venerdì 8 agosto 2008

Romeo et Juliette a Salzburg: un urlo trionfale!

Il Festival di Salisburgo ha prodotto e diffuso via radio e tv una nuova edizione del Romeo et Juliette di Gounod, con un allestimento tradizionale, originari protagonisti la coppia Netrebko Villazon, poi divenuta Machaidze Villazon.
Un’edizione che fa riflettere sul ruolo ormai negativo dei Festival musicali, divorati dalle majors e dai loro divi, che propongono prestazioni non solo di basso livello, per giunta spacciate per arte o cultura, ma attivamente contribuiscono alla distruzione della tradizione operistica e dei suoi modi interpretativi.


In una cornice lussuosa, trasportata con gusto in un XVIII secolo senza chiara ragion d’essere, si svolge la vicenda degli amanti di Verona, con generose concessioni all’oloegrafia, un po’ di scandalo da festival nell’inutile quanto insignificante stupro inscenato durante il preludio e poca attenzione registica. La bella cornice non fa dimenticare la trascuratezza di un regista che fa di Juliette una ragazzina infantile e capricciosa al suo ingresso in scena, priva di fascino e di portamento nel suo correre di qua e di là sollevando vistosamente il vestito (tra l’altro davvero poco adatto al candore del personaggio, che risulta una sorta di Carmencita…) nonostante la bellezza del soprano, o nel suo bamboleggiare nella controscena iniziale che accompagna l’aria del padre; né il gesticolare da sceneggiata napoletana del tenore (si veda la scena finale per tutto...), genericamente irruente, un po’ da telenovela, decisamente esagerato ed inelegante nell’interpretare la passionalità di Romeo. Scene bellissime, grazie anche alla regia tv, sono quelle dell’atto IV come anche il finale di tomba, che compensano un po’ le sopradette mancanze del regista nel lavorare sui personaggi principali. Molto meglio, invece, tutto quanto riguarda i protagonisti secondari, i duelli in particolare.

La direzione orchestrale di Nezet Seguin ha funzionato nella misura in cui ha staccato tempi giusti per i cantanti, con un’orchestra che potrebbe benissimo suonare l’opera seguendo il primo violino. Il suono è stato sempre bello, pulito e talora è stata proprio la buca a rammentare il trasporto romantico, l’estatico rapimento, la passione travolgente dei due protagonisti. Altre volte sono mancati, invece, quell’atmosfera notturna e quel colore caldo, neogotico, che caratterizza inequivocabilmente l’orchestra di Gounod. Del resto, con siffatti interpreti sarebbe stata necessaria una bacchetta di altra età, alta personalità, altro polso, per governare una barca tanto difficile da…far galleggiare sul mare del canto elegante e dello stile. Di fronte ad un soprano limitato ed inesperto, assurdamente spinto sulle più grandi ed onerose ribalte del mondo, ed un divo stracelebre ormai del tutto consumato nelle sue doti naturali e ridotto…ad una delle sue caricature, il giovane Nezet Seguin non poteva che ritagliarsi il ruolo di accompagnatore.

L’opera è parsa a tratti addirittura irriconoscibile, davvero un’altra cosa da quella che conoscevamo sino all’altro giorno. E invitiamo i nostri lettori confrontare in prima persona gli ascolti che a titolo di esempio vi proponiamo qui per alcune scene chiave con questa edizione salisburghese, per misurare di persona la metamorfosi subita in questa edizione. E questo in virtù del canto dei due protagonisti, tenore in primis.
Appena Villazon ha aperto la bocca subito abbiamo capito cosa ci avrebbe atteso: la voce bassa di posizione, perfettamente ingolata e larga…degna dell’ultimo peggiore Domingo, suo evidente modello. Quella del simpatico Rolando è stata una serata di guerra con i suoi mezzi, progressivamente sempre più spenti con l’andare della serata, il canto sempre più duro e forzato, le contrazioni di gola sempre più difficili…insomma, pura incapacità di cantare il ruolo con quell’apparato di mezze voci (dell’uso del ”misto” poi, ancora necessario per un musicista come Gounod, non ne parliamo nemmeno, perché saremmo nel fantacanto…), arcate di suono, legato, emissione dolce ma piena, prerogative vocali di Romeo. Una linea di canto non è esistita, ma solo un vociare inconsulto ed incontrollato, unica risorsa di un dilettante alle corde. Villazon ha spazzato via con le tre battute d’ingresso la memoria dei travolgenti ed aristocratici Vanzo, Kraus, Kozlovsky, Lemeshev…tutti, ma dico tutti i Romeo più cari alla nostra memoria di melomani.
Arriva Juliette per cantare il suo valzer, e Villazon esegue le battute che precedono in modo straziante, tra note indietro e note gridate…una vera antologia di malcanto: Ah, voyez, cette beauté celeste…Oh tresor digne du ciel… Ha poi attaccato discretamente “Ange adorable” al primo duetto, ma appena fuori dal centro la voce ha iniziato a scappargli indietro, i tentativi di sfumature tutti afonoidi…un fraseggio piatto. Solo la compiacenza della nasalità di certi suoni della lingua. Pochetto per un ciberdivo. La chiusa all’atto primo si è ridotta all’urlo delle frasi…“oh douleur oh douleur…Capulet son père…Capulet…”. L’atto II si è aperto con un attacco di “Oh nuit” abbastanza spaventoso: i recitativi scorsi via sul forte, come il preludio all’aria “L’amour…”, tutto di gola. Nell’aria “Ah leve toi soleil” di nuovo attacco un spaventoso su “Ah.”: l’esecuzione è stata un esempio di canto a squarciagola (o gola squarciata, come si preferisce…), con passaggi terrificanti dove i piani gli sono morti in bocca ed alcuni anche “grattati”. La ripresa in falsetto, poi, di “Ah leve toi” è sembrata un altro esempio di dilettantismo, tutta a suon di mezzucci, i si bem eseguiti con contrazioni di gola…in antitesi a come si dovrebbero eseguire. Lo stile proprio a Gounod non è stato nemmeno abbozzato, poiché Villazon, perdonatemi!, grida come alla fiera! Però, va ammesso, il (raffinato?) pubblico salisburghese lo ha applaudito convinto, ed il nostro Corriere conservatore non può non essere certo che questo sia ormai un festival che seleziona in base al portafoglio un pubblico incolto e sempre plaudente…per ignoranza, crassa e patinata. E le passerelle di buona società documentate dalla tv austriaca, lo provano.
Al duetto dell’atto II Villazon risponde ai tentativi di cantare con garbo di Juliette in modo davvero sbracato, ed un nuovo strazio arriva sul celebre “Oh nuit divine”, quasi un lamento. La chiusa del duetto è stata malamente gridata, mentre le cose sono andate un po’ meglio alla scena successiva pur con qualche falsettaccio: la voce al centro, se non è forzata, ha ancora una certa qualità timbrica, sebbene si tratti di poche note ormai. Nuove urla, invece, alla chiusa d’atto, questa volta in buona compagnia della Machaidze.
Il terzo atto è stata la chiave di volta della serata, perché qui la pesantezza della scena della sfida ha esaurito le residue energie di Villazon, che ha urlato davvero oltre ogni misura la sfida, rendendo Gounod irriconoscibile, una sorta di pessimo Mascagni. Ha poi cantato di sforzo, gridando nuovamente, tutta l’introduzione del concertato finale, ghermendo le note con accento che vorrebbe descrivere la disperazione di Romeo, ma trasformando in realtà il suo personaggio in un vile da osteria. E proprio qui il giovane maestro in buca, evidentemente, nulla ha saputo o potuto sul piano della pertinenza stilistica di fronte a cotanto divo. Al nuovo duetto dell’atto IV, “Oh nuit d'hyménée”, Villazon, stremato, ha continuato ancora sul forte, senza colori o sfumature, dimenticando, e con lui la sua compagna, che il duetto è da canto a fior di labbra, e che si tratta di scena d’amore, per definizione poetica, estatica e passionale. Tutto distrutto, la musica ed il suo autore offesi e mutilati: una vera vergogna, perché nemmeno c’era l’idea di ciò che si stava cantando.
L’agognata fine dell’opera arriva con il famosissimo “Salut tombeau” di Romeo, tanto urlato da Villazon da aspettarsi che i morti Capuleti si risvegliassero a zittirlo per il fragore!! E ve lo scrivo mentre in sottofondo sto riascoltando la stessa scena eseguita da un artista straordinario che mai ebbe l’onore (che forse ora pare un merito!) di una sola sera a Salisburgo, Alain Vanzo.
Esaurito dalle numerose contrazioni di gola, a Villazon sono rimasti alla fine gli urli e gli pseudopiani afoni. La linea di canto è parsa oltremodo povera e rozza, inadatta perfino al Romeo di Zandonai, accompagnandosi con un gesticolare inconsulto, da sceneggiata napoletana.
Poco o nulla è poi cambiato nel duetto finale rispetto a quanto detto. Una prestazione veramente oltre ogni limite.

La protagonista, Nino Machaidze, al suo “lancio” quale nuova stella internazionale d’agenzia, nuova Netrebko, nuova Callas, nuova Vattelapesca…si è presentata sicurissima di sé e dei propri mezzi, affrontando la prova importantissima senza alcuna esitazione apparente. Ha delineato un personaggio più scenico che vocale, fidando sul suo bellissimo aspetto (molto guadagna il soprano georgiano dai primi piani televisivi) più che sulla voce, che ha i limiti che già abbiamo altre volte sottolineato. Questo ruolo può essere dominato anche da vocaliste di medio livello, o voci poco importanti, fatta salva la terribile scena del veleno, tanto cara a Gounod e vera pietra di paragone per distinguere le grandi dalle mediocri Juliette, quando decidono di affrontarla. Ma occorre cantare con buon legato, emissione corretta, una certa saldezza sul passaggio ed i primi acuti, cioè diversamente da quanto può oggettivamente fare questa ragazza. Il ruolo, inoltre, integralmente eseguito, finisce per assumere una rilevanza tragica appena percettibile nelle edizioni più praticate nel secolo scorso dai lirici come la Freni o le Esposito, o i leggeri come le Shlumskaya, le Sayao etc. E la riapertura del taglio si rivela irragionevole allorquando proprio lì la protagonista frana sotto il peso della spinta drammatica della scena. Ma andiamo con ordine.
La sortita, ossia il biglietto da visita che Juliette offre al pubblico, è stata cantata in modo piuttosto scolastico, con vocina infantile e movenze di bambina capricciosa, come pure nella controscena mentre il padre canta le sue strofe. Movenze imposte dalla regia, ma che in parte appartengono al modo di andare in scena di questa giovano soprano, come abbiamo già avuto modo di constatare in teatro. Bastano poi le battute del recitativo con la Nutrice per capire dove stia la voce di questa Juliette, che il valzer mette subito a dura prova. Memore dell’ascolto in teatro, dove una vocina piccola non passava la buca nel “Oh mio babbino caro” del Trittico scaligero, non posso scambiare quei suoni centrali un po’ queruli per una voce penetrante o che corra davvero in teatro. Il timbro è piuttosto acido e gli acuti gridati perché spinti. Il valzer è stato eseguito con un certo brio che le và senza dubbio riconosciuto, ma si percepisce una fatica a legare i suoni al centro, in particolare l’esecuzione delle acciaccature, soprattutto in seconda strofa. Nella serie di volatine in chiusa il trillo sul la nat è spazzato via ed il si toccato un urletto, mentre prende bene il do tenuto in chiusa, forse il solo acuto convincente della sera.
Al primo duetto con il tenore, la Machaidze canta in modo un po’ manierato ma corretto, e siccome il suo compagno di viaggio è quel che abbiamo detto, lei spicca. Certo, questa Juliette ammicca a Romeo più come una ragazza che la sa lunga che con vero candore, e l’emissione contribuisce a togliere purezza al personaggio. Terribile per entrambi la stretta del duetto, dove i suoni le escono acidi e duri.
Al secondo duetto, all’atto II, di nuovo si sforza di cantare con garbo: la prima strofa ha una buona linea di canto, complice una scrittura comoda, che le consente anche di sfumare. Il timbro resta morchioso e la voce in prima ottava assente, mentre nella seconda parte della scena Juliette si offre teneramente a Romeo con buoni accenti, sebbene la voce suoni vetrosa, il centro troppo aperto perchè il canto sia dolce e legato come dovrebbe. Di nuovo sono comparsi suoni spinti in chiusa al duetto come nella chiusa dell’atto, in compagnia di Romeo.
Il quarto atto è stato, come detto, il momento della verità della Machaidze. Già stanca al duetto con Romeo, eseguito anche questo con migliori intenzioni del compagno di viaggio, sebbene con timbro fastidioso per la fatica a reggere il volume di Villazon, il soprano ha misurato nella scena del veleno, “Amour ranime mon courage”, l’enorme distanza che sta tra le sue velleità ed ambizioni di primadonna e la realtà oggettiva delle sue possibilità vocali. La scena richiede, oltre ad una voce di ben altro peso (una Anderson, tanto per intenderci) la capacità di cantare con slancio su di una tessitura per nulla comoda, buon registro grave, saldezza tecnica per eseguire virtuosismi d’alta scuola, come l’esecuzione di forza di un trillo sul la nat con successiva impervia salita al do acuto…insomma, un bell’apparato tecnico. Le difficoltà sono state evidenti già al recitativo, in cui è bastato sentire l’esecuzione degli acuti e dei bassi nella frase “ce poignard”. L’aria è per lei troppo bassa in alcuni punti e troppo di slancio in acuto per non costringerla a strillare. I do che seguono il predetto trillo su la, infatti, sono risultati dei veri urli, nettamente crescenti, ma soprattutto le grandi frasi liriche tra prima e seconda strofa prive di cavata e spessore. Nella ripresa poi la stanchezza l’ha portata a spingere molto in alto, crescendo tutte le note acute tenute…insomma, una scena troppo pesante per la vocetta di questa ragazza, che conclude stremata.
Nino Machaidze è già stata frettolosamente definita la nuova Netrebko, ma per quanto quest’ultima si faccia dei begli sconti in questa scena, a cominciare dall’esecuzione dei trilli scritti, non mi pare che le due esecuzioni che You Tube ci mette a disposizione siano di pari livello, ed il suo potente managment dovrebbe riflettere su quanto le costi questa parte e fare tesoro di esperienze come quella di N. Dessay (che dopo aver annunciato l’opera per varie produzioni l’ha opportunamente messa nel cassetto dopo la prova del Met) anziché collocarla per ogni dove nel mondo in produzioni di questo titolo, come su altri, davvero troppo pesanti.

Due parole per gli altri ruoli secondari. Falk Struckmann ha interpretato la sua scena più da caratterista che da basso serio, complice la regia; la ballata di Mercutio, interpretato da Russel Braun, è stata ben cantata, senza effettacci e cercando una certa varietà di fraseggio, nonostante le mezze voci indietro; J.F. Gatell, tenorino di grazia imprestato ad una parte piuttosto centrale, ha ben cantato Gatell pur mancando di peso specifico; la scena del frate “Dieu qui fis l’homme a ton image” è stata cantata correttamente dal basso Mikhail Petrenko. La platea ha molto applaudito lo Stéphano di Cora Burggraaf più per aver camminato sulla balaustra, che per il suo canto senza infamia e senza lode, di vocina poco poco appoggiata.

Insomma, un grande evento più di patina che di vera sostanza musicale.



Gli ascolti

Gounod - Roméo et Juliette


Acte I

Ange adorable - Sergei Lemeshev & Irina Maslennikova

Acte II

Ah, lève-toi, soleil - Sergei Lemeshev
Hélas! moi, le haïr! - Andrée Esposito & Alain Vanzo

Acte V

Salut tombeau! - Alain Vanzo & Andrée Esposito

5 commenti:

mozart2006 ha detto...

Signori,
io ho visto lo spettacolo in tv e non posso che essere completamente d´accordo con voi.Che poi sia stato un successo,poco conta.Chi ha frequentato Salzburg sa bene che lí si annida il pubblico forse piú incompetente d´Europa,e non da adesso.A Salzburg la gente si applaude per autocompiacersi del fatto che si trova lí.Comunque,almeno quando la frequentavo io,si poteva assistere a qualche spettacolo qualitativamente buono,ma in questi ultimi anni la situazione é precipitata.Sará che invecchio,ma le note sforzate e dure di Villazon e soprattutto il suo gesticolare esagitato mi arrecano un vero e proprio fastidio fisico.Ma un regista non potrebbe almeno insegnargli che a volte nel canto bisogna stare fermi?Comunque,una voce che ha giá un piede nella tomba,se non addirittura un piede e mezzo.
Domenica vedremo l´Otello ma,a parte Alvarez,sono pessimista...
Saluti

mamikazen ha detto...

Oh douleur.
Perché Villazon non si dà alle telenovelas? Lo vedo portato.
Altro da dir avrei, ma son già stracco... A voi, o bella Giulia, in stil polacco.
Sigh.

Giulia Grisi ha detto...

Cari lettori,
faremo di tutto per non deludervi recensendo gli eventi che, con un certo piacere sadico, ci segnlate affinchè il nostro Corriere faccia il suo.....dovere di censura!
Però ricordatevi, che per noi......ne và della vita!!!!!!!!!perchè per recensire è doveroso ascoltare attentamente, anche ciò che dopo due battute si sa che è degno della discarica. E questi ascolti attenti ledono il nostro apparato uditivo, ci colpiscono al cuore ed allo stomaco......insomma...queste recensioni sono delle vere e proprie sofferenze.
Vi prego, scegliete solo gli eventi più....succulenti!!!

simoncarlo ha detto...

su questo romeo et juliette non posso che essere d accordo con voi e vi vorrei fare tutti i miei più vivi complimenti per le conoscenze l obiettività e lo stile che vi contraddistingue...bravi..anzi BIIIIIIIS!

Velluti ha detto...

Che orrore... Grazie per gli splendidi ascolti... Il finale dell'opera è di una bellezza struggente (quella tirata finale degli archi... Una meraviglia!!!!) e Vanzo e la Esposito si coprono letteralmente di gloria...