariato e che, invece, complici agenzie senza scrupolo, sovrintendenti impreparati, ottimi uffici marketing e campagne pubblicitarie, sono le nuove “dive” dei nuovi pubblici di bocca assai buona e di orecchio assai scarso. E allora guardiamoci un pò attorno e vediamo cosa ci propone il mercato, almeno quello più recente.
E’ doverosa, innanzitutto, una premessa in ordine all’assurdità e alla schizofrenia delle politiche commerciali delle case discografiche. Passi infatti, il brutto spettacolo, la produzione infelice, l’esecuzione dilettantesca, che dura lo spazio di qualche sera o di una stagione, ma che poi, calato il sipario, si cerca di dimenticare nel più breve tempo possibile così ad evitare danni permanenti (per l’ascoltatore e per l’interprete), ma perché mai si dovrebbe, invece, fissare su disco e tramandare ai posteri l’imbarazzante Cenerentola di una Kasarova ormai in grave crisi, con acuti stirati e bassi gutturali e dalla coloratura pasticciata e affannata, per tacere di un’emissione a intermittenza (ora di gola, ora di stomaco, ora ancora più indietro..)! Oppure quella della Larmore (che con questo segna davvero il suo peggiore Rossini), grigia e statica, in costante ricerca di imitare l’inarrivabile (soprattutto per lei) Horne, non possedendone affatto sia il bagaglio tecnico che il controllo di accento e fiati. Davvero inascoltabili poi, quelle agilità che dire approssimative è eufemistico, saltellanti tra lo strillo e il brontolio di stomaco. Per tacere dell’assoluta mancanza di legato e della pronuncia fantasiosa – e siamo in studio di registrazione, con tutte le comodità e i ritocchi del caso (comodità ampiamente sfruttata in altre sue incisioni che, seppur poco genuine, almeno hanno permesso di confezionare prodotti più che discreti). Perché consegnare al disco la lettura di Carlo Rizzi (la cui carriera discografica e teatrale è per me un autentico mistero), e per ben tre volte poi: una peggiore dell’altra! In una personalissima gara a risultare di volta in volta più greve e più superficiale, più grigio e più monotono, più chiassoso e più pesante. E pensare che ad Abbado (Claudio, naturalmente) ne fu concessa una sola!!!
Sempre dando una rapida scorsa alla discografia ufficiale c’è da chiedersi poi, i motivi per due edizioni che pur non essendo dei disastri (anzi, per certi versi sono pure interessanti), non presentano tuttavia, alcun elemento di eccezionalità tale da giustificare una pubblicazione con i crismi dell’ufficialità (e se poi si pensa che l’industria discografica non ha mai considerato l’Angiolina della Dupuy e della Horne – per nostra fortuna testimoniate da alcuni live amatoriali o quasi – i motivi di tali uscite risultano ancor più incomprensibili). Mi riferisco alla Cenerentola della Ganassi e a quella della Di Donato. La prima riproduce uno spettacolo del 2000 del ROF (con una qualità audio appena più decente di un prodotto amatoriale – con rumori di scena e chiacchiericcio di ogni sorta – ma proposto a prezzo pienissimo: più costoso dei costosi cofanetti Opera Rara), alla direzione c’è il solito Rizzi (che fa come al solito, cioè male): la Ganassi è brava, anche se gli acuti non sono sempre svettanti e la coloratura non è certo impeccabile. La seconda, che risale al 2004, si riferisce invece, ad una produzione del Festival di Wildbad. Dirige l’esperto Zedda che non sarà Karajan, ma che sa rendere al meglio la partitura. Protagonista Joyce Di Donato (cantante oggi molto “di moda”, soprattutto nel barocco, e che con Rossini non trovo molto a proprio agio – come per la verità non la trovo a proprio agio neppure nel citato barocco, ma è un’altra storia..), voce abbastanza corretta, ma assai piccina, buona coloratura, ma priva del vero atteggiamento da “prima donna”, assolutamente necessario in quest'opera: Angiolina non è una modesta servetta a cui capita la botta di fortuna di far invaghire di sé il ricco "principe azzurro" di turno, ma è e resta nobile anche "tra la cenere". Alla Di Donato manca la necessaria "opulenza" e consapevolezza per esaltare la statura e la dimensione di Cenerentola. Due edizioni oneste, quindi, abbastanza piacevoli (non sempre: in entrambe infatti, Praticò fa autentici disastri), ma assolutamente inutili. Tengo per ultima (prima di concentrarmi su alcuni esempi particolari di come non si deve cantare il rondò finale) la Bartoli. Innanzitutto bisogna distinguere la Bartoli che incide in studio e quella che si esibisce a teatro. Due cantanti diverse: la prima, col microfono a 30 cm dalla bocca, sembra capace di ogni acrobazia e finezza (quando non si lascia andare a certi eccessi di languori e sospiri, alla lunga stucchevoli e spessissimo di cattivo gusto), di smorzature e mezze voci; la seconda, alle prese con un teatro ed un’orchestra vera, fatica ad udirsi oltre il proscenio. E come se non bastasse emergono gravi difficoltà nelle agilità che sono veri e propri colpi di gola, un gorgoglio indistinto che richiama alla mente il gargarismo più che la coloratura. Si prenda il celebre rondò: fin dall’inizio la voce è vibrantissima e i primi trilli sono ingolati e schiacciati (medesimo effetto si ha ogni volta che la linea scende verso il basso), la voce spesso poi sparisce, diviene inubibile, per poi ricomparire in uno strillo schizofrenico (così credo intenda la Bartoli la povera Angiolina, una schizofrenica con manie ossessive-compulsive). Le cadenze interpolate (si senta quella dopo il primo “la sorte mia cangiò”) e le variazioni, sono di ineguagliata bruttezza, soprattutto per il gusto. Il pezzo viene poi infarcito di insopportabili rallentando, mai scritti e mai pensati (e mai concepiti in nessun'altra incisione/esecuzione). Infine la scrittura è spesso semplificata (vengono eliminati dei difficili salti di settima ad esempio). Il confronto con la Horne, sia per gusto che per tecnica, è impietoso. Alla lettura “affannata” della Bartoli, fa da contraltare quella fortemente drammatica (e del tutto fuori luogo) della Barcellona, che affronta Angiolina col piglio di un mal compreso Tancredi. La resa è quella che è: voce bellissima quella della Barcellona, ma assolutamente sprecata (tecnica tralasciata, bassi pieni d’aria, timbro artificiosamente gonfiato e brunito, canto di gola, mentre gli acuti sono al solito sforzatissimi). Davvero un peccato. Veramente pessimo, poi, il rondò della Larmore (della cui prestazione già ho accennato), forse uno dei più brutti mai incisi: così tutto ingolato. E qui torniamo alla domanda iniziale: perchè? E viene da sorridere rileggendo ciò che la stessa Righetti Giorgi (prima interprete dell'opera) scrisse: "Cenerentola non può essere cantata con pieno successo che da una persona che possieda un'estensione tutta uguale, agile e pieghevole di 18 corde. Chi non ebbe dalla natura questo dono non avvisi di cantare la parte di Cenerentola giusta la mente di Rossini". Peccato che tale consiglio - proveniente da un passato disinteressato - sia stato solo raramente ascoltato e seguito. Alla fine, dunque, cosa resta? Restano le grandi Cenerentole del passato, dove tecnica e gusto e raffinatezza avevano un senso, quando Angelina era la Horne, o la Dupuy, o la Berganza, o la Valentini Terrani. Quando cioè, la “bontà in trionfo” era solo il sottotitolo dell’opera e non anche l’atteggiamento assai indulgente del pubblico, disposto ora ad applaudire qualsiasi cosa! Ascoltiamo quindi le grandi prime donne, confrontiamole con le moderne e assai discutibili stars e confidiamo in tempi più civili...

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giovedì 10 gennaio 2008

Orfeo a Bologna: facciamo una retata!


Un paio di riflessioni sull’Orfeo andato in scena ieri sera a Bologna. Sapevamo che si sarebbe trattato di una nuova versione, presentata in conferenza stampa e indicata dalla locandina come “adattamento di David Alagna dalla versione di Parigi del 1774”.
È lecito e opportuno, come abbiamo già scritto, che un interprete “prenda possesso” di un ruolo operando quei raggiusti e – dove inevitabile – quei tagli che meglio si adattino alla vocalità dell’interprete in questione e lo aiutino a tratteggiare al meglio il ruolo stesso. Per nulla lecito e sommamente inopportuno, di contro, che un cantante (presunto) divo, vocalmente al lumicino e il cui concetto di interpretazione scenica si potrebbe ridurre al motto “bùttati a terra e ròtolati”, si impadronisca del nome di un grande compositore per allestire uno spettacolo che non solo non aggiunge nulla alla storia interpretativa del ruolo, ma va pesantemente contro il testo musicale di partenza.
Sappiamo, per averlo letto nelle gazzette e udito alla radio, che il sovrintendente bolognese Marco Tutino, onde evitare un “conflitto d’interesse”, ha cancellato la programmazione della propria opera “La lupa”, in vista della quale era stato scritturato Roberto Alagna, dirottato quindi su questo “nuovo” Orfeo. Il conflitto d’interesse non è però scomparso, dato che il signor Alagna ha pensato bene di portarsi dietro i fratelli David (regista e scenografo, nonché musicologo, a quanto pare, avendo egli senza troppi scrupoli messo mano alla partitura) e Frédérico (scenografo nonché – forse – musicologo: alla radio è stato indicato quale curatore musicale dello spettacolo) e il sovrintendente ha ben pensato di accettarli in blocco, approvando senza condizioni la loro opera di riscrittura e passando il tutto al giovane direttore Giampaolo Bisanti, che sempre alla radio, interrogato circa le sue idee sull’”inedito” Orfeo, ha dichiarato: “questa è la partitura che mi hanno dato e questa io dirigo, seguendo le istruzioni del regista”. Singolare questa concezione della filologia, concezione che abbiamo recentemente riscontrata anche nel caso Sonnambula-Meli.
Il direttore quindi non ha posto (e non si è posto) domande imbarazzanti e inopportune, ha preso una partitura scorciata e sconciata, con l’ouverture ridotta a mozzicone, le danze soppresse, mutilate e/o spostate, pesanti tagli alle arie (Chiamo il mio ben così ridotta a una sola strofa, dalle tre di partenza, e Addio o miei sospiri totalmente soppressa) ma anche ai recitativi, radicale abbassamento della tessitura del ruolo tenorile (da haute-contre a baritenore: il che non avrebbe dovuto sorprenderci, visto che, nel corso dell'incontro del regista, il moderatore Giovanni Gavazzeni aveva provveduto a spiegare che il tenore dell'opera seria francese nel '700 era un baritono che faceva gli acuti in falsetto!), la parte di Amore riscritta per baritono, quella di Euridice ridotta a poca cosa (l’aria del secondo atto passa al “virile” Amore), il terzetto Divo Amore riscritto per coro (con i soprani condannati a impiccarsi su tessiture degne di un coro di voci bianche), il finale lieto semplicemente eliminato (Orfeo, dopo aver perso di nuovo Euridice, si fa inumare insieme con la moglie). E siccome a dirigere tutto questo non c’era una grande bacchetta o anche solo una bacchetta con una certa esperienza di tragédie lyrique, ma un giovane fresco di studi forse troppo repentinamente abbandonati (e questo dettaglio non può non richiamare, per analogia, il Boccanegra che ha aperto la corrente stagione), il risultato è stato un amalgama orchestrale privo di colori e ricco di sbavature, con solisti e coro (già di per sé non prodigiosi nell’arte di tenere il tempo) in tenace sfasamento rispetto alla buca.
In scena abbiamo udito un tenore che canta tutto di gola, strozzandosi ai primissimi acuti ed esibendo centri e gravi poco consistenti: la voce non è piccola ma non “corre”, non squilla, mancando dello spessore che rende interessante una parte principalmente basata (soprattutto dopo la sistematica soppressione dei passi virtuosistici) sui lapidari accenti del declamato gluckiano. Accanto a lui un baritono corto in basso e affannoso in acuto, oltre che a corto di fiato e paurosamente tremulo, e un soprano dalla vocina agra, dall’ottava bassa inesistente e che trova un po’ di suono solo sugli acuti, urlacchiati nella peggiore trazione dei sopranini d’antan.
La parte musicale ha un perfetto complemento nello spettacolo, il cui problema principale non è l’ambientazione contemporanea del mito (quante volte abbiamo visto Orfeo cantante rock che affronta in overdose un viaggio agli Inferi tutto mentale?) ma il totale fraintendimento del mito e dell’opera seria in genere. Gluck cercava un’opera meno serva delle convenzioni, ma in nessun momento mise in discussione il carattere stilizzato, astratto e sovrumano dei personaggi. Qui invece Orfeo, declassato da semidio a guappo in sovrappeso vestito a lutto, che al massimo potrebbe cantare ai matrimoni di paese, prima si dispera al cimitero prendendo a calci la ghiaia come un Nemorino scornato, quindi insegue la sua Euridice in un Averno che è la cella frigorifera di un obitorio: il “puro ciel” è costellato da cadaveri appesi con cui Orfeo si balocca prima di sottrarre la moglie a un coro di mummie che evoca gli interni di un “Paradiso della sposa, tutto a metà prezzo”. La dolce consorte di Orfeo è poi descritta come l’ultima delle squinzie da discoteca, che prima stuzzica il marito strusciandosi addosso a lui e poi, onde farlo ingelosire, finge di “farlo strano” con Amore. Insomma, una farsetta macabro-grottesca assai più prossima a Offenbach (che pure aveva tutt’altro gusto e tutt’altra verve nel parodiare il mito) che a Gluck.
E in tutto questo il pubblico, eccetto un piccolo gruppo di dissenzienti brutti cattivi e prevenuti che non vogliono bene ad Alagna, approva vigorosamente, dimentico di ogni cosa che non sia “il nome” al cospetto del cui canto sono stati benignamente ammessi. Si parla tanto di aprire l’opera ai giovani. Forse sarebbe meglio che tutti, giovani e meno giovani, iniziassero ad aprire le orecchie, riservando a cialtronate come quella degli Alagnas i fischi che meritano.

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lunedì 7 gennaio 2008

Don Ramiro, il principe virtuoso.


La regolarità con cui La Cenerentola è rientrata in repertorio negli ultimi 50 anni ci ha ispirato delle riflessioni su questa bellissima e difficile opera. Difficile non solo nel ruolo della protagonista, ma anche in quello del protagonista maschile, don Ramiro, parte di tenore acutissimo e discretamente funambolica scritta per il tenore Giacomo Guglielmi e poi divenuta una delle più significative per i tenori contraltini quali Giovanni David e Rubini sino a Rockwell Blake. Di seguito proponiamo degli ascolti di alcune esecuzioni dell'aria di Don Ramiro, ruolo assurto a cavallo di battaglia di molti tenori e dove un grande virtuoso può fare grande sfoggio delle proprie capacità tecniche ed espressive, ampiamente richieste dall'aria. Buon ascolto!


La Cenerentola - Rossini

Aria di Don Ramiro - Sì ritrovarla io giuro

1949 - Cesare Valletti (viene eseguita solo la sezione centrale dell'aria)
1969 - Pietro Bottazzo
1970 - Luigi Alva
1980 - Rockwell Blake
1983 - Dalmacio Gonzales
1983 - Ernesto Palacio
1988 - Chris Merritt
1992 - William Matteuzzi
2007 - John Osborn

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domenica 6 gennaio 2008

10.000!!!


Cari amici, abbiamo appena superato le 10.000 pagine visitate!
Festeggiamo tutti insieme: grazie per la fedeltà a questo melomanissimo blog.


GG & friends


Handel - Rinaldo - Or la tromba in suon festante - Marilyn Horne

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venerdì 4 gennaio 2008

Il dolce suon della sua lira: Gluck, Orfeo ed Euridice

Prima opera della Riforma gluckiana, Orfeo ed Euridice nasce sotto una stella austera, per non dire arcigna. Parlando della sua collaborazione con il compositore, il librettista Calzabigi scrive: "Lo pregai di bandire i passaggi, le cadenze, i ritornelli, e tutto ciò che di gotico, di barbaro, di stravagante è stato inserito nella nostra musica. Il signor Gluck aderì ai miei punti di vista". E in effetti l'opera, anzi, l'azione teatrale è, nella sua prima versione (Vienna 1762), quanto mai lineare nella struttura (azione semplicissima, tre soli personaggi, massiccio uso del coro e recitativi sempre accompagnati dagli archi) e spoglia nella linea di canto. Fortuna (o sfortuna: dipende dai punti di vista) volle che questa situazione non dovesse durare a lungo.

Già nella stagione 1769-70, quando l'opera venne ripresa a Londra, era diventata tutt'altra cosa, trasformandosi in un pasticcio su musiche ovviamente di Gluck ma anche di Johann Christian Bach, Pietro Alessandro Guglielmi e dello stesso Gaetano Guadagni, evirato cantore già creatore del ruolo a Vienna, che sostituì l'ultima strofe del quadro delle Furie con un'arietta in tempo di Minuetto da lui stesso composta. Charles Burney, che ebbe modo di vedere Guadagni in questa ripresa londinese del (fu) lavoro gluckiano, scrive di Guadagni: "Egli aveva raggiunto una estensione quasi doppia di quella che aveva prima e da contralto era divenuto soprano, ma così facendo aveva in parte sciupato la bellezza e la forza della sua voce. La musica che cantava era la più semplice che si possa immaginare; poche note con frequenti pause e la possibilità di liberarsi dal compositore e dall'orchestra era tutto ciò che desiderava. E in questi passaggi, che solo in apparenza erano estemporanei, egli dimostrava come il potere proprio della melodia fosse completamente indipendente dall'armonia e non venisse aiutato nemmeno da un accompagnamento all'unisono". Il fascino del suono puro, insomma, a dispetto delle intenzioni dei riformatori. Del resto Guadagni poteva permettersi questo e altro. Il virtuoso non doveva essere stellare, ma certo lo era il cantante. Lo stesso Burney ricorda che Guadagni era particolarmente noto per la capacità di ottenere, partendo da toni estremamente sonori, smorzature che suonavano "come note morenti in un'arpa eolica". Il che attesta, per inciso, che la voce dei castrati (quelli bravi, almeno) aveva una potenza e una proiezione, oltre che una flessibilità e capacità dinamica, impensabili per i loro falsettanti epigoni. E in generale per la gran parte dei cantanti di oggi.

Dodici anni dopo la prima viennese, Gluck (che nel frattempo, a Parma nel 1769, aveva riscritto la parte di Orfeo per il soprano maschile Giuseppe Millico) riallestì l'opera a Parigi e per l'occasione la ripensò completamente: Orfeo fu infatti il tenore Joseph Legros (che aveva da poco creato la parte di Achille nell'Ifigenia in Aulide e in seguito avrebbe interpretato Admeto nella prima francese di Alceste e Rinaldo in Armida). Il primo atto vide l'aggiunta di un'aria di sortita per il personaggio di Amore e soprattutto l'inserimento di un assolo per Orfeo in finale d'atto. L'aria L'espoir renaît dans mon âme deriva forse dal Tancredi di Ferdinando Bertoni, presentato nella stagione 1766-7: c'è però da dire che la stessa aria compariva già nel Parnaso confuso gluckiano del 1765, e successivamente era stata riciclata nelle sue Feste d'Apollo. Chiunque ne sia l'autore, questo brano di squisito segno italiano contribuì a indirizzare la parte di Orfeo verso una più canonica accezione di virtuosismo. Nel secondo atto, da altre composizioni gluckiane provengono la Danza delle furie (dal balletto Don Juan) e la Gavotta della scena dei Campi Elisi (dal Paride ed Elena). Nel quadro degli Elisi fanno poi la loro comparsa un lungo assolo di flauto e un'aria per Euridice. Quanto al terzo atto, oltre a un duettino Orfeo-Euridice (tratto ancora una volta dal Paride) inserito prima del "da capo" dell'aria del soprano, nuova è quasi tutta la scena finale, con l'inserimento di numerose danze (fra cui la Ciaccona conclusiva, squisito omaggio al gusto francese) e del terzetto Tendre Amour, derivato da Il Trionfo di Clelia (1763). Insomma, non solo il nuovo finale primo, così "italiano" nella struttura e nelle linee musicali (soprattutto rispetto al postludio stile "scale e arpeggi" di cui prende il posto), ma tutta l'opera, con l'aggiunta di siffatti divertissement, si allontana con decisione dall'idea di severità che caratterizzava la versione viennese.

Gli anni si succedono e così le modifiche apportate alla versione di Parigi (fra cui, dagli anni '90 del Settecento, la sostituzione del Coro finale con uno derivato da Eco e Narciso, mentre nel 1824 Adolphe Nourrit canta, alla fine del primo atto, un'aria dalla medesima opera al posto di quella prevista da Gluck). Ed eccoci alla terza grande versione di Orfeo, quella nata dalla volontà di Pauline García-Viardot di impersonare l'eroico cantore. L'adattamento curato da Berlioz (per l'occasione anche direttore) e riorchestrato per ampia compagine da Saint-Saëns va in scena al Théatre Lyrique di Parigi nel novembre 1859. Interessante notare che Berlioz considera senza dubbio spuria l'aria finale del primo atto, ma non fa nulla per toglierla dalla partitura. E' anzi lo stesso Berlioz a "istigare" la Viardot a comporre una cadenza spettacolare e strappa applausi (riproposta in tempi a noi più vicini dalla Horne e dalla Podles) per chiudere l'aria, arrivando a scriverle: "Se è necessario diremo che si tratta della cadenza che faceva Legros. I Parigini la berranno di sicuro". E così Madame chiude l'atto con una megacadenza scritta a sei mani, come lei stessa avrà in seguito occasione di ricordare: "La cadenza che mi hanno fatto l'onore di rimproverarmi è stata decisa da noi tre: la prima parte (di Berlioz) è bella; la seconda (di Saint-Saëns) è un po' strana; la piccola sezione scritta dalla cantante è troppo "da cantante"; e l'ultima parte, di Berlioz, potrebbe anche essere del portiere". Fortunata l'epoca in cui le ragioni di una vera primadonna hanno la precedenza sugli scrupoli filologici! L'anno successivo la Viardot riprese il "suo" Orfeo a Londra: la capitale inglese, che già nel 1792 aveva visto stampare presso l'editore Preston un Orfeo ed Euridice definito "a Grand Serious Opera with Music by Gluck, Haendel, Bach, Sacchini, Weichsel and W. Reeve" (!), avrebbe dovuto aspettare altri quarant'anni prima di udire la versione francese così come concepita dall'autore. Ma evidentemente una Viardot val bene un pasticcio.
Assodato che ogni interprete (piccolo o grande che sia) ha diritto a scegliere la versione che ritiene più acconcia per le proprie caratteristiche e per il proprio stato di salute vocale, appare evidente che un buon Orfeo non può fare a meno di possedere una voce di puro velluto ovvero un accento di grandiosa essenzialità di stampo autenticamente tragico ovvero un'attitudine ben radicata al virtuosismo vocale in tutte le sue declinazioni. Anche più di una delle succitate caratteristiche, ove possibile.

Le interminabili arcate melodiche (per risolvere le quali occorrono fiati all'altezza) del tombeau al primo atto, gli elegiaci effetti d'eco in Chiamo il mio ben così, il tripudio vocale del finale primo (Addio, o miei sospiri, nella traduzione italiana) o, a scelta, la grandiosità di Divinità infernal dall'Alceste (è questa la scelta adottata da interpreti quali Stignani e Barbieri, cui mal si addice uno spoglio recitativo in finale d'atto), la grandiosa perorazione alle Furie (esaltata dalle puntature di un Kozlovsky), la morbida e impeccabile emissione richiesta dall'arioso Che puro ciel, la stilizzata disperazione del duetto con Euridice e del successivo Che farò senza Euridice sono altrettanti scogli per qualunque cantante che non possieda un'altissima padronanza della tecnica e al tempo stesso idee ben chiare su come utilizzare detta tecnica a fini espressivi. Serve inoltre un direttore che sia in grado di evocare la compostezza del bassorilievo classico (anche percorso da bridivi espressionisti: vedasi in proposito la memorabile conclusione della scena delle Furie nel live da Buenos Aires diretto da Kleiber padre, con il progressivo spegnersi del Coro di fronte alla vittoria dell'Orfeo della Stevens) senza deragliare nell'arazzo grigiastro o, ancora peggio, nel biscuit fuori tempo massimo. Tutti rischi da cui la corrente filologia non sembra mettere abbastanza in guardia.




Atto I

Ah se intorno a quest'urna funesta - Fedora Barbieri, Ebe Stignani
Chiamo il mio ben così - Margarete Klose, Kerstin Thorborg, Shirley Verrett
Addio, o miei sospiri - Marilyn Horne, Ewa Podles, Rockwell Blake

Atto II

Deh! placatevi con me - Ivan Kozlovsky, Léopold Simoneau, Risë Stevens
Danza delle furie - Arturo Toscanini
Danza degli spiriti beati - Arturo Toscanini
Quest'asilo di placide calme - Daniela Dessì
Che puro ciel - Ivan Kozlovsky, Marilyn Horne, Ebe Stignani

Atto III

Vieni, segui i miei passi... Vieni: appaga il tuo consorte - Risë Stevens & Isabel Marengo, Nicolai Gedda & Janine Micheau
Qual vita è questa mai... Che fiero momento - Lella Cuberli
Che farò senza Euridice - Ernestine Schumann-Heink, Sigrid Onégin, Tito Schipa, Kirsten Flagstad, Ebe Stignani, Grace Bumbry, Marilyn Horne

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martedì 1 gennaio 2008

Le interviste: Jessica Pratt

Non c'è dubbio che l'Australia sia un Paese dove tutto è grande: grandi spazi, grande mare, grandi alberi, grandi animali. E quante rarità geologiche, faunistiche.... tutto è raro e grande in questo lontano continente.
Nessuna meraviglia, dunque, che gli australiani abbiano preso pure l'abitudine di fare le cose in grande: pur non essendo una terra di melomani, ogni tanto gli viene in mente di fare un soprano. Ti fanno prima la Melba, eppoi addirittura una Sutherland, capace di cambiare la concezione del belcanto e di condizionarci le orecchie per mille anni a venire!! Ora l'Australia ci manda
Jessica Pratt che, appena arrivata sulle nostre scene, fedele alla tradizione locale del fare in grande, alla prima recensione ufficiale su una nostra rivista d'opera è riuscita già a farsi paragonare niente meno che a Beverly Sills! Ed in effetti la Pratt è una vera rarità di soprano, perchè ha una voce che, al contrario della media corrente, tende ad espandersi man mano che sale verso l'alto, risultando sonora, ampia e proiettatissima, dotata di un utilissimo mordente e di buona agilità. Nella sua Lucia ha cantato con l'intenzione di "esprimere", cercando le sfumature, i piani, il personaggio. Roba d'altri tempi !!!
Era inevitabile che il nostro melomane Corriere la intervistasse subito!



- I suoi inizi col canto. Dove, come, perché con chi?

Sono australiana,di Sydney. Ho iniziato a studiare con mio padre, che di fatto è il mio vero maestro. Ho imparato i fondamentali del canto da lui. Mi faceva fare anche 3 ore di lezione consecutive: quando mi ha insegnato a fare gli acuti poteva farmi ripetere un do anche 300 volte, fintanto che non veniva come voleva lui. Ed io piangevo a volte, perché ero stanca e volevo smettere, ma lui non lo permetteva: alla fine facevo come voleva lui, perché ero stanca e volevo andare a casa.

- Beh….un buon metodo. Quindi se si legano i cantanti ad una seggiola alla fine, per liberarsi, canteranno bene??!

( ride ) Beh, non è esattamente così…seriamente.. cantare non è difficile, anche se tutti lo pensano. Anche alcuni amici, che non riuscivano a fare gli acuti, hanno chiesto a mio padre, ed hanno imparato da lui. Alla fine ci sono riusciti.
Quello che è veramente difficile nel canto è “dimenticare” mentre si canta, cioè lasciare andare la voce fuori dal corpo senza stare a pensare, a cercare di controllare quel che si fa. Se non ci si riesce, si finisce per cantare contratti, tesi e la voce, anche se magari ti sembra grande e bella, resta piccola, perché non è fuori.

- Molti cantanti parlano della sensazione di avere la voce “fuori” dal corpo.

Sì è vero. Devi lasciarla andare fuori e devi provare questa precisa sensazione.

- Una volta si iniziava a cantare da bambini, ad 8-9 anni, oggi si inizia più tardi. Lei quando hai iniziato?

Ho sempre seguito le lezioni di mio padre sin da bambina. Lui non voleva che iniziassi davvero sin che la voce non si fosse sviluppata da sola, naturalmente.
Però mi ha fatto studiare la tromba: ho suonato in orchestra per 10 anni e questo mi ha molto aiutata per la respirazione, per sviluppare la tecnica del fiato……sì, posso dire che dai 7 sino ai 18 anni non ho cantato, ma ho suonato uno strumento a fiato.

- Tornando ai maestri, lei nel suo curriculum mette alcuni nomi di insegnanti prestigiosi…Scotto, Sutherland....

E’ vero. Ho studiato con tanti, ma alla fine, soprattutto per la tecnica, torno sempre da mio padre. A Como sono arrivata alle prove con la laringite, non mi era mai successo. Non riuscivo a fare niente e quando sono guarita, mi sono rimessa a cantare ma avevo del “metallo” nella voce….veramente, non riuscivo a cantare come voglio io. Alla fine ho chiamato papà, in Australia, e lui mi ha detto cosa dovevo fare. “ Fai così e così..”, e tutto è tornato al posto giusto.

- Beh, a Cremona sembrava davvero tutto al posto giusto…è stato un tale successo…

( ride ) Ah, sì . Lì era tutto a posto!

- Che idea si è fatta del pubblico italiano dopo questa Lucia? In fondo dopo il Bruschino romano, questo è stato il suo primo vero grande ruolo in Italia? Come vive un’artista straniero l’impatto con i melomani italiani?

E’ sempre una grande paura, prima di tutto per la lingua. Anche ora, quando risento la registrazione della Lucia, non dico che ho vergogna ma ….ci sono cose che mi danno fastidio. Ci sono le consonanti troppo deboli…..beh, la prossima vota andrà meglio.
Sì c’è grande paura a cantare davanti ad un pubblico che conosce la lingua……..anche se, a dir il vero, questa paura l’ho avuta anche a cantare in inglese in Inghilterra…..

- Ha visto cosa le hanno scritto su L'Opera a proposito della tua Lucia? L' hanno paragonata a Beverly Sills……piuttosto impegnativi, non trova?

(ride) Sì, ho visto! Ma ci sono molte cose che devo migliorare. Devo lavorare sulle mie note basse. Ho capito che posso aggiungere un po’ di peso alla voce anche al centro senza perdere in alto……sto lavorando a questo da un paio di settimane con il mestro Zappa e sono contenta. Abbiamo aggiunto un do re mi fa sol LA……per ora va bene ma debbo lavorare ( ride )

- Una stakanovista…

Mi piace lavorare, sì, mi piace trovare sempre qualcosa di nuovo per migliorare. Anche quando la Scotto mi ha detto che devo avere le filature, assolutamente, ……sono andata a casa con un nuovo obbiettivo per migliorare

- Beh, la Scotto ha costruito buona parte della sua carriera sui filati….

Eh, sì, è vero. E li mostra ancora a lezione quando insegna. Ti dice :” Fai così. Questo è il suono che voglio” e te lo mostra subito, con chiarezza. Ed io….rubo! ( ride )

- C’è qualche cantante che ascolta volentieri o che l’ha particolarmente ispirata, in Lucia come in altre opere ?

Mi piacciono molto la Cuberli, la Scotto, la Devia.
Quando sono arrivata in Italia la prima opera che ho visto è stato il Tancredi a Roma ( Devia–Barcellona, ndr ). Allora cantavo Strauss, i suoi Lieder, Mozart, Puccini. Qui mi è parso subito un altro mondo. Del Tancredi della Devia ho visto tutte le prove e tutte le recite, ed ho deciso: “ Voglio cantare così e fare questo repertorio “. Ho guardato a lungo la Devia, l’ho studiata bene, ed ho anche cambiato delle cose.
Per la Lucia ho ascoltato molto la Callas, la Scotto e la Studer…..sì sì, anche la Studer, perché la canta con una voce molto piena, che mi piace tantissimo….eppoi il disco è integrale…mi interessava anche per quello.

- Rossini? Sa... dopo averla sentita in teatro e quel paragone con la Sills…….

Rossini mi piace moltissimo. Per ora ho cantato soltanto il rondò di Matilde di Shabran e la cavatina di Amenaide del Tancredi. Con Matilde ho partecipato anche al concorsoOperalia.
Rossini è un grande obbiettivo futuro.

- Come è Renata Scotto insegnante?

E’ una vera insegnante. Ci sono tante persone che hanno fatto una grande carriera ma non sanno spiegare bene cosa facevano o come, oppure non sanno come esprimersi. La Scotto invece si. Sa esattamente cosa vuole e come ottenerlo dagli allievi. E’ intelligentissima. Non che non abbia pazienza, ma se non si è veloci a capire….addio! ( ride ). Credo sia un bene, perché così lei non perde tempo inutilmente con chi non vuole o con chi non le presta sufficiente attenzione, o non studia.
Studiare è importante. Quando faccio l’Opera Studio con lei adesso….beh, molti vengono e dicono che la coloratura, ad esempio, non viene loro naturalmente. Questo è sbagliato, perché se non ci si esercita ogni giorno non si può cantare di coloratura. Occorre allenare la muscolatura a questo. E spesso lei mi dice di mostrare loro come faccio ad eseguirla, come la studio. Lei gli dice: “ Chiedi a Jessica come fa, perché lei studia ogni giorno…” ( ride ).
Cantare è una questione di esercizio quotidiano. E’ semplice ma occorre esercitarsi. Ho parlato con il marito della Sutherland un paio d’anni fa e lui subito mi ha chiesto se faccio esercizi quotidianamente. Io gli ho risposto che studiavo ogni mattina per circa 40 minuti, e lui mi ha detto che anche sua moglie ha fatto questo sempre e che diversamente non si può fare. E per la Scotto è la stessa cosa, esercizio quotidiano…….

- Oggi invece abbiamo sentito che è molto diffusa la teoria del “ riposo”, cioè del non cantare per riacquistare tonicità e freschezza. Il canto pare inteso più come fatto istintivo, di dote naturale…

Sì è vero, ho sentito dire anche io questa cosa di frequente. Ma non è assolutamente vero, perché il canto deve sembrare naturale, ma non lo è. E’ studio costante, perché se si perde l’allenamento, si perde tutto. Gli esercizi per la voce non possono essere fatti una volta ogni tanto o finchè non si è risolto un dato problema. Esercitarsi è un lavoro quotidiano per il cantante, anche se tutto va bene. Se si ha un problema, si fanno gli esercizi giusti per quello e ci si esercita. E’ semplice ma occorre lavorare……anche se nel mondo d’oggi, dove tutto è veloce, istantaneo, immediato da raggiungere, è difficile che si capisca questo. Il canto non è veloce, immediato. E’ una scelta di vita, ed è una vita di sacrifici. Oggi quasi nessuno è disposto a questo tipo di vita e a tanto lavoro duro.
Anche le lezioni di canto, ad esempio, dovrebbero essere quotidiane…penso a quello che diceva la Callas.Al master della Scotto pochissimi restano tutti i giorni, o per sentire gli altri……ma si impara moltissimo sentendo gli altri e le correzioni dell’insegnante……

- Siamo ritornati alla questione dei maestri di canto. Ci sono maestri validi oggi?

Non è che non ci siano insegnanti, ma il fatto è che vogliono moltissimo denaro.
In America ti chiedono anche 150-180 dollari a lezione. Ma chi può pagare queste somme? Quindi lo studio quotidiano si scontra con questa realtà. Chi vale dovrebbe essere aiutato, altrimenti nessuno può crescere in questa condizione.
Poi, a dire la verità, un tempo anche i direttori d’orchestra erano disposti a spendere del tempo con i cantanti, ma oggi non sembra più possibile…

- Chiudiamo con un domanda sul futuro. C’è qualche ruolo che ha in programma o che vorrebbe cantare?

I Puritani, naturalmente !...e mi piacerebbe anche la Traviata…mi sta molto bene …poi, con una maestra come la Scotto..( ride )…

Non c'è che dire, l'Australia è proprio un Paese pieno di stranezze, di esseri rari ed arcaici, come questo giovane soprano che ancora crede, come i leggendari divi della nostra tradizione operistica, nello studio quotidiano e che il canto non sia un fatto casuale, ma un artigianato fatto, prima di tutto, di applicazione paziente e costante. La Pratt è vera rarità in questo come nel suo canto. Veramente ....Aussi!

Bellini: I Puritani - Scena della pazzia - Jessica Pratt

Per saperne di più su Jessica Pratt e ascoltare altri brani: www.myspace.com/jessicaprattsoprano




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Buon 2008!!!

Entriamo nel 2008 con Dame Joan! Buon Anno a tutti!!!



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