sabato 5 febbraio 2011

Le cronache di Giuditta Pasta - Cavalleria e Pagliacci alla Scala: secondo cast

L’altro ieri ci siamo recati alla Scala per la penultima replica del dittico verista con l’intero secondo cast che, come in tanti altri casi, è stato per certi versi più accettabile del nominale “primo”.

Penso soprattutto alla prestazione di Antonello Palombi quale Canio – voce ampia e metallica che, pure cantando indietro e sulle corde vocali, è lontana anni luce dall’esibizione vergognosa di Jose Cura. Uno si chiede perche non si poteva mettere in primo cast Palombi la cui presenza alla prima avrebbe aiutato ad evitare la tragedia che è successo dopo la caduta del sipario sui Pagliacci cantati quasi senza Canio. Kristine Opolais quale Nedda canta con una voce bianchina, priva di sonorità e della minima sicurezza intonativa negli acuti, ma risulta meno irritante rispetto a Oksana Dyka e, alla fine… è anche molto più bella da vedere. Alberto Mastromarino quale Tonio è incapace di legare due suoni, emette continuamente suoni fissi, muggiti, berciati e canta con un registro acuto completamente indietro e dei falsettacci inascoltabili. Il Silvio di Gabriele Viviani, pure possedendo uno strumento non di scarsa importanza, è privo di musicalità e delle basi elementari di tecnica per quale tutta la bellezza dei cantabili nel duetto d’amore viene distrutta.
Siamo messi abbastanza peggio nella Cavalleria rusticana. Marianne Cornetti quale Santuzza possiede una voce molto voluminosa, ma alla fine resta monocorde, senza l’incisivo fraseggio che ha dimostrato Luciana D’Intino, e vibra eccessivamente appena sale negli acuti. Il Turridu di Francesco Anile è fra le cose peggiori che io personalmente abbia sentita alla Scala. La voce è tutta bloccata in gola ed il timbro è anonimo, anzi sgraziato. Ivan Inverardi canta, come Claudio Sgura, un Alfio né buono né male. Lola e Mamma Lucia sono state incarnate dagli stessi mezzo-soprani come alla prima, sulle cui prestazioni non perderò più tempo e spazio. Vorrei invece invitarvi a riflettere sull’artista la cui presenza è senza dubbio stata la cosa più soddisfacente dell’intero dittico e l’unica ragione che avesse potuto stimolare a risentire questa produzione una seconda o anche una terza volta, ossia il Maestro Daniel Harding.
Alla prima io personalmente avevo preferito la sua direzione della Cavalleria a quella dei Pagliacci, perche quest’ultimo avevo personalmente trovato pesante ed indifferenziato. Restava comunque il fatto che qui non si trattava di un direttore che non può nemmeno manipolare l’orchestra scaligera, come nel caso di tanti direttori prima di lui, ma invece di una lettura voluta e trasmessa all’orchestra con grande efficienza tecnica. Il problema era proprio la concezione. Nella Cavalleria aveva invece usato le numerose pagine orchestrali e corali, ma, per esempio, nel pezzo più celebre della partizione, ossia l’Intermezzo, pure eseguito con precisione e suono pulito, non riusciva a dire qualcosa, rimaneva sterile, completamente privo di legato e di cantilena; questo brano di bellezza infinita e potenziale emotivo passava sotto silenzio, senza un sol applauso. L’altro ieri invece, abbiamo risentito un intermezzo pieno di dinamismo, di una linea legata negli archi, con un coerente sviluppo delle enfasi e delle alternazioni fra crescendo e diminuendo, però senza mai cedere ad un’esagerazione, tenendo molto contenuto ed intimo sia la sonorità sia gli accenti. Ed il pubblico non ha tardato ad applaudire con convinzione. La comunicazione era avvenuta.
L’intermezzo della Cavalleria è sicuramente il pezzo diretto con più lirismo dal Maestro Harding nell’ambito di entrambe opere, mentre il resto del dittico e soprattutto i Pagliacci sono interpretati come due affreschi sinfonici. Dopo la “A te la mala Pasqua” di Santuzza sentiamo un’esplosione orchestrale nella quale gli ottoni sembrano fossero direttamente saltati da una partizione di Bruckner. Nel duetto di Silvio e Nedda ritroviamo armonie tristanesche in mezzo alla provincia calabrese e l’inizio dell’intermezzo dei Pagliacci ricorda vividamente, come l’ha giustamente notata una mia cara amica, l’aggressivo brontolio degli archi all’inizio della marcia funebre di Siegfried. Il finale orchestrale che viene dopo “La commedia è finita!” sembra la coda della Sinfonia dei Mille di Mahler. E’ Harding a portare sulle proprie spalle l’intero Prologo e le scene solistiche successive, qua coprendo un(a) cantante per se improponibile, là movendo avanti l’azione senza fermarsi. E sono soprattutto i Pagliacci che gli permettono di dare uno slancio profondamente sinfonico all’intera partizione, i brani solistici inclusi. La separazione fra passaggi propriamente sinfonici e passaggi vocali è invece molto più marcata nella Cavalleria, limitando così per un direttore le possibilità sia di aiutare un cantante con il rinforzo del lato sinfonico nell’orchestra sia di fare della partizione un flusso drammatico ininterrotto ed unitario. E’ proprio per questo che considero i Pagliacci e non la pur bellissima Cavalleria come il trionfo personale del Maestro Harding che, avendo strumentalizzato a fondo l’intero potenziale sinfonico del testo di Leoncavallo, ci ha fatto sentire delle cose – colori, citazioni, accenti – che nessuno ha saputo o voluto enfatizzare fino adesso. Il direttore inglese fa dei Pagliacci un’esperienza autenticamente sinfonica ed arriva a fare funzionare lo spettacolo, a dare vita al dramma, senza avere cantanti capaci di farlo sul palcoscenico. Dopo due settimane di recite, dobbiamo attestare con piacere che Daniel Harding ha approfondito la sua lettura, ha ripensato fondamentalmente il suo approccio iniziale, ed ha mostrato e direttamente trasmesso in suono la sua grande responsabilità, anzi responsività, dando reazioni adeguati alla critica ricevuta ed alle sfide dalla parte di gente appassionata di questa musica. E’ per questo che già all’inizio dei Pagliacci l’applauso che l’ha accolto era abbastanza fermo. Ricevendo un applauso tutto per se dopo l’intermezzo dei Pagliacci, era l’unico ad ottenere un vero successo durante le uscite singole, con un applauso fragoroso, parecchi gridi di “Bravo!” e “Bravo, Maestro!” che sottolineavano il suo merito personale e singolare. Nella Cavalleria, in mezzo a un preludio molto convincente le ottime esecuzioni dei brani corali, ha finalmente saputo rompere anche il gelido incantesimo di sterilità e di silenzio nell’intermezzo ed ha giustamente riscosso un altro grande successo alla fine.
Ci sono stati tanti discordi sulla sua direzione, ai certi piacevano più i Pagliacci, agli altri la Cavalleria, a una terza categoria il suo dittico non piaceva affatto. In ogni caso, una cosa resta sicura: contrariamente a tanti direttori che abbiamo visto alla Scala negli ultimi tempi, Harding è stato l’unico a dirigere l’orchestra con autorevolezza, a farla suonare con pulizia e precisione, dando al contempo una lettura particolarissima delle due opere. (Non c’è bisogno di dire che quando un direttore fa un fracasso indistinguibile, qualsiasi discorso sull’interpretazione è a priori liquidato. Mi riferisco alla Carmen ed al concerto sinfonico di Dudamel o alla Valchiria di Barenboim.) Quando si guarda nella buca mentre dirige Harding, uno si accorge subito che gli orchestrali stano rispondendo con la giusta reazione a ogni suo gesto – gesto sempre esatto e completamente privo di un’esagerata coreografia auto-celebrativa. Un altro grande merito – forse il più importante in quanto si tratta di opera – è la sua capacità di cambiare tempi e volumi dell’orchestra a seconda delle risorse individuali di ogni cantante. Non sappiamo se questa “capacità” sia stata ottenuta per via di una sua autonoma riflessione sulla vocalità o invece per via di “negoziazioni” con i cantanti. In ogni caso, qualunque ne sia la causa, rimane il fatto che nell’ultimo periodo alla Scala Harding è l’unico direttore d’opera che abbia saputo dimostrare questa spontaneità di fronte ai cantanti.
Con la Sinfonia alpina (di cui presto vi riferiremo) ed il dittico verista – due prestazioni molto sorprendenti e controverse, nel caso dei Pagliacci passati anzi dai fischi ai “Bravo, Maestro!” – l’attuale stagione scaligera conclude per il direttore inglese. Ed un’ultima volta vorremo sottolineare che, comunque poco rispettose siano per i cliché locali tradizionali – siciliani, calabresi o alpini – le sue interpretazioni e nonostante il suo passato piuttosto baroccaro e la frequentazione dei cantanti fissi per vocazione come Patricia Petibon lascino qualche dubbio sulla concezione che può avere della regole e stili di vocalità, la sua professionalità di direttore e la disposizione spontanea a negoziare con i propri concetti e le situazioni particolari lo rende una figura isolata ed autenticamente interessante nell’ambito delle ultime stagioni scaligere.

Giuditta Pasta

43 commenti:

Marco ha detto...

Tutto bene, certamente. Vorrei però far notare a Giuditta Pasta che ci sono state altre due prestazioni che rendono Harding un po' meno isolato. E due prestazioni che hanno per oggetto partiture, queste sì, autenticamente sublimi, pur con tutto il rispetto che si deve a "Cavalleria rusticana" e "Pagliacci": "Lulu" di Alban Berg, diretta da Daniele Gatti (di cui per altro io non sono un particolare ammiratore) e "Da una casa di morti" di Leos Janacek", diretta in modo magistrale, degno della grandezza assoluta della musica, da Esa Pekka Salonen.
Marco Ninci

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Ecco, Esa Pekka Salonen mi piace moltissimo, piacerebbe vederlo più spesso qui da noi. Soprattutto vorrei sentire il suo Wagner.

Giuditta Pasta ha detto...

Scusa, Marco, ma perché "Cavalleria" e "Pagliacci" non sarebbero partizioni AUTENTICAMENTE sublimi?
Apprezzo molto "Lulu" e adoro Janacek (soprattutto "Jenufa", "Vec Makrupoulos", la Messa Glagolitica e la Sinfonietta), ma, francamente, "Da una casa dei morti" è la cosa più insopportabile che un compositore d'opera abbia scritto.
Poi, quando parlo di Harding quale figura isolata, sottolineo il suo singolare merito per quanto riguarda la direzione delle partizioni non-autenticamente sublimi come l'opera italiana nella quale c'è comunque una logica ed una struttura della linea di canto abbastanza diversa di quella di un Berg o l'ultimo Janacek.

mozart2006 ha detto...

Bella cronaca di Judy, deliziosi anche i suoi francesismi come "partizione"...
Io Harding l´ho sentito dal vivo due volte, a Salisburgo nel 2006 in un Don Giovanni dove appariva completamente fuori fase, e due anni dopo qui da noi a Stoccarda in una Eroica di Beethoven assolutamente priva di logica. La mia impressione è che come interprete vada molto a serate.

Giuditta Pasta ha detto...

In genere il suo Beethoven è abbastanza criticato. Parlo delle sue incisioni ufficiali. Quello che ho sentito io del suo Beethoven, mi è sembrato esageratamente baroccaro. Ho sentito una sinfonia bruckneriana fatta da Herreweghe con strumenti storici ed era convincente. In Bruckner! Anche Gardiner (nella Missa solemnis ad esempio) mi convince nel suo approccio barocceggiante a Beethoven. Harding invece no. Lui farebbe bene di continuare questa via sintetica molto interessante fra filologismi e modernismi. Perche lui finalmente non fa neanche una filologia come lo fa un Herreweghe; la sua filologia è un filologismo, come la sua modernità è una nuova sorte di modernismo (nel senso di "moderniggiare") legato al filologismo. Io non lo vedo come uno che cerca l'autenticità (nel senso propriamente storico, reale ed ontologico); lui fa un po di tutto e risulta spesso eclettico. Non vorrei fare il discorso di "è giovane e deve ancora crescere", ma ci sono comunque delle cose che lui dovrebbe rivisitare. Fino adesso mi sembra avesse mostrato abbastanza flessibilità ed intelligenza. Lo considero come uno che ha riguardo verso le critiche che riceve e sa digerirle in maniera immediatamente prodottiva.

Domenico Donzelli ha detto...

era logico che armato del caro matitone bicolore quello per gli errori gravi e gli errori lievi, sua arma preferita arrivasse il nostro ninci a ricordarci che lui sa e noi dobbiamo apprendere.
e qui mi fermo pur conscio che poche occasioni sono per lui goduriose coe quelle che gli offrono quelli del corriere.
Sono un povero contadino,prima di tutto, pragmatico.
Sto a quello che ho sentito che per il maestro inglese è una novità
Era anni che in scala non vedevo e non sentivo un direttore così capace di tenere e gestire l'orchestra, di chiedere ed ottenere dalla stessa quello che al momento poteva essere più opportuno ed utile. Il che significa un direttore capace di modifiche nei tempi e nelle dinamiche, che da molto molto tempo non sentivo.
Non erano virtù rare erano il pane quotidiano dei direttori d'orchestra. Lo sono diventate oggi con quel che passa il convento (ossia agenzie e direzioni collegate).
Quanto agli elogiati dal nostro bastian contrario avrei voluto proprio vederli a gestire quel che ha gestito il giovane maestro inglese. Ricorda il nostro l'andazzo del don Carlo o intempi di elezioni se ne vuole e deve dimenticare?
dd

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Certo, un conto Gatti, un conto Pekka Salonen: purtroppo quest'ultimo dirige poco in Italia...l'altro - per mio conto - pure troppo! E pavento frequentazioni più assidue col podio scaligero. Quanto ai gusti personali, mi guardo bene dal discuterli...tuttavia non mi sentirei mai di paragonare un capolavoro assoluto come Lulu, con un'opera minore di Janacek. Del resto se la Scala spera di riportare l'orchestra a livelli di decenza e presentare una programmazione appena più interessante di quella delle ultime maldestre stagioni (in cui non si scappava quasi mai dal solito, trito e rassicurante repertorio), dovrebbe puntare su direttori come Harding o Salonen... E poi, a quando il pluriannunciato - e poi sempre cancellato - Moses und Aron???

Marco ha detto...

Beh, se per Donzelli esprimere un parere diverso significa porsi in cattedra, allora finisce tutto. Nessuna discussione ha più senso. E a me invece piace discutere. Per cui io intervengo soltanto quando non sono d'accordo. Anche nei miei scritti scientifici io non cito una bibliografia completa per rimandare ai contributi sull'argomento, ma ricordo soltanto quella bibliografia con la quale discuto e con cui quindi non mancano i punti di disaccordo; discutendo, anche il mio punto di vista si chiarisce. Darmi del bastian contrario dunque è dare un'immagine di me e della mia attitudine molto lontana dal vero.
Marco Ninci

Marco ha detto...

Per quanto riguarda la collacazione estetica di "Da una casa di morti", io ci andrei piano a definirla un'opera minore. Intanto, si pone proprio al'estremità di quella eccezionale fioritura di capolavori che è stata la vecchiaia di Janacek. Suoi contemporanei sono stati, più o meno, la "Missa Glagolitica", il secondo quartetto per archi, il "Diario di uno scomparso"; vale a dire alcuni fra i vertici di tutta la musica del Novecento. "Da una casa di morti" semplicemente ha un carattere diverso da quello degli altri capolavori teatrali del compositore moravo; è un'opera corale, intessuta di un fondo oscurissimo su cui si stagliano terribili storie, raccontate, di amore e di morte. La protagonista qui è la disperazione; non c'è nessun ruolo predominante; e posso capire che l'opera respinga. Ma si tratta di un'opera esteticamente avanzatissima. E non è un caso che tre direttori molto attenti alla modernità, Abbado, Boulez e Pekka Salonen, l'abbiano scelta, unica prova teatrale in tutto il catalogo del compositore. Basta questo per invitare ad una maggiore prudenza di giudizio.
Marco Ninci

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Parlavo di opera minore rispetto a Jenufa o Affare Makropulos, e soprattutto rispetto alla Lulu di Berg. Secondo me i due autori non possono essere accostati: troppo diverso il ruolo, l'influenza e l'importanza assunta negli sviluppi della musica occidentale. Per me Janacek (autore che non amo) resta comunque circoscritto in ambito territoriale (per motivi contingenti, sia pure..), un po' come Dvorak operista. Solo oggi si assiste ad un rinnovato interesse verso la sua carriera teatrale.

mozart2006 ha detto...

Caro Marco,

Premesso che a me Janacek piace molto e che qui in Germania è eseguitissimo anche nei teatri minori, non penso che l´amore per il compositore boemo sia indispensabile per vedersi riconosciuta la qualifica di uomo di cultura.
Per fare un esempio, tra i nostri amici comuni c´è gente che detesta Bruckner e gode ugualmente della tua stima.
Ognuno in questo campo ha le sue preferenze personali. Glenn Gould odiava Chopin, Pierre Boulez detesta Verdi, a Toscanini Mahler faceva schifo e Karajan non poteva soffrire la Lulu. A me, per dire, il Pelleas et Melisande provoca depressione...

Ciao!

Giuditta Pasta ha detto...

Ninci, qui non siamo storichi e musicologhi per discutere sui compositori in un modo (pseudo)distanziato e neutrale.

Marco ha detto...

Cari Gianguido e Giuditta, se io pensassi che occorre amare Janacek per essere considerati uomini di cultura sarei uno sciocco. Gianguido, fai l'esempio di Bruckner. D'Amico non lo amava né lo capiva; dovrei forse per questo non considerarlo un uomo di cultura? E, per quanto riguarda Janacek, un musicologo ed intellettuale della forza di Giorgio Vigolo (l'indimenticato editore del Belli) non lo amava né lo capiva; nemmeno lui era un uomo di cultura? Dalle mie parole non credo che si possa dedurre nulla del genere. Qui si tratta unicamente di discutere, non di disprezzare. Quando Giuditta mi dice che c'è un'enorme differenza di livello fra "Jenufa" e "L'affare Makropoulos" da una parte e "Da una casa di morti" dall'altra, cerco di portare argomentazioni che contrastino questo giudizio, a mio parere sbagliato. E lo stesso vale per Duprez, quando definisce "Da una casa di morti" un'opera minore nel catalogo di Janacek. Mai detto, né potrei pensarlo in nessun modo, che Giuditta Pasta o Duprez non siano persone di cultura.

Marco ha detto...

Per quanto poi riguarda il fatto, ricordato da Giuditta, che qui non siamo né storici né musicologi e che quindi non abbiamo sulle opere uno sguardo distanziato e neutrale, mi permetto di dire che nessuno qui parla facendo appello ai suoi gusti personali; qui tutti invece parlano appellandosi a criteri che hanno una loro validità oggettiva, come la tecnica, lo stile, la storia, com'è giusto che sia. O almeno che si pensa abbiano auna validità oggettiva; altrimenti non avrebbe senso parlare. Non è così forse? Ne viene che la battaglia che viene fatta sui valori del canto è condotta sulla base di parametri che sono (o dovrebbero essere) sotti gli occhi e le orecchie di tutti; non certo sulla base di preferenze individuali. Quindi lo sguardo che si pretende di avere è in questo sito assolutamente distanziato e neutrale. Lo "pseudo" aggiunto da Giuditta sta nei fatti: nessun giudizio poi è distanziato e neutrale. Non certo nelle intenzioni di chi qui scrive.
Saluti
Marco Ninci

Giuditta Pasta ha detto...

Il vero problema non è forse la neutralizzazione del rapporto con i compositori, ma la loro ierarchisazione. Per motivi molto vaghi e stereotipichi Janacek sarebbe "sopra" Leoncavallo, Wagner sopra Verdi etc. Certo, ci sono grandi differenze nella dose di "complessità" e così Janacek può essere considerato più complesso (o complicato?) nella scrittura orchestrale e nelle concezioni drammatichi, ma, anche se accettiamo che un Verdi sia più "semplice", quello che vediamo oggi non è il fatto che i direttori d'opera siano incapaci di accompagnare decentemente un'aria come "Di provenza il mar"? O che, d'altronde, i cantanti siano incapaci di cantare con un'emissione sana e fraseggio naturale ed elegante un'aria come "O mio babbino caro"?
E' esattamente questa capacità che abbiamo apprezzato nella direzione di Harding (per tornare al tema della recensione), contrariamente a certi direttori che fanno gli "emancipati", dirigono Parsifal, Lulu e Mahler, ma sono incapaci di dirigere un'opera italiana. E' anche per questo che uno dei direttori più stimati fra i membri di questo blog è Mitropoulos - direttore che dirigeva la Ottava Sinfonia di Mahler e la Cavalleria di Mascagni con lo stesso successo, la stessa intensità e lo stesso senso di RESPONSABILITA.

Giulia Grisi ha detto...

Brava! Finalmente.
Se la complessità, o meglio la complicazione, è una misura di superiorità, immaginiamoci dove finisce un musicista come Mozart, con certa sua semplicità sublime!!!

mozart2006 ha detto...

Cara Giuditta, sono d´accordissimo con te. Le musiche cosiddette "semplici" sono spesso quelle che pongono i più grandi problemi ai direttori d´orchestra. Non a caso, Bruno Walter scrive nella sua autobiografia di aver aspettato i 50 anni di età prima di sentirsi pronto a dirigere la Sinfonia in sol minore di Mozart.

mozart2006 ha detto...

Come contributo alla discussione, eccovi questo passo tratto da un´intervista a Giuseppe Patanè, che da voi era considerato un routinier mentre in Germania era stimato come un grande direttore.

-Esiste un repertorio in cui la componente vocale predomina su quella direttoriale e viceversa?

"Tutte e due le componenti sono importanti, perché un cast di ottimi cantanti con un direttore mediocre fa sempre una pessima figura e così pure un cast mediocre con un grandissimo direttore ottiene lo stesso risultato. Per quanto riguarda il repertorio, posso dire che per ragioni di pura comodità preferisco dirigere Wagner, perché è meno rischioso: tutto quello che può succedere succede senza che se ne faccia uno scandalo. Invece mettere le mani su Rossini, Bellini, Donizetti oggi è un problema, perché se non si ha un cast adeguato anche il direttore casca in pieno. Poi bisogna provare tantissimo con l'orchestra, perché ad esempio Rossini richiede la massima pulizia, mentre in Wagner se esce fuori un trombone o una tuba tutto passa. Wagner è facilissimo da dirigere: infatti i direttori tedeschi dirigono Wagner, ma solo quando affrontano il repertorio italiano fanno capire se sono validi o meno."

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Mi lasciano assai perplesso le parole di Patané: non credo che Wagner sia facilissimo da dirigere, né che i direttori tedeschi "fanno capire se sono validi o meno" solo interpretando il repertorio italiano (a meno di dimostrarmi che Karajan è Karajan perché ha diretto qualche Lucia e Trovatore). Nel novero delle "cazzate" (con licenza parlando) annovererei la frase per cui in Wagner "se esce fuori un trombone o una tuba tutto passa"... Siamo seri. I repertori sono diversi e GIUSTAMENTE un grande direttore avrà più soddisfazione nel dirigere Wagner o Strauss o il grande sinfonismo europeo piuttosto che Rossini e Donizetti. Il melodramma italiano - purtroppo o per fortuna, a seconda dei punti di vista - è "cantante-centrico": ovvio che il cast e la scelta dello stesso possa incidere fondamentalmente sulla riuscita di un'esecuzione. Ogni repertorio ha le sue difficoltà...dire che Wagner è facile da dirigere significa non capir nulla di Wagner (e infatti non mi risulta che Patané l'abbia affrontato così spesso). Lascerei stare queste provocazioni, gustose, ma inutili.

Sulla presunta "facilità" di Mozart: io non la noto affatto. Mozart è difficilissimo da eseguire, complicato nella scrittura, raffinatissimo negli equilibri...il fatto che, all'ascolto, tutto sembri semplice e naturale è solo sinonimo del genio assoluto. Ma non corrisponde affatto ad una elementarità di costruzione...

mozart2006 ha detto...

Duprez, provocazioni a a parte a mio avviso le parole di Patanè vanno interpretate. Quello che probabilmente intendeva dire è che autori come Wagner e Strauss vengono fuori con le loro qualità anche da una acattiva esecuzione, mentre invece nell´opera italiana fino al Verdi del medio periodo la cattiva esecuzione pregiudica in gran parte la percezione dei valori musicali della partitura.

Giulia Grisi ha detto...

finalmente!

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Non sono per nulla d'accordo, cari Mozart e Giulia. Patané amava il paradosso e quel che scrive di Wagner e della presunta semplicità nel dirigerlo è, appunto, paradossale. Va presa come una boutade...nulla di più. La cattiva esecuzione pregiudica tanto Donizetti quanto Wagner, tanto Verdi quanto Beethoven. In linea di massima però - pur rimanendo sterili classifiche e paragoni - trovo che, a livello direttoriale sia assai più gravosa la densa polifonia di Parsifal (con le sue architetture gigantesche e complesse) o la scrittura sinfonica di Fanciulla del West o di Turandot (coi suoi rimandi a Debussy e Schoenberg), per non parlare di Mozart, piuttosto di una Semiramide o una Borgia...

Marco ha detto...

Vorrei rispondere a Giuditta. Intanto abbandona il concetto di "neutralità" per quello di gerachizzazione. Col primo mi rispondeva che in questo blog non si fanno gli storici ma gli appassionati. Col secondo mette in dubbio che si possano fare delle gerarchie. Naturalmente sono due concetti che non hanno nulla a che vedere l'uno con l'altro e non capisco come si possa passare così disinvoltamente dall'uno all'altro, se non nel senso che un appassionato non fa gerarchie. Ma Giuditta parla seriamente, da storico e non da appassionato, e dice che solo uno stereotipo può far pensare ad uno Janacek più grande di Leoncavallo. La spiegazione che ne dà è che secondo questo stereotipo Janacek è più complesso (o complicato) di Leoncavallo nella scrittura e nella drammaturgia. Ora, ciò che è complicato non è detto che sia più grande. Se questa è una risposta alle mie parole, posso dire che con le mie parole non ha alcun rapporto. Io nel mio intervento iniziale non ho dato alcuna spiegazione in questo senso. Posso provare a darla ora. Non è che Leoncavallo sia più semplice e per questo inferiore. E' che Janacek, visto nel suo complesso, ha una statura imparagonabile. Ha avuto un'evoluzione straordinaria, ha saputo superare gli elementi veristi dell'inizio per approdare ad una concezione visionaria, ha trovato il segreto di una "prosa musicale" di cui prima di lui si potevano trovare alcuni indizi solo in Mussorgsky e Debussy; inoltre, ha scritto musica da camera, sinfonica, corale, di straordinarissimo livello. Come lo si può paragonare con l'autore di una sola opera sopravvissuta, sia pure molto bella?

Marco ha detto...

La gerachizzazione esiste. Come esistono i giudizi di valore. Per paragonare autori più o meno contemporanei, Schrecker non è Berg, Leoncavallo non è Janacek. E la complicazione e la semplicità sono criteri che qui non hanno nulla a che fare. Ma il discorso che facevo io nel mio primo intervento, pur sfiorando la sfera del giudizio di valore, era un altro. Che accanto alla perfetta adeguatezza di Harding al dittaco verista, c'erano state negli ultimi tempi altre due perfette adeguatezze: quella di Gatti alla "Lulu" e quella di Salonen a "Da una casa di morti". Queste adeguatezze erano reali, che piacessero o meno le due opere eseguite. Poi, con un salto di logica stupefacente, sempre a proposito di semplicità e complessità, Giuditta passa al rapporto fra Verdi e Wagner, come se fosse omologo a quello fra Leoncavallo e Janacek. Cosa che non è assolutamente, dal momento che qui la gerarchizzazione è impossibile, dal momento che si tratta di due geni. E lo dimostra non attraverso alcune annotazioni, anche sommarie, sull'opera dei due, ma attraverso un discorso sull'esecuzione; Verdi, e l'opera italiana in generale, è altrettanto difficile da eseguire delle opere di Wagner ed esige uguale responsabilità. E questo è un discorso accettabile. Ma, torno a dirlo, non è in nessun modo assimilabile a quello del rapporto fra Janacek e Leoncavallo, che è di tutt'altra natura e nel quale i criteri di giudizio non hanno nulla a che vedere né con la semplicità né con la complessità o complicazione che dir si voglia.
Marco Ninci

Giuditta Pasta ha detto...

Ninci,non vedo nessuna contradizione fra quello che ho detto sulla gerarchizzazione e la neutralità - necessariamente finta perche nella musica ci vuole una buona dose di mania, di passione per un musicista, di ribrezzo per un altro; è cosi che funziona. L'oggettività del sistema dei valori musicali e dei criteri tecnichi è un'altra cosa e quando trovi per loro il giusto fundamento storico-materiale, il discorso del "de gustibus" perde ogni credibilità.
In quanto all'ierarchizzazione: d'accordo, forse Leoncavallo ha scritto solo un "capolavoro" e Janacek invece dieci. Ma questo è un discorso che ignora complettamente il valore dell'esecuzione, della materializzazione di un pezzo con tutto il suo lato tecnico. Qui stiamo discutendo - con AUTENTICA melomania - di esecuzioni, della tecnica esecutiva (di un direttore, un cantante) che può fare dai Pagliacci un'esperienza sinfonica o invece della Ballatela l'aria più insopportabile al mondo. Melomanamente parlando, non c'è NULLA differenza fra una Serenata di Tosti cantata dalla Galli-Curci ed il finale del Vec Makropulos se me lo canta una Kabaivanska (lunghi da me i gridi delle "espressive" Silja, Soederstroem etc.) o ancora il davvero trascendentale Incantesimo di Parsifal cantato da un Kipnis (e perche no un bravissimo Kwangchul Youn). Per un melomane - che inoltre deve anlizzare certi pezzi ed esecuzioni - la differenza c'è solo fra una pessima esecuzione ed una buona esecuzione. E' quella l'oggettività e la storicità (una storia che è sempre storia dell'esecuzione). L'ammirazione del melomane è uguale sia per la stupenda esecuzione delle colorature più mecaniche e non-ispirate di un'opera di seria B di Donizetti e per un'esecuzione travolgente del finale di Goetterdaemmerung. Io quando ho detto che il "Dalla casa dei morti" di Janacek è una roba inascoltabile, mi riferivo non solo ad un giudicio "soggettivo" che è il mio (alla mia gerarchia personale), ma anche alla maniera davvero scandalosa ed inacettabile in cui presentano un'opera del genere, cioè con canto berciato, abbaiato, nemmeno declamato decentemente! Forse anche quest'opera come tante opere dimenticate e sconosciute del belcanto aspetta una registrazione o esecuzione decente, per fare sentire il suo vero potenziale.
Io personalmente sono una wagneriana pazza, ma se mi canta Siegmund un O'Neill, preferisco ascoltare cento volte al giorno il "La donna è mobile" eseguito da un Schipa. Tre secondi di una stupenda messa di voce in una canzone napolitana può valere l'intero Wagner ed anche un'esecuzione elettrizzante del secondo atto di Jenufa (quando fatto senza urle e gride) si può preferire ad un "Vissi d'arte" orrendo.
Ultimamente, i miei commenti, dispersi qua e là, non sono dei frammenti d'Eraclito per congregarli e per farne una critica sistematica.
Grazie della discussione.

Pasta

Marco ha detto...

Per carità, Giuditta, grazie a Lei della discussione. Credo invece che i suoi frammenti siano proprio come quelli di Eraclito. Se si vuole, si può sempre da qualche accenno ricostruire, nel dialogo con una persona, una visione generale delle cose. Tutto sommato, almeno per me, è questo l'interesse vero di un blog, ben al di là del fatto se si cantava meglio prima od oggi.
Marco Ninci

Marco ha detto...

Io mi sono lanciato in questa difesa di Janacek anche per un altro motivo. Magari qualche vociomane che frequenta il sito e che è sospettoso verso questo tipo di musica può essere incuriosito dalle mie parole e cominciare ad ascoltare davvero la musica di questo autentico genio; la difficoltà che indubbiamente l'ascolto presenta, difficoltà anche linguistica, è ricompensata da un'esperienza per certi versi esaltante.
Marco Ninci

mozart2006 ha detto...

Marco, le tue motivazioni sono comprensibili ma devo aggiungere che "Da una casa di morti" non è assolutamente opera da consigliare a un neofita di Janacek. Molto meglio iniziare da Jenufa, Kata Kabanova, Affare Makropoulos o, meglio di tutto, dalla deliziosa "Piccola volpe astuta".

Marco ha detto...

In questo, Gianguido, hai assolutamente ragione.
Marco Ninci

Marco ha detto...

In riferimento alla discussione precedente, devo dire che mi piace enormemente questo pensiero di Nicolas Gomez Davila: "Laddove si riconosca una gerarchia di valori oggettivi, il capriccio non è pericoloso. Qualsiasi cosa può legittimamente affascinarci. Quando invece supponiamo che sia il gusto a regolare il valore, la più lieve disattenzione scatena catastrofi. Le stupidaggini sono temibili quando si autoproclamano atti di ragione".
Marco Ninci

Giambattista Mancini ha detto...

Forse quella di Patané è solo una boutade, però in quelle parole c'è del vero. Altrimenti come spiegare il successo della recente Valchiria alla Scala, diretta male ed ancor peggio cantata?

Se quella sera si fosse eseguito, anziché Wagner, Rossini o Donizetti, con un'orchestra simile ed un cast di tale livello, si sarebbe avuto un sicuro disastro di fischi e "BU".

Oggi Wagner è una facile e necessaria via di fuga. Ancora di più, Janacek e compagnia. Solo in questi repertori i can(i)tanti e le orchestre indisciplinate possono passarla liscia.

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Wagner facile via di fuga? Ma quando mai? Possibile che ancora nel 2011 c'è chi pensa e scrive che Wagner si possa anche cantare o dirigere da cani? E' inaccettabile, suvvia...potrà pure non piacerti Wagner (già, anche lui è NON canto, vero?), ma resta un tuo mero gusto: anche io detesto cordialmente Massenet o Meyerbeer, ma non è un giudizio di valore. Alla Scala è stato applaudito Fogliani con la sua Stuarda...a Cremona, l'anno scorso, il pubblico ha applaudito un'imbarazzante Sonnambula (salvo per la Pratt). Il problema non è cosa sia più facile o difficile da dirigere (differenze ce ne sono, e sono oggettive, ma nulla c'entrano col valore o la riuscita di uno spettacolo): il problema è dirigere bene o male. La direzione di Barenboim nella Walkure non era certo esaltante, ma non ha fatto pasticci (era il solito Wagner lutulento e retorico, come se Karajan, Boulez, Krauss e Moralt non fossero mai esistiti). Quante direzioni mediocri sono tollerate nel belcanto? A iosa... E poi siamo seri, come si fa a definire più complicati i quattro arpeggi e i due accordi che accompagnano Bellini o Donizetti o certo Rossini, con il Parsifal o i Meistersinger??? Solo lo spirito polemico di un Patané potrebbe sostenerlo. E poi, francamente, non capisco perché mai i cantanti in Wagner potrebbero pure cantar male...ma dov'è scritto? Io se ascolto Parsifal non mi accontento della sola orchestra - ci mancherebbe - ma auspico di ascoltare un canto come si deve (come è capitato, ad esempio, al Parsifal di Torino, con il superbo Youn). Che poi il pubblico beota (soprattutto quello abituato a valutare un'interpretazione dal DO di petto o dal MI bemolle di turno, quando non dal nome letto o dall'articolo su una rivista) capisca poco e non riesca a rendersi conto di un Sigmund che fa pena...beh, è un problema del pubblico, non certo di Wagner (del resto lo stesso pubblico - a seconda di come si sveglia - non si accorge neppure di un cattivo Nemorino, di un cattivo Radames, di una cattiva Violetta...).
Ps: se Wagner, Strauss, Berg, Mussorgsky etc...fossero una facile via di fuga, perché sono così poco frequenti da noi? Perché la Scala - ad esempio - non presenta un bel Pelléas et Melisande? O FINALMENTE quel supremo capolavoro che è il Moses un Aron? Ci metterei la firma a questa "via di fuga"...

Giambattista Mancini ha detto...

Fatto sta che questa Valchiria lutulenta e mal cantata ha registrato un discreto successo di pubblico e di critica (a me personalmente Wagner piace solo se cantato bene, ma qui sto parlando delle strategie del teatro e dei direttori, strategie a cui il pubblico abbocca).

Con le stesse risorse a disposizione, Verdi sarebbe stato un sicuro fiasco. Così Donizetti e Rossini.

Marianne Brandt ha detto...

Mancini, scusa se mi permetto, ma tu conosci in maniera approfondita Wagner? Hai aperto una sua partitura o un suo spartito? Hai realmente ascoltato le recenti esibizioni ragguardevolissime, per esempio, di Thielemann o De Billy o Salonen o Eschembach o Tate o Van Zweden? Hai ascoltato con quanta superficialità per non dire sufficienza Adam Fischer o Andris Nelsons sono riusciti a maciullare fino a ridurre ad un polpettone bandistico il Ring, il Parsifal ed il Lohengrin a Bayreuth? Hai ascoltato le magnifiche prove wagneriane di Barenboim e Sinopoli prima degli anni 2000?

In ogni caso non prendiamo le citazioni per vere o giuste solo quando garbano a noi e non facciamo fantaopera, fantastile, fantastoria solo per dare ragione a noi stessi, quando magari sarebbe meglio studiarsi la materia di cui si discute, in maniera oggettiva, prima di confrontarsi su di essa; perchè, personalmente, non ho nulla in contrario sulla Rosina soprano, non ho nulla in contrario sul DO si, DO no nel "Trovatore" e su tante altre cose; ma ho molto in contrario quando la storia, la musica, lo stile o i concetti vengono snaturati o riscritti per compiacere i nostri desiderata e usati per far polemica mirata.

Marianne Brandt

Giambattista Mancini ha detto...

Ma io, Brandt, non ho espresso un giudizio su Wagner, e mai mi sognerei di farlo.

Ho solo osservato che la Valchiria alla Scala è stata, tutto sommato, un successo, malgrado il cast scadente e la direzione annoiata.

E non è un caso, secondo me, che gli unici successi alla Scala, il 7 dicembre, negli ultimi anni si siano realizzati proprio con Wagner: il Tristano nel 2007 e la Valchiria nel 2010.

Wagner è una via di fuga: la gente lo applaude anche se a cantare sono i cani.

Marianne Brandt ha detto...

Mancini se tu scrivi una roba del genere: "Oggi Wagner è una facile e necessaria via di fuga. Ancora di più, Janacek e compagnia. Solo in questi repertori i can(i)tanti e le orchestre indisciplinate possono passarla liscia." se permetti, qualche dubbio in merito mi viene anche!
E non sono nemmeno d'accordo con questo, perchè in Scala, il Tristan di Gambill (in secondo cast nella ripresa) venne buato, Barenboim per questa Walkuere la sua dosetta di contestazioni la ebbe anche, il Tannhauser diretto da Mehta fu una mezza catastrofe, l'Elsa della Schwanewilms ed il Telramund di Fox furono rifiutati dal pubblico, a Bayreuth i buuu ai can-tanti e ai direttori ci sono anche oggi (Eiji Oue, Daniele Gatti, Herlitzius, Wolfgang Schmidt, Andreas Schmidt, Franz, Ketelsen, Hawlata, Amanda Mace per citarne alcuni).
Per molti Wagner o Janacek diventano un po' il rifugio dei peccatori, questo è vero, ma non sempre la passano liscia... GIUSTAMENTE!

Marianne Brandt

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Però, Mancini, questo è un problema di comprendonio del pubblico...non è una via di fuga. Wagner è difficilissimo da eseguire e a me - come a tutte le persone dotate di buon senso - un Tannhauser mal cantato infastidisce esattamente come una Sonnambula mal cantata... Che poi larghe schiere dei pubblici italici (e scaligeri) non "si accorgano" quando Wagner è cantato bene o male o è diretto bene o male...beh, è un problema di ignoranza, di pigrizia mentale, di comodo adagiarsi su repertori strabattutti (di cui, peraltro, afferrano solo il lato più esteriore: l'acuto non scritto, l'effettaccio, la gigionata orrenda). Stando alla recente storia scaligera:
1) il Tristano del 2007 era splendido (diretto magnificamente e cantato in modo assolutamente decoroso). Ed è stato un successo.
2) il Viaggio a Reims del 2009, diretto con l'accetta e malissimamente cantato ha suscitato notevole apprezzamento: incredibile, ma vero!
3) la Maria Stuarda del 2008, diretta maluccio da Fogliani (che si è beccato poche contestazioni, alla prima): la senescente e iplausibile Devia ha fornito una prova traballante, ma è stata ugualmente applaudita.
4) Tannhauser 2010: assai mal cantato...giustamente punito dal pubblico.
Potrei continuare...
Come vedi applausi e fischi sono distribuiti con par condicio, in maniera del tutto ecumenica (come ecumenica è l'impreparazione di parte del pubblico).

Giambattista Mancini ha detto...

Permettetemi questa riflessione.

A volte la musica più complessa, paradossalmente, è proprio quella con cui si corre di meno il rischio di fare una figuraccia.

Faccio un esempio: molte sonate per pianoforte di mozart sono brani tecnicamente approcciabili anche da un bambino di cinque anni. Anzi, forse per un bambino sarebbero fin troppo facili, ed in mano sua o di un pianista dilettante diverrebbero solo banalissime cantilene.

La musica più lineare e strutturalmente semplice richiede necessariamente una precisione ed una sottigliezza esecutiva da artisti di prim'ordine, altrimenti la semplicità diventa banalità. Non si possono perdonare errori o sbavature in un pezzo musicalmente elementare.

La musica più difficile, invece, a volte si regge da sola, anche se l'interprete lascia un po' a desiderare. Prendere una stecca nella sonata in si minore di Liszt non è compromettente come sbrodolare le scalette su e giù per la tastiera della sonata in do maggiore di Mozart...

Poi, è chiaro che l'ascoltatore esigente non sopporta neppure la stecca in Liszt...
Ma mica tutto il pubblico ci sente allo stesso modo. :)

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Per me usi un esempio sbagliato: io non sono così convinto che la "difficoltà" si esaurisca nella "complicazione" o nel mero "esibizionismo virtuosistico". Le sonate per pianoforte di Mozart non presentano certo le difficoltà "atletiche" degli studi trascendentali di Liszt, ma presentano difficoltà espressive forse maggiori. Detto questo una cattiva esecuzione di Mozart o di Liszt dovrebbe procurare lo stesso effetto: non vedo grosse differenze... Se devo trovare un discrimine tra brani difficili e altri più abbordabili, è che in quelli difficili si può sbagliare più spesso.

Tornando a noi: vero che il pubblico non sente allo stesso modo, ma applaudire quel Viaggio a Reims mi è sembrato intollerabile...e mi rifiuto di credere che non ci si renda conto di un cantante che stona, traballa, tremola etc... Insomma, non bisogna essere diplomati in armonia per accorgersi che Robert Dean Smith si era impiccato già alla seconda strofa del canto a Venus... Secondo me è solo pigrizia e ignoranza (squisitamente italica peraltro).

Giambattista Mancini ha detto...

Eppure, Duprez, tu sei convinto che dirigere Donizetti, Rossini o Bellini sia "facile", solo perché non presentano una scrittura orchestrale complessa come Wagner...

Giustamente, poi, dici che una sonata di Mozart solo apparentemente è facile. Ma allora, cos'è che ti impedisce di riconoscere che anche Donizetti e Bellini richiedono una lettura attenta, approfondita e ponderata?? La mancanza della forma sonata?? O forse, più banalmente, è perché non sono... tedeschi??

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Potrei risponderti dicendo che Donizetti e Bellini non sono certo Mozart, ma sarebbe un'affermazione vuota e semplicistica.

Se rileggi bene i miei tanti interventi dedicati al melodramma italico, noterai come mi son ben guardato dal proporre classifiche o tabelline.

Premesso che ogni repertorio e ogni storia musicale rispecchia l'evoluzione culturale del paese o dell'ambiente in cui si viene a sviluppare (ed è indubbio come l'Italia dell'800 fosse assai arretrata - nelle arti in genere, ma pure nella politica e nella società - rispetto a Francia, Austria, Germania e Inghilterra), non credo sia un'eresia notare come l'orizzonte operistico italico fosse assai più legato al mondo musicale precedente, come l'estinzione graduale della musica strumentale avesse inibito all'opera italiano lo sviluppo dell'orchestra e del suo direttore, come gli insegnamenti dei conservatori non venissero affatto praticati (parlo di tecniche e modalità compositive) poiché non funzionali alle esigenze di mercato. L'opera italiana assume più spesso il valore di artigianato in cui a fronte di pochi consapevoli capolavori, coesiste un oceano di più o meno innocue schifezze (compositori che compongono 60, 70, 80 opera dai titoli improbabili...tutte uguali, tutte destinate agli stessi cantanti, in cui l'unica cosa che varia è il numero di trilli, cadenze e roulades con cui viene ammazzata ogni creatività) che riempivano i cartelloni. In questa corsa frenetica valeva più la convenzione, la forma, lo schema, ruispetto al contenuto...le orchestre si limitano a segnare il tempo, i cantanti si limitano ad esibire i loro capricciosi virtuosismi. Pacini, Mercadante, i fratelli Ricci, almeno metà del catalogo donizettiano, e gli innumerevoli minori: buon artigianato, piacevole (a volte), ma che barba... Non c'entra la nazionalità, il cotrappunto e la forma sonata: Nicolai padroneggiava le basi della tecnica strumentale 1.000 volte meglio di Donizetti, Rossini e Verdi...eppure nessuno si sognerebbe di dire che Le Allegre comari di Windsor siano meglio della pietra del Paragone! La semplicità di Mozart è solo apparente, quella di Pacini è non solo palese, ma dichiarata dallo stesso autore (conscio di scrivere roba di consumo).

Ps: mai detto comunque che Donizetti e Bellini debbano essere eseguiti in modo sciatto...anzi, quando vengono affrontati da grandi direttori ne guadagnano assai...basta sentire la differenza tra un Ferro, un Fogliani o un Renzetti e quel che fa Chailly o anche un Bonynge (che pure non era certo un genio).

Sei tu, invece, che affermi il contrario: che Wagner, Strauss, Mozart, Berg etc..siano "facili" (?) scappatoie...ma facili dove? E' facile Parsifal? E' facile Idomeneo? E' facile il Rosenkavalier? E' facile il Boris? E' facile il Moses und Aron? E' facile il Pelléas et Melisande?

Giambattista Mancini ha detto...

Mai detto che Wagner sia facile; ho detto una cosa diversa: che oggi capita quasi solo con Wagner di sentire ancora qualche recita di qualità e di successo. Evidentemente per i direttori odierni, come Barenboim ad esempio, dirigere Wagner è più nella loro natura di quanto non lo sia dirigere Verdi o il repertorio italiano in genere.

L'opera italiana sarà pur musicalmente arretrata, però oggi pare siano rimasti in pochi, pochissimi, a sapere come dirigerla.

Wagner, invece, capita ancora di sentirlo fare dignitosamente.

Gilbert-Louis Duprez ha detto...

Non sono del tutto d'accordo. Ovviamente un certo tipo di repertorio ha sempre attirato i grandi direttori: per tante ragioni Karajan, Kleiber, Bernstein, Furtwangler, Reiner, Abbado, Bohm, Solti etc...hanno preferito il repertorio austro-tedesco, i grandi compositori russi, il Verdi della maturità, Puccini...e non si può biasimarli, sono opere musicalmente e orchestralmente più ricche. Ma laddove questi grandi hanno affrontato il melodramma o il belcanto, ci si è accorti subito della differenza (il Rossini di Abbado, ad esempio). Scontata dunque la naturale predilezione di detto repertorio rispetto a Parisine e Zaire (ma lo stesso Karajan, prima di morire, stava progettando di incidere Norma...), è ovvio che sia più più folto il numero di direttori che abbiano maggior pratica wagneriana. Ma non per questo è più semplice. La colpa risiede, come sempre, nel demerito dei nostrani praticoni e di chi è deputato alle scelte artistiche. Il problema è che i grandi direttori (e ce ne sono ancora tanti) non vengono chiamati per il belcanto. Un po' perché non vogliono GIUSTAMENTE prestarsi a giochi di tifoserie e vedovanze, per essere criticati sol perché stranieri, sol perché "sinfonici"...purtroppo in Italia i teatri sono pieni di Soloni che si mettono in cattedra slanciandosi contro chi "osa spiegare il melodramma a noi italiani" (è successo con Karajan, è successo con Harding, colpevole - basta leggere certe firme "autorevoli" - di essersi perso in inutili preziosismi e rimpiangendo gli i Cillario, Cleva, Ghione, Erede, Molinari-Pradelli o addirittura Oren e Santi); un po' perché forse non sono stimolati a dirigere certe compagini nostrane; un po' per questione di gusti. Ma davvero si crede che Thielemann, ad esempio, non sarebbe in grado di dirigere il Macbeth? Non farmi l'esempio di Barenboim però: oggi si nota come sia il suo Wagner sia altro repertorio (Bizet, Verdi), non girino più come una volta...