martedì 10 febbraio 2009

Concerti di canto : Raina Kabaivanska al Teatro alla Scala, 16 Aprile 1975.

Raina Kabaiwanska donna elegante e cantante raffinata nelle scelte artistiche anche quando esiguiva melodrammi assolutamente popolari come Tosca non ha avuto una reiterata frequentazione con i concerti di canto.

Il fatto è strano perchè trattandosi di un'artista capace di esprimere con un mutare di intensità o una piccola variante dinamica aveva tutte le caratteristiche per esprimere il meglio della propria arte in sede concertistica.
Quando, però, lo ha fatto ha mostrato la "zampata" della grande interprete e raffinata.

Nel 1975 quando si presentò in Scala, dopo le consuete recite di Tosca ( che se non mi sbaglio avevano in fretta e furia sostituito la prevista Fanciulla del West), si esibì in concerto con un programma che nulla aveva a che vedere con il consueto repertorio operistico.



La Kabaiwanska, benchè bulgara di nascita era, anche nel 1975, ritenuta italiana per formazione e gusto e, paradossalmente, il repertorio russo era una assoluta rarità per la cantante.



Destinata proprio in quegli anni a diventare l'erede dell'Olivero e dopo un decennio passato a cantare di tutto (nelle interviste la Kabaiwanska è schietta e riconosce di esser stata costretta a "prendere tutto", spesso - aggiungiamo noi - quello che altre cantanti non volevano) presentandosi alla Scala andò a rispolverare, lei che sospirava e languiva Tosca e Manon alla maniera delle dive fin de siecle, la musica da camera delle proprie origini se non geografiche, almeno musicali. Offrì al pubblico che l'amava, e che pure la censurava nel do della lama di Tosca, un programma dove anche per chi non conosce la lingua (russo o bulgaro) poteva cogliere le cesellature e gli accenti che, usualmente, distribuiva, ad onta della voce , tutto fuor che bella, in Puccini, Cilea e di lì a poco in Zandonai e Massenet.



Alla fine accontentò il suo pubblico con Adriana. Titolo che le oculate dirigenze scaligere succedutesi nel tempo hanno fatto cantare per due o tre recite, in secondo cast alla Olivero e MAI alla Kabaiwanska, entrambe le signore, a furor di pubblico, senza case discografiche, major e paginoni sui quotidiani, però, sono imperiture nella mente e nel ricordo del pubblico.

Ljubomir Pipkov
Ninna Nanna
Ajscenze

Gheorghi Slatev-Cerchin
La ragazza dagli occhi azzurri

Serghej Prokofiev
Canzone senza parole
Canzone senza parole

Igor Stravinskji
Ti-Lim-Bom
Volavano i cigni

Modest Musorskji
Gopak

Piotr I. Tchaikovsky
Non parlare anima mia
Notti insensate
Perchè ti ho detto niente
Perchè ero come erba nella steppa

Seghej Rachmaninov
Ho amato per malasorte
Io ti aspetto
Un sogno
Una poesia di Alfred de Musset
Acque primaverili

Bis

Elenkè

Ociciornie

Francesco Cilea
Adriana Lecouvreur - Io son l'umile ancella

Pianista : Krassimir Catev

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domenica 8 febbraio 2009

Agiografia di Montserrat

Papa Giovanni XXIII di venerata memoria sosteneva la necessità di un lasso di tempo pari ad un secolo fra la morte di un pontefice ed il relativo processo di beatificazione. Analoga regola dovrebbe operare per la redazione e pubblicazione delle biografie dei cantanti d’opera, per evitarne la trasformazione in una agiografia.
Per i cantanti d’opera e per il pubblico l’agiografia è parimenti negativa in quanto non vengono offerti elementi di giudizio, ma soli spunti devozionali.

Davide Steccanella, che finalmente consegna alle stampe la propria ventennale riflessione, mi ha chiesto circa la propria fatica un’opinione. Eccolo accontentato!
Ed è un oneroso regalo perché Davide, devotissimo a Nostra Signora dei Catalani, è amico da cinque lustri ( e vorrei lo rimasse per molti e più ancora), anche se spesso in dissidio operistico e perché il mio giudizio sulla sua beniamina è, nel tempo, molto mutato. Ed in peggio. Per altro i dissidi operistici con Davide, in questi ultimi anni di autentica miseria, si sono di molto attenuati. La vecchiaia, cui siamo entrambi prossimi, porta saggezza e tolleranza.
Quindi le mie opinioni riguardano da un lato lo scritto, che, primo in lingua italiana, si occupa del famoso soprano e, poi, la cantante.
Lo scritto trasuda superlativi, di competenza, spiace dirlo della devozione e non già della critica e della storiografia. Sotto questo profilo dissento.
La cronologia, invece, che, non credo completa, e non per carenza dell’autore, ma per la quasi ubiquità del soprano, particolarmente quanto si trattava di concerti e concertini, insegna che solo grazie alla solidità tecnica si può tenere quel ritmo di lavoro per un decennio ed a quel livello. Se, poi, le scelte di repertorio fossero state quelle più idonee alla voce della Caballè ritmo e livello si sarebbero conservati per due decenni, almeno, come accadde ad altri fenomeni tipo Beniamino Gigli.
La scelta di riportare anche recensioni negative, come l’autentico capolavoro che Denis Gaita dedicò alla funesta Fiorilla del Turco in Italia, è un atto di grande onestà intellettuale ed attenua i vapori degli incensi devozionali.
Devozione, che fa dimenticare al Davide che esistono, per valutare un cantante, molti soprani anche prima della Callas. Insomma, caro Stecca, prima della Maria, che sembra essere per te l’unico soprano in carriera precedente la Montsy, ci furono, invece, fior di soprani di rilevanza storica, delle quali si deve tener conto per valutare e giudicare.
Serve a trasformare il superlativo assoluto in comparativo. Magari di minoranza.
Forse io del tempo precedente la Callas tengo anche troppo conto. E con il passato entro nel merito della rilevanza ed importanza della señora Caballé. Complice il fatto di aver cominciato ad andare all’opera nel 1969, sono uno dei pochi under cinquanta che ha ascoltato la grande Caballé, con conseguenti mani spellate e corde vocali arrossate dopo le Borgia, Norma, Aida, Luisa Miller, Amelia del Ballo e concerti di canto, dove trionfavano il timbro bellissimo, le aeree filature, l’espansione del suono nella sala del Piermarini, almeno sino ad un si nat acuto.
Poi mi è toccato sentire il lungo ostentato viale del tramonto a partire dalla Norma del gennaio 1977 (per la cronaca la Forza è una buona prestazione vocale, ma non può competere quanto ad integrità timbrica ed interpretazione con la Price, la Tebaldi e neppure con la Gencer e la Ponselle), dove il declino del mezzo vocale venne accentuato ed affrettato dalla foia di piazzare ubicumque sé ed i prodotti della prosperante agenzia Caballè e si congiungeva a poca o punta voglia di preparare lo spartito come nome e la fama Caballè avrebbero imposto. In questo senso nel loro declino la Sutherland, la Horne e la Gencer sono sempre state ben comprese del loro ruolo e della loro fama. Attenuante: la Caballé pagava lo scotto di avere cantato, propiziata da uno strumento straordinario, praticamente tutto il repertorio. Quanto Giacomo Lauri Volpi, livido di rabbia ed invidia, dedica alla memoria (sic!) di Beniamino Gigli, in "Voci parallele", calza alla Caballé.
E potrei e dovrei fermarmi anche perché due cartelle non possono compararsi con una pubblicazione di almeno centocinquanta. Però... A distanza di trent’anni dalla chiusura della parabola artistica il limite di Montserrat Caballé, credo, risiede proprio nell’aver cantato di tutto e di essere sempre stata, paradosso e colpa del timbro bellissimo e personalissimo, la Caballé.
Anche Madga Olivero e Joan Sutherland, per citare due dei miei "santuari", sono sempre state l’Olivero e la Sutherland, ma lo sono state in un repertorio, in un gusto in rapporto con un autore o un’epoca del melodramma a tal punto che in quel repertorio prescelto o eletto sono divenute STORIA dell’interpretazione. Questo con la Caballé non capita e, ti assicuro, nei due ascolti che ho scelto cantava proprio bene.

Naturalmente, dopo questo spunto di dibattito, ci parleremo ancora, non è vero? ...diversamente dirò che l'autore è lo pseudoDonzelli !!!


Davide Steccanella
Montserrat Caballé. Ultimo soprano assoluto
Azzali editori



Gli ascolti

Donizetti: Lucrezia Borgia

Era desso il figlio mio - Joan Sutherland (1972), Montserrat Caballé (1970)

Cilea: Adriana Lecouvreur

Io son l'umile ancella - Madga Olivero (1963), Montserrat Caballé (1976)

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venerdì 6 febbraio 2009

"Tristano e Isotta" ritorna alla Scala.


Ritorna, ad un anno di distanza, quel Tristano e Isotta che all’apertura della passata stagione scaligera, aveva segnato – dopo il periodo di assestamento post-mutiano – l’inizio del nuovo corso del teatro milanese. Identico l’allestimento, identico il cast, identico il direttore: identici i pregi e i difetti. Ma stavolta con qualche perplessità in più
Dopo un anno solamente, l’allestimento, infatti, mostra già i segni di un invecchiamento precoce, e quello che nella passata stagione era sembrato un dubbio, un’ombra di deja vu (un nostalgico riflusso di avanguardia anni ‘70) appare oggi compiutamente per quello che è: la riproposizione di un teatro para brechtiano e ideologico, in un’ambientazione astorica di decadenza post industriale, immersa in colori cupi e grigi (opprimenti, ma non notturni) con impianto scenico semi fisso e avulso dalla vicenda narrata e i soliti cappottoni stile DDR uniti a comportamenti da Gestapo di taluni personaggi contrapposti ad altri in guisa di Spartachisti ante-litteram. Questo è Chereau: già era così il suo celebrato (e giustamente) Ring, ma con la differenza che allora (risale al 1980 se non sbaglio) era una novità, oggi – nella palese imitazione di sé stesso – è solo manierismo (e nemmeno di grande fattura). Gli inequivocabili segni del tempo, comparsi così prematuramente, su questo Tristano sono, forse, il segno tangibile di un certo modo di far teatro, oggi purtroppo assai diffuso insieme al cosiddetto teatro di regia (che tanti disastri sta facendo in tutta Europa), che appare sempre più debole, scontato e omologato (e assolutamente privo di idee): ormai non vi è più differenza tra repertori, Carmen o Tosca, il Ring o Aida, Ermione o Lohengrin, Così fan tutte o Orfeo ed Euridice, cambia il titolo, ma le valenze estetiche delle messinscene non mutano e le soluzioni appaiono sempre le stesse (solite scene fisse, solite luci di taglio, solite ambientazioni astratte o astoriche o trasposte, solita spruzzata di sesso&sangue: clichè per illudersi di tragredire a chissà quali regole da benpensanti o per far finta di épater les bourgeois, come si diceva un tempo...)
Daniel Barenboim, ora come allora, si conferma il grandissimo direttore che è. Soprattutto in questo che pare esser veramente il suo repertorio di elezione. Ecco dunque confermata e rafforzata l’opinione già espressa l’anno passato: basta l’attacco del preludio per rilevarlo! Quanta differenza tra il suo Wagner e quello di un Gatti (penso al Pasifal di Bayreuth e al Lohengrin scaligero, noiosi e deludenti). Quanta differernza nell’orchestra (a parte qualche piccola sbavatura in taluni attacchi all’inizio dell’atto III) quando è condotta da una bacchetta con una vera idea interpretativa e capace di infondere la propria visione all’intera compagine, rispetto a direttori che hanno fatto della mediocritas (si badi bene, non routine, che è qualcosa di assai diverso e più “nobile”) la propria scontata e rassicurante cifra stilistica. Il confronto con la pesantezza, la mancanza di precisione, la piattezza, della medesima orchestra all’apertura di quest’anno, infatti, è schiacciante e dovrebbe indurre ad una seria riflessione su certi nomi e su certi incarichi.
Per ciò che riguarda il cast si possono riproporre le medesime considerazioni dell’anno passato (con qualche perplessità in più, dicevo, soprattutto per ciò che riguarda le condizioni della protagonista). Brangania a parte, infatti, il cast di ieri sera ricalca esattamente quello del 7 dicembre 2007. Ian Storey è un Tristano migliore di quello dell’anno scorso, e sfoggia una certa maggiore sicurezza e resistenza, con acuti più saldi e meno sforzati (anche se nell’atto II qualche defaillances si percepisce chiaramente, sia per ciò che riguarda l’intonazione, sia per la precisione degli attacchi, non sempre impeccabili): la voce comunque è abbastanza corposa e ben proiettata ed esegue un buon atto III. Matti Salminen affronta nuovamente l’ingrata parte (poiché la meno interessante dell’opera dal punto di vista musicale) di Re Marco: voce profonda e ferma (pur con un certo effetto di intubamento, dovuto però al trimbro particolare del cantante, e comunque meno presente rispetto all'anno passato), con ottima tecnica e fraseggio nobile e regale, solo offuscata dagli inevitabili cedimenti dovuti alla lunga carriera (ovviamente il registro acuto è sforzato e sofferto). Brangania è Lioba Braun: unico elemento di novità del cast, appare largamente inferiore al compito, compromettendo – almeno in parte – certi momenti tra i più suggestivi della partitura (come il Canto alla notte nell’atto II). Voce piccola e tendente all'indietro, traballava talvolta sia nell'intonazione che nella tenuta. Bravi Gerd Grochowski e Will Hartmann (rispettivamente Kurwenal e Melot), così come efficaci i comprimari: il Giovane Marinaio di Alfredo Nigro (che apre l’opera) e il Pastore di Ryland Davies (con l’eccezione di un eccessivamente torniturante Ernesto Panariello che sbraita come un forsennato ad annunciare l’arrivo di Marco nell’atto III). Discorso a parte per l’Isotta di Waltraud Meier: su di essa infatti si concentrano tutte le perplessità della serata. Già l’anno scorso non nascondeva le difficoltà, soprattutto nel registro acuto. Ieri sera, dopo un primo atto accettabile (ma giocato sull’orlo del precipizio), crolla nel duetto del secondo: il registro acuto è sforzatissimo e ormai compromesso e talvolta indulge nell’urlo o nel parlato, l’intonazione è spesso precaria e l’affanno è evidente. Inoltre denota la difficoltà di legare le lunghe frasi che la parte impone (la cui impeccabile esecuzione è condicio sine qua non in un'opera come questa). Alla fine si riscatta con un appena discreto Mild und Leise (naturalmente se paragonato al disastro del duetto, ma certo non è neppure da confrontare con le grandi Isotte della storia recente e passata). Dell’ovazione che il teatro le ha tributato (per nulla giustificata, secondo me) deve, però, rendere grazie, di nuovo e di più, alla amorevole cura di Barenboim che costantemente le è venuto in soccorso dal podio. Davvero un grande direttore d’orchestra che, conscio dei limiti dei suoi interpreti, si mette a servizio degli stessi rinunciando al protagonismo fine a sè stesso che spesso ha afflitto i suoi predecessori sul podio del Piermarini... Teatro non pienissimo (diversi i posti vuoti in platea e nei palchi) e pubblico più maleducato del solito: parlottii e colpi di tosse hanno accompagnato le 4 ore di musica come un sottofondo ininterrotto e fastidioso. A tal proposito suggerirei alla gestione del servizio caffetteria della Scala di proporre, oltre ai classici generi di conforto, anche delle bevande a base di sciroppi lenitivi e contenitivi.
Al termine, comunque. grandi applausi per tutti (salvo qualche contestazione al regista), meritatissimi (ancora una volta) per il direttore e l’orchestra, un po’ meno per i cantanti….

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mercoledì 4 febbraio 2009

Lucia di Lammermoor fiorentina, primo cast


Come anticipato in sede di recensione del secondo cast abbiamo anche visto la Lucia fiorentina con la prima compagnia. Una recita nel complesso grigia e spenta, con qualche aspetto positivo e molti punti che ci hanno destato perplessità.

Lo spettacolo di Vick non inventa nulla e cammina a tratti sul filo del ridicolo involontario (la prima scena, in cui il coro fa capolino da quello che nell'avanspettacolo si chiamava siparietto, l'entrata di Edgardo nella scena della festa, costretto a farsi largo tra la calca come nelle "vasche" delle grandi occasioni, e il maldestro cozzare di spade durante le rampogne di Raimondo, il quale Raimondo, visto che non ha da officiare messa, si affretta a cavarsi cotta e stola), ma si fa apprezzare per l'essenzialità di elementi scenici e light design e la sobrietà dei costumi, e soprattutto per la capacità di creare un terzo atto che, funerale di Lucia a parte (che richiama chiaramente quello di Ofelia nel film di Zeffirelli), funziona a meraviglia e ha momenti di vera poesia (la pazzia nella brughiera in cui fioriscono i papaveri).

Assai meno bene funzionano i cantanti, tutti, chi più chi meno, non all'altezza dei ruoli.

Eglise Gutiérrez canta un primo atto tutto sul piano e pianissimo, ha belle intenzioni, si sforza di essere dolente e poetica ma con una voce piccola perché fatalmente in bocca, non di rado stonacchiante soprattutto nella zona del secondo passaggio (impietose le scale ascendenti della cabaletta dell'aria di sortita, che appunto in quella fascia insistono), è difficile essere Lucia. L'ottava bassa è molto poco consistente, i sovracuti sono suoni ora ghermiti ora flautati e, benché intonati, comunicano un senso di precarietà assai poco piacevole. L'assenza di cavata si avverte soprattutto al duetto con Enrico, mentre il concertato del finale secondo, che Lucia dovrebbe "tirare", passa quasi inosservato. La scena della pazzia, ancora una volta risolta tutta nei toni della mestizia e quasi ripiegata su se stessa, vede la Gutiérrez lottare (non sempre vittoriosamente) con l'intonazione soprattutto nella cadenza del cantabile. Nel tempo di mezzo la cantante, ormai afona, sfodera suoni di petto grotteschi di per sé, ma soprattutto in questo personaggio e in un simile momento, chiudendo la grande scena con una cabaletta scolastica, condotta peraltro da Ranzani a un tempo letargico. Un bel dilemma, in effetti: staccare un tempo rapido, che permetta di concludere il tutto alla svelta, ma anche con il rischio di compromettere ulteriormente la tenuta delle agilità, o rallentare il più possibile, dando così modo alla cantante di riprendere, spesso anche rumorosamente, fiato? Il direttore ha scelto la seconda opzione.

Stefano Secco, la cui agenda farebbe pensare a uno strumento a metà strada, come qualità e potenza, fra il lirico e il lirico spinto (quindi, tanto per non far nomi, Aragall o Pavarotti), canta tutto di gola, senza preoccuparsi di vetusti ammennicoli quali maschera o proiezione. E', in questo, degno seguace di certa tradizione che negli ultimi anni sembra avere rimpiazzato, nei nostri teatri, altre modalità esecutive per il repertorio romantico, e non solo. Purtroppo, a differenza di altri colleghi nella stessa corda, la dote di natura è più vicina a Tonio della Fille, se non a Paolino del Matrimonio, e quindi i problemi vocali sono molto più evidenti. In debito d'ossigeno fin dalla sortita (tutto spoggiato l'attacco di Verranno a te sull'aure), ha urlacchiato alla maledizione e cantato di strozza, ma senza voce, la scena finale.

Alberto Gazale ha sfoggiato voce grossa (ma presto ridimensionata, come spesso avviene a chi tenti di urlare per l'intera serata), scarso senso del fraseggio donizettiano e "svirgolate" notevoli (la prima alle parole "Pria che d'amor sì perfido" nell'aria di sortita). Un po' meglio Giovanni Battista Parodi, che, spento e fiacco nell'aria del sorbetto (davvero orrenda e meritevole di ripristino del taglio e discesa nell'oblio, in assenza di un basso capace di sfumare e variare con eloquenza e nobiltà), ha dato prova, nel racconto della pazzia di Lucia, se non della necessaria ampiezza, almeno di un tono composto e una voce certo poco duttile, ma meno dura e sgraziata della media (ultimamente bassina) dei cantanti di questa corda.

A lui quindi il nostro applauso, ma... se in una Lucia il migliore è Raimondo... signori, c'è da preoccuparsi!!!


Lord Enrico Ashton
Alberto Gazale

Miss Lucia
Eglise Gutiérrez

Sir Edgardo di Ravenswood
Stefano Secco

Raimondo Bidebent
Giovanni Battista Parodi

Alisa
Antonella Trevisan

Lord Arturo Bucklaw
Saverio Fiore

Normanno
Enrico Cossutta

Orchestra e Coro del Maggio
Musicale Fiorentino
Piero Monti maestro del coro
Stefano Ranzani direttore

Graham Vick regia
ripresa da Marina Bianchi
Paul Brown scene e costumi
Nick Chelton luci

Allestimento del Maggio
Musicale Fiorentino

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martedì 3 febbraio 2009

Lucia di Lammermoor a Firenze, secondo cast.

Proprio nel giorno in cui il Corriere della Sera pubblicava un trafiletto sull’imprescindibilità dell’avvenenza per un soprano del giorno d’oggi, siamo partiti alla volta di Firenze per assistere alla donizettiana Lucia di Lammermoor, interprete Jessica Pratt, soprano di cui più volte vi abbiamo parlato in questo blog quale eccellente promessa del belcanto presente. E come piace a questo sito, miss Pratt, a differenza di tutte le new entry di agenzia, ha cantato e non... sfilato, raccogliendo un altro grande successo di pubblico, e dimostrando, nella vasta sala del Maggio, che il canto premia ancora chi lo pratica nella pienezza dei mezzi vocali, dell’impostazione sana e robusta “ di tradizione”, ossia quella delle voci manovrate nella maschera, alla ricerca del suono pulito, proiettato ed ampio. E tutto ciò lasciando veline e pin-up nelle loro più opportune sedi.

In quel di Firenze la Pratt, in carriera da meno di due anni, era anche chiamata a rispondere di alcune critiche ricevute, a mio avviso ingiuste, per la prova fornita nei Puritani bergamaschi, assai condizionata dalle condizioni schizofreniche in cui si era trovata a lavorare. Critiche alla sua capacità di legare, soprattutto, e di essere interprete vera e non solo un fenomeno del registro acuto e sopracuto.
Nuovamente nei panni di miss Lucia Ashton, la giovane australiana ci ha regalato un grande sabato sera di canto, dimostrando di meritare la stima tributatale dai suoi sostenitori della prima ora. Ha cantato e, soprattutto, ha interpretato come aveva promesso di fare al tempo della sua prima Lucia dell’Aslico e di Bologna l’anno passato e, facendo tesoro delle critiche, ci ha reso un personaggio costruito su un canto legato di primissima qualità, unito ad una dinamica sfumata ed intensa, ove smorzature, messe di voce e piani-pianissimi sono arrivati con continuità e puntualità di vera interprete.
Qualche imprecisione-incertezza, due-tre nella serata, in parte dovute anche ad imperfette sincronie palco-buca ( la Pratt era secondo cast..), non hanno inficiato per nulla una prova convincente ed anche emozionante: facilissimo il canto di agilità, anche quello di forza ( duetto Lucia–Enrico soprattutto ); acuti e sopracuti davvero impressionanti, cristallini e proiettati secondo le prassi tradizionali australiane ( ! ) come nel sestetto; una vera e personale dinamica espressiva anche in momenti consumati dalla tradizione esecutiva, quali la cadenza di Paoloantonio; accento intenso in passi come il duetto col fratello, sono stati i pilastri su cui si è fondata la prova della Pratt l’altra sera. La voce è stata usata forse un paio di volte sul forte, dosata regolarmente tra il piano ed il mezzoforte, dando volume solo... all'occorrenza drammatica. Il Maggio si è sciolto in una grande ovazione alla scena della pazzia, a provare e ricordare a tutti, agenti e giornalisti in primis, che quando il canto funziona il fisico matronale poco importa, mentre se il canto non gira si può anche essere carine ma la sala non risponde.
L’opera è spesso adrenalina, emozione melomaniaca pura: ma l’adrenalina scorre e la tensione si palpa nell’aria della sala solo se le voci viaggiano nel vuoto come dovrebbero, ampie, intense, sonore, proiettate, sostenute. Ed usate con pertinenza espressiva. Ci spiace per le mille soubrettine che ogni giorno affliggono i palcoscenici dell’opera lirica, ma le loro voci fiacche, vuote, prive di corpo, non possono suscitare questo medesimo effetto sul pubblico.
Miss Pratt si solleva teneramente il vestitone bianco mentre attraversa la brughiera di Vick; spara sopracuti enormi stando seduta sul seggiolone della scena delle nozze come un soprano anni ’50; fa qualche balzo in scena come in passato, allorquando qualcuno rimproverò proprio per questo il suo augusto modello australiano ( ricordate il “salto del canguro” della Borgia romana???)... è vero, ma canta!
E fatela cantare! In primo cast, perchè qui a Firenze meritava lei, a mani basse, il posto lasciato da Elena Mosuc. Se si vuole criticare miss Pratt lo si può anche fare colpendo certe ingenuità, a mio avviso normali, nella cantante di breve corso. E' però certo che il suo canto non si compara con niente del nostro magro presente: le sue pietra di paragone stanno indietro, nella grande tradizione delle Lucie di alta scuola, dal più recente duo Devia - Gruberova, alle Anderson, su su sino....alla Grande Australiana. E basta un giretto su You Tube, cominciando dalle recenti performance del Met, per rendersene conto.Lasciamo alle veline i loro spazi, se proprio non se ne vuol fare a meno ( causa anche la carestia del mercato delle voci..), ma lasciamo anche alle cantanti vere gli spazi e , soprattutto, i ruoli che loro spettano là dove è imprescindibile IL CANTO.

Quanto agli altri interpreti, siamo stati nella media del giorno d’oggi. Diciamo che per questo cast maschile i tagli di tradizione sarebbero stati opportuni. Un tenore con la voce non sfogata, ma corretto; un baritono volgare anzi che no; un basso da dimenticare.
Quanto al direttore, Stefano Ranzani, non ha fatto suonare bene l’orchestra, spesso pesante e pestacchiona, di brutto suono. Ha però staccato dei tempi, a mio avviso, efficaci, ora lenti ora svelti, sempre pertinenti all’azione drammatica, risparmiandoci quelle larghezze fintamente estatiche e piuttosto mollicce che oggi van tanto di moda. Efficace il vecchio allestimento di Vick che già conoscevamo, con il solo primo atto veramente bello e convincente.

Cast:

Lord Enrico Ashton
Juan Jesús Rodriguez

Miss Lucia
Jessica Pratt

Sir Edgardo di Ravenswood
Gianluca Terranova

Raimondo Bidebent
Paolo Battaglia

Alisa
Antonella Trevisan

Lord Arturo Bucklaw
Cristiano Olivieri

Normanno
Enrico Cossutta

Orchestra e Coro del Maggio
Musicale Fiorentino

Piero Monti maestro del coro
Stefano Ranzani direttore
Graham Vick regia
ripresa da Marina Bianchi
Paul Brown
scene e costumi
Nick Chelton luci

Gli ascolti

Atto II


Soffriva nel pianto

Chi mi frena in tal momento

Atto III

Scena della pazzia - Cadenza


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sabato 31 gennaio 2009

I Racconti di Hoffmann in diretta radiofonica da Torino

I Contes d'Hoffmann: una delle più straordinarie opere mai scritte, una gemma del repertorio francese che grandi, immensi artisti hanno contribuito a eternare nel ricordo del pubblico. Mai questo capolavoro ci era parso lungo, prolisso, in una parola... pesante. Fino a ieri sera.

Emmanuel Villaume si è confermato bacchetta poco elegante e assai greve, poco o nulla adatta ad accompagnare un canto, che, mai come ieri sera, avrebbe avuto bisogno di essere sostenuto, guidato, corretto e confortato dalla buca. Tempi bislacchi, nessuna ricerca di colori foschi o misteriosi, chiasso scambiato per brillantezza, sonorità sovente bandistiche.
Il tenore Arturo Chacón-Cruz, inizialmente previsto nel secondo cast, promosso al primo per rimpiazzare l'annunciato e, poi, svanito Roberto Aronica, ha mostrato una voce naturalmente bella e molto sonora, ma anche una scarsa cognizione dei rudimenti tecnici dell'arte, cantando in modo stentoreo, tutto sul forte-mezzoforte e di gola. Il registro centrale è suonato sovente stonato, gli acuti assai tirati, pur senza arrivare ai disastri recenti di un Filianoti o di un Villazón. Ma la strada, ahimè, è quella, e speriamo che il signor Chacón-Cruz, che sappiamo essere giovane (classe '77) e che sicuramente ha una bella dote di natura, possa evitare il destino cui sono andati incontri i summenzionati colleghi. La speranza è l'ultima a morire, anche perché il timbro è realmente bello e di qualità. Da segnalare il taglio della seconda strofa sia nell'aria dell'atto di Olympia sia nel brindisi dell'atto di Giulietta.
Non nutrivamo alcuna speranza e illusione nei riguardi di Desirée Rancatore, voce ormai slabbrata e stinta, un pigolio che dall'afonia dei gravi si arrampica su per i tornanti di un sovracuto divenuto ormai precario e aleatorio quanto il resto della gamma. Rileviamo che la signora, priva della flessibilità e lucentezza tipiche del soprano leggero, ha un rapporto sempre più conflittuale con l'intonazione, tanto che la gag della bambola, cui si scaricano le pile risulta colma di umorismo involontario.
Vera sorpresa della serata è l'Antonia di Raffaella Angeletti, che con vocina vetrosa, tiratissima e, spesso, gridata in acuto, affronta una grande parte di soprano lirico senza possederne l'ampiezza e soprattutto sfoggiando una proprietà di accento, che apparenta da subito la cantatrice cardiopatica a una piccola Nedda. Prudentemente evitata, nel terzetto, la salita al do diesis scritto, appena toccato e, strillato, il re nat. in vocalizzo.
Monica Bacelli non ha nulla di Giulietta, né il mezzo importante, richiesto dalla natura drammatica del personaggio come da quella dello strumentale su cui si trova a cantare (barcarola a parte), né il fascino fatale della cortigiana domiciliata sul Canal Grande. La voce è povera e opaca, priva di spessore in basso (dove spesso sconfina nel parlato) e stridula in acuto.
Quarta in mezzo a cotanto muliebre senno la Musa/Nicklausse di Nino Surguladze, stilisticamente ben poco plausibile a causa dei gravi gonfiati a dismisura, in una sorta di penosa imitazione della Barbieri, senza il sontuoso timbro della Fedora nazionale.
Simone Alberghini, anche lui inizialmente reclutato per il secondo cast, ha sostituito "last minute" Alfonso Antoniozzi nelle parti dei quattro Diavoli, cantando con voce artificiosamente scurita e non molto sonora, ma risultando se non altro corretto e sufficientemente vario nel fraseggio. A riprova del fatto che Simone Alberghini dovrebbe seriamente e costantemente cantare in corda di baritono sta l'esecuzione di "Scintille, diamant" in tonalità di baritono con acuti facili e sonori. Queste virtù, che in altri tempi non sarebbero state sufficienti a concludere una recita di provincia senza "incidenti" di percorso, lo hanno reso il miglior elemento del cast.

Avvertenza: gli ascolti, che non sono quelli paradigmatici per i Contes riteniamo bastino e avanzino, per commentare una serata... così!


Gli ascolti

Offenbach - Les Contes d'Hoffmann


Atto I

Les oiseaux dans la charmille - Alda Noni (1951)

Atto II

Ah! je le savais bien
- Catherine Malfitano & Neil Shicoff (1980)

Atto III

Amis, l'amour tendre et rêveur - Alain Vanzo (1985)


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martedì 27 gennaio 2009

Ben Heppner in concerto alla Scala


La stagione dei recitals di canto del Teatro alla Scala è proseguita ieri sera con l’esibizione, in un concerto di brani cameristici, di Ben Heppner, tenore di spicco nel panorama lirico mondiale, star del Metropolitan e rinomato interprete wagneriano.
Nonostante il nome e la fama, il richiamo per il pubblico non è stato poi così forte da riempire il teatro, che vantava all’incirca 70 palchi vuoti e almeno 175 posti vuoti in platea (per tacere del loggione mezzo vuoto), forse a causa di una carriera lontana dai nostri palcoscenici. Ciò nonostante il pubblico presente in sala ha tributato al tenore canadese calde ovazioni terminate in sonore richieste di bis, cui il tenore si è simpaticamente prestato fino all’ultimo quando ha deciso di accompagnarsi da solo in un brano jazz (o rock, non sappiamo!).
Il programma era di quelli molto vari nel toccare brani cameristici del repertorio tedesco (Schubert e Strauss), inglese (Britten), francese (Duparc) e persino italiano (Bellini, Donizetti, Verdi e Puccini) : tentativo di creare un programma interessante e non la “solita” pura Liederabend, con inserzioni cameristiche di diverse aree geografiche ed epoche. Va detto che stilisticamente il tenore canadese si è trovato a suo agio più in Strauss, Schubert e Britten che nei brani di Duparc o del repertorio italiano (censurabilissima l’idea di rendere il Brindisi verdiano come il canto di un ebbro …sperando che l’effetto fosse davvero voluto!!!) mentre vocalmente si sono percepiti chiaramente grossi segni di usura vocale, scotto da pagare nel tempo quando si affronta per sistema un repertorio troppo pesante rispetto alla propria natura vocale. Heppner è certamente un cantante molto interessante sotto il profilo della personalità artistica, che non è certo mancata l’altra sera. La voce è sempre quella di un lirico spinto di qualità, dotata di ampia sonorità, ma comunque sempre imprestato ai ruoli di cosiddetto Heldentenor. Per questo motivo spiace rilevare il declino del mezzo vocale, tale da inficiare le belle intenzioni mostrate nel corso della serata, varietà di fraseggio, ricerca di sfumature e nuances anche nel repertorio da camera, che vanno si ricercate ma anche correttamente eseguite. Nella zona medio grave della voce, infatti, il suono tende ad oscillare (nei primi lieder di Schubert soprattutto), ogni tentativo di cantare piano o di effettuare una messa di voce si è tradotto in suoni indietro, spesso rotti vistosamente a dare l’effetto anche della stecca vera e propria (per esempio in “Dolente immagine di Fille mia”, come pure in alcuni lieder di Strauss).
L’incostanza della resa vocale lo ha fatto fatica re non poco per arrivare alla fine della serata.
Nei bis Heppner si è poi cimentato con l’opera italiana (Fedora e Fanciulla del West) in cui ha vistosamente “domingheggiato” con voce voluminosa ma bassa di posizione ed acuti spinti e fibrosi. Da ultimo Heppner si è accompagnato da solo al piano in un brano moderno, in cui ha mostrato grande verve e simpatia oltre che talento pianistico.
Un’occasione senz’altro interessante per sentire un artista dalla grande carriera che, personalmente, fatichiamo ad immaginare oggi come oggi in un’opera completa, specie del suo repertorio, come le recenti vicende newyorkesi provano.

Franz Schubert
Dem Unendlichen D 291
Im Abendrot D 799
Gott im Frühlinge D 448
Die Allmacht D 852

Richard Strauss
Befreit op. 39 n. 4
Das Rosenband op. 36 n. 1
Du meines Herzens Krönelein op. 21 n. 2
Zueignung op. 10 n. 1

Benjamin Britten
Da The Holy Sonnets of John Donne op. 35
Batter my heart

Da Winter Words op. 52
The Choirmaster’s Burial n. 5
Proud Songsters n. 6

Henri Duparc
Extase
Chanson triste
Le manoir de Rosemonde
Phidylé

Vincenzo Bellini
Dolente immagine di Fille mia

Gaetano Donizetti
Su l’onda tremola

Giuseppe Verdi
Brindisi

Giacomo Puccini
Canto d’anime

Pianoforte : Thomas Muraco

Gli ascolti

Schubert - Die Allmacht - Jacques Urlus
Strauss - Zueignung - Jussi Bjorling

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