La direzione è affidata a Yves Abel, che tre anni fa diresse il titolo in Scala con il medesimo protagonista maschile. L'ouverture è fracassona, priva di finezza nell'enunciazione del tema del reggimento, il suono - specie quello degli archi - invariabilmente cupo e assai poco morbido. Una fotocopia del ricordo "live". Alla faccia delle presunte deformazioni operate dalla radio. Nel resto dell'opera abbiamo un'orchestra monocroma e impacciata, cori (soprattutto quello femminile nell'introduzione al primo atto) al limite dell'amatoriale e accompagnamenti alle arie tendenzialmente slentati, che offrono un ben povero servizio al canto. Perché, lo diciamo senza tema di smentite, il vero interesse di questa opera risiede nelle grandi pagine dedicate alla voce.
Marie è Patrizia Ciofi. La Ciofi gode fama, meritata, di cantante seria e di grande musicalità. Volendo però intendere in senso ampio la serietà richiesta a un professionista, in ogni settore, sarebbe dovere della signora Ciofi sospendere per un po', o concludere, la carriera. Le prove più recenti (Viaggio a Reims, Traviata, Tancredi) sono accomunate da una voce fioca e velata, in perenne difetto di appoggio, con il risultato che, al primo tentativo di mezzoforte, il soprano è costretto a spingere e di conseguenza a gridare. Gli acuti, soprattutto quelli aggiunti con generosità degna di miglior causa alla fine delle arie, sono sistematicamente tirati, a volte anche calanti (scena della lezione dove la signora senza fatica canta alla baroccara), nella zona del passaggio compaiono suoni fissi (canzone del reggimento) e in fascia centro-grave la voce semplicemente non c'è e la cantante, non potendo fare altrimenti, è costretta a parlare (scena con Sulpice). A ciò si aggiunga che, ove sia chiamata a cantare in assieme (duetto con Tonio, finale primo - in cui Marie deve "tirare" il concertato -, terzetto), la voce si fa ancora più larvale e di fatto svanisce nel nulla. Sappiamo che la Ciofi gode del favore e dell'affetto di ammiratori pronti a perdonarle qualunque menda vocale in nome di una non meglio specificata "espressività" insita nel canto della signora. A questi ammiratori, che sappiamo intenti a scorrere queste righe, chiediamo: vi sembra che la Marie querula e lagnosa, inevitabile portato del canto della Ciofi, abbia qualcosa che spartire con il personaggio brillante e patetico ideato da Donizetti? Poi si ha il coraggio di criticare June Anderson, che aveva acuti schiacciati, ma quanto a voce, presenza scenica, phisique du role e garbo musicale si assestava su tutt'altri livelli!!!
Svariati mondi vocali separano questa Marie dal suo Tonio, sebbene Juan Diego Flórez torni a questo personaggio (uno dei suoi più riusciti) con meno baldanza e più cautela rispetto al passato. La voce è sempre molto smilza, qua e là compaiono suoni nasali e il vibrato si fa più pronunciato nel corso della serata appena cerca di "dar volume" alla voce, ma l'interprete è giustamente molto misurato e supera con grazia gli ostacoli - non insormontabili - della parte. L'aspetto più interlocutorio è la gestione del legato, soprattutto quando si tratta di conciliare gli acuti (certo la zona più propizia al tenore peruviano) e i centri. Se gli acuti sono facili, come nell'aria del primo atto (bissata a furor di pubblico), la discesa al centro nelle frasi che separano i do si produce a prezzo di suoni aperti, mentre se il brano insiste in zona centrale, come nell'assolo del secondo atto, risulta problematica la scalata agli estremi del pentagramma. Certo, volendo fare i passatisti fino in fondo potremmo osservare che Kraus, anche in vecchiaia, dispensava nella sola aria del secondo atto una tale quantità di colori e nuances, quale il buon Flórez non ci regala nel corso dell'intera serata. Ma è anche vero che ogni cosa esiste in un contesto e anche rispetto a quello deve essere considerata e valutata. Con i magri tempi che corrono, quella di Flórez è una signora prestazione.
Pietro Spagnoli (Sulpice) è come al solito molto tenorile e in difetto di eleganza, ma la parte assai limitata lo espone poco, e quanto meno ci grazia dalle cadute di gusto che caratterizzavano la prova di Carlos Alvarez nella medesima regia.
Male, malissimo Victoria Livengood (subentrata all'ultimo minuto ad Ann Murray vedova Langridge, ed è la sua sola giustificazione), che scambia la Marchesa per un personaggio da avanspettacolo. Forse la dirigenza del Liceu avrebbe dovuto fare appello all'amore patrio della signora Caballé.
La parte della Duchessa, per il solito terreno di dive canore in fase "anta", è in questa produzione assegnata a un attore di prosa, Ángel Pavlovsky, specialista in parti "drag". Non sappiamo quale sia stato l'effetto della trovata in teatro. Per radio risultava assolutamente anodino, malgrado la recitazione caricata.
Chiudiamo, com'è nostro costume, con qualche ascolto. Per memoria e comparazione. Checché ne dicano i nostri censori, la memoria del passato (non solo dei pregi, ma anche dei difetti e dei limiti) è il solo elisir di lunga vita del teatro d'opera. Per questa ragione proponiamo, fra le altre, una Marie che fu una grande Lucia di Lammermoor ma anche Aida, Amelia del Ballo e persino Isotta e Carmen. Fu anche una celebrata interprete pucciniana e straussiana, il che dovrebbe fugare ogni dubbio sul peso vocale della signora. Possiamo discutere degli acuti, tendenzialmente fissi (anche facendo la tara all'anno di registrazione), ma la saldezza al centro e la qualità del legato, oltre alla sapiente gestione delle dinamiche, lasciano esterrefatti.
Dimenticavo: anche Jadlowker, con la sua voce naturalmente brunita che rimanda fin dall'attacco a personaggi di ben altro calibro, è raffinato e assolutamente sontuoso.

Gli ascolti
Donizetti - La fille du régiment
Atto I
Chacun le sait, chacun le dit - Margarethe Siems (1911)
Quoi! Vous m'aimez? - Frieda Hempel & Hermann Jadlowker (1909)
Atto II
Rataplan - Marcella Sembrich (con Charles Gilibert & Marie van Cauteren - 1903)
Pour me rapprocher de Marie - John McCormack (1910)






