Questa recensione è una delle più severe, controcorrente e da “vivisezione”, mai prodotte, con buona pace dei nostri detrattori di “Face” e, magari, della momentanea soddisfazione della sua amministratrice, perché con questa rappresentazione lagunare del titolo pucciniano siamo davanti ad uno dei casi vocali più straordinari del nostro tempo attuale. Il “caso Serafin”, perché di caso si tratta, stigmatizza in modo lampante come al giorno d’oggi sia possibile, di fronte alla sola dote di un certo volume vocale in una limitata zona della voce, confezionare e incensare un prodotto carente, invece, nei requisiti minimali.
Cominciamo dalle condizioni vocali della Diva.
Attualmente Martina Serafin è in grado di emettere suoni omogenei solo in zona centro grave, al di sotto del fa 4. E per omogenei intendo dire uguali per spessore ed intensità, ma non certo ben emessi, morbidi e tondi come dovrebbero essere quelli del professionista di buona tecnica e/o di buona disposizione naturale. Si tratta, infatti, di note dure, fibrose, di timbro senescente ed opaco, che ricordano certi soprani wagneriani a fine carriera. In questa zona canta sempre e solo tra mezzoforte e forte, senza dinamica e morbidezza alcune, con difficoltà a smorzare o a rinforzare anche le note più comode, perché la voce non si flette. Manca, insomma, il nucleo fondamentale del canto, ossia la capacità di legare: perciò mai un attimo di abbandono, di lirismo vero, che sono le caratteristiche del personaggio pucciniano.
Dalla zona di passaggio in su, poi, arrivano le difficoltà vere per la cantante, i suoni si stringono, diventano diseguali l’uno con l’altro, sfuggono indietro e dal la bem in su non si canta, si emettono suoni con crescente ed evidente sforzo.
Il tutto in ricaduta libera sul personaggio. Non ci sono abbandoni, nessuna sensualità, nessun fraseggio, nemmeno il canto di conversazione in apertura di secondo atto, nessuna sfumatura e tante, tante grida, rigidità interpretativa, una durezza continua della voce davvero fastidiosa.
Per provare quanto affermo mi basta ricordare:
- il duetto che precede la fuga con De Grieux al primo atto, eseguito senza sfumature e dinamica perchè già una frase come “una fanciulla povera son io”, scritta in zona fa-sol, la mette in imbarazzo, come pure i primi acuti, dal la coronato di “ah sogno genti”, o il la bem in chiusa di “Ah fuggiam”all’unisono con il tenore;
- la già citata apertura dell’atto secondo, dove battute come “Dispettosetto questo riccio” non possono funzionare se eseguite con vocione nibelungico e duro. Manon è sensuale, ed il timbro dell’interprete non può essere così usurato;
- per commentare il disastro dell’esecuzione di “In quelle trine morbide” basterebbe il solo confronto del video di Torre del Lago presente su You Tube con quello di una buona cantante in età avanzata, K. Mattila, a NY ( che peraltro canta con un registro grave malmesso ) . Il canto procede monotono, sul mezzoforte e finchè sta al centro grosso modo cammina. Poi basta il fa (!!) della frase in piano “v’ un silenzio “ che già arrivano i problemi, e la smorzatura di prammatica è impossibile. Di nuovo il passaggio alto si rivela zona ad allarme rosso della voce quando attacca con grande fatica e durezza il sol bem di “ed io che m’ero avvezza…”. Non parliamo del si bem successivo di “Or ho tutt’altra cosa…” e di quello successivo di “ gaia isolata e bianca…”, aperto duro e spinto all’eccesso.
- Il duettino successivo con Lescaut, travolgente e passionale, ha frasi che emozionano lo spettatore, che qui resta invece sbigottito, perché il soprano si trova in uno dei momenti più difficili della sua serata. Non riesce a cantare senza spingere terribilmente frasi come “l’ore fugaci“( la nat )…oppure la ripetizione di “cedi ….cedi ….cedi….”,che, mi duole dirlo, sono state tutte urla….
- Finalmente arriva ”L’Ora o Tirsi”, che è inaspettatamente il passo più bello della serata, eseguito con una certa facilità, a meno dell’incipit. Dopodichè si giunge al grande duetto d’amore con De Grieux. La voce da virago condiziona l’esecuzione, che più che passionale e concitata risulta…aggressiva. Attacca con facilità: “Tu, tu amore tu…”, ma già al “Non m’ami più” troppo autoritario il primo, piuttosto indietro e malfermo il secondo, precipitiamo nello sprachgsang. Esegue con piattezza la parte successiva del duetto, urla sul si nat che precede “Ah, un avvenir di luce”, sforza la frase “Ah, non lo negar” e giunge goffamente su ”.. meno piacente e bella…” dove non può smorzare o modulare. Frasi come “Cedi son tua……Vieni amor” sono tutte eseguite duramente, senza abbandono. Ritorna al grido su “ cedi….cedi” e via così sino al “divin” finale all’unisono….Un disastro!
Meglio la chiusa d’atto, solo perché manca il canto legato e l’azione è assai concitata, ma chiaramente si prosegue sulla stessa linea…
- All’atto terzo le cose non vanno meglio. E’ sogno ricordare le sublimi fraseggiatrici che strappavano l’applauso con “Tu amore? Tu? Nell’onta non m’abbandoni?”, che richiede morbidezza ed intensità emotiva: Puccini è una grande uomo di teatro, sa come toccarci ed emozionarci. Non avrebbe mai concepito una voce tanto senescente e sfatta. Non parliamo poi delle frasi che portano al do della sfilata delle prostitute del porto, dove la nota arriva alla fine tremenda e stonata.
- il IV atto è certo quello ove il personaggio riesce meglio alla Serafin: la protagonista muore tragicamente con una bella dose di enfasi, recitando parecchio certe frasi e con una tradizione che ammette anche effetti sopra le righe, a seconda del gusto dell’interprete. Il personaggio funziona di più, ma il canto resta zoppo, causa anche la stanchezza: sono già fissi, infatti, i do centrali di “Era la brezza della gran pianura…” in bella compagnia di suonacci sparsi tra cui il sol di “aita…”.
L’aria finale è certamente migliore delle “Trine morbide”, ma è sempre un canto senza vero accento e fraseggio. Palumbo, saggissimo, stacca un tempo abbastanza veloce, come in tutto il finale successivo del resto, ma ciò non evita acuti duri, come il la bem di “s’oscura il ciel”, la presa di fiato nel bel mezzo del primo “no, non voglio morir”, l’urlo sul la bem di “Oh mia beltà funesta” , la fatica delle ultime frasi “No, no, non voglio morir”, prima di planare stravolta nel “Tra le tue braccia amore” . Così si arriva al duo finale dove anche frasi che richiedono accento e fantasia interpretativa, come “Muoio, scendon le tenebre” scorrono come acqua fresca o stonacchiate (“Vicino a me ancor ti sento….”) prima che la tela cali sulla cantante, esausta.
Nessuna voce importante o importantissima può essere portata su repertori spinti o drammatici, come quelli che la signora Serafin pratica, senza uscirne intaccata e provata in tempo breve se non dispone di tecnica di canto saldissima. La tecnica italiana del canto sul fiato, intendo quella delle Arangi Lombardi, delle Stignani o anche di cantanti meno perfette come la Caniglia o la Stella e che è la sola che consenta di sopravvivere lungamente e con i ritmi di una grande carriera in questo repertorio. Ci si può nascondere in Wagner, quello cha attualmente si esegue cantando senza legato, parlando e berciando alla come viene, non certo in quello di scuola, alla Flagstad o alla Nilsson per intenderci. Ma nell’opera italiana non c’è scampo: gli acuti servono ed occorre saperli fare, il fraseggio è imprescindibile e la voce deve potersi flettere e modulare, l’emissione deve essere corretta e di maschera, diversamente niente Puccini e niente Verdi.
Ecco le ragioni di quella che i soliti laudatores definiranno “dura critica”, “vivisezione” alla signora e a chi inopinatamente la sorregge, credendo che possa coprire gli spazi di repertorio del lirico spinto e del drammatico all’italiana. Nessuno in questi ultimi due anni ha osato eccepire qualcosa sulla carta stampata, a meno di una certa inerzia dell’interprete, tutti imbambolati da un po’ di volume, da opera sottotitolata alla 777 del televideo, e dalla forza della corrente di consensi innestata per questa cantante. Eppure bastano due ascolti paralleli con qualunque Manon minimamente di accreditata per sentire.
E corre il gossip sugli impegni futuri, che paiono roba dell’altro mondo a chi, come noi, ha avuto occasione più volte di indicare i difetti della Cedolins, della Carosi, della Dessì, della Guleghina ( già Manon decotta e criticata ma ben più cantante in quel di Milano), della Urmana. Sarebbe disonesto da parte nostra usare un metro diverso dia quello a loro applicato per la signora Serafin, che tra tutte è la cantante peggiore, comunque facciate il resto della graduatoria!
Credo che i signori soprintendenti/direttori artistici invece di dichiarare ambiguamente alla radio che i nostri teatri sono malati di “Aids” (!!!!), come ieri sera alla Radio 3, dovrebbero iniziare a riconoscere che la bancarotta attuale è anche artistica, e che a quest’ultima partecipa attivamente la povertà delle loro competenze in fatto di voci e canto, perché non è possibile inventare etichette e nomi e quelle chiamare a prescindere dalla realtà oggettiva del canto, sperequando cachet e carriere in modo evidente.
Il signor Fraccaro, De Grieux ieri sera, è tenore non certo di primo piano, che canta con voce morchiosa e talora nasale ( si veda il duetto all’atto II) , mai sfogata e fraseggio assente o al più provinciale, ma che garantisce ai teatri il completamento della serata in virtù della sua sicurezza negli acuti in un repertorio, quello del tenore spinto, ormai privo di tenori. Non mi piace il suo modo di cantare, ma è un professionista onesto, collocato laddove giustamente deve stare nel mercato, attivo da tanti anni. Non fa parlare di sé, non è pubblicizzato, non è star. A lui le critiche sono andate per sms alla radio, alla signora Serafin, ampiamente sopravvalutata rispetto a quanto sa fare, no. Perciò questo blog, controcorrente oggi più che mi, dice :” Bravo Fraccaro!”, anche se canta male, perché l’onestà va premiata comunque. Nessuna impressione dal Lescaut di Dimitris Tiliakos, prodotto assolutamente nella media di un mondo senza baritoni. Indecoroso il Geronte di Guerzoni, alias signor Serafin. Sgraziato il Musico della Malavasi. La direzione di Palumbo mi è parsa convincente, di mestiere, ma senza impressionarmi particolarmente. Ho apprezzato soprattutto certi stacchi soccorrevoli di tempo, come nel IV atto. Applausi fiacchi alla radio, nessun trionfo, una sbuacchiata sacrosanta al maitre de scene, che non è nemmeno necessario nominare. Se Manon non è più in grado di commuovere, emozionare, suscitare i trionfi siamo male, molto male in arnese.
Gli ascolti
Puccini - Manon Lescaut
Atto I
Donna non vidi mai - Beniamino Gigli (1951), Jussi Bjorling (1956)
Atto II
In quelle trine morbide - Licia Albanese (1956), Clara Petrella (1957), Virginia Zeani (1969), Ghena Dimitrova (1978)
L'ora, o Tirsi - Licia Albanese (1956)
Tu, tu, amore, tu - Margareth Sheridan & Aureliano Pertile (1928), Dorothy Kirsten & Richard Tucker (1950), Licia Albanese & Jussi Bjorling (dir. Dimitri Mitropoulos - 1956)
Atto III
Ah! Non v'avvicinate...No, pazzo son - Beniamino Gigli (1951), Richard Tucker (1969)
Atto IV
Sola, perduta, abbandonata...Fra le tue braccia amore - Elisabetta Barbato (1951), Virginia Zeani (con Richard Tucker - 1969), Ghena Dimitrova (con Renato Francesconi - 1978)