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mercoledì 29 giugno 2011

Macbeth a Berlino. L’urlo di Lady Tarzan

E’ la solita storia della Pasta. Vorrei raccontarvi di una serata ordinaria alla Deutsche Oper di Berlino, una di quelle, senza troppo lusso e troppa gente, per cui fino all’ultimo momento al botteghino rimangono parecchi biglietti, svenduti last minute a giovani, studenti ed altri gruppi sociali destinatari di vari sconti. Mettiamoci per un attimo nei panni di un berlinese (cioè, di chiunque chi sia residente o di passaggio a Berlino, perché a Berlino tutti fino all’ultimo backpacker sono berlinesi e nessuno è berlinese) e proviamo a ricostruire la scena primordiale in cui accade la sua scelta per l’uscita in una sera normale, berlinamente metà piovosa metà serena, alla fine del mese di giugno.

Quando il nostro berlinese sfoglia il programma musicale che gli propone la capitale tedesca per la sera del 24 giugno, lui, senza biglietto, moderatamente appassionato di musica e con voglia di vedere/sentire qualcosa di interessante. Scopre che può scegliere fra la prima di Candide alla Staatsoper e la Sposa venduta alla Komische Oper, fra un concerto sinfonico di Mahler e Ravel al Konzerthaus e due concerti paralleli alla Philharmonie: Mozart e Bruckner con Herbert Blomstedt nella grande sala e nella Kammermusiksaal la Semele di Handel con uno dei numerosi gruppi vocali-orchestrali berlinesi. E, last but not least, l’attenzione del nostro berlinese è attirata da un Macbeth alla Deutsche Oper, in un vecchio allestimento di Carsen. Lui cerca velocemente in internet le recensioni della produzione e apprende che l’allestimento di Carsen (perché è maggiormente dell’allestimento e della sua concezione, cioè, di quello che “conta” ormai in una produzione operistica, che parlano quasi tutti gli articoli) è una lettura della tragedia shakespeariana quale storia di dittatori. Che originalità nel presentare Macbeth come dittatore! Mai fatto, mai visto. Il lettore passa da una dettagliata analisi registica all’altra ed arriva alla corta valutazione dei cantati (perché pare che ci sono anche dei cantanti in questo dramma dittatoriale). I due baritoni che alternano nel ruolo principale (Thomas J. Mayer e Anton Keremidtchiev) sono giudicati troppo lirici e fiacchi per la violenza della lettura carseniana. La Lady invece, unica (in tutti i sensi) di questa stagione, il mezzo-soprano russo Anna Smirnova, è lodata per la grande potenza ed autorevolità della sua interpretazione della moglie del dittatore. Tanto più che certe recensioni, toccando in qualche parola all’aspetto marginale dell’opera che è la vocalità, parlano pure dell’impressionante solidità del suo canto e addirittura di un approccio belcantistico. Insomma, un miracolo scenico-vocale. Avendo letto tutto questo, al nostro berlinese medio non resta altro che recarsi alla Bismarckstraße ed acquistare, senza fila e troppi problemi, un posto scontato nel vasto anfiteatro dove avrà magari la fortuna di trovarsi vicino all’astro eternamente brillante ed incantatore che sono io – la Pasta!
Raccontiamo adesso quali sono state le particolarità della recita. L’allestimento di Carsen si è rivelato moderatamente eurotrash, con qualche momento bello, come il finale secondo dove durante il “Sangue a me” i convitati, politici di rango dell’epoca nazista ovviamente, danzano un walzer sotto il ritmo della musica verdiana – una buona volta la regia ispirandosi dal “ritmo” della musica! Abbastanza cattivo di gusto l’approccio marcatamente “action” e la sovrabbondanza di pistolettate e di gesti di mira hollywoodiani. Molto suggestivo la scena delle apparizioni in cui abbiamo comunque dovuto notare una brutta manipolazione con i sopratitoli che sono in genere destinati a fare comprendere e/o tradurre il libretto. Eppure, durante l’apparizione degli otto futuri re di Scozia, i sopratitoli sono sospesi per non collidere con “l’interpretazione” del regista, che preferisce sostituire il défilé dei discendenti di Banco con un graduale avvicinamento verso di noi di una grande immagine di Banco. Non è che sia stato cambiato il testo originale di Piave, ma si chiede tuttavia se è un intervento legittimo di manipolare così i sopratitoli in tedesco, quando essi si trovano lì esplicitamente per chiarire il testo cantato. Si chiede inoltre di chi è stata l’idea d’intervenire copiosamente anche nella fattura musicale dell’opera, come il taglio del balletto, del coro/danza degli spiriti aerei, della scena di Macduff, Malcolm e coro dopo l’aria di Macduff, o ancora quell’inspiegabile “cadenza” alla fine della scena del sonnambulismo in cui, invece di ascendere al Re bemolle sopracuto o di eseguire la variante del La bemolle, la nostra Lady scende al Re bemolle grave.
Non è l’unica libertà che Anna Smirnova si è permessa durante l’intera serata. Ma forse le riprese di fiato assolutamente arbitrarie ed antimusicali sono state le cose meno catastrofiche della sua prestazione. La cantante russa passa per un mezzosoprano solo perché scurisce la voce e l’emette non si sa da dove, producendo suoni o tubati o stridenti o brontolanti o abbaianti su l’intera gamma e con un’arbitrarietà quasi incredibile. Lo strumento naturale sarà anche importante per volume e materia, ma a causa del “sistema” di canto di Anna Smirnova, diventa voluminoso solo se il mezzo-cantante che è senza dubbio il nostro mezzo-mezzosoprano spinge ed urla al pari di una furia scatenata. Sono, dunque, suoni strillati, muggiti, mormorati, che fuoriescono frammentariamente dal suo corpo senza l’ombra di legato o di qualsiasi controllo che i critici tedeschi salutano come un approccio "belcantistico". Spero avere l’occasione almeno una volta nella mia vita di chiedere a uno di questi esperti che cosa intendono con la parola “belcanto” o semplicemente con la parola “canto”, che gli capita di usare una o due volte all’anno nei loro meticolosi saggi filosofoidi sugli allestimenti e concetti registici. Che sul palcoscenico la cantante dimostri gesticolazioni aggressive e che divori con suoni ruttati e berciati qualche frase in modo agitato e pseudo-drammatico non mi sembra siano attributi sufficienti per qualificare come autorevole ed intensa la Lady Macbeth di Anna Smirnova.
Contrariamente alla presenza esasperante di Smirnova, è stato assolutamente grigio e modesto il Macbeth di Anton Keremidtchiev che ha tentato qua e là di fraseggiare, ma con voce piccola, senza timbro e proiezione, voce omogeneamente costruita su di un’assenza sistematica di appoggio, che spariva nei passaggi dell’allucinazione sotto l’orchestra oppure sotto le urla della moglie bestiale.
Mi è sembrato molto peggiorato il basso Ante Jerkunica, interprete di Banco, rispetto all’ultima volta quando lo sentii nel concerto di Matti Salminen novembre scorso. La voce è da autentico basso, ma nel registro acuto risulta completamente bloccata, quasi inesistente. Pure il centro, dove il giovane cantante possiede un timbro di notevole bellezza ed è capace di fraseggiare, è ormai privo di una vera sicurezza e saldezza.
Tremolante il Macduff del tenore leggerino che è la nuova star dell’opera, Pavol Breslik che per un “Ah, la paterna mano” affannato e nasale ha ricevuto i più grandi applausi a scena aperta dell'intera recita.
Bravissima, invece, l’orchestra della Deutsche Oper sotto la direzione energica ed avvincente di Roberto Rizzi Brignoli. In ogni momento dell’opera il maestro ha saputo di dare il tempo giusto, mai troppo lento (con l’unica eccezione forse per il coro delle streghe all’inizio del terzo atto), e di creare atmosfere e portarli verso una culminazione. Memorabile soprattutto la coerenza drammatica e la qualità sonora equilibrata e quasi mistica durante la scena delle apparizioni e la scena dei profughi, entrambe le volte – un perfetto complice l’ottimo coro della Deutsche Oper, l’unico degno protagonista sul palcoscenico. Sarebbero evitati pure quei rari momenti quando il coro delle streghe, rivestite da donne a mezzo servizio, è partito fuori tempo, se la regia di Carsen non avesse esatto permanenti movimenti frenetici da loro parte. Però, quando c’è una concezione registica talmente “originale”, perché badare alla pulizia ed all’espressività musicale? Sarebbero momenti di questo genere – tanti, permanenti, sistematici, nelle recite in tutti i teatri tedeschi o tedescheggianti – a dimostrare il valore dello spettacolo operistico quale Gesamtkunstwerk? Un misto ambiguo, confuso e dilettantesco in ogni suo elemento, con una vocalità che non sa più essere lo strumento espressivo del dramma musicale e con un approccio registico che, geloso della parte musicale ed in permanente ostinatezza contro il direttore d’orchestra, provvede un fracasso ed una frenesia sul palcoscenico che copre anche quel poco che rimane nell’opera odierna di un teatro fatto col suono musicale. Così non è neanche da meravigliarsi che sia nelle recensioni che nella percezione del pubblico dei paesi d'oltralpe un completo disastro vocale come Anna Smirnova possa apparire quale grande artista. Il vero problema è che i difetti vocali (oltre che quelli, ridicolissimi, della recitazione) di una Smirnova saranno anche percepiti dalla maggioranza degli spettatori, ma, nell’ambito di quell’amalgama senza gusto e forma, che è oggi prevalentemente l’opera (altro che opera d'arte totale!), sembra irrimediabilmente tramontata la capacità e la possibilità di valutare i difetti e i pregi di un cantante senza fare riferimento ad un’egemonica concezione registica.



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venerdì 13 maggio 2011

Stagioni 2011-12, la Quaresima perpetua. Stazione nona: Berlino

Ancora una volta il programma delle prossime stagioni dei maggiori teatri lirici tedeschi ci si presenta come un vero specchio delle due grandi tendenze musicali e socioculturali di Germania:
1. la distribuzione piuttosto democratica e proporzionata degli elementi e prodotti del cosiddetto star system non solo nei teatri come Amburgo, Monaco o le due maggiori case berlinesi, ma un traffico di permanenza più o meno stabile anche in teatri di minor rilevanza internazionale come l’opera di Colonia, di Stoccarda o la Deutsche Oper am Rhein (Düsseldorf-Duisburg);
2. per questo medesimo sistema di parità nazionale dei prodotti internazionali che rende la Germania, contrariamente alla Francia, un paese decentralizzato e non-provincializzante per eccellenza, di colpo l’intero paese diventa una sola e grande provincia. I cartelloni tedeschi per le prossime stagioni, nonostante la loro grande varietà a prima vista, sono così stigmatizzati da un attaccamento dal carattere quasi fatale ed ineluttabile ai criteri rigidi delle agenzie operistiche che la dominanza di un concetto estetico molto maldestro e, appunto, profondamente provinciale diventa evidentemente manifesto. Iniziamo dalla capitale ed i suoi due teatri maggiori, la Deutsche Oper e la Staatsoper unter den Linden. Un’analisi delle stagioni di Amburgo e Monaco sarà proposta il prossimo venerdì.

Niente di nuovo alla Staatsoper, teatro “di” Daniel Barenboim, dove i massimi artisti “di casa” sono il berciante Roman Trekel e l’insipida Anna Samuil e le massime novità – una Traviata diretta da Omar Meir Wellber e nel ruolo principale l’alternanza di una stella poco lucente come Christine Schäfer coll’usignolo polacco Aleksandra Kurzak, della lirica la nuova star o, anzi, miracolo (miracolo davvero, perche le ragioni del suo successo non sembrano spiegabili da nessuna logica terrestra e sobria-aristotelica). Niente di nuovo soprattutto grazie all’incredibile svogliatezza del maestro argentino di cambiare qualcosa. Infatti, il cartellone della Staatsoper consiste o di allestimenti stile “copia-incolla” prodotti in “collaborazione” con il Teatro alla Scala e diretti da Barenboim, come le prime due parti del Ring wagneriano, il Simon Boccanegra coi soliti Domingo, Harteros, Sartori e Youn, o un Don Giovanni con Giuseppe Filanotti, Anna Netrebko quale Donna Anna e l’appena corretta Anna Prohaska, altra assidua presenza del teatro, quale Zerlina, ossia la metà del cast dell’apertura della prossima stagione scaligera. Si pone sinceramente la domanda: che differenza qualitativa ci sarebbe fra andare alla Staatsoper unter den Linden e andare alla Scala di Milano oltre la mera costrizione geografica per le rispettive popolazioni urbane di servirsi del teatro più vicino alla loro casa? Niente di nuovo anche nel proporre titoli del belcanto: l’Elisir con Rolando Villazon e l’irrinunciabile Anna Samuil ed una Norma concertante con Edita Gruberova, ormai grottesca come mai prima nel ruolo della tragica druidessa belliniana. Un’altra novità déjà vue sarà l’allestimento di Patrice Chereau dell’ultima opera di Janacek, Dalla casa dei morti, sotto la direzione pur non del tutto priva d'interesse di Sir Simon Rattle ed una serie di rarità barocche proposte in salsa baroccara, fra l’altro Il trionfo del tempo e del disinganno di Handel con la bacchetta di Marc Minkowski e la Rappresentazione di anima e di corpo di Emilio de’ Cavalieri con Rene Jacobs. Oltre il Don Giovanni, Mozart è abbondantemente presente sul cartellone in quanto riguarda anche le altre opere già proposte e riproposte con una frequenza tanto esasperante quanto è indifferente la qualità generale delle loro rappresentazioni. Come se Mozart non avesse mai scritto un Idomeneo, Mitridate, Lucio Silla o Tito, nella solita lista di Nozze, Flauto e Ratto che ci propone la Staatsoper il massimo del proposto saranno la Konstanze di Christine Schäfer, la Contessa della beniamina berlinese e proclamata, ma molto discutibile “specialista” mozartiana Dorothea Röschmann oppure il Tamino del tenore caratterista Stephan Rügamer.

Rispetto alla stagione promessa dalla Staatsoper, quella pubblicata dalla Deutsche Oper per 2011-2012 risulta più variata ed interessante almeno sulla carta, per quanto riguarda sia le riprese sia le prime. Nei cast delle riprese rincontriamo molti nomi familiari il cui allegamento a certi ruoli suscita certe perplessità, come la presenza di Diana Damrau nella Lucia, mentre Joseph Calleja quale Edgardo promette esiti piuttosto favorevoli sia alla musica del maestro bergamasco sia alle orecchie di un certo pubblico per cui non è senza importanza che uno dei maggiori ruoli del belcanto venga cantato con una voce omogenea ed un fraseggio dotato di una minima musicalità. Quasi identico il cast della Luisa Miller a quella vista due mesi fa alla Bastille parigina. Anche qui lati positivi e negativi: mentre Krassimira Stoyanova rappresenta sicuramente la migliore Luisa in giro sia per la sua preparazione tecnica sia per il suo ottimo gusto ed eleganza musicale, Marcello Alvarez promette un altro Rodolfo “emozionato” e cantato tutta squarciagola, come anche i due bassi, Orlin Anastassov e Arutjun Kotchinian avranno la possibilità di dimostrare ancora una volta come cantare col stomaco. Sicuramente migliore anche un veterano Leo Nucci nel ruolo del padre Miller rispetto al’inudibile Franck Ferrari nella Luisa parigina. Sarà Leo Nucci ad incarnare Francesco Foscari nell’unica rappresentazione concertante dei Due Foscari accanto a Ramon Vargas ed Angela Meade. Ed è sicuramente più verdiano Nucci di un altro veterano baritono che interpreterà il ruolo di Rene Anckarstrom nella ripresa del Ballo in maschera, ossia Thomas Hampson. Un’altra prima verdiana in versione concerto lascia maggiori dubbi, à savoir il Trovatore presentato e promosso quale Trovatore “della” Anja Harteros. Accanto a lei Dalibor Jenis, Stuart Neill e Stephanie Blythe. Un’altra peripetia baritonale ci aspetta con il Falstaff affidato ad Ambrogio Maestri. Molto discutibile anche il cast del nuovo Don Carlo in cui Adrianne Pieczonka risulta con certezza un’Elisabetta relativamente più adeguata della solita Anja Harteros, già insufficiente Amelia Grimaldi, ed in cui c’è poca speranza sia per l’Eboli di Anna Smirnova che per il Filippo di Roberto Scandiuzzi e Alistair Miles o il Carlo di Massimo Giordano e Yonghoon Lee. La direzione è affidata a Donald Runnicles, maestro wagneriano di casa.

Sono i soliti nomi a saltare all’occhio in titoli come Turandot, Carmen, Boheme, Traviata – Maria Guleghina, Marco Berti, Vittorio Grigolo, Patricia Ciofi, Anita Rachvelishvili, Ermonela Jaho, Saimir Pirgu, Alexia Voulgaridou… Due prime italiane meritano l’attenzione: quale regalo di avvento, ossia due rappresentazioni concertanti prima di Natale della Favorita donizettiana con il debutto di Elina Garanca, affiancata da Joseph Calleja. Previsto anche un Tancredi sotto la direzione di Alberto Zedda, titolo raro per un teatro poco familiare coi titoli rossiniani che vanno oltre il Barbiere. E’ invece percettibile l’imponente presenza di tutta una seria di titoli wagneriani, come le riprese del Ring, Tannhäuser, Rienzi, Tristan und Isolde ed un nuovo Lohengrin. Nel Rienzi, unica opera wagneriana non affidata in questa stagione al maestro Runnicles, troviamo Manuela Uhl nel ruolo di Irene. E’ sempre lei ad incarnare sia Elisabetta che Venere (in alternanza con Petra Maria Schnitzer) nel Tannhäuser. Accanto a Michaela Kaune, interprete della Marescialla e di Jenufa, Manuela Uhl è uno dei soprani di casa alla Deutsche Oper – presenza tanto inspiegabile in quanto si tratta di una voce di scarsa tecnica ed espressività che spinge fino ad imporsi come soprano da lirico spinto straussiano e wagneriano. Promette pochissimo anche il Lohengrin con un Marco Jentzsch quale improponibile ed improbabile protagonista, trattandosi di un tenore leggero dal timbro sgradevole, ed una penosa Riccarda Merbeth quale Elsa. Nella Valchiria interessante la presenza di Jennifer Wilson, sicuramente la più solida Brunnhilde degli ultimi anni. Sarà purtroppo sostituita dalla discontinua Janice Baird nel Siegfried e Crepuscolo. Il vecchio Matti Salminen potrà un’altra volta dimostrare il fatto (tristissimo per la nuova generazione dei bassi) di essere ancora uno dei migliori Hagen in giro. Notevole anche la partecipazione di Peter Seiffert in due recite del Tannhäuser ed il suo Tristan, nella stagione dell’anno scorso cantato pure nella Staatsoper accanto a Waltraud Meier, qui invece affiancato dalla sua consorte Petra Maria Schnitzer, un altro soprano “spingente”.

Bisogna dire che, eccetto una minoranza di allestimenti firmati dai rappresentanti della “Regieoper”, come il nuovo Tristan di Graham Vick o il discusso Don Giovanni dell’anno scorso, già oggetto di dimostrazioni ed altre forme di protesta davanti e dentro il teatro, è da notare non solo la presenza di allestimenti piuttosto moderati ed adeguati alle opere rispettive, come i classici di Götz Friedrich, ma anche una certa quantità di opere in forma di concerto che implica un’esposizione più radicale dei cantanti con – e alla – propria vocalità. Quando all’inizio di aprile nella scena di nozze della Lucia il sipario si è aperto su una scena di classica bellezza e proporzioni, il pubblico della Deutsche Oper ha coperto la musica festiva con un fermo applauso. Sarà che il pubblico è stanco dalle “originalità” dei registi pseudo-rivoluzionari? E se il pubblico vuole vedere quello che è adeguato alla musica o quello che si lascia mostrare in modo originale e meno "fedele" a partire da una congrua interpretazione visuale della musica e del testo (come nel caso di un Ponnelle o un Friedrich), implicherebbe questo anche una disposizione o una voglia nel pubblico di sentire diversamente ed un lento, ma conseguente ritorno ad un attitudine verso il lato musicale del teatro lirico che porterebbe ad un ulteriore rialzamento dei criteri nel giudizio sulla vocalità?







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mercoledì 17 novembre 2010

Le cronache di Giuditta Pasta - Matti Salminen in concerto a Berlino

Cari amici e carissimi nemici del blog,
la diletta Giuditta Pasta ci regala un'altra delle sue cronache. In italiano, per la prima, ma speriamo non l'ultima volta. E in vista della consueta novena pre-ambrosiana, la nostra collega "porta su la voce" parlandoci di canto wagneriano - ma non solo - e recensisce, nello specifico, il recente concerto berlinese di Matti Salminen.
Buona lettura e ottimi ascolti.


Appena arrivata a Berlino, città amatissima dalla vostra umile serva per i suoi numerosi luoghi di cultura musicale, teatrale e museale e, non da ultimo, per i meravigliosi ristoranti asiatici, mi sono accorta di un cartello della Deutsche Oper che invitava la sera stessa, il primo novembre, al concerto di giubileo del rinomato basso finlandese Matti Salminen che celebrava i suoi 40 anni di palcoscenico. Considerando Matti Salminen il più grande basso wagneriano degli ultimi decenni e avendo già avuto la fortuna quest’anno di vederlo, pure più giovane, nei ruoli di Filippo II e di Hagen all’opera di Colonia, non ho esitato a recarmi subito alla Deutsche Oper. Senza nutrire grandi aspettative nei confronti di quelle caratteristiche vocali, per cui questo cantante non è mai stato eccezionale, aspettavo l’inizio del concerto con una calma ed un godimento anticipato, legato al sentimento di una certa garanzia che solo i grandi artisti sono capaci di emanare.
Matti Salminen, malgrado i suoi 65 anni, è forse ancora il possessore della voce più importante del “suo” repertorio e di un carisma che travolge alla stessa stregua della sua voce, perché, come avviene per i veri cantanti, la sua voce, emessa dalla sua imponente figura, rimane comunque l’unico ed autentico “contenitore” del suo carisma. Abbiamo certo un’interessante generazione di bassi wagneriani che sono in carriera almeno già da un decennio: Hans-Peter König, Kwanchul Youn, Franz-Josef Selig o ancora Georg Zeppenfeld e Juha Uusitalo, ma nessuno fra loro combina in sé quelle capacità che rendono Matti Salminen una figura di massima importanza per la storia del repertorio tedesco. E’ il metallo penetrante che manca a König (forse il miglior giovane Hagen in circolazione); è il volume ed un vero colore individuale che manca a Youn (comunque cantante musicalissimo e molto comunicativo in un ruolo come Gurnemanz); è la minima stabilità tecnica che manca a una voce di non scarso volume e fascino, come quella di Selig. Zeppenfeld condivide con gli altri lo stesso timbro senza metallo ed Uusitalo canta con una voce di bellissimo timbro, ma emessa quasi tutta di gola. Era la combinazione di un volume gigantesco, un timbro metallico, un controllo esemplare ed un’intensità artistica elettrizzante che faceva di Salminen un Hunding che nel primo atto della Valchiria poteva occupare quasi l’intero spazio e mutilare qualunque Siegmund e Sieglinde (vedere il famoso Ring di Boulez/Chereau) o un Re Marke che in un Tristan und Isolde cantato da Rene Kollo e Johanna Meier poteva fare dimenticare l’intero duettone estatico che precede la scena (spesso ingiustamente sottovalutata!) del vecchio re. Non è mai stato, per esempio, un interprete ideale del canto mozartiano; il suo Sarastro ed Osmin sono meno sicuri per intonazione e per nobiltà di fraseggio che quelli del finlandese della generazione anteriore, Martti Talvela, per non parlare di un gigante della famiglia dei bassi come Alexander Kipnis. E comunque, la combinazione di una straordinaria potenza vocale e la qualità di grandissimo interprete fanno di Salminen anche un valido mozartiano.
Prima di cominciare la relazione della serata, vorrei condividere con i lettori (che a loro volta aspettano l’inizio di questo “concerto”) un’altra considerazione più concreta sull’artista in questione. Da un lato parliamo di un cantante per il quale l’approccio al repertorio italiano è troppo “tedesco” e “nordeuropeo” per l’assenza di un vero legato e per il canto non di gola ma comunque “intubato” e talvolta poco flessibile e non privo di qualche fissità negli attacchi (soprattutto degli acuti). D’altronde, anche quando si parla del repertorio tedesco da un punto di vista più “italiano”, la medesima “tecnica” è a sua volta criticata in quanto funesto prodotto dell’”amnesia” che ha colpito i cantanti nordeuropei del dopoguerra e, con qualche eccezione (fra cui Jurinac, Nilsson, Wunderlich), ha fatto dimenticare la superba tecnica della grande scuola delle Lehmann, Siems, Leider, Schumann-Heink, Schlusnus, Slezak e tanti altri – cantanti per cui non esisteva (e sarebbe stato assurdo) una differenza tra tecnica “tedesca” ed “italiana”, quella tedesca essendo pure la conseguenza (sistematizzata e canonizzata) dell’assenza di quella italiana. In seguitò si aprì un interminabile dibattito all’interno della medesima nuova “scuola” tedesca sulla scissione fra espressione o espressività artistica e materializzazione vocale, dibattito in seguito al quale venne privilegiata l’espressività, non di rado a spese della vocalità. Possiamo affermare che questo sia un fatto e la prospettiva giusta per la valutazione (“discriminativa” e “selezionista”) di intere generazioni di cantanti. Eppure deprecare delle generazioni che sono state “fatte” dai nomi come Varnay, Talvela, Fischer-Dieskau, Stewart, Behrens e, alla fine, anche un Matti Salminen, sarebbe non solo molto ingiusto nonostante i giusti rimproveri contro la loro “tecnica”, ma, da un punto di vista pragmatico, anche contraddittorio, perché per un wagneriano o un straussiano questo equivarrebbe una completa capitolazione davanti alla “morte” del repertorio tedesco dagli anni 50, una capitolazione insomma che materialmente un germanofilo operistico non si può permettere né dovrebbe fare. A mio modesto giudizio questo è l’ambito teorico attraverso cui sarebbe plausibile non solo la (de)valutazione delle generazioni in questione, ma in primo luogo anche il loro apprezzamento. Ed è questo l’ambito vocale attraverso cui o si apprezza un Matti Salminen o no.

In quanto all’evento del primo novembre, il concerto circondato da un’atmosfera festiva era diretto da Ulf Schirmer, direttore professionale, anzi interessante soprattutto nel repertorio straussiano. L’orchestra della Deutsche Oper ha suonato con grande compattezza ed è stata una degna “solista” che alternava delle celebri ouverture con i numeri solistici di Salminen. Intensa e nel complesso molto pulita l’esecuzione delle ouverture dell’Olandese volante e di Fidelio. Un vero fuoco d’artificio l’ouverture delle Allegre comari di Windsor di Otto Nicolai. Peccato solo per la sinfonia del Barbiere di Siviglia eseguita quasi nello stesso modo come Beethoven, priva della giusta misura rossiniana fra leggerezza ed insistenza. Fra i diversi numeri sul palcoscenico è apparsa la veterana del canto Karan Armstrong, sicuramente molto più brava per aver mantenuta quell’apparenza elegante che per la sua passata carriera vocale, e con grande autoironia per il suo tedesco e non senza una simpatica civetteria ha ricordato al pubblico diversi dettagli importanti dalla biografia musicale del basso finlandese. Spesso anche Salminen interveniva nel suo discorso e con un tedesco quasi perfetto ed un umorismo entusiasmante e privo di ogni volgarità raccontava la propria vita. Ha anche approfittato dell’occasione per includere due giovani bassi nel suo concerto, tentando di creare una sorta di continuità nel “mestiere”. Di loro parleremo più tardi. Frattanto qualche nota sullo stato vocale di Salminen nel corso della serata.
Ha cantato l’aria di Daland dal Olandese volante con frasi e note spezzate nel centro e centro-acuto. Le cose sono andate decisamente meglio negli acuti, dove il basso è riuscito a legare bene e dove inoltre il suo timbro ha conservato la sonorità metallica e penetrante. Indimenticabile , per esempio, il suo “Hoiho!” nel secondo atto della Götterdämmerung del giugno scorso, cantato con massima omogeneità e rotondità del suono e coprendo il fortissimo dell’orchestra senza sforzi di sorta. In quanto al secondo numero solistico del concerto, nell’aria di Rocco da Fidelio la voce ha già cominciato a risuonare con più omogeneità di volume e di colore, restando tuttavia incapace di legare le frasi al centro. Invece nell’aria di Filippo II, preceduta da un breve ricordo del suo studio a Roma con Luigi Ricci ed accompagnata con grande malinconia e perfetta misura dall’orchestra del maestro Schirmer, il vecchio basso ha saputo concentrare tutte le sue capacità. Ha intonato “Ella giammai m’amò” con una tristezza collocata in un piano pieno e caloroso, e ha continuato con un centro ormai voluminoso e rotondo per arrivare all’esplosione su “No, amor per me non ha” con una linea di canto stabilissima oltre che tenuto su un forte dall’espressione lacerante. Lo stesso discorso vale per “Dormirò sol” e “Se il serto regal”, nel secondo dimostrando un bel legato su “a me desse” per risolvere la frase in un “il poter” di abbondante risonanza. Una voce ampia da fare male alle orecchie nel culmine su “di leggere nei cor”, poi alternato con il secondo “Ella giammai m’amò” cantato piano con controllo perfetto e finendo con un’ultima sconvolgente esplosione vocale su “Amor per me non ha”, legando le note ed accentuando le parole con grandissima espressività. È questa l’aria che il pubblico berlinese ha meritatamente premiato con il più grande applauso ed con quell’entusiasmo che si diffonde fra gli ascoltatori solo dopo una prestazione di grabde impatto vocale e comunicativo (un entusiasmo ed un applauso, di tutt’altra sonorità, che ai nostri giorni diventa sempre più raro). All’aria di Filippo Salminen ha aggiunto la scena con il Grande Inquisitore, nella quale ha dato la possibilità di esibirsi al giovane basso croato Ante Jerkunica, che è già un membro stabile della Deutsche Oper. Jerkunica ha impressionato con una voce ampia ed un’emissione di grande qualità sia nel registro centrale che in quello basso, oltre che un’intonazione sicura e un fraseggio marcato. Già nella prima frase “Son io dinanzi al Re” ha saputo intonare le prime note con autorità ed una voce non di colore molto “nero” come al suo tempo il monumentale e spaventevole Grande Inquisitore di Salminen, ma pure d’un suono completamente immascherato e tagliente, per scendere sul La bemolle del “Re” senza frattura alcuna e senza che la voce andasse indietro. Ha convinto fino al “Ed io l’Inquisitor” dove sono arrivati i problemi con le note estremamente acute, quasi inudibili e mancate come più avanti nel “Doman saresti presso il Grande Inquisitor…”. E’ sicuramente un difetto “di natura” che si potrebbe migliorare con un maggior sostegno nel fiato. A causa di questi errori Jerkunica ha ovviamente perso la coscienza di sé ed ha distrutto l’aura grave e minacciosa che aveva creato con la primissima frase. Salminen, stanco dallo sforzo di avere dato fondo alle sue risorse nell’aria precedente, ha cantato con intonazione incerta ed ha in generale preferito restare all’ombra del suo giovane collega.

Nella seconda parte del concerto Salminen ha proposto “La calunnia” di Don Basilio con la stessa disomogeneità nei registri come all’inizio del concerto e rifugiandosi in un umorismo fuori vocalità, tuttavia buttando suoni da vero “colpo di cannone” sui due “Come un colpo di cannone” nel mezzo dell’aria. Si è sentito anche qualche suono fisso e berciato per stanchezza e, perciò, mancanza di appoggio sul fiato. In seguito Salminen ha presentato al pubblico un giovane basso finlandese, Timo Rihonen, di cui ha parlato apertamente in termini encomiastici, sostenendo che, al momento, questo giovane sarebbe allo stesso livello del giovane Matti, allorquando questi affrontò la sua prima esibizione importante su un palcoscenico nel lontano 1969, al Teatro Nazionale di Helsinki nel ruolo di Filippo II. Eppure, quando Timo Rihonen si è messo a cantare l’aria di Falstaff “Als Büblein klein an der Mutter Brust“ dalle Allegre comari di Windsor di Otto Nicolai, benché il timbro sia sembrato da vero basso, l’emissione si è mostrata tutta ingolata e tirata, non avendo però né il volume né la ricchezza dello strumento di un Salminen a titolo di compensazione per questo difetto. Come nel caso di Jerkunica, la tecnica sbagliata di Rihonen ha “suonato” quando in una frase che saliva in zona acuta la voce è andata tutta indietro e si sono prodotti dei veri ululati. Dopo un benevolente applauso “di convenienza” (NB: il pubblico di Berlino non ha nulla in comune con un qualsiasi pubblico di m…!), Salminen è tornato per cantare due tanghi finlandesi. L’ha fatto con un microfono… il che si potrebbe spiegare con la pesante orchestrazione di queste meravigliose melodie o/e con l’evidente riduzione delle forze del basso dopo l’onorevole esecuzione dell’aria di Filippo. In ogni caso il pubblico berlinese non ha visto nulla di straordinario in questo fatto ed ha anche applaudito con entusiasmo le melodie che un cantante dalla voce piena di passione cantava ormai con la sola passione.
L’ultimo pezzo nel programma era il malinconico monologo finale di Sir Morosus “Wie schön ist doch die Musik” („Com’è bella la Musica”) dalla Donna silenziosa di Richard Strauss. Seduto in una sontuosa poltrona portata in scena per questo ultimo numero, in cui Sir Morosus riflette sulla bellezza della musica e del silenzio, Salminen ha cantato quasi senza voce. Un momento pieno di tristezza, come si poteva notare anche dalla postura ed da qualche gesto di Salminen medesimo. Inondato dalla morbida ma nondimeno abbondante ed opulenta orchestrazione straussiana, Salminen ha declamato con voce ridotta talvolta fino all’inudibile. Gli sono comunque riconoscente, per avere saputo evocare nell’aria di Filippo la sua voce maestosa con tutta la sua dignità di cantante, determinando con questo l’ambiente dell’intera serata. “Wie schön ist doch die Musik - aber wie schön erst, wenn sie vorbei ist!” – “Com’è bella la Musica – ma ancora di più quando è finita”. Un momento di verità per un cantante che ormai non è solo una voce del passato, ma anche una voce passata. Voce del passato nel senso di un passato di grandi esecuzioni wagneriane, di un passato dell’attualizzazione della meravigliosa musica finlandese attraverso voci tonanti come Talvela e Salminen, di un passato del teatro lirico, quando anche in ruoli “fuori” stile e tecnica il cimento era affrontato con maggior correttezza e professionismo. Salminen, con tutti i suoi difetti non così rari d’intonazione e d’emissione, ha saputo cantare con massima resa drammatica Monteverdi, Bach, Weber, Wagner, Mozart, Verdi e Mussorgsky. Ha sempre investito la sua unica e potentissima voce con grande adeguatezza musicale ed esattezza dell’intenzione artistica, rendendola un genuino strumento individuale. Ed è una bella notizia sapere che Matti Salminen, a 65 anni e già con una certa pesantezza senile nei suoi movimenti, parteciperà ancora sia al prossimo Ring des Nibelungen della Deutsche Oper sia ad altre rappresentazioni in alcuni importanti teatri europei: finché sarà capace di collocare in una recita di Götterdämmerung o di Don Carlo tutte le sue capacità vocali per eseguire pezzi centrali come l’aria di guardia o la chiamata di Hagen con un metallo, una rotondità del suono ed un’ampiezza di volume eccezionali o ancora l’aria di Filippo con fraseggio ed emissione non italianissimi, ma comunque di massimo livello drammatico, io personalmente sarò felice di saperlo ancora attivo sui palcoscenici e sempre pronto a dare quello che gli resta ancora da dare.


Gli ascolti

Mozart

Die Entfuhrung aus dem Serail


Atto I

Wer ein Liebchen hat gefunden - Alexander Kipnis (1931)

Die Zauberflote

Atto II

In diesen heil'gen Hallen - Alexander Kipnis (1930)








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sabato 11 settembre 2010

Stagioni 2010-11. Berlino, Dresda, Monaco di Baviera

Scorrendo i programmi delle nuove stagioni dei teatri lirici di Berlino, Monaco di Baviera e Dresda, il melomane passatista si pone alcune questioni, il cui peso è direttamente proporzionale all'importanza e al valore del melomane stesso. Peso nullo, quindi, o almeno così ci sentiamo rammentare ogni giorno da svariati pulpiti.

Tanto per cominciare, i titoli allestiti sono sempre e invariabilmente gli stessi, con rare eccezioni. Senza pretendere chissà quali azzardi di programmazione (Weber o altre opere “esotiche”), per un Mitridate (naturalmente in salsa baroccara e contorno di controtenore, oltre che insaporito dall’Aspasia di Patricia Petibon) bisogna attendere il Münchner Opernfestspiele, dato che il resto della stagione bavarese non conosce altro Mozart che quello della trilogia italiana e dei Singspiel. Le cose vanno un poco meglio per il repertorio italiano, a condizione che si tratti di opere verdiane o pucciniane (sempre nell'ambito della "trilogia" Bohème/Tosca/Butterfly), perché a dir poco latitanti risultano Bellini (salvo i Capuleti, allestiti a Monaco con il tramontato Romeo di Vesselina Kasarova, e la Norma, proposta ancora alla Bayerische Staatsoper con l’immarcescibile Gruberova), il Donizetti serio extra Lucia (con l’eccezione della Borgia sempre a Monaco e sempre con Frau Edita, e della Bolena, stavolta a Dresda ma sempre con la Gruberova, forse l’ultima diva, per quanto acciaccata, a poter imporre questo autore nei teatri tedeschi) e più ancora Rossini, la cui sopravvivenza in cartellone è legata essenzialmente alla trilogia buffa e a qualche sporadico esperimento (Gazza ladra a Dresda, affidata alla pertinace bacchetta di Michele Mariotti e con il Giannetto di Michael Spyres, alle prese con un ruolo sulla carta a lui ben più adatto del Rodrigo di Donna del lago, pure presente a breve scadenza nel suo calendario, o ancora Turco in Italia a Berlino, peraltro affidato a una coppia di assai discutibile tenuta, Alexandrina Pendatchanska e Lorenzo Regazzo, e alla bacchetta non esattamente lieve di Antonello Allemandi) che comunque non intacca il serbatoio delle opere napoletane, vera e propria rara avis della programmazione moderna. E forse, anche in considerazione di quello che si è in tempi recenti uditi nell'adriatico penetral più sacro della musica rossiniana, la scelta non è poi priva di fondamento. Questa impressione si alimenta e sostenta, allorché si consideri il cast schierato per un’opera in potenza (e per cast) già pienamente rossiniana, quale la Medea in Corinto di Mayr, allestita appunto in Monaco con Iano Tamar (già periclitante Semiramide una ventina d’anni fa proprio in Pesaro) quale novella Colbran e il ruolo Nozzari consegnato alle cure di Ramón Vargas, antico tenore contraltino che, perso lo smalto degli acuti, ha ancora qualche carta da giocare al centro della voce, sia pure gestita con una fatica sempre più evidente (ricordiamo la Manon viennese di alcuni mesi fa).
Quanto poi al verismo, occorre che siano i Divi ad imporre il titolo, o meglio, che le case discografiche, che i suddetti Divi costruiscono, appoggiano e sostengono, sempre e comunque, impongano il titolo ai teatri. È con ogni verosimiglianza il caso dell’Adriana Lecouvreur allestita alla Deutsche Oper berlinese, che schiera nel cast, accanto alla Principessa di Anna Smirnova (che saprà approfittare dell’occasione e della scrittura decisamente contraltile della parte per offrirci l’ennesimo saggio di rigore stilistico e fraseggio ammaliatore, così come imperdibile appare fin d’ora la sua Lady Macbeth verdiana nello stesso teatro), i celebrati – da altre penne – Angela Gheorghiu e Jonas Kaufmann. Di quest’ultimo è peraltro in arrivo nei migliori negozi di dischi un album, dedicato ai grandi ruoli della Giovine Scuola. Album che, ne siamo certi, susciterà in certa critica e in certo pubblico rapimenti mistici paragonabili solo a quelli di Teresa di Lisieux. Chi avesse seguito la nostra chat nelle ultime settimane, avrà registrato, a proposito delle preview di questo bel disco, ben altre reazioni.
Kaufmann si produrrà, fra l’altro, anche in un nuovo Fidelio, allestito a Monaco dall’iconoclasta (o presunto tale) Calixto Bieito con la direzione di Daniele Gatti (la cui Leonore beethoveniana non suscitò certo entusiasmi, anni fa, in Bologna) e, per alcune repliche, Fabio Luisi. Non dubitiamo che il regista spagnolo, sempre attentissimo alla fisicità dei cantanti, saprà trarre conveniente partito dalla presenza del tenore bavarese (ultimamente un poco in disarmo sotto il profilo scenico, vedi la recente Tosca sempre da Monaco), ma ci domandiamo come il medesimo tenore potrà risolvere il ruolo, vista la recente e tutt'altro che brillante prova di Lucerna. È pur vero che Kaufmann sarà affiancato da Anja Kampe, ma una Leonora d’intonazione sistematicamente calante non giustifica di per sé un Florestano afonoide e fibroso, anzi. Assolutamente da non perdere, sempre a Monaco, la Carmen che vedrà l’incontro/scontro del Don José di Kaufmann (di cui ben ricordiamo la claudicante performance scaligera) e della Carmen di Kate Aldrich, che dopo avere cancellato la prevista Cenerentola pesarese è stata duramente riprovata in Arena (non proprio un teatro incline al fischio, almeno oggi) per l'appunto nei panni della fatale gitana. La Aldrich è poi attesa a Berlino quale Didone dei Troiani di Berlioz, opera in cui sarà affiancata da Ian Storey e, in alcune repliche, da Anna Caterina Antonacci nel ruolo di Cassandra.
E l’opera contemporanea? Tramontato o quasi l’astro di Janácek (del resto le platee tedesche non necessitano certo delle campagne kulturali di cui è dedicatario così frequente il pubblico italiano), sorge quello di Poulenc, ovviamente nel suo titolo più complesso ed esigente in fatto di cast. I Dialoghi delle Carmelitane saranno allestiti alla Deutsche Oper con la bacchetta di Yves Abel e un cast in cui spiccano (si fa per dire) Rachel Harnisch, Julia Juon, Michaela Kaune e Ulrike Helzel, mentre a Monaco Kent Nagano dirigerà nei medesimi ruoli Susan Gritton, Felicity Palmer, Soile Isokoski e Kristine Jepson. Sempre Nagano dirigerà l’altro must novecentesco della stagione, il Saint François di Messiaen (c’è qualche anniversario incombente? lo chiediamo perché lo stesso titolo verrà proposto, come notato da Donzelli, a Madrid), con Paul Gay nel ruolo del titolo e Christine Schäfer in quello dell’Angelo. Il direttore sarà, ancora una volta, Nagano.
Per rimanere a Monaco, e sempre nell’ambito del prestigiosissimo teatro di regia, va segnalata la ripresa del Lohengrin “di” Richard Jones, che tanti consensi – e qualche dissenso – ha suscitato l’anno scorso e anche di recente, stante la pubblicazione di un dvd. Tale e tanta è stata la riuscita musicale di quella mitica produzione, che il cast risulta radicalmente mutato, a Kaufmann e Anja Harteros subentrando rispettivamente Ben Heppner (sic) e Peter Seiffert e Elza van den Heever (?) e Adrianne Pieczonka. Come Ortruda, in luogo di Michaela Schuster, il pubblico bavarese potrà applaudire, a scelta, Janine Baechle o la mai doma Waltraud Meier, mentre Telramondo sarà Evgeny Nikitin. Confermata in sostanza solo la bacchetta di Kent Nagano, ma va bene così: il pubblico che accorre a frotte per assaporare la sceltissima regia poco si cura, in fondo, dei cantanti. Quanto alle opere del repertorio italiano, dovremmo trovarci, salvo errori, in una fase di rinnovamento del parco voci in dotazione nei teatri tedeschi, visti l’alto numero di ruoli in condominio fra cantanti diversi nel medesimo teatro (caso limite la Deutsche Oper, che affida otto recite di Tosca a cinque soprani, cinque baritoni e ben sei tenori) e la comparsa in cartellone di nomi ignoti o quasi al melomane di provincia (ma siamo certi che basteranno un paio di stagioni per rendere tali nomi universalmente noti, accettati e necessari per qualunque programmazione operistica, a Berlino come a Milano). Se resiste Anja Harteros (Traviata a Dresda e Monaco e Mimì sempre a Monaco), se alquanto ridimensionate appaiono Marina Poplavskaja (Traviata alla Staatsoper di Berlino, in alternanza con Anna Samuil), Micaela Carosi (Aida a Monaco, in alternanza con Norma Fantini) e Krassimira Stoyanova (Luisa Miller a Monaco), se morde il freno l’emergente Oksana Dyka (Tosca a Dresda, prossimamente in Scala con ben due titoli, e non solo, visto che la biografia pubblicata sul sito della Semperoper cita un prossimo debutto meneghino quale Abigaille), se l’Abigaille bavarese di Alessandra Rezza fa pensare a un errore di stampa o a uno scherzo di cattivo gusto, così come la rinnovata Maddalena di Coigny di Maria Guleghina (Deutsche Oper), sono le Tosche a suscitare la maggiore perplessità, perché fatta salva (almeno in parte) Hui He, nessuna delle alternative schierata dalla Deutsche Oper, dall’evanescente Sunnegardh (già censurabile Salome a Bologna), alle scomposte Serjan (impegnata anche a Monaco nella ripresa dello spettacolo di Luc Bondy, con Marcello Giordani e Juha Uusitalo) e Urmana, alla fine dicitrice Pieczonka, sembra sulla carta in grado di risultare non dico plausibile, ma non interamente censurabile. E lo stesso dicasi per i Cavaradossi, che spaziano dal tenero Riccardo Massi (già cover di Kaufmann nella “primina” della Carmen scaligera), al futuro Siegmund ambrosiano Simon O’ Neill, al poker composto da Roberto Aronica, Thiago Arancam, Salvatore Licitra e Massimo Giordano, e lo stesso ribadiscasi per gli Scarpia, capitanati sempre alla Deutsche Oper da George Gagnidze, che si alternerà a Franz Grundheber (!), Carlos Almaguer, Greer Grimsley e nientemeno che Samuel Ramey. Quanto poi alla Staatsoper unter den Linden, sarà Amanda Echalaz a incarnare Tosca, accanto a Riccardo Massi e Andrzej Dobber, sotto la bacchetta di Omer Meir Wellber, pupillo di Daniel Barenboim, che dirigerà il medesimo titolo in Scala. La signora Echalaz sarà poi, sempre nella sala berlinese, Elisabetta di Valois (accanto a Sartori, Pape, Krasteva e Daza, direttore Zanetti). Da citare quindi per esteso il cast dell’Aida di Monaco, diretta da Paolo Carignani e Ascher Fisch: oltre alle già menzionate protagoniste, Amneris sarà Luciana d’Intino, come Radames si alterneranno Carlo Ventre e Walter Fraccaro, mentre le voci gravi saranno quelle di Anatoli Kotscherga (sic), Kwangchul Youn, Lado Ataneli e Michael Volle.
Ben più numerose sarebbero le osservazioni da fare su queste stagioni, assai più “in difesa” e caute, seppur sempre spregiudicatissime, rispetto a precedenti edizioni, ma il timore di annoiare, o peggio, ci induce a concludere qui. Naturalmente, con qualche ascolto.



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