venerdì 15 aprile 2011

Stagioni 2011-12, la Quaresima perpetua. Stazione quinta: Teatro alla Scala di Milano

Con cospicuo anticipo rispetto alla tradizione e con il non taciuto scopo di confortare gli amici e smentire i nemici in ordine alla salute di Mamma Scala ne è stata annunciata oggi la stagione 2011/2012. Siccome oggi è un venerdì va ad occupare la rubrica del venerdì di quaresima. E‘ solo un caso e talvolta caso e destino ci mettono lo zampino a dirci che è appunto una stagione di passione e di penitenza. Analoga a quella che sta a metà di adempimento e che ci sopportiamo ora in silenzio ora reclamando a gran voce. Gli ingredienti di una ciambella che stenta a lievitare sono sempre i medesimi.

In fondo basterebbe dire due cosette e avremmo finito senza scendere troppo nel dettaglio ossia i titoli sono quelli nazional popalari che servono, alla buona ed alle generica a rappresentare le varie scuole e tradizioni musicali secondo i dettami di Garzantina ed analoghe pubblicazioni di lingua francese, i cantanti sono quelli che lo star system ci dice essere bravi e che il pubblico della Scala dovrebbe apprezzare per questo solo motivo. E, ripeto qui dovrei anche farla finita.

C’è il programma pluriennale di culturalizzazione attuato con Britten, dopo Jancek, e quest’anno tocca a Peter Grimes. Direttore Robert Ticciati, protagonista in questi su Sky Classica delle lezioni di direzione orchestrale tenute da Daniel Barenboim a Salisburgo: correva l'anno 2007, correggetemi se sbaglio. Quanto a prosecuzioni compare la seconda giornata dell’anello del Nibelungo con medesimo direttore e medesimo responsabile della parte visiva, immutata la Brunilde (che canta venti minuti) mutati, invece, tenore e Wotan. Mi sembrava il minimo, ma...saranno domani le nostre Brandt e Pasta a darci i dettagli sulle scelte.

Abbiamo un titolo inaugurale che in vent’anni trova, ad opera di Carsen, che ci farà vedere le solite boiserie borghesi di buona abitazione borghese fine Ottocento, il suo terzo allestimento, diretto dal direttore scaligero, la cui presenza è amministrata con parsimonia nella stagione operistica, ma eccessiva in quella sinfonica (tra ciclo Beethoven-Schoenberg, concerti per pianoforte e stagione concertistiche totalizza 12 serate su un totale di 33!!). Abbiamo un protagonista composto, due primedonne che sono tali solo per lo star system, un Leporello da teatraccio gallese e un don Ottavio, che risuscita miracolasamente.

Non è la sola scelta miracolistica perché riporre il soprano (Oksana Dyka) che ha raccolto riprovazioni in Nedda e Tosca ancora come Tosca, sia pure in secondo cast, e protagonista di Aida lo si può fare solo con il coraggio della disperazione o dotati dell’apparato uditivo da pagina 777 del televideo. Tanto per ripetere concetti già espressi della malafede non abbiamo prova né la cerchiamo, ma dell’incompetenza molta ed abbondante. Un po’ alla stessa sfida risponde l’idea di avere chiamato Angela Gheorghiu a protagonista di Boheme. Devo invece apprezzare la scelta dell seconda Mimì ossia Anna Netrebko (è poi questo il suo titolo) e la curiosità e qualche cosa di più per il debutto in Scala di Piotr Beczala.

Per altro basta anche la riapparizione di Natalie Dessay quale protagonista di Manon a confermare certezze e sospetti circa le idee che animano le scelte dei cantanti. La signora continua a proclamare che desidera dedicarsi ad altro, ossia alla prosa. Oltre tutto di Manon non solo le manca la voce, oggi come ieri, ma, e, soprattutto, cotè ed avvenenza fisica. Se recitasse secondo le categorie di un tempo non farebbe più l’amorosa, ma la caratterista. Adeguati al mezzo della protagonista quello del partner Matthew Polenzani e certamente gradita (sulla carta) alla primadonna l’allestimento di Laurent Pelly. Chi sa se il parlatorio di Saint Sulpice sarà un'aia con latrina in vista?

Per restare in tema di regie, plaudiamo al ritorno di Martone e soprattutto a quello dell'Aida di Zeffirelli, ma nello storico allestimento di Lila de Nobili, che avrebbe dovuto fin dal 2006 essere riproposto al pubblico, in luogo del pacchiano nuovissimo parto del metteur en scène fiorentino. Assai poca gioia suscita il Rigoletto di Luc Bondy, terzo titolo in un lustro affidato a siffatto regista, ovviamente nuova produzione coprodotta con Vienna e New York. Prodotto internazionale, insomma, quindi bello e giusto, oltre che ovviamente "da Scala".

Il repertorio francese è proposto con uno dei suoi pezzi da 90 ovvero i Contes d’Hoffmann, quale delle versioni sia la prescelta non sappiamo, ma le scelte canore con un ormai accorciato ed appesantito Vargas e Abdrazakov fanno dubitare. Pezzo da 90il titolo richiede altrettanto dai cantanti. Dubbi altrettanto se non più pressanti suscitano l'impiego di Vittorio Grigolo in due titoli (Bohème e Rigoletto), il ritorno di Lance Ryan, già afonoide don José, quale protagonista della seconda giornata del Ring, quello di Nino Machaidze in Gilda, Marcelo Alvarez nella Tosca (altra apparizione fuori tempo massimo, temiamo), Genia Kuehmeier, già insufficiente Pamina, qui Antonia improbabile per peso specifico e non solo, Nino Surguladze, riprovata quale Siebel nel Faust, alle prese con la Giulietta dei Contes. L'impiego di Liudmyla Monastyrska quale seconda Aida è poi in forte sospetto di scelta affrettata o almeno poco meditata, visto che la signora è assurta meno di due mesi fa alla fama, e quindi, ipso facto, al rango di cantante "da Scala", per avere rimpiazzato all'ultimo la signora Carosi, ritiratasi dalla produzione del medesimo titolo al Covent Garden dopo una poco fortunata prova generale.

Poi tanto per polemica, sempre nella medesima direzione se esiste un titolo scritto e pensato per fuori classe questo è Don Pasquale. Giustamente, saggiamente lo affidano agli studenti della Accademia. Risultato o dispongo di un tenore o di un baritono che meritano il lancio o chiamo cantanti in carriera e in prepensionamento come per la prossima Italiana in Algeri o rovinino chi potrebbe avere se ben indirizzato possibilità di avviamento alla carriera.

Questa circostanza del “bruciare i giovani” induce alle riflessioni sulle bacchette.
Il problema ha due facce, da un lato finalmente sentiremo in un'opera alla Scala il maestro Gianandrea Noseda, che ha svolto un lavoro eccellente, a dir poco, a Torino, la cui orchestra, oggi, è per qualità di suono la più apprezzabile in Italia. Debutto anche , se non erro, per Fabio Luisi con un titolo che alcuni grandi come Antonio Guarnieri adoravano, ma che con quel cast non è certo facile . Come sono felice che a Nicola Luisotti, sperando che il suo prossimo Attila sia all’altezza della Fanciulla di New York, sia stata affidata Tosca.

Dall'altro le dolenti note, quelle degli infanti delle direzioni. Evidentemente la dirigenza scaligera non può o non vuole sentire e vedere i problemi che il maestro Wellber ha evidenziato in Tosca, che Gustavo Dudamel, ammesso e non concesso che sia un buon direttore da sinfonica non sa rendersi conto delle forze ( scarse nel caso di specie) di cui dispone in palcoscenico come già accaduto in Carmen, che non si può proporre in un’opera complessa che rimette al direttore ( e tralascio del cast di cui dispone) la conduzione dell’intero spettacolo come Rigoletto. I dietrologi potranno anche divertirsi a studiare, come si fa da tempo per i concorsi universitari, le genealogie, od osservare come in trenta o poco più serate sinfoniche, il maestro scaligero se ne aggiudichi, da solo, ben tredici. Non mi interessa. Mi interessa la resa pratica e molti di questi signori hanno mostrato che oggi dell’adagio “alla Scala si viene fatti e non da fare” è falso e bugiardo. A riprova il debutto di Robin Ticciati in Peter Grimes e dell'acerbo Battistoni nelle Nozze di Figaro. Non contenti della scipita direzione dell'Occasione fa il ladro (che non abbiamo recensito per benevolenza) si affida a Daniele Rustioni, non solo il secondo turno di recite di Miller, ma pure l'impegnativa Bohème "delle Dive".

Eppure l'Italia dispone di grandi nomi della direzione d'orchestra, di grande blasone ed esperienza: Abbado, Muti, Chailly, Bartoletti ecc ecc.

Una chiosa: i concerti di canto. Immagino che Rolando Villanzon canti con il microfono le canzoni di Dalla, Battisti etc. sarebbe quanto meno onesto e decente; credo che quello affidato a Daniela Barcellona sia una sorta di risarcimento danni per il ruolo di comprimariato affidatole nella Miller (poi arriva la Quickly, mica l’Amneris) e rilevo come inossidabili più che mai ci siano le signore Devia e Gruberova. Le sopravvissute, ormai che si avviano a superare ( e ce ne vuole!) la divina Olivero.

Ai nostri detrattori dedichiamo un successo VERO e spontaneo di quella che all'epoca era davvero una new entry dai grandi numeri in una grande produzione.



9 commenti:

DavideC ha detto...

Noo, Aida-Rigoletto-Tosca!!! Sta roba puzza un po' d'Arena... Il lombardo-veneto a quantopare è una realtà che va ripristinandosi...
Questo programma non è scontato, di più! Un coacervo di titoli ormai abusati e logori e null'altro, senza un minimo di filone rintracciabile (nemmeno in filigrana). Tuttavia apprezzo molto che manchino Traviata, Barbiere e soprattutto la Carmen. E' già qualcosa... P.S. Possibile che la migliore realtà d'Italia nel settore sappia offrire questo?
D.C.

mozart2006 ha detto...

Facciamo solo un elenco dei direttori d´orchestra che la Scala non ha saputo o voluto scritturare per questa stagione.
Partiamo dai nomi affermati come Chailly, Pappano, Rattle, Mehta, Ozawa, Salonen, Thielemann, Nelsons, Nagano, Jordan, Gatti, Chung.
Proseguiamo coi giovani di valore come Nezet Seguin, Carydis (che ha già diretto a Vienna, Londra e Parigi e inaugurerà la stagione di Monaco proprio con gli Hoffmann), Oroczo Estrada, Sokhiev, Inkinen...e mi fermo qui per carità di patria.
Sui cast ognuno la pensi come vuole, ma la mancanza o quasi di valide bacchette la dice veramente lunga sulla situazione attuale del teatro.

mozart2006 ha detto...

Postilla. Il taglio della programmazione lirica indicherebbe la volontà di allinearsi ai grandi teatri europei di repertorio. Peccato che le stagioni di questo tipo a Vienna, Londra, Berlino o Monaco propongano almeno 25 titoli in cartellone. Se non si fa in questo modo, un programma del genere non ha semplicemente senso.

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Sì...ci sarebbe solo da tacere, o da usare 1.000 parole (e non sarebbero sufficienti) per commentare questa stagione a mezza via tra Arena di Verona e teatro di repertorio (a metà)... Le parole di Donzelli sono da condividere, salvo alcuni passaggi da cui amichevolmente dissento:
1) Carsen è regista vero e sicuramente potrà giustificare un nuovo Don Giovanni.
2) Mattei è un grande Don Giovanni.
3) Terfel è un buonissimo cantante.
4) Capitolo culturizzazione: allestire Peter Grimes non è un lusso e un po' meno repertorio (con una massiccia dose di titoli meno banali) sarebbe la salvezza del teatro...io proporrei una moratoria: basta Puccini e Verdi per almeno 4 anni!

Sul livello delle bacchette concordo pienamente con Mozart: nulla di che... Ottima cosa Noseda e Luisi (mi sarebbero piaciuti, però, in opere più interessanti dal punto di vista direttoriale che non il zuccheroso Maassenet e il solito Verdi). Semplicemente assurda la scelta di Barenboim per il Don Giovanni.

Credo che lo spettacolo più interessante resti la "Donna senz'ombra"...per il titolo, per un cast interessante e, soprattutto, per la regia di Guth...purtroppo dirigerà Bychkov, direttore alterno e imprevedibile...speriamo che "butti bene"...

Sulla versione dei Contes...temo assisteremo al solito guazzabuglio: se però fosse l'edizione Kaye (la più attendibile), magari nella versione coi dialoghi recitati, sarebbe cosa assai gradita...

Giambattista Mancini ha detto...

Terfel al mio gusto è un cantante improponibile.

Francesco Benucci ha detto...

sorvolando su pattume vario, noto con piacere come il ciclo monteverdiano sia già arrivato alla sua fine senza che neanche abbia visto luce la seconda opera ....bello! l'unico ciclo in un certo senso funzionante ed interessante subito accantonato, x cosa poi? per la tosca di bondy?

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Infatti mi chiedevo anch'io che fine avesse fatto Monteverdi...e proprio con le due opere più interessanti (giacché L'Orfeo è abbastanza frequentato)...peccato, forse sono troppo impegnati a proporre "novità" come Rigoletto, Aida, Luisa Miller, Tosca, Boheme, Manon, Don Pasquale...sai, sono opere che si vedono pochissimo nei teatri: peccato non ci sia anche il Barbiere di Siviglia, anche quello è così raro!

lo.mascia ha detto...

Secondo me sarà una stagione interessante, nel bene e nel male. Trovo che Carsen sia un autentico genio della regia. Sono molto curioso di risentire sia Les Contes sia Nathalie Dessay; la sua Olimpia fu una delle cose che restano dentro (io ero a teatro nell'aria che ha postato), e corde vocali o no, risento volentieri entrambe.
Piacere anche di rivedere Nino Machaidze, in attesa di Romeo e Juliet, in un ruolo così importante come Gilda. "Coraggioso" riproporre ancora la Dyka... Con Pagliacci sono stati fischi, con Tosca si sono quasi presi a schiaffi, per Aida voleranno i seggiolini?? Sarà una prima imperdibile.
Sono contento di risentire Noseda, del quale ho avuto già modo d'apprezzare il lavoro in passato;
per ora mi fermo qui: buona stagione a tutti.

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Anche io ammiro molto Carsen. I Contes, invece, non mi entusiasmano (certo l'Olimpia della Dessay rimarrà sempre nella storia dell'opera: peccato che alla Scala farà Manon...opera che peraltro detesto! Come tutto Massenet a dire il vero: paccottiglia melensa e artificiosa, per me). La stagione non mi attira, a parte Strauss...