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domenica 1 agosto 2010

Proimion al mese di agosto

Il mese di agosto è da anni quello, fra i molti festivals, del ROF, giunto alla trentunesima edizione. Non tutti i titoli del maestro sono stati offerti al pubblico di appassionati e studiosi. La principale assenza riguardava i titoli tragici anteriori il periodo napoletano, con la sola eccezione di Tancredi, che già nel secolo XIX aveva vissuto vita e gloria autonome grazie a Giuditta Pasta ed ante festival adriatico è risorto per opera di Marilyn. Horne, naturalmente.
Quest’anno il Festival pone doppio rimedio alla predetta mancanza proponendo sia Sigismondo sia Demetrio e Polibio. Le ragioni della preferenza del Rossini napoletano sono molteplici e comprensibili: maggior maturità dell’Autore, strutture drammaturgiche e musicali, che nessun altro compositore offrirà almeno per un trentennio, relativa facilità nel reperimento della documentazione necessaria alle edizioni critiche, mentre i primi titoli tragici rossinian , anche per la considerazione che ne aveva l’autore ebbero limitata diffusione, quasi mai internazionale ed addirittura di uno (Aureliano in Palmira) si ignora ove sia ubicato l’autografo, donde la penalizzazione da parte del Festival e della Fondazione. Eppure presentano esigenze vocali e musicali più contenute rispetto ai melodrammi successivi e perché limitati a tre protagonisti (soprano d’agilità, musico e baritenore) e di coloratura lata, donde se i cantanti prescelti non sono fuoriclasse si può anche contenere rischi e danni delle scelte di casting.
Quest’anno, poi, il Festival parte zoppo per l’affaire Aldrich, annunciata protagonista di Cenerentola, sostituita a prove cominciate o quasi con Marianna Pizzolato. Che questo fosse l’esito non ci voleva molto a comprenderlo dopo la rappezzata versione Pasta di Zelmira l’anno passato, cui aggiuntasi una periclitante Elisabetta Tudor e due recite di Rosina nel Barbiere scaligero, accolte come solo oggi il pubblico scaligero sa fare.
Tutti questi elementi, forse, dicono della limitata rilevanza del Festival pesarese, rispetto al passato. Diagnosi che può essere applicata anche ad altre istituzioni festivaliere. A nostro avviso un festival a qualunque argomento, epoca ed autore dedicato deve “cogliere l’attimo fuggente” pena, in difetto la trasformazione in qualcosa di autoreferenziale ed auto celebrativo. Bayreuth, insomma!
Se poi, come insegna, ultima, ma non unica la vicenda Aldrich sono venuti meno gli interpreti adeguati, importanti per ogni musicista, irrinunciabili per Rossini o ci si rinnova, o si chiude o si prova a dire qualche cosa di nuovo. Nessuna scelta – sia chiaro - è facile, rapida ed indolore.
L’Arte, però, merita questo rispetto, l’Arte merita studio, ricerca, curiosità. Questi aspetti, pur nella certezza che la nostra persona conta niente, ci hanno fatto riflettere su possibili alternative, ancora differenti da quelle che gli anni passati avevamo sognato (la dimensione onirica è il rifugio costante del melomane!) ovvero rispondere a domande tipo che titoli si trovino fra Clemenza di Tito e Tancredi, che ascoltasse oltre ai titoli rossiniani il melomane italiano del tempo di Rossini, che venisse offerto al pubblico prima che Donizetti e Bellini divenissero Donizetti e Bellini e quale sia il senso e l’onesta applicazione della filologia, divenuta oggi l’irrinunciabile parasole per ogni proposizione di un titolo. Magari Manon Lescaut, vista l’esistenza di un paio di versioni del “Sola perduta abbandonata”!
Quindi abbiamo pensato a due titoli simbolo della tradizione pre Rossini, che a distanza di quindici anni uno dall’altro fecero epoca e, grazie ad alcuni interpreti costituirono la base del cosiddetto repertorio che proprio agli Italiani di Parigi andava creandosi, ovvero gli Orazi e Curiazi di Cimarosa e Medea in Corinto di Mayr, poi a due titoli che ex multis erano la media dei teatri nel periodo ovvero Achille di Paer ed Alessandro nelle Indie di Pacini sino a titolo più rossiniano dei titoli medesimi di Rossini, ovvero Il crociato in Egitto, che rappresenta ad un anno esatto dalla prima di Semiramide nel medesimo teatro la celebrazione di Rossini stesso, autore, oggi, molto officiato, poco onorato e rispettato.
Quanto alla discussione della filologia e della sua onesta applicazione passatemi un “chi vivrà vedrà”.
Buon agosto!!!

Rossini - Semiramide

Atto I

Ah quel giorno ognor rammento - Elena Cernei (1965)

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domenica 30 agosto 2009

Spigolature da melomani, questioni da filologi

L’edizione critica di Zelmira, curata da Helen Greenwald e Kathleen Kuzmick Hansell (Fondazione Rossini 2005), illustra chiaramente i connotati di quella che fu la cosiddetta “versione di Parigi”, rappresentata nel 1826 al Théâtre des Italiens, protagonisti G. Pasta, G.B. Rubini, M. Bordogni e A. Schiassetti. Versione riproposta quest'anno al Rossini Opera Festival.
Presi da una certa curiosità, in compagnia del buon amico Tamburini, abbiamo consultato l'edizione critica, dalla quale abbiamo dedotto quanto segue.
Per punti:

1) A Parigi venne tagliata la scena seconda del primo atto, ossia il dialogo fra Emma e Zelmira dopo l’Introduzione. Si passava così dall'uscita di scena di Antenore e Leucippo alla cavatina di Polidoro. A Pesaro, quest'anno, la scena Emma-Zelmira è stata eseguita, come da edizione napoletana.

2) Altre consistenti modifiche interessarono l'Aria di Antenore ("Mentre qual fiera ingorda"). Nel Recitativo dopo il duetto Zelmira-Ilo, furono tagliate le battute 65-70 (vedi autografo dell'opera, conservato alla Biblioteca Nazionale di Parigi) e venne effettuato un ulteriore taglio alle battute 75-81. "Mentre qual fiera ingorda" (cantabile dell'aria) venne tagliato, mentre si eseguì regolarmente il Coro dei Sacerdoti "Di luce sfavillante". Al Coro seguì, al posto della cabaletta "Ah dopo tanti palpiti", un recitativo sul quale le responsabili dell'edizione critica annotano: “Nessuna delle fonti musicali conosciute mette in musica questo testo" (Commento critico, p.170). Impossibile quindi eseguire la scena così come proposta a Parigi, a meno di non comporre di sana pianta un recitativo da inserire in luogo di quello perduto.

3) Verso la fine del secondo atto venne modificato il Recitativo dopo il Quintetto, nella sezione che presenta Zelmira e Polidoro in carcere. Dopo le parole di Zelmira “che le mie preci accolse”, fu aggiunto il distico “e propizio al figlial tenero amore/In vita serba il caro genitore”, dal quale si passava direttamente alla grande

4) Aria di Zelmira, costituita da una Preghiera composta per l'occasione e da una parte di musica riciclata da Ermione. Sia il tempo di mezzo ("Stridon le ferree porte") sia la cabaletta "Dell'innocenza, o Dèi" provengono dalla Gran scena della protagonista in Ermione. Osservano le curatrici dell'edizione critica: “lo stesso Rossini apportò molti cambiamenti e indicò vari tagli direttamente nel manoscritto autografo di Ermione”, che si trova alla Bibliothèque del Musée de l’Opéra di Parigi (Ms.Rés. 649). Il manoscritto della Preghiera si trova invece nei Fonds Michotte a Bruxelles. L’unica fonte conosciuta della partitura completa dell’aria di Zelmira versione Parigi 1826 (preghiera e cabaletta) è conservata a Napoli, nella Biblioteca del Conservatorio di San Pietro a Majella [2.8.40 (17)]. L’edizione critica segue la lezione della partitura di Ermione per quanto riguarda il tempo di mezzo, giacché la partitura di Napoli presenta in questa sezione alcuni tagli, relativi a battute di raccordo fra enunciato e ripresa della cabaletta.
Sia la preghiera (Andantino) sia la cabaletta (Più mosso) sono in partitura nella tonalità di mi maggiore; il mi maggiore è, per inciso, anche la tonalità di "Se a me nemiche o stelle" da Ermione. Ed è nel tempo di mezzo che, nella recente esecuzione di Pesaro, è stato operato un rappezzo (pratica corrente e diffusissima nel XIX secolo) in modo che il mi maggiore della preghiera si trasformasse, nella cabaletta, in un più "comodo" re maggiore (e quindi i si naturali acuti di Zelmira che concludono la scena diventassero dei la). Il rappezzo viene messo in opera nel momento in cui Antenore e Leucippo cantano "Giunto è il fatal momento". Nella partitura c'è una modulazione (battute 77-82) per cui il tema del crescendo orchestrale passa dall'iniziale do maggiore, attraverso una progressione cromatica, alla tonalità di mi maggiore. A Pesaro la modulazione era identica, ma veniva risolta sulla tonalità di re maggiore. Al proposito si possono ascoltare gli esempi musicali seguenti:

Zelmira - Numero 10bis: Aria Zelmira - Battute 70-90 - Edizione critica

Zelmira - Numero 10bis: Aria Zelmira - Battute 70-90 - Realizzazione pesarese

Per completezza riportiamo in appendice il passo dell'esecuzione pesarese e, a confronto, lo stesso brano musicale (identico nella progressione tonale, limitatamente al passo in questione) così come si ascolta nell'Ermione. (A onor del vero, già al momento dell'ascolto radiofonico avevamo avuto il sospetto di un cambiamento di tonalità per la cabaletta, ma abbiamo voluto attendere il rientro dalle vacanze per compiere una verifica al pianoforte.)

Un altro problema relativo ai pertichini dell'aria è costituito dalla presenza di Antenore. Nel libretto stampato per le rappresentazioni di Parigi, Antenore usciva di scena dopo il Quintetto "Nei lacci miei cadesti" per non rientrarvi più. Nell’edizione critica, invece, Antenore è in scena e canta nel tempo di mezzo e nella cabaletta di Zelmira: in ciò viene seguita la partitura di San Pietro a Majella. In linea generale, comunque, l’edizione critica segue il manoscritto di Ermione per i punti su cui le fonti divergono (vedi Commento critico, p. 172), ribadendo che “potrebbe (...) non trattarsi della stessa forma del passo come eseguito a Parigi”.
A Parigi, quindi, Antenore non partecipava alla scena finale. Probabilmente si trattò di un cambiamento deciso durante le prove. “Fu in questa forma che la scena venne eseguita a Parigi e così è presente nel libretto parigino del 1826. Questa edizione ha ritenuto di ricomporre le contraddizione tra le fonti” (volume I dell'edizione critica, p. XLI), assegnando ad Antenore, nel Recitativo dopo l’aria di Zelmira (vedi oltre), una frase ("Ma qual fragor?") che il libretto parigino attribuiva a Leucippo. Dopo questa frase Antenore esce definitivamente di scena e le restanti battute del libretto napoletano (nonché il tentativo di assassinare in extremis Polidoro) passano integralmente a Leucippo.

5) Altri cambiamenti effettuati nel Recitativo dopo l’aria di Zelmira: le battute 1-7 sostituirono le battute 105-136 della prima versione e il passo proseguì con le battute 137-168 dell’edizione napoletana. In un secondo momento, vennero inserite al posto di alcune delle vecchie battute (169-172) 5 battute nuove per Ilo (n. 40-44 del nuovo recitativo). Le ultime sei battute del recitativo sono uguali nelle due versioni. Nell’autografo c’è un taglio delle battute 34-37 (che corrispondono alle n. 163-66 dell’edizione napoletana) e che contengono una citazione musicale del duettino Emma-Zelmira. Scrivono le curatrici dell'edizione critica: “La modifica [non] è certamente attribuibile allo stesso Rossini”. Il cambiamento può essere legato al fatto che, nel libretto parigino del 1826, il figlio non entrava in scena nel finale dell'opera e Zelmira cantava “O piacer! Sposo, ti stringo/Un’altra volta al mio tenero seno” (nell’edizione di Napoli gli stessi versi recitavano "O piacer! figlio! ti stringo/un'altra volta al mio materno seno"). “Da ciò sembra potersi dedurre che nel 1826 Rossini avesse modificato la musica di questo passo e in effetti le battute corrispondenti sono state depennate nell’autografo, ma non è presente alcun passo sostitutivo”. Di fatto, quest'anno a Pesaro, abbiamo udito il passo così come compare nell'edizione di Napoli.

6) Veniamo al Finale II, vale a dire la grande Aria finale di Zelmira dell'edizione napoletana riscritta per terzetto con coro. Ancora Greenwald e Kuzmick Hansell: “I cambiamenti furono apportati da Rossini direttamente nel manoscritto autografo originale, dal quale è possibile ricostruirli per intero. Questa è l’unica fonte conosciuta che conservi il Finale secondo come realizzato per Parigi [N. 11a]” (Commento critico, p. 181). “Che il compositore tenesse ben presenti gli interpreti a disposizione si evince dal fatto che, assegnando un passo particolarmente fiorito a Ilo (N. 11, battuta 85a), ha indicato sul manoscritto non il nome del personaggio, ma quello del tenore Rubini” (volume I, p. XLI – il passo in questione si trova a p. 640 del manoscritto). Le battute riscritte per Rubini presentano passi di grande impegno virtuosistico e ben 6 mi bemolle sovracuti. Per esemplificare la complessità del brano, ne abbiamo realizzato una versione digitale. Va tenuto presente che il passo viene ritornellato: le prime undici battute (28a-38a della partitura) si ripetono nelle battute 72a-82a, mentre le successive sei (n.85a-90a) sono riprese dalla numero 94a alla 99a. Le ultime otto (100a-107a) sono la cosiddetta "coda": le riportiamo per completezza.

Zelmira - Numero 11bis: Finale II - Battute di Ilo


E’ evidente, dunque, che i filologi non erano materialmente in grado di ricostruire al 100% la versione parigina del 1826, e che anche per quanto concerne il finale rimangono, oggi come spessissimo nell’800, piccole incongruenze legate al meccanismo di innesto di sezioni musicali appartenenti ad altre opere, nella fattispecie Ermione.
Lo spettatore profano, però, non può fare a meno di domandarsi perché sulla locandina pesarese di questa Zelmira comparisse la dicitura “versione di Parigi” quando non si è eseguita esattamente la VERSIONE di Parigi ma soltanto il suo FINALE, ossia la sola porzione ancora effettivamente eseguibile perché ricostruita con la garanzia delle fonti documentarie.
Peccato veniale, direte voi, perché al pubblico è piaciuto aver udito un’aria in più cantata da Antenore.
Peccato filologico mortale, però, per chi è solito confrontarsi con questi problemi, in quanto questa supposta versione di Parigi è in realtà quella di Vienna cui è stato appiccicato il finale di Parigi del 1826! In fondo, sarebbe bastato limitarsi all’indicazione di cartellone FINALE DI PARIGI (come fece la signora Horne in tutte o quasi le rappresentazioni di Tancredi con il finale tragico, appartenente alla versione ferrarese) per salvaguardare la correttezza del rapporto con l’edizione critica, che, mi pare, dovrebbe essere uno dei criteri ispiratori di un allestimento da festival.
Uno ma non il solo. Credo siamo tutti d’accordo sul fatto che se si decide di eseguire una rielaborazione d’autore pensata per determinati cantanti, in questo caso la Pasta e Rubini, delle cui caratteristiche vocali molto sappiamo, le scelte di cast dovrebbero essere tali da garantire una resa vocale compatibile con quelle da loro possedute e per le quali hanno posto nella storia del canto. L’idea drammaturgica di Rossini è chiara, evidentissima ed il confronto con quanto scritto in prima battuta per questo finale di Zelmira indicava la via da seguire, ossia quale cantate protagonista femminile ricercare sul mercato. La musica non vive in se stessa, perché è documento cartaceo: la musica esiste solo per forza di un “medium” che è l’esecutore, peculiarità che distingue questa forma d’arte dalle altre. Una “versione Pasta” presuppone che si disponga di un soprano in grado di cantare quello che cantava la Pasta e di rendere quel tipo di canto che fece di lei la cantante preferita da Bellini: forza e varietà di accento, vis tragica, coloratura etc... Per la Pasta furono concepite la Beatrice di Tenda, la Sonnambula e la Norma belliniane, l’Ugo Conte di Parigi e l’Anna Bolena donizettiana, la Niobe di Pacini…etc…Tutte opere che la protagonista della recente produzione di Zelmira non canta. Né può pensare di cantare, se non come seconda donna, ove prevista.
Scelta inadatta, che ha scontentato i buon udenti, inutile alla resa proprio di quel finale parigino che si è deciso di farci ascoltare, finale di straordinaria inventiva musicale e forza tragica. Altro sgambetto alla filolologia, a nostro avviso, perché la scelta dei componenti di un cast deve essere pertinente a quanto si intende far rivivere in scena, ossia il pensiero musicale e drammaturgico dell’autore. Potremmo anche arrivare a dire lo stesso per quanto attiene la scelta di Flórez, essendo quanto scritto da Rossini un “ad personam” molto forte, come lui stesso pare ancora indicarci quando scrive “Rubini” invece di “Ilo”. Sappiamo bene, però che queste tessiture di altezza eccezionale, con sovracuti scritti a manciate, erano amministrate da voci che usavano non solo la voce di petto, ma anche quella di testa, i cosiddetti falsettoni, modalità esecutiva che possiamo ritenere estinta da lungo tempo, a meno di anomalie assolute come Chris Merritt. Questo fatto giustifica parte delle mende esecutive del tenore in acuto, e rende secondaria la questione della restituzione di Ilo - Rubini da parte di un tenore che con la vocalità di Rubini ha poco che fare.
Balza agli occhi con tutta evidenza, però, come il festival abbia usato due principi del tutto opposti nel procedere all’esecuzione del finale in questione, uno per la signora Aldrich ed uno per il signor Flórez.
Per la prima è stato predisposto l’abbassamento di un tono, dalla tonalità da mi maggiore a quella di re maggiore, della cabaletta dell'aria finale, scena tra l’altro di tessitura assai idonea ad una voce di mezzo acuto. Tessitura che una Bumbry, una Verrett, una Dupuy, una Horne in piena carriera avrebbero amministrato con comodo, conferendole il vigore tragico che le spetta. Ma queste erano mezzosoprani, non mezzi soprani...
Il terzetto finale, invece, che contempla per Flórez l’esecuzione delle pazzesche agilità sulle note mi bemolle-re naturale sovracuto, non ha subito alcun abbassamento, per giunta con un tenore capace del re naturale ( che non è poco! ) e che avrebbe potuto eseguire abbassata la figura ornamentale, anziché rabberciare alla bell’e meglio la scrittura del passo, tra l’altro ripetuto due volte.
Dunque nell’arco di cinque minuti il principio ispiratore dell’esecuzione cambia, in due sensi opposti. Si sceglie l’esecuzione di un finale che come tale non può essere eseguito da due degli esecutori principali e si procede all’abbassamento di tonalità per la cantante più deficitaria del cast, ma non per chi canta qualcosa di pressoché ineseguibile facendogli un rappezzino allo spartito piuttosto che un doveroso e assai più rossiniano abbassamento ad una tessitura abbordabile.
E di queste scelte il melomane curioso non capisce la logica ispiratrice, che di certo non è unica, né unitaria, a meno di non assumere l’adagio: cantante che vai, filologia che trovi!

GG e AT


Gli ascolti

Rossini

Ermione


Atto II - Il tuo dolor ci affretta...Se a me nemiche, o stelle - Nelly Miricioiu (con Bruce Ford - 1995)

Zelmira

Atto II - Stridon le ferree porte...Dell'innocenza, o Dèi - Kate Aldrich (con Kunde, Palazzi & Esposito - 2009)

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lunedì 10 agosto 2009

Zelmira a Pesaro: riflessioni dopo la prima

Presente in sala alla prima di Zelmira, aggiungo alla bella recensione di Giulia Grisi, che condivido in massima parte, alcune considerazioni relative all'ascolto dal vivo.

Mi ha impressionato la saldezza di Gregory Kunde, che a onta di gravi molto deboli e frequenti stonature in zona di passaggio e nonostante alcuni attacchi un poco sbiancati è stato un Antenore plausibile per fraseggio vario e scultoreo, accento e vigore dell'agilità di forza. E ciò malgrado una regia che faceva dell'usurpatore di Lesbo una sorta di generale dell'aviazione di film tipo Pearl Harbour o del più autarchico Luciano Serra pilota. Accanto a lui tutte le altre voci del cast, con l'eccezione di Esposito e della Pizzolato (almeno nel registro acuto), sembravano vocette di poca importanza.
L'Ilo di Florez delude per lo scarso peso specifico (e non è una novità) ma soprattutto per la monotonia del fraseggio, che tende a fare del principe troiano un efebo preda di eventi troppo maggiori di lui. E' stato poi penoso vederlo risolvere (non sempre impeccabilmente) il canto di agilità, massime sul passaggio, con suoni ora "tirati" ora vuoti e bianchi, emessi per giunta a prezzo di visibili contorsioni fisiche. La sensazione, segnatamente nel finale, è stata quella di un cantante preparato, serio, musicale, ma terribilmente al di sotto delle richieste, espressive prima ancora che tecniche, della parte.
La Aldrich è il vero mistero di questa produzione. Schietta voce di soprano corto, con gravi inesistenti malgrado l'evidente e massiccia "pompatura" e acuti striduli disseminati ovunque (anche se un poco più controllati rispetto all'Adalgisa bolognese), la cantante si è segnalata soprattutto per l'inerzia e la mollezza con cui ha affrontato quello che se non erro è il suo primo cimento con il repertorio della Colbran. Pesaro non è nuova a simili esperimenti, ma stavolta si è davvero esagerato. E la prima a rendersene conto credo sia stata la Aldrich medesima, veramente allo stremo nella grandiosa scena finale ripensata per Giuditta Pasta.
Meglio di lei ha fatto la Pizzolato, che pure alla scena di sortita evocava nei gravi piuttosto aperti una sorta di parodia di Fedora Barbieri. Nel secondo atto ha risolto discretamente il cantabile dell'aria aggiunta ma si è ritrovata in affanno nella cabaletta, toccando gli estremi acuti con udibile difficoltà. Ma è stata sicuramente più pertinente della Aldrich nel fraseggio, nell'espressione, insomma nel ritratto di quella che è la corifea della tragedia per musica. Azzardo dicendo che, previ opportuni trasporti e riscritture, avrebbe meritato lei il title role assai più della collega.
Esposito, dal mezzo di insolita potenza (rispetto al suo standard), ha però voce senescente e difficoltà nella gestione del legato anche maggiore che nella recente Gazza Ladra bolognese. Tutto sommato gli ho preferito Mirco Palazzi, che dopo una scena d'apertura assai stentata e fuori fuoco è sembrato "carburare" maggiormente e ha cantato con voce non bella ed espressione costantemente torva, ma senza eccessivi cedimenti a un gusto deteriore, il resto della parte.
Direzione priva di nerbo, caratterizzata da attacchi spesso sporchi, scarsamente attenta alla coesione di buca e palco (e fuori scena, vedi gli ingressi regolarmente in ritardo della banda), nessuna idea del pathos e della grandiosità della partitura rossiniana. L'orchestra ha suonato piuttosto bene, con un bel suono levigato, più adatto però al repertorio leggero che a quello serio, anzi tragico.
La regia di Barberio Corsetti, colma di cappotti come una deteriore tradizione vuole e impone, evoca uno scenario apocalittico che rimanda da un lato alla DDR, dall'altro a film come Blade Runner (le proiezioni sul croma key - una finta sperimentazione vista da almeno 30-35 anni - evocano un mondo sotterraneo, frutto dell'oppressione di Antenore). Per motivi incomprensibili il figlio di Zelmira è un neonato (ma quanto è durata l'assenza di Ilo? due settimane??) e Polidoro un vegliardo a metà strada fra Matusalemme e lo zio Venanzio del Giornalino di Gian Burrasca di wertmulleriana memoria. Come ha chiosato una spettatrice all'uscita dalla sala: "un brutto film". Che ultimamente stiamo vedendo un po' troppo spesso.

Gli ascolti

Rossini - Zelmira

Atto I

S'intessano agli allori...Terra amica - Rockwell Blake (2003)

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Zelmira, versione Parigi 1826

Allestire opere come Zelmira fu da subito ardua impresa e tale rimase sino alle moderne riprese della Rossini renaissance. A maggior ragione lo è in tempi come quelli correnti, carenti di fuoriclasse, ma mentre si può invocare la clemenza del pubblico in fatto di tenori, attese le mostruose scritture dei due protagonisti, meno lecito è il farlo in punto di primedonne o di bassi, almeno stando a quel che Rossini in questo titolo esige.
In questa produzione di Zelmira il ROF è riuscito miracolosamente nel contrario, andando oltre le aspettative con le voci acute maschili e deludendo nel resto, nella scelta della protagonista soprattutto.

Gregory Kunde, Antenore,si è ritagliato una seconda carriera da baritenore, fatto che gli fa grandissimo onore, perché ne prova l’alta perizia tecnica che ha fatto grande tenore belliniano. L’ampiezza del mezzo vocale, conquista degli ultimi anni, oltre ad un buon virtuosismo di forza, gli consentono, ad onta dell’età, di dar senso agli antagonisti di Nozzari. Kunde ha cantato come un vecchio leone, esperto e intelligente, gestendo virtù e limiti con sapienza…antica. Spartito alla mano si è scontato pochissimo di quanto previsto, eseguendo anche bellissime variazioni nella cabaletta della sortita. Qui la voce, come capita ai cantanti di lungo corso, ha impiegato tempo a carburare ed i brutti suoni sono stati tanti, in alto soprattutto, ma il tenore ha eseguito tutto a meno della cadenza dell’aria .
Nella seconda scena solista, “Mentre qual fiera ingorda”, terribile per i salti e la coloratura, si è riacconciato, con mestiere, alcuni battute delle frasi iniziali e di quelle bassissime, al la sotto il rigo, “..le leggi infrange ognor..”, come pure le code della successiva cabaletta, ma non ha mai rinunciato a cantare di forza e ad accentare. Nel terribile “Figli miei di Lesbo” che introduce il grandioso è stato davvero impressionante. L’età del tenore si sente laddove mostra il “buco” in zona di passaggio alto, più raramente in quello basso: ha stonato ad esempio, negli attacchi sul fa del quintetto del I atto, “La sorpresa o stupore”, ed in qualche momento del quintetto del II atto, ma il canto come il personaggio nel complesso hanno girato sino alla fine, con pertinenza d’accento, recitativi compresi.

J.D. Florez ha domato la scrittura di Ilo oltre le aspettative, e non è poco data l’altezza ed il virtuosismo che connotano la parte. Il tenore peruviano, definito dai commentatori radiofonici il più grande tenore rossiniano vivente è al di sotto delle esigenze della parte. E prima che vocalmente come interprete. Basta sentire come esegue i recitativo di Ilo all’inizio del secondo atto privo del tono dolente e disperato che compete ad Ilo, prodromo degli eroi belliniani, Gualtiero in primis Personaggio questo che viene largamente anticipato nel terzetto “il figlio mio” atto primo, dove Florez manca di ampiezza nel recitativo e dove nel cantabile non può che aprire i suoni per simulare la tragicità di cui la voce nondispone. Quanto all’aspetto vocale Florez oggi canta sempre con evidente nasalità in zona acuta, aprendo il suono sul passaggio e sui primissimi acuti e vibrando più sopra. Quanto agli acuti estremi (do e re di cui è costellata la parte) sono raggiunti di preferenza sulla vocale “I” ed a condizione di rallentare il tempo prima di sparare la nota acuta. Fra l’altro sparare gli acuti estremi, ossia sostituire i passi vocalizzati con acuti (come accade nell’esecuzione della semplificata cadenza del’aria o nel duetto con Polidoro alla frase “splende sereno”), spianare le figure acrobatiche nei da capo, che richiederebbe un aumento e non la riduzione della coloratura ( note ribattute del da capo del duetto con Zelmira), semplificare le cadenze (recitativo di sortita sulla parola “amato”, quella alla chiusa dell’andantino della sortita) mancare di mordente nelle agilità è la negazione del canto e dello stile rossiniani.
Intendiamoci bene: il rappezzo ,il raggiusto sono giusti e leciti e lo insegna proprio in questa Zelmira l’autore medesimo, ma lo spirito dell’autore ossia quello del personaggio non possono essere modificati e traditi. Qui Ilo non era un eroe di ispirazione classica, ma un fanciullo. Ed il problema non è vocale è interpretativo.
Queste osservazioni non vogliono essere una dorata pillola per una recensione di gran lunga migliore verso Kunde, che verso Florez. Ma il personaggio di Antenore, scritto per un cantante (Andrea Nozzari) che era prima di tutto un cantante e, subordinatamente, un interprete non ha le sfaccettature che Ilo, prodromo degli eroi romantici offre e richiede.

Marianna Pizzolato, habitué del Festival, possiede la più bella fra le voci in scena. Difetta nel suo utilizzo. In primis per motivi tecnici, particolarmente sul primo passaggio, che non è eseguito correttamente e che si ripercuote su entrambe le zone estreme della voce; se correttamente eseguito ne trarrebbe giovamento anche la vocalizzazione, che risulterebbe più precisa e meno fosforescente. Ha cantato bene il terzetto del primo atto ( la migliore di certo), un po’ meno il duetto con Zelmira, ove ha tubato vistosamente frasi come “ …qual pensier funesto..”. Quanto all’aria, ha potuto disimpegnarsi nell’aria ma è stata in debito d’ossigeno nella cabaletta, strillacchiando qua e là.

Quanto alla protagonista, Kate Aldrich, non se ne comprende il motivo della scelta. E’priva delle qualità vocali, tecniche ed interpretative che la parte richiede. Le è stato sufficiente il breve recitativo di ingresso con Emma “non fuggirmi” per esemplificare il campionario delle proprie carenze a partire da centri veristi e dalla voce “indietro” dal fa4 e per giunta in una scrittura centrale e comoda. Le carenze si fanno più evidenti con il crescere delle difficoltà della parte come accade nell’agilità di forza del duetto con Ilo “ Che mai pensare” o la modestia del legato sia nella sezione del duetto che, ancor più,nel famoso”perché mi guardi e piangi” eseguito meccanicamente e senza languore e la struggente poesia che il passo richiede. Velo pietoso ( e per entrambe le cantanti ) riguardo i passi acrobatici delle code. Al terzetto con Ilo e Polidoro sotto la spinta tragica del momento la voce diviene una vocina vetrose che grida malamente “oh qual calunnia, che pena è questa”.
Arrivati al finale abbiamo avuto la riproposizione di quello che Rossini pensò a Parigi per la divina Giuditta Pasta nel 1826. Abbiamo quindi un’immagine precisa e plausibile di quella che era la vocalità e la capacità interpretativa della cantante prima che diventasse l’interprete di Donizetti e Bellini. Rossini non solo regalò a Giuditta Pasta una splendida preghiera, ma inserì una sezione della cabaletta di Ermione e passi della scena del carcere della Gazza. Tutto questo deve indurre a riflettere sulla genialità e sulla poetica di Rossini. Quanto alla prima è evidente perché la scena ha una forza tragica ben superiore a quanto il maestro avesse pensato per la non più fresca Colbran e perché i pezzi “recuperati” sono quanto di più adatto possa esserci alla situazione drammaturgica. Ermione, trasferita in Zelmira, forse ne guadagna dall’innesto.
Non solo questa scelta smentisce la storiella che certe parti della Colbran nacquero e morirono con la loro prima interprete, per essere più plausibile che quei titoli richiedevano capacità vocali ed interpretative riservate a pochi, donde la sparizione. Quella d’inserire Gazza Ladra esemplifica il concetto di arte ideale per Rossini, che ripropone la stessa musica per la stessa situazione: una donna carcerata per una ingiusta accusa .
Tutto questo richiederebbe una grande cantante e la “scelta” del Festival signora Aldrich, mezzosoprano alquanto scalcagnato, che la “nouvelle vague” di imporre un mezzo nei ruoli Colbran esige dopo decenni di soprani lirico leggeri (Gasdia, Devia, Peretiatko) per giunta inflitta in un tempo in cui si disponeva di mezzi acuti saldi e sicuri.
Nel dettaglio: a prescindere dallo scadente e per nulla ispirato accompagnamento abbiamo sentito una preghiera piatta e senza pathos con svarioni nei rari passi di coloratura come la quattro quartine di “barbaro” o il grido sul la acuto coronato di “ah” o sul trillo e sulle terzine di “ a mali miei”; arrivato l’impresto da Ermione o si dispone della raffinata capacità simulatoria di una Cuberli o dell’ipotetico vigore di una Verrett, una Horne, una Bumbry e una Dupuy o si grida miseramente. Abbiamo volutamente omesso Maria Callas e la Sutherland post 1975, perché ci vogliono convincere che non siamo mai esistite.

Nessuno dei due bassi mi ha impressionato. Il loro canto ha mostrato, alla radio, evidente durezze in acuto, debolezza nel canto di agilità ( penso alla coloratura del terzetto di Polidoro con le due donne o ai trilli prescritti nel terzetto finale e non eseguiti da Esposito ). Niente di particolarmente scandaloso o fuor di media, ma non un buon canto perché entrambi hanno la voce troppo bassa di posizione, con tutto ciò che ne deriva.

Il maestro Abbado ci è parso avere acquistato un po’ più di vigore rispetto all’Ermione dell’anno passato, migliorando certe meccanicità di cui gli scrivemmo allora. Ma da qui ad una grande direzione di un Rossini tragico, però, molto ne cala.
Durante il primo atto ha staccato qualche tempo comodo, come la cabaletta della sortita di Ilo, opportunamente accellerata nel conducimento tra prima e seconda strofa, ma gli è mancata ora la capacità di dar respiro al canto, come alla cabaletta della sortita di Antenore, ricadendo un po’ anche lui nella marcetta ( vedi ingresso di Ilo che è, invece, “marziale”); ora la capacità di stimolare gli interpreti, come nel caso della piatta Aldrich della preghiera finale o del duetto con Emma; ora la poesia degli accompagnamenti, come al duetto Zelmira Emma; ora la vis tragica, come al terzetto Ilo Polidoro Zelmira. Il terrore delle moderne bacchette di essere troppo romantiche in Rossini ormai li porta a negare ciò che, invece, romantico è. Abbado non decampa da questa regola, e così ha finito per stravolgere l’impressionante terzetto, ove non solo l’orchestra ma anche la vocalità sono già completa realizzazione del poi, ossia di ciò che per anni abbiamo creduto essere solo di Donizetti, Bellini e Verdi e che, invece, il grande Gioachino aveva già inventato e messo in scena prima di loro. Lo aveva ben capito Thomas Schippers, nel 1969, con la sua filologia pratica e l’intuito dell’artista geniale. Oggi, dopo tanti studi, invece, pare lo dobbiamo dimenticare per forza. Idem dicasi per il finale primo, che è già l’ ”Atro evento, prodigio funesto” della Semiramide, che Zedda con tanta tensione drammatica ha sempre diretto. Ad onta di un solo anno e mezzo di differenza cronologica, Abbado ha diretto questo momento straordinario in modo terribilmente meccanico e per nulla tragico, quasi fosse altro e diverso compositore, e non se ne comprende la ragione ( tralasciamo poi che nessun interpoli più nei concertati uno straccio di volata o spari una acuto come il cielo comanda, aggiunte che non erano le spacconate della Horne e dei suoi seguaci, ma un modo elettrizzante di descrivere la tensione del momento ). Una direzione a mezza via, direi, che non ha dato giusta resa a tutte le diverse componenti dell’opera, ma solo a alcune.
Un’edizione a luci ed ombre, dunque, nel complesso più efficace dell’Ermine dell’anno passato.

Quanto ai singolari criteri filologici che hanno ispirato questa Zelmira versione Parigi ’26 avremo modo prestissimo di riparlarne diffusamente in sede ad hoc.

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mercoledì 30 aprile 2008

Norma a Bologna: Canta Diva?


Abbiamo ieri sera assistito alla Norma presentata a Bologna.
La locandina:

Pollione - Fabio Armiliato
Oroveso - Rafal Siwek
Norma - Daniela Dessì
Adalgisa - Kate Aldrich
Clotilde - Marie Luce Erard
Flavio - Antonello Ceron

Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna

Maestro del coro - Paolo Vero
Direttore - Evelino Pidò
Regia - Federico Tiezzi

A leggere i nomi in cartellone, perlomeno quello dei due protagonisti, potevamo aspettarci qualcosa di diverso da quanto abbiamo effettivamente sentito in teatro?
Per la protagonista questo blog non può nascondere una aperta simpatia e stima, e non tanto per la sua carriera più recente di cantante verista, quanto per quella più remota e, forse, sconosciuta alla maggior parte dei suoi fans, ossia quella degli anni in cui alla ragazza semplice, dalla voce d’oro e dal repertorio sterminato ed inquieto non veniva mai riconosciuto il giusto tributo. La diva di oggi è approdata alla Norma avendo una intera carriera alle spalle, e soprattutto, all’opposto del cursus honorum dei soprani spinti, dopo aver lasciato il belcanto per percorrere quasi tutte le strade che il verismo apre ad una voce femminile. Così la signora Dessì ha affrontato uno dei must del Belcanto italiano nelle condizioni in cui lo affrontavano, di fatto, le cantanti delle generazioni precedenti proprio la Belcanto Renaissance, ossia le Cigna, o le Milanov, o le Caniglia ma senza l’impatto che loro sapevano dare grazie al volume.

E la direzione di Pidò anch’essa ci ha ricondotto a quel contesto culturale, per i tagli di da capi, cadenze et consimilia, i tempi stringati e marziali privi di alcun rallentando (tanto da indurre solisti e coro a sbandare in più punti, segnatamente nelle strette), assenza di suggerimenti stilistici al cast vocale, orchestra capace di produrre solo suoni secchi, aspri e fragorosi. E ciò sebbene il cronista radiofonico, a quanto pare, abbia sottolineato pignoleria e sensibilità filologica del maestro, come nel caso del ripristino di “certi pizzicati” che ben poco hanno pesato nel quadro generalmente “rétro". Ricordiamo che il maestro Pidò ha diretto di recente due dischi di dubbia filologia quali la Sonnambula Virgin e il recital di arie italiane della signora Dessay (che ci apprestiamo a recensire).

Ma vediamo un po' nel dettaglio come si è svolta la serata.
Il primo a entrare in pista è Rafal Siwek: voce più grossa che ampia, più da baritono che da basso puro (i gravi sono inconsistenti, l'acuto, per quanto tirato e oscillante, è più saldo), dinamica nulla (tutto sul forte), fraseggio non pervenuto (a parte qualche tentativo di forcella malamente risolto). Un Oroveso anch'egli old-fashioned, quindi.
Armiliato: la voce, benché leggera e tutt'altro che baritenorile (in basso c'è ben poco, se non suoni intubati che fanno pensare a un baritono alle prime armi, e l'acuto è regolarmente impiccato, specie sul passaggio), è grande e di bel colore, ma l’emissione è forzata e greve, e richiede il tempo veloce e marziale staccato da Pidò. Canta in modo generico e piatto, ed i suoni sfuggono indietro regolarmente sui sol di fior, senSI etc. La cabaletta è eseguita col taglio del da capo, nonché delle battute che precedono la coda. Inutile aspettarsi cadenze sulle corone o gli abbellimenti che certo spettavano al grande baritenore alla Donzelli. In fondo il Pollione senescente di Merritt all’Arena di Verona, che eseguiva da capo variati e variazioni anche in sede di recitativo, è rimasto un unicum senza seguito. Tornando al Pollione di ieri serva, va detto che il non più che corretto Ceron, nelle poche battute di Flavio, ha fatto sentire una voce meglio proiettata e con più squillo del collega. Nel corso della serata le nasalità diffuse già presenti in questa periclitante entrata si sono fatte sempre più insostenibili, arrivando a livelli difficili da sostenere nel duetto con Norma e poi nel concertato finale.

Preceduto da un coro tutt'altro che impeccabile, ecco l'ingresso della sacerdotessa (che il regista pensa bene di far scendere da una scaletta, scortata dai boys: detto tutto). Daniela Dessì approda a Norma con una voce molto affaticata nella zona fa sol la (sulla quale deve cantare l’intera serata), con poco legato: fatica a reggere la voce nei piani e non è mai stata un mostro di precisione nell’esecuzione della coloratura. Lo strumento è sempre di notevole bellezza timbrica e ha un corpo maggiore della media dei soprani (anche assai più giovani della Dessì) che affrontano questo ruolo, ma gli acuti sono strillati e i gravi assai prossimi all'inesistente. In difficoltà nel recitativo d'entrata, questa Norma sfoggia un’emissione non più in linea con le esigenze del Belcanto. Intelligente ed astuta, la Dessì cerca di nascondere i suoni acidi tentando piani, che però spesso suonano difficoltosi e aspri. Nel Casta Diva cerca il timbro soave, aprendo un po’ i suoni centrali, ma quando arrivano le salite al la del semBIANTE arrivano anche suoni malfermi. Lotta la Dessì cercando di alleggerire l’emissione, poco aiutata dai fiati corti, ma la lotta, impari, è con 15 anni di pesantissimo repertorio verista. Infila i suoni della seconda discesa dal la tenuto in seconda strofa (anche se si ha l'impressione che accenni), poi arriva una cadenza striminzita ed esangue. Dopo una congrua pausa per l'entusiasmo dei fan (che arrivano a richiedere un bis), accade un po’ di tutto nell’allegro Ah bello a me ritorna, tra tentativi di suoni leggeri, agilità infilate ed altre gridacchiate, urletti sui si bemolle e perigliosi passaggi sul do... insomma, una cabaletta alquanto verista!

L'entrata di Kate Aldrich rivela una voce piuttosto importante, di timbro non straordinario ma discreto calibro. Anche in questo caso, purtroppo, l'emissione è anni luce da quella richiesta dall'opera, dal personaggio e dalla circostanza drammatica. Adalgisa è giovane e smarrita: non ha senso che si metta a vociare come una mulatta Bersi in libera uscita. Come da pratica oggi corrente, la signora Aldrich canta sul capitale e non sugli interessi: la dote di natura glielo consente, per il momento. All'incontro con Pollione dovrebbe essere aggiunta, in luogo della cadenza (che non c'è), la mascagnana Mala Pasqua. C'è comunque da dire che, al cospetto dell vocalità assai brada di Armiliato, la Aldrich, che in generale ricorda le Adalgise à la Barbieri, potrebbe passare per una nipotina della signora Stignani.

Al primo duetto delle donne, la Dessì azzecca l’attacco Oh rimembranza in piano. La Aldrich continua a cantare senza pathos, un po’ per timbro e un po’ per indole, e non riesce a dare vita al ricordo palpitante della giovane, né Pidò l’aiuta sotto. Sceglie poi la variante bassa, punto bella nell’esecuzione gutturale del mi sotto il rigo. Dessì replica con un Sì fa core abbracciami davvero cempennato, eseguito con voce piccola ed acida. Le voci non si fondono, né le cantanti paiono molto affiatate: il belcanto moderno pretenderebbe migliori sincronie e purezza esecutiva a questo livello (si veda la cadenza finale). Norma tenta la rimonta nel finale primo: sa come deve accentare Va' non tremare o perfido, ma l’esecuzione annovera qualche strillo di troppo sui do e le quartine di discesa piuttosto sgangherate.
Il terzetto, eseguito tagliato, Vanne sì mi lascia indegno cerca l’accento veemente e la sonorità della voce scoprendo il suono (si vedano ad esempio i do centrali), ma al momento topico arriva stanca, con il fiato corto, e stenta affannosamente, sotto la spinta drammatica. Il re naturale in chiusa è da dimenticare.

Al recitativo che apre il secondo atto la Dessì insolitamente si compiace di una dizione artefatta, con le vocali caricate, anche lei contagiata dallo stile telefoni bianchi di cui è portabandiera Fiorenza Cedolins. Sono belle le intenzioni musicali del Teneri figli, con tanti piani e ricerca di intensità emotiva, ma la realizzazione è molto difficoltosa perché i piani sono malfermi e schiacciati. Il la bemolle di Ah NO, sono miei figli... anch'esso da dimenticare.
Al secondo duetto con Adalgisa, Norma canta la prima strofa del Deh con te li prendi con un filo di voce, una discreta precisione ed anche il si bemolle è meglio degli acuti precedenti. La Aldrich replica fiaccamente, con voce né bella né da virtuosa.
Mira o Norma staccato velocissimo da Pidò corre via senza magia o vera espressione, una vera toccata e fuga dalle note. La cadenza densa di suonacci per entrambe le cantanti oltre che tagliuzzata.
Sì fino all’ore estreme esalta i limiti delle signore: come da tradizione l’esecuzione è abbassata, ma i rallentando pure di tradizione, invece, vengono spazzati via dal ritmo battagliero funzionale a coprire le mende esecutive delle due protagoniste, imprecise nella coloratura e con un'emissione assai poco stilizzata.

Sorvoliamo sulla seconda scena dei druidi (poco o nulla da aggiungere a quanto detto su Siwek e sul perfettibile coro) e arriviamo al gran finale.
Nelle battute che introducono l'entrata del coro, a parte l’esecuzione del do la Dessì accenta con perizia E qui di sangue, sangue roman... e le frasi che seguono prima del Guerra guerra, che Pidò esegue tagliato della coda. Benissimo accentate anche le frasi che precedono In mia man alfin tu sei, che fa soffrire la cantante per la tessitura bassissima, quasi inarrivabile per lei. Accenta con forza appena la tessitura lo consente. I romani a cento a cento sono cantati con vocina imballata ed inacidita dalla fatica, e la coloratura cempennata. Meglio Già mi pasco de' tuoi guardi, eseguito piano con sarcasmo, mentre sono urlacci quelli sulla chiusa del Posso farti infelice al par di me. Ancora accenta tutte le battute che precedono Qual cor tradisti con autorità e perizia. Canta piano, anche se con voce malferma e aperta al centro, cercando l’espressione intensa e dolorosa. Idem dicasi per il finale, dove, nonostante a fine serata, arrivano ancora frasi attaccate dolcissime e di timbro. Poi riemerge la voce compromessa sui sol tenuti di CHIEDO, AMOR…..etc.. Insomma, una Norma arrivata troppo tardi nella carriera della signora Dessì, ricca di intenzioni, ma non sorretta da un adeguato status vocale e neppure, spiace constatarlo, da una preparazione impeccabile (troppo volte abbiamo distintamente udito la voce del suggeritore). Un vero peccato.

Lo spettacolo di Tiezzi, malgrado i bozzetti di Mario Schifano, si presenta all'insegna di un "ponnellismo di ritorno" poco o punto interessante, con un'ambientazione stile Impero già vista troppe volte anche in allestimenti dello stesso regista (Clemenza di Tito a Firenze), citazioni (da Jacques-Louis David e Canova, soprattutto) che tentano di "spiegare" quello che è già chiaro di per sé, i Druidi armati di picche che sembrano alabarde prese in prestito da Star Wars, i figli di Norma che giocano con il trenino elettrico (un omaggio al secolo dei Lumi?)... una proposta finto-nuova che non suscita reazioni, neppure i fischi della platea registicamente assai conservatrice di Bologna.

Pubblico folto (ma teatro non esaurito: vari buchi in platea e un paio di palchi deserti), assai plaudente ma rapido nel togliere il disturbo a fine recita.

V. Bellini - Norma

Atto II

Mira o Norma - Rosa Ponselle & Marion Telva, Gina Cigna & Ebe Stignani

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