domenica 22 giugno 2008

Tosca all'Arena di Verona: One woman show

La Tosca rappresentata ieri sera all'Arena di Verona aveva, sulla carta, almeno due motivi d'interesse: la presenza nel cast di "nomi" quali Daniela Dessì, ricondotta al Novecento dopo la zoppicante parentesi belliniana, e Marcelo Alvarez e la ripresa della regia di Hugo de Ana, peraltro già immortalata da un dvd areniano con Fiorenza Cedolins e il suddetto Alvarez. Stupisce quindi aver dovuto vedere la platea e le gradinate veronesi così sguarnite di pubblico, specie ora che, passato il maltempo, il tepore delle notti invita ai divertimenti all'aria aperta. Ma così è.
Inutile girarci intorno: ieri sera la performance della signora Dessì è stata l'unica ragione per seguire sino alla fine lo spettacolo areniano. Spettacolo che il pubblico ha del resto applaudito, alla fine, piuttosto alla svelta, e non certo per l'ora antelucana (a mezzanotte e trenta Floria si era buttata di sotto, o meglio, come vedremo, era stata assunta in cielo) ma per un senso di generale precarietà e scarso impatto della rappresentazione.

Giuliano Carella ha concertato senza eccessiva fantasia, qualche sbavatura (come da tradizione areniana) ma sempre con grande rispetto degli interpreti e delle loro esigenze, dovendosi armare di santa pazienza soprattutto con Alvarez, che particolarmente nell'assolo del terzo atto ha un po', come usa dirsi, fatto di testa propria in fatto di scansione musicale, con il direttore che aveva il suo da fare nell'accompagnare le intemperanze ritmiche e d'intonazione del tenore argentino. La voce baciata da Madre Natura non ha in Arena grande rilevanza, appurato che l'acustica permette alla voci di raggiungere gli spalti solo se queste ultime sono emesse e gestite come arte insegna e prescrive. Il che non è il caso di Alvarez, che scambia la vociferazione per generosità espressiva e risulta grosso, ma poco o punto sonoro, tanto che il Vittoria! Vittoria!, tenuto allo spasimo, dà luogo a una serie di suoni di ridotto volume e assai imprecisi dal punto di vista dell'intonazione. Nessun applauso a scena aperta per lui in un punto che, soprattutto in Arena, non usa lasciare indifferente il pubblico. La sortita è affrontata con piglio canzonettistico, il canto brilla generalmente per assenza di colori e sfumature che non siano i suoni malfermi e sbiancati propinati ad esempio in O dolci mani, che insistendo sul passaggio mette in impietoso rilievo le carenze tecniche di Marcelo. Per sottolineare quelle sceniche basta invece il duetto finale, durante il quale Alvarez barcolla come in preda al mal di mare. Pavarotti, altro conclamato sacco di patate, aveva se non altro la decenza di spostarsi il meno possibile.

Con siffatto sfascio la prova di Daniela Dessì, per quanto imperfetta, non può che contrastare fatalmente. La voce, più leggera per peso e consistenza rispetto a quella del tenore, arriva con facilità incomparabilmente maggiore, anche e anzi direi soprattutto quando la signora ha da cantare fuori scena, rectius sul retro dell'ingrombrante scenografia. Sonorissimi risultano i mi bemolle dei Mario! iniziali. Se la fascia acuta stride non poco e scende spesso a patti con l'intonazione (il do della lama, sebbene puntiforme, è comunque corretto), i centri hanno una solidità che sfida l'impatto del tempo e la naturale usura, risultando basilari per un Vissi d'arte che la Dessì, senza essere la grande fraseggiatrice che peraltro mai è stata, porta a casa con onestà e professionismo, un accorto dosaggio dei fiati e un apprezzabile impiego di pianissimi e mezzevoci. Bene fa il pubblico a chiederle il bis, prontamente concesso. Abbiamo invece qualche dubbio sull'opportunità di invocare la ripetizione di E lucevan le stelle, se non altro perché Alvarez ne approfitta per dar vita a un ignobile siparietto di arte varia: dapprima invoca un bicchier d'acqua, strabuzzando e roteando gli occhi rivolto al retropalco, e poi intercetta una bottiglietta che gli viene lanciata da un professore d'orchestra. Segue bis, puntualmente a squarciagola. Malinconico notare come, della generosità di altri tempi e ben altri interpreti, il simpatico Marcelo trattenga solo l'aspetto più becero: non perché siamo all'interno di un circo dovrebbe essere permesso a un artista lirico di fare il pagliaccio.
Per tornare alla prova della Dessì, se strappa la sufficienza per la performance strettamente vocale (vista anche la miseria del contesto), l'attrice è gravemente deficitaria. Pacifiche le origini popolane di Floria, ma la diva della Roma papalina dovrebbe star in scena con un minimo di allure e non sembrare la Rosetta di Rugantino in maschera per il Carnevale. Particolarmente fuori luogo il finale del secondo atto, in cui l'assassina del Capo della Polizia vaticana abbandona Palazzo Farnese ancheggiando come una soubrettina da poco entrata nelle grazie del capocomico.

Su Alberto Mastromarino, anche lui tutt'altro che un prodigio di finezza, possiamo dire solo che ne benediciamo la scarsa proiezione, che gli impedisce di rovinare fatalmente il finale primo. La voce, di per sé tutt'altro che piccola, giunge a tratti (una frase su cinque, in media): quanto basta a non volerne sentire di più. Quanto al secondo atto, abbiamo trovato semplicemente avvilente il suo "ringhio di conversazione". Il tanto vituperato Gobbi è, al paragone, un emulo di Battistini. Inudibili i comprimari, con l'eccezione di Nicolò Ceriani (Sciarrone), vocalmente più a fuoco del suo principale.

De Ana crea uno spazio astratto dominato da una gigantesca statua di San Michele Arcangelo, ridotta a puzzle. La chiesa sembra un magazzino invaso da vescovi, Scarpia cena su alcuni catafalchi (ricordo della Lucrezia Borgia scaligera) e alla fine Floria entra nella testa dell'Angelo per riemergerne subito dopo alla sommità, con notevole effetto plastico. Per il resto la scena è dominata da cannoni che sparano sovente (non solo all'annuncio della fuga di Angelotti) e ammennicoli religiosi di varia foggia e gusto, ivi compresa una croce a cui viene appoggiato Mario al momento della fucilazione. Misteriosa permane la presenza ai primi due atti di carabinieri che al terzo si mutano in ussari. Trovarobato di altissima classe, insomma, ma forse la disponibilità di uno scenario "naturale" come l'Arena meriterebbe maggiore sobrietà e più contenuti autoimprestiti. Posto che una regia, nel vero senso della parola, non c'è, come dimostra il confuso deambulare dei cantanti lungo lo stretto corridoio che funge da scena.

Antonio Tamburini (in collaborazione con Adolphe Nourrit)

Puccini - Tosca

Atto I
Recondita armonia - Renato Cioni
Mario! Mario! Mario! - Raina Kabaivanska & José Carreras
Tre sbirri, una carrozza - George London

Atto II
Ed or fra noi parliam da buoni amici...Vittoria! Vittoria! - Raina Kabaivanska, José Carreras & Renato Bruson
Vissi d'arte - Antonietta Stella

Atto III
E lucevan le stelle - Jaime Aragall

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giovedì 19 giugno 2008

Duchi di Mantova "belli e fatali"

E’ il prototipo del seduttore, senza scrupoli e, soprattutto, senza sentimenti, se non falsi, simulati e strumentali al proprio scopo. Seduttore per il gusto della seduzione, per placare la fame predatoria.
Nonostante l’unico momento di vero sentimento, rappresentato dalla sezione centrale dell’aria del secondo atto, queste sono le note caratteristiche del Duca di Mantova, che lo staccano da tutti gli amorosi verdiani. Gli altri amano e soffrono e, magari, muoiono per amore, lui per esercizio. Tanto è che trova anche una (scema?) che muore per lui.
E l’esercizio predatorio si spiega sempre ed ovunque nei confronti delle dame della sua corte, ovviamente coniugate, nei confronti di una ragazzetta agganciata in chiesa ( talvolta l'agnosticismo giova se non all’anima all’integrità fisica) e di una autentica e conosciuta donnaccia, che "lavora" per le vie e in una osteria, quanto meno di dubbia fama.
Nonostante la connotazione inequivocabile di eroe negativo le possibilità di esecuzione sono varie. Come, infatti, varia è la tradizione interpretativa del Duca di Mantova.
Infatti al primo esecutore Raffaele Mirate, che era un tenore centralizzante, aduso a ruoli cosiddetti drammatici e con una certa propensione al repertorio rossiniano, subito si affiancò il tenore di grazia rappresentato da Mario de Candia.
E il doppio canale è proseguito. Si pensi ai coevi Alessandro Bonci ed Enrico Caruso, paradigmatici delle due scuole di interpretazione, sino al nostro recente passato Alfredo Kraus contrapposto a Luciano Pavarotti.
Questo perché la scrittura del Duca, pur insistendo ostinatamente sul passaggio superiore non prevede ( salvo puntature fuori ordinanza) acuti estremi. Certo è che certe frasi del duetto d’amore in particolare "Ah due che s’amano son tutto un mondo", "sua voce è il palpito", sino al "Ah dunque amiamoci" dove le continue indicazione di ppp, di crescendo e stringendo e le forcelle incrementano le difficoltà, piuttosto che l’intera sezione centrale dell’aria del secondo atto, e l’intera scrittura della parte del tenore nel quartetto insistono nella zona mi3 sol3.
E se l’esecuzione deve essere completa ci sono pure alcuni passi di agilità alla stretta della cabaletta del secondo atto, oltre all’esigenza della ballata e della canzone di un canto sillabico facile ed alla presenza di cadenze originali al duetto con Gilda tutt’altro che elementari.
Non per nulla tenori poco ferrati tecnicamente come Giuseppe di Stefano, in una poco felice ripresa scaligera del 1954 o il recente Alagna scaligero dimostrano che il Duca o sa passare di registro o si strozza ed il suo canto non è ne seducente né predatorio, ma arrancato e faticoso.
Perché che si aderisca all’idea di una seduzione aggressiva e spavalda, incosciente e padana (nessun personaggio di Verdi è più padano del Duca) sia che si segua l’idea di un seduttore quasi perverso e laido il Duca deve saper cantare, legare e smorzare. Chi infatti deve piacere e conquistare lo fa solo con il canto a fior di labbro, sfumato e raffinato anche alle prese con una "da sbarco".
A questa raffinatezza esasperata, quasi femminea, in un personaggio che di femmineo ed efebico nulla ha risponde Giacomo Lauri Volpi. Sebbene ultracinquantenne e non troppo in regola con l’intonazione rende l’idea di quello che doveva essere il duca di tradizione ottocentesca dei grandi tenori. Interpretazione del Duca cui si attenevano, come dimostrano i reperti discografici tenori come Schipa, McCormack , Bonci ed Anselmi. Sorprende più di tutti Lauri Volpi perché, pur avendo debuttato come tenore di grazia si trasformò presto in tenore drammatico, sia pure lontano da stilemi vocali e gusto verista. Alla stessa idea di Duca si attiene in lingua russa, la cui marcata colorazione vocale in alfa, da un particolare misto di languore ed affettazione Kozlosky. Inutile dire che rispetta i segni di espressione e più ancora riesce ad essere al tempo stesso amoroso nel recitativo e nella sezione centrale della grande aria del secondo atto, conclusa con una cadenza spettacolare, che se non sbaglio porta la voce al re bem.
Dotati tutti di voce bellissima, gradevole, insomma, superdotati in natura Aragall, Bjoerling, Pavarotti indulgono un poco più al compiacimento del loro eccezionale strumento rispetto gli altri Duchi che proponiamo.
Basta raffrontare il recitativo di Bjoerling e quello di Kozlovsky ed il risultato non cambierebbe nel raffronto Pavarotti Schipa. E’ quella del cesello dell’eleganza la strada obbligatoria delle voci meno dotate in natura con l’irrinunciabile presupposto di una tecnica scaltrita e di una fantasia quanto meno varia.



Gli ascolti

Verdi - Rigoletto


Atto I
Questa o quella - Jaime Aragall
E' il sol dell'anima - Giacomo Lauri-Volpi & Lina Pagliughi

Atto II
Ella mi fu rapita...Parmi veder le lagrime - Jussi Bjoerling, Ivan Kozlovsky

Atto III
La donna è mobile - Luciano Pavarotti
Un dì se ben rammentomi...Bella figlia dell'amore - Gianni Raimondi, Leyla Gencer, Cornell MacNeil & Carmen Burello

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martedì 17 giugno 2008

Grandi concerti di canto: Shirley Verrett alla Scala (1980)

Quando si presentò alla Scala il 5 febbraio 1980 Shirley Verrett poteva anche avere qualche motivo di preoccupazione.
Amatissima dal pubblico scaligero sin dalla sua prima apparizione nel don Carlos del 1970, aveva riscosso successi trionfali in Stuarda, Sansone e Dalila e soprattutto Macbeth, ma era stata duramente riprovata sia in Ballo in maschera (una di quella serate nate male e proseguite peggio) e soprattutto in un concerto era stata maltrattata dopo un’esecuzione della cavatina di Rosina da parte di un gruppo di loggionisti. Poi i loggionisti nello stesso concerto la portarono in trionfo dopo l’esecuzione dell’aria del quarto atto di Forza del destino e oggi quelli stessi ed altri farebbero salti, nonostante l’età non più verde, per quella Rosina!!!!
Credo che la precedente disavventura avesse dettato alla Verrett il programma.

Programma che evita qualsiasi bis operistico popolare (che, invece, la cantante proporrà nel concerto del 1982). Il concerto però apre con tre arie di Pergolesi, di cui una “Confusa smarrita” cult di Teresa Berganza in esecuzione Parisotti e letterale, e che la Verrett riporta all’aria di opera seria con interventi sul testo forse non tutti pertinenti stilisticamente (odore di Rossini, tanto), ma con un mordente ed uno slancio veramente trascinanti. Un’esecuzione così potrà non piacere ed essere tacciata di scarso rispetto della filologia da parte baroccara, però, perché la Verrett coglie perfettamente lo spirito barocco dei passi, quell’arte della meraviglia senza la quale gli eroi d’ambo i sessi del melodramma non sono tali.
Che poi la Verrett cambi assolutamente registro alle prese con le pagine degli spirituals è scontato come è scontato che ne sia un’esecutrice molto elegante. Se è consentita la battuta, un po’ bianca di carnagione. Senza affettazioni, ma anche senza il sapore di canto religioso popolare, che emerge dall’esecuzione di Grace Bumbry, l’altra grandissima voce ambigua del deep south americano. Differenza vocale in primo luogo perché il tempo ha dimostrato l’inossidabilità, la saldezza dei mezzi vocali della Bumbry, nonostante l’andare e venire, anche lei, dal repertorio del mezzo a quello del soprano affrontato senza risparmio.
Eleganza e misura, priva però di affettazione ed espressione sincera e spontanea connotano le esecuzioni sia di Schubert, che di Poulenc. Anche questo deve essere sottolineato. Come la Bumbry e Leontyne Price si riallaccia all’idea che è poi quella della tradizione tedesca pre bellica ( e pre Schwarzkopf e Fischer-Dieskau) che anche per il Lied occorra voce, sonorità ed ampiezza e che la parola non sia superiore alla musica.


Shirley Verrett, mezzosoprano
Warren George Wilson, pianoforte


Teatro alla Scala, Milano
5 febbraio 1980


Pergolesi: Catone in Utica - Confusa, smarrita
Pergolesi: Il Flaminio - D'amor l'arcano ascoso
Pergolesi: Serbi l'intatta fede

Schubert: Gretchen am Spinnrade
Schubert: Seligkeit
Schubert: Ganymed
Schubert: An die Musik
Schubert: In der Ferne

Diamond: David mourns for Absalom
Barber: Crucifixion
Guion: I talked to God last night

Poulenc: A sa guitare
Poulenc: Adeline à la promenade
Poulenc: C'est ainsi que tu es (con bis)
Poulenc: Vous n'écrivez plus?
Poulenc: Sanglots
Poulenc: Air vif
Poulenc: Les papillons

Massenet: Hérodiade - Il est doux, il est bon

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domenica 15 giugno 2008

Buon compleanno, dottor Celletti

Fosse vivo, in questi giorni Rodolfo Celletti compirebbe 91 anni. Vista l’opinione che taluni frequentatori hanno del nostro rapporto con Rodolfo Celletti è un dovere ricordarlo.
Ho già avuto occasione di scriverlo: Rodolfo Celletti non è stato un unicum nella storia della critica musicale e vocale in particolare. I suoi insigni predecessori si chiamano Paolo Scudo, Gino Monaldi ed Eugenio Gara, ma, più in generale, basta leggere le pagine dei quotidiani degli anni ’20 e ’30 (l’epoca di formazione di Celletti) per leggere, in sede di recensione degli spettacoli operistici, critiche dedicate, per la loro maggior parte, all’esecuzione vocale. E d’altra parte non poteva essere diversamente, trattandosi di una rappresentazione operistica.
Piacesse o meno Celletti era chiarissimo nell’esprimere la propria opinione. Metafore, mezzi termini, detti e non detti erano assolutamente estranei al suo vocabolario ed al suo modo di scrivere.
Gli elogi e le stroncature erano, però, sempre motivati. Motivati dal generalissimo principio che il canto richieda cognizioni di base, come qualsivoglia attività professionale e solo chi ne disponga possa essere prima un professionista ed, in alcuni casi un artista. Nella mente e nello scritto di Rodolfo Celletti artisti non professionisti solidi non potevano esistere. E se esistevano non duravano in carriera.
Il principio, ci sembra assolutamente inoppugnabile. I successori e detrattori di Celletti non sono stati in grado di proporre principi ermeneutici ugualmente validi, sempre e comunque.
Riportiamo, riferito a Rodolfo Celletti, il parere ben più illustre del nostro di Alberto Zedda e soprattutto abbiamo ritenuto giusto e più coerente omaggio lasciar parlare Celletti stesso in due brevissimi stralci della trasmissione “Albo d’oro della lirica”, trasmissione che occupava la domenica sera radiofonica, dalle 20 alle 21, e che dovrebbe essere di esempio a chi, oggi, fa disinformazione e denigrazione dalla stessa sede pubblica.

Ricordo di Rodolfo Celletti

Ogni scritto di Rodolfo Celletti era un avvenimento da non perdere: steso in ottimo italiano, lucido e personalissimo, ornato con aggettivazione colta e fantasiosa, percorso da un‘ironia intelligente e simpaticamente malefica... Il soggetto riguardava quasi sempre il canto, trattato con lo stesso ispirato fervore impiegato da Agostino per esaltare le virtù della grazia divina.

Celletti descriveva e teorizzava qualità e artifici vocali sconosciuti ai melomani che frequentavano allora i loggioni dell‘universo mondo: trilli d‘ogni sorta, di forza, di gorgia, toscani, semplici e rinforzati; messe di voce brevi o interminabili, di sola andata in crescendo o con ritorno al sussurro; canto passeggiato o sprezzato, di garbo o concitato; gruppetti, mordenti, puntature, roulades, salti abissali, passaggi d‘agilità mozzafiato, nobili fraseggi sul fiato, legati morbidi e conturbanti, pianissimi e mezze voci seducenti come
carezze notturne...

Molti pensavano che Celletti descrivesse un paradiso perduto, utopico e nutrito dello stesso struggente rimpianto con cui il poeta dipinge l‘Eden dei progenitori. Stupiva che parlasse di canto con lo stesso convinto entusiamo impiegato dai Trovatori per propagandare l‘amor cortese. Certo, chiosavamo noi giovani, la passione di Don Chisciotte per Dulcinea estasiava e commoveva, però...

Poiché molti degli artisti che amavamo e che accendevano grandi emozioni cantando Verdi, Donizetti, Puccini, Wagner, non erano in grado di produrre i coloriti vocali da lui magnificati, il giudizio di Celletti a loro riguardo era duro e sprezzante, accusati di appartenere alla scuola del muggito, alla cultura rozza e primitiva dei picchiatori del ring. Questo un poco ci indignava, perchè ci sembrava che anche in assenza delle prodezze auspicate, essi arrivassero a cogliere degnamente la sostanza delle partiture interpretate, ma si finiva sempre col perdonargli affettuosamente la temerarietà delle sentenze, come affettuosamente si tolleravano dall‘amico sacerdote le accorate raccomandazioni alla sobrietà e alla castità.....

Tutto ciò accadeva quando la nostra cultura operistica era quasi esclusivamente incentrata sul repertorio tardo-romantico-verista, laddove eccessi iperbolici, passioni furibonde, odi insanabili erano sospinti al diapason dell‘intensità emotiva, al confine della follia, e il canto di forza, il grido primordiale, il gesto enfatico, la sottolineatura retorica, l‘acuto ginnico-erotico apparivano lessico appropriato per rendere e comunicare i sentimenti incandescenti evocati dalla musica. Quando, ubriachi e stanchi di pseudo romanticismo viscerale, abbiamo cominciato a guardare oltre il repertorio di fine ottocento e primo novecento riscoprendo i tesori musicali di Monteverdi, Cavalli, Bach, Haendel, Vivaldi, Mozart, Rossini, Cherubini, Spontini, Bellini, Donizetti, abbiamo finalmente compreso l‘importanza immensa della lezione cellettiana.

Per acquisire la nuova esperienza, hanno aiutato l‘impeto tragico, classicamente composto e stilisticamente corretto, di Maria Callas; le regie colte e provocatorie di Luchino Visconti, Giorgio Strehler, Luca Ronconi; le letture musicali geniali e iconoclaste di Claudio Abbado; e l‘inedito e massiccio travaso di un nuovo pubblico cultore della musica pura, sinfonica e concertistica, dalle ovattate sale da concerto ai tumultuosi luoghi della lirica, fino ad allora frequentati esclusivamente dai passionali amici dell'opera. Ha contribuito, ancora, la
comparsa delle edizioni critiche di opere liriche, che hanno imposto a pubblico e interpreti una nuova prospettiva musicologica attenta ai valori della filologia e favorito la messa a punto di comportamenti interpretativi in linea con la cifra estetica delle opere riproposte. Ma è stata la tenacia di Rodolfo Celletti e dei suoi seguaci a vincere definitivamente la partita. Le opere preromantiche o protoromantiche, dove il canto regna sovrano sovra ogni altra componente dello spettacolo, cantate seguendo i canoni del realismo verista (modello applicato anche quando di tanto in tanto venivano riproposte in tempi passati), suonavano deboli e lontane, estranee al gusto e alla cultura dell‘ascoltatore, incapaci di trasmettere emozioni profonde. Solo quando si cominciò a recuperare la civiltà vocale di estrazione barocca e si fu in grado di ricreare l‘alato virtuosismo dei divi del Belcanto, si poté apprezzarle e coglierne appieno il messaggio.

Fu chiaro, d‘improvviso, che gli artifici necessari per piegare la voce alle nuove esigenze espressive erano quegli stessi descritti con tanta passione e competenza da Celletti, troppe volte accolti con sufficienza o sogguardati come manifestazioni di fanatismo snobistico. Senza la sua lezione, oggi finalmente diventata cultura corrente, non ci sarebbe stata la Rossini renaissance, né le opere di Mozart risuonerebbero con tanta frequenza e favore, né circolerebbero melodrammi barocchi e neoclassici, e neppure si potrebbero ascoltare con profitto i lavori del primo Verdi, del Bellini e Donizetti drammatico, dei tanti interessanti epigoni e precursori del rossinismo. Non sono stati i musicologi a rendere possibile questa rivoluzione del gusto: sono stati i maestri e gli artisti che hanno compreso che gli insegnamenti di Rodolfo Celletti non erano nozioni settoriali e personalistiche, bensì il codice per accedere a un linguaggio capace di interpretare il nuovo corso: chi ha saputo metterli in pratica vive l‘attualità e anticipa il futuro.


Alberto Zedda

GG & DD

Albo d'oro della Lirica - Rodolfo Celletti & Giorgio Gualerzi - Mattia Battistini
Albo d'oro della Lirica - Rodolfo Celletti & Giorgio Gualerzi - Enrico Giraldoni & Rosina Storchio

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Stagioni prossime venture: Festival Verdi 2008


E' stato da poco presentato il cartellone del prossimo Festival Verdi, che si terrà fra Parma, Busseto e Reggio Emilia nel mese di ottobre 2008.
Questi gli appuntamenti operistici:

Giovanna d’Arco

Carlo VII - Evan Bowers
Giacomo - Renato Bruson
Giovanna - Svetla Vassileva
Delil - Luigi Petroni
Talbot - Maurizio Lo Piccolo

Direttore - Bruno Bartoletti
Regia - Gabriele Lavia

Rigoletto

Il duca di Mantova - Francesco Demuro
Rigoletto - Leo Nucci/George Gagnidze
Gilda - Desirée Rancatore/Nino Machaidze
Sparafucile - Marco Spotti
Maddalena - Stefanie Irányi

Direttore - Massimo Zanetti
Regia - Stefano Vizioli (dallo spettacolo di Pierluigi Samaritani)

Il Corsaro

Corrado - Bruno Ribeiro/Salvatore Cordella
Medora - Irina Lungu
Seid - Luca Salsi
Gulnara - Silvia Dalla Benetta

Direttore - Carlo Montanaro
Regia - Lamberto Puggelli

Nabucco

Nabucco - Anthony Michaels-Moore
Ismaele - Mickael Spadacini
Zaccaria - Carlo Colombara
Abigaille - Dimitra Theodossiou
Fenena - Daniela Innamorati

Direttore - Michele Mariotti
Regia - Daniele Abbado

Posti di fronte a un cartellone del genere ci assale la domanda che certo avrà turbato per lungo tempo il sonno degli organizzatori del Festival: quali caratteristiche deve possedere la voce verdiana? Domanda non peregrina, in un'epoca in cui regna una così grande confusione circa peso specifico caratteristiche delle voci e accento degli interpreti, massime se si considera che parecchi dei convocati esordiscono di fatto nel repertorio del Cigno di Busseto (anzi, alcuni esordiscono tout court) e provengono da ambiti affatto diversi, nel campo della lirica e non solo. Quali dunque i modelli, per un canto che voglia essere rispettoso di quanto previsto dalla scrittura verdiana? Riteniamo che alcuni ascolti possano favorire una riflessione in merito.

G. Verdi
Aida - Atto IV - Già i sacerdoti adunansi - Ebe Stignani & Beniamino Gigli
Giovanna d'Arco - Atto I - Dunque, o cruda, e gloria e trono - Carlo Bergonzi & Renata Tebaldi
Un ballo in maschera - Atto I - Che v'agita così? - Anita Cerquetti, Ebe Stignani & Gianni Poggi
Otello - Atto II - Era la notte - Victor Maurel

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venerdì 13 giugno 2008

In Sehnsucht plauditorem.

Agiografia ed arte sono sempre state fra loro pessime compagne. L’agiografia nella accezione di valutazione acritica o è compra o è cieca ed ignorante, tanto da non consentire di vedere ed udire con un minimo di discernimento.
Se la perfezione è esistita in un esecutore di opera o di musica lo è riferita ad un autore o ad una estetica musicale. Kirsten Flagstad era assoluta nei ruoli wagnerani, Marilyn Horne in quelli di Rossini. La prima, una volta divenuta la Flagstad non cantò altro repertorio, l’altra nei suoi approcci a Verdi e all’opera francese è stata o censurata o ritenuta una qualsiasi.
E ciò basterebbe quale replica all’intervento di Sehnsucht, che abbiamo, come sempre anche con chi non condivide la nostra opinione e, magari difetta un poco in buona educazione e maniere, nel nostro blog pubblicato


E lo pubblichiamo in uno con l’esecuzione dell’aria della campanelle di Lakmé , dove una allora ingiustamente sconosciuta Mariella Devia monta in cattedra versando nel repertorio che le era e le sarebbe ancora congeniale, ossia quello della chanteuse a roulades.
Amare, stimare, considerare un cantante, assumerne la levatura storica va bene ed è legittimo, ma non può essere acritico ed astorico. Altrimenti scade nel fanatismo e si incorre in scivoloni scrivendo “Ella le riconosce la facilità assoluta degli insidiosi la bem della aria Aah forse lui, riproposta nella versione integrale, ma le attribuisce un Amami Alfredo slentato e parla di toni elegiaci in Alfredo, Alfredo”.
Questa è una frase da fans. Un conto caro Sehnsucht è elogiare l’esecuzione strettamente vocale di un passo non agevole, facile, perché supportata da grande cognizione tecnica, e l’altro è cantare correttamente e con quadratura tecnica, mancando, però, completamente il personaggio e la situazione drammatica. In Traviata, nonostante i tentativi di far credere il contrario, di elegia non ne abbiamo né poca e ne punto.
Ancora sempre, spostato dall’idea che non possano esistere esigenze vocali specifiche per un autore o ad un ruolo, ma convinto che si può e si deve cantare tutto, Sehnsucht scrive : “ Vede Ella non ha apprezzato neppure Stuarda neppure Bolena e mi meraviglio che addebiti alla Signora Devia proprio carenze vocali , mentre definisce la sua tecnica saldissima ed esemplare”.
Un aspetto è la tecnica, altro sono volume, ampiezza ed accento che , precipue in zona medio-grave Bolena, Borgia e Stuarda richiedono. Le rammento che allorchè Joan Sutherland incise ed interpretò Borgia e Stuarda le vennero rimproverate tutte queste carenze. E si trattava di una voce quanto meno di soprano cosiddetto lirico spinto per usare una terminologia oggettiva.
Quanto poi ad alcune affermazioni tipo la “voce sublime” non sarò certo io ad insegnarle che le voci sublimi sono altre e lo sono per dote naturale di velluto, smalto e colore. Specifiche alquanto estranee alla signora Devia, soprattutto nella zona centrale, che ha sempre presentato scarse attrattive naturali (per forza, è un cosiddetto soprano leggero) ed il cui miglioramento è avvenuto solo negli anni ’90. Anche qui, caro Sehnsucht, la storia del canto è ricca di voci con limiti naturali. Leggere non tanto Stendhal a proposito della Pasta, ma e soprattutto Monaldi riferito ad Erminia Frezzolini. E già che di Monaldi si parla legga pure quanto scrive su Adelina Patti. Non serve Vico per parlare di corsi e ricorsi storici!
Non solo, ma atteso l’invito ad ascoltare il “dite alla giovine” o il “ se una pudica vergine” come miracoli vocali non posso esimirmi dal rilevare come nell’esecuzione del 9 giugno u.s. eravamo ben lontani dalla adamantina purezza della Lucia non già quella del 1992, ma anche la recente del 2006 e dall’invitarla ad ascoltare due soprani leggeri quali Beverly Sills e Frieda Hempel nello stesso passo e fare, se obiettività consente, il dovuto confronto.
Ancora quanto all’eleganza scenica della signora Devia sono ben felice di accordarglielo, a condizione che Violetta Valery sia una signora della buona borghesia, che presenta in società figliole o nipoti. La mantenuta di alto bordo richiede ben altro, a partire dal modi di porgere la mano o di guardare un uomo.
Un ulteriore chiosa, che è opportuno spiegare, credo, ho parlato di “parabelcantismo “ e non di belcanto. Il belcanto, come estetica musicale e non solo come scrittura vocale e musicale, finisce con Semiramide. Non è una mia opinione e neppure, come ben so qualcuno sarebbe già pronto a dire di Rodolfo Celletti, ma di Scudo, Panofka e, soprattutto di Rossini.
Bellini e Donizetti, come certo Verdi sino ai Vespri, l’opera francese, ereditano alcuni mezzi espressivi, ma non richiedono l’accento scandito, la vocalizzazione di forza e l’esibizione virtuosistica con fini espressivi ( gli accenti nascosti della coloratura ) tipiche di Rossini. Mariella Devia ha sempre brillato, come tutti i soprani leggeri, nelle agilità di grazia, nei suoni flautati, indispensabili per emettere re nat e mi bem, nell’accento elegiaco. Siccome bisogna dimostrare, le accludo il rondò della Donna del Lago della signora Devia in parallelo con quello di una voce certo meno estesa nei sovracuti ( che in Rossini non servono, specie se emessi flautati), ma dall’accento scandito e dal vero virtuosismo di forza, pur con un volume limitato. Si tratta di Lella Cuberli.
Esattamente come ritengo opportuno proporre il confronto con Luciana Serra nell’aria di Zerlina del Fra’ Diavolo di Auber per toccare l’argomento dei ruoli comici, che nella resa interpretativa della Devia hanno destato più d’una perplessità.
Come pure la grandezza di Violetta non dipende dall’avere eseguito ab integro la parte. In questo senso mi permetto di ricordarLe che due Violette, assolutamente storiche, come la Callas e l’Olivero, eseguirono sempre Violetta coi tagli di tradizione. E per andare ad altro repertorio, per il quale oggi si esige l’integralità, Maria Callas e lei sola è Armida, nonostante i tagli. Copiosi ed alcuni incomprensibili.
E qui mi fermo, precisando solo che i posti venduti per l’ingresso in loggione la sera del 9 erano circa 120 in luogo dei disponibili 140, che in platea c’erano poltrone libere e i palchi presentavano qualche “forno”, per utilizzare un’espressione gergale del loggione. Almeno questo è quello che ho visto io, nella mia posizione di spettatore che ha acquistato il proprio biglietto di loggione, dopo la canonica coda.
Mi spiace e lo dico chiaramente questa risposta per la stima nei confronti di Mariella Devia. Senza la sua tecnica e la sua disciplina non si canta alla sua età. E questo è già un merito, come lo fu per Mirella Freni
Il teatro ha bisogno di molte Mariella Devia, in ogni registro della voce femminile, ossia di professioniste solidissime sotto il profilo tecnico, di cantanti, che, quando incontrano il personaggio, che coincide con al propria vocalità e la propria sensibilità, come per la Devia con Elvira dei Puritani, lucrano successi trionfali, non quelli della scorsa sera in Scala, perché la perplessità non era rara per il teatro in ogni suo ordine di posti. Il teatro e la storia dell’opera, invece, non hanno bisogno di interpreti che da un decennio sono protese a far credere che Imogene, Lucrezia e Bolena abbiamo la voce, il tonnellaggio e l’accento di Olympia o di Margherita di Navarra. Perché in questi e consimili ruoli, Mariella Devia sarebbe cantante ed interpreti di levatura storica. Ed in fondo di chanteuse a roulades di questa levatura la storia ne annovera una decina. E se vuole, caro Sehnsucht, gliele elenco anche. La prossima volta.



Gli ascolti

Auber - Fra Diavolo
Atto II - Non temete Milord...Or son sola - Mariella Devia, Luciana Serra

Bellini - I Capuleti e i Montecchi
Atto II
- Ah, non poss'io partire - Renata Scotto, Mariella Devia

Delibes - Lakmé
Atto II
- Où va la jeune indou - Mariella Devia

Rossini - La donna del lago
Atto II
- Tanti affetti in tal momento - Lella Cuberli, Mariella Devia

Rossini - La pastorella delle Alpi - Joan Sutherland, Mariella Devia

Verdi - La traviata
Atto II
- Dite alla giovine - Beverly Sills, Mariella Devia




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mercoledì 11 giugno 2008

Meyerbeer e la sua Fidès, la voce protagonista.


Frutto di 6 anni di lavoro intenso Le prophète fu opera per lungo tempo al centro dell'attenzione del mondo musicale. La prima rappresentazione all'Opéra di Parigi nell'aprile del 1849 e quella di poco successiva a Londra (in italiano), con Pauline Viardot come Fidès e nel ruolo di Jean di Leyda Gustave Roger a Parigi e a Londra il celebre Mario, furono enormi successi che guadagnarono a Meyerbeer ammirazione ed onore, in Italia quella di Giuseppe Verdi per esempio, che terrà sempre in grande considerazione questo lavoro, mentre le rappresentazioni in Germania scatenarono reazioni opposte, ossia lo sdegno di Schumann e Wagner, che di lì a poco pubblicò il libello Il giudaismo in musica in cui inveiva contro Meyerbeer.

L'opera rimase stabilmente in repertorio fino ad almeno gli anni 20, meno riproposta forse de Les Huguenots, ma ugualmente adatta ad essere veicolo per riunire una grande compagnia di canto, un grande direttore d'orchestra, insomma per creare un grande allestimento, nella migliore tradizione del Grand-Opéra francese.
Fra le prime parti, la vera protagonista dell'opera possiamo dire sia Fidès, la madre del profeta del titolo, Jean de Leyda. Si tratta di una figura dalle molte sfaccettature, madre benevola, figura patetica nei primi atti, negli ultimi due invece imponente e maestosa. Non è difficile vedere in Fidès i tratti che possono aver ispirato a Verdi l'Azucena del Trovatore, che Verdi appunto voleva come vera protagonista della sua opera, come lo è Fidès nel Prophète. A lei Meyerbeer affida molti momenti pregevoli nella partitura, dal primo duetto con Berthe all'arioso Ah, mon fils, dall'invettiva del finale IV a tutto il V atto composto da una grande scena di bravura per Fidès, un duetto madre-figlio, un terzetto con Berthe e il finale all'unisono con Jean de Leyda. Parte dalle grandi richieste e possibilità, da grandi primedonne, cui è richiesto non solo di reggere la lunghezza dell'opera, ma soprattutto di affrontare una tessitura non agevole (due ottave e mezza, dal la grave toccato con frequenza a si naturali e do) e di dover affrontare l'ampio orchestrale meyerbeeriano. Una parte insomma solo per grandissime cantanti, come era appunto Pauline Viardot, la prima interprete, e come altre grandi detentrici del ruolo quali Adelaide Borghi-Mamo, Marie Delna, Marianne Brandt, Ernestine Schumann-Heink, Louise Homer, Margarethe Matzenauer, Marilyn Horne e che sarebbe stata perfetta anche per altri grandissime cantanti come Ebe Stignani, Fiorenza Cossotto, Grace Bumbry.

La grande scena di Fidès, O prêtres de Baal, che segue il classico schema recitativo - aria - cabaletta, scritta e pensata per le doti virtuosistiche di Pauline Viardot, richiede alla primadonna tutte le sue doti interpretative e canore, spaziando con facilità dal grave estremo all'acuto e viceversa, con ovvie richieste di dinamica, una notevole quantità di agilità, volatine ecc, ossia l'arsenale della grande scena virtuosistica della Primadonna. Vale la pena notare che, forse conscio di avere a sua disposizione una primadonna non comune, Meyerbeer stesso inserisce numerose varianti all'interno della scena, che lui stesso marca come facilitations pour les personnes pour lesquelles les vocalises ci-après seraient trop difficiles.

La prima testimonianza discografica della scena in questione è lasciata da Louise Homer, che fu interprete del ruolo anche al Metropolitan di New York accanto a Caruso e alla Muzio, e che era solita inserire spesso nei propri concerti la grande scena di Fidès. Nonostante qualche acuto fisso abbiamo una prova pregevolissima, in cui si apprezza soprattutto il registro grave ben timbrato e si nota una notevole facilità in zona acuta, come testimonia l'esecuzione della cabaletta. Un limite della Homer probabilmente è il confronto con le illustri colleghe come Ernestine Schumann-Heink della quale non aveva il gusto e la rifinitezza tecnica e di stile, nella Homer un po' troppo tendente al romantico.

Grandissima Fidès invece è stata soprattutto Ernestine Schumann-Heink, come testimonia l'ascolto, in cui la voce risulta bella, morbida, i gravi perfettamente timbrati e saldati al resto della voce senza soluzione di continuità, la Schumann-Heink è esimia vocalista e lo dimastronano i suoi trilli perfetti e il legato d'alta scuola, vale la pena notare anche l'espressione dolce e nobile e la grandissima attenzione ai segni d'espressione, puntualmente rispettati, come nel recitativo in cui il tono irato ed inciviso lascia subito il posto a piani di dolcezza veramente materna che si ritrovano intatti nell'aria, dove ogni singolo accento o indicazione dinamica di Meyerbeer sono rispettati alla perfezione. Gli unici difetti che potremmo trovare sono la fissità in qualche passo del registro acuto e il mezzo di incisione difficoltoso, ma dall'ascolto è facile riconoscere in Ernestine Schumann-Heink un sicuro modello per Marilyn Horne.

Di un decennio successive l' incisione ad opera di Jacqueline Royer, voce che si percepisce ampia, dalla zona medio-bassa sicura, ancorchè un po' generica, che esegue tra l'altro solo la sezione centrale, O toi qui m'abandonne.

Interessantissimo è l'ascolto di Sabine Kalter, esimia wagneriana e celebre Brangaene accanto a Kirsten Flagstad, qui alle prese con Meyerbeer e il Belcanto. La voce non bellissima ma decisamente solida, si piega senza difficoltà a sfumature e al virtuosismo della cabaletta, nonostante qualche semplificazione, mostrando acuti sicurissimi e lucenti e registri molto omogenei. Decisamente una wagneriana poco declamante e molto adusa alle regole del Bel Canto.


Del 1929 è poi la testimonianza di Sigrid Onégin, insieme alla Schumann-Heink e alla Horne, la più grande Fidès preservata dal disco (col vantaggio, rispetto alla Horne, di una voce di grande qualità timbrica e singolare ampiezza), ed una eccezionale cantante nella storia dell'Opera. In lei possiamo ravvisare una sorta di Ebe Stignani ante litteram tanta è la maestria della tecnica di canto unita a mezzi eccezionali. Nella Onegin la voce è sempre morbida e timbrata, il suono omogeneo e facile in tutti i registri, sia negli estremi acuti che nelle discese al grave, tutta la tessitura è dominata con facilità irrisoria. Ne abbiamo prova nell'aria dove le discese al la grave delle prime frasi sono omogenee al resto della voce, stesso dicasi per la facilità con cui la Onegin sale ai do nella cabaletta, privi di alcuna fissità ravvisabile in altre colleghe del periodo, anzi lucenti e morbidi, come tutta la zona acuta. Una prova storica che ci mostra una grandissima belcantista.

Nella seconda metà del 900, persa l'occasione di sentire la Fidès di Ebe Stignani, è Marilyn Horne a riportare in auge il titolo meyerbeeriano, cui ha sempre dedicato grande attenzione, avendo inciso le arie negli anni 60 per la Decca, presentato l'opera intera alla RAI nel 1970, avendola incisa per la CBs nel 1976 e avendola riportata al Metropolitan dopo quasi 50 anni con una nuova produzione nel 1977 e nel 1979. Alle prese col ruolo di Fidès, che richiede una voce che la Natura non le aveva fornito, soprattutto per ampiezza, la Horne agisce con la consueta maestria ed intelligenza, riuscendo ad "inventarsi" ogni suono per costruire una Fidès che senza esitazione si può definire storica. Allo stesso modo che nelle cantanti antiche anche nella Horne l'emissione è sempre morbida, i suoni costantemente omogenei, sfrutta poi il proprio timbro chiaro a fini espressivi lasciandosi a momenti di grande dolcezza nell'aria, preceduta da un recitativo scandito e maestoso come richiesto (Frappe, frappe, toi qui punis tous les enfants ingrats). Nella cabaletta il virtuosismo è come al solito impeccabile, eccetto qualche acuto stridulo, come i due do delle volatine, perfetto però nell'alternanza fra registro acuto e grave. Una prova monumentale alla cui riuscita partecipa anche Henry Lewis, egregio direttore e grandissimo accompagnatore, che fa cantare l'orchestra insieme alla Horne, senza esserle mai di difficoltà.

Dopo Marilyn Horne a cimentarsi con Fidès sono altre due primedonne, nel 1998 alla Wiener Staatsoper, dove viene eseguita una edizione critica dello spartito con l'aggiunta di alcuni passi originali che nulla aggiungono di sostanziale, perlomeno alla grande scena di Fidès, che rispondono al nome di Agnes Baltsa e Violeta Urmana, la prima diva DG ormai sul proprio Sunset Boulevard e la seconda promettente stella della lirica (all'epoca) ancora in vesti mezzosopranili prima di tentare il volo come soprano.
Agnes Baltsa fin dal recitativo ci catapulta nel più bieco verismo, la madre ora maestosa ora dolce lascia il passo ad una orrenda megera che sbraca i suoni in basso alla ricerca di una consistenza di suono che sostanzialmente non c'è mai stata. Nell'Andantino la voce si spezza, impossibilitata a mantenersi omogenea, l'emissione è quasi sempre di petto, l'accento forzato, i suoni in zona medio alta quasi sempre aciduli, più che cantabile l'aria diventa decisamente un passo declamato in cui ogni nota ha una voce diversa e che viene conclusa da una cadenza sbracata in basso e gridata in alto. Tagli copiosi intervengono nella cabaletta a salvare la cantante e gli ascoltatori estirpando la maggior parte delle agilità e dei vocalizzi, comprese le volatine al do, lasciando quelle che rimangono ad un'esecuzione imprecisa accompagnata dalle consuete grida aquiline.
Secondo cast di questa Fidès dicevamo era la giovane Violeta Urmana, ancora nella fase mezzo-sopranile della carriera in cui la voce era sostanzialmente fresca (non depauperata come nelle recenti esibizioni) senza comunque essere di materiale pregiato o capace di chissà quale ampiezza. Alle prese con la grande scena di Fidès alcuni difetti che poi sono andati degenerando invece che essere risolti, si sentono già tutti, come i gravi poco timbrati accompagnano una zona medio acuta fibrosa, mentre si rileva che gli acuti risultano più facili anche se a volte gridacchiati. Un peccato che i problemi tecnici non siano mai stati risolti a danno non solo della cantante ma anche del pubblico.

Appare chiaro infine che una scrittura simile non permette che si bari con essa, lasciando solo alle grandi cantanti la possibilità di servirsene come mezzo per far sfoggio della propria maestria tecnica e artistica.

Gli ascolti

Meyerbeer - Le prophète

Acte V


Scène, Cavatine et Air de Fidès

O prêtres de Baal...O toi qui m'abandonne...Comme un éclair

1903 - Louise Homer
1907 - Ernestine Schumann-Heink
1915 - Jacqueline Royer
1921 - Sabine Kalter
1929 - Sigrid Onegin
1970 - Marilyn Horne
1998 - Agnes Baltsa
1998 - Violeta Urmana

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