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giovedì 4 agosto 2011

Sorella Radio: Macbeth da Salisburgo. Tremate tremate le streghe son tornate!!!

Doveva essere un trionfo e i cronacisti della Rai tale lo hanno definito nei loro, in ogni senso, pietosi commenti. A sentire bene l’unico della pessima compagnia di canto, che abbia riscosso applausi di un certo peso è stato il baritono. Passati, per contro, quasi sotto silenzio i luoghi topici della luciferina protagonista e le oasi di canto del basso e del tenore.

E poi abbiamo il problema principale ovvero il direttore d’orchestra. Riccardo Muti, di anni 70 applicato a Macbeth da oltre quaranta, disponeva di una delle migliori orchestre del mondo. E allora quando si dispone di tale compagine non basta, per essere Muti e per essere riconosciuto come un grande direttore verdiano per non dire il direttore verdiano, cavare un suono genericamente bello, morbido e rotondo. Perché dai Wiener non ci si accontenta di un coro dei sicari, che rievochi corte mantovana o di Boston, non si suonano danze delle streghe, che evocano un salotto parigino in attesa di Eugenia de Montijo Bonaparte o per contro si dia in clangori all’incipit del concertato atto primo o della festa dopo l’omicidio di Banquo. Colori sinistri, richiami d’averno, apparizioni di deità ctonie, colori nebbiosi e spettrali in orchestra (quale occasione migliore che l’introduzione al sonnambulismo) sembrano non appartenere alla scelta interpretativa di Riccardo Muti in questo Macbeth. Abbiamo sentito il solito Muti, che imperversò unico esecutore verdiano in Scala per un ventennio, che nei momenti drammatici e di tensione pesta e rumoreggia ( il famoso bim barabum ) ed in quelli di canto, di riflessione risulta inerte e abulico anzi loffio per usare un termine che iersera nella nostra chat è girato alquanto. A condimento di questo sta la filologia del Maestro, che mescola senza logica e senso le due versioni dell’opera e come un tempo si faceva con la sinfonia della Forza, posta fra primo e secondo atto, antepone al coro delle streghe le danze. Eseguire l’aria di Macbeth della versione 1847, sacrificando la spettacolare chiusa corale prevista nella versione 1865, non ha giustificazione. Potrebbe, ma non è la logica di Muti ,averne per aderire al desiderata di un interprete e vocalista esimio. Battistini, Galeffi, Schlusnus, Tagliabue e fors’anche un Bruson redivivi. Qui Muti disponeva di un cantante inadeguato sotto ogni punto di vista. Invece.
Il cast era indecente ed impresentabile non solo a Salisburgo, ma in qualsivoglia oscuro teatro di provincia. Posso anche concedere a Muti che taluni tempi e talune sonorità siano nate dall’esigenza di non affossare ed affondare vieppiù i cantanti ( anche se simili premure appartengono a direttori ben differenti dal nostro) come ad esempio il tempo garibaldino del sonnambulismo, la piattezza assoluta della arie di Banco e di Macduff, ma in generale la regia vocale latitava. E non la fanno risorgere un paio di frasi, che potrebbero rivelare quanto meno qualche ora spesa al piano con gli interpreti.
Poi anche le quaranta ripetizioni del duetto o del sonnambulismo, che Verdi inflisse a Felice Varesi e Marianna Barbieri – Nini ben poco potrebbero con i due protagonisti. Difficile dire chi fosse peggio. Alla prima frase della Lady erano già urla incontrollate in alto, suoni afoni in basso, leziosaggini vocali ed interpretative per camuffare una carenza di professionalità di base. Se vogliamo fare l’elenco non abbiamo sentito gli staccati del duetto con Macbeth, le agilità del brindisi erano penosa pasticciate, nell’aria aggiunta “La luce langue” ai suoni sordi ed opachi della prima sezione -piuttosto bassa di tessitura- sono seguite le urla laceranti di “o voluttà del soglio“. La scena del sonnambulismo, poi, non merita commento perché ad una esecuzione vocale sgangherata e mal messa se n’é sovrapposta una interpretativa ben peggior con suoni plebei, aperti in basso, stonature continue in zona medio alta (“il sir di Fiffe” una vera perla di malcanto) e un gusto che rende la Varnay sobria, controllata e castigata. Insomma una vergogna. Vergogna condivisa in coppia perché dal “mi si affaccia un pugnal" in poi il signor Lucic ha urlato, afoneggiato e parlato senza pietà e misericordia per il proprio organo vocale e per le orecchie del pubblico. Anche qui l’elenco dei topoi del peggio (le apparizioni al banchetto o l’accesso di Macbeth per ricevere il secondo oracolo, perché la tessitura è acuta e Macbeth dovrebbe declamare e invece grida) non servono per un triste, quando astratto gioco al peggior suono, ma per ricordare che il personaggio debole, allucinato in balia di moglie e streghe (per certi versi molto simili) richiede legato, canto a fior di labbro, rispetto dei segni di espressione. Nulla una poltiglia di lontano sapore verista, nel senso peggiore del termine.
Anni fa, precisamente novembre 1977, la Rai trasmise da Torino un Macbeth dove, un non più all’apogeo, Carlo Bergonzi cantò l’aria di Macduff con un legato, un’espansione, un senso della frase, una nobiltà di fraseggio che sono ricordo incancellabile, esempio e modello. Ve lo posto ed invito gli ascoltatori (gli sventurati ascoltarono!!! Direbbe Manzoni) a paragonare l’esecuzione dell’esausto Giuseppe Filianoti con quella del commendator Bergonzi che di anni ne contava 53 e da venticinque macinava Aida, Ballo, Forza, trovatore. Non serve altro. Anzi serve una sola cosa negare che Carlo Bergonzi, ma anche Gino Penno, Flaviano Labò, Bruno Prevedi e Veriano Luchetti siano mai esistiti , mai abbiano calcato le scene!
L’ablazione della memoria, il rinnegare il passato, cari signori che stamani giocate a Radio Osanna e voi pubblico, che seguite questi pifferai magici può salvare capre e cavoli oggi e domani, ma per il dopodomani non garantisce nulla. Il piatto è vuoto!!!



Gli ascolti

Verdi - Macbeth


Atto I

Regna il sonno su tutti...Fatal mia donna! un murmure - Leyla Gencer & Kostas Paskalis (1975)






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domenica 1 agosto 2010

Proimion al mese di agosto

Il mese di agosto è da anni quello, fra i molti festivals, del ROF, giunto alla trentunesima edizione. Non tutti i titoli del maestro sono stati offerti al pubblico di appassionati e studiosi. La principale assenza riguardava i titoli tragici anteriori il periodo napoletano, con la sola eccezione di Tancredi, che già nel secolo XIX aveva vissuto vita e gloria autonome grazie a Giuditta Pasta ed ante festival adriatico è risorto per opera di Marilyn. Horne, naturalmente.
Quest’anno il Festival pone doppio rimedio alla predetta mancanza proponendo sia Sigismondo sia Demetrio e Polibio. Le ragioni della preferenza del Rossini napoletano sono molteplici e comprensibili: maggior maturità dell’Autore, strutture drammaturgiche e musicali, che nessun altro compositore offrirà almeno per un trentennio, relativa facilità nel reperimento della documentazione necessaria alle edizioni critiche, mentre i primi titoli tragici rossinian , anche per la considerazione che ne aveva l’autore ebbero limitata diffusione, quasi mai internazionale ed addirittura di uno (Aureliano in Palmira) si ignora ove sia ubicato l’autografo, donde la penalizzazione da parte del Festival e della Fondazione. Eppure presentano esigenze vocali e musicali più contenute rispetto ai melodrammi successivi e perché limitati a tre protagonisti (soprano d’agilità, musico e baritenore) e di coloratura lata, donde se i cantanti prescelti non sono fuoriclasse si può anche contenere rischi e danni delle scelte di casting.
Quest’anno, poi, il Festival parte zoppo per l’affaire Aldrich, annunciata protagonista di Cenerentola, sostituita a prove cominciate o quasi con Marianna Pizzolato. Che questo fosse l’esito non ci voleva molto a comprenderlo dopo la rappezzata versione Pasta di Zelmira l’anno passato, cui aggiuntasi una periclitante Elisabetta Tudor e due recite di Rosina nel Barbiere scaligero, accolte come solo oggi il pubblico scaligero sa fare.
Tutti questi elementi, forse, dicono della limitata rilevanza del Festival pesarese, rispetto al passato. Diagnosi che può essere applicata anche ad altre istituzioni festivaliere. A nostro avviso un festival a qualunque argomento, epoca ed autore dedicato deve “cogliere l’attimo fuggente” pena, in difetto la trasformazione in qualcosa di autoreferenziale ed auto celebrativo. Bayreuth, insomma!
Se poi, come insegna, ultima, ma non unica la vicenda Aldrich sono venuti meno gli interpreti adeguati, importanti per ogni musicista, irrinunciabili per Rossini o ci si rinnova, o si chiude o si prova a dire qualche cosa di nuovo. Nessuna scelta – sia chiaro - è facile, rapida ed indolore.
L’Arte, però, merita questo rispetto, l’Arte merita studio, ricerca, curiosità. Questi aspetti, pur nella certezza che la nostra persona conta niente, ci hanno fatto riflettere su possibili alternative, ancora differenti da quelle che gli anni passati avevamo sognato (la dimensione onirica è il rifugio costante del melomane!) ovvero rispondere a domande tipo che titoli si trovino fra Clemenza di Tito e Tancredi, che ascoltasse oltre ai titoli rossiniani il melomane italiano del tempo di Rossini, che venisse offerto al pubblico prima che Donizetti e Bellini divenissero Donizetti e Bellini e quale sia il senso e l’onesta applicazione della filologia, divenuta oggi l’irrinunciabile parasole per ogni proposizione di un titolo. Magari Manon Lescaut, vista l’esistenza di un paio di versioni del “Sola perduta abbandonata”!
Quindi abbiamo pensato a due titoli simbolo della tradizione pre Rossini, che a distanza di quindici anni uno dall’altro fecero epoca e, grazie ad alcuni interpreti costituirono la base del cosiddetto repertorio che proprio agli Italiani di Parigi andava creandosi, ovvero gli Orazi e Curiazi di Cimarosa e Medea in Corinto di Mayr, poi a due titoli che ex multis erano la media dei teatri nel periodo ovvero Achille di Paer ed Alessandro nelle Indie di Pacini sino a titolo più rossiniano dei titoli medesimi di Rossini, ovvero Il crociato in Egitto, che rappresenta ad un anno esatto dalla prima di Semiramide nel medesimo teatro la celebrazione di Rossini stesso, autore, oggi, molto officiato, poco onorato e rispettato.
Quanto alla discussione della filologia e della sua onesta applicazione passatemi un “chi vivrà vedrà”.
Buon agosto!!!

Rossini - Semiramide

Atto I

Ah quel giorno ognor rammento - Elena Cernei (1965)

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venerdì 8 agosto 2008

Romeo et Juliette a Salzburg: un urlo trionfale!

Il Festival di Salisburgo ha prodotto e diffuso via radio e tv una nuova edizione del Romeo et Juliette di Gounod, con un allestimento tradizionale, originari protagonisti la coppia Netrebko Villazon, poi divenuta Machaidze Villazon.
Un’edizione che fa riflettere sul ruolo ormai negativo dei Festival musicali, divorati dalle majors e dai loro divi, che propongono prestazioni non solo di basso livello, per giunta spacciate per arte o cultura, ma attivamente contribuiscono alla distruzione della tradizione operistica e dei suoi modi interpretativi.


In una cornice lussuosa, trasportata con gusto in un XVIII secolo senza chiara ragion d’essere, si svolge la vicenda degli amanti di Verona, con generose concessioni all’oloegrafia, un po’ di scandalo da festival nell’inutile quanto insignificante stupro inscenato durante il preludio e poca attenzione registica. La bella cornice non fa dimenticare la trascuratezza di un regista che fa di Juliette una ragazzina infantile e capricciosa al suo ingresso in scena, priva di fascino e di portamento nel suo correre di qua e di là sollevando vistosamente il vestito (tra l’altro davvero poco adatto al candore del personaggio, che risulta una sorta di Carmencita…) nonostante la bellezza del soprano, o nel suo bamboleggiare nella controscena iniziale che accompagna l’aria del padre; né il gesticolare da sceneggiata napoletana del tenore (si veda la scena finale per tutto...), genericamente irruente, un po’ da telenovela, decisamente esagerato ed inelegante nell’interpretare la passionalità di Romeo. Scene bellissime, grazie anche alla regia tv, sono quelle dell’atto IV come anche il finale di tomba, che compensano un po’ le sopradette mancanze del regista nel lavorare sui personaggi principali. Molto meglio, invece, tutto quanto riguarda i protagonisti secondari, i duelli in particolare.

La direzione orchestrale di Nezet Seguin ha funzionato nella misura in cui ha staccato tempi giusti per i cantanti, con un’orchestra che potrebbe benissimo suonare l’opera seguendo il primo violino. Il suono è stato sempre bello, pulito e talora è stata proprio la buca a rammentare il trasporto romantico, l’estatico rapimento, la passione travolgente dei due protagonisti. Altre volte sono mancati, invece, quell’atmosfera notturna e quel colore caldo, neogotico, che caratterizza inequivocabilmente l’orchestra di Gounod. Del resto, con siffatti interpreti sarebbe stata necessaria una bacchetta di altra età, alta personalità, altro polso, per governare una barca tanto difficile da…far galleggiare sul mare del canto elegante e dello stile. Di fronte ad un soprano limitato ed inesperto, assurdamente spinto sulle più grandi ed onerose ribalte del mondo, ed un divo stracelebre ormai del tutto consumato nelle sue doti naturali e ridotto…ad una delle sue caricature, il giovane Nezet Seguin non poteva che ritagliarsi il ruolo di accompagnatore.

L’opera è parsa a tratti addirittura irriconoscibile, davvero un’altra cosa da quella che conoscevamo sino all’altro giorno. E invitiamo i nostri lettori confrontare in prima persona gli ascolti che a titolo di esempio vi proponiamo qui per alcune scene chiave con questa edizione salisburghese, per misurare di persona la metamorfosi subita in questa edizione. E questo in virtù del canto dei due protagonisti, tenore in primis.
Appena Villazon ha aperto la bocca subito abbiamo capito cosa ci avrebbe atteso: la voce bassa di posizione, perfettamente ingolata e larga…degna dell’ultimo peggiore Domingo, suo evidente modello. Quella del simpatico Rolando è stata una serata di guerra con i suoi mezzi, progressivamente sempre più spenti con l’andare della serata, il canto sempre più duro e forzato, le contrazioni di gola sempre più difficili…insomma, pura incapacità di cantare il ruolo con quell’apparato di mezze voci (dell’uso del ”misto” poi, ancora necessario per un musicista come Gounod, non ne parliamo nemmeno, perché saremmo nel fantacanto…), arcate di suono, legato, emissione dolce ma piena, prerogative vocali di Romeo. Una linea di canto non è esistita, ma solo un vociare inconsulto ed incontrollato, unica risorsa di un dilettante alle corde. Villazon ha spazzato via con le tre battute d’ingresso la memoria dei travolgenti ed aristocratici Vanzo, Kraus, Kozlovsky, Lemeshev…tutti, ma dico tutti i Romeo più cari alla nostra memoria di melomani.
Arriva Juliette per cantare il suo valzer, e Villazon esegue le battute che precedono in modo straziante, tra note indietro e note gridate…una vera antologia di malcanto: Ah, voyez, cette beauté celeste…Oh tresor digne du ciel… Ha poi attaccato discretamente “Ange adorable” al primo duetto, ma appena fuori dal centro la voce ha iniziato a scappargli indietro, i tentativi di sfumature tutti afonoidi…un fraseggio piatto. Solo la compiacenza della nasalità di certi suoni della lingua. Pochetto per un ciberdivo. La chiusa all’atto primo si è ridotta all’urlo delle frasi…“oh douleur oh douleur…Capulet son père…Capulet…”. L’atto II si è aperto con un attacco di “Oh nuit” abbastanza spaventoso: i recitativi scorsi via sul forte, come il preludio all’aria “L’amour…”, tutto di gola. Nell’aria “Ah leve toi soleil” di nuovo attacco un spaventoso su “Ah.”: l’esecuzione è stata un esempio di canto a squarciagola (o gola squarciata, come si preferisce…), con passaggi terrificanti dove i piani gli sono morti in bocca ed alcuni anche “grattati”. La ripresa in falsetto, poi, di “Ah leve toi” è sembrata un altro esempio di dilettantismo, tutta a suon di mezzucci, i si bem eseguiti con contrazioni di gola…in antitesi a come si dovrebbero eseguire. Lo stile proprio a Gounod non è stato nemmeno abbozzato, poiché Villazon, perdonatemi!, grida come alla fiera! Però, va ammesso, il (raffinato?) pubblico salisburghese lo ha applaudito convinto, ed il nostro Corriere conservatore non può non essere certo che questo sia ormai un festival che seleziona in base al portafoglio un pubblico incolto e sempre plaudente…per ignoranza, crassa e patinata. E le passerelle di buona società documentate dalla tv austriaca, lo provano.
Al duetto dell’atto II Villazon risponde ai tentativi di cantare con garbo di Juliette in modo davvero sbracato, ed un nuovo strazio arriva sul celebre “Oh nuit divine”, quasi un lamento. La chiusa del duetto è stata malamente gridata, mentre le cose sono andate un po’ meglio alla scena successiva pur con qualche falsettaccio: la voce al centro, se non è forzata, ha ancora una certa qualità timbrica, sebbene si tratti di poche note ormai. Nuove urla, invece, alla chiusa d’atto, questa volta in buona compagnia della Machaidze.
Il terzo atto è stata la chiave di volta della serata, perché qui la pesantezza della scena della sfida ha esaurito le residue energie di Villazon, che ha urlato davvero oltre ogni misura la sfida, rendendo Gounod irriconoscibile, una sorta di pessimo Mascagni. Ha poi cantato di sforzo, gridando nuovamente, tutta l’introduzione del concertato finale, ghermendo le note con accento che vorrebbe descrivere la disperazione di Romeo, ma trasformando in realtà il suo personaggio in un vile da osteria. E proprio qui il giovane maestro in buca, evidentemente, nulla ha saputo o potuto sul piano della pertinenza stilistica di fronte a cotanto divo. Al nuovo duetto dell’atto IV, “Oh nuit d'hyménée”, Villazon, stremato, ha continuato ancora sul forte, senza colori o sfumature, dimenticando, e con lui la sua compagna, che il duetto è da canto a fior di labbra, e che si tratta di scena d’amore, per definizione poetica, estatica e passionale. Tutto distrutto, la musica ed il suo autore offesi e mutilati: una vera vergogna, perché nemmeno c’era l’idea di ciò che si stava cantando.
L’agognata fine dell’opera arriva con il famosissimo “Salut tombeau” di Romeo, tanto urlato da Villazon da aspettarsi che i morti Capuleti si risvegliassero a zittirlo per il fragore!! E ve lo scrivo mentre in sottofondo sto riascoltando la stessa scena eseguita da un artista straordinario che mai ebbe l’onore (che forse ora pare un merito!) di una sola sera a Salisburgo, Alain Vanzo.
Esaurito dalle numerose contrazioni di gola, a Villazon sono rimasti alla fine gli urli e gli pseudopiani afoni. La linea di canto è parsa oltremodo povera e rozza, inadatta perfino al Romeo di Zandonai, accompagnandosi con un gesticolare inconsulto, da sceneggiata napoletana.
Poco o nulla è poi cambiato nel duetto finale rispetto a quanto detto. Una prestazione veramente oltre ogni limite.

La protagonista, Nino Machaidze, al suo “lancio” quale nuova stella internazionale d’agenzia, nuova Netrebko, nuova Callas, nuova Vattelapesca…si è presentata sicurissima di sé e dei propri mezzi, affrontando la prova importantissima senza alcuna esitazione apparente. Ha delineato un personaggio più scenico che vocale, fidando sul suo bellissimo aspetto (molto guadagna il soprano georgiano dai primi piani televisivi) più che sulla voce, che ha i limiti che già abbiamo altre volte sottolineato. Questo ruolo può essere dominato anche da vocaliste di medio livello, o voci poco importanti, fatta salva la terribile scena del veleno, tanto cara a Gounod e vera pietra di paragone per distinguere le grandi dalle mediocri Juliette, quando decidono di affrontarla. Ma occorre cantare con buon legato, emissione corretta, una certa saldezza sul passaggio ed i primi acuti, cioè diversamente da quanto può oggettivamente fare questa ragazza. Il ruolo, inoltre, integralmente eseguito, finisce per assumere una rilevanza tragica appena percettibile nelle edizioni più praticate nel secolo scorso dai lirici come la Freni o le Esposito, o i leggeri come le Shlumskaya, le Sayao etc. E la riapertura del taglio si rivela irragionevole allorquando proprio lì la protagonista frana sotto il peso della spinta drammatica della scena. Ma andiamo con ordine.
La sortita, ossia il biglietto da visita che Juliette offre al pubblico, è stata cantata in modo piuttosto scolastico, con vocina infantile e movenze di bambina capricciosa, come pure nella controscena mentre il padre canta le sue strofe. Movenze imposte dalla regia, ma che in parte appartengono al modo di andare in scena di questa giovano soprano, come abbiamo già avuto modo di constatare in teatro. Bastano poi le battute del recitativo con la Nutrice per capire dove stia la voce di questa Juliette, che il valzer mette subito a dura prova. Memore dell’ascolto in teatro, dove una vocina piccola non passava la buca nel “Oh mio babbino caro” del Trittico scaligero, non posso scambiare quei suoni centrali un po’ queruli per una voce penetrante o che corra davvero in teatro. Il timbro è piuttosto acido e gli acuti gridati perché spinti. Il valzer è stato eseguito con un certo brio che le và senza dubbio riconosciuto, ma si percepisce una fatica a legare i suoni al centro, in particolare l’esecuzione delle acciaccature, soprattutto in seconda strofa. Nella serie di volatine in chiusa il trillo sul la nat è spazzato via ed il si toccato un urletto, mentre prende bene il do tenuto in chiusa, forse il solo acuto convincente della sera.
Al primo duetto con il tenore, la Machaidze canta in modo un po’ manierato ma corretto, e siccome il suo compagno di viaggio è quel che abbiamo detto, lei spicca. Certo, questa Juliette ammicca a Romeo più come una ragazza che la sa lunga che con vero candore, e l’emissione contribuisce a togliere purezza al personaggio. Terribile per entrambi la stretta del duetto, dove i suoni le escono acidi e duri.
Al secondo duetto, all’atto II, di nuovo si sforza di cantare con garbo: la prima strofa ha una buona linea di canto, complice una scrittura comoda, che le consente anche di sfumare. Il timbro resta morchioso e la voce in prima ottava assente, mentre nella seconda parte della scena Juliette si offre teneramente a Romeo con buoni accenti, sebbene la voce suoni vetrosa, il centro troppo aperto perchè il canto sia dolce e legato come dovrebbe. Di nuovo sono comparsi suoni spinti in chiusa al duetto come nella chiusa dell’atto, in compagnia di Romeo.
Il quarto atto è stato, come detto, il momento della verità della Machaidze. Già stanca al duetto con Romeo, eseguito anche questo con migliori intenzioni del compagno di viaggio, sebbene con timbro fastidioso per la fatica a reggere il volume di Villazon, il soprano ha misurato nella scena del veleno, “Amour ranime mon courage”, l’enorme distanza che sta tra le sue velleità ed ambizioni di primadonna e la realtà oggettiva delle sue possibilità vocali. La scena richiede, oltre ad una voce di ben altro peso (una Anderson, tanto per intenderci) la capacità di cantare con slancio su di una tessitura per nulla comoda, buon registro grave, saldezza tecnica per eseguire virtuosismi d’alta scuola, come l’esecuzione di forza di un trillo sul la nat con successiva impervia salita al do acuto…insomma, un bell’apparato tecnico. Le difficoltà sono state evidenti già al recitativo, in cui è bastato sentire l’esecuzione degli acuti e dei bassi nella frase “ce poignard”. L’aria è per lei troppo bassa in alcuni punti e troppo di slancio in acuto per non costringerla a strillare. I do che seguono il predetto trillo su la, infatti, sono risultati dei veri urli, nettamente crescenti, ma soprattutto le grandi frasi liriche tra prima e seconda strofa prive di cavata e spessore. Nella ripresa poi la stanchezza l’ha portata a spingere molto in alto, crescendo tutte le note acute tenute…insomma, una scena troppo pesante per la vocetta di questa ragazza, che conclude stremata.
Nino Machaidze è già stata frettolosamente definita la nuova Netrebko, ma per quanto quest’ultima si faccia dei begli sconti in questa scena, a cominciare dall’esecuzione dei trilli scritti, non mi pare che le due esecuzioni che You Tube ci mette a disposizione siano di pari livello, ed il suo potente managment dovrebbe riflettere su quanto le costi questa parte e fare tesoro di esperienze come quella di N. Dessay (che dopo aver annunciato l’opera per varie produzioni l’ha opportunamente messa nel cassetto dopo la prova del Met) anziché collocarla per ogni dove nel mondo in produzioni di questo titolo, come su altri, davvero troppo pesanti.

Due parole per gli altri ruoli secondari. Falk Struckmann ha interpretato la sua scena più da caratterista che da basso serio, complice la regia; la ballata di Mercutio, interpretato da Russel Braun, è stata ben cantata, senza effettacci e cercando una certa varietà di fraseggio, nonostante le mezze voci indietro; J.F. Gatell, tenorino di grazia imprestato ad una parte piuttosto centrale, ha ben cantato Gatell pur mancando di peso specifico; la scena del frate “Dieu qui fis l’homme a ton image” è stata cantata correttamente dal basso Mikhail Petrenko. La platea ha molto applaudito lo Stéphano di Cora Burggraaf più per aver camminato sulla balaustra, che per il suo canto senza infamia e senza lode, di vocina poco poco appoggiata.

Insomma, un grande evento più di patina che di vera sostanza musicale.



Gli ascolti

Gounod - Roméo et Juliette


Acte I

Ange adorable - Sergei Lemeshev & Irina Maslennikova

Acte II

Ah, lève-toi, soleil - Sergei Lemeshev
Hélas! moi, le haïr! - Andrée Esposito & Alain Vanzo

Acte V

Salut tombeau! - Alain Vanzo & Andrée Esposito

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